di Enza Plotino
Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti
energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più
becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che
avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha
lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles,
lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets
(Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo
sui costi a carico delle imprese.
Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma
di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese
energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui
l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap
and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni
tonnellata di gas serra emessa.
Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga
centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando
inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio
ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno
al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono.
Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio
innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel
che ne sta derivando.
Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione
energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia
di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna,
tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del
meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra
oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte
all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e
Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra
premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di
scambio delle emissioni.
Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si
è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il
sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in
economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle
rinnovabili.
Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in
tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali
europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo
che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla
quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici
e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare
combustibili fossili: quella rinnovabile.
Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo
importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato
con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso
e forse anche un po’ imbecille.
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L'articolo Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle
rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Fonti Rinnovabili
I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione
energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza
una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una
“relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel
settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe
di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente
attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano
una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma
con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel
2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale
non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come
plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie
pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte
lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key
Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella
transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e
autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova
forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi
dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa
interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice
dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni
commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di
calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di
manovra.
IL RUOLO DELLA CINA NELLA TRANSIZIONE ITALIANA (E I SUOI MODESTI INVESTIMENTI)
Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in
Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa,
davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione
significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche,
lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani
colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da
Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla
finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La
capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane
altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle
importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di
produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei
componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte
delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli
investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie
pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati
dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e
Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in
impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello
studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando
che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito
del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si
tradurrà in flussi concreti”.
LE RAGIONI DI UNA “RELAZIONE ASIMMETRICA”
Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando
all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica
non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione
interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia
particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio,
rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria
del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la
spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri
di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e
meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia.
L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti
esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’,
con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al
governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e
alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani,
se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali
essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri
di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili
siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli
investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare
e pianificare.
L’ITALIA SULLA LINEA DIFENSIVA
“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la
traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur
mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che
dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico
paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo
degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale
dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina
2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di
Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale
politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta
Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti
rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste
competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei
componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti
fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità
tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think
tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a
rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il
regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle
tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti
fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti
in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un
premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere
che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La
questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina –
scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione,
integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico
trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può
realisticamente competere”.
TRASFORMARE L’INTERDIPENDENZA IN UN VANTAGGIO COMPETITIVO
E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore
energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche
più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene
domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato
indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per
le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in
modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per
Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con
l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per
ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza
cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una
strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni
individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di
lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una
valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione
commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica
alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle
relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare
il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale
nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico,
cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti
che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non
cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a
competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda
e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata”
sulle batterie puntando sull’economia circolare.
L'articolo Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione
‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel 2025 crolla del 75% il numero dei nuovi progetti rinnovabili sottoposti a
valutazione di impatto ambientale, mentre quasi il 70% dei 1.781 in fase di
valutazione è ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica Via
Pnrr-Pniec. In Italia ritardi, lungaggini burocratiche, freni imposti dai
ministeri competenti, continuano a schiacciare le rinnovabili, cruciali per il
futuro e l’indipendenza energetica del Paese. “Un alert preoccupante vista la
situazione geopolitica attuale in Medioriente e i conflitti degli ultimi anni
che hanno fatto salire alle stelle il prezzo dell’energia e dimostrato tutta la
fragilità di un mondo dipendente dalle fonti fossili”. Lo denuncia Legambiente
con il nuovo report Scacco alle rinnovabili, presentato alla Fiera di Rimini
Key, The Energy Transition Expo, in cui l’associazione sintetizza con dati e
numeri la lunga lista d’attesa di progetti a fonti rinnovabili che aspettano di
vedere la luce, ma anche le 108 storie di blocchi alle rinnovabili mappati lungo
la Penisola. Al tempo stesso l’associazione indica la bussola da seguire con
dodici proposte operative indirizzate al Governo Meloni per accelerare la
diffusione delle rinnovabili.
IL 70 PER CENTO DEI PROGETTI DA VALUTARE SONO BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA
A gennaio 2026, su 1.781 progetti a fonti rinnovabili in fase di valutazione Via
Pnrr-Pniec, ben 1234 (pari al 69,3% del totale) sono in attesa della conclusione
dell’istruttoria tecnica, con 17 progetti che attendono risposte da prima del
2021. Tra questi ci sono, ad esempio, i progetti relativi a due parchi eolici
offshore in Puglia: il primo presentato nel Golfo di Manfredonia (Foggia)
risalente al 2008 e il secondo proposto nelle acque del Mar Adriatico
meridionale, in corrispondenza dei Comuni di Zapponeta, Manfredonia e Cerignola
e presentato nell’aprile 2012. Quest’ultimo, dopo 11 anni di attesa, nel 2023 ha
ottenuto parere positivo con prescrizioni (come, ad esempio, la riduzione nel
numero degli aereogeneratori) da parte della Commissione Tecnica, ma ad oggi
rimane ancora bloccato a quasi 15 anni dalla sua presentazione. In stallo anche
160 progetti ancora in attesa della determina da parte della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, 45 in più dello scorso anno, mentre sono 88 quelli
bloccati dalle istituzioni relative ai beni culturali nazionali e regionali, di
cui 80 dal Ministero della Cultura. Un dato, denuncia Legambiente, “che mostra
come troppo spesso questi ‘soggetti’ emettono pareri negativi sugli impianti, in
contrapposizione con i pareri emessi dalla Commissione Tecnica Via Pnrr-Pniec.
Un organo che sconta la mancanza di completamento dell’organico previsto e che,
nonostante questo, negli ultimi anni ha aumentato la propria produttività e il
numero dei pareri”. Altro progetto di eolico offshore che rimane in attesa è
quello Med Wind, 2,8 GW di potenza rinnovabile collocati a largo di Marsala e
Favignana, in Sicilia e in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 3,4
milioni di famiglie. Criticato per i presunti rischi per l’avifauna, per la
pesca e per il turismo, dopo un articolato percorso di condivisione
territoriale.
CROLLA IL NUMERO DELLE NUOVE ISTANZE
In questo contesto, preoccupa il calo del numero di progetti relativi a nuovi
impianti a fonti rinnovabili avviati alla valutazione: dopo due anni di boom
(609 nuovi progetti sottoposti a Via nel 2023 e 603 nel 2024), nel 2025 le nuove
istanze registrano un crollo drastico del 75,3% rispetto al 2024, attestandosi
al 149. Legambiente ricorda che l’Italia, inoltre, resta ancora lontano rispetto
all’obiettivo dei 80.001 megawatt al 2030 previsti dal Decreto Aree Idonee. In
termini di provvedimenti, c’è poi la questione dell’attuale decreto bollette,
così come impostato, toglie risorse alle rinnovabili e all’efficienza
energetica, mentre continua a dare ossigeno al sistema del gas, arrivando a
rimborsarlo, e quindi di fatto esentarlo, dalla tassa sul carbonio prevista dal
sistema Ets. “Il settore delle rinnovabili – commenta Stefano Ciafani,
presidente nazionale di Legambiente – va sostenuto e incoraggiato, non
ostacolato e rallentato. La crescita delle rinnovabili in Europa, ma anche la
delicata situazione geopolitica internazionale legata anche alla dipendenza
delle fonti fossili, e l’accentuarsi della crisi climatica impongono al nostro
Paese di accelerare sulle fonti pulite, abbandonando le fossili e l’insensata
corsa al nucleare”.
CASI SIMBOLO DI BLOCCHI: DALLA PUGLIA ALL’EMILIA ROMAGNA
Su 108 storie totali di blocchi alle rinnovabili mappate in questi anni, 18 sono
quelle censite nel 2026. A livello regionale la Puglia è la regione con più casi
censiti in negativo (14), seguita da Veneto, Umbria, Basilicata e Sardegna. Tra
i casi simbolo di quest’anno, c’è un progetto eolico da 23 megawatt proposto su
una ex cava e discarica ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino, in Campania,
bocciato dalla Soprintendenza per la presenza di un vincolo archeologico
ignorato durante l’emergenza rifiuti. In Emilia-Romagna, è in stallo l’eolico
offshore a largo di Ravenna: un hub rinnovabile integrato da oltre 750 megawatt
(eolico, solare galleggiante, accumulo, idrogeno, acquacoltura) con Via positiva
e permessi già ottenuti nel 2024, che resta fermo non per mancanza di
autorizzazioni, ma per l’assenza di un quadro regolatorio adeguato. In Umbria,
invece, il cortocircuito è culturale-amministrativo: a Terni, alcuni cittadini
si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente
gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Legambiente
chiede al Governo Meloni “un atto di responsabilità in tema di fonti
rinnovabili”. Dodici le proposte che avanza all’Esecutivo chiedendo in primis al
ministero della Cultura e alla presidenza del Consiglio di accelerare gli iter
interni, fissando un termine massimo per le determine nei casi di pareri
contrastanti con priorità ai procedimenti più vecchi. Allo stesso tempo, spiega,
“è fondamentale snellire gli iter autorizzativi per velocizzare la realizzazione
degli impianti a fonti rinnovabili, a partire dalle attività di repowering degli
impianti eolici già esistenti”. Legambiente chiede poi di completare l’organico
della Commissione Pnrr/Pniec del ministero dell’ambiente e della sicurezza
energetica, rafforzando allo stesso tempo il personale tecnico negli uffici
regionali e comunali preposti alla valutazione e autorizzazione dei progetti. E
di rendere aree di accelerazione quelle già compromesse (come le ex cave o i
siti di bonifica), le aree a forte pressione ambientale (come quelle adiacenti a
strade, autostrade, ferrovie) e quelle in cui gli impianti sono già presenti.
I RECORD DELLE RINNOVABILI
Legambiente ricorda anche che il 2025 ha segnato un traguardo storico per la
crescita delle rinnovabili in Europa. Per la prima volta nella storia eolico e
solare, cumulativamente, hanno generato più elettricità delle fonti fossili con
841 TWh all’anno, pari al 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, contro gli
809 TWh/a delle fossili e i 652 TWh/a del nucleare. Un traguardo storico a cui
ha contribuito, nonostante le tante difficoltà del settore, anche l’Italia
grazie ai 65,7 TWh/a di energia elettrica, pari a 7,8% dell’intera produzione
europea, di cui 44,3 TWh di solare e 21,4 TWh di eolico. A fine 2025, le fonti
rinnovabili hanno raggiunto nella Penisola una potenza complessiva di 81.479
megawatt, con un incremento di 7.176 realizzati nell’ultimo anno.
L'articolo Scacco alle rinnovabili, blocchi e incertezze fanno crollare le
istanze per nuovi impianti: la mappa della paralisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel 2025, in Unione europea, per la prima volta eolico e solare hanno generato
più elettricità delle fossili. Il 30% delle due fonti rinnovabili contro il 29%.
Lo scorso anno, anche eolico e solare erano al 29%. Il sorpasso – avvenuto in 14
dei 27 Paesi – dovuto soprattutto al fotovoltaico, cresciuto più di un quinto
(+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di
elettricità in Unione europea nel corso dello scorso anno. Un nuovo record
positivo per il solare che, con questi risultati, supera carbone e
idroelettrico. Sono alcuni dei dati riportati nella European Electricity Review
del Think tank globale Ember, che fornisce la prima panoramica completa del
sistema elettrico nel 2025, analizzando i dati relativi alla produzione e al
consumo di elettricità per tutti i 27 Paesi per valutare il progresso nella
transizione dai fossili all’elettricità pulita. “Questo storico sorpasso mostra
quanto velocemente l’Unione europea si sta muovendo verso un sistema elettrico
alimentato da sole e vento” spiega l’autrice, Beatrice Petrovich. E aggiunge:
“Proprio mentre la dipendenza dai fossili contribuisce all’instabilità
geopolitica, la posta in gioco della transizione verso l’energia pulita è più
chiara che mai”. Di fatto, la produzione di elettricità da gas è cresciuta
dell’8% nel 2025, principalmente per il calo della generazione idroelettrica, ma
resta in declino strutturale, 18% sotto il recente picco del 2019.
LE RINNOVABILI COPRONO QUASI METÀ DELL’ELETTRICITÀ IN UNIONE EUROPEA
La trasformazione del settore elettrico interessa tutti i paesi dell’Unione e
l’Italia non fa eccezione. Anche se non è tra i 14 Paesi in cui solare ed eolico
superano le fossili nella produzione elettrica, cosa che avviene in Svezia,
Danimarca, Lussemburgo, Lituania, Finlandia, Portogallo, Spagna, Austria,
Francia, Belgio, Ungheria, Germania, Croazia e Paesi Bassi. Nel 2025, la
produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese rispetto al 2024,
grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto
dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In
Italia, la generazione solare è cresciuta del 24% nel 2025 (rispetto al 2024),
raggiungendo il 17% della produzione elettrica. E così, le rinnovabili hanno
generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche, che
hanno causato un calo dell’idroelettrico del 12% e dell’eolico del 2%, ma hanno
favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica per l’Unione
europea (al 17%) e ha comunque prodotto più elettricità del gas. Segni di un
cambiamento strutturale sono chiari in tutti i Paesi. In cinque anni la loro
quota nella produzione elettrica UE è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025),
mentre le fonti fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono
rimasti stabili o in lieve calo.
L’ITALIA, IL GAS E LE BATTERIE
Cresce ancora dell’8% nel 2025, dunque, l’elettricità da gas. Ma i costi delle
importazioni per la produzione di elettricità in Ue hanno raggiunto i 32
miliardi di euro (+16% rispetto al 2024). È il primo incremento dalla crisi
energetica del 2022, con Italia e Germania a pagare di più per l’import di gas
ai fini della generazione elettrica. Le ore in cui si è fatto maggior uso di
centrali termoelettriche a gas per soddisfare i consumi elettrici hanno spinto
in alto i prezzi medi dell’elettricità dell’11% rispetto al 2024. “La dipendenza
dal gas non solo rende l’Ue più vulnerabile al ricatto dei paesi esportatori di
combustibili fossili, ma fa anche aumentare i prezzi dell’elettricità. Nel 2025
– racconta Beatrice Petrovich – in Italia abbiamo visto, però, i primi segnali
concreti di un maggiore utilizzo delle batterie per stoccare energia rinnovabile
e utilizzarla alle ore serali. Con l’accelerazione di questa tendenza, si
potrebbe limitare l’uso delle costose centrali termoelettriche a gas,
stabilizzando i prezzi e limitando le importazioni di gas”. L’Italia, di fatto,
è uno dei leader nell’Unione Europea per diffusione delle batterie e detiene il
20% della capacità operativa totale di accumuli di grandi dimensioni. Nella
penisola, la capacità delle batterie di grande scala potrebbe crescere
rapidamente e di quasi sei volte rispetto al 2025.
IL CASO DELLA CALIFORNIA
La California offre un caso di studio di ciò che potrebbe verificarsi in Italia.
Partendo da una capacità di batterie simile a quella che oggi ha la Penisola, la
California è passata rapidamente a coprire circa il 20 per cento dei suoi
consumi serali di elettricità con le batterie, caricate con l’abbondante
produzione solare durante il giorno. Questo ha ridotto drasticamente l’uso delle
centrali termoelettriche a gas durante i picchi serali di consumo di
elettricità. Seguendo questa traiettoria, l’Italia potrebbe stabilizzare prezzi
e limitare il gas importato.“Nonostante le molte criticità burocratiche, nel
2025 l’Italia ha generato circa 10 terawattora di elettricità da fotovoltaico in
più rispetto al 2024. Accelerare questa crescita è l’unico modo per ridurre i
prezzi dell’energia in modo strutturale” commenta Michele Governatori, esperto
senior energia del Think tank Ecco. “Al contrario – aggiunge – il Governo
italiano sembra più propenso a tenere aperte le centrali a carbone (Leggi
l’approfondimento) e a fantasticare sul nucleare, mentre la storica dipendenza
dal gas fa dell’Italia uno dei mercati energetici meno accessibili dell’Unione
europea. Le rinnovabili, insieme ai sistemi di stoccaggio, a maggiore
flessibilità e a una più rapida elettrificazione dei consumi energetici, sono
gli strumenti migliori per garantire un’energia pulita e sicura. Le rinnovabili
sono già più economiche dei combustibili fossili e del nucleare”.
L'articolo Nella Ue eolico e solare generano più elettricità delle fonti
fossili. L’instabilità geopolitica non ferma il sorpasso storico proviene da Il
Fatto Quotidiano.