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Mutui, perché su quelli a tasso fisso gli interessi salgono mentre il costo del denaro resta fermo. E ora i variabili sono più convenienti
Tassi ufficiali fermi ma mutui più cari. Nella riunione di giovedì il board della Bce, prevedono gli analisti, lascerà ancora una volta invariati i tassi di riferimento per l’Eurozona. Immobili al 2% dallo scorso giugno dopo la raffica di riduzioni iniziata a metà del 2024, quando quello sui depositi era al 4%. Chi vuole comprare casa si è però reso conto che alla stabilità del valore ufficiale ha fatto da contraltare un aumento del costo dei finanziamenti bancari a tasso fisso: stando ai dati ufficiali raccolti da Bankitalia, il Taeg medio lo scorso novembre era salito al 3,7%, contro il 3,5% di gennaio. Una contraddizione solo apparente: l’indice di riferimento in questo caso non è il tasso ufficiale ma l’Interest Rate Swap (Irs), che è influenzato da una serie di fattori a partire dalle aspettative sull’andamento dell’inflazione e dei tassi nel lungo periodo. A pesare sulle aspettative è innanzitutto il timore che la crescita dei prezzi, pur in rallentamento, si riveli più persistente del previsto. I mercati scontano insomma uno scenario in cui la discesa verso l’obiettivo del 2% sarà graduale e irregolare, costringendo la Bce a a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo. A questo si sommano le incertezze legate alla crescita globale – anche a causa delle guerre commerciali minacciate da Donald Trump – e alle sempre più pressanti tensioni geopolitiche, insieme ai grandi volumi di debito in scadenza nell’Eurozona in una fase in cui l’Eurotower ha smesso di comprare titoli di Stato: tutti fattori che contribuiscono ad aumentare i premi per il rischio sui titoli a lunga scadenza. I mutui a tasso variabile sono invece indicizzati all’Euribor, il tasso a cui le banche si prestano denaro sul mercato interbancario. Dopo aver superato il 4% nel 2023, nel 2024 e 2025 l’Euribor a 3 mesi, il più usato nei mutui, ha invertito la rotta e ora è sceso in area 2%. Con il risultato di rendere il variabile nuovamente più conveniente in termini di tasso iniziale rispetto al fisso. Le ultime simulazioni di Facile.it e Mutui.it mostrano che per per un finanziamento medio da 126.000 euro da restituire in 25 anni a copertura del 70% del valore dell’immobile le migliori offerte a tasso fisso partono da un tasso (Tan, il tasso annuo senza spese di istruttoria, assicurazioni e oneri accessori) del 3,23% con rata di 613 euro, che scende a 588 euro in caso di immobili di classe A o B, mentre i mutui variabili partono da un tasso del 2,29% pari a una rata di 552 euro (546 per le case green). A sorpresa, però, nonostante il rialzo dell’Irs lo scorso anno oltre 9 mutuatari su 10 hanno continuato a scegliere il tasso fisso. Ha probabilmente avuto un ruolo la ricerca di prevedibilità, anche perché è rimasta memoria dell’impatto del forte aumento delle rate variabili tra il 2022 e il 2023. Quando ad essere colpite sono state soprattutto le famiglie a più basso reddito, che erano state spinte dalle banche – stando ad analisi della stessa Bce – a optare per quella soluzione nonostante fosse in arrivo una stretta monetaria. Il 2025, secondo l’Osservatorio di MutuiOnline.it, ha però visto anche un aggiornamento dei massimi storici quanto a durata media (24 anni e 7 mesi) e importo medio (144mila euro) dei mutui. Difficile dire se sia un segno di fiducia nella solidità del mercato o solo di prezzi sempre più alti. L'articolo Mutui, perché su quelli a tasso fisso gli interessi salgono mentre il costo del denaro resta fermo. E ora i variabili sono più convenienti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump vuole minare l’indipendenza della Fed: perché la sua è la solita ricetta populista fasulla
Dopo aver destabilizzato l’economia reale con i suoi dazi di ritorsione commerciale, Trump ora rischia di mandare all’aria anche il settore finanziario Usa, minacciando l’indipendenza della Federal Reserve. Ha cominciato con il tentativo di licenziare Lisa Cook, un membro della Fed a lui sgradito, che è rimasta però al suo posto con un provvedimento giudiziario. Poi si è spinto ad accusare l’attuale governatore Jerome H. Powell per una presunta cattiva gestione nell’uso dei fondi per la ristrutturazione della sede della banca centrale. Tutto questo perché Powell non ha abbassato il tasso ufficiale di sconto, come Trump vorrebbe. L’indipendenza delle banche centrali è un argomento molto dibattuto dagli studiosi. In Italia ci siamo arrivati tardi, e cioè nel 1981, quando cessò l’obbligo per Bankitalia di acquistare i titoli di stato non collocati sul mercato. Veramente dobbiamo dare credito alla semplicistica ricetta di Trump per cui l’uso politico della moneta potrebbe ridare fiato all’economia Usa, che comunque sta crescendo a un tasso apprezzabile, oppure si tratta della solita fasulla ricetta populista? Per rispondere a questa domanda non occorre andare lontano, ma basta guardare ad alcune recenti esperienze vicino a noi. Dopo la crisi del 2008, seppure con un certo ritardo, anche la Bce nel 2014 adottò quello che è passato come il quantitative easing, cioè un aumento dell’offerta di moneta con una manovra espansiva che non si era mai vista. Nel 2014 cominciarono gli acqusiti massicci di attività finanziarie private da parte della Bce e nell’anno successivo quelli dei titoli pubblici. Come conseguenza, il tasso ufficiale di sconto venne azzerato, diventando addirittura negativo. La speranza era che questo diluvio monetario stimolasse la crescita economica, cosa che però non si è verificata, se non in misura marginale, a causa della modesta forza della domanda aggregata. Le imprese e le famiglie si indebitano non quando i tassi sono bassi, ma quando le prospettive economiche sono favorevoli. L’abbondanza di credito è una condizione necessaria, ma non sufficiente. La modesta efficacia della politica monetaria è confermata in maniera ancora più vistosa dall’esperienza giapponese. La banca centrale giapponese ha scelto ormai da molti anni di vincolarsi alla politica di un basso tasso ufficiale di sconto. Oggi in Giappone questo tasso è dello 0,8%, quello della Bce è più del doppio. Si tratta quindi di un esperimento naturale dal quale qualcosa possiamo imparare. Dal punto vista dell’economia reale, il modello giapponese non è certo un caso di successo. Pur con un tasso di sconto così basso, la crescita del Giappone degli ultimi vent’anni è stata la metà di quella Usa, confermando l’idea che non è la disponibilità di credito la chiave del successo. L’incremento del reddito dipende da fattori reali come l’aumento della produttività oppure l’andamento demografico. Invece notevoli sono state le conseguenze sul piano squisitamente finanziario. Oggi il Giappone è il paese più indebitato al mondo, con un rapporto debito/Pil che è molto superiore al 200%. Questo è accaduto perché le obbligazioni pubbliche sono state comprate da istituzioni nazionali, banche e società finanziarie. In particolare, circa il 50% del debito pubblico è in mano alla banca centrale giapponese. La sua decennale politica monetaria ultra espansiva da un lato ha finanziato il debito comprando i titoli, dall’altro lo mantiene sostenibile, dato il livello modesto dei tassi. Il sovranismo monetario in salsa giapponese ha portato a un aumento ipertrofico del debito pubblico che sembra ora essere, invece che un volano, un ostacolo alla crescita economica. Quasi sicuramente, date le circostanze, Trump porterà dalla sua parte la Federal Reserve, come ha già fatto con la Corte Costituzionale, nominando a suo tempo tre dei nove membri. Non è chiaro però se la sua mossa sarà un successo. Con i dazi le conseguenze negative per l’economia americana si stanno mostrando lentamente perché il riassesto delle dinamiche commerciali internazionali richiede mesi. Ma con la finanza la storia è diversa. Se la Federal Reserve abbasserà i tassi per un puro gioco politico sfidando il mercato, i capitali, ora generosamente parcheggiati nei titoli di stato Usa, potranno spostarsi velocemente altrove, come sta già accadendo, innescando una crisi finanziaria. Trump ha già sperimentato questo con il crollo borsistico dell’aprile 2025 che lo ha portato subito a eliminare o attenuare molti dazi, con la conseguente risalita dei corsi azionari. Sarà dunque la rivolta dei mercati finanziari a liberarci del capriccioso Trump come è accaduto con la premier inglese Liz Truss nel 2022? Difficile, perché Trump è stato definito con un efficace acronimo Taco (Trump Always Chickens Out), cioè uno che minaccia sfracelli ma che, di fronte a una dura reazione, fa subito marcia indietro. Al di là dei dibattiti degli studiosi sull’indipendenza della banca centrale, è chiaro che la politica monetaria non può essere lasciata in mano a chi si comporta come un bullo. L’arte dell’esercizio della politica monetaria è ben altra cosa. L'articolo Trump vuole minare l’indipendenza della Fed: perché la sua è la solita ricetta populista fasulla proviene da Il Fatto Quotidiano.
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