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Anni Novanta: quando la musica era un modo di stare dentro le cose
Parlo spesso degli anni Ottanta perché le sonorità a cui torno, istintivamente, vengono da lì. Sono quelle che sento più mie. Ma questo non esclude altro. Gli anni Novanta, per esempio: il decennio in cui mi sono sentito nel posto giusto, al momento giusto. In Italia, poi… il rock (e non solo) mica si limitava a scimmiottare ciò che succedeva altrove: si reincarnava, senza sfigurare. “Madonna santa, quanta musica girava”. Qualche giorno fa la notizia del ritorno dei C.S.I. mi ha riportato dritto lì, ne ho scritto. Non come operazione nostalgia, ma come corto circuito. Due giorni in macchina con loro in loop. A riascoltare, a riassaporare atmosfere. A parlare (e cantare) da solo, come quelli che vedi al semaforo e pensi che non ci stiano dentro con la testa. Cose tipo: “Questa in concerto la dovranno pur fare. Se non la fanno, mi incazzo”. Altri pensieri, magari più indulgenti: “Sogno che aprano con Unità di Produzione… se poi mi cominciano con A Tratti, va bene lo stesso”. “Insomma, quella roba lì”. Ma gli anni Novanta non erano solo Ferretti e soci. Sarebbe troppo facile ridurli a una sola traiettoria. Le coordinate di quel periodo disegnavano un sistema complesso ma leggibile. I Marlene Kuntz, per esempio: dove li mettiamo? Visti non so quante volte dal vivo. E cosa vuoi dire di Cristiano Godano e compagni? Poco, perché hanno già detto tutto loro, scrivendo pagine che restano. Catartica e Il Vile ancora oggi gridano vendetta, anche se ridurre tutto a quei due dischi non rende giustizia alla carriera del gruppo piemontese. Per quanto possa sembrare banale, tornare agli anni Novanta significa tuffarsi in un mare di ricordi stampati come fotografie. Immagini segnate dal tempo, vagamente ingiallite, ma vere. A fuoco. Eccovi nove istantanee di quell’epoca. Nove fotografie, per restare fedeli al diktat di questo blog. Vediamo quante vi risuonano addosso. 1. Palco basso. Luci sbagliate. Nessuno che finge 2. Fila al botteghino. Contanti in mano, alla conquista del biglietto 3. Chitarre grattugiate. Sangue nelle dita 4. Niente pit. Tutti stretti. Appassionatamente 5. TDK C90. Nastro mangiato e la “Bic” salvifica. Direzione concerto 6. Club, palazzetti, stadi. Una costante: il fumo, non solo di sigarette. 7. Birra. Sudore. Energia pura 8. Ultima birra sul cofano della macchina con la musica a palla 9. Essere lì. Corpo e testa. Esattamente lì Tutto questo succedeva intorno a una cosa soltanto: la musica. Un movimento continuo e irregolare, fatto di contaminazioni; tra fratture e tentativi. Rock, elettronica, canzone d’autore, rumore. Un caleidoscopio cangiante, fuori controllo, la cui rifrazione illuminava l’unica via possibile: quella del fare. Non perché qualcuno avesse deciso che dovesse andare così, ma perché in quel momento sembrava l’unico modo per restare dentro le cose. “E dentro quelle cose, in Italia, ci stavano in tanti”. Te ne cito alcuni che, nel mio caso, hanno fatto la differenza — ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo: C.S.I., Marlene Kuntz, Scisma, La Crus, Fluxus, Verdena, Üstmamò, Mira Spinosa, Il Santo Niente, Bluvertigo, Disciplinatha, Afterhours, Massimo Volume, Assalti Frontali. Ma sono molti di più quelli che andrebbero citati: non me ne vogliano i dimenticati. Come sempre, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive davvero. A questo scritto è collegato anche un post che sta viaggiando: ricordi, frammenti, testimonianze. Un dibattito continuo che spesso sorprende. E sì: se ne leggono di tutti i colori. Buon ascolto e buona lettura. 9 Canzoni 9 … degli anni 90 L'articolo Anni Novanta: quando la musica era un modo di stare dentro le cose proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La reunion dei Bluvertigo è davvero necessaria? Nove domande sul loro ritorno
È notizia di ieri che i Bluvertigo tornano insieme. Una data sola, a Milano, il 14 aprile 2026: “Non è nostalgia”, la loro dichiarazione. Una notizia che pesa, perché le reunion oggi non sono più un’eccezione ma una costante del panorama musicale. Ed è proprio per questo che la prima domanda che mi sono fatto è stata semplice e forse scomoda: è davvero necessaria una reunion dei Bluvertigo? Non ho una risposta pronta. E forse non è nemmeno questo il punto. Il comunicato ufficiale diffuso dalla band prova a spostare l’attenzione lontano dall’operazione nostalgia, lasciando aperta la possibilità di una possibile riattivazione del progetto Bluvertigo. Dichiarazione legittima, quasi obbligata. Ma proprio per questo vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi quale sia oggi il senso di un ritorno come questo, e soprattutto che tipo di aspettativa produca. Lo dico subito, per chiarezza: io adoro quando i gruppi si riformano. Mi piacciono perché rimettono in circolo storie e perché negano l’idea – piuttosto tossica – che in musica tutto debba essere nuovo, giovane, performante. Quando funzionano, questi ritorni sono una forma di resistenza. Penso ai Bauhaus, ai Dead Can Dance. In Italia ai CCCP, ai Litfiba, che nel 2026 celebreranno 17 Re. Poi è chiaro: oggi ci sono più reunion che pizzerie. Non in tutte si mangia bene, ma tant’è. E allora perché non dovrebbero tornare anche i Bluvertigo? Prima di rispondere, però, forse conviene fermarsi su alcune domande. Non risposte, ma domande. Nove, per restare fedeli alle consuetudini che regolano questo blog. 1. È una reunion necessaria o semplicemente possibile? 2. Serve più al pubblico o a chi sale sul palco? 3. È un ritorno o una verifica del presente? 4. Esiste ancora un’urgenza artistica condivisa? 5. Il linguaggio estetico dei Bluvertigo regge nel 2026? 6. Il loro immaginario è rimasto vivo o è diventato iconografia? 7. Il pubblico li rimpiange davvero? 8. Il live aggiunge qualcosa o conferma ciò che già sappiamo? 9. E soprattutto: cosa rischiano, tornando? Perché i Bluvertigo sono un caso particolare. Non sono mai stati una band “da nostalgia facile”. Non hanno mai avuto un rapporto semplice con il consenso, né un pubblico unanimemente compatto. Erano stilosi, colti, profondamente legati a un’idea di modernità che guardava più agli anni Ottanta che ai Novanta a cui vengono spesso associati. Un progetto fortemente estetico, a tratti più forte dell’impatto musicale stesso. Personalmente li ho sempre preferiti su disco. Dal vivo li ho visti più volte, e a colpirmi erano soprattutto le pose, gli outfit, l’immaginario. Elementi importanti, certo, ma non sempre sufficienti a rendere memorabile l’esperienza live. Per questo prendo la notizia del loro ritorno come una buona notizia, senza però sentire l’urgenza di esserci. Forse il punto non è stabilire se questa reunion serva davvero. Le reunion, spesso, servono prima di tutto a chi le fa: per chiudere cerchi, rimettere ordine, verificare se una vibrazione esiste ancora. Quando sono oneste, questa verifica arriva anche a chi ascolta. Quando non lo sono, restano esercizi di stile o operazioni di mercato. Il palco, come sempre, dirà molto più di qualsiasi comunicato. Il resto, per ora, è una domanda aperta. Ed è già abbastanza. Al solito, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive davvero. È lì che il dibattito continua, si e si contorce e a volte … deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori. Ti aspetto. 9 canzoni 9 … dei Bluvertigo L'articolo La reunion dei Bluvertigo è davvero necessaria? Nove domande sul loro ritorno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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