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Paolo Sorrentino spiazza tutti e si concede un bagno di folla: firma autografi e posa per i selfie, ma c’è un’altra versione della serata a Torino
Sì, il bagno di folla sì. Paolo Sorrentino stupisce ancora una volta. Dopo anni e anni di riservato silenzio, e di una certa ostinata timidezza, il regista napoletano sembra apprezzare la vicinanza con il suo pubblico. Nelle scorse ore è finito sui social un breve video in cui Sorrentino arriva davanti al cinema Nazionale di Torino dove viene proiettato La Grazia, scende dall’auto e con una certa fermezza comunica all’addetto alla sicurezza che si ferma a firmare autografi e a fare selfie. Di sorrisi nemmeno a parlarne, ma per questa volta basta il pensiero. Archiviato il video va segnalato che la versione del Corriere di Torino sulla serata del 18 gennaio è piuttosto differente. Sorrentino non sarebbe poi entrato a salutare il pubblico pagante della proiezione precedente a quella più “istituzionale” dove erano presenti autorità locali e troupe (La Grazia, infatti, è stato abbondantemente girato in Piemonte ndr) . Qui, invece, è entrato parlando per un tempo che il cronista del Corriere segnala di 140 secondi. “Volete una poesia? Sapete non sono bravo a fare questi discorsi, ma ringrazio voi e Torino, in cui mi trovo benissimo. Il detto “falsi e cortesi” non vi appartiene”, ha spiegato microfono in mano il regista. Risultato? Gli spettatori che erano in sala per la proiezione senza autorità mentre sciamavano si sono lamentate dell’assenza del divo, ma anche quelli che erano in sala assieme al sindaco e a tutto il cucuzzaro sabaudo non pare siano rimasti contentissimi. E dire, appunto, che da Parthenope, il regista napoletano ha incominciato non solo a presenziare fisicamente in decine di proiezioni in tutta Italia (quelle con Gué Pequeno a Milano sono diventate virali ndr), ma per La Grazia, assieme a Toni Servillo, è andato anche nelle scuole. Insomma, un cambio di rotta, chissà, forse, qualche sera non proprio di totale suo gradimento, che mostra un atteggiamento differente all’accompagnamento dei titoli sfornati nei primi anni dal regista napoletano dove la sua presenza in sala o anche solo la sua disponibilità per interviste o incontri pubblici era molto meno frequente. La Grazia, peraltro, sta andando parecchio bene al box office, tanto che dopo nemmeno una settimana di programmazione è già oltre i 3 milioni di euro di incassi. > View this post on Instagram > > > > > A post shared by Francesco Capone (@spaccacalciopiratayoutube) L'articolo Paolo Sorrentino spiazza tutti e si concede un bagno di folla: firma autografi e posa per i selfie, ma c’è un’altra versione della serata a Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Esce La Grazia di Paolo Sorrentino: sei cose da leggere prima di andare al cinema
Tutti sull’attenti: passa il presidente Paolo Sorrentino. Se Checco Zalone è il premier guascone eletto a furor di popolo, ecco pronto il più classico richiamo all’ordine dal Colle. La grazia, undicesimo film del 55enne regista napoletano, esce nelle sale in queste ore con tutta la sua rassicurante mattarelliana estetica presidenziale (mentre per il premierato il cuore di Paolo batte per Draghi). Protagonista del film è Mariano De Santis (Toni Servillo, meritata coppa Volpi a Venezia 2025), ex giurista cattolico, ora presidente della repubblica indeciso (o forse già troppo deciso in partenza) nel non concedere la grazia a due assassini e nel non firmare la legge sull’eutanasia. Non preoccupatevi. Nessun cinema imbalsamato modello corazzieri del Quirinale (qui la nostra recensione da Venezia). Di sorrentinismo – sfiancante simbolismo, aforismi, formalismi – ce n’è per tutti i gusti: il papa nero in motoretta che si fa le canne, Guè Pequeno medaglia della presidenza della repubblica che canticchia tra gli stucchi, il coro degli alpini che canta e il videoclip ultramoderno. Ma è come se tutto venisse risucchiato dall’intimità fragile e nascosta del suo protagonista. SORRENTINO È UN FRAGILISSIMO DISILLUSO SENTIMENTALE Inutile girarci attorno. In La grazia c’è quella cosa vibrante, profonda, personalissima, che oltre ai carrelli verso il vuoto, Sorrentino si porta dietro da L’uomo in più, facendola riemergere ogni tanto oltre la superficie dello stile. Nostalgia, dolore, fallimento, fatica di vivere. E il contenitore che la conserva si chiama poetica. Sorrentino però non la spiattella mai realmente sul naso facendo male allo spettatore (quando l’ha fatto con È stata la mano di Dio abbiamo urlato al capolavoro). Tutta l’enfasi espressiva del made in Paolo è come una cortina fumogena (molti la amano, altri la detestano) per covare continuamente sotto la cenere quell’anima inquieta, triste, depressa che ad esempio in La Grazia riaffiora. De Santis/Servillo, e ve lo dovrete mettere in testa subito, più che il robotico amato Draghi vive la lacerante incertezza di Lino Banfi in Spaghetti a mezzanotte: la sua amata moglie gli ha fatto le corna? E proprio per questo, in maniera ben poco “tecnica”, le scelte del presidente De Santis sono tutt’altro che ponderate, ma molto di pancia, anzi di cuore: il suo. Una grazia, del resto, non verrà concessa proprio perché quell’assassino che la chiede, secondo il Mariano che di problemini sentimentali in famiglia sembra averne avuti, non ha mai amato la donna che ha comunque ucciso. L'articolo Esce La Grazia di Paolo Sorrentino: sei cose da leggere prima di andare al cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tornano in sala Danny Boyle e Paolo Sorrentino: un’instancabile osservazione umana
Nel 2002 Danny Boyle aveva riscritto a modo suo la parabola dell’apocalisse zombie lanciandola come un sasso sulla sua Londra, resa deserta e inquietante. Lui in immagini per la regia, Alex Garland in sceneggiatura. 28 giorni dopo lanciò l’irlandese Cillian Murphy, futuro premio Oscar per Oppenheimer, e impose all’immaginario collettivo una nuova idea di zombie movie dalle corse indiavolate, e soprattutto legata più strettamente a un virus che a una non-morte soprannaturale. Una specie di rabbia, malattia peraltro metafora tragica di un mondo ipercinetico che ha perso ogni grazia. I giorni diventarono 28 settimane dopo, e poi 28 anni nel sequel del 2025, ai quali oggi si aggiunge un quarto capitolo sempre più truculento, 28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa, dove quell’umana grazia tenterà di recuperarla il dottor Kelson, alias Ralph Fiennes. Comparso nel franchise già al capitolo precedente, il suo personaggio cercherà di domare/educare l’alpha, il capobranco degli infetti. La regia passa a Nia DaCosta, scrittura sempre di Garland, e producer Boyle. La regista newyorkese sembra accantonare lo zombie movie per un horror organico e splatter, ma anche più lineare, quasi quanto le teste e le spine dorsali strappate a mani nude dall’apha. Esseri umani come gamberetti. La sua narrazione si concentra sui conflitti dei vivi mettendo di fronte Fiennes e Jack O’Connell, titolare di un nuovo cattivello niente male, che si aggira comandando un manipolo di ragazzi in tuta, tutti ribattezzati Jimmy. Ci ricorda un po’ il primo Negan di The Walking Dead, con uno stile formale dalle parti dei Drughi di Arancia Meccanica. Se questo quarto capitolo vi dovesse conquistare, sappiate che ne è previsto un altro, chissà se l’ultimo, che dovrebbe dirigere il regista di Trainspotting. Ma come piccolo spoiler, senza rifar nomi, torna a quanto pare una vecchia conoscenza del franchise, un attore spesso in stato di grazia nelle sue performance. Con tutti questi sequel, di chi saranno i nostri 28 anni, o giorni al cinema? E siamo giunti a Paolo Sorrentino, che dopo la storia tutta femminile di Parthenope, riprende con sé in scrittura Umberto Contarello mettendo insieme un pastiche che potremmo collocare tra Il Divo (che firmò da solo) e Loro (sceneggiato a quattro mani con lo scrittore padovano). Toni Servillo veste i panni carismatici di un Presidente della Repubblica uscente, Anna Ferzetti quelli della figlia giurista e infaticabile assistente del padre. A sei mesi dalla fine del mandato, Mariano De Santis deve decidere se concedere la grazia in due casi di omicidio, in più rifinire e nel caso firmare la nuova legge sul diritto all’eutanasia. Stavolta si va dritti su temi caldi e attualissimi. Giocando a contrasto, i giorni del Presidente Servillo sono scanditi dal garbo del Quirinale e ritmati da musica tecno più il rap di Gué. Lo sguardo di Sorrentino riempie e compone magistralmente come sempre i grandi spazi delle scene. La grazia sintetizza nel titolo il suo intento, lo raggiunge in modo molto maturo e spirituale, ma non moralista, poiché il Presidente di Sorrentino, vagamente simile per pochi aspetti al vero Presidente Sergio Mattarella ma ben lungi dall’idea biopic, pone su tutto una riflessione alimentata dal tempo, dallo studio, dalla conoscenza profonda e rispettosa della materia giuridica quanto delle persone, e quindi mira all’instancabile osservazione umana, fatta di passioni quanto a volte di compassione. Nello scandagliare l’umano la coppia Contarello/Sorrentino è imbattibile. Forse la più netta novità nella loro formula è una nuova concettualizzazione nobile della burocrazia. Piaccia o meno, nella filmografia di Sorrentino appare oramai chiara una bilanciata alternanza tra titoli con il gigante Servillo in testa, e pastiche con protagonisti one shot. Slalom di storie e characters che intreccia anche l’alternanza tra la scrittura in solitaria e quella a quattro mani con Contarello. Ultima nota è per Ferzetti. Perfetta e non satellitare, aspettiamo il ruolo che la porti ancora più su come merita. Come la Veronica Lario di Elena Sofia Ricci (in Loro), il suo personaggio e la sua forza attoriale avrebbero tenuto un film da protagonista, entrambe con un Servillo più laterale. Ma forse la recente Parthenope è solo la prima delle nuove eroine protagoniste assolute di Sorrentino. #PEACE L'articolo Tornano in sala Danny Boyle e Paolo Sorrentino: un’instancabile osservazione umana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il Paese pareva in ottime mani quando c’era Mario Draghi e lo era. Su Giorgia Meloni non penso tanto, i politici di oggi non li capisco molto”: così Paolo Sorrentino
Il presidente della Repubblica che ha ispirato Paolo Sorrentino nel suo nuovo “La Grazia” non ha rispondenza nella realtà. Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella? “Due giuristi, due cattolici. Qui finisce l’analogia tra l’attuale presidente della Repubblica e quello inventato da noi”. Lo dice lo stesso regista al Corriere della Sera. E quando Aldo Cazzullo gli chiede conto di un momento preciso della pellicola, quando il ‘suo’ Presidente dice ‘Finalmente il Paese è in sicurezza‘, Sorrentino ribatte: “Ho scritto quella frase pensando a quando il presidente del Consiglio era Mario Draghi. Il Paese pareva in ottime mani, e lo era (…). Le mani migliori erano quelle di Draghi”. Su Giorgia Meloni, dice, “non penso tanto. I politici di oggi non li capisco molto. La situazione mondiale è talmente intricata e nuova, non per colpa loro, che mi pare si muovano in maniera contraddittoria. Se fossi un politico, troverei grande difficoltà a capire con chi stare e cosa fare“. Molta politica, nell’intervista, con il parallelismo col film a fare da volano per le domande. E poi il momento il cui il presidente della Repubblica de “La grazia” affronta il dilemma sul firmare o meno la legge sull’eutanasia: “Il fine vita è un caso emblematico in cui la verità non è così netta, così oggettiva, così facile da raggiungere. Cosa è giusto fare? Possono essere giuste le obiezioni dei cattolici. Può esser giusta l’eutanasia. È difficile trovare una posizione netta sul tema dei temi, che è la morte. Quando Kafka dice che il senso della vita è che finisce, ci sta dicendo questo”. E lui, Sorrentino, cosa ne pensa? “Io sono favorevole. Mi hanno colpito le parole di Martina Oppelli, una donna cui è stato negato più volte il suicidio assistito, è dovuta andare in Svizzera. In una sorta di confessione testamentaria, diceva: ci negate questo diritto, ma voi non avete idea di quanti tentativi io abbia fatto per vivere. Martina rovescia la nostra convinzione. Lei ha trascorso l’intera esistenza, nonostante sofferenze atroci, a cercare di vivere. E questo va rispettato. Esiste il diritto a morire”. Si torna sul piano politico quando Sorrentino commenta una cosa che si diceva su Silvio Berlusconi, ‘però è simpatico’ e il fatto che anche Meloni sia considerata ironica: “La politica è cosa troppo seria per lasciare spazio alla simpatia e all’antipatia. Berlinguer e Moro erano simpatici? Forse no, ma che importanza ha? Erano due statisti, due persone responsabili, due studiosi che, indipendentemente dalla bontà delle loro scelte, cercavano di fare il bene pubblico (…). La simpatia attiene alla sfera della vita privata. Cerchiamo di contornarci di persone simpatiche. Un cantante, un attore possono essere simpatici. Nella politica mi pare del tutto irrilevante. Non andrei mai da un medico perché mi è simpatico: la medicina attiene alla salute, non ci interessa molto se il medico è simpatico, deve avere altre qualità”. E i napoletani, gli chiede Cazzullo, sono considerari simpatici? “I napoletani sono molto simpatici. Ma hanno una grande consapevolezza di essere simpatici. E quando sei consapevole di una cosa, tendi ad abusarne, cadendo nel sentimento opposto: diventi antipatico. Questo a Napoli è evidente appena si sale su un taxi. Continuo a pensare che il senso dell’ironia dei napoletani mi si confaccia tantissimo: ha punti di collegamento con lo humour anglosassone, un altro tipo di humour cui posso trascorrere intere giornate a dedicarmici”. Se ‘alcuni attori – come Verdone o Ferilli – si siano sentiti “usati” ne La Grande Bellezza, a Paolo Sorrentino in fondo non importa: “Non penso. Con Verdone ho ottimi rapporti, ci sentiamo. Anche con la Ferilli li ho avuti. Non lo so, e mi interessa anche poco. La vita è noiosa, uno cerca sempre un motivo per movimentarla, per litigare. Ogni tanto ci scegliamo un nemico per sfuggire la noia“. E con Toni Servillo? “Mai (litigato, ndr). Tra noi c’è un non detto, un rispetto reciproco che è una costante della nostra relazione. E poi, come me, è un grande lavoratore”. Impossibile non riportare i cinque film della sua vita: “Ne ho quattro. Otto e mezzo di Fellini, C’era una volta in America di Leone, Toro scatenato di Scorsese e L’uomo che amava le donne di Truffaut”. L'articolo “Il Paese pareva in ottime mani quando c’era Mario Draghi e lo era. Su Giorgia Meloni non penso tanto, i politici di oggi non li capisco molto”: così Paolo Sorrentino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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