L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che
cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e
della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi
anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori
sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava
quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che
si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non
erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio
buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.
Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal
Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che
permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In
quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in
scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che
il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria
dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il
contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più
dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto
finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro.
Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò
accidentalmente il mondo (2026).
Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini
comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto,
il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e
caratteristiche inedite.
> Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria
> unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e
> sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato
> scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.
Nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana la natura era un rifugio allettante
rispetto a una realtà di guerre, malattie e povertà. La disperazione
tratteggiata dai romanzi di Charles Dickens era un resoconto veritiero della
condizione dei ceti meno abbienti e l’eccezionale sviluppo industriale portava
con sé anche tensioni sociali e paura. Lo scorrere regolare di giorni e
stagioni, la bellezza e la perfezione animale e vegetale, dai colori dei fiori
alla leggiadria delle farfalle, dal prodigio dell’occhio umano a quello del
cuore di una balena, apparivano come un meraviglioso dono di un padre
misericordioso che, al centro di quell’idillio, aveva posto l’essere umano. O,
forse, sarebbe ancora più calzante parlare di Uomo, in un periodo storico in cui
il maschio bianco, europeo e benestante era il destinatario privilegiato di
qualsiasi forma di riconoscimento e attenzione.
Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una
serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa
prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura,
scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti
e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone
di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si
diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si
concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano
accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo
che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era
dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da
quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto
per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di
questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.
> Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la
> gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai
> creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature
> sconosciute e terribili.
Come scrisse l’antropologo Loren Eiseley e riporta Dolnick: “Il concetto di
estinzione nel passato geologico era come uno spiffero freddo da una cantina
buia. Gelava l’anima. Faceva nascere sospetti sulla natura di quel mondo
confortevole, il migliore di tutti i mondi, creato a misura d’uomo”. Che ne era
stato dell’orologiaio onnisciente di cui scriveva William Paley nella sua
Teologia naturale? L’idea che potesse aver plasmato un mondo privo dell’essere
umano e poi distrutto parte della propria creazione appariva difficile da
accettare. La prospettiva emersa dal ritrovamento dei fossili lasciava sgomenti
e, allo stesso tempo, meravigliati. Sono sentimenti che fatichiamo a cogliere
nel loro valore e nella loro intensità, ma l’autore prova a restituirli
paragonando gli scienziati dell’Ottocento inglese agli attuali astronomi alla
ricerca di vita extraterrestre:
> Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il
> loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché
> estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono
> dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di
> disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti
> affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e
> uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano
> stupefatti.
La differenza è che gli abitanti del passato emersero all’improvviso, in modo
del tutto inatteso, nell’epoca vittoriana. Al contrario, gli abitanti di altri
pianeti li stiamo cercando attivamente e un loro eventuale ritrovamento
difficilmente ci coglierebbe davvero di sorpresa. Già dall’antichità gli esseri
umani erano venuti in contatto con le vestigia di ere geologiche lontane: da
principio le incorporarono in miti e leggende e solo molto dopo, ad esempio con
Robert Hooke nel Seicento, cominciarono a familiarizzare con l’ipotesi che
quelle conchiglie che si trovavano in cima alle montagne fossero l’indizio che
svelava che quelle terre erano state sommerse e che quei resti non erano gli
avanzi di un pic-nic pietrificati con il trascorrere del tempo, come sembra
avesse suggerito un incauto Voltaire.
Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di
uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il
“mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di
ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla
rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una
raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati
capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.
> Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani
> abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo
> grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il
> pregio della leggerezza.
Nelle prime pagine compare Mary Anning, una donna povera, ma tenace e curiosa,
una cercatrice di fossili instancabile a cui dobbiamo i primi scheletri completi
o quasi di ittiosauro e plesiosauro e il primo fossile di pterodattilo rinvenuto
in Inghilterra; si viene introdotti nelle cene a base di animali spesso
inconsueti di William Buckland, stravagante geologo di Oxford che descrisse e
battezzò il megalosauro, in seguito riconosciuto come il primo dinosauro mai
identificato; sembra di scorgere Gideon Mantell, medico di campagna ossessionato
dai fossili sin dall’infanzia, mentre strappa a un’esistenza disgraziata la
gioia per il riconoscimento dei resti da lui ritrovati e identificati di un
iguanodonte, tanto più che a conferire validità alla scoperta fu Georges Cuvier,
considerato la stella polare dell’anatomia e citato persino da Sherlock Holmes
per le sue abilità deduttive nel racconto I cinque semi d’arancio di Arthur
Conan Doyle. Questi sono solo alcuni degli studiosi descritti con una penna
allegra, vivida e mai pedante da Edward Dolnick, in un saggio che ha il pregio
della leggerezza.
Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine
“dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield,
tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria
onnicomprensiva. L’autore spiega:
> La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a
> qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere
> questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso
> per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in
> cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era
> messo a guardare soddisfatto.
Questo sforzo interpretativo non bastò e la cena con il dinosauro fu l’ultima
occasione per festeggiare e credere in una storia della Terra edificante, in cui
l’essere umano continuava a essere al centro della scena. I tempi – e la società
– erano ormai maturi per ammettere che fosse solo una specie tra le tante,
nolente o volente soggetta alle implacabili regole dell’evoluzione.
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I l 2025 verrà ricordato, quantomeno da chi ha la passione per cinema e
dinosauri, come un anno dorato. In un genere tradizionalmente parco di proposte
sono usciti ben due film di alto profilo con protagonisti i rettili mesozoici.
Il primo, Jurassic World – La rinascita, di Gareth Edwards, è il settimo
capitolo di una saga ultratrentennale e il quarto uscito negli ultimi dieci
anni. Costato intorno ai 200 milioni di dollari, ne ha incassati più di 800, a
dimostrazione che il franchise è uno dei pochi ancora in piena salute a
Hollywood, almeno tra quelli storici. A fronte di questo successo, passa in
secondo piano il fatto che i dinosauri del film non siano ormai più veri
dinosauri, ma ibridi con altre specie (anche tassonomicamente distanti), o
addirittura creature transgeniche con caratteristiche fisiche anatomicamente
impossibili e nomi altisonanti come Distortus rex (un Tyrannosaurus rex a sei
zampe).
Il secondo film di dinosauri dell’anno, Primitive War di Luke Sparke, di milioni
ne è costati appena sette, e non è arrivato a incassarne due. Tratto da un
romanzo scritto da un vero appassionato del tema (l’americano Ethan Pettus, che
ha anche collaborato alla sceneggiatura del film), è popolato, questo sì, di
veri dinosauri, strappati alla loro epoca da un macchinario – costruito dai
russi con lo scopo originario di teletrasportare i propri soldati in posizioni
vantaggiose – che ha aperto svariati varchi nello spazio-tempo. Da questi
varchi, strategicamente situati nel mezzo della giungla vietnamita nel 1968,
sono uscite intere popolazioni di Utahraptor, Deinonychus, ovviamente
Tyrannosaurus rex, e anche di creature che dinosauri non sono ma che hanno la
loro stessa età e tutto quello che serve per partecipare al carnaio, come
Quetzalcoatlus.
Nonostante abbiano in comune un aspetto fondamentale, quindi, cioè la presenza
dei dinosauri, Jurassic World – La rinascita e Primitive War hanno avuto
risultati molto diversi, prevedibili entrambi, e che rispondono alle più
basilari leggi del mercato cinematografico. Strizzando un po’ gli occhi, però,
si potrebbe vedere dietro questa sproporzione anche un aspetto simbolico, e un
avvertimento ai filmmaker di tutto il mondo: più i tuoi dinosauri sono
realistici, meno successo avranno.
> Per molto tempo la possibilità che i dinosauri avessero le piume rimase
> sostanzialmente inesplorata, anche perché andava contro quella che era
> l’immagine dei dinosauri accettata dalla scienza e accolta poi a braccia
> aperte da cinema e letteratura.
Cercare realismo e correttezza scientifica in un film nel quale i russi cattivi
squarciano lo spazio-tempo può sembrare un esercizio sciocco, almeno quanto
aspettarsi che un B-movie australiano ambientato in Vietnam abbia una funzione
pedagogica. Eppure la storia dell’audiovisivo insegna che molte rappresentazioni
della natura comparse su grande o piccolo schermo hanno contribuito, giuste o
sbagliate che fossero, a plasmare il nostro immaginario. Nel 1958, il presunto
documentario Artico selvaggio (White Wilderness) di James Algar, si inventò
l’idea che i lemming fossero animali con istinti suicidi di massa; si scoprì poi
che i roditori erano stati gettati apposta da una scogliera dagli stessi autori
del documentario, ma lo scandalo non fu sufficiente per sradicare del tutto la
diceria (ancora nel 2014 uscivano studi sul legame tra consumo di alcool e
percezione del rischio che parlavano di “Lemming-effect”). Gli effetti de Lo
squalo (Jaws, 1975) di Steven Spielberg sulla nostra immagine degli squali si
sentono ancora oggi. Vogliamo allargare il campo all’intero ambito culturale? In
Italia, la paura del lupo è quasi atavica, e Cappuccetto Rosso ha contribuito in
maniera decisiva a definirla.
Ed ecco perché un film come Primitive War ha attirato l’attenzione dei
paleontologi anche più che dei cinefili: i suoi dinosauri sono piumati, e un
eventuale successo dell’opera avrebbe potuto spalancare le porte a una
rivoluzione che è in pausa da trent’anni.
La questione delle piume
La questione delle piume dei dinosauri è in realtà ben più vecchia di
trent’anni. Le prime ipotesi sul legame tra dinosauri e uccelli risalgono al
1861, con la scoperta e descrizione di Archaeopteryx lithographica, il primo
dinosauro piumato, da parte di Christian Erich Hermann von Meyer, e poi al 1870,
quando Thomas Henry Huxley avanzò formalmente l’idea in un paper dall’esplicito
titolo “Further Evidence of the Affinity between the Dinosaurian Reptiles and
Birds”. Fino al 1969, però, la questione rimase sostanzialmente inesplorata,
anche perché era in netto contrasto con l’immagine dei dinosauri accettata dalla
scienza e accolta poi a braccia aperte da cinema e letteratura: quella che li
vedeva come grosse lucertole lente e un po’ tonte, oppure grosse e voraci (ma
altrettanto lente). Una visione nata in parallelo alla stessa paleontologia,
portata avanti a cavallo tra Ottocento e Novecento dai più grandi nomi della
disciplina e proposta anche al pubblico in giornali, riviste, mostre ed
esibizioni: le storiche sculture del Crystal Palace Park di Londra, create nel
1854 da Benjamin Waterhouse Hawkins, definirono l’immagine pubblica dei
dinosauri per più di un secolo.
> I dinosauri sono stati considerati delle grosse lucertole lente e un po’
> tonte, finché, cinquant’anni fa, alcuni studi hanno suggerito che fossero
> animali agili, a sangue caldo ed evolutivamente imparentati agli uccelli.
La rivoluzione scoppiò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso. Prima, nel 1969, John Ostrom descrisse Deinonychus antirrhopus come un
“dinosauro carnivoro molto particolare” con “una serie di caratteristiche che
indicano un animale molto attivo e agile”, in contrasto quindi con lo stereotipo
della lucertola lenta. Poi, nel 1975, Robert Bakker aprì così il suo storico
articolo “Dinosaur Renaissance”:
> I dinosauri sono, per la maggior parte della gente, l’epitome dell’animale
> estinto, il prototipo della bestia talmente poco adatta ai cambiamenti
> ambientali che non può che morire, lasciando fossili ma nessun discendente. I
> dinosauri hanno una pessima immagine pubblica, che li vede simboli di
> obsolescenza e pachidermica inefficienza […] Le ricerche più recenti stanno
> riscrivendo questo dossier […] Le prove dimostrano che i dinosauri non si sono
> estinti del tutto. Un gruppo resiste ancora. Li chiamiamo uccelli.
L’articolo di Bakker proseguiva suggerendo che i dinosauri fossero omeotermi (“a
sangue caldo”), che avessero un metabolismo paragonabile a quello dei mammiferi,
ma anche, per esempio, che Archaeopteryx avesse le piume non per facilitarlo nel
volo ma per questioni di isolamento termico. Tutte idee rivoluzionarie, anche
provocatorie, che aprirono innumerevoli filoni di ricerca e contribuirono a
modificare, e pure con una certa rapidità, il modo in cui la paleontologia
immaginava i dinosauri: il legame con gli uccelli era ormai innegabile, e i loro
antenati diventarono all’improvviso creature attive, agili, forse anche
intelligenti.
> Niente ha contribuito a segnare per sempre il nostro immaginario quanto
> l’uscita, nel 1993, di Jurassic Park: un laboratorio a cielo aperto, un grande
> aggiornamento collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza.
E come già accaduto nell’Ottocento, anche queste novità filtrarono rapidamente
nel cosiddetto immaginario collettivo. Il cartone animato di Don Bluth Alla
ricerca della Valle Incantata (The Land Before Time), uscito nel 1988, avrebbe
avuto dinosauri molto diversi se fosse uscito solo dieci anni prima. Provate a
confrontare la versione cinematografica di Il mondo perduto (The Lost World) di
Conan Doyle del 1960, diretta da Irwin Allen, con quella del 1992, di Timothy
Bond: la prima è dominata dal Brontosaurus e i pericoli per i protagonisti sono
rappresentati da una tribù di cannibali; nella seconda, oltre all’immancabile T.
rex, compare un Herrerasaurus ischigualastensis, un grosso ma agile carnivoro
con zampe da corridore e denti seghettati da predatore attivo. E ovviamente
niente contribuì a segnare per sempre la nostra fantasia quanto l’uscita, nel
1993, di Jurassic Park.
Tratto da un romanzo che calcava ancora di più la mano sulla nuova immagine dei
dinosauri come grossi polli feroci, il film di Steven Spielberg portò a milioni
di persone tutto quello di cui la paleontologia discuteva con passione da
vent’anni. Sulla locandina campeggiava lo scheletro di un T. rex, ma i veri
protagonisti, gli alfieri della rivoluzione, erano i Velociraptor: Rapidi,
intelligenti, coordinati, si muovevano e cacciavano in branchi, e assomigliavano
più a grossi uccelli che a lucertole terribili. Certo, il vero Velociraptor era
più piccolo e meno minaccioso, e quelli che si vedevano nel film erano in realtà
Deinonychus che avevano subìto un cambio di nome semplicemente perché
“Velociraptor” suonava più cool.
Resta che un predatore del genere in un film di dinosauri non si era mai visto:
Jurassic Park fu un laboratorio a cielo aperto, un grande aggiornamento
collettivo per mettere il pubblico in pari con la scienza. E infatti conteneva
anche errori, omissioni e interpretazioni che poi sono state smentite: pensate
solo al Dilophosaurus e alla sua abitudine di sputare veleno. Ma era un’opera
(anche) didattica, e non a caso il consulente scientifico del film era il
paleontologo Jack Horner, quello che ha suggerito più volte “se l’avessimo fatto
davvero realistico, il Jurassic Park sarebbe stato un enorme pollaio” e che usò
i mezzi e il talento di Spielberg per rendere globale la rivoluzione lanciata da
Bakker.
Una rivoluzione a metà
Salutato come un miracolo dal mondo della scienza, accompagnato da un rinnovato
interesse generale per i dinosauri e da un boom di iscrizioni nelle facoltà di
paleontologia, Jurassic Park si rivelò però essere più che altro un punto
d’arrivo. L’enorme successo della saga, e i suoi costi sempre maggiori e
insostenibili per la concorrenza, ne stabilirono di fatto il primato
incontrastato: nessun altro aveva più il coraggio (e i soldi) per fare film sui
dinosauri, e con il passare dei capitoli la spinta innovativa e didattica del
franchise si andò affievolendo. Ancora una volta, nulla lo dimostra meglio delle
piume. Appena tre anni dopo l’uscita del film, nella provincia cinese di
Liaoning, il cacciatore di fossili semi-professionista Li Yumin scoprì il primo
esemplare fossile di Sinosauropteryx, il primo dinosauro piumato non-aviale
(Avialae è il nome del clade che comprende gli uccelli e i dinosauri più
strettamente imparentati con loro). Era la prova definitiva che le piume, o
strutture simili, erano diffuse tra i dinosauri, non limitate a pochi,
selezionati gruppi; negli anni a venire, la ricchezza appena scoperta dei
giacimenti fossiliferi cinesi fece il resto, e paleontologia (e paleoarte)
dovettero aggiornare un’altra volta il proprio immaginario.
> La frattura tra la scienza dei dinosauri e la loro immagine pubblica è una
> questione commerciale: i dinosauri piumati rischiano di risultare buffi e non
> spaventosi. Inoltre, ricostruire il comportamento e le abitudini di animali
> estinti è complicato, spesso si tende a non speculare per non rischiare
> figuracce.
Andiamo quindi al 2015, quasi vent’anni dopo la rivoluzione di Sinosauropteryx.
In occasione dell’uscita di Jurassic World, che rilanciò la saga dopo 14 anni di
iato, in un’intervista ad Atlas Obscura Jack Horner si ritrovò quasi a
giustificarsi per il fatto che i dinosauri del film non fossero ancora piumati.
“Bisogna restare coerenti tra film e film. Non puoi avere dinosauri senza piume
nel primo film, poi riproporli nel quarto con le piume […] Ne ho parlato con
Steven e, be’, ha ragione lui: un dinosauro con le piume colorate non è
spaventoso come quelli del film”.
Ed ecco il vero punto del discorso: la frattura profonda tra la scienza dei
dinosauri e la loro immagine pubblica è, tristemente, una questione commerciale.
I dinosauri attivi e intelligenti sono “really cool” come dice Horner: ecco
perché i Velociraptor di Jurassic Park hanno avuto successo. I dinosauri piumati
invece no: sono buffi, sembrano polli giganti, non sono spaventosi. Poco importa
che le loro piume avessero poco a che fare con quelle di oche e galline (nella
maggior parte dei casi erano poco più che filamenti, presenti solo sulle zampe e
sulla coda, con funzioni di isolamento termico e forse di display visivo ma non
adatte al volo): le squame sembrano una condizione irrinunciabile per portare al
cinema un dinosauro efficace.
La vexata questio delle piume è peraltro solo un aspetto, per quanto il più in
vista, della rivoluzione mancata. Ancora nel 2012, il paleontologo Darren Naish
e i paleoartisti John Conway e C.M. Kosemen sostenevano che la maggior parte
delle rappresentazioni dei dinosauri fossero obsolete e conservatrici. Il loro
esempio più famoso è quello relativo alla pelle in eccesso: osservando, per
esempio, il cranio fossile di una gallina, è impossibile immaginarsi cresta e
bargigli, e lo stesso discorso è applicabile ai dinosauri, che secondo Naish,
Conway e Kosemen potevano avere labbra, gengive o altre parti molli che ne
cambiavano radicalmente l’aspetto.
Ci sono poi le questioni etologiche: ricostruire il comportamento e le abitudini
di animali estinti da milioni di anni è complicato ma non impossibile, ma spesso
si tende a non speculare per non rischiare figuracce. L’opera di Naish, Conway e
Kosemen invitava invece a rischiare e immaginare, e fu prima di tutto una
provocazione, raccolta principalmente da quella nicchia che è la paleoarte.
Nicchia in espansione, certo: l’abbattimento dei costi tecnologici, e la
disponibilità sempre maggiore sia di software, sia di dati anatomici e scansioni
3D di fossili, ha moltiplicato gli artisti che si cimentano nel campo, e che
lavorano con attenzione sopraffina al dettaglio scientifico e alla plausibilità,
oltre che all’aspetto artistico. Ma pur sempre nicchia: al cinema, nei fumetti,
nei videogiochi, nei libri, siamo ancora fermi ai dinosauri squamosi.
Come si compone la frattura?
Il “Secondo Rinascimento” dei Dinosauri, dopo quello, efficacissimo, degli anni
Settanta, è quindi per ora una rivoluzione mancata, ma questo non significa che
sia morta: si tratta solo di trovare la chiave giusta per fare la proverbiale
breccia nella fantasia di chi frequenta i dinosauri solo di striscio, e di
solito davanti a uno schermo.
> Oggi sappiamo molte più cose sul comportamento dei dinosauri rispetto a trenta
> anni fa, e molte di queste (socialità, comportamenti di branco,
> organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare un’idea
> di dinosauro nuova, ma non per questo meno affascinante o commercialmente
> efficace.
In un certo modo un po’ obliquo e fin troppo antropomorfizzante, va ammesso che
i primi capitoli della saga di Jurassic World ci hanno provato, mostrandoci un
gruppo di Velociraptor addestrati come fossero cani di razza, spingendo quindi
sul tema – già sfiorato nella trilogia originale – dell’intelligenza dei
dinosauri. Una pura fantasia di potenza, certo, ma il fatto che sia stata
inserita nel franchise riflette il fatto che negli ultimi vent’anni si siano
moltiplicati gli studi di paleoetologia, lo studio del comportamento degli
animali estinti. Uno studio argentino del 2021 per esempio ha proposto che i
sauropodomorfi (“quelli grossi con il collo lungo”, quindi i vari Brontosaurus,
Diplodocus, Argentinosaurus…) vivessero in greggi organizzate, vere e proprie
colonie formate da gruppi sociali divisi per età.
Nello stesso anno, uno studio statunitense ha avanzato l’ipotesi che gli stessi
sauropodomorfi intraprendessero lunghe migrazioni di gruppo, non dissimili da
quelle di certi grandi erbivori moderni, e la scoperta della Dinosaur Highway
dell’Oxfordshire ha confermato che i grossi carnivori (e loro predatori) li
accompagnavano nei loro viaggi per ovvi motivi. Per tornare all’argomento più
caldo, una ricerca cinese suggerisce che le piume di Microraptor, un piccolo
dinosauro con quattro ali, fossero di un nero iridescente simile a quello dei
moderni corvi, e venissero usate per l’esibizione sessuale. Insomma: sappiamo
molte più cose sul comportamento dei dinosauri di quante ne sapessimo ai tempi
dell’uscita di Jurassic Park, e molte di queste (socialità, comportamenti di
branco, organizzazione, gerarchie) sarebbero un ottimo gancio per presentare in
un film un’idea di dinosauro nuova, o per lo meno aggiornata, e non per questo
meno affascinante o cool.
Ci sono comunque segnali di risveglio, anche potenti. La divulgazione via
social, per esempio, collabora da anni con la paleoarte, soprattutto quella “dal
basso”, per fare tutto quello che la Jurassic saga non fa più. Due anni fa,
accompagnate dall’inimitabile voce di Sir David Attenborough, molte delle
scoperte più recenti a tema dinosauri hanno preso vita in Prehistoric Planet, un
documentario ambientato poco prima della caduta dell’asteroide Chicxulub; per
la prima volta la serie mostrava a un pubblico vastissimo un altro lato dei
dinosauri, per ora noto solo alla scienza e agli appassionati: ad esempio uno
scontro tra maschi di Dreadnoughtus (un gigantesco erbivoro che arrivava a
pesare 50 tonnellate) per conquistare una femmina, una caccia di coppia di
(veri) Velociraptor e diversi casi di cure parentali.
La sensazione, però, è che la vera scintilla debba ancora scoccare; che manchi
un Jurassic Park contemporaneo, che convinca milioni di persone ad aggiornare la
propria visione dei dinosauri. La mia teoria (e non solo la mia) è che dobbiamo
ripartire dalle piume: una volta accettate quelle, il resto verrà di
conseguenza.
L'articolo Ripensare i dinosauri, di nuovo proviene da Il Tascabile.