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Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle rinnovabili oggi è una grave miopia
di Enza Plotino Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles, lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets (Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo sui costi a carico delle imprese. Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni tonnellata di gas serra emessa. Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono. Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel che ne sta derivando. Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna, tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di scambio delle emissioni. Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle rinnovabili. Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare combustibili fossili: quella rinnovabile. Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso e forse anche un po’ imbecille. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi
I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra. IL RUOLO DELLA CINA NELLA TRANSIZIONE ITALIANA (E I SUOI MODESTI INVESTIMENTI) Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”. LE RAGIONI DI UNA “RELAZIONE ASIMMETRICA” Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare. L’ITALIA SULLA LINEA DIFENSIVA “Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”. TRASFORMARE L’INTERDIPENDENZA IN UN VANTAGGIO COMPETITIVO E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare. L'articolo Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scacco alle rinnovabili, blocchi e incertezze fanno crollare le istanze per nuovi impianti: la mappa della paralisi
Nel 2025 crolla del 75% il numero dei nuovi progetti rinnovabili sottoposti a valutazione di impatto ambientale, mentre quasi il 70% dei 1.781 in fase di valutazione è ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica Via Pnrr-Pniec. In Italia ritardi, lungaggini burocratiche, freni imposti dai ministeri competenti, continuano a schiacciare le rinnovabili, cruciali per il futuro e l’indipendenza energetica del Paese. “Un alert preoccupante vista la situazione geopolitica attuale in Medioriente e i conflitti degli ultimi anni che hanno fatto salire alle stelle il prezzo dell’energia e dimostrato tutta la fragilità di un mondo dipendente dalle fonti fossili”. Lo denuncia Legambiente con il nuovo report Scacco alle rinnovabili, presentato alla Fiera di Rimini Key, The Energy Transition Expo, in cui l’associazione sintetizza con dati e numeri la lunga lista d’attesa di progetti a fonti rinnovabili che aspettano di vedere la luce, ma anche le 108 storie di blocchi alle rinnovabili mappati lungo la Penisola. Al tempo stesso l’associazione indica la bussola da seguire con dodici proposte operative indirizzate al Governo Meloni per accelerare la diffusione delle rinnovabili. IL 70 PER CENTO DEI PROGETTI DA VALUTARE SONO BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA A gennaio 2026, su 1.781 progetti a fonti rinnovabili in fase di valutazione Via Pnrr-Pniec, ben 1234 (pari al 69,3% del totale) sono in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica, con 17 progetti che attendono risposte da prima del 2021. Tra questi ci sono, ad esempio, i progetti relativi a due parchi eolici offshore in Puglia: il primo presentato nel Golfo di Manfredonia (Foggia) risalente al 2008 e il secondo proposto nelle acque del Mar Adriatico meridionale, in corrispondenza dei Comuni di Zapponeta, Manfredonia e Cerignola e presentato nell’aprile 2012. Quest’ultimo, dopo 11 anni di attesa, nel 2023 ha ottenuto parere positivo con prescrizioni (come, ad esempio, la riduzione nel numero degli aereogeneratori) da parte della Commissione Tecnica, ma ad oggi rimane ancora bloccato a quasi 15 anni dalla sua presentazione. In stallo anche 160 progetti ancora in attesa della determina da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 45 in più dello scorso anno, mentre sono 88 quelli bloccati dalle istituzioni relative ai beni culturali nazionali e regionali, di cui 80 dal Ministero della Cultura. Un dato, denuncia Legambiente, “che mostra come troppo spesso questi ‘soggetti’ emettono pareri negativi sugli impianti, in contrapposizione con i pareri emessi dalla Commissione Tecnica Via Pnrr-Pniec. Un organo che sconta la mancanza di completamento dell’organico previsto e che, nonostante questo, negli ultimi anni ha aumentato la propria produttività e il numero dei pareri”. Altro progetto di eolico offshore che rimane in attesa è quello Med Wind, 2,8 GW di potenza rinnovabile collocati a largo di Marsala e Favignana, in Sicilia e in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 3,4 milioni di famiglie. Criticato per i presunti rischi per l’avifauna, per la pesca e per il turismo, dopo un articolato percorso di condivisione territoriale. CROLLA IL NUMERO DELLE NUOVE ISTANZE In questo contesto, preoccupa il calo del numero di progetti relativi a nuovi impianti a fonti rinnovabili avviati alla valutazione: dopo due anni di boom (609 nuovi progetti sottoposti a Via nel 2023 e 603 nel 2024), nel 2025 le nuove istanze registrano un crollo drastico del 75,3% rispetto al 2024, attestandosi al 149. Legambiente ricorda che l’Italia, inoltre, resta ancora lontano rispetto all’obiettivo dei 80.001 megawatt al 2030 previsti dal Decreto Aree Idonee. In termini di provvedimenti, c’è poi la questione dell’attuale decreto bollette, così come impostato, toglie risorse alle rinnovabili e all’efficienza energetica, mentre continua a dare ossigeno al sistema del gas, arrivando a rimborsarlo, e quindi di fatto esentarlo, dalla tassa sul carbonio prevista dal sistema Ets. “Il settore delle rinnovabili – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – va sostenuto e incoraggiato, non ostacolato e rallentato. La crescita delle rinnovabili in Europa, ma anche la delicata situazione geopolitica internazionale legata anche alla dipendenza delle fonti fossili, e l’accentuarsi della crisi climatica impongono al nostro Paese di accelerare sulle fonti pulite, abbandonando le fossili e l’insensata corsa al nucleare”. CASI SIMBOLO DI BLOCCHI: DALLA PUGLIA ALL’EMILIA ROMAGNA Su 108 storie totali di blocchi alle rinnovabili mappate in questi anni, 18 sono quelle censite nel 2026. A livello regionale la Puglia è la regione con più casi censiti in negativo (14), seguita da Veneto, Umbria, Basilicata e Sardegna. Tra i casi simbolo di quest’anno, c’è un progetto eolico da 23 megawatt proposto su una ex cava e discarica ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino, in Campania, bocciato dalla Soprintendenza per la presenza di un vincolo archeologico ignorato durante l’emergenza rifiuti. In Emilia-Romagna, è in stallo l’eolico offshore a largo di Ravenna: un hub rinnovabile integrato da oltre 750 megawatt (eolico, solare galleggiante, accumulo, idrogeno, acquacoltura) con Via positiva e permessi già ottenuti nel 2024, che resta fermo non per mancanza di autorizzazioni, ma per l’assenza di un quadro regolatorio adeguato. In Umbria, invece, il cortocircuito è culturale-amministrativo: a Terni, alcuni cittadini si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Legambiente chiede al Governo Meloni “un atto di responsabilità in tema di fonti rinnovabili”. Dodici le proposte che avanza all’Esecutivo chiedendo in primis al ministero della Cultura e alla presidenza del Consiglio di accelerare gli iter interni, fissando un termine massimo per le determine nei casi di pareri contrastanti con priorità ai procedimenti più vecchi. Allo stesso tempo, spiega, “è fondamentale snellire gli iter autorizzativi per velocizzare la realizzazione degli impianti a fonti rinnovabili, a partire dalle attività di repowering degli impianti eolici già esistenti”. Legambiente chiede poi di completare l’organico della Commissione Pnrr/Pniec del ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, rafforzando allo stesso tempo il personale tecnico negli uffici regionali e comunali preposti alla valutazione e autorizzazione dei progetti. E di rendere aree di accelerazione quelle già compromesse (come le ex cave o i siti di bonifica), le aree a forte pressione ambientale (come quelle adiacenti a strade, autostrade, ferrovie) e quelle in cui gli impianti sono già presenti. I RECORD DELLE RINNOVABILI Legambiente ricorda anche che il 2025 ha segnato un traguardo storico per la crescita delle rinnovabili in Europa. Per la prima volta nella storia eolico e solare, cumulativamente, hanno generato più elettricità delle fonti fossili con 841 TWh all’anno, pari al 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, contro gli 809 TWh/a delle fossili e i 652 TWh/a del nucleare. Un traguardo storico a cui ha contribuito, nonostante le tante difficoltà del settore, anche l’Italia grazie ai 65,7 TWh/a di energia elettrica, pari a 7,8% dell’intera produzione europea, di cui 44,3 TWh di solare e 21,4 TWh di eolico. A fine 2025, le fonti rinnovabili hanno raggiunto nella Penisola una potenza complessiva di 81.479 megawatt, con un incremento di 7.176 realizzati nell’ultimo anno. L'articolo Scacco alle rinnovabili, blocchi e incertezze fanno crollare le istanze per nuovi impianti: la mappa della paralisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nella Ue eolico e solare generano più elettricità delle fonti fossili. L’instabilità geopolitica non ferma il sorpasso storico
Nel 2025, in Unione europea, per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità delle fossili. Il 30% delle due fonti rinnovabili contro il 29%. Lo scorso anno, anche eolico e solare erano al 29%. Il sorpasso – avvenuto in 14 dei 27 Paesi – dovuto soprattutto al fotovoltaico, cresciuto più di un quinto (+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di elettricità in Unione europea nel corso dello scorso anno. Un nuovo record positivo per il solare che, con questi risultati, supera carbone e idroelettrico. Sono alcuni dei dati riportati nella European Electricity Review del Think tank globale Ember, che fornisce la prima panoramica completa del sistema elettrico nel 2025, analizzando i dati relativi alla produzione e al consumo di elettricità per tutti i 27 Paesi per valutare il progresso nella transizione dai fossili all’elettricità pulita. “Questo storico sorpasso mostra quanto velocemente l’Unione europea si sta muovendo verso un sistema elettrico alimentato da sole e vento” spiega l’autrice, Beatrice Petrovich. E aggiunge: “Proprio mentre la dipendenza dai fossili contribuisce all’instabilità geopolitica, la posta in gioco della transizione verso l’energia pulita è più chiara che mai”. Di fatto, la produzione di elettricità da gas è cresciuta dell’8% nel 2025, principalmente per il calo della generazione idroelettrica, ma resta in declino strutturale, 18% sotto il recente picco del 2019. LE RINNOVABILI COPRONO QUASI METÀ DELL’ELETTRICITÀ IN UNIONE EUROPEA La trasformazione del settore elettrico interessa tutti i paesi dell’Unione e l’Italia non fa eccezione. Anche se non è tra i 14 Paesi in cui solare ed eolico superano le fossili nella produzione elettrica, cosa che avviene in Svezia, Danimarca, Lussemburgo, Lituania, Finlandia, Portogallo, Spagna, Austria, Francia, Belgio, Ungheria, Germania, Croazia e Paesi Bassi. Nel 2025, la produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese rispetto al 2024, grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In Italia, la generazione solare è cresciuta del 24% nel 2025 (rispetto al 2024), raggiungendo il 17% della produzione elettrica. E così, le rinnovabili hanno generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche, che hanno causato un calo dell’idroelettrico del 12% e dell’eolico del 2%, ma hanno favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica per l’Unione europea (al 17%) e ha comunque prodotto più elettricità del gas. Segni di un cambiamento strutturale sono chiari in tutti i Paesi. In cinque anni la loro quota nella produzione elettrica UE è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025), mentre le fonti fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono rimasti stabili o in lieve calo. L’ITALIA, IL GAS E LE BATTERIE Cresce ancora dell’8% nel 2025, dunque, l’elettricità da gas. Ma i costi delle importazioni per la produzione di elettricità in Ue hanno raggiunto i 32 miliardi di euro (+16% rispetto al 2024). È il primo incremento dalla crisi energetica del 2022, con Italia e Germania a pagare di più per l’import di gas ai fini della generazione elettrica. Le ore in cui si è fatto maggior uso di centrali termoelettriche a gas per soddisfare i consumi elettrici hanno spinto in alto i prezzi medi dell’elettricità dell’11% rispetto al 2024. “La dipendenza dal gas non solo rende l’Ue più vulnerabile al ricatto dei paesi esportatori di combustibili fossili, ma fa anche aumentare i prezzi dell’elettricità. Nel 2025 – racconta Beatrice Petrovich – in Italia abbiamo visto, però, i primi segnali concreti di un maggiore utilizzo delle batterie per stoccare energia rinnovabile e utilizzarla alle ore serali. Con l’accelerazione di questa tendenza, si potrebbe limitare l’uso delle costose centrali termoelettriche a gas, stabilizzando i prezzi e limitando le importazioni di gas”. L’Italia, di fatto, è uno dei leader nell’Unione Europea per diffusione delle batterie e detiene il 20% della capacità operativa totale di accumuli di grandi dimensioni. Nella penisola, la capacità delle batterie di grande scala potrebbe crescere rapidamente e di quasi sei volte rispetto al 2025. IL CASO DELLA CALIFORNIA La California offre un caso di studio di ciò che potrebbe verificarsi in Italia. Partendo da una capacità di batterie simile a quella che oggi ha la Penisola, la California è passata rapidamente a coprire circa il 20 per cento dei suoi consumi serali di elettricità con le batterie, caricate con l’abbondante produzione solare durante il giorno. Questo ha ridotto drasticamente l’uso delle centrali termoelettriche a gas durante i picchi serali di consumo di elettricità. Seguendo questa traiettoria, l’Italia potrebbe stabilizzare prezzi e limitare il gas importato.“Nonostante le molte criticità burocratiche, nel 2025 l’Italia ha generato circa 10 terawattora di elettricità da fotovoltaico in più rispetto al 2024. Accelerare questa crescita è l’unico modo per ridurre i prezzi dell’energia in modo strutturale” commenta Michele Governatori, esperto senior energia del Think tank Ecco. “Al contrario – aggiunge – il Governo italiano sembra più propenso a tenere aperte le centrali a carbone (Leggi l’approfondimento) e a fantasticare sul nucleare, mentre la storica dipendenza dal gas fa dell’Italia uno dei mercati energetici meno accessibili dell’Unione europea. Le rinnovabili, insieme ai sistemi di stoccaggio, a maggiore flessibilità e a una più rapida elettrificazione dei consumi energetici, sono gli strumenti migliori per garantire un’energia pulita e sicura. Le rinnovabili sono già più economiche dei combustibili fossili e del nucleare”. L'articolo Nella Ue eolico e solare generano più elettricità delle fonti fossili. L’instabilità geopolitica non ferma il sorpasso storico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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