Toni Servillo è stato ospite del podcast comedy “Tintoria” di e con Daniele
Tinti e Stefano Rapone. Durante la chiacchierata, l’attore de “La Grazia” di
Paolo Sorrentino ha confermato di aver paura di volare e che ha escogitato un
curioso metodo per abbatterla.
“Uso le pasticche. – ha confessato – Ultimamente ho trovato un cocktail
interessante che sono pasticche e gin tonic, gin tonic e gin tonic. Quello devo
dire che ti mette a un certo punto un uno stato che può succedere quello che
vuoi ma non ti rendi conto. Poi approfitto un po’, questo mi vergogno molto a
dirlo, però approfitto un po’ della popolarità, per cui chiedo sempre le prime
file, capita spesso che il capitano esca per darmi la mano e io penso ‘ma posso
mai morire io con questo che mi dà la mano?’ Controllo sempre quando va nel
cesso, oppure se si piglia un caffè dico ‘basta, stiamo andando la grande’“.
E ancora: “L’ultima volta siamo andati a presentare un film in Giappone. Io sono
partito molto teso nonostante il gin tonic e le pilloline… Ad un certo punto una
signora e mi dice che il comandante mi voleva in cabina. Dico ‘ma non è
proibito?’, dice ‘no, la vuole in cabina’. E questo mi ha cominciato a parlare
del suo amore per il cinema e per il teatro che se stavamo qua mi facevo due
balle così, invece io lo incoraggiavo a parlare perché stavo in cabina con lui”.
Poi il discorso si è postato sui ricordi della Cerimonia degli Oscar quando “La
grande bellezza” ha vinto l’Oscar nel 2014 come Miglior Film Straniero. “Quello
che mi ricordo molto divertente è che loro non vogliono quando fanno gli stacchi
sul pubblico che ci siano vuote in sala…Ma io questo non l’avevo capito. Per cui
sui bordi della sala c’erano delle comparse, cioè della gente vestita con gli
smoking, gli abiti da serie che appena qualcuno si alzava perché era veniva
chiamato perché era un candidato si sedevano. Quindi io vedevo gente diversa
seduta accanto a me ogni cinque minuti, quindi ad un certo punto mi sono chiesto
se c’era qualcosa che non andasse in me”.
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sempre i movimenti del comandante se va al cesso o prende il caffè”: lo rivela
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Tutti sull’attenti: passa il presidente Paolo Sorrentino. Se Checco Zalone è il
premier guascone eletto a furor di popolo, ecco pronto il più classico richiamo
all’ordine dal Colle. La grazia, undicesimo film del 55enne regista napoletano,
esce nelle sale in queste ore con tutta la sua rassicurante mattarelliana
estetica presidenziale (mentre per il premierato il cuore di Paolo batte per
Draghi). Protagonista del film è Mariano De Santis (Toni Servillo, meritata
coppa Volpi a Venezia 2025), ex giurista cattolico, ora presidente della
repubblica indeciso (o forse già troppo deciso in partenza) nel non concedere la
grazia a due assassini e nel non firmare la legge sull’eutanasia. Non
preoccupatevi. Nessun cinema imbalsamato modello corazzieri del Quirinale (qui
la nostra recensione da Venezia). Di sorrentinismo – sfiancante simbolismo,
aforismi, formalismi – ce n’è per tutti i gusti: il papa nero in motoretta che
si fa le canne, Guè Pequeno medaglia della presidenza della repubblica che
canticchia tra gli stucchi, il coro degli alpini che canta e il videoclip
ultramoderno. Ma è come se tutto venisse risucchiato dall’intimità fragile e
nascosta del suo protagonista.
SORRENTINO È UN FRAGILISSIMO DISILLUSO SENTIMENTALE
Inutile girarci attorno. In La grazia c’è quella cosa vibrante, profonda,
personalissima, che oltre ai carrelli verso il vuoto, Sorrentino si porta dietro
da L’uomo in più, facendola riemergere ogni tanto oltre la superficie dello
stile. Nostalgia, dolore, fallimento, fatica di vivere. E il contenitore che la
conserva si chiama poetica. Sorrentino però non la spiattella mai realmente sul
naso facendo male allo spettatore (quando l’ha fatto con È stata la mano di Dio
abbiamo urlato al capolavoro). Tutta l’enfasi espressiva del made in Paolo è
come una cortina fumogena (molti la amano, altri la detestano) per covare
continuamente sotto la cenere quell’anima inquieta, triste, depressa che ad
esempio in La Grazia riaffiora. De Santis/Servillo, e ve lo dovrete mettere in
testa subito, più che il robotico amato Draghi vive la lacerante incertezza di
Lino Banfi in Spaghetti a mezzanotte: la sua amata moglie gli ha fatto le corna?
E proprio per questo, in maniera ben poco “tecnica”, le scelte del presidente De
Santis sono tutt’altro che ponderate, ma molto di pancia, anzi di cuore: il suo.
Una grazia, del resto, non verrà concessa proprio perché quell’assassino che la
chiede, secondo il Mariano che di problemini sentimentali in famiglia sembra
averne avuti, non ha mai amato la donna che ha comunque ucciso.
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andare al cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.