di Enza Plotino
Una miopia davvero grave, quella di Meloni. Pensare di fare la guerra alle fonti
energetiche rinnovabili significa affrontare con gli occhiali dell’ideologia più
becera e antiprogressista un comparto importante come quello energetico, che
avrebbe bisogno di migliori teste e di analisi più elevate. La premier ha
lanciato la sfida all’Europa chiedendo, attraverso il ministro Urso a Bruxelles,
lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets
(Emissions trading system), ritenuto un fattore che incide in modo significativo
sui costi a carico delle imprese.
Che già l’Ets fosse bersagliato da più parti e da chi si oppone a ogni riforma
di innovazione che possa pestare i piedi allo status quo delle grandi imprese
energivore e inquinanti, è un fatto. L’Ets è lo strumento principale con cui
l’Europa cerca di ridurre l’inquinamento industriale, attuando il principio cap
and trade (limita e scambia) costringendo chi inquina a pagare per ogni
tonnellata di gas serra emessa.
Nella visione del governo, è necessario mettere mano al mercato che obbliga
centrali elettriche e grandi industrie energivore a comprare quote di CO2 quando
inquinano. Da tempo i governi di destra europei, favorevoli al ritorno massiccio
ai fossili, stavano tentando di forzare l’Europa a sterzare verso questo ritorno
al passato: “bisogna pensare alla competitività delle imprese europee” dicono.
Con l’aggiunta, in questi giorni, dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio
innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran e da tutto quel
che ne sta derivando.
Quale occasione migliore per assestare un nuovo colpo al processo di transizione
energetica che fa venire l’orticaria a tutta la destra europea? Ma la battaglia
di Meloni, a braccetto stretta stretta con Orban, sembra proprio, e per fortuna,
tutta in salita: i Paesi nordici sono pronti a fare muro in difesa del
meccanismo verde, mentre Parigi resta fredda all’ipotesi di sospenderlo. Tra
oggi e domani al Consiglio europeo si parlerà proprio di come far fronte
all’aumento dei prezzi di bollette e carburanti: i governi di Italia, Germania e
Belgio hanno organizzato una videocall di pre-vertice durante la quale la nostra
premier ha lanciato la proposta di mettere da parte il sistema europeo di
scambio delle emissioni.
Oltre ai paesi nordici e i vertici europei, anche il premier spagnolo Sánchez si
è messo di traverso. La Spagna è tra i paesi nettamente contrari a cancellare il
sistema dell’Ets e quello che maggiormente sta avendo risultati importanti in
economia sulla base di una politica energetica fortemente spinta sulle
rinnovabili.
Che fosse in agenda la possibilità di rivedere il sistema Ets è un fatto, ma in
tanti sia ai vertici degli organismi comunitari che al governo nelle capitali
europee, ancor più che in passato in questi giorni di guerra, ricordano il ruolo
che il meccanismo riveste per favorire l’unica fonte energetica grazie alla
quale l’Ue può costruire la sua autonomia, evitare aumenti dei costi energetici
e tirarsi fuori dal ricatto sempre insito nella necessità di importare
combustibili fossili: quella rinnovabile.
Che per far fronte ad un’emergenza energetica globale si picconi un pezzo
importante del green deal e della transizione energetica che l’Europa ha avviato
con grandi difficoltà e con colpevoli ritardi è veramente un atto miope, ottuso
e forse anche un po’ imbecille.
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L'articolo Meloni chiede lo stop del sistema Ets: fare la guerra alle
rinnovabili oggi è una grave miopia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Combustibili Fossili
Sono passati 11 anni dal referendum sulle trivelle che mise in luce il nodo
delle royalties che le imprese versano allo Stato per poter estrarre gas e
petrolio, inadeguate allora e inadeguate oggi. E, alla faccia della
decarbonizzazione, continuano a crescere i contributi agli alle centrali da
fonti fossili che passano dai 1.019 milioni di euro del 2023 ai 1.176,2 milioni
di euro del 2024. Dal report di Legambiente “Stop sussidi ambientalmente dannosi
2026” emerge come il settore energetico sia quello che ha ricevuto più sussidi
per un totale di oltre 14 miliardi di euro. Tra le diverse voci, però, ci sono
molte di quelle di cui si discute anche in questi giorni. Quella più rilevante è
legata alle agevolazioni Iva (circa 3,6 miliardi), seguita dal rilascio di quote
gratuite di carbonio del sistema Ets (Emissions Trading System) con 2,9 miliardi
di euro e dai Prestiti e Garanzie pubbliche messe a disposizione di Sace e Cdp a
favore di impianti e infrastrutture a fonti fossili con 2 miliardi di euro.
Tutto il settore è sostenuto attraverso 28 meccanismi diversi di sussidio e su
alcuni di essi il report si sofferma in modo dettagliato.
ESENZIONI E RIDUZIONI DI ACCISE
Sono 12 le voci di sussidio che, nel 2024, hanno sovvenzionato direttamente o
indirettamente, attraverso esenzioni e riduzioni di accise, agevolazioni,
aliquote ridotte e agevolazioni IVA, le fonti fossili, per un totale di oltre 4
miliardi. Tra i sussidi indiretti più importanti, in termini di costo, c’è l’Iva
agevolata per l’energia elettrica per uso domestico, pari a oltre 3 miliardi.
“Un aiuto diretto alle famiglie e nato allo scopo di ridurre i costi energetici
per le utenze domestiche – commenta Legambiente – che però è un’azione
emergenziale e non strutturale che rappresenta solo un costo e un’agevolazione
nel continuare a consumare fonti inquinanti, senza stimolare un cambiamento”. Il
problema è che questo tipo di aiuto non viene mai sostituito con azioni che
spingono verso una riconversione del modello di produzione e consumo per le
famiglie “abbandonandole a fonti energetiche sempre più costose e
climalteranti”. Questo sussidio si accompagna all’esenzione dall’accisa
sull’energia elettrica impiegata nelle abitazioni di residenza con potenza fino
a 3 kW fino a 150 kWh di consumo mensile (pari a 554,2 milioni di euro) e
all’IVA agevolata per gas metano e Gpl impiegati per usi domestici e civili (420
milioni di euro). Tra i sussidi eliminabili, secondo Legambiente, c’è “la
riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato per usi industriali,
termoelettrici esclusi, da soggetti che registrano consumi superiori a 1,2
milioni di metri cubi annui (pari a 28,7 milioni di euro) e la riduzione
dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e
nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi (altri 0,2 milioni
di euro).
I REGALI A CHI TRIVELLA (PERCHÉ ANCORA CONVIENE)
È il caso dei sussidi per le estrazioni di gas e petrolio. Un problema ‘antico’
di cui si è discusso, però, soprattutto una decina di anni fa, in vista del
referendum sulla durata delle concessioni. Poi, anno dopo anno, sta tornando nel
dimenticatoio, ma senza essere risolto. In Italia, infatti, le società
petrolifere pagano una percentuale di royalties su quanto estratto di molto
inferiori a quanto avviene negli altri Paesi e hanno diritto a franchigie.
Quindi non versano nulla se estraggono meno di una certa quantità. Cosa è
accaduto negli ultimi dieci anni? Le royalties sono rimaste uguali: dal 2010 per
le estrazioni in terraferma la royalty è del 10% su petrolio e gas, mentre in
mare dal 2012 ci sono due diverse aliquote: 10% per il gas e 7% sul petrolio. Se
si innalzassero al 20%, stima Legambiente, l’Italia si ritroverebbe con almeno
376,2 milioni di euro in più. L’unico cambio degno di nota negli ultimi dieci
anni è arrivato nella Legge di Bilancio del 2020 e riguarda le esenzioni dal
pagamento delle royalties (le franchigie, ndr) che, in realtà, quell’anno
avrebbero dovuto essere eliminate stando agli annunci politici. Alla fine si è
scelta la strada della riduzione e oggi, nel caso della produzione di gas su
terraferma, sono esenti dal pagamento di royalties quantità prodotte annualmente
inferiori a 10 milioni di metri cubi (prima erano 25 milioni di standard metri
cubi). Mentre per le estrazioni in mare, sono esenti dal pagamento le quantità
sotto i 30 milioni di metri cubi (prima erano 80 smc) che vengono prodotte nel
corso dell’anno. Un quantitativo che nel 2024 è stato pari a 304,4 milioni di
metri cubi, pari al 10,5% del totale estratto. Stando alle aliquote vigenti, lo
Stato ci rimette almeno 9,8 milioni di euro. Altro regalo concesso al mondo del
fossile riguarda l’inadeguatezza dei canoni, ovvero il costo irrisorio delle
concessioni per la ricerca e le estrazioni. “Oggi in Italia per un permesso di
prospezione le imprese pagano appena 92,50 euro a chilometro quadrato, 185,25
euro per chilometro quadrato per un permesso di ricerca e 1.481 euro a
chilometro per una concessione di coltivazioni” racconta Legambiente. Come se
non bastasse, nel 2020 è stata introdotta anche la soglia massima di spesa per
il canone che il titolare di concessione è tenuto a versare in rapporto al
valore della produzione. La misura, sulla carta, voleva aiutare i piccoli
produttori, ma la verità è che si applica anche ai grandi e costituisce un
sussidio ai danni dell’ambiente, che nel 2024, ha pesato per 3 milioni di euro.
I SUSSIDI PUBBLICI E IL RUOLO DI SACE E CASSA DEPOSITI E PRESTITI
Continua, poi, l’impegno di Sace (Servizi assicurativi e finanziari per le
imprese) e Cassa Depositi e Prestiti a favore del settore fossile. “Nel 2024,
tra garanzie e finanziamenti, le due partecipate hanno destinato due miliardi di
euro al sostegno di impianti e infrastrutture inquinanti e climalteranti”
riporta il dossier. Sono tre i progetti a fonti fossili (per Turchia, Messico e
Italia) che Sace si è impegnata a garantire nel 2024 per complessivi 1,37
miliardi di euro. “Sin dall’avvio del piano Mattei, Sace ha dato l’ok a
operazioni per oltre 3,6 miliardi di euro nei Paesi africani che, oltre a
settori come agricoltura, istruzione e sanità, comprendono anche infrastrutture
energetiche”. A dicembre 2024 è stata firmata un’intesa con la Banca Africana di
Sviluppo che coinvolge Algeria, Egitto, Repubblica del Congo, Etiopia, Costa
d’Avorio, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia: “Paesi centrali nella strategia
energetica italiana e nella rete di forniture di gas e petrolio”. Sempre nel
2024, Sace e Cdp hanno confermato la partecipazione finanziaria al progetto di
produzione e liquefazione di gas Mozambique LNG in Mozambico, in capo alla
multinazionale francese TotalEnergies. “Una conferma – denuncia Legambiente –
arrivata nel più totale silenzio delle due istituzioni, dopo che l’iter di
finanziamento dell’opera è rimasto bloccato per più di quattro anni per invocata
forza maggiore da parte di TotalEnergies, a causa del conflitto armato nell’area
interessata dal progetto”. L’iter di costruzione dell’opera, tra l’altro, ha
visto numerosi episodi di violazioni dei diritti umani, perpetrate sia dagli
insorti che dall’esercito mozambicano.
IL CAPACITY MARKET
Altro capitolo è quello del Capacity Market, introdotto nel 2019 per sostenere
gli impianti capaci di entrare in funzione nei picchi di domanda. Solo che il
sistema è fortemente sbilanciato a vantaggio delle centrali alimentate da fonti
fossili: 1,4 miliardi di euro nel 2024, di cui 180 milioni assegnati per la
nuova capacità aggiuntiva assegnata alle fonti fossili. Secondo i dati dell’asta
per il mercato della capacità pubblicata da Terna, sui 3.800 megawatt di
capacità che hanno ottenuto sussidi per l’installazione, oltre il 68% era
destinato a fonti fossili e solamente lo 0,8% al solare. Tuttavia, analizzando
le aste madri per il triennio 2025-2027, si scorge un segnale parzialmente
positivo. Per il mercato della capacità dal 2025 al 2027 risultano solamente 9 i
progetti a fonti fossili, di cui 3 nuovi impianti e 6 ripotenziamenti, che hanno
ricevuto sussidi stimati in circa 9,5 milioni di euro. Dei megawatt sussidiati,
il 68,6% sarà rappresentato da sistemi di accumulo, che nel 2027 riceveranno il
94,8% delle risorse, per un valore di circa 26,6 milioni di euro. “Una notizia
positiva a condizione che questi accumuli siano alimentati esclusivamente da
fonti rinnovabili” commenta Legambiente. E ricorda che i sistemi di accumulo
possono essere associati a impianti a fonti fossili, come nel caso della
centrale EP di Tavazzano Montanaso (Lodi), dove è destinato a supportare una
centrale a gas da 1.970 megawatt o la centrale EP Bess Fiume Santo, in Sardegna,
dove l’accumulo integrerà un impianto a carbone da 600 MW attualmente in
funzione. O la centrale di Sorgenia dove il sistema di accumulo verrà integrato
nelle centrali a gas a ciclo combinato di Bertonico Turano e Termoli. Di fatto,
un sussidio destinato a sostenere un sistema energetico inquinante.
.
L'articolo Il Governo Meloni “nutre” l’energia fossile: dalle royalties per le
trivelle ai soldi a progetti e centrali proviene da Il Fatto Quotidiano.
I combustibili fossili non solo costano all’Italia la dipendenza energetica che
oggi la fa trovare esposta davanti al conflitto il Medio Oriente (Leggi
l’approfondimento), ma in 15 anni – dal 2011 a oggi – è arrivata ad almeno 436
miliardi di euro la spesa complessiva per i sussidi ambientalmente dannosi, i
cosiddetti Sad. Il governo Meloni ha speso 48,3 miliardi di euro in questi
sussidi nel 2024 (ultimi dati disponibili), destinati a 76 voci tra attività,
opere e progetti connessi, direttamente e indirettamente, alle fossili e alle
attività inquinanti. Una crescita rispetto all’anno precedente che, escludendo
quelli straordinari legati all’emergenza bollette, stimava 45,3 miliardi di
euro. Nel rapporto “Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026”, che Legambiente
presenta oggi in un webinar organizzato in collaborazione con ReCommon, i conti
non tornano: nel Catalogo dei Sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli del
ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ci sono 18 voci di sussidi
non quantificate, 14 voci assenti (per 11,9 miliardi di euro non
contabilizzati), 11 voci senza corrispondenza con i documenti della Ragioneria
dello Stato (per 377,2 milioni di euro ingiustificati) e 18 Sussidi
ambientalmente incerti (per 26,4 miliardi esclusi da qualsiasi piano di
rimodulazione). Carenze dei dati raccolti che impediscono una reale
quantificazione, rimodulazione ed eliminazione di questi sussidi.
IN QUALI SETTORI VANNO I SUSSIDI AMBIENTALMENTE DANNOSI
Tra i settori più interessati dai Sad, al primo posto si conferma quello
energetico che registra, nel 2024, 28 voci e 14,2 miliardi di euro (+3,9
miliardi rispetto all’anno precedente). Tra le voci di categoria più rilevanti
le agevolazioni Iva (3,6 miliardi), il rilascio di quote gratuite di carbonio
del sistema Ets (2,9 miliardi), che il governo Meloni ha persino chiesto
all’Unione Europea di sospendere, nonostante abbia ridotto le emissioni di gas
serra nei settori interessati del 50 per cento dal 2005 (Leggi
l’approfondimento) e i Prestiti e Garanzie pubbliche messe a disposizione di
Sace e Cassa depositi e prestiti a favore di impianti e infrastrutture a fonti
fossili (2 miliardi). Seguono il settore edilizio con 9 miliardi di euro e 7
voci di sussidi, il settore trasporti con 8,7 miliardi di euro e 19 voci e il
settore agricoltura e pesca con 1,11 miliardi e 9 voci. “L’Italia resta ostaggio
del gas fossile – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente –
mentre rinnovabili, accumuli, reti ed efficienza, fondamentali per
l’indipendenza energetica, continuano a essere messe in panchina. Una strategia
– aggiunge – che non rispetta gli impegni internazionali né il Piano nazionale
integrato energia e clima e ignora le lezioni dei conflitti in Ucraina e Medio
Oriente, che spingono sempre più in alto i costi dei combustibili e delle
bollette pagate da famiglie e imprese”.
NEL CATALOGO DEL MASE I CONTI NON TORNANO
Sono quattro, in particolare, le criticità denunciate sul fronte della
trasparenza: nel catalogo dei Sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli del
ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ci sono 18 voci di sussidi
non quantificate (come Iva agevolata, sostegni settoriali, fondi di garanzia e
bonus) e 14 voci di sussidi assenti (tra cui l’inadeguatezza di royalties e
canoni per le trivellazioni, prestiti e garanzie pubbliche di Cassa depositi e
prestiti, contributi all’autotrasporto e fondi nazionali per l’allevamento) per
un totale di 11,9 miliardi di euro non contabilizzati. Altre 11 voci di spesa
non trovano corrispondenza tra il Catalogo e i documenti della Ragioneria dello
Stato relativi al 2024, per una differenza – ingiustificata – di 377,2 milioni
di euro. E poi ci sono 18 voci di Sussidi ambientalmente incerti (Sai) per 26,4
miliardi di euro che sostengono allo stesso tempo attività dannose per
l’ambiente e componenti innovativi. Sussidi, dunque, che richiederebbero uno
studio preliminare e un piano di trasformazione in “favorevoli”, ma che restando
“incerti” non solo vengono esclusi da qualsiasi rimodulazione, ma il loro
impatto negativo non è neppure contabilizzato. Un caso emblematico di mancata
trasparenza nel Catalogo del Mase riguarda le esenzioni delle royalties sulle
estrazioni di gas: riportate per la prima volta, compaiono sempre con lo stesso
valore di 5 milioni di euro dal 2020 al 2024, indipendentemente dalla quantità
di gas estratto e dall’Indice QE (Quotazione Energetica), il parametro di
riferimento utilizzato dal ministero per calcolare le royalties dovute allo
Stato sulle produzioni di gas naturale in Italia. Un indice che si basa
sull’andamento dei prezzi dei combustibili, aggiornato periodicamente.
SUSSIDI ELIMINABILI E RIMODULABILI
Secondo l’associazione ambientalista proprio l’eliminazione dei sussidi alle
trivellazioni è una delle priorità: “Nel 2024, l’inadeguatezza dei canoni e
delle tasse nel settore oil & gas, aggravata da esenzioni e tetti massimi sulle
royalties, ha comportato 547,4 milioni di euro di mancati introiti per lo Stato
rispetto ad altri Paesi”. Legambiente chiede anche “l’eliminazione dei Prestiti
e garanzie pubblici (in particolare le garanzie deliberate nel settore del gas
da Sace e i finanziamenti di Cassa depositi e prestiti nel settore del gas)” e
una rimodulazione dei contributi agli impianti alle centrali alle fonti fossili,
passati da 1,02 miliardi di euro del 2023 ai 1,18 miliardi del 2024 “che, pur
avendo un ruolo sociale in aree come le isole minori e i territori svantaggiati,
necessitano di politiche strutturate per il passaggio a fonti rinnovabili,
riducendo i costi energetici”. “L’emergenza energetica resta grave ma
completamente sottovalutata dal Governo – commenta Katiuscia Eroe, responsabile
Energia di Legambiente – come dimostrano i continui bonus una tantum e un
Decreto Bollette che attacca il sistema Ets, detassa il gas facendolo pagare ai
cittadini nella bolletta elettrica e toglie risorse a rinnovabili, efficienza e
ai fondi per la decarbonizzazione”. Secondo l’associazione 23,1 miliardi di euro
di Sad potrebbero essere eliminati “rimodulando altri 25,2 miliardi entro il
2030 con un’azione decisa del Governo”, ma occorre anche “intervenire sulle
criticità del Catalogo in termini di quantificazione, incongruenza e mancanza di
voci”.
L'articolo L’Italia sborsa 436 miliardi di euro in 15 anni per chi inquina. E
sui sussidi ambientalmente dannosi i conti non tornano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Unione europea continua a fare passi avanti sulle rinnovabili, eppure il
conflitto in Medio Oriente ha mostrato tutta la vulnerabilità dell’Europa
rispetto agli shock dei prezzi sui mercati internazionali. Una fragilità
direttamente proporzionale alla dipendenza dai combustibili fossili che l’Europa
importa per il 58% del fabbisogno energetico totale (con una dipendenza del 95%
per il petrolio e del 90% per il gas). Il costo dell’energia prodotta da gas
nell’Ue è aumentato di oltre il 50% nei primi dieci giorni del conflitto, a
partire dal 28 febbraio. Secondo un’analisi del think tank Ember, con il balzo
dei prezzi, nello stesso periodo, l’Ue ha pagato 2,5 miliardi di euro aggiuntivi
per le importazioni di combustibili fossili. Ma l’impatto si sente molto di più
nei Paesi più dipendenti dal gas, come l’Italia. Qualcosa del Green deal, piano
strategico per raggiungere la decarbonizzazione, è arrivato a destinazione, ma è
lontano “lo sbarco sulla luna” annunciato dalla presidente della Commissione Ue.
“L’Unione europea era partita bene nel primo mandato Ursula von der Leyen, ma la
reazione alla crisi in Ucraina ha portato a un eccesso di investimenti in
infrastrutture di gas, in particolare di gas naturale liquefatto, che hanno
accelerato la nostra dipendenza dagli Stati Uniti” spiega a ilfattoquotidiano.it
Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del
think tank indipendente sulla transizione energetica Ecco. Per ridurre la
dipendenza dal gas russo, l’Ue è entrata in un’altra trappola, quella del gas
acquistato a caro prezzo dagli Usa che, senza colpo ferire, hanno appena dato il
via libera agli acquisti di petrolio dalla Russia, a cui l’Ue continua ad
applicare le sanzioni e un price cap. “Se con la crisi in Ucraina in parte era
inevitabile importare il gas da altri Paesi, almeno nel primo periodo – aggiunge
– dall’altro lato, sono stati costruiti troppi terminali Gnl, che poi peseranno
sul costo dell’energia, mentre si poteva puntare di più sulle rinnovabili,
soprattutto in Paesi come l’Italia”.
IL RUOLO DELLE RINNOVABILI NELLA RIDUZIONE DELLA DIPENDENZA DALLE FONTI FOSSILI
L’Europa, d’altronde, è quella dove per la prima volta, nel 2025, eolico e
solare hanno generato più elettricità delle fossili (il 30%, contro il 29%). Ma
quello sulle rinnovabili è un quadro in chiaroscuro. Lo scorso anno le energie
pulite hanno fornito quasi il 48% dell’energia elettrica e, dal 2021 al 2024, la
capacità installata è cresciuta del 37% (190 gigawatt). Allo stesso tempo, se il
target vincolante per la quota rinnovabile nel consumo finale lordo di energia è
di almeno il 42,5% entro il 2030 (con l’ambizione di raggiungere il 45%), nel
2024 quella quota si è fermata al 25%. Nel frattempo, però, sempre dal 2021 al
2024, la domanda europea di gas calata del 19%. “In questi anni le rinnovabili
hanno avuto un ruolo fondamentale nel calo della dipendenza dalle fonti fossili,
ma soprattutto quella dal carbone in alcuni Paesi, tra cui la Germania.
Immaginiamo come staremmo ora in Europa, se avessimo la stessa dipendenza dalle
fossili di dieci anni fa” spiega Michele Governatori. “La domanda europea di gas
è calata circa di un quinto nel 2022 e nel 2023 – aggiunge – e questo
rappresenta qualcosa che, solo poco tempo prima, sarebbe stato difficile
immaginare, ma il calo è stato soprattutto una risposta ai prezzi alti del gas
dopo l’invasione dell’Ucraina e, solo secondariamente, per le politiche”.
IL MERCATO DEL GAS A MISURA DI STATI UNITI
Oggi, dunque, si consuma meno gas rispetto agli anni che hanno preceduto la
guerra in Ucraina, ma nel frattempo il mercato è molto cambiato e adesso è un
mercato globale, sostanzialmente con un unico prezzo. “Prima c’erano dei prezzi
regionali, perché i tubi collegavano alcune aree del mondo in modo privilegiato
rispetto ad altre – aggiunge – ora che una parte maggiore di gas viaggia via
mare, le navi vanno dove le porta il prezzo. E così gli Stati Uniti, principali
esportatori mondiali di petrolio e gas, sono diventati la determinante del
prezzo del gas”. Un mese fa, a Bruxelles, una portavoce della Commissione Ue ha
smentito gli allarmi sul rischio della dipendenza dell’Europa dal gas importato
a caro prezzo dagli Stati Uniti. A manifestare i timori anche la vice di Ursula
von der Leyen, Teresa Ribera e il commissario europeo all’Energia, Dan
Jorgensen. “Dal punto di vista geopolitica per l’Europa è preoccupante e
pericoloso” commenta Michele Governatori, ricordando le recenti dichiarazioni,
con cui Trump ha replicato alle preoccupazioni negli Usa per l’aumento del
prezzo della benzina. “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio
al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di
soldi” ha scritto in un post sui social. “Trump parla del petrolio, ma vale lo
stesso discorso per il gas” aggiunge l’esperto.
LE PRESSIONI USA E LA NUOVA TRAPPOLA DEL GNL
Che cosa avrebbe dovuto fare l’Europa in più per essere oggi meno esposta?
“L’Unione europea in questi anni ha fatto diversi passi importanti e, nel
complesso, su rinnovabili e decarbonizzazione è molto avanti rispetto
all’Italia, ma ha anche commesso degli errori. Avrebbe dovuto – e dovrebbe,
perché siamo ancora in tempo – fare l’Europa. Essere coerente – spiega
Governatori – con le politiche che hanno caratterizzato soprattutto il primo
mandato della Commissione von der Leyen, durante il quale fu approvata la prima
legge sul clima”. Nel secondo mandato, però, è iniziata la retorica della
competitività. E questo ha prodotto diversi effetti, come il dietrofront sullo
stop ai motori termini nel 2035. A dicembre 2024, però, Trump ‘avvisò’ Bruxelles
che le esportazioni sarebbero state colpite dai dazi statunitensi se gli stati
membri non avessero aumentato gli acquisti di petrolio e gas americani. Che, a
dire il vero, erano già saliti parecchio dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Detto, fatto. Con l’accordo commerciale firmato con gli Usa a luglio 2025,
l’Unione europea si è impegnata ad acquistare energia statunitense per un valore
di 750 miliardi di dollari entro il 2028 (250 miliardi l’anno). Nel 2025,
Italia, Germania, Paesi Bassi, Francia e Spagna hanno importato il 75% Gnl Usa
in Unione Europea. E se queste sono quadruplicate dal 2021 al 2025 (passando da
21 miliardi a circa 80 miliardi di metri cubi) portando i paesi dell’Unione ad
acquistare complessivamente il 57% del loro Gnl dagli Stati Uniti, secondo una
recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis,
organizzazione indipendente statunitense, nei prossimi anni potrebbe arrivare
dagli Stati Uniti fino al 75–80% del Gnl importato dall’Ue, arrivando a coprire
circa il 40% delle importazioni totali di gas.
L’EUROPA AL BIVIO
A chi è convenuto l’accordo con gli Usa? L’Unione europea ha firmato solo perché
sotto minaccia? “È stato un errore accettare l’accordo con gli Stati Uniti sul
gas in risposta alle minacce tariffarie di Trump, anche se credo si tratti di un
impegno scritto sulla sabbia. Se l’Europa, che ha anche la forza economica per
non stare all’agenda di Trump, non fosse scesa a compromessi, sarebbero stati
gli Usa a violare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Credo
che il presidente degli Stati Uniti, come accaduto altre volte, avrebbe fatto
marcia indietro”. Il risultato è che nel rapporto annuale sullo stato
dell’Unione dell’energia, è la stessa Commissione Ue a dire che “il
raggiungimento degli obiettivi energetici dell’Ue per il 2030 richiederà una
diffusione molto più rapida delle energie rinnovabili” e miglioramenti
dell’efficienza energetica nei prossimi anni. “L’Europa può farlo, se non si
mette a proteggere i comparti meno efficienti dell’ industria dal punto di vista
climatico. Ci sono settori in cui l’Italia ha ancora da dire: dalle turbine
eoliche che ancora si producono qui, alle pompe di calore. Anche le reti
elettriche sappiamo farle in Europa” spiega Governatori. E nel continente c’è
chi ha messo a frutto le sue potenzialità. Dall’analisi di Ember emergono le
differenze particolarmente marcate tra la Spagna, che ha aggiunto 40 GW di
capacità da energie rinnovabili dal 2019 e l’Italia, che rimane fortemente
dipendente dal gas per la produzione di energia elettrica. E in Spagna il gas ha
influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore dall’inizio del
2026, rispetto all’89% in Italia.
L'articolo L’Europa delle rinnovabili paga il conto (salato) delle energie
fossili. E della trappola del gas liquido di Trump proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il conflitto in Medio Oriente è un nuovo banco di prova, per tutti. Dalla Cina
all’Europa, passando per l’Italia che, ancora una volta, si fa trovare
impreparata. Perché nelle guerre che fanno schizzare i prezzi delle materie
prime, a iniziare da quelli di gas e petrolio, resistono meglio i Paesi che
diversificano fonti energetiche e fornitori. E l’Italia è vittima della
strategia industriale del Governo Meloni che, con la guerra in Ucraina appena
iniziata, per risolvere il problema della dipendenza del gas russo, invece di
accelerare sulle rinnovabili, ha preferito rincorrere l’idea di trasformare il
Paese in un “hub del gas”. Idea diventata uno dei pilastri della strategia non
solo energetica, ma anche di politica estera di Giorgia Meloni. Con tanto di
spot sul Piano Mattei per l’Africa, su cui a due anni di distanza dalla partenza
si sa davvero poco. “Possiamo essere un hub del gas europeo” dichiarava nel 2022
il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto
Fratin. Poi, nelle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo si è
parlato sempre più spesso di un più generico “hub energetico”, ma la sostanza
non è cambiata. E l’Italia non è diventata né carne, né pesce. Nel mix
energetico primario del Paese, la dipendenza dalle fonti fossili resta ancora
molto alta e rappresenta una fetta del 69%, mentre le rinnovabili sono al 23%.
Non è un caso se, secondo un’analisi del Financial Times, basata su uno studio
che ha esaminato quindici economie realizzato dalla Oxford Economics, tra i
Paesi europei con le economie più avanzate, l’Italia è la più esposta rispetto
all’impennata dei costi energetici che colpirà le nazioni di tutto il mondo.
Proprio perché troppo dipendente da gas e petrolio e, quindi, dalle
importazioni. Una situazione che avrebbe dovuto spingerla verso lo sviluppo
delle rinnovabili, ma così non è stato. A correre – paradossalmente – è stata la
Cina, che è ancora più dipendente dalle fonti fossili. Lo ha fatto, anche se il
carbone rappresenta il 54% dei suoi consumi energetici finali e, quindi, è uno
scudo dagli shock internazionali.
QUINDICI ANNI DI RALLENTISMO
Ma com’è possibile, invece, che la situazione italiana sia questa a più di 15
anni da quello che sembrava l’inizio di quella che sarebbe stata una
rivoluzione? E che nel 2025 la crescita delle rinnovabili abbia persino
rallentato il passo? È dovuto a un’opposizione politica che ha alimentato quella
ideologica, spesso basate su convinzioni errate. Si ricordano le esternazioni di
Matteo Salvini, vicepremier “favorevole a rinnovabili e all’energia dell’atomo”,
ma molto più entusiasta all’idea “di una centrale nucleare a Milano entro il
2032” che per i “mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi”. C’è
stato un tempo, non troppo lontano in cui persino il ministro (l’ex) della
Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava di “lobby dei rinnovabilisti”.
Alla faccia della transizione. Il resto lo hanno fatto burocrazia, ritardi
nell’attuazione delle direttive, decreti che spesso e volentieri hanno
ingarbugliato l’iter invece di semplificarlo.
LA DIPENDENZA ITALIANA (ED EUROPEA) DALLE IMPORTAZIONI ENERGETICHE
Nel suo complesso, tutta l’Unione europea continua a essere fortemente
dipendente dalle importazioni energetiche con una percentuale del 56,9% sul
totale dei consumi energetici. E l’Italia è abbondantemente sopra la media
europea (74%). La Cina, per intenderci, è al 24 per cento. Rispetto alle fonti
energetiche, il parametro utilizzato per stimare la dipendenza di un Paese è
quello del mix energetico primario. Perché considera – prima della loro
trasformazione – l’insieme delle fonti grezze (gas, petrolio, carbone,
rinnovabili, nucleare), utilizzate per soddisfare la domanda totale di energia
di un paese, non solo quella elettrica, ma anche quella legata a riscaldamenti e
trasporto. E l’Italia non è messa bene, con circa il 70 per cento affidato al
fossile. Un altro parametro molto importante è il consumo finale lordo, che
rappresenta l’energia effettivamente consegnata all’utente, dalle industrie alle
famiglie, dal settore dei trasporti all’agricoltura. Come previsto dal Piano
nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), entro il 2030 – quindi fra
quattro anni – l’Italia deve portare al 39,4% la quota di rinnovabili sul
consumo finale lordo. Oggi è al 19,4%. E dovrà raggiungere anche una capacità
totale installata di 131 GW di potenza rinnovabile. Ma quella installata, dato
aggiornato a dicembre 2025, è di 83,5 gigawatt. D’altronde, se nel 2025 in
Unione europea per la prima volta eolico e solare hanno generato più elettricità
delle fossili (Leggi l’approfondimento), l’Italia non è tra i 14 Paesi in cui è
avvenuto il sorpasso.
COSA HA FATTO L’ITALIA E COSA MANCA PER RAGGIUNGERE I TARGET
Il problema è che dopo l’inizio sfavillante, le rinnovabili hanno vissuto anni
di buio totale. Dal 2015 al 2022 l’Italia ha installato una media di 800
megawatt (0,8 gigawatt) all’anno. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, per
ottenere il via libera per un impianto eolico ci volevano in media 5 anni contro
i 6 mesi previsti dalla normativa. Nel 2022 sono stati aggiunti 3 GW di nuova
potenza. Si calcolava che l’Italia avrebbe dovuto aggiungere ogni anno almeno 8
GW necessari per aggiungere 70 gigawatt di nuova potenza entro il 2030.
Condizione necessaria non solo per abbassare il costo delle bollette e
sganciarsi dagli idrocarburi russi, ma anche per ridurre le emissioni del 55%
entro la fine del decennio rispetto ai livelli del 1990. Mancando anno dopo anno
l’obiettivo degli 8 GW (5,6 gigawatt nel 2023 e 7,4 nel 2024) e con il 2030
sempre più vicino, l’Italia deve ora recuperare in pochissimo tempo ciò che non
è stato fatto. Oggi l’asticella è fissa sugli 80 gigawatt di nuova potenza
rinnovabile aggiuntiva rispetto ai livelli del 2020-2021, per arrivare a un
totale installato di almeno 131 gigawatt. Gli 8 gigawatt all’anno, a cui
l’Italia non è mai arrivata, non bastano più. Servirebbe una media di circa
10-12 GW di nuova capacità rinnovabile all’anno. Tra l’altro, anche se nel 2025
circa il 48% di tutta l’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, lo
scorso anno i nuovi impianti hanno subito una battuta d’arresto: 7,2 GW contro i
7,5 del 2024. Morale: se negli ultimi cinque anni sono stati installati 25
gigawatt, nel prossimo lustro si dovranno installare almeno altri 55 GW, più del
doppio di quanto fatto fino a oggi.
LA CINA E LA SUA CORSA SULLE RINNOVABILI
L’Italia e parte dell’Europa sono rimaste a guardare, mentre la Cina diventava
leader mondiale delle energie pulite. Ed è il Paese che oggi inquina di più al
mondo, anche per il numero della popolazione. Non è infatti né il primo se
calcoliamo le emissioni pro-capite, né il primo tenendo conto delle emissioni
storiche. Inquina perché è legato a doppio filo al carbone, che pesa per il 54%
sui consumi finali di energia, mentre le rinnovabili sono al 13%. Però i
cambiamenti, rispetto a pochi anni fa, sono tangibili. I dati presentati a
inizio 2026 dalla National Energy Administration dicono che ad oggi il 60% del
suo mix elettrico è verde, con una produzione elettrica da fonti rinnovabili che
ha raggiunto circa 4mila TWh. “Un valore superiore all’intero fabbisogno
elettrico dei 27 Stati membri dell’Unione europea (stimato in circa 3.800 TWh)”
ha commentato Xing Yiteng, vicedirettore del Dipartimento di Pianificazione
dello sviluppo. E non si tratta solo degli impianti. Rispetto al 2024, la nuova
capacità di accumulo è aumentata dell’84%.
PECHINO E LA STRATEGIA DELLA DIVERSIFICAZIONE
Di fatto, sulla carta, la Cina è tra i Paesi che avrebbero più da perdere nel
conflitto in Medio Oriente. Basti pensare che è il più grande importatore di
greggio al mondo e acquista a prezzo basso l’80% del petrolio iraniano. Ma
Pechino ha attuato una serie di ‘diversificazioni strategiche’ rispetto a fonti
energetiche e fornitori che, tra le altre cose, le hanno consentito di ridurre
la sua dipendenza dallo Stretto di Hormuz, da cui passa solo il 40-50% delle
importazioni petrolifere via mare del Paese. Secondo Ting Lu, capo economista
per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto
rappresentano il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese. E comunque, la
dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio, incide solo per il 14% del
consumo totale di greggio, oltre al fatto che il Paese può contare su una delle
più grandi riserve al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese
erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i
4 mesi di fabbisogno.
L’OPPOSIZIONE IDEOLOGICA (E POLITICA) ALLE RINNOVABILI E LA MIOPIA ITALIANA
L’Italia, invece, non può contare su una serie di ‘vantaggi’ strategici. Eppure,
invece, di mettersi a correre, ha sempre avuto il freno a mano tirato con le
rinnovabili, non cogliendone la potenza strategica. Anche a causa
dell’opposizione prima di tutto politica, che ha alimentato timori nelle
comunità interessate dai progetti. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it,
neppure il decreto sulle aree idonee pubblicato nel 2024 è riuscito a smorzare
la sindrome Nimby (Not in my backyard, ossia ‘Non nel mio cortile’), placando le
proteste delle comunità locali, pronte a scendere in piazza contro pale eoliche
e pannelli solari a due passi da casa. A volte sulla base di preoccupazioni
legittime, dovute a impatti ambientali, incertezza delle norme e alla poca
partecipazione ai processi decisionali, in altri casi per una resistenza
alimentata da informazioni non sempre corrette e strumentalizzazioni. Un
meccanismo che, a sua volta, genera la cosiddetta sindrome Nimto (Not in my
terms of office, cioè ‘Non durante il mio mandato elettorale’). Più e più volte,
in questi anni, aziende del settore e associazioni di categoria (o
ambientaliste) hanno segnalato disinformazione e falsi miti.
LE BUFALE SULLE RINNOVABILI. ANCHE DOPO IL BLACK OUT IN SPAGNA
Uno di queste è che “le rinnovabili non sono affidabili” perché dipendono da
fattori variabili come il sole e il vento. Quando c’è stato il black out in
Spagna, Salvini non ha perso tempo. “La decisione spagnola di tornare indietro
rispetto al dossier del nucleare è stata sicuramente una concausa del buio delle
24 ore” ha detto. Anche il deputato e responsabile del Dipartimento energia di
Forza Italia, Luca Squeri, ha messo il carico: “La Spagna è stata portata come
esempio per il suo privilegiare fotovoltaico ed eolico che però, essendo per
loro natura intermittenti, con la loro instabilità tendono a destabilizzare la
rete”. A parte la spiegazione sulle cause rinnegata dai fatti, c’è da
sottolineare che oggi l’intermittenza delle rinnovabile può essere superata con
tecnologie di accumulo avanzate, reti intelligenti e sistemi di gestione
energetica. La risposta del premier spagnolo Pedro Sanchez? “Chi collega questo
incidente alla mancanza di energia nucleare, francamente, sta mentendo o
dimostrando la propria ignoranza”. Altro falso mito: i pannelli fotovoltaici
inquinano di più di quanto producono. In realtà, oggi è al massimo di due anni
il ‘tempo di ritorno energetico’ di un pannello solare, ossia il tempo
necessario a compensare l’energia usata per costruirlo, mentre gli impianti
durano oltre i 25 anni. Non solo: attualmente è riciclabile circa il 95-98% dei
materiali di un pannello fotovoltaico. Un altro cavallo di battaglia dei
detrattori delle rinnovabili: rubano il suolo agricolo. La realtà è che per
raggiungere i target al 2030 si stima un’occupazione al massimo di 80mila
ettari, ossia lo 0,5% della superficie agricola totale italiana (16 milioni di
ettari). Una superficie più o meno simile a quella che viene abbandonata ogni
anno.
IL BLOCCO PERSISTE. LE STORIE AL LIMITE DEL PARADOSSO
Nel frattempo, le rinnovabili devono fare i conti con vecchi e nuovi problemi,
come i ritardi nell’attuazione delle direttive europee, mentre mancano il
decreto Fer X, che dovrebbe definire le regole per le procedure di Asta dal 2026
al 2030 e il Fer2 per le aste delle rinnovabili non ancora tecnologicamente
mature. Neppure il nuovo Decreto Aree Idonee mette d’accordo. Tutto questo
alimenta i paradossi. Nell’ultimo report di Legambiente ‘Scacco alle
rinnovabili’ si racconta, per esempio, la storia di un progetto eolico da 23
megawatt di Ariano Irpino (Avellino), presentato in una ex cava e discarica
degli anni ’90, oggi riconosciuta come disastro ambientale. È stato bloccato
perché, a conferenza di servizi inoltrata, è riemerso un vincolo archeologico
imposto nel 1995 per impedire la discarica. Un vincolo ignorato dal Commissario
per l’emergenza rifiuti, che aveva consentito l’attivazione della discarica
rimasta operativa fino a pochi anni fa. Oggi quell’area è una discarica tombata,
piena di rifiuti che dovrebbero essere bonificati. “Ciò che è stato possibile
per i rifiuti – denuncia Legambiente – diventa improvvisamente impossibile per
le rinnovabili”. In Umbria, invece, alcuni cittadini di Terni si sono visti
negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente gradevole” e
addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Non sia mai.
L'articolo L’Italia paga l’opposizione alle rinnovabili, mentre la Cina (con
carbone e petrolio) vola sulle energie pulite proviene da Il Fatto Quotidiano.
Questo decennio è nato decisamente sotto una cattiva stella. Nel giro di pochi
anni si sono verificate ben quattro crisi economiche globali, una successione
piuttosto imprevedibile che può sfidare qualsiasi cigno nero. La prima è stata
la crisi sanitaria del Covid che ha ridotto il Pil mondiale in maniera
drammatica: per l’Italia il calo è stato dell’8%. Dopo due anni è arrivata la
guerra regionale, anche se poi si è estesa in maniera indiretta, tra Russia e
Ucraina. L’effetto stavolta è stato quello di far esplodere l’inflazione,
arrivata a superare il 10% annuo, con una perdita di reddito non più recuperata.
Nell’aprile 2025 Trump ha sconvolto il commercio internazionale con le sue
tariffe di ritorsione verso più di cento Paesi nel tentativo di tutelare gli
interessi economici americani.
Adesso è arrivata una seconda guerra regionale. Questa guerra, iniziata da
Israele e dagli Usa contro l’Iran, è ancora meno comprensibile della precedente
perché non c’è contiguità territoriale tra i Paesi coinvolti, quindi nessuna
diatriba territoriale, e si tratta, par di capire, di una guerra preventiva. In
altri tempi una guerra preventiva si sarebbe chiamata aggressione, in contrasto
con il diritto internazionale – al di là del fatto che l’Iran sia governato da
un regime autocratico e ferocemente repressivo. Anche gli obiettivi da
raggiungere non sembrano chiari, almeno per gli Usa che, di fatto, non possono
essere minacciati direttamente. Per Israele si tratta invece di eliminare
definitivamente l’arsenale militare iraniano, e possibilmente un bel po’ dei
suoi leader politici e militari, per garantire la sua sicurezza.
Quali le conseguenze economiche di questa terza guerra del Golfo? La conseguenza
fondamentale non può che essere una distruzione della ricchezza mondiale, come
accade sempre nel caso delle guerre ad ampio raggio, vista anche l’importanza
economica dell’area considerata. L’effetto finale sull’economia-mondo dipenderà
dalla durata della guerra, al netto delle conseguenze imprevedibili. Comunque i
mercati si sono già mossi nella loro direzione naturale. Per primi hanno reagito
quelli delle materie prime e quelli azionari. Poiché i Paesi del Golfo sono uno
scrigno di combustibili fossili, Gnl e petrolio, il loro prezzo si è subito
impennato, in risposta all’interruzione del transito navale che passa per lo
stretto di Hormuz, chiuso di fatto dall’Iran. Lo stesso è accaduto per il prezzo
del gas che è salito in picchiata nei mercati europei.
Questo rapido aumento del prezzo delle materie prime porterà a un’inflazione
come quella disastrosa della guerra regionale precedente e ancora in corso?
Probabilmente no, perché attualmente al mondo c’è una grande abbondanza di
petrolio. Più critico è il caso del Gnl del Medio Oriente, da cui le economie
europee dipendono pesantemente. L’effetto finale, comunque, non può che essere
un aumento dell’inflazione, vedremo se a una o due cifre, ancora causata
dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili, da cui l’economia mondiale
dipende anche se in misura sempre minore. Quest’inflazione può essere
considerata una tassa che il mondo deve pagare per la cosiddetta sicurezza di
Israele. Naturalmente c’erano molti altri modi per garantirla, ma il governo
israeliano ha scelto la strada dell’azione bellica.
Anche i mercati finanziari non sono rimasti a guardare e le borse mondiali hanno
fatto segnare pesanti risultati negativi con perdite giornaliere attorno al 3%,
migliaia di miliardi che sono andati in fumo soprattutto in Asia, la regione più
colpita perché più dipendente dal petrolio del Medio Oriente. Ma qui le
preoccupazioni sono minori perché la borsa è abituata a queste capriole, e le
perdite di oggi potranno essere facilmente recuperate. L’entità del danno per i
risparmiatori dipenderà dalla durata e dagli esiti della guerra in atto. Molto
critica potrebbe essere, invece, la situazione per il gigantesco debito pubblico
americano con il tasso di interesse sui titoli Usa che è leggermente cresciuto,
e che potrebbe crescere ancora di più a seguito dell’inflazione attesa. Di
sicuro in questa situazione la Fed non ridurrà il tasso di sconto.
C’è un fatto che va rimarcato, e in un certo senso è nuovo. Questa guerra che
vede gli Usa direttamente impegnati non è una guerra per le materie prime del
Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati
dal giogo dei combustibili fossili. Mentre fino agli anni Novanta le
importazioni di petrolio costituivano quasi la metà del disavanzo commerciale
americano, ora gli Usa sono diventati pienamente autosufficienti, anzi lo
esportano. Come risultato collaterale, e forse voluto, possiamo dire che Trump
ha fatto un ennesimo favore alla potente lobby americana dei combustibili
fossili che ha abbondantemente finanziato la sua campagna elettorale.
Delle disgrazie di questa prima parte del decennio, due portano la firma del
Presidente degli Usa. Le sue scelte sono presentate con motivazioni oscure,
carenti, a volte fasulle e decisamente poco convincenti su di un piano
razionale. Non è un caso allora che la stampa abbia dato molto risalto ai
sondaggi secondo i quali la fiducia degli americani nelle condizioni di salute
mentale di Trump è fortemente diminuita. L’aumentata imprevedibilità di Trump
che preoccupa gli elettori americani sta facendo pagare un prezzo molto alto
all’economia-mondo, soprattutto ai paesi in via di sviluppo sui quali
principalmente si scaricheranno le conseguenze della nuova, speriamo
transitoria, inflazione bellica mondiale.
L'articolo In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia
mondiale saranno molte proviene da Il Fatto Quotidiano.
Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345
milioni di dollari a Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui
aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald
Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace
International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo
e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a
seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso
legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con
la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il
risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa
un anno fa (Leggi l’approfondimento).
UNA CAUSA DURATA ANNI
La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari
di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la
costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il
progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù
Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili
nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto
diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da
sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio
dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un
decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente
resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James
Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la
chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi
duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della
compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto
ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare
petrolio.
LA DIFFICILE POSIZIONE DI GREENPEACE
Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione.
Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce,
unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende
inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e
al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace
International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy
Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi
Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali
volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali,
spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il
dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando
giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto
olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di
prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un
importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le
aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato
illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per
la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General
Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste
organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver
presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone
dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle
decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”.
Fotocredits: Stephanie Keith, Greenpeace
L'articolo Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota
difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Come Coordinamento FREE – Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza
Energetica – comprendiamo l’urgenza del Governo di intervenire per ridurre il
peso delle bollette elettriche per famiglie e imprese, come previsto dalla bozza
di decreto recante ‘Misure urgenti di agevolazione tariffaria per la fornitura
di energia elettrica e gas. Tuttavia esortiamo al contempo il Governo a
riconsiderare alcune misure che, se confermate, rischiano di produrre effetti
distorsivi sul mercato elettrico e di risultare incoerenti con gli obiettivi di
decarbonizzazione e con i principi di corretta formazione dei prezzi”. Attilio
Piattelli, presidente di Coordinamento Free, è parzialmente scettico sul decreto
bollette. Che, a suo avviso, favorisce le fonti fossili a scapito delle altre.
Cosa pensate del meccanismo di rimborso ai produttori termoelettrici?
Il decreto introduce all’articolo 5 un meccanismo di rimborso ai produttori
termoelettrici a gas dei corrispettivi della tariffa di trasporto del gas e, in
aggiunta, di una quota riconducibile agli oneri ETS sostenuti per la produzione
di energia elettrica. L’intervento appare finalizzato a ridurre il prezzo di
mercato dell’energia elettrica – oggi fortemente influenzato dalla generazione a
gas – anche con l’effetto di comprimere i ricavi delle fonti rinnovabili che
operano, come le altre fonti in un quadro di mercato. La realtà però è un po’
diversa. Il rimborso dei costi legati al differenziale tra TTF (l’hub europeo
del gas) e PSV (Punto virtuale di scambio) e del contributo ETS (Emissions
Trading System) – oggi stimabili, più o meno, in circa 30 €/MWh – riduce
artificialmente il costo variabile della generazione a gas, con il rischio
concreto di aumentarne l’utilizzo nell’ordine di merito per la formazione dei
prezzi in borsa. Si crea così un incentivo implicito a favore di una fonte
fossile proprio mentre il sistema energetico europeo è impegnato in un percorso
di progressiva decarbonizzazione. Sebbene il decreto preveda una verifica del
pieno trasferimento dei rimborsi nelle offerte di vendita, non vi è certezza che
l’intero beneficio si traduca in una effettiva e stabile riduzione del prezzo
all’ingrosso. Il rischio è quindi quello di intervenire sui costi senza avere
garanzie certe sull’effettivo vantaggio per i consumatori finali.
A vostro avviso va preservato il sistema ETS?
Si tratta di una questione di principio, non trascurabile. Il sistema ETS è
stato istituito per internalizzare il costo ambientale delle emissioni di CO₂ e
fornire un segnale economico chiaro e progressivo contro l’uso delle fonti
fossili. Neutralizzarne l’effetto contraddice la ratio dello strumento europeo e
potrebbe costituire un precedente pericoloso sotto il profilo della coerenza
delle politiche climatiche. Inoltre, il rimborso decorre dal 1° gennaio 2027,
configurandosi come misura strutturale e non come intervento immediato e
temporaneo di natura emergenziale. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di
criticità: il mancato gettito derivante dai rimborsi viene coperto tramite
componenti applicate ai prelievi di energia elettrica. In altri termini, l’onere
viene redistribuito in bolletta, con il rischio di penalizzare determinate
categorie generando effetti redistributivi non equi.
Cose occorrerebbe fare, secondo lei?
La strada più efficace e coerente dovrebbe essere quella di preservare
integralmente il meccanismo ETS, mantenendone la funzione ambientale di stimolo
alla decarbonizzazione, e di favorire in modo deciso la stipula di contratti PPA
a lungo termine per le fonti rinnovabili che oggi operano a mercato, con
meccanismi di garanzia e aggregazione analoghi a quelli previsti per l’Energy
Release, strumento predisposto per i nuovi impianti FER.
Ci sono aspetti positivi nel decreto?
È certamente positivo quanto previsto all’articolo 3 della bozza di decreto in
materia di contrattazione di lungo termine della produzione rinnovabile. Tale
impostazione andrebbe tuttavia ulteriormente rafforzata e resa centrale nella
strategia di contenimento strutturale dei prezzi, offrendo stabilità dei prezzi
di generazione da FER e ricavi certi per gli operatori delle rinnovabili con
prezzi che siano però commisurati ai costi operativi delle tecnologie e al
giusto margine d’impresa. Infatti, nel caso in cui gli impianti fossero
obbligati a vendere a prezzi ritenuti troppo bassi, potrebbero non essere in
grado di sostenere i costi operativi. Una gestione troppo aggressiva dei prezzi
riconosciuti per tali categorie di impianti rischia di compromettere asset
produttivi già realizzati e di determinare la perdita di capacità rinnovabile.
In aggiunta, sollecitiamo un piano straordinario di rapida e significativa
accelerazione delle procedure di autorizzazione degli impianti FER, con il forte
potenziamento delle strutture preposte al rilascio delle autorizzazioni. Tale
azione permetterebbe un’accelerazione delle realizzazioni di nuovi impianti FER
che, nel giro di pochi anni, porterebbe a una riduzione consistente del costo
delle bollette, senza effetti negativi per il sistema e rendendo il beneficio
strutturale nel tempo. Un aumento stabile della produzione elettrica da fonti
rinnovabili contribuirebbe inoltre a rafforzare l’indipendenza energetica del
Paese, a sostenere la crescita dell’industria nazionale e a favorire risposte
concrete al percorso di decarbonizzazione del nostro Paese. C’è poi nel decreto
un’ulteriore criticità relativa al biogas.
Può spiegare meglio?
L’articolo 4 introduce modifiche rilevanti al meccanismo dei prezzi minimi
garantiti per biogas. Il taglio delle ore di producibilità mal si sposa con una
tecnologia che non consente di interrompere e riavviare la produzione. Le
ulteriori condizionalità di accesso al meccanismo poste dalla norma per gli
impianti superiori a 300 kW rischiano di portare alla chiusura immediata degli
impianti, compromettendo la realizzazione delle riconversioni verso la
produzione di biometano sancite dal PNRR e, in ottica di più ampio respiro, dal
PNIEC.
Cosa pensa dell’articolo 6 relativo alla gestione della capacità di rete e sulla
riduzione della cosiddetta saturazione virtuale?
È condivisibile. Si tratta di una misura attesa da tempo e non più prorogabile.
Il Coordinamento FREE ribadisce che la riduzione delle bollette rappresenta un
obiettivo prioritario e condiviso. Tuttavia, non è condivisibile il
perseguimento di tale obiettivo attraverso un indebolimento del sistema ETS,
favorendo così la generazione fossile. La soluzione strutturale risiede invece
nel rafforzamento del mercato delle rinnovabili per favorirne il loro rapido
sviluppo e nella promozione della contrattazione di lungo termine per le FER che
oggi sono gestite a mercato. Solo così si potrà riuscire a garantire davvero la
decarbonizzazione, la tutela dei consumatori e la sicurezza energetica per il
Paese. Sicurezza che le fonti fossili, viste le sempre maggiori tensioni
geopolitiche, riescono sempre meno a garantire.
L'articolo Decreto bollette, il Coordinamento Free resta scettico: “Alcune
misure sono incoerenti con la decarbonizzazione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel 2025, in Unione europea, per la prima volta eolico e solare hanno generato
più elettricità delle fossili. Il 30% delle due fonti rinnovabili contro il 29%.
Lo scorso anno, anche eolico e solare erano al 29%. Il sorpasso – avvenuto in 14
dei 27 Paesi – dovuto soprattutto al fotovoltaico, cresciuto più di un quinto
(+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di
elettricità in Unione europea nel corso dello scorso anno. Un nuovo record
positivo per il solare che, con questi risultati, supera carbone e
idroelettrico. Sono alcuni dei dati riportati nella European Electricity Review
del Think tank globale Ember, che fornisce la prima panoramica completa del
sistema elettrico nel 2025, analizzando i dati relativi alla produzione e al
consumo di elettricità per tutti i 27 Paesi per valutare il progresso nella
transizione dai fossili all’elettricità pulita. “Questo storico sorpasso mostra
quanto velocemente l’Unione europea si sta muovendo verso un sistema elettrico
alimentato da sole e vento” spiega l’autrice, Beatrice Petrovich. E aggiunge:
“Proprio mentre la dipendenza dai fossili contribuisce all’instabilità
geopolitica, la posta in gioco della transizione verso l’energia pulita è più
chiara che mai”. Di fatto, la produzione di elettricità da gas è cresciuta
dell’8% nel 2025, principalmente per il calo della generazione idroelettrica, ma
resta in declino strutturale, 18% sotto il recente picco del 2019.
LE RINNOVABILI COPRONO QUASI METÀ DELL’ELETTRICITÀ IN UNIONE EUROPEA
La trasformazione del settore elettrico interessa tutti i paesi dell’Unione e
l’Italia non fa eccezione. Anche se non è tra i 14 Paesi in cui solare ed eolico
superano le fossili nella produzione elettrica, cosa che avviene in Svezia,
Danimarca, Lussemburgo, Lituania, Finlandia, Portogallo, Spagna, Austria,
Francia, Belgio, Ungheria, Germania, Croazia e Paesi Bassi. Nel 2025, la
produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese rispetto al 2024,
grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto
dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In
Italia, la generazione solare è cresciuta del 24% nel 2025 (rispetto al 2024),
raggiungendo il 17% della produzione elettrica. E così, le rinnovabili hanno
generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche, che
hanno causato un calo dell’idroelettrico del 12% e dell’eolico del 2%, ma hanno
favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica per l’Unione
europea (al 17%) e ha comunque prodotto più elettricità del gas. Segni di un
cambiamento strutturale sono chiari in tutti i Paesi. In cinque anni la loro
quota nella produzione elettrica UE è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025),
mentre le fonti fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono
rimasti stabili o in lieve calo.
L’ITALIA, IL GAS E LE BATTERIE
Cresce ancora dell’8% nel 2025, dunque, l’elettricità da gas. Ma i costi delle
importazioni per la produzione di elettricità in Ue hanno raggiunto i 32
miliardi di euro (+16% rispetto al 2024). È il primo incremento dalla crisi
energetica del 2022, con Italia e Germania a pagare di più per l’import di gas
ai fini della generazione elettrica. Le ore in cui si è fatto maggior uso di
centrali termoelettriche a gas per soddisfare i consumi elettrici hanno spinto
in alto i prezzi medi dell’elettricità dell’11% rispetto al 2024. “La dipendenza
dal gas non solo rende l’Ue più vulnerabile al ricatto dei paesi esportatori di
combustibili fossili, ma fa anche aumentare i prezzi dell’elettricità. Nel 2025
– racconta Beatrice Petrovich – in Italia abbiamo visto, però, i primi segnali
concreti di un maggiore utilizzo delle batterie per stoccare energia rinnovabile
e utilizzarla alle ore serali. Con l’accelerazione di questa tendenza, si
potrebbe limitare l’uso delle costose centrali termoelettriche a gas,
stabilizzando i prezzi e limitando le importazioni di gas”. L’Italia, di fatto,
è uno dei leader nell’Unione Europea per diffusione delle batterie e detiene il
20% della capacità operativa totale di accumuli di grandi dimensioni. Nella
penisola, la capacità delle batterie di grande scala potrebbe crescere
rapidamente e di quasi sei volte rispetto al 2025.
IL CASO DELLA CALIFORNIA
La California offre un caso di studio di ciò che potrebbe verificarsi in Italia.
Partendo da una capacità di batterie simile a quella che oggi ha la Penisola, la
California è passata rapidamente a coprire circa il 20 per cento dei suoi
consumi serali di elettricità con le batterie, caricate con l’abbondante
produzione solare durante il giorno. Questo ha ridotto drasticamente l’uso delle
centrali termoelettriche a gas durante i picchi serali di consumo di
elettricità. Seguendo questa traiettoria, l’Italia potrebbe stabilizzare prezzi
e limitare il gas importato.“Nonostante le molte criticità burocratiche, nel
2025 l’Italia ha generato circa 10 terawattora di elettricità da fotovoltaico in
più rispetto al 2024. Accelerare questa crescita è l’unico modo per ridurre i
prezzi dell’energia in modo strutturale” commenta Michele Governatori, esperto
senior energia del Think tank Ecco. “Al contrario – aggiunge – il Governo
italiano sembra più propenso a tenere aperte le centrali a carbone (Leggi
l’approfondimento) e a fantasticare sul nucleare, mentre la storica dipendenza
dal gas fa dell’Italia uno dei mercati energetici meno accessibili dell’Unione
europea. Le rinnovabili, insieme ai sistemi di stoccaggio, a maggiore
flessibilità e a una più rapida elettrificazione dei consumi energetici, sono
gli strumenti migliori per garantire un’energia pulita e sicura. Le rinnovabili
sono già più economiche dei combustibili fossili e del nucleare”.
L'articolo Nella Ue eolico e solare generano più elettricità delle fonti
fossili. L’instabilità geopolitica non ferma il sorpasso storico proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“You can’t do it overnight”, non puoi farlo dalla sera alla mattina: sarei ricco
se mi avessero dato un euro per tutte le volte che ho sentito questa frase,
spesso in risposta a una mia sollecitazione. Riferita a cosa? Al fatto che
dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili se vogliamo avere una chance
di evitare gli impatti più catastrofici della crisi climatica. E che carbone,
petrolio e gas vanno consegnati alla storia il prima possibile. Come dicono da
un pezzo tutti gli organismi competenti in materia.
Quella frase è un’ovvietà: nessuno sano di mente può pensare di smantellare alla
svelta un sistema costruito nel giro di qualche secolo che si fonda ampiamente
sull’utilizzo di carbone, petrolio e gas. Il fatto è che chi la pronuncia non lo
fa per riaffermare un’ovvietà. Lo fa per tirarla in lungo, per dire che ci vorrà
chissà quanto, che è estremamente complesso, che va pianificato su scala globale
ecc. ecc., per cui nel frattempo non si può che andare avanti come si è sempre
fatto, signora mia.
A pesare come un macigno è però il sottinteso: che se solo avessimo saputo per
tempo che bruciando fossili ci stavamo scavando la fossa, avremmo agito di
conseguenza e magari a quest’ora il problema sarebbe stato risolto, o quasi. Qui
casca l’asino! Perché si sa da decenni che continuando a bruciare combustibili
fossili a tutto spiano il collasso climatico ci sarebbe scoppiato in faccia,
com’è puntualmente accaduto. E a saperlo prima di tutti era BigOil.
Montagne di evidenze son lì a dimostrarlo. A mettere in fila le più note e
clamorose inchieste e ricerche che hanno provato che BigOil sapeva, è stato
l’anno scorso lo staff dei Democratici della potente Commissione di Vigilanza
della Camera dei Rappresentanti del Congresso Usa. Lo ha messo nero su bianco
nel report Denial, disinformation, and double speak: Big Oil’s evolving efforts
to avoid accountability for climate change, che chissà come mai non è che da noi
sia finito sulle prime pagine dei giornaloni di lorsignori. Il report è il
risultato di un’indagine di circa tre anni, incluse audizioni dei boss di BigOil
di cui si possono facilmente reperire in rete i video. Segnalo solo questo
estratto di 3-4 minuti in cui, messi alle strette, con visibile imbarazzo i boss
di BigOil hanno ammesso che il cambiamento climatico è reale, che è una minaccia
esistenziale, che bruciare combustibili fossili ne è la causa principale.
Period.
Nel report, pieno zeppo di riferimenti a fatti e dati, si evidenzia come le
aziende di combustibili fossili avessero compreso almeno dagli anni ‘60 che
bruciare combustibili fossili causava il cambiamento climatico. Addirittura si
ricorda come già a fine 1959 (66 anni fa, fra pochi giorni 67!) lo scienziato
Edward Teller, intervenendo a un evento dell’American Petroleum Institute a New
York – cioè nel salotto di casa di BigOil – disse che le emissioni di anidride
carbonica derivanti dalla combustione del petrolio avrebbero sciolto le calotte
polari e innalzato il livello del mare. Ricorda l’aneddoto su Instagram anche
SueBigOil, una campagna lanciata da un’associazione di cittadini della British
Columbia (BC), in Canada, che – come dice il nome – chiedono alle loro
amministrazioni di far causa a BigOil per fargli pagare la giusta quota dei
costi della crisi climatica. Tra l’altro l’iniziativa ha fra i suoi partner il
capitolo di Port Moody (BC) del Movimento Laudato Si’, che da un decennio esorta
le istituzioni cattoliche nel mondo a disinvestire dalle fossili, ed è seguito
da West Coast Environmental Law, una non profit di esperti legali e ambientali
con cinquant’anni di esperienza.
Nel report della Commissione Usa compare anche Eni, come membro della OGCI-Oil
and Gas Climate Initiative. Secondo il report, l’analisi di documenti collegati
a OGCI dimostra la collaborazione tra società fossili per controllare la
comunicazione delle organizzazioni di cui fanno parte al fine di evitare impegni
troppo stringenti sul clima. Secondo un’inchiesta di Greenpeace e ReCommon di un
paio d’anni fa, in sue pubblicazioni negli anni ‘70 e ‘80, Eni (allora
interamente statale) metteva in guardia sui possibili impatti distruttivi sul
clima derivanti dalla combustione delle fonti fossili.
Il report della Commissione Usa chiude affermando che è giunto il momento di
ritenere le grandi compagnie petrolifere responsabili della loro campagna di
inganni. Nient’altro da aggiungere, vostro onore.
L'articolo BigOil sapeva che le fossili avrebbero portato al collasso del clima
già dagli anni Sessanta: è ora che paghi proviene da Il Fatto Quotidiano.