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Ripensare i dinosauri, di nuovo
I l 2025 verrà ricordato, quantomeno da chi ha la passione per cinema e dinosauri, come un anno dorato. In un genere tradizionalmente parco di proposte sono usciti ben due film di alto profilo con protagonisti i rettili mesozoici. Il primo, Jurassic World – La rinascita, di Gareth Edwards, è il settimo capitolo di una saga ultratrentennale e il quarto uscito negli ultimi dieci anni. Costato intorno ai 200 milioni di dollari, ne ha incassati più di 800, a dimostrazione che il franchise è uno dei pochi ancora in piena salute a Hollywood, almeno tra quelli storici. A fronte di questo successo, passa in secondo piano il fatto che i dinosauri del film non siano ormai più veri dinosauri, ma ibridi con altre specie (anche tassonomicamente distanti), o addirittura creature transgeniche con caratteristiche fisiche anatomicamente impossibili e nomi altisonanti come Distortus rex (un Tyrannosaurus rex a sei zampe). Il secondo film di dinosauri dell’anno, Primitive War di Luke Sparke, di milioni ne è costati appena sette, e non è arrivato a incassarne due. Tratto da un romanzo scritto da un vero appassionato del tema (l’americano Ethan Pettus, che ha anche collaborato alla sceneggiatura del film), è popolato, questo sì, di veri dinosauri, strappati alla loro epoca da un macchinario – costruito dai russi con lo scopo originario di teletrasportare i propri soldati in posizioni vantaggiose – che ha aperto svariati varchi nello spazio-tempo. Da questi varchi, strategicamente situati nel mezzo della giungla vietnamita nel 1968, sono uscite intere popolazioni di Utahraptor, Deinonychus, ovviamente Tyrannosaurus rex, e anche di creature che dinosauri non sono ma che hanno la loro stessa età e tutto quello che serve per partecipare al carnaio, come Quetzalcoatlus. Nonostante abbiano in comune un aspetto fondamentale, quindi, cioè la presenza dei dinosauri, Jurassic World – La rinascita e Primitive War hanno avuto risultati molto diversi, prevedibili entrambi, e che rispondono alle più basilari leggi del mercato cinematografico. Strizzando un po’ gli occhi, però, si potrebbe vedere dietro questa sproporzione anche un aspetto simbolico, e un avvertimento ai filmmaker di tutto il mondo: più i tuoi dinosauri sono realistici, meno successo avranno. > Per molto tempo la possibilità che i dinosauri avessero le piume rimase > sostanzialmente inesplorata, anche perché andava contro quella che era > l’immagine dei dinosauri accettata dalla scienza e accolta poi a braccia > aperte da cinema e letteratura. Cercare realismo e correttezza scientifica in un film nel quale i russi cattivi squarciano lo spazio-tempo può sembrare un esercizio sciocco, almeno quanto aspettarsi che un B-movie australiano ambientato in Vietnam abbia una funzione pedagogica. Eppure la storia dell’audiovisivo insegna che molte rappresentazioni della natura comparse su grande o piccolo schermo hanno contribuito, giuste o sbagliate che fossero, a plasmare il nostro immaginario. Nel 1958, il presunto documentario Artico selvaggio (White Wilderness) di James Algar, si inventò l’idea che i lemming fossero animali con istinti suicidi di massa; si scoprì poi che i roditori erano stati gettati apposta da una scogliera dagli stessi autori del documentario, ma lo scandalo non fu sufficiente per sradicare del tutto la diceria (ancora nel 2014 uscivano studi sul legame tra consumo di alcool e percezione del rischio che parlavano di “Lemming-effect”). Gli effetti de Lo squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg sulla nostra immagine degli squali si sentono ancora oggi. Vogliamo allargare il campo all’intero ambito culturale? In Italia, la paura del lupo è quasi atavica, e Cappuccetto Rosso ha contribuito in maniera decisiva a definirla. Ed ecco perché un film come Primitive War ha attirato l’attenzione dei paleontologi anche più che dei cinefili: i suoi dinosauri sono piumati, e un eventuale successo dell’opera avrebbe potuto spalancare le porte a una rivoluzione che è in pausa da trent’anni. La questione delle piume La questione delle piume dei dinosauri è in realtà ben più vecchia di trent’anni. Le prime ipotesi sul legame tra dinosauri e uccelli risalgono al 1861, con la scoperta e descrizione di Archaeopteryx lithographica, il primo dinosauro piumato, da parte di Christian Erich Hermann von Meyer, e poi al 1870, quando Thomas Henry Huxley avanzò formalmente l’idea in un paper dall’esplicito titolo “Further Evidence of the Affinity between the Dinosaurian Reptiles and Birds”. Fino al 1969, però, la questione rimase sostanzialmente inesplorata, anche perché era in netto contrasto con l’immagine dei dinosauri accettata dalla scienza e accolta poi a braccia aperte da cinema e letteratura: quella che li vedeva come grosse lucertole lente e un po’ tonte, oppure grosse e voraci (ma altrettanto lente). Una visione nata in parallelo alla stessa paleontologia, portata avanti a cavallo tra Ottocento e Novecento dai più grandi nomi della disciplina e proposta anche al pubblico in giornali, riviste, mostre ed esibizioni: le storiche sculture del Crystal Palace Park di Londra, create nel 1854 da Benjamin Waterhouse Hawkins, definirono l’immagine pubblica dei dinosauri per più di un secolo. > I dinosauri sono stati considerati delle grosse lucertole lente e un po’ > tonte, finché, cinquant’anni fa, alcuni studi hanno suggerito che fossero > animali agili, a sangue caldo ed evolutivamente imparentati agli uccelli. La rivoluzione scoppiò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Prima, nel 1969, John Ostrom descrisse Deinonychus antirrhopus come un “dinosauro carnivoro molto particolare” con “una serie di caratteristiche che indicano un animale molto attivo e agile”, in contrasto quindi con lo stereotipo della lucertola lenta. Poi, nel 1975, Robert Bakker aprì così il suo storico articolo “Dinosaur Renaissance”: > I dinosauri sono, per la maggior parte della gente, l’epitome dell’animale > estinto, il prototipo della bestia talmente poco adatta ai cambiamenti > ambientali che non può che morire, lasciando fossili ma nessun discendente. I > dinosauri hanno una pessima immagine pubblica, che li vede simboli di > obsolescenza e pachidermica inefficienza […] Le ricerche più recenti stanno > riscrivendo questo dossier […] Le prove dimostrano che i dinosauri non si sono > estinti del tutto. Un gruppo resiste ancora. Li chiamiamo uccelli. L’articolo di Bakker proseguiva suggerendo che i dinosauri fossero omeotermi (“a sangue caldo”), che avessero un metabolismo paragonabile a quello dei mammiferi, ma anche, per esempio, che Archaeopteryx avesse le piume non per facilitarlo nel volo ma per questioni di isolamento termico. Tutte idee rivoluzionarie, anche provocatorie, che aprirono innumerevoli filoni di ricerca e contribuirono a modificare, e pure con una certa rapidità, il modo in cui la paleontologia immaginava i dinosauri: il legame con gli uccelli era ormai innegabile, e i loro antenati diventarono all’improvviso creature attive, agili, forse anche intelligenti. > Niente ha contribuito a segnare per sempre il nostro immaginario quanto > l’uscita, nel 1993, di Jurassic Park: un laboratorio a cielo aperto, un grande > aggiornamento collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza. E come già accaduto nell’Ottocento, anche queste novità filtrarono rapidamente nel cosiddetto immaginario collettivo. Il cartone animato di Don Bluth Alla ricerca della Valle Incantata (The Land Before Time), uscito nel 1988, avrebbe avuto dinosauri molto diversi se fosse uscito solo dieci anni prima. Provate a confrontare la versione cinematografica di Il mondo perduto (The Lost World) di Conan Doyle del 1960, diretta da Irwin Allen, con quella del 1992, di Timothy Bond: la prima è dominata dal Brontosaurus e i pericoli per i protagonisti sono rappresentati da una tribù di cannibali; nella seconda, oltre all’immancabile T. rex, compare un Herrerasaurus ischigualastensis, un grosso ma agile carnivoro con zampe da corridore e denti seghettati da predatore attivo. E ovviamente niente contribuì a segnare per sempre la nostra fantasia quanto l’uscita, nel 1993, di Jurassic Park. Tratto da un romanzo che calcava ancora di più la mano sulla nuova immagine dei dinosauri come grossi polli feroci, il film di Steven Spielberg portò a milioni di persone tutto quello di cui la paleontologia discuteva con passione da vent’anni. Sulla locandina campeggiava lo scheletro di un T. rex, ma i veri protagonisti, gli alfieri della rivoluzione, erano i Velociraptor: Rapidi, intelligenti, coordinati, si muovevano e cacciavano in branchi, e assomigliavano più a grossi uccelli che a lucertole terribili. Certo, il vero Velociraptor era più piccolo e meno minaccioso, e quelli che si vedevano nel film erano in realtà Deinonychus che avevano subìto un cambio di nome semplicemente perché “Velociraptor” suonava più cool. Resta che un predatore del genere in un film di dinosauri non si era mai visto: Jurassic Park fu un laboratorio a cielo aperto, un grande aggiornamento collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza. E infatti conteneva anche errori, omissioni e interpretazioni che poi sono state smentite: pensate solo al Dilophosaurus e alla sua abitudine di sputare veleno. Ma era un’opera (anche) didattica, e non a caso il consulente scientifico del film era il paleontologo Jack Horner, quello che ha suggerito più volte “se l’avessimo fatto davvero realistico, il Jurassic Park sarebbe stato un enorme pollaio” e che usò i mezzi e il talento di Spielberg per rendere globale la rivoluzione lanciata da Bakker. Una rivoluzione a metà Salutato come un miracolo dal mondo della scienza, accompagnato da un rinnovato interesse generale per i dinosauri e da un boom di iscrizioni nelle facoltà di paleontologia, Jurassic Park si rivelò però essere più che altro un punto d’arrivo. L’enorme successo della saga, e i suoi costi sempre maggiori e insostenibili per la concorrenza, ne stabilirono di fatto il primato incontrastato: nessun altro aveva più il coraggio (e i soldi) per fare film sui dinosauri, e con il passare dei capitoli la spinta innovativa e didattica del franchise si andò affievolendo. Ancora una volta, nulla lo dimostra meglio delle piume. Appena tre anni dopo l’uscita del film, nella provincia cinese di Liaoning, il cacciatore di fossili semi-professionista Li Yumin scoprì il primo esemplare fossile di Sinosauropteryx, il primo dinosauro piumato non-aviale (Avialae è il nome del clade che comprende gli uccelli e i dinosauri più strettamente imparentati con loro). Era la prova definitiva che le piume, o strutture simili, erano diffuse tra i dinosauri, non limitate a pochi, selezionati gruppi; negli anni a venire, la ricchezza appena scoperta dei giacimenti fossiliferi cinesi fece il resto, e paleontologia (e paleoarte) dovettero aggiornare un’altra volta il proprio immaginario. > La frattura tra la scienza dei dinosauri e la loro immagine pubblica è una > questione commerciale: i dinosauri piumati rischiano di risultare buffi e non > spaventosi. Inoltre, ricostruire il comportamento e le abitudini di animali > estinti è complicato, spesso si tende a non speculare per non rischiare > figuracce. Andiamo quindi al 2015, quasi vent’anni dopo la rivoluzione di Sinosauropteryx. In occasione dell’uscita di Jurassic World, che rilanciò la saga dopo 14 anni di iato, in un’intervista ad Atlas Obscura Jack Horner si ritrovò quasi a giustificarsi per il fatto che i dinosauri del film non fossero ancora piumati. “Bisogna restare coerenti tra film e film. Non puoi avere dinosauri senza piume nel primo film, poi riproporli nel quarto con le piume […] Ne ho parlato con Steven e, be’, ha ragione lui: un dinosauro con le piume colorate non è spaventoso come quelli del film”. Ed ecco il vero punto del discorso: la frattura profonda tra la scienza dei dinosauri e la loro immagine pubblica è, tristemente, una questione commerciale. I dinosauri attivi e intelligenti sono “really cool” come dice Horner: ecco perché i Velociraptor di Jurassic Park hanno avuto successo. I dinosauri piumati invece no: sono buffi, sembrano polli giganti, non sono spaventosi. Poco importa che le loro piume avessero poco a che fare con quelle di oche e galline (nella maggior parte dei casi erano poco più che filamenti, presenti solo sulle zampe e sulla coda, con funzioni di isolamento termico e forse di display visivo ma non adatte al volo): le squame sembrano una condizione irrinunciabile per portare al cinema un dinosauro efficace. La vexata questio delle piume è peraltro solo un aspetto, per quanto il più in vista, della rivoluzione mancata. Ancora nel 2012, il paleontologo Darren Naish e i paleoartisti John Conway e C.M. Kosemen sostenevano che la maggior parte delle rappresentazioni dei dinosauri fossero obsolete e conservatrici. Il loro esempio più famoso è quello relativo alla pelle in eccesso: osservando, per esempio, il cranio fossile di una gallina, è impossibile immaginarsi cresta e bargigli, e lo stesso discorso è applicabile ai dinosauri, che secondo Naish, Conway e Kosemen potevano avere labbra, gengive o altre parti molli che ne cambiavano radicalmente l’aspetto. Ci sono poi le questioni etologiche: ricostruire il comportamento e le abitudini di animali estinti da milioni di anni è complicato ma non impossibile, ma spesso si tende a non speculare per non rischiare figuracce. L’opera di Naish, Conway e Kosemen invitava invece a rischiare e immaginare, e fu prima di tutto una provocazione, raccolta principalmente da quella nicchia che è la paleoarte. Nicchia in espansione, certo: l’abbattimento dei costi tecnologici, e la disponibilità sempre maggiore sia di software, sia di dati anatomici e scansioni 3D di fossili, ha moltiplicato gli artisti che si cimentano nel campo, e che lavorano con attenzione sopraffina al dettaglio scientifico e alla plausibilità, oltre che all’aspetto artistico. Ma pur sempre nicchia: al cinema, nei fumetti, nei videogiochi, nei libri, siamo ancora fermi ai dinosauri squamosi. Come si compone la frattura? Il “Secondo Rinascimento” dei Dinosauri, dopo quello, efficacissimo, degli anni Settanta, è quindi per ora una rivoluzione mancata, ma questo non significa che sia morta: si tratta solo di trovare la chiave giusta per fare la proverbiale breccia nella fantasia di chi frequenta i dinosauri solo di striscio, e di solito davanti a uno schermo. > Oggi sappiamo molte più cose sul comportamento dei dinosauri rispetto a trenta > anni fa, e molte di queste (socialità, comportamenti di branco, > organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare un’idea > di dinosauro nuova, ma non per questo meno affascinante o commercialmente > efficace. In un certo modo un po’ obliquo e fin troppo antropomorfizzante, va ammesso che i primi capitoli della saga di Jurassic World ci hanno provato, mostrandoci un gruppo di Velociraptor addestrati come fossero cani di razza, spingendo quindi sul tema – già sfiorato nella trilogia originale – dell’intelligenza dei dinosauri. Una pura fantasia di potenza, certo, ma il fatto che sia stata inserita nel franchise riflette il fatto che negli ultimi vent’anni si siano moltiplicati gli studi di paleoetologia, lo studio del comportamento degli animali estinti. Uno studio argentino del 2021 per esempio ha proposto che i sauropodomorfi (“quelli grossi con il collo lungo”, quindi i vari Brontosaurus, Diplodocus, Argentinosaurus…) vivessero in greggi organizzate, vere e proprie colonie formate da gruppi sociali divisi per età. Nello stesso anno, uno studio statunitense ha avanzato l’ipotesi che gli stessi sauropodomorfi intraprendessero lunghe migrazioni di gruppo, non dissimili da quelle di certi grandi erbivori moderni, e la scoperta della Dinosaur Highway dell’Oxfordshire ha confermato che i grossi carnivori (e loro predatori) li accompagnavano nei loro viaggi per ovvi motivi. Per tornare all’argomento più caldo, una ricerca cinese suggerisce che le piume di Microraptor, un piccolo dinosauro con quattro ali, fossero di un nero iridescente simile a quello dei moderni corvi, e venissero usate per l’esibizione sessuale. Insomma: sappiamo molte più cose sul comportamento dei dinosauri di quante ne sapessimo ai tempi dell’uscita di Jurassic Park, e molte di queste (socialità, comportamenti di branco, organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare in un film un’idea di dinosauro nuova, o per lo meno aggiornata, e non per questo meno affascinante o cool. Ci sono comunque segnali di risveglio, anche potenti. La divulgazione via social, per esempio, collabora da anni con la paleoarte, soprattutto quella “dal basso”, per fare tutto quello che la Jurassic saga non fa più. Due anni fa, accompagnate dall’inimitabile voce di Sir David Attenborough, molte delle scoperte più recenti a tema dinosauri hanno preso vita in Prehistoric Planet, un documentario ambientato poco prima della caduta dell’asteroide Chicxulub;  per la prima volta la serie mostrava  a un pubblico vastissimo un altro lato dei dinosauri, per ora noto solo alla scienza e agli appassionati: ad esempio uno scontro tra maschi di Dreadnoughtus (un gigantesco erbivoro che arrivava a pesare 50 tonnellate) per conquistare una femmina, una caccia di coppia di (veri) Velociraptor e diversi casi di cure parentali. La sensazione, però, è che la vera scintilla debba ancora scoccare; che manchi un Jurassic Park contemporaneo, che convinca milioni di persone ad aggiornare la propria visione dei dinosauri. La mia teoria (e non solo la mia) è che dobbiamo ripartire dalle piume: una volta accettate quelle, il resto verrà di conseguenza. L'articolo Ripensare i dinosauri, di nuovo proviene da Il Tascabile.
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