L a mattina del 22 aprile 2024, l’allieva maresciallo Beatrice Belcuore non si
presenta in servizio nella Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di
Firenze. Ha venticinque anni, frequenta il secondo anno di corso per diventare
sottufficiale. Quando i colleghi cominciano a cercarla, trovano il suo corpo in
un’aula dell’istituto. L’arma d’ordinanza è accanto a lei. Non ha lasciato
messaggi, almeno non nel senso convenzionale del termine. O forse l’ha fatto, ma
in un linguaggio che nessuno intorno a lei era stato formato a decifrare:
silenzi, ritiri, piccole crepe nell’armatura quotidiana che nessuno ha saputo
riconoscere come sintomi, perché si impara a leggere il pericolo esterno, non
quello che cresce dentro.
La notizia occupa poche righe nei quotidiani locali. Un comunicato dell’Arma
parla di cordoglio. I familiari chiedono riserbo, che viene accordato con quella
rapidità che la società riserva alle morti scomode. Qualche giorno dopo, in
un’altra città, un’altra uniforme, un altro corpo, un’altra pistola d’ordinanza.
Poi un altro ancora. Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato,
tragedia privata che si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando qualcuno
comincia a contare – e qualcuno conta, da anni – emerge un pattern che ha la
precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle malattie endemiche.
Non c’è un momento preciso in cui la divisa smette di essere stoffa e diventa
identità. Accade attraverso la ripetizione dei gesti, l’assimilazione dei
codici, l’interiorizzazione del ruolo. L’uniforme è un dispositivo semiotico
potente: stabilisce chi sei prima che tu parli, determina le aspettative, crea
una distanza tra chi la indossa e chi la osserva. Chi veste l’autorità deve
incarnarla. E l’autorità, nella costruzione simbolica collettiva, non ammette
fragilità. Se chi deve proteggere ha paura, se chi garantisce ordine è nel caos,
l’intero edificio vacilla.
Il problema è che sotto ogni divisa c’è un corpo con un limite. Quando quel
limite viene raggiunto in silenzio, quando il carico diventa insostenibile ma il
sistema non offre modi legittimi per dirlo, quando chiedere aiuto significa
mettere a rischio l’identità professionale, il gesto estremo smette di essere
incomprensibile. Diventa, in una logica perversa, l’unica via d’uscita da una
contraddizione che non ammette mediazioni.
> Il suicidio in divisa emerge sempre come evento isolato, tragedia privata che
> si consuma nel silenzio delle caserme. Ma quando si comincia a contare, emerge
> un pattern che ha la precisione dei fenomeni sistemici e la persistenza delle
> malattie endemiche.
Beatrice Belcuore è una persona con una storia che non conosceremo. Ma è anche
un sintomo. Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di
finanza, penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
decenni. Nel 2023 si sono registrati 39 suicidi tra le forze dell’ordine, con un
tasso che continua a mantenersi costantemente superiore rispetto alla
popolazione civile. La letteratura internazionale documenta lo stesso fenomeno
in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia. Paesi diversi, culture
organizzative diverse, stessa costante: la divisa come fattore di rischio.
Eppure ogni volta la narrazione pubblica procede per rimozione. Si parla di
fragilità individuale, problemi personali, gesti imprevedibili. Si evita di
guardare alla struttura che produce quelle condizioni, di interrogarne i
meccanismi. Come se il suicidio fosse un evento casuale, anziché l’esito di
processi che la scienza ha cominciato a mappare con precisione: dalla psicologia
del trauma alla sociologia delle organizzazioni, dalla psichiatria occupazionale
alle neuroscienze dello stress.
La domanda non è perché Beatrice Belcuore abbia compiuto quel gesto. È perché il
sistema che l’ha formata, inquadrata, armata non abbia saputo vedere che stava
per compierlo. La risposta non sta nella sua storia personale che, come detto,
non conosceremo; ma nell’architettura psicosociale delle istituzioni totali,
nella costruzione culturale dell’invulnerabilità, nei meccanismi organizzativi
che trasformano il disagio in tabù e il tabù in tragedia. Quella mattina di
aprile non è morta solo una persona. È collassato, ancora una volta, un sistema
di protezioni che forse non era mai esistito.
L’architettura del rischio: stress traumatico e carico allostatico
La psicologia occupazionale ha un termine preciso per descrivere ciò che accade
quando un individuo è esposto, ripetutamente e professionalmente, a situazioni
di forte intensità emotiva: stress traumatico secondario. A differenza del
trauma acuto – quello che si sperimenta durante un singolo evento critico – il
trauma secondario è cumulativo, progressivo, e spesso difficile da riconoscere
perché si confonde con la routine. Non c’è un momento preciso in cui “accade”. È
piuttosto un’erosione silenziosa della capacità di regolazione emotiva.
> Nelle forze dell’ordine italiane – Carabinieri, polizia, Guardia di finanza,
> penitenziaria – il tasso di suicidi è significativamente più alto della
> popolazione generale. Non marginalmente: molto più alto. E non da ieri: da
> decenni.
Gli operatori delle forze dell’ordine sono esposti quotidianamente a situazioni
che per la maggior parte delle persone rappresenterebbero eventi eccezionali:
incidenti mortali, interventi su violenze domestiche, gestione di soggetti in
stato di alterazione psicofisica, minacce dirette alla propria incolumità. La
ricerca epidemiologica ha documentato come questa esposizione prolungata produca
tassi significativamente più alti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD,
Post-Traumatic Stress Disorder), depressione maggiore, disturbi d’ansia e abuso
di sostanze rispetto alla popolazione generale. Negli Stati Uniti, le prevalenze
di PTSD tra gli agenti raggiungono il 35%, contro il 6-8% della popolazione
civile.
Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che la neuroscienza dello stress ha
cominciato a illuminare negli ultimi anni: il concetto di carico allostatico.
L’allostasi è il processo attraverso cui il corpo mantiene la stabilità
attraverso il cambiamento – è, in altre parole, il modo in cui ci adattiamo allo
stress. Ma quando lo stress diventa cronico, i sistemi di adattamento cominciano
a logorarsi. Il carico allostatico è il prezzo biologico che paghiamo per
un’attivazione continua dei sistemi di risposta allo stress: alterazioni
dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, infiammazione cronica, disfunzioni del
sistema immunitario, modificazioni nella struttura e nella funzionalità
dell’ippocampo e della corteccia prefrontale.
In termini più diretti: il corpo e la mente di chi lavora costantemente in
condizioni di allarme si trasformano. E questa trasformazione non è
semplicemente “psicologica” ma profondamente biologica. Gli studi condotti su
veterani di guerra e su operatori delle forze di polizia hanno mostrato pattern
simili di alterazione neuroendocrina, con conseguenze sulla capacità
decisionale, sulla regolazione degli impulsi, sulla percezione del futuro.
L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un appiattimento
della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri stati interni.
Ciò che rende questo meccanismo particolarmente pericoloso nelle forze
dell’ordine è la mancanza di riconoscimento. A differenza di altre professioni
ad alto carico emotivo – si pensi agli infermieri di terapia intensiva o ai
vigili del fuoco – dove l’esaurimento professionale (burnout) è ormai ampiamente
discusso, nelle forze armate e di polizia permane l’idea che il disagio
psicologico sia un segno di inadeguatezza. La cultura organizzativa non facilita
la narrazione del proprio malessere. Al contrario, la reprime.
La costruzione sociale dell’invulnerabilità
Per comprendere davvero il fenomeno del suicidio nelle forze dell’ordine,
dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come la società costruisce
simbolicamente la figura dell’autorità in divisa. Non si tratta solo di un
lavoro: è un ruolo sociale ad alto contenuto performativo. Nelle scienze
sociali, il concetto di “performance di ruolo” – elaborato da Erving Goffman in
The Presentation of Self in Everyday Life (1959; trad. it. La vita quotidiana
come rappresentazione, 1969) – descrive come gli individui mettano in scena,
letteralmente, il personaggio sociale che sono chiamati a interpretare.
> L’esposizione cronica a situazioni di pericolo produce una desensibilizzazione
> paradossale: da un lato, un’ipervigilanza costante; dall’altro, un
> appiattimento della risposta emotiva che rende difficile riconoscere i propri
> stati interni.
La divisa è uno dei più potenti dispositivi di performance sociale. Segna
immediatamente una differenza: chi la indossa non è più semplicemente un
cittadino, ma un rappresentante dello Stato, un detentore di autorità legittima,
un garante dell’ordine pubblico. Questa posizione simbolica implica aspettative
molto rigide: controllo emotivo, capacità decisionale anche sotto pressione,
forza fisica e psicologica, impermeabilità alla paura.
Il problema nasce quando questa performance diventa totale, quando cioè non è
più possibile distinguere tra il ruolo pubblico e l’identità privata. Goffman
parla anche di “istituzioni totali” in Asylums (1961; trad. it. 1968) per
descrivere quegli ambienti – carceri, conventi, caserme – in cui tutti gli
aspetti della vita quotidiana sono condotti nello stesso luogo, sotto la stessa
autorità, e secondo un programma razionale unico. Le forze dell’ordine non sono
istituzioni totali nel senso pieno del termine, ma ne condividono alcune
caratteristiche fondamentali: la gerarchia rigida, la separazione simbolica dal
mondo civile, l’enfasi sulla disciplina e sull’obbedienza, l’idea che la vita
professionale abbia la precedenza su quella personale.
Questa configurazione produce un effetto paradossale: da un lato, crea un forte
senso di appartenenza e identità collettiva – il “corpo” come comunità di
destino; dall’altro, rende estremamente difficile esprimere vulnerabilità. La
vulnerabilità è percepita come una contraddizione logica rispetto al ruolo. Se
sei chiamato a proteggere gli altri, come puoi ammettere di aver bisogno di
protezione? Se devi garantire ordine, come puoi dichiarare che il tuo mondo
interiore è nel caos?
La sociologa Raewyn Connell, in Masculinities (1995), ha mostrato come nelle
professioni tradizionalmente maschili – e le forze dell’ordine lo sono ancora in
larga misura – si costruisca una “mascolinità egemonica” basata su forza,
autocontrollo, stoicismo, rifiuto della dipendenza emotiva. Anche se il numero
di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura organizzativa continua a
premiare questi tratti. Il risultato è una socializzazione professionale che
scoraggia sistematicamente la richiesta di aiuto. La ricerca di Michelle R.
Tuckey e collaboratori (2012) sulla cultura del silenzio nelle forze di polizia
ha documentato come la maggioranza degli agenti con sintomi depressivi non
cerchi aiuto professionale, citando la paura dello stigma come motivazione
principale.
> Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale, ogni
> segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla carriera,
> ma come una minaccia al senso stesso di sé.
E qui entra in gioco un meccanismo psicologico cruciale: l’internalizzazione del
ruolo. Quando una persona interiorizza completamente l’identità professionale,
ogni segno di debolezza non viene percepito solo come una minaccia alla
carriera, ma come una minaccia al senso stesso di sé. La psicologia del sé, da
Kohut in poi, ha mostrato come l’identità sia costruita attraverso narrazioni
coerenti. Se la mia narrazione identitaria è “sono un agente forte, affidabile,
sempre in controllo”, riconoscere un momento di crisi diventa un atto
destabilizzante. Non è solo dire “sto soffrendo”, è dire “forse non sono chi
credevo di essere”.
La gerarchia come ostacolo alla comunicazione del disagio
Le organizzazioni militari e paramilitari funzionano secondo una logica
verticale molto precisa. La catena di comando è il principio organizzativo
fondamentale: ordini discendono dall’alto, responsabilità salgono dal basso.
Questo modello è funzionale in situazioni operative, dove la rapidità
decisionale e l’esecuzione coordinata sono essenziali. Ma quando si tratta di
salute mentale, la gerarchia diventa un ostacolo strutturale.
Gli studi sulle organizzazioni ad alta affidabilità (high reliability
organizations) – ospedali, centrali nucleari, aviazione civile – hanno mostrato
che uno dei principali fattori di rischio è la difficoltà nella comunicazione
ascendente. Quando un subordinato percepisce che segnalare un problema potrebbe
essere interpretato come incompetenza, è molto più probabile che taccia. Nelle
forze dell’ordine, questo effetto è amplificato da una cultura che valorizza
l’autonomia operativa e la capacità di “farcela da soli”. Ricerche addirittura
precedenti sull’apprendimento organizzativo hanno introdotto il concetto di
“sicurezza psicologica” (psychological safety): la percezione condivisa che sia
possibile assumersi rischi interpersonali – come ammettere un errore, fare
domande, esprimere preoccupazioni – senza essere puniti o umiliati. Gli ambienti
con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone imparano più
velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende a
essere bassa. E questo ha conseguenze dirette sulla salute mentale. Un agente
che sta attraversando una fase di forte stress – problemi familiari, esposizione
a eventi traumatici, sintomi depressivi – difficilmente comunicherà il proprio
stato al superiore, per paura di essere considerato “non idoneo”, di vedere
sospeso il porto d’armi, di essere destinato a mansioni amministrative percepite
come degradanti rispetto al gruppo.
> Gli ambienti con alta sicurezza psicologica sono quelli in cui le persone
> imparano più velocemente, collaborano meglio, e gestiscono meglio lo stress.
> Nelle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la sicurezza psicologica tende
> a essere bassa.
Il paradosso è che proprio quando il supporto sarebbe più necessario i
meccanismi organizzativi lo rendono inaccessibile. E questo non per malafede, ma
per una logica istituzionale che fatica a integrare la dimensione della
vulnerabilità umana. Ma c’è qualcosa di più profondo su cui dovremmo
interrogarci: la struttura gerarchica non è solo un ostacolo neutrale alla
comunicazione. È un sistema che produce e mantiene relazioni di potere
asimmetriche, dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la
conformità prevale sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio
individuale diventa funzionale al mantenimento dell’ordine: chi soffre in
silenzio non disturba, non rallenta, non mette in discussione.
L’arma come presenza costante e fattore di rischio
C’è un elemento materiale che differenzia gli operatori delle forze dell’ordine
dalla maggior parte dei lavoratori: la disponibilità quotidiana di un’arma da
fuoco. Questo aspetto è raramente discusso apertamente, ma la letteratura
scientifica sul suicidio è molto chiara: l’accesso immediato a mezzi letali
aumenta drasticamente la probabilità che un impulso suicidario si traduca in
morte. La suicidologia distingue tra ideazione suicidaria, pianificazione e
tentativo. Non tutte le persone che pensano al suicidio lo pianificano, e non
tutte quelle che lo pianificano lo tentano. Ma uno dei fattori più predittivi
del passaggio dall’idea all’azione è la disponibilità di un metodo altamente
letale. Le armi da fuoco hanno un tasso di letalità superiore al 90%, contro il
3% per l’overdose di farmaci da banco e il 23% per l’impiccagione secondo i dati
del Centers for Disease Control statunitense.
Gli studi epidemiologici condotti negli Stati Uniti – dove la disponibilità di
armi è molto più diffusa che in Europa – hanno documentato una correlazione
significativa tra possesso di armi e rischio di suicidio, con un aumento del
rischio del 300% rispetto a case senza armi, soprattutto tra gli uomini. Il 90%
dei tentativi di suicidio con arma da fuoco risulta fatale entro pochi minuti,
contro una media del 15% per altri metodi, che lasciano tempo per soccorso e
pentimento.
> La struttura gerarchica produce e mantiene relazioni di potere asimmetriche,
> dove l’obbedienza viene premiata più della cura, dove la conformità prevale
> sulla consapevolezza critica. E in questo sistema il disagio individuale
> diventa funzionale al mantenimento dell’ordine.
Ma nelle forze dell’ordine la situazione è ancora più complessa: l’arma non è
solo disponibile, è parte integrante dell’identità professionale. È uno
strumento di lavoro, un simbolo di autorità, un oggetto familiare. I dati
raccolti da John Violanti e Andrea Steege (2021) sul Federal Bureau of
Investigation’s National Incident-Based Reporting System mostrano che tra gli
agenti di polizia statunitensi il 93% dei suicidi completati avviene con l’arma
d’ordinanza. In Italia, secondo i dati parziali raccolti dall’Osservatorio
Nazionale sul Disagio e il Benessere nelle Forze di Polizia, tra il 2018 e il
2023 l’85% dei suicidi nelle forze dell’ordine è avvenuto con arma da fuoco,
contro una media nazionale del 12% per la popolazione comune.
La psicologia dell’azione suicidaria mostra che molti suicidi avvengono in
momenti di crisi acuta, spesso preceduti da poche ore o minuti di
pianificazione. In questi momenti, la presenza di un’arma può ridurre il tempo
tra l’impulso e l’azione a una frazione di secondo. Non c’è tempo per la
riflessione, per il pentimento, per la ricerca di aiuto: nel 24% dei casi di
suicidio con arma da fuoco il tempo tra la decisione e l’azione è inferiore a
cinque minuti.
Ciò che rende questo aspetto particolarmente delicato è la relazione emotiva con
l’arma. Per un agente, l’arma d’ordinanza non è solo uno strumento: è il segno
tangibile della fiducia istituzionale, della capacità di esercitare autorità,
del diritto-dovere di proteggere. Ma è anche il mezzo attraverso cui lo Stato
delega l’uso legittimo della violenza. E questa violenza, che nelle operazioni
quotidiane viene diretta verso l’esterno – verso il sospetto, il criminale, il
deviante – può, in momenti di crisi, rivolgersi verso l’interno. L’arma diventa
il punto di convergenza tra l’autorità dello Stato e la fragilità
dell’individuo, tra il mandato di controllare e l’impossibilità di farlo.
Rimuovere temporaneamente l’arma a qualcuno che sta attraversando una crisi è
percepito come una sospensione dell’identità professionale. E questo rende
estremamente difficile implementare protocolli preventivi che includano la
gestione temporanea dell’armamento. Ma c’è una questione più profonda: l’arma
non è solo un oggetto pericoloso per chi la porta. È il simbolo di un sistema
che affida la risoluzione dei conflitti alla minaccia della forza, che forma le
persone all’uso della violenza come strumento ordinario, e poi si sorprende
quando quella violenza, non più contenibile, si riversa su chi dovrebbe
esercitarla.
> Nelle forze dell’ordine l’arma non è solo disponibile, è parte integrante
> dell’identità professionale. È uno strumento di lavoro, un simbolo di
> autorità, un oggetto familiare.
Eppure, i programmi di prevenzione più avanzati includono proprio questo
elemento: la possibilità di un ritiro temporaneo e non punitivo dell’arma in
situazioni di stress acuto, accompagnato da supporto psicologico intensivo. In
Norvegia, il protocollo implementato dal 2016 prevede che qualsiasi agente possa
richiedere volontariamente un periodo di allontanamento dall’arma, fino a trenta
giorni, senza conseguenze sulla carriera e con accesso immediato a supporto
psicologico specializzato. I dati preliminari mostrano una riduzione del 40% nei
suicidi tra agenti nei primi cinque anni di implementazione. Ma perché questo
sia accettabile è necessario un cambio culturale profondo: l’arma deve essere
vista come uno strumento professionale, non come un’estensione dell’identità. E
questo significa interrogare l’intera relazione tra autorità e violenza.
Modelli di prevenzione: cosa dice la ricerca
La psicologia della prevenzione del suicidio ha fatto enormi progressi negli
ultimi trent’anni. Sappiamo che il suicidio, contrariamente a credenze diffuse,
è spesso prevedibile e prevenibile. Ma per farlo efficacemente, è necessario
agire su più livelli: individuale, relazionale, organizzativo, culturale. I
programmi di prevenzione più efficaci nelle organizzazioni ad alto rischio – e
qui la ricerca si basa su esperienze maturate nelle forze armate, nei corpi di
polizia, nei servizi di emergenza – condividono alcune caratteristiche
fondamentali.
Primo livello: la formazione alla consapevolezza. Non si tratta solo di
insegnare ai singoli operatori a riconoscere i propri sintomi, ma di formare i
superiori e i colleghi a intercettare segnali precoci di disagio. Gli studi sul
peer support – il supporto tra pari – mostrano che le persone sono molto più
propense a confidarsi con un collega che con un superiore gerarchico o con un
professionista esterno. I programmi più avanzati includono la formazione di peer
supporters: colleghi che ricevono una formazione specifica per ascoltare,
orientare, e facilitare l’accesso a risorse professionali.
Secondo livello: la supervisione strutturata. Nelle professioni cliniche –
psicologi, psicoterapeuti – la supervisione è obbligatoria e continua. Nelle
forze dell’ordine, invece, il debriefing psicologico dopo eventi critici è
spesso facoltativo o limitato a situazioni estreme. La ricerca mostra invece che
una supervisione regolare, non legata a eventi specifici, riduce
significativamente il rischio di accumulo di stress traumatico. Non si tratta di
“terapia”, ma di uno spazio protetto in cui elaborare le esperienze operative,
normalizzare le reazioni emotive, condividere strategie di coping.
Terzo livello: la destigmatizzazione del supporto psicologico. Finché chiedere
aiuto sarà percepito come un segno di debolezza, i programmi di prevenzione
avranno un’efficacia limitata. Alcune forze di polizia – ad esempio in Canada e
nei paesi scandinavi – hanno integrato la figura dello psicologo direttamente
nei team operativi, non come valutatore ma come risorsa. Questo cambia
radicalmente la percezione: lo psicologo non è più qualcuno a cui si va quando
“si ha un problema”, ma un professionista che accompagna costantemente il lavoro
operativo.
Quarto livello: i protocolli di gestione dell’arma. Alcuni dipartimenti di
polizia hanno introdotto protocolli che permettono un ritiro temporaneo e
volontario dell’arma da parte dell’operatore, o un ritiro deciso dal comando ma
non punitivo, legato esclusivamente a situazioni di stress documentato.
L’importante è che questa misura sia accompagnata da supporto intensivo e da un
percorso chiaro di reintegrazione.
Quinto livello: la leadership consapevole. Lo stile di leadership è uno dei più
potenti predittori del benessere psicologico nei gruppi di lavoro: una
leadership autoritaria e distante aumenta il rischio; una leadership supportiva
e orientata alle persone lo riduce. Formare i comandanti a riconoscere e
rispondere al disagio psicologico dei subordinati non è un optional, ma una
competenza essenziale.
Oltre l’individuo: ripensare la cultura organizzativa
Tutti i programmi elencati sopra sono importanti, ma rischiano di rimanere
interventi superficiali se non si accompagnano a un cambiamento più profondo
della cultura organizzativa. E qui entriamo in un terreno più complesso, perché
non si tratta semplicemente di aggiungere servizi o protocolli, ma di mettere in
discussione alcuni assunti di fondo.
Il primo assunto è che la forza emotiva sia una caratteristica stabile e
individuale. In realtà, la psicologia contemporanea ci dice che la resilienza –
la capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti – non è un tratto
di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale e
organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente in qualsiasi
condizione: la resilienza emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di
supporto, possibilità di recupero.
Il secondo assunto è che l’espressione della vulnerabilità sia incompatibile con
l’efficienza operativa. Anche questo è falso. Gli studi sulle high performing
teams – dai Navy SEAL alle unità speciali – mostrano che i gruppi più efficaci
sono quelli in cui esiste fiducia reciproca, comunicazione aperta, capacità di
ammettere errori e limiti. L’idea che la durezza emotiva produca prestazioni
migliori è un mito. Produce solo isolamento.
Il terzo assunto è che il benessere psicologico sia responsabilità esclusiva
dell’individuo. Questa concezione neoliberale della salute mentale – “sta a te
prenderti cura di te stesso” – ignora completamente il ruolo delle condizioni
strutturali. Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress
cronico, carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche
seduta di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la
responsabilità dal sistema all’individuo. Come ha documentato Byung-Chul Han in
La società della stanchezza (2012; nuova ed. 2020), la psicologizzazione del
disagio sociale è uno dei principali meccanismi di occultamento delle
responsabilità sistemiche.
> La capacità di affrontare lo stress senza esserne sopraffatti non è un tratto
> di personalità, ma una competenza che si costruisce in un contesto relazionale
> e organizzativo favorevole. Nessuno è “naturalmente” resiliente: la resilienza
> emerge quando ci sono risorse adeguate, reti di supporto, possibilità di
> recupero.
Per un vero cambiamento, è necessario che le istituzioni si assumano la
responsabilità del benessere psicologico come parte integrante della missione
organizzativa. Questo significa investire in personale sufficiente per ridurre
il sovraccarico, garantire tempi di recupero adeguati, costruire ambienti di
lavoro psicologicamente sicuri, valorizzare la comunicazione del disagio come
segno di consapevolezza e non di debolezza. Ma significa anche interrogare la
funzione stessa di queste istituzioni. Perché se il problema fosse solo
organizzativo – questione di protocolli, di risorse, di formazione – i Paesi con
maggiori investimenti in welfare e salute mentale non dovrebbero mostrare gli
stessi pattern. Eppure li mostrano. Il che suggerisce che c’è qualcosa di
strutturale nel rapporto tra autorità, violenza e sofferenza psichica che
nessuna riforma organizzativa può risolvere da sola.
L’autorità come sistema di violenza: oltre Milgram
Quando si parla di forze dell’ordine, c’è un elefante nella stanza che i
discorsi sul benessere psicologico raramente affrontano: il fatto che queste
istituzioni sono, per definizione, agenzie di violenza legittima. Non è un
giudizio morale, è una constatazione sociologica. Max Weber lo disse
chiaramente: lo Stato moderno rivendica il monopolio dell’uso legittimo della
forza fisica. Le forze dell’ordine sono lo strumento attraverso cui questo
monopolio viene esercitato quotidianamente.
Gli esperimenti di Stanley Milgram (1963, 1974) sulla obbedienza all’autorità
hanno mostrato qualcosa di profondamente disturbante: nelle giuste condizioni
strutturali, persone ordinarie sono disposte a infliggere sofferenza ad altri
semplicemente perché un’autorità legittima glielo ordina. L’esperimento è noto:
i partecipanti credevano di somministrare scariche elettriche sempre più intense
a un’altra persona (in realtà un attore) ogni volta che sbagliava una risposta.
Il 65% arrivò a somministrare la scossa massima, potenzialmente letale, solo
perché lo sperimentatore in camice bianco diceva “continui, per favore”.
> Se un’organizzazione espone sistematicamente i suoi membri a stress cronico,
> carichi di lavoro insostenibili, turni massacranti, e poi offre qualche seduta
> di mindfulness come soluzione, sta semplicemente spostando la responsabilità
> dal sistema all’individuo.
Milgram identificò diversi fattori che facilitavano l’obbedienza: la legittimità
dell’autorità, la presenza di una struttura gerarchica chiara, la distanza dalla
vittima, la frammentazione della responsabilità, l’assenza di modelli di
disobbedienza. Tutti questi fattori sono presenti, in forma amplificata, nelle
organizzazioni militari e di polizia. L’uniforme conferisce legittimità, la
catena di comando è rigidissima, le vittime della violenza sono spesso “altri”
(criminali, devianti, stranieri), la responsabilità è diffusa nel “corpo”, e la
cultura organizzativa punisce sistematicamente chi si discosta dagli ordini.
Ma quello che Milgram ha documentato era la capacità dell’autorità di far
compiere violenza ad altri. Cosa succede quando quella stessa struttura richiede
agli individui di essere pronti a subire violenza, o a infliggerla a sé stessi
attraverso il sacrificio della propria salute mentale? Quello che Philip
Zimbardo (2007) ha chiamato “l’effetto Lucifero”: sistemi malati trasformano
persone sane in agenti e vittime di violenza contemporaneamente. Nel famoso
esperimento della prigione di Stanford (1971), Zimbardo assegnò casualmente
alcuni studenti universitari al ruolo di guardie o prigionieri in una prigione
simulata. In sei giorni, le “guardie” svilupparono comportamenti sadici, i
“prigionieri” mostrarono segni di grave stress psicologico, e l’esperimento
dovette essere interrotto. La conclusione di Zimbardo è devastante: non serve
una predisposizione personale alla crudeltà. Bastano strutture di potere
asimmetriche, ruoli rigidi, assenza di responsabilità esterna, e la
deindividuazione che l’uniforme produce.
Nelle forze dell’ordine reali, questi meccanismi non durano sei giorni. Durano
anni, decenni, intere carriere. E la violenza non è simulata: è reale,
interiorizzata, costante. Chi indossa la divisa è chiamato a infliggere ordine,
ma paga il prezzo di una disciplina che normalizza il sacrificio di sé.
Una questione di potere, non di cura
C’è dunque un ultimo livello di analisi, quello che rende davvero scomodo
guardare in faccia questo fenomeno: il suicidio nelle forze dell’ordine non
interroga solo le istituzioni che lo producono, ma anche la società che quelle
istituzioni ha costruito e continua a legittimare. La retorica pubblica sulle
forze dell’ordine oscilla tra due estremi apparentemente opposti ma
strutturalmente complementari: l’esaltazione dell’eroe in divisa, sempre pronto
al sacrificio estremo, e la demonizzazione del repressore, strumento di un
potere oppressivo. Entrambe le narrazioni, per quanto politicamente
contrapposte, condividono lo stesso meccanismo di rimozione: disumanizzano.
L’eroe non può avere paura perché la paura contraddirebbe l’eroismo, il
repressore non merita compassione perché la compassione contraddirebbe la
condanna. In entrambi i casi, la persona concreta che indossa la divisa scompare
dietro la sua funzione simbolica.
> Il suicidio nelle forze dell’ordine non interroga solo le istituzioni che lo
> producono, ma anche la società che quelle istituzioni ha costruito e continua
> a legittimare.
Il potere moderno non opera principalmente attraverso la repressione violenta ma
attraverso la produzione di soggettività normalizzate. Le istituzioni
disciplinari – scuole, ospedali, caserme, prigioni – non si limitano a
controllare i corpi dall’esterno: producono individui che interiorizzano il
controllo, che lo fanno proprio fino al punto di esercitarlo su sé stessi.
L’agente che nasconde il proprio disagio per non apparire inadeguato non lo fa
principalmente perché teme sanzioni esterne, ma perché ha interiorizzato così
profondamente i criteri di valutazione istituzionali da applicarli a sé stesso
prima ancora che lo faccia qualcun altro. Questa è la forma più efficace e più
brutale di dominio: quella che trasforma i dominati in sorveglianti di sé
stessi.
Quando Beatrice Belcuore ha deciso che la sua sofferenza era incompatibile con
la divisa che indossava, quando ha scelto di usare l’arma che lo Stato le aveva
affidato per proteggere gli altri rivolgendola contro sé stessa, non ha compiuto
un atto di follia individuale. Ha portato a compimento la logica implicita del
sistema che l’aveva formata: se non sei all’altezza, se non reggi, se la tua
fragilità emerge, allora non meriti di far parte del corpo. Il sistema non
gliel’ha detto esplicitamente – nessun comandante le ha ordinato di suicidarsi –
ma gliel’ha fatto capire attraverso mille segnali quotidiani, attraverso una
cultura che valorizza la resistenza fino all’autodistruzione e che interpreta
ogni richiesta di aiuto come ammissione di sconfitta.
Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa esonerarle
da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa giustificare le
violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli occhi sulla
funzione repressiva che oggettivamente svolgono in determinati contesti sociali
e politici. Significa qualcosa di più complesso e più difficile: accettare che
l’autorità non è una proprietà degli individui ma una relazione sociale, che chi
esercita potere è anche sempre, simultaneamente, sottomesso a un potere
superiore, che la catena di comando funziona tanto verso il basso quanto verso
l’alto, e che le persone in divisa sono insieme agenti e vittime di un sistema
che le usa e le consuma.
La condizione umana è intrinsecamente esposta alla dipendenza e alla fragilità,
e la negazione politica di questa vulnerabilità produce violenza – verso gli
altri, ma anche e inevitabilmente verso sé stessi. Le società occidentali
contemporanee hanno costruito un’idea di soggettività basata sull’autonomia
assoluta, sulla capacità di bastare a sé stessi, sul rifiuto di ogni forma di
dipendenza. Questa ideologia raggiunge il suo apice nelle professioni che
incarnano l’autorità: chi deve proteggere non può aver bisogno di protezione,
chi deve essere forte non può ammettere debolezza, chi rappresenta lo Stato non
può mostrare che anche lo Stato, in fondo, è fatto di corpi fragili e mortali.
> Riconoscere la dimensione umana delle forze dell’ordine non significa
> esonerarle da responsabilità per gli abusi che compiono, non significa
> giustificare le violenze che talvolta perpetrano, non significa chiudere gli
> occhi sulla funzione repressiva che oggettivamente svolgono.
Ma è proprio questo rifiuto della vulnerabilità che la trasforma in patologia.
Quando una società pretende che alcuni suoi membri incarnino un’invulnerabilità
impossibile, quando costruisce istituzioni che puniscono sistematicamente ogni
manifestazione di fragilità, quando offre come unica alternativa alla perfezione
l’espulsione o l’autodistruzione, sta esercitando una forma di violenza
strutturale che non è meno letale di quella fisica. I venticinque anni di
Beatrice Belcuore, la pistola d’ordinanza accanto al suo corpo, il silenzio che
ha avvolto la sua morte: tutto questo non è un’eccezione, un caso sfortunato, un
destino individuale. È il funzionamento normale di un sistema che produce morte
per poter continuare a pretendere vita.
Cambiare paradigma significherebbe ammettere che le istituzioni armate non
proteggono chi le serve, che la retorica del sacrificio maschera lo sfruttamento
sistematico della salute mentale, che ogni suicidio in divisa è anche un
omicidio istituzionale. Significherebbe riconoscere che il problema non è la
debolezza degli individui ma la violenza delle strutture, non la mancanza di
resilienza ma l’eccesso di pretese, non l’inadeguatezza di chi cede ma la
brutalità di chi pretende resistenza infinita. E significherebbe, soprattutto,
accettare che garantire sicurezza agli altri richiede prima di tutto garantirla
a chi è chiamato a produrla, che proteggere i cittadini passa necessariamente
attraverso la protezione di chi indossa la divisa, che un sistema che consuma i
propri servitori non è un sistema efficiente ma un sistema che ha cessato di
distinguere tra l’uso e l’abuso delle persone.
Finché questo rovesciamento non avverrà, i turni resteranno massacranti, i
segnali d’allarme continueranno a essere ignorati, le pistole d’ordinanza
finiranno troppo spesso dove non dovrebbero essere. E ogni volta ci racconteremo
che è stato un gesto isolato, un dramma personale, invece di riconoscere ciò che
è davvero: il risultato prevedibile di un sistema che chiede agli individui di
pagare con la propria vita ciò che l’istituzione si rifiuta di mettere in
discussione.
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