Quando Charles Darwin ebbe il primo figlio, William, passava ore ad osservare la
meraviglia di come quel piccolo essere umano scopriva il mondo. Si accorse così
che le sue espressioni facciali, che descrivevano stati d’animo come la rabbia,
la frustrazione o il sorriso di quando vedeva la madre, rappresentavano qualcosa
di innato, che era arrivato molto prima del linguaggio e anche della
consapevolezza del mondo. Erano le emozioni, nel loro stato più naturale. Con il
tempo la scienza ha dimostrato che non solo le emozioni sono importanti, ma
modellano i nostri circuiti neuronali fin dalla prima infanzia. Il cervello
dell’adulto insomma si forma in base alle emozioni che ha vissuto da bambino,
non solo a livello psicologico, ma anche fisiologico. Ricevere affetto o subire
dei traumi nei primi anni di vita produce altera il funzionamento dei neuroni
per sempre.
Nel libro Quando il cervello si emoziona. Viaggio nelle età della nostra vita
emotiva (Rizzoli) Daniela Perani, docente di Neuroscienze all’Università
Vita-Salute San Raffaele di Milano, ripercorre i passaggi neurali del cervello
nelle varie fasi dello sviluppo e dell’invecchiamento. Il cervello infatti non
ferma il suo sviluppo nell’infanzia, continua a mutare per tutta la nostra vita,
adattandosi all’età biologica e agli stimoli ricevuti. Le emozioni cambiano
insieme a noi, seguono il ritmo dello sviluppo e dell’invecchiamento cerebrale.
Ogni età della vita possiede una sua grammatica emotiva, determinata dal modo in
cui diverse aree del cervello maturano, si coordinano o lentamente si
trasformano.
Durante l’adolescenza il sistema emotivo è molto attivo, ma le aree di controllo
(corteccia prefrontale) sono ancora immature. Questo spiega l’impulsività, la
ricerca del rischio e l’intensità emotiva caratteristica di questa età. Non è
“sregolatezza”, ma uno squilibrio temporaneo nello sviluppo cerebrale che si
trova con parti già sviluppate e altre non ancora completamente attrezzate. Con
l’età adulta, il cervello raggiunge un maggiore equilibrio. Emozione e
razionalità smettono di essere in conflitto e iniziano a collaborare.
L’esperienza accumulata permette di riconoscere, modulare e utilizzare le
emozioni come strumenti di orientamento nelle scelte quotidiane. In questa fase
della vita, le emozioni diventano una forma di competenza: aiutano a valutare le
situazioni, a prendere decisioni complesse, a costruire relazioni stabili e
significative.
Contrariamente ai luoghi comuni, la vecchiaia non coincide con un impoverimento
emotivo. Anzi, con l’invecchiamento, spesso diminuiscano le emozioni negative
più intense, come rabbia e ansia, mentre cresce la capacità di regolazione
emotiva. Il cervello anziano tende a selezionare ciò che conta davvero,
privilegiando relazioni profonde e stati emotivi più stabili. Le emozioni
diventano meno tempestose, ma non meno importanti.
C’è un legame stretto tra emozione, memoria e identità. Le emozioni danno peso
ai ricordi, li rendono vivi e significativi. Senza di esse, la memoria perde
colore e il senso di continuità del sé si indebolisce. È attraverso le emozioni
che la nostra storia personale acquista coerenza e valore.
Attraverso studi neuroscientifici, tecniche di neuroimaging e casi clinici,
Perani dimostra che le emozioni hanno basi biologiche precise, distribuite in
reti cerebrali complesse. Non esiste un “centro delle emozioni” (come nel film
di animazione Inside Out per intenderci), ma un dialogo continuo tra diverse
parti del cervello. Comprendere le emozioni significa comprendere il
funzionamento più autentico del cervello e, quindi, di noi stessi. Le emozioni
non sono un limite da controllare, ma una risorsa fondamentale che accompagna
l’essere umano dall’infanzia alla vecchiaia, dando senso all’esperienza del
vivere.
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Perani le ripercorre proviene da Il Fatto Quotidiano.