L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che
cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e
della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi
anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori
sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava
quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che
si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non
erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio
buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.
Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal
Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che
permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In
quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in
scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che
il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria
dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il
contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più
dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto
finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro.
Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò
accidentalmente il mondo (2026).
Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini
comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto,
il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e
caratteristiche inedite.
> Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria
> unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e
> sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato
> scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.
Nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana la natura era un rifugio allettante
rispetto a una realtà di guerre, malattie e povertà. La disperazione
tratteggiata dai romanzi di Charles Dickens era un resoconto veritiero della
condizione dei ceti meno abbienti e l’eccezionale sviluppo industriale portava
con sé anche tensioni sociali e paura. Lo scorrere regolare di giorni e
stagioni, la bellezza e la perfezione animale e vegetale, dai colori dei fiori
alla leggiadria delle farfalle, dal prodigio dell’occhio umano a quello del
cuore di una balena, apparivano come un meraviglioso dono di un padre
misericordioso che, al centro di quell’idillio, aveva posto l’essere umano. O,
forse, sarebbe ancora più calzante parlare di Uomo, in un periodo storico in cui
il maschio bianco, europeo e benestante era il destinatario privilegiato di
qualsiasi forma di riconoscimento e attenzione.
Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una
serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa
prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura,
scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti
e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone
di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si
diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si
concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano
accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo
che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era
dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da
quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto
per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di
questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.
> Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la
> gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai
> creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature
> sconosciute e terribili.
Come scrisse l’antropologo Loren Eiseley e riporta Dolnick: “Il concetto di
estinzione nel passato geologico era come uno spiffero freddo da una cantina
buia. Gelava l’anima. Faceva nascere sospetti sulla natura di quel mondo
confortevole, il migliore di tutti i mondi, creato a misura d’uomo”. Che ne era
stato dell’orologiaio onnisciente di cui scriveva William Paley nella sua
Teologia naturale? L’idea che potesse aver plasmato un mondo privo dell’essere
umano e poi distrutto parte della propria creazione appariva difficile da
accettare. La prospettiva emersa dal ritrovamento dei fossili lasciava sgomenti
e, allo stesso tempo, meravigliati. Sono sentimenti che fatichiamo a cogliere
nel loro valore e nella loro intensità, ma l’autore prova a restituirli
paragonando gli scienziati dell’Ottocento inglese agli attuali astronomi alla
ricerca di vita extraterrestre:
> Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il
> loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché
> estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono
> dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di
> disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti
> affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e
> uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano
> stupefatti.
La differenza è che gli abitanti del passato emersero all’improvviso, in modo
del tutto inatteso, nell’epoca vittoriana. Al contrario, gli abitanti di altri
pianeti li stiamo cercando attivamente e un loro eventuale ritrovamento
difficilmente ci coglierebbe davvero di sorpresa. Già dall’antichità gli esseri
umani erano venuti in contatto con le vestigia di ere geologiche lontane: da
principio le incorporarono in miti e leggende e solo molto dopo, ad esempio con
Robert Hooke nel Seicento, cominciarono a familiarizzare con l’ipotesi che
quelle conchiglie che si trovavano in cima alle montagne fossero l’indizio che
svelava che quelle terre erano state sommerse e che quei resti non erano gli
avanzi di un pic-nic pietrificati con il trascorrere del tempo, come sembra
avesse suggerito un incauto Voltaire.
Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di
uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il
“mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di
ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla
rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una
raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati
capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.
> Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani
> abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo
> grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il
> pregio della leggerezza.
Nelle prime pagine compare Mary Anning, una donna povera, ma tenace e curiosa,
una cercatrice di fossili instancabile a cui dobbiamo i primi scheletri completi
o quasi di ittiosauro e plesiosauro e il primo fossile di pterodattilo rinvenuto
in Inghilterra; si viene introdotti nelle cene a base di animali spesso
inconsueti di William Buckland, stravagante geologo di Oxford che descrisse e
battezzò il megalosauro, in seguito riconosciuto come il primo dinosauro mai
identificato; sembra di scorgere Gideon Mantell, medico di campagna ossessionato
dai fossili sin dall’infanzia, mentre strappa a un’esistenza disgraziata la
gioia per il riconoscimento dei resti da lui ritrovati e identificati di un
iguanodonte, tanto più che a conferire validità alla scoperta fu Georges Cuvier,
considerato la stella polare dell’anatomia e citato persino da Sherlock Holmes
per le sue abilità deduttive nel racconto I cinque semi d’arancio di Arthur
Conan Doyle. Questi sono solo alcuni degli studiosi descritti con una penna
allegra, vivida e mai pedante da Edward Dolnick, in un saggio che ha il pregio
della leggerezza.
Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine
“dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield,
tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria
onnicomprensiva. L’autore spiega:
> La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a
> qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere
> questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso
> per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in
> cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era
> messo a guardare soddisfatto.
Questo sforzo interpretativo non bastò e la cena con il dinosauro fu l’ultima
occasione per festeggiare e credere in una storia della Terra edificante, in cui
l’essere umano continuava a essere al centro della scena. I tempi – e la società
– erano ormai maturi per ammettere che fosse solo una specie tra le tante,
nolente o volente soggetta alle implacabili regole dell’evoluzione.
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È il 31 dicembre 1853, il giorno della vigilia di Capodanno. Al Crystal Palace,
sorta di fantasmagorica epopea di vetro e ferro costruita a Londra due anni
prima per ospitare l’Esposizione universale, ventuno illustri scienziati e una
manciata di altri invitati stanno festeggiando il congedo dall’anno appena
passato, e più in generale da una stagione gloriosa per la geologia e la
paleontologia. A chi irrompesse nel mezzo della scena, apparirebbe questa
visione: alcuni scienziati siedono nel ventre gigantesco di quello che in un
primo momento può sembrare una creatura favolosa; si tratta di un modello in
scala reale di un iguanodonte realizzato dallo scultore Benjamin Waterhouse
Hawkins, uno dei molti costruiti con la consulenza di Richard Owen (colui al
quale si deve il termine “dinosauro”) proprio per l’esposizione al Crystal
Palace, la prima in cui la gente poteva posare “gli occhi su un dinosauro nella
sua presunta forma reale” (Edward Dolnick, A cena con il dinosauro, 2026).
Tra le portate della cena figuravano zuppa di finta tartaruga, merluzzo con
salsa alle ostriche, filetti di merlano, pasticcio di piccione in crosta,
costolette di montone al pomodoro, salmì di pernice, insieme a dolci di ogni
tipo e altri mezzi di stordimento culinario; Dolnick descrive così la bizzarra
cena che si stava consumando nel ventre della “bestia”: “l’intera serata fu un
tributo agli eccessi vittoriani, dagli abiti degli invitati alle enormi sculture
che affollavano lo studio d’artista”; il dinosauro “era tanto grande e alto che
i camerieri con i vassoi d’argento dovevano salire una scala per raggiungere i
commensali. La schiena della bestia era stata rimossa, per fare spazio ai
tavoli. Richard Owen, la star della serata assieme a Hawkins, sedeva al posto
d’onore del tavolo principale (ed era situato nella testa dell’iguanodonte)”. Lo
sfarzo della cena, il suo esasperato trionfalismo, non passano certo
inosservati, tanto che il Quarterly Review, parlando del banchetto, si chiede
scherzosamente: “Sauri, pterodattili tutti! […] Sognaste mai […] di una razza
che sarebbe venuta a sedere sui vostri sepolcri e a cenare sui vostri
fantasmi?”. In ogni caso, c’è poco da fare: il sepolcro è scoperchiato, così
come il “ventre del paleontologo”, nel quale fermentano gli umori di un’epoca
interamente ostinata nella propria caccia a un misterioso passato sepolto, da
dissotterrare.
“All’inizio degli anni cinquanta dell’Ottocento” scrive ancora Dolnick, “gli
scienziati erano esultanti. Geologi e paleontologi potevano esibire mezzo secolo
di risultati. Partiti dal nulla – prima del 1795 la parola geologia non
esisteva, e per paleontologia si dovette attendere il 1833 – avevano ottenuto un
trionfo dopo l’altro. Avevano scoperto mucchi di fossili, resuscitato
innumerevoli creature, spalancato le porte del tempo, combattuto i loro stessi
dubbi religiosi e sgominato i rivali fondamentalisti. Era ora di festeggiare”.
Ma questa arte della “resurrezione” del passato, proprio perché trionfale, non è
solo la ricostruzione di un mondo perduto ma la sua precisa invenzione: la
predisposizione di un secolo a trovare, in ciò che è sepolto, un mandato di
potenza per il futuro o (è l’esempio degli Stati Uniti) la causa della propria
“naturale” superiorità.
> Questa arte della “resurrezione” del passato, proprio perché trionfale, non è
> solo la ricostruzione di un mondo perduto ma la sua precisa invenzione: la
> predisposizione di un secolo a trovare, in ciò che è sepolto, un mandato di
> potenza per il futuro o la causa della propria “naturale” superiorità.
Passato e futuro ricevono in parte un marchio coloniale, vengono dominati da un
ingegno onnivoro che inevitabilmente fabbrica una parte di ciò che scopre, e la
arruola per i suoi scopi. Secondo quest’ottica, tanto il ventre del dinosauro
quanto il palazzo di vetro e la locomotiva sono tecnologie ugualmente moderne,
nonostante il loro intervallo temporale. Anzi: una tecnologia implica l’altra,
si trova a causarla: “durante l’epoca vittoriana si scavò a più non posso, per
costruire ferrovie, strade e canali. Gli operai a volte disseppellivano ossa
enormi e misteriose”. In questa fase il dinosauro, in quanto macchina
ricostruita ‒ avventurosamente e pezzo per pezzo ‒ dalla paleontologia,
partecipa a un clima culturale di esasperata fede nel progresso, che finirà per
inabissarsi con la titanica caduta a picco del primo Novecento, per poi
riemergere dopo la Seconda guerra mondiale. In ogni caso, il dinosauro è una
macchina integralmente moderna; ecco perché, “agli occhi dei vittoriani, le
enormi sculture” di Benjamin Waterhouse Hawkins esposte al Crystal Palace “erano
degne di essere celebrate quanto le macchine a vapore, la locomotiva o qualunque
altro simbolo di modernità e potenza”.
La fortuna del dinosauro è destinata a superare gli sfarzi di quella leggendaria
cena per il Capodanno: soggetta a cicli di assopimento e improvvisa ricomparsa,
la “dinomania” è la figura di un’ossessione per una creatura che, di decennio in
decennio, di sfigurazione in sfigurazione, ha incarnato un diverso modo di
riflettere la modernità, i suoi stendardi, i fallimenti e le fobie più
recondite. Se oggi tale mania pare parzialmente sopita è soltanto perché il
sogno tecnoentusiasta della de-estinzione non ha ancora raggiunto il proprio
pieno mandato: il potenziale di una risuscitazione ben oltre quelle suggerite da
film come Jurassic Park. È quindi decisivo, alla luce di questa agitazione,
ricominciare a frequentare il dinosauro (e il suo dilemma) secondo una “biologia
delle immagini”: un rapporto cioè che ne segua la vitalità, la latenza, la
formula d’irruzione, i pericoli d’estinzione sempre scongiurati e dunque anche
la ricomparsa ciclica nel discorso pubblico.
“Una delle continuità più sorprendenti nella storia delle immagini di dinosauri”
scrive infatti W.J.T. Mitchell “è il concetto di resurrezione, ovvero l’idea che
le immagini non siano semplici ricostruzioni o restauri, ma che riportino in
vita i morti. Il mito moderno centrale della resurrezione scientifica,
Frankenstein, viene a sua volta resuscitato nella storia di Jurassic Park, in
cui le nuove tecnologie dell’ingegneria genetica, della clonazione e
dell’informatica vengono mobilitate per creare un nuovo tipo di ‘animazione’ dei
morti. Ma l’idea di resuscitare il dinosauro non ha origine da Jurassic Park. È
centrale nell’esposizione pubblica del dinosauro fin dall’inizio”; e, diremmo
oggi, l’idea del dinosauro è essa stessa l’idea del re-boot, del remake, di un
passato che non si può lasciare andare ‒ che ha sempre-da-tornare. Per questo
l’immagine del dinosauro, questo vecchio “totem della modernità”, non ci ha
ancora davvero lasciati. La bizzarra cena vittoriana, sigillo di un’epoca,
lasciava già presagire che la vita simbolica del dinosauro
> sarebbe sopravvissuta più di quanto, nel 1854, si sarebbe potuto immaginare.
> Il dinosauro diventerà, infatti, il totem della modernità. Il suo gigantismo
> diverrà l’immagine vivente delle tecnologie moderne, in particolar modo dei
> grattacieli; i suoi connotati di violenza e di distruzione rapace nutriranno i
> modelli neodarwinistici del capitalismo come ordine naturale della società; il
> suo status di specie estinta evocherà l’emergente distruzione di massa e il
> genocidio come realtà globale del XX secolo, e la sempre maggiore velocità dei
> cicli di innovazione e obsolescenza. (Pictorial turn. Saggi di cultura
> visuale, 2017)
Dunque, nonostante il calare della dinomania, la domanda resta “attuale”: oggi
siamo ancora nel ventre del dinosauro? Oppure l’idea stessa del dinosauro si è
rivelata essere un dinosauro? Per rispondervi, occorrerà dissotterrare qualche
vicenda di vecchi fossili e giocattoli, passare per nuovi medioevi e
rinascimenti, trovare e perdere la frontiera, e partire da una bizzarra visione
cosmica.
The last dinosaur book
Nell’anno in cui scrive il suo libro sui dinosauri, il 1998, W.J.T. Mitchell è
Distinguished service professor of English and Art History alla University of
Chicago; rinomato studioso delle immagini, ha già pubblicato diverse opere,
inclusa Picture Theory (1994), dove attraversa la cosiddetta svolta visuale
(pictorial turn) della cultura contemporanea. Mitchell è dunque un iconologo,
che fino a questo momento non ha avuto rapporti approfonditi con la
paleontologia. Perché allora occuparsi di un tema considerato così triviale al
di fuori dell’ambito puramente scientifico?
> Soggetta a cicli di assopimento e ricomparsa, la “dinomania” è la figura di
> un’ossessione per una creatura che, di decennio in decennio, di sfigurazione
> in sfigurazione, ha incarnato un diverso modo di riflettere la modernità, i
> suoi stendardi, i fallimenti e le fobie più recondite.
Una prima risposta la dà Mitchell nell’introduzione al libro, che lui concepisce
come se fosse “l’ultimissimo” sul tema. Adottando proprio una prospettiva
cosmica: se una civiltà aliena, in un futuro remoto, dovesse piombare su un
pianeta Terra dove la vita umana è oramai estinta, troverebbe estremamente
affascinante la quantità di materiale che riguarda i dinosauri. Non parliamo
soltanto di fossili; anzi: il loro numero è esiguo se confrontato con la
quantità di riproduzioni di questo immenso gruppo di sauropsidi diapsidi. I
dinosauri sono ovunque, soprattutto negli anni Novanta della piena riesplosione
della dinomania, in parte innescata dal successo del film Jurassic Park (1993)
di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Michael Crichton. A rifletterci oggi,
dove pure assistiamo a un ritorno del Jurassic World e del suo franchise,
risulta difficile capire in quale clima culturale il libro di Mitchell (mai
tradotto in Italia) stesse venendo alla luce:
> Il mondo è invaso dai dinosauri: […] immagini, descrizioni, racconti, modelli,
> giocattoli, repliche di ossa, impronte e scheletri. Probabilmente ci sono più
> immagini di dinosauri sulla Terra alla fine del ventesimo secolo di quante ci
> fossero vere creature nell’antichità. Sono fuggiti dal laboratorio e dal
> museo, spuntando nei centri commerciali, nei parchi tematici, nei film, nei
> romanzi, nelle pubblicità, nelle sitcom, nei cartoni animati e nei fumetti,
> nelle metafore e nel linguaggio quotidiano. “Sono,” come mi ha recentemente
> detto un eminente paleontologo, “una malattia”.
L’immaginazione collettiva è contagiata da queste creature, in un miscuglio di
scienza, pseudoscienza, paccottiglia e mitologia, che vede le cose sversarsi una
sull’altra, fare di un termine già da principio confuso, “dinosauro”, l’oggetto
prediletto di un traffico di immagini che vanno dal gigantesco affresco
realizzato nel 1947 da Rudolph Zallinger per il Peabody Museum of Natural
History fino al McDonald’s Value meal a tema Jurassic Park promosso dalla catena
di fast-food nel giugno 1993. Peraltro, come racconta Britt Wray in un saggio
dedicato alla necrofauna, l’invenzione stessa del romanzo di Michael Crichton
nasce da un intrico di esplorazione scientifica, mania speculativa e puro
divertimento.
Nel 1983, a Bozeman, un gruppo di genetisti riuniti sotto il nome di Extinct DNA
Study Group s’incontra per discutere una questione allora marginale: è possibile
recuperare DNA da organismi estinti? L’atmosfera è quella di un convegno
specialistico, tecnica e prudente. Tra i presenti c’è George Poinar Jr.,
studioso di insetti conservati nell’ambra, materiale anidro e dunque favorevole
alla preservazione di strutture cellulari. L’ipotesi nasce da un dato concreto:
alcune zanzare cretacee, intrappolate nella resina, mostrano addomi rigonfi di
sangue. Se le cellule dell’insetto possono conservarsi, è plausibile che si
conservi anche il loro DNA; e se nel loro addome è presente sangue di dinosauro,
allora potrebbe esservi traccia anche del suo materiale genetico. Un articolo
pubblicato su Science, firmato da Poinar e da sua moglie Roberta Poinar,
documenta la presenza di organelli cellulari intatti in una mosca di 40 milioni
di anni conservata in ambra baltica; questo rafforza l’idea che frammenti di DNA
possano sopravvivere per tempi profondi.
> Negli anni Novanta l’immaginazione collettiva è contagiata da queste creature,
> in un miscuglio di scienza, pseudoscienza, paccottiglia e mitologia, che vede
> le cose sversarsi una sull’altra, fare di un termine già da principio confuso,
> “dinosauro”, l’oggetto prediletto di un traffico di immagini.
Il passo successivo è solamente teorico, ma comunque vertiginoso: estrarre le
sequenze genetiche residue, leggerne le basi e tentare una ricostruzione
genomica per via inversa, colmando le lacune con materiale genetico affine: “se
si fosse potuto estrarre il DNA dalle cellule di sangue del dinosauro
intrappolate nell’insetto a sua volta intrappolato nell’ambra, e poi leggere la
lunga sequenza di basi molecolari che costituiscono il DNA ‒ adenina, citosina,
timina e guanina, o più brevemente A, C, T e G ‒ si sarebbe potuto forse
‘resuscitare’ la creatura a partire dal suo codice”.
Chiaramente, le difficoltà tecniche superano la fattibilità del progetto; per i
ricercatori si tratta di una divertente speculazione, un primo accenno ‒ da non
prendere troppo sul serio ‒ di quello che potrebbe accadere in un futuro
prossimo. Decidono così di pubblicarla in una piccola newsletter accademica, ed
è qui che entra in gioco uno scrittore chiamato Michael Crichton:
> In qualche modo, Crichton entrò in possesso dell’articolo e contattò Poinar,
> chiedendogli se potesse attingere alle sue conoscenze per un romanzo che stava
> scrivendo. Poinar accettò volentieri, anche se Hendrik ricorda che suo padre
> in seguito lo rimproverò, pensando che avrebbe potuto intuire lui stesso il
> potenziale da bestseller ‒ un pensionamento anticipato non sarebbe stato male.
> Ebbe comunque l’umiltà di riconoscere che Crichton aveva svolto un lavoro di
> gran lunga superiore nel portare questa storia fuori dal laboratorio e dentro
> l’immaginazione del grande pubblico. (B. Wray, Rise of the Necrofauna, 2017)
Crichton intuisce che l’immagine del dinosauro resuscitato ha un potenziale
contagioso; Spielberg farà il resto. Ma come nel caso di Poinar, anche la
rappresentazione filmica di Jurassic Park intreccia speculazione e ideologia,
richiama un paradigma ‒ quello del “Rinascimento dei dinosauri” ‒ che deve molto
al suo celebre coniatore: Robert Bakker (ci torneremo tra poco). A cosa si
contrappone questa rinascita? Qual è la vita biologica dell’immagine del
dinosauro prima di questa modernità, e del suo nuovo bestiario? Per capire come
una specie possa diventare una figura da arruolare ideologicamente, occorre, con
Mitchell, entrare ancora nel ventre dell’ambivalenza che l’immagine del
dinosauro custodisce.
Figurarsi il dinosauro
Proprio perché, in quanto immagine, si tratta di un’invenzione relativamente
recente, databile alla metà del Ventesimo secolo, la figura del dinosauro può
essere risalita all’indietro, accolta e studiata nelle sue molteplici mutazioni,
tanto nei periodi di assopimento quanto negli smottamenti di senso; ma dove la
genealogia potrebbe sembrare progressiva, si rivela in realtà un modello
dialettico e punteggiato di controversia, dibattito e cambiamento di paradigma.
Ciò che è importante, di rappresentazione in rappresentazione, è il regime
figurativo in cui si iscrive, lo stilo con cui il corpo dell’animale-dinosauro è
scritto, descritto e aperto in mancanza di un coltello vero e proprio che ne
possa sventrare il corpo ancora vivo.
Prendiamo, ad esempio, il modo di figurarsi i dinosauri proposto, sul finire
dell’Ottocento (ovvero qualche decennio dopo i modelli di Benjamin Waterhouse
Hawkins al Crystal Palace) da Charles R. Knight, tra i primissimi artisti a
divenire celebre attraverso questo tipo di impresa rappresentativa. Le sue opere
commissionate dal Museo di Storia naturale di New York e poi via via da una
miriade di altre istituzioni (come il Museo di Storia naturale di Chicago o lo
Smithsonian Institution) imposero un canone formale di ricchissima ambivalenza,
fondendo insieme l’immagine del dinosauro di pachidermica lentezza tipica dei
primi modelli vittoriani e il dinamismo di creature che balzano, corrono e si
azzuffano in paesaggi sospesi ma vividissimi dove si legano l’ocra sabbioso e il
giallo della terra secca con il verde bruno della vegetazione. Ci ritroviamo in
enormi distese erbose, tra fiumi, laghi e vulcani fumanti che finiscono per
confondersi con la maestosità del cielo.
Charles R. Knight immagina i dinosauri di fronte a lui, li affronta corpo a
corpo per restituirli nella pittura, li “vede” nonostante un astigmatismo e una
miopia severa, aggravati per giunta da un incidente d’infanzia, tutti fattori
che, a 37 anni, lo rendono “legalmente” cieco. Figuriamocelo col naso incollato
alla tela e un paio di occhiali speciali che gli permettono di dipingere i suoi
scenari strabilianti, come nel salto del dripostauro del 1897, che esaltava un
dinamismo giocoso in contrasto con l’immagine “piombata” del dinosauro fin li
abbozzata, oppure come nel combattimento (certamente la sua opera più famosa)
tra triceratopo e tirannosauro. Un murale, questo, commissionato nel 1928 dal
Field Museum of Natural History di Chicago, che fece dire ad Alexander Sherman:
“è talmente amato da essere diventato il tipo di incontro ‘canonico’ per
rappresentare l’età dei dinosauri”.
> A fine Ottocento, in un’epoca della rappresentazione, che qualcuno definirà
> come la dark age, il Medioevo contrapposto a un nuovo Rinascimento, il
> dinosauro ha assunto il carattere di un’allegoria collettiva, in cui si può
> calare ogni forma di morale, di insegnamento, di monito o di slancio.
Ma cosa c’è dietro questo standard? Se formalmente, nonostante la celebrità, a
Charles R. Knight non è mai stata riconosciuta una grandezza figurativa e
artistica (ritorniamo al discorso dell’apparente “trivialità” del tema scelto),
comunque in pochissimi hanno influenzato la rappresentazione dei dinosauri come
lui. Proprio l’aver colto l’ambivalenza del dinosauro fa di Knight colui che ha
potuto restituirne il carattere di “figura mutaforma e di transizione, capace di
significare quasi tutto un minuto e quasi nulla quello successivo” (The last
dinosaur book). Ecco perché per Mitchell i dinosauri inventati da Knight sono a
tutti gli effetti schizosauri, “che uniscono novità scientifica e familiarità
kitsch, feudalesimo e tecnologia moderna, la selvaggina più pericolosa e quella
più sicura, l’agilità degli uccelli moderni e la goffaggine dei goffi
leviatani”. Già in quest’epoca della rappresentazione, che qualcuno definirà
come la dark age, il Medioevo contrapposto a un nuovo Rinascimento, il dinosauro
ha assunto il carattere di un’allegoria collettiva, in cui si può calare ogni
forma di morale, di insegnamento, di monito o di slancio. Il dinosauro trascina
con sé il peso di essere una creatura incomodata dall’estinzione, resuscitata
per diventare un’immagine spendibile in una pluralità di modi differenti; il
dinosauro serve cioè le cause in cui viene arruolato. Per questo nei bestiari
moderni dei dinosauri c’è sempre una lezione morale,
> un’omelia sul gigantismo, la violenza o l’estinzione. Morirono perché
> diventarono troppo grandi e non riuscirono a muoversi, migrare o adattarsi.
> Morirono perché divennero troppo specializzati; o perché migrarono e si
> trasmisero malattie a vicenda. […] Morirono perché erano così violenti da
> uccidersi a vicenda (uno scenario popolare della Guerra Fredda). Oppure non
> erano abbastanza violenti: divennero decadenti e degenerati, persero la loro
> virilità, competitività e spirito combattivo (questa è la linea di Roosevelt).
> Furono uccisi da una catastrofe naturale. Morirono perché Dio li spazzò via
> (questa visione vittoriana continua a sopravvivere nei tabloid contemporanei).
> Oppure (la mia preferita) furono rapiti dagli alieni e sono tornati sotto
> forma di rettiliani a bordo di dischi volanti.
Il dinosauro migra, s’ammutolisce e poi improvvisamente si riattiva. Dopo
Knight, bisognerà attendere gli anni Sessanta, l’alba appunto del famoso
“Rinascimento dei dinosauri”, per assistere a un nuovo modo di figurare queste
creature. L’eretico che le riporta nuovamente in vita (colui che sarà tra i
consulenti di Spielberg per Jurassic Park) è un paleontologo del New Jersey
conciato come un cowboy da romanzo western: Robert T. Bakker.
Eresia domestica
Quando irrompe nel mondo della paleontologia, Bakker si sente già destinatario
di un compito che spaccherà l’opinione scientifica fin dal suo esordio, alla
fine anni Sessanta. Allievo a Yale del celebre biologo John Ostrom, Bakker è
convinto che l’immagine impacciata dei dinosauri non corrisponda al vero; si
tratta di un errore che nasce dal voler accomunare queste creature ai rettili a
sangue freddo, mentre in verità i dinosauri sarebbero termofisiologicamente
prossimi ai mammiferi a sangue caldo, e dunque estremamente più sociali, più
reattivi e scattanti di come li avevano sin lì disegnati. È la tesi
dell’endotermia, che inaugura il rinascimento dei dinosauri e che troverà la sua
formulazione più estesa in un’opera, concepita come volutamente divulgativa, del
1986: The Dinosaur Heresies.
> Bisognerà attendere gli anni Sessanta, l’alba appunto del famoso “Rinascimento
> dei dinosauri”, per assistere a un nuovo modo di figurare queste creature.
> L’eretico che le riporta nuovamente in vita (colui che sarà tra i consulenti
> di Spielberg per Jurassic Park) è Robert T. Bakker.
Perché si possa dare un rinascimento, bisogna rovesciare quanto venuto
immediatamente prima: “il rinascimento dei dinosauri” spiega Andrea Cau, “aveva
bisogno di un modello negativo da contrapporre a sé, una fase oscura del passato
rispetto alla quale poter risplendere”. Nel saggio Il dilemma dei dinosauri
(2025), Cau ripercorre proprio questa crociata e le modalità in cui ideologia,
scienza e divulgazione “s’indecidono” tra loro, fino a confondersi e
impantanarsi. Quella di Bakker è, chiaramente, anche una battaglia ideologica
sulla rappresentazione, un’invettiva contro l’ortodossia che lo precedeva,
l’esempio puntuale su come una creatura estinta possa essere resuscitata
attraverso un dibattito sempre più esteso, che infetta tanto i convegni quanto
l’immaginazione popolare. L’animale è stanato, cacciato nella riserva sconfinata
dei passati per essere riportato in vita come “vettore dottrinale” ‒ una freccia
che punta a uno scopo preciso, per quanto “nobile”; “una frase del 1934 di
George Gaylord Simpson, uno dei massimi paleontologi evoluzionisti del xx
secolo, recita più o meno così: la paleontologia è la migliore forma di caccia
esistente. Il paleontologo non uccide la sua preda: la riporta in vita”. Così,
per sostenere la sua tesi, Bakker reinventa una genealogia della rivelazione di
cui lui è profeta, e che fa capo proprio a quell’Owen da cui deriva il nome
stesso di dinosauri; era stato Richard Owen, infatti, ad aver sostenuto per
primo la tesi del sangue caldo, poi affossata da decenni di ignobile
oscurantismo.
Non importa, spiega Cau, quanto questa affermazione fosse problematica e
forzata, poiché gli anni di Bakker “sono gli anni dell’acceso dibattito intorno
a queste ipotesi rivoluzionarie, durante i quali paleontologi e biologi
discutono e analizzano le prove pro o contro […]. Il dibattito diviene popolare.
Si formano due fazioni: una apertamente iconoclasta e anticonformista, l’altra
implicitamente conservatrice e scettica”. Questo dibattito finisce per
riattivare la carica energetica del dinosauro, facendo scattare una nuova epopea
della figurazione che svecchia tutta l’iconografia precedente e s’impone
nell’immaginazione collettiva fino a diventare un prodotto pop; è il segnale che
il dinosauro è pronto a diventare una divinità domestica, qualcosa che del
gigantismo di queste creature annuncia già una miniaturizzazione, che le porterà
poi, dopo il 2000, a un nuovo collasso. Ma negli anni Novanta tale
rimpicciolimento è parte integrante della dinomania, un processo che permette al
dinosauro di insinuarsi ovunque, di fare commercio dell’immagine dinamica che
Bakker ha rilanciato. Non a caso, i dinosauri di Steven Spielberg saranno
proprio quelli descritti nel The Dinosaur Heresies. Il cinema, sostiene Cau,
contribuisce a diffondere l’eresia di Bakker, fino a mutarla in una pericolosa
ortodossia; ugualmente, una nuova generazione di illustratori è
> ammaliata dal dinamismo drammatico dei dinosauri di Bakker e sposa
> immediatamente la causa esposta nel volume. Gregory Paul, John Gurche,
> Douglass Henderson sono alcuni degli artisti che in quegli anni hanno
> collaborato direttamente con Bakker e con altri esponenti della fazione
> “eretica”; sono i Donatello, i Tiziano e i Leonardo del “Rinascimento dei
> dinosauri”. L’impatto popolare delle loro opere, spettacolari, emozionanti e
> visionarie, non è meno importante delle parole scritte dall’eretico Bakker.
> Dinosauri atletici, muscolosi, immortalati in pose ardite, iniziano a popolare
> i libri di divulgazione, le riviste, escono dalle sale dei musei e conquistano
> i media. Il pubblico, specialmente, quello più giovane, si innamora senza
> difese dei “nuovi” giganti preistorici, ritornati in vita grazie a Bakker,
> “rinati” carichi di energia vitale, e rigetta senza remore l’iconografia del
> passato, in toto. I dinosauri si diffondono nella cultura popolare:
> giocattoli, cartoni animati, magliette, parchi a tema, in America è una mania
> che esplode senza ritegno in ambito commerciale, rasentando il ridicolo.
La mania del dinosauro è ovunque, e s’inserisce nella rappresentazione forgiata
e incoraggiata da Bakker. Quella che nasce come eresia endotermista diviene
definitivamente, con Jurassic Park, un canone estetico praticamente
incontestato, poiché diffuso e acquisito nell’immaginazione popolare: “una
vulgata sempliciotta adatta per il pubblico generico, nella quale postura del
corpo, metabolismo, origine degli uccelli, caccia di gruppo, piumaggio e cure
parentali erano mescolate alla rinfusa dentro un accattivante guscio realizzato
con la computer graphic”. Ancora oggi, quando la mania pare essersi assopita,
l’immagine del dinosauro che abbiamo è ancorata a quel rinascimento forzatamente
dualistico, basato su una contrapposizione che la biologia stessa nel frattempo
ha parzialmente smentito. Immaginare per esempio dinosauri colorati a sangue
freddo, oppure grigi e a sangue caldo, per alcuni è quasi una bestemmia ‒ eppure
ciò che sappiamo davvero è ancora limitato. “Pochissimo elementi del dibattito
successivo agli anni settanta” denuncia Cau “sono passati dalla letteratura
tecnica alla divulgazione. […] Ciò ha ristretto l’universo culturale del
profano, impantanandolo dentro un piccolo stagno di opzioni predefinite”.
L’iconografia del dinosauro ci dice insomma più sull’atmosfera in cui questa è
stata formulata e domesticata, piuttosto che sull’animale in sé.
Se nessuno ha mai visto “vivo” un dinosauro, abbiamo però potuto assistere negli
ultimi due secoli alla vita biologica delle sue immagini. E proprio là dove
l’immagine s’impantana ‒ là dove si fissa e sembra irrigidirsi in maniera
irrimediabile ‒ vi è un nodo ideologico che ci dice molto di noi. Da quel
pantano, il dinosauro si sporge per parlarci, o metterci in guardia.
Arruolare il dinosauro, inventare la frontiera
Come fa un’immagine relativamente recente nella storia dell’animale-umano a
divenire un mito fondativo che giustifica la grandezza (greatness) di un’intera
nazione come gli Stati Uniti d’America? Per tentare di capirlo, è bene tornare
alla copertina del libro The Last Dinosaur Book, che vede fronteggiarsi, in uno
scenario prototipicamente western, un duo di cowboy a cavallo e un gigantesco
sauropode il cui collo svetta sino al cielo. Si tratta di un dipinto di Bob
Walters nato per illustrare il racconto, a metà tra il western e la
fantascienza, di Sharon Farber: The Last Thunder Horse West of the Mississippi
(1988). Farber prende la furibonda lotta delle ossa (bone wars) che
nell’Ottocento animò l’esistenza e la rivalità di due paleontologi statunitensi,
Othniel Charles Marsh e Edward Drinker Cope, e la trasporta in uno scenario “a
ovest del Mississippi” dove una famiglia di montanari sostiene di aver scoperto
un sauropode, ed è disposta a cederlo al miglior offerente.
> L’America si può permettere di vivere in una perenne attualità dei segni,
> situando le proprie narrazioni in un territorio mitico in cui possono ancora
> coesistere dinosauri e cowboy; quel luogo, tra il fatto e la fantasia, è in
> fondo proprio la frontiera, là dove l’America è conquistata e sempre già
> persa.
La corsa alle ossa, parallela a quella all’oro, si trasforma nel racconto di
Farber tanto in una parabola della violenza distruttiva dell’epoca della
frontiera quanto nella testimonianza di come l’America sia capace di volta in
volta di reinventare il proprio mito fondativo, l’idea di un’origine che ‒
proprio perché mancante ‒ può essere manipolata. Cowboy all’assalto dei
“cancelli del cielo”, ma anche paleontologi chiamati a dissotterrare dal passato
le ossa di creature mirabolanti che testimoniano ‒ da lontano ‒ la grandezza di
quella terra benedetta. Quando Jean Baudrillard sostiene che “l’America
esorcizza la questione dell’origine, non ha il culto dell’origine né il mito
dell’autenticità, non ha un passato né una verità fondatrice”, egli spiega al
contempo la straordinaria capacità degli Stati Uniti di fare dell’origine una
questione mutante, un congegno di assorbimento di ogni genere di segno:
l’essenziale è servire allo scopo, raccontare la storia che si è deciso di
raccontare, non importa quanto sia davvero “autentica”.
Per questo l’America si può permettere di vivere in una perenne attualità dei
segni, situando le proprie narrazioni in un territorio mitico in cui possono
ancora coesistere dinosauri e cowboy; quel luogo, tra il fatto e la fantasia,
tra “il luogo reale e l’invenzione hollywoodiana” è, in fondo, proprio la
frontiera, là dove l’America è conquistata e sempre già persa. I paleontologi di
Farber “si trovavano sulla frontiera accanto a cowboy, indiani, trapper,
commercianti, fuorilegge e minatori”; inoltre, i dinosauri stessi finiscono per
somigliare ai cowboy poiché la loro grandezza tenace, la loro fierezza è
commisurata alla loro mastodontica fragilità. I cowboy si sono estinti, così
come i dinosauri: entrambi appartengono a un mondo scomparso e continuamente
rievocato. Scrive Mitchell:
> Da Natty Bumppo al Guerriero della Strada, l’uomo di frontiera è una specie in
> via di estinzione, sempre sul punto di scomparire all’orizzonte occidentale
> verso il tramonto. Altrettanto importante, tuttavia, è il ruolo del pioniere
> come pericolo deliberato o inconsapevole per le altre specie. Le pianure
> occidentali negli anni ‘70 del XIX secolo erano disseminate di ossa di
> bisonte, massacrati da cowboy e cacciatori professionisti come strategia
> deliberata per distruggere lo stile di vita indiano e sostituirlo con le
> attività civilizzate dell’allevamento del bestiame e dell’attività mineraria.
> Dai campi di battaglia disseminati di cadaveri della Guerra Civile, alle ossa
> lasciate dalle grandi mandrie di bestiame, agli scheletri di bisonte sbiancati
> lungo le linee ferroviarie transcontinentali, ai treni carichi di fossili di
> dinosauro che tornavano sulla costa orientale, il paesaggio del West americano
> era un vero e proprio cimitero.
Così, il western fantascientifico di Farber contiene tanto la grandezza eroica
dello scontro tra gli uomini quanto il loro inevitabile tracollo; tanto
l’immagine di una “nascita di una nazione” attraverso le ossa del passato quanto
il cimitero di ossa frutto della sanguinosa fondazione. Come narrato in un
altro romanzo capitale, Lonesome Dove (1985) di Larry McMurtry, là dove finisce
frontiera ‒ la sua stessa invenzione ‒ comincia davvero l’America; l’America che
produce ciò che finge di delimitare; l’America-dinosauro, l’America dei
dinosauri: figure dell’origine, figure della perdita.
Fossili dell’origine
“Se ogni nazione deve inventare un’origine e un’antichità per sé stessa” annota
Mitchell, “gli Stati Uniti cercarono le loro antiche origini nella natura. A
differenza dell’Europa, con le sue vestigia di antiche civiltà, la giovane
nazione americana aveva solo due risorse ‘aborigene’: i suoi popoli nativi, già
nella lista delle specie in via di estinzione a causa di malattie,
espropriazioni e violenza dei coloni bianchi; e la sua flora e fauna, molte
delle quali sconosciute in Europa, disponibili in un’abbondanza e una varietà
sconosciute nel Vecchio Mondo”. La Guerra delle ossa, il forsennato precipitarsi
nella lotta per scovare i fossili più “monumentali”, partecipa a questa
invenzione dell’origine attraverso il primato “naturale”. Mancando di una
cronaca che non sia quella della conquista e del devasto (le vicende della
“frontiera”, per l’appunto), ciò che l’America come nazione “trova” nel proprio
terreno è una specie di giustificazione alla propria “naturale” storia della
distruzione; insieme ai fossili dei dinosauri, la politica americana
disseppellisce un senso di predestinazione: “l’ossessione americana per le ossa
[…] lasciate da creature gigantesche ha una storia che risale all’indietro sino
ai padri fondatori, e che si intreccia inestricabilmente con un emergente senso
di destino nazionale deciso fin dal principio”. La salute degli Stati Uniti è
determinata dunque dall’abbondanza e dal primato dei suoi ritrovamenti: il dato
“naturale” diventa immediatamente politico.
> La Guerra delle ossa, il forsennato precipitarsi nella lotta per scovare i
> fossili più “monumentali”, partecipa a questa invenzione dell’origine
> attraverso il primato “naturale”. Insieme ai fossili dei dinosauri, la
> politica americana disseppellisce un senso di predestinazione.
Per questo chi fosse capitato, durante il mandato di Thomas Jefferson (il terzo
presidente degli Stati Uniti) nella East Room della Casa Bianca, avrebbe
trovato davanti ai suoi occhi una sorta di wunderkammer di paleontologia, una
“sala delle ossa” che lasciava trasparire la passione di Jefferson per i
fossili, in particolare per il mastodonte americano, l’antico parente degli
elefanti che egli, per molti anni, chiamò senza esitazione “il mammut”, convinto
peraltro che la specie non fosse realmente estinta. La sua curiosità scientifica
non si limitava all’ammirazione passiva: nel 1803 Jefferson organizzò e promosse
una delle più celebri spedizioni dell’epoca, quella di Meriwether Lewis e
William Clark, esortando gli esploratori a recarsi anche al Big Bone Lick State
Park nella contea di Boone, Kentucky, un sito noto per la concentrazione
straordinaria di fossili della megafauna pleistocenica.
Per Jefferson, il contatto diretto con questi resti rappresentava un tentativo
di comprendere la “composizione naturale” del continente americano, un intreccio
tra osservazione scientifica e visione politica, in cui la conoscenza dei
giganti del passato sembrava dialogare con il futuro della giovane repubblica.
Per tre decenni successivi alla Rivoluzione americana, Jefferson coniugò il suo
impegno pubblico ‒ prima come segretario di Stato, poi come vicepresidente e
infine come presidente ‒ con questo esercizio di speculazione politica, mirato
a rendere visibile l’ossatura stessa su cui veniva tirata su la nazione
americana, la sua vera e propria costituzione: “Jefferson non era dedito a
occupazioni oziose, e appare chiaro che la sua intensa ricerca di ‘ossa grandi’
fosse strettamente connessa alla sua visione della costituzione naturale della
nazione americana” (The last dinosaur book).
Il gigantismo del dinosauro partecipa a questo regime di visibilità, se ne fa
carico. Già da qui si intuisce come la narrazione modelli l’agire di una
nazione, la costituisca a tutti gli effetti. La vita biologica delle immagini
scelte non è accessoria, ma fondamentale al formarsi di un’identità. Per questo
seguire l’immagine del dinosauro significa seguire anche la storia americana, e
i suoi periodi di transizione. Jefferson, come politico, è chiamato ad abitare
una frontiera tra mondi, uno spazio di passaggio tra “la conoscenza
tradizionale, i racconti orali di mostri ‘dei tempi antichi’, e la nuova scienza
illuminista della paleontologia dei vertebrati, di cui diventerà il mecenate
americano”. Il suo ragionamento, secondo Mitchell, “oscilla tra mito e logica
giuridica, opponendosi alla ‘prova negativa’: Jefferson sosteneva che il fatto
che i territori del Nord restassero da mappare ed esplorare rendeva possibile
che il mammut potesse un giorno ricomparire o essere scoperto ancora vivo in
qualche remota regione settentrionale”.
> Per Jefferson, il contatto diretto con questi resti rappresentava un tentativo
> di comprendere la “composizione naturale” del continente americano, un
> intreccio tra osservazione scientifica e visione politica.
In questa costruzione retorica agisce una logica più insidiosa. Origine, perdita
e restaurazione costituiscono una sequenza incatenata e quasi fisiologica
dell’immaginario politico: ciò che appare scomparso continua a esercitare una
pressione simbolica, come un contagio che attraversa il tempo. L’immagine
mancante ‒ l’animale gigantesco di cui restano soltanto ossa ‒ batte sul tempo,
diventa figura inquieta che orienta il destino del racconto nazionale. Ciò che è
stato grande lo sarà nuovamente. Il dinosauro, o il mammut che lo precede nella
fantasia scientifica americana, è chiamato a ritornare, ancora e ancora. Reboot.
Il passato grandioso funziona come premessa mitica del futuro: la grandezza
primordiale della natura americana legittima la promessa di una prosperità
storica. Anche quando si saprà definitivamente estinto, il mammut viene
resuscitato come totem; esso si offre in tutto e per tutto come “il primo
‘animale politico’ simbolico degli Stati Uniti, emblema della visione di
Jefferson di un impero continentale in continua espansione di piccoli
agricoltori e artigiani”.
Oggi, più di due secoli dopo Jefferson, la vita biologica dell’immagine del
dinosauro sembra avere trovato l’ennesima fase di assopimento, ma essa continua
a perseguitare la politica americana, il modo in cui ci si rapporta a essa.
Oltre l’ossessione gigantista dei MAGA (Make America Great Again), sintesi della
triade origine-perdita-restaurazione, è Trump stesso ad apparire, secondo molto
commentatori, una specie di dinosauro in estinzione, rappresentante di un’intera
classe politica impegnata in maniera furibonda ad affermare un controllo su un
mondo che avrebbero già perduto. In una sua intervista con Owen Jones, il noto
cineasta americano Michael Moore ha definito Trump “un dinosauro, il
rappresentante di un mondo che sta per estinguersi, quello dei maschi bianchi
over 40 che hanno guidato il mondo per oltre 200 anni. Quello dei sostenitori di
Reagan, la cui maggior parte è morta”.
Contemporaneamente, in un’impossibilità dell’immagine di essere pacificata con
un unico senso, i dinosauri gonfiabili distribuiti gratuitamente ai manifestanti
dall’organizzazione Operation Inflation, sono impiegati come un atto di risposta
al trumpismo. “Il più grande atto di resistenza di fronte all’oscurità è la
gioia radicale” spiega l’organizzazione. E Andrea Colamedici, in un articolo
programmaticamente intitolato Come battere (davvero) Trump vestiti da polli,
rane e dinosauri, glossa così il manifesto politico dell’organizzazione: “i
manifestanti hanno capito che la battaglia decisiva si combatte
nell’immaginario, e che bisogna operare sul piano simbolico con la stessa
consapevolezza con cui Trump lo fa, ma ribaltandone completamente il registro”.
Se il dinosauro appare e “spare”, trionfa e poi s’inabissa, la sua vita
intermittente fa sì che esso appaia come uno dei Lost objects di Allan McCollum:
una distesa di ossa sempre pronte a ridivenire spettacolo di massa, polvere di
immagini. Il mastodontico si rimpicciolisce, pur continuando a dialogare in
tensione con questo mondo via via più “enormemente minuscolo”.
> Oltre l’ossessione gigantista dei MAGA, sintesi della triade
> origine-perdita-restaurazione, è Trump stesso ad apparire, secondo molto
> commentatori, una specie di dinosauro in estinzione.
Sulla soglia di progetti sempre più complessi e vicini riguardanti la
de-estinzione e la necrofauna, non sappiamo prevedere quali altre vite
l’immagine del dinosauro saprà innescare. Certo è che, come il drago medievale,
non se ne andrà mai del tutto. A ben guardare, il libro ultimo su dinosauri di
Mitchell non è stato poi davvero “l’ultimissimo”; e questo perché, chiudendo con
le sue parole: “abbiamo ancora molto da imparare dai dinosauri”.
L'articolo Dinosauro proviene da Il Tascabile.
I l 2025 verrà ricordato, quantomeno da chi ha la passione per cinema e
dinosauri, come un anno dorato. In un genere tradizionalmente parco di proposte
sono usciti ben due film di alto profilo con protagonisti i rettili mesozoici.
Il primo, Jurassic World – La rinascita, di Gareth Edwards, è il settimo
capitolo di una saga ultratrentennale e il quarto uscito negli ultimi dieci
anni. Costato intorno ai 200 milioni di dollari, ne ha incassati più di 800, a
dimostrazione che il franchise è uno dei pochi ancora in piena salute a
Hollywood, almeno tra quelli storici. A fronte di questo successo, passa in
secondo piano il fatto che i dinosauri del film non siano ormai più veri
dinosauri, ma ibridi con altre specie (anche tassonomicamente distanti), o
addirittura creature transgeniche con caratteristiche fisiche anatomicamente
impossibili e nomi altisonanti come Distortus rex (un Tyrannosaurus rex a sei
zampe).
Il secondo film di dinosauri dell’anno, Primitive War di Luke Sparke, di milioni
ne è costati appena sette, e non è arrivato a incassarne due. Tratto da un
romanzo scritto da un vero appassionato del tema (l’americano Ethan Pettus, che
ha anche collaborato alla sceneggiatura del film), è popolato, questo sì, di
veri dinosauri, strappati alla loro epoca da un macchinario – costruito dai
russi con lo scopo originario di teletrasportare i propri soldati in posizioni
vantaggiose – che ha aperto svariati varchi nello spazio-tempo. Da questi
varchi, strategicamente situati nel mezzo della giungla vietnamita nel 1968,
sono uscite intere popolazioni di Utahraptor, Deinonychus, ovviamente
Tyrannosaurus rex, e anche di creature che dinosauri non sono ma che hanno la
loro stessa età e tutto quello che serve per partecipare al carnaio, come
Quetzalcoatlus.
Nonostante abbiano in comune un aspetto fondamentale, quindi, cioè la presenza
dei dinosauri, Jurassic World – La rinascita e Primitive War hanno avuto
risultati molto diversi, prevedibili entrambi, e che rispondono alle più
basilari leggi del mercato cinematografico. Strizzando un po’ gli occhi, però,
si potrebbe vedere dietro questa sproporzione anche un aspetto simbolico, e un
avvertimento ai filmmaker di tutto il mondo: più i tuoi dinosauri sono
realistici, meno successo avranno.
> Per molto tempo la possibilità che i dinosauri avessero le piume rimase
> sostanzialmente inesplorata, anche perché andava contro quella che era
> l’immagine dei dinosauri accettata dalla scienza e accolta poi a braccia
> aperte da cinema e letteratura.
Cercare realismo e correttezza scientifica in un film nel quale i russi cattivi
squarciano lo spazio-tempo può sembrare un esercizio sciocco, almeno quanto
aspettarsi che un B-movie australiano ambientato in Vietnam abbia una funzione
pedagogica. Eppure la storia dell’audiovisivo insegna che molte rappresentazioni
della natura comparse su grande o piccolo schermo hanno contribuito, giuste o
sbagliate che fossero, a plasmare il nostro immaginario. Nel 1958, il presunto
documentario Artico selvaggio (White Wilderness) di James Algar, si inventò
l’idea che i lemming fossero animali con istinti suicidi di massa; si scoprì poi
che i roditori erano stati gettati apposta da una scogliera dagli stessi autori
del documentario, ma lo scandalo non fu sufficiente per sradicare del tutto la
diceria (ancora nel 2014 uscivano studi sul legame tra consumo di alcool e
percezione del rischio che parlavano di “Lemming-effect”). Gli effetti de Lo
squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg sulla nostra immagine degli squali si
sentono ancora oggi. Vogliamo allargare il campo all’intero ambito culturale? In
Italia, la paura del lupo è quasi atavica, e Cappuccetto Rosso ha contribuito in
maniera decisiva a definirla.
Ed ecco perché un film come Primitive War ha attirato l’attenzione dei
paleontologi anche più che dei cinefili: i suoi dinosauri sono piumati, e un
eventuale successo dell’opera avrebbe potuto spalancare le porte a una
rivoluzione che è in pausa da trent’anni.
La questione delle piume
La questione delle piume dei dinosauri è in realtà ben più vecchia di
trent’anni. Le prime ipotesi sul legame tra dinosauri e uccelli risalgono al
1861, con la scoperta e descrizione di Archaeopteryx lithographica, il primo
dinosauro piumato, da parte di Christian Erich Hermann von Meyer, e poi al 1870,
quando Thomas Henry Huxley avanzò formalmente l’idea in un paper dall’esplicito
titolo “Further Evidence of the Affinity between the Dinosaurian Reptiles and
Birds”. Fino al 1969, però, la questione rimase sostanzialmente inesplorata,
anche perché era in netto contrasto con l’immagine dei dinosauri accettata dalla
scienza e accolta poi a braccia aperte da cinema e letteratura: quella che li
vedeva come grosse lucertole lente e un po’ tonte, oppure grosse e voraci (ma
altrettanto lente). Una visione nata in parallelo alla stessa paleontologia,
portata avanti a cavallo tra Ottocento e Novecento dai più grandi nomi della
disciplina e proposta anche al pubblico in giornali, riviste, mostre ed
esibizioni: le storiche sculture del Crystal Palace Park di Londra, create nel
1854 da Benjamin Waterhouse Hawkins, definirono l’immagine pubblica dei
dinosauri per più di un secolo.
> I dinosauri sono stati considerati delle grosse lucertole lente e un po’
> tonte, finché, cinquant’anni fa, alcuni studi hanno suggerito che fossero
> animali agili, a sangue caldo ed evolutivamente imparentati agli uccelli.
La rivoluzione scoppiò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso. Prima, nel 1969, John Ostrom descrisse Deinonychus antirrhopus come un
“dinosauro carnivoro molto particolare” con “una serie di caratteristiche che
indicano un animale molto attivo e agile”, in contrasto quindi con lo stereotipo
della lucertola lenta. Poi, nel 1975, Robert Bakker aprì così il suo storico
articolo “Dinosaur Renaissance”:
> I dinosauri sono, per la maggior parte della gente, l’epitome dell’animale
> estinto, il prototipo della bestia talmente poco adatta ai cambiamenti
> ambientali che non può che morire, lasciando fossili ma nessun discendente. I
> dinosauri hanno una pessima immagine pubblica, che li vede simboli di
> obsolescenza e pachidermica inefficienza […] Le ricerche più recenti stanno
> riscrivendo questo dossier […] Le prove dimostrano che i dinosauri non si sono
> estinti del tutto. Un gruppo resiste ancora. Li chiamiamo uccelli.
L’articolo di Bakker proseguiva suggerendo che i dinosauri fossero omeotermi (“a
sangue caldo”), che avessero un metabolismo paragonabile a quello dei mammiferi,
ma anche, per esempio, che Archaeopteryx avesse le piume non per facilitarlo nel
volo ma per questioni di isolamento termico. Tutte idee rivoluzionarie, anche
provocatorie, che aprirono innumerevoli filoni di ricerca e contribuirono a
modificare, e pure con una certa rapidità, il modo in cui la paleontologia
immaginava i dinosauri: il legame con gli uccelli era ormai innegabile, e i loro
antenati diventarono all’improvviso creature attive, agili, forse anche
intelligenti.
> Niente ha contribuito a segnare per sempre il nostro immaginario quanto
> l’uscita, nel 1993, di Jurassic Park: un laboratorio a cielo aperto, un grande
> aggiornamento collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza.
E come già accaduto nell’Ottocento, anche queste novità filtrarono rapidamente
nel cosiddetto immaginario collettivo. Il cartone animato di Don Bluth Alla
ricerca della Valle Incantata (The Land Before Time), uscito nel 1988, avrebbe
avuto dinosauri molto diversi se fosse uscito solo dieci anni prima. Provate a
confrontare la versione cinematografica di Il mondo perduto (The Lost World) di
Conan Doyle del 1960, diretta da Irwin Allen, con quella del 1992, di Timothy
Bond: la prima è dominata dal Brontosaurus e i pericoli per i protagonisti sono
rappresentati da una tribù di cannibali; nella seconda, oltre all’immancabile T.
rex, compare un Herrerasaurus ischigualastensis, un grosso ma agile carnivoro
con zampe da corridore e denti seghettati da predatore attivo. E ovviamente
niente contribuì a segnare per sempre la nostra fantasia quanto l’uscita, nel
1993, di Jurassic Park.
Tratto da un romanzo che calcava ancora di più la mano sulla nuova immagine dei
dinosauri come grossi polli feroci, il film di Steven Spielberg portò a milioni
di persone tutto quello di cui la paleontologia discuteva con passione da
vent’anni. Sulla locandina campeggiava lo scheletro di un T. rex, ma i veri
protagonisti, gli alfieri della rivoluzione, erano i Velociraptor: Rapidi,
intelligenti, coordinati, si muovevano e cacciavano in branchi, e assomigliavano
più a grossi uccelli che a lucertole terribili. Certo, il vero Velociraptor era
più piccolo e meno minaccioso, e quelli che si vedevano nel film erano in realtà
Deinonychus che avevano subìto un cambio di nome semplicemente perché
“Velociraptor” suonava più cool.
Resta che un predatore del genere in un film di dinosauri non si era mai visto:
Jurassic Park fu un laboratorio a cielo aperto, un grande aggiornamento
collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza. E infatti conteneva
anche errori, omissioni e interpretazioni che poi sono state smentite: pensate
solo al Dilophosaurus e alla sua abitudine di sputare veleno. Ma era un’opera
(anche) didattica, e non a caso il consulente scientifico del film era il
paleontologo Jack Horner, quello che ha suggerito più volte “se l’avessimo fatto
davvero realistico, il Jurassic Park sarebbe stato un enorme pollaio” e che usò
i mezzi e il talento di Spielberg per rendere globale la rivoluzione lanciata da
Bakker.
Una rivoluzione a metà
Salutato come un miracolo dal mondo della scienza, accompagnato da un rinnovato
interesse generale per i dinosauri e da un boom di iscrizioni nelle facoltà di
paleontologia, Jurassic Park si rivelò però essere più che altro un punto
d’arrivo. L’enorme successo della saga, e i suoi costi sempre maggiori e
insostenibili per la concorrenza, ne stabilirono di fatto il primato
incontrastato: nessun altro aveva più il coraggio (e i soldi) per fare film sui
dinosauri, e con il passare dei capitoli la spinta innovativa e didattica del
franchise si andò affievolendo. Ancora una volta, nulla lo dimostra meglio delle
piume. Appena tre anni dopo l’uscita del film, nella provincia cinese di
Liaoning, il cacciatore di fossili semi-professionista Li Yumin scoprì il primo
esemplare fossile di Sinosauropteryx, il primo dinosauro piumato non-aviale
(Avialae è il nome del clade che comprende gli uccelli e i dinosauri più
strettamente imparentati con loro). Era la prova definitiva che le piume, o
strutture simili, erano diffuse tra i dinosauri, non limitate a pochi,
selezionati gruppi; negli anni a venire, la ricchezza appena scoperta dei
giacimenti fossiliferi cinesi fece il resto, e paleontologia (e paleoarte)
dovettero aggiornare un’altra volta il proprio immaginario.
> La frattura tra la scienza dei dinosauri e la loro immagine pubblica è una
> questione commerciale: i dinosauri piumati rischiano di risultare buffi e non
> spaventosi. Inoltre, ricostruire il comportamento e le abitudini di animali
> estinti è complicato, spesso si tende a non speculare per non rischiare
> figuracce.
Andiamo quindi al 2015, quasi vent’anni dopo la rivoluzione di Sinosauropteryx.
In occasione dell’uscita di Jurassic World, che rilanciò la saga dopo 14 anni di
iato, in un’intervista ad Atlas Obscura Jack Horner si ritrovò quasi a
giustificarsi per il fatto che i dinosauri del film non fossero ancora piumati.
“Bisogna restare coerenti tra film e film. Non puoi avere dinosauri senza piume
nel primo film, poi riproporli nel quarto con le piume […] Ne ho parlato con
Steven e, be’, ha ragione lui: un dinosauro con le piume colorate non è
spaventoso come quelli del film”.
Ed ecco il vero punto del discorso: la frattura profonda tra la scienza dei
dinosauri e la loro immagine pubblica è, tristemente, una questione commerciale.
I dinosauri attivi e intelligenti sono “really cool” come dice Horner: ecco
perché i Velociraptor di Jurassic Park hanno avuto successo. I dinosauri piumati
invece no: sono buffi, sembrano polli giganti, non sono spaventosi. Poco importa
che le loro piume avessero poco a che fare con quelle di oche e galline (nella
maggior parte dei casi erano poco più che filamenti, presenti solo sulle zampe e
sulla coda, con funzioni di isolamento termico e forse di display visivo ma non
adatte al volo): le squame sembrano una condizione irrinunciabile per portare al
cinema un dinosauro efficace.
La vexata questio delle piume è peraltro solo un aspetto, per quanto il più in
vista, della rivoluzione mancata. Ancora nel 2012, il paleontologo Darren Naish
e i paleoartisti John Conway e C.M. Kosemen sostenevano che la maggior parte
delle rappresentazioni dei dinosauri fossero obsolete e conservatrici. Il loro
esempio più famoso è quello relativo alla pelle in eccesso: osservando, per
esempio, il cranio fossile di una gallina, è impossibile immaginarsi cresta e
bargigli, e lo stesso discorso è applicabile ai dinosauri, che secondo Naish,
Conway e Kosemen potevano avere labbra, gengive o altre parti molli che ne
cambiavano radicalmente l’aspetto.
Ci sono poi le questioni etologiche: ricostruire il comportamento e le abitudini
di animali estinti da milioni di anni è complicato ma non impossibile, ma spesso
si tende a non speculare per non rischiare figuracce. L’opera di Naish, Conway e
Kosemen invitava invece a rischiare e immaginare, e fu prima di tutto una
provocazione, raccolta principalmente da quella nicchia che è la paleoarte.
Nicchia in espansione, certo: l’abbattimento dei costi tecnologici, e la
disponibilità sempre maggiore sia di software, sia di dati anatomici e scansioni
3D di fossili, ha moltiplicato gli artisti che si cimentano nel campo, e che
lavorano con attenzione sopraffina al dettaglio scientifico e alla plausibilità,
oltre che all’aspetto artistico. Ma pur sempre nicchia: al cinema, nei fumetti,
nei videogiochi, nei libri, siamo ancora fermi ai dinosauri squamosi.
Come si compone la frattura?
Il “Secondo Rinascimento” dei Dinosauri, dopo quello, efficacissimo, degli anni
Settanta, è quindi per ora una rivoluzione mancata, ma questo non significa che
sia morta: si tratta solo di trovare la chiave giusta per fare la proverbiale
breccia nella fantasia di chi frequenta i dinosauri solo di striscio, e di
solito davanti a uno schermo.
> Oggi sappiamo molte più cose sul comportamento dei dinosauri rispetto a trenta
> anni fa, e molte di queste (socialità, comportamenti di branco,
> organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare un’idea
> di dinosauro nuova, ma non per questo meno affascinante o commercialmente
> efficace.
In un certo modo un po’ obliquo e fin troppo antropomorfizzante, va ammesso che
i primi capitoli della saga di Jurassic World ci hanno provato, mostrandoci un
gruppo di Velociraptor addestrati come fossero cani di razza, spingendo quindi
sul tema – già sfiorato nella trilogia originale – dell’intelligenza dei
dinosauri. Una pura fantasia di potenza, certo, ma il fatto che sia stata
inserita nel franchise riflette il fatto che negli ultimi vent’anni si siano
moltiplicati gli studi di paleoetologia, lo studio del comportamento degli
animali estinti. Uno studio argentino del 2021 per esempio ha proposto che i
sauropodomorfi (“quelli grossi con il collo lungo”, quindi i vari Brontosaurus,
Diplodocus, Argentinosaurus…) vivessero in greggi organizzate, vere e proprie
colonie formate da gruppi sociali divisi per età.
Nello stesso anno, uno studio statunitense ha avanzato l’ipotesi che gli stessi
sauropodomorfi intraprendessero lunghe migrazioni di gruppo, non dissimili da
quelle di certi grandi erbivori moderni, e la scoperta della Dinosaur Highway
dell’Oxfordshire ha confermato che i grossi carnivori (e loro predatori) li
accompagnavano nei loro viaggi per ovvi motivi. Per tornare all’argomento più
caldo, una ricerca cinese suggerisce che le piume di Microraptor, un piccolo
dinosauro con quattro ali, fossero di un nero iridescente simile a quello dei
moderni corvi, e venissero usate per l’esibizione sessuale. Insomma: sappiamo
molte più cose sul comportamento dei dinosauri di quante ne sapessimo ai tempi
dell’uscita di Jurassic Park, e molte di queste (socialità, comportamenti di
branco, organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare in
un film un’idea di dinosauro nuova, o per lo meno aggiornata, e non per questo
meno affascinante o cool.
Ci sono comunque segnali di risveglio, anche potenti. La divulgazione via
social, per esempio, collabora da anni con la paleoarte, soprattutto quella “dal
basso”, per fare tutto quello che la Jurassic saga non fa più. Due anni fa,
accompagnate dall’inimitabile voce di Sir David Attenborough, molte delle
scoperte più recenti a tema dinosauri hanno preso vita in Prehistoric Planet, un
documentario ambientato poco prima della caduta dell’asteroide Chicxulub; per
la prima volta la serie mostrava a un pubblico vastissimo un altro lato dei
dinosauri, per ora noto solo alla scienza e agli appassionati: ad esempio uno
scontro tra maschi di Dreadnoughtus (un gigantesco erbivoro che arrivava a
pesare 50 tonnellate) per conquistare una femmina, una caccia di coppia di
(veri) Velociraptor e diversi casi di cure parentali.
La sensazione, però, è che la vera scintilla debba ancora scoccare; che manchi
un Jurassic Park contemporaneo, che convinca milioni di persone ad aggiornare la
propria visione dei dinosauri. La mia teoria (e non solo la mia) è che dobbiamo
ripartire dalle piume: una volta accettate quelle, il resto verrà di
conseguenza.
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