Anche se Elena e Romano non erano ancora “attaccati” a macchinari, i medici
avevano già previsto trattamenti necessari per tenerli in vita: un nuovo ciclo
di chemioterapia e l’alimentazione artificiale con Peg per Romano. Un vero e
proprio “accanimento terapeutico”. Ed è in questa interpretazione, sostenuta con
forza dalla procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano (da qualche mese in
pensione, ndr), che trova posto la decisione della giudice per le indagini
preliminari di Milano, Sara Cipolla, che ha disposto l’archiviazione delle
inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere
dell’Associazione Luca Coscioni. Il provvedimento scaturisce dalla sentenza
della Corte costituzionale del maggio del 20 maggio del 2025. Cappato si era
autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato per il suicidio assistito due
persone gravemente malate.
CHI ERANO ELENA E ROMANO
Uno era un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere libero” e il
Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto, l’altra era una donna, malata
terminale di cancro, che avrebbe “preferito morire” e con la famiglia accanto.
Dopo aver accompagnato Romano ed Elena in Svizzera Marco Cappato, tesoriere
dell’Associazione Luca Coscioni e all’epoca candidato alle suppletive per il
Senato a Monza, come aveva fatto in passato, si era autodenunciato. Era quindi
scattata l’inchiesta, l’iscrizione nel registro degli indagati e la successiva
richiesta di archiviazione per Cappato. Come già avvenuto per il caso di Dj Fabo
che però aveva portato l’attivista a essere assolto dalla Corte d’assise dopo la
storica sentenza del 2019. La battaglia civile era proseguita con la prospettiva
di andare oltre un muro; eliminando il paletto della definizione di sostegno
vitale, individuato fino a poco tempo in macchinari salvavita, ma non in terapie
oncologiche estreme o alimentazione artificiale. Nel 2024 la Consulta aveva
esteso la nozione di sostegno vitale.
LA MOTIVAZIONE
Nei due casi, scrive la gip, “il requisito del trattamento di sostegno vitale,
nella portata precisata dalla Corte Costituzionale, deve dirsi sussistente in
quanto medicalmente previsto e prospettato” – ossia “un nuovo ciclo di
chemioterapia” per Elena e il “posizionamento Peg” per l’alimentazione
artificiale per Romano – e “da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo
di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto
non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione”.
Mentre manca ancora una legge sul fine vita, l’aggiunta Siciliano e il pm Luca
Gaglio, il 18 settembre 2023, con una “interpretazione” più estensiva della
storica sentenza della Consulta del 2019 sul caso dj Fabo, avevano chiesto di
allargare ancora di più la possibilità del suicidio assistito: il malato
terminale può scegliere di essere aiutato a morire anche se non è attaccato a
macchine che lo tengono in vita, se questo tipo di trattamento rappresenterebbe
solo “accanimento terapeutico”. E chi gli dà supporto, secondo i pm, non è
punibile. Tesi accolta dalla gip che prima, però, aveva sollevato la questione
davanti alla Consulta.
Era stato già Cappato, portando Fabiano Antoniani nella struttura svizzera, il
motore del procedimento che, passando per un’imputazione coatta e un processo
storico e commovente a Milano. Un verdetto che ha aperto la strada al suicidio
assistito ponendo quattro criteri, una sorta di perimetro giuridico ed etico: il
malato che ne fa richiesta deve essere affetto da patologia irreversibile, fonte
di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, pienamente capace di
prendere decisioni libere e consapevoli e tenuto in vita artificialmente da
trattamenti di sostegno vitale.
Proprio quest’ultima condizione mancava nei casi di Romano ed Elena. I pm
avevano ritenuto di dare una “lettura costituzionalmente orientata” del reato di
aiuto al suicidio, alla luce “degli articoli 2 e 32” della Costituzione, ossia
quelli sui diritti inviolabili dell’uomo e sul diritto alla salute, della
“sentenza” della Consulta del 2019 e della legge 219 del 2017 sul consenso
informato. E sui casi in cui il paziente “rifiuti trattamenti” che “sì
rallenterebbero il processo patologico e ritarderebbero la morte senza poterla
impedire, ma sarebbero futili o espressivi di accanimento terapeutico”.
LA VICENDA DI ELENA
Il 2 agosto 2022, Cappato aveva annunciato su Twitter: “Elena ha appena
confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo
ha permesso”. La donna, 69enne veneta malata terminale di cancro ai polmoni con
metastasi, aveva contattato Cappato tramite l’Associazione Luca Coscioni per
ricevere aiuto nel recarsi in Svizzera e accedere legalmente al suicidio
assistito. Conosciuta fino a quel momento con il nome di fantasia “Adelina” per
motivi di privacy, Elena aveva ricevuto la diagnosi di microcitoma polmonare a
inizio luglio 2021. I medici le avevano chiarito fin da subito che le
possibilità di sopravvivenza erano limitate e, nonostante i tentativi
terapeutici, la malattia era rapidamente progredita, lasciandole pochi mesi di
vita. Elena aveva affidato a un video le sue ultime parole: “Sono sempre stata
convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e sulla propria
fine, liberamente e senza imposizioni. Avrei preferito morire nella mia casa,
con le mani di mia figlia e di mio marito. Purtroppo non è stato possibile,
quindi ho dovuto venire qui da sola.”
IL CASO DI ROMANO
Romano era un un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere
libero” e il Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto. Il suo ultimo
messaggio era stato diffuso dall’Associazione Coscioni: “… Ho iniziato ad
informarmi sulle possibilità di organizzare il mio fine vita nel modo più
dignitoso possibile, ma presto mi è stato chiaro che la situazione italiana è
più complicata di come potessi pensare. L’opzione di recarmi in Svizzera in
clandestinità mi spaventa perché non voglio assolutamente mettere i miei
familiari nella condizione di rischiare di affrontare vicissitudini giudiziarie.
Trovo però che sottrarre la libertà di scelta in questi casi sia anacronistico e
crudele, e non mi arrendo all’idea di non essere libero”.
Il ragionamento di Romano proseguiva sulla perdita di autonomia e in un certo
senso di dignità: “Ho sempre detto che alla fine, se ce ne fosse stato bisogno,
avrei deciso io cosa fare. Attualmente vivo in casa circondato dall’affetto dei
miei cari. Ma non posso più svolgere da solo le azioni più semplici e questo è
molto doloroso. La maggior parte del mio tempo trascorre in camera, a letto; la
televisione sopperisce ai miei amati libri, ma non posso più leggere o scrivere,
che erano le attività principali della mia vita. Ho seri dolori muscolari che a
volte mi tolgono il fiato e a volte sono più leggeri ma costanti. Il mio corpo è
quasi completamente irrigidito. Non ho nessuna autonomia, non posso alzarmi se
non con molto aiuto, non posso mangiare da solo o bere da solo, ho bisogno di
assistenza per l’igiene personale…”.
Una millimetrica, dolorosa descrizione dello stato di impotenza e sofferenza
insopportabili in cui alcuni malati sono costretti da malattie da cui non
possono guarire: “Sono completamente dipendente dall’aiuto di familiari e
personale specializzato. Comunico a fatica anche i bisogni più essenziali…
Inoltre, sono consapevole che la mia malattia, il Parkinson, può portare ad
avere bisogno di ulteriori ausili; potrei essere attaccato ad una macchina per
poter mangiare, o forse anche per respirare, e potrei non comunicare più con le
parole. Sono anche consapevole che la capacità di discernimento è fondamentale
ai fini dell’accesso al fine vita secondo le normative, e anche questa capacità,
purtroppo potrebbe un giorno venir meno, togliendomi la possibilità di scegliere
se essere oggetto di cure o no”.
L'articolo “Sostegno vitale per Elena e Romano era accanimento terapeutico”,
così la gip archiviato Marco Cappato dall’accusa di aiuto al suicidio proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Marco Cappato
Caterina ha lanciato da un garage il suo appello in video – realizzato in
collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni – perché proprio in un garage si
era tolto la vita due anni fa nella provincia di Torino suo marito Ezio, malato
di Sla. L’uomo aveva appena ricevuto la prognosi e si suicidò. Non era a
conoscenza della possibilità di poter accedere a cure palliative, sedazione
profonda e nei casi più gravi come il suo anche alla morte volontaria con
assistenza medica. Non era stato avvisato da nessuno. Nel video, Caterina si
rivolge al ministro della Salute, Orazio Schillaci, e chiede due cose
fondamentali: perché i pazienti non vengono informati e perché spesso nemmeno i
medici conoscono o comunicano le possibilità previste dalla legge? All’uomo era
stata diagnosticata la Sla, malattia che nei mesi successivi era peggiorata
sempre di più. Un venerdì Ezio era andato in ospedale e la notizia era stata:
tracheotomia e respiratore artificiale. Lui non voleva vivere in quelle
condizioni, e il lunedì successivo – era il 22 gennaio 2024 – si era impiccato
nel deposito in cui a forza si era trascinato.
“Nessuno – sottolinea l’Associazione in una nota – gli aveva spiegato
l’esistenza delle alternative previste dalla legge, come un percorso palliativo
con anche sedazione profonda oppure l’aiuto medico alla morte volontaria da
parte della Asl”. Anche u medici “non gli hanno detto nulla. Hanno alzato le
braccia: siamo in Italia” racconta Caterina. Ma non è esattamente così. La morte
volontaria è legale infatti dal 2019, previa il rispetto di determinati
requisiti che l’uomo avrebbe soddisfatto. “Non è stata una scelta di coraggio –
dice Caterina nel video – ma di ignoranza. Non sapendo quali fossero i suoi
diritti, non ha potuto scegliere”.
Dei suoi diritti non sapeva nulla neanche la moglie, che infatti li ha scoperti
poche settimane fa in un evento dell’Associazione. “In Italia la morte
volontaria medicalmente assistita è legale a determinate condizioni, ma i
cittadini non lo sanno“, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere della Luca
Coscioni, definendo queste zone d’ombra “le nuove forme di proibizionismo e di
negazione dei diritti” che “oggi passano proprio dal nascondere le norme
esistenti”. “La storia di Ezio dimostra che essere informati su tutte le opzioni
terapeutiche possibili è un diritto – puntualizza Cappato – che al momento
troppo spesso rimane solo sulla carta“. L’attivista chiede al Ministero della
Salute delle risposte e propone di promuovere “la conoscenza su questo tema a
partire per esempio dall’invio di una circolare a tutto il personale medico per
farli aderire a corsi di formazione sui diritti esistenti”.
In assenza di una campagna informativa pubblica sul fine vita, l’Associazione
Luca Coscioni offre informazioni 24 ore su 24, 7 giorni su 7, attraverso il
Numero Bianco (06 99313409), l’infoline creata per far luce sui diritti, a cura
di volontari appositamente formati e rivolto a cittadini, pazienti, familiari e
operatori sanitari.
Il Numero Bianco è gratuito ed è un punto di riferimento per conoscere i diritti
sul consenso informato, sulle disposizioni anticipate di trattamento, sulle cure
palliative, sulla sedazione profonda e l’interruzione delle terapie e sulle
procedure per l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria. È coordinato da
Valeria Imbrogno, psicologa e compagna di Dj Fabo.
L'articolo “Mio marito si è ucciso perché non era informato sui suoi diritti”,
il video-appello di Caterina insieme all’Associazione Luca Coscioni proviene da
Il Fatto Quotidiano.