Dopo aver destabilizzato l’economia reale con i suoi dazi di ritorsione
commerciale, Trump ora rischia di mandare all’aria anche il settore finanziario
Usa, minacciando l’indipendenza della Federal Reserve. Ha cominciato con il
tentativo di licenziare Lisa Cook, un membro della Fed a lui sgradito, che è
rimasta però al suo posto con un provvedimento giudiziario. Poi si è spinto ad
accusare l’attuale governatore Jerome H. Powell per una presunta cattiva
gestione nell’uso dei fondi per la ristrutturazione della sede della banca
centrale. Tutto questo perché Powell non ha abbassato il tasso ufficiale di
sconto, come Trump vorrebbe.
L’indipendenza delle banche centrali è un argomento molto dibattuto dagli
studiosi. In Italia ci siamo arrivati tardi, e cioè nel 1981, quando cessò
l’obbligo per Bankitalia di acquistare i titoli di stato non collocati sul
mercato.
Veramente dobbiamo dare credito alla semplicistica ricetta di Trump per cui
l’uso politico della moneta potrebbe ridare fiato all’economia Usa, che comunque
sta crescendo a un tasso apprezzabile, oppure si tratta della solita fasulla
ricetta populista? Per rispondere a questa domanda non occorre andare lontano,
ma basta guardare ad alcune recenti esperienze vicino a noi.
Dopo la crisi del 2008, seppure con un certo ritardo, anche la Bce nel 2014
adottò quello che è passato come il quantitative easing, cioè un aumento
dell’offerta di moneta con una manovra espansiva che non si era mai vista. Nel
2014 cominciarono gli acqusiti massicci di attività finanziarie private da parte
della Bce e nell’anno successivo quelli dei titoli pubblici. Come conseguenza,
il tasso ufficiale di sconto venne azzerato, diventando addirittura negativo. La
speranza era che questo diluvio monetario stimolasse la crescita economica, cosa
che però non si è verificata, se non in misura marginale, a causa della modesta
forza della domanda aggregata. Le imprese e le famiglie si indebitano non quando
i tassi sono bassi, ma quando le prospettive economiche sono favorevoli.
L’abbondanza di credito è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
La modesta efficacia della politica monetaria è confermata in maniera ancora più
vistosa dall’esperienza giapponese. La banca centrale giapponese ha scelto ormai
da molti anni di vincolarsi alla politica di un basso tasso ufficiale di sconto.
Oggi in Giappone questo tasso è dello 0,8%, quello della Bce è più del doppio.
Si tratta quindi di un esperimento naturale dal quale qualcosa possiamo
imparare.
Dal punto vista dell’economia reale, il modello giapponese non è certo un caso
di successo. Pur con un tasso di sconto così basso, la crescita del Giappone
degli ultimi vent’anni è stata la metà di quella Usa, confermando l’idea che non
è la disponibilità di credito la chiave del successo. L’incremento del reddito
dipende da fattori reali come l’aumento della produttività oppure l’andamento
demografico. Invece notevoli sono state le conseguenze sul piano squisitamente
finanziario. Oggi il Giappone è il paese più indebitato al mondo, con un
rapporto debito/Pil che è molto superiore al 200%. Questo è accaduto perché le
obbligazioni pubbliche sono state comprate da istituzioni nazionali, banche e
società finanziarie.
In particolare, circa il 50% del debito pubblico è in mano alla banca centrale
giapponese. La sua decennale politica monetaria ultra espansiva da un lato ha
finanziato il debito comprando i titoli, dall’altro lo mantiene sostenibile,
dato il livello modesto dei tassi. Il sovranismo monetario in salsa giapponese
ha portato a un aumento ipertrofico del debito pubblico che sembra ora essere,
invece che un volano, un ostacolo alla crescita economica.
Quasi sicuramente, date le circostanze, Trump porterà dalla sua parte la Federal
Reserve, come ha già fatto con la Corte Costituzionale, nominando a suo tempo
tre dei nove membri. Non è chiaro però se la sua mossa sarà un successo. Con i
dazi le conseguenze negative per l’economia americana si stanno mostrando
lentamente perché il riassesto delle dinamiche commerciali internazionali
richiede mesi. Ma con la finanza la storia è diversa. Se la Federal Reserve
abbasserà i tassi per un puro gioco politico sfidando il mercato, i capitali,
ora generosamente parcheggiati nei titoli di stato Usa, potranno spostarsi
velocemente altrove, come sta già accadendo, innescando una crisi finanziaria.
Trump ha già sperimentato questo con il crollo borsistico dell’aprile 2025 che
lo ha portato subito a eliminare o attenuare molti dazi, con la conseguente
risalita dei corsi azionari.
Sarà dunque la rivolta dei mercati finanziari a liberarci del capriccioso Trump
come è accaduto con la premier inglese Liz Truss nel 2022? Difficile, perché
Trump è stato definito con un efficace acronimo Taco (Trump Always Chickens
Out), cioè uno che minaccia sfracelli ma che, di fronte a una dura reazione, fa
subito marcia indietro.
Al di là dei dibattiti degli studiosi sull’indipendenza della banca centrale, è
chiaro che la politica monetaria non può essere lasciata in mano a chi si
comporta come un bullo. L’arte dell’esercizio della politica monetaria è ben
altra cosa.
L'articolo Trump vuole minare l’indipendenza della Fed: perché la sua è la
solita ricetta populista fasulla proviene da Il Fatto Quotidiano.