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Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Piemonte: è un 40enne affetto da una grave malattia degenerativa
Un uomo di quarant’anni, affetto da una grave malattia degenerativa, è il primo paziente in Piemonte ad aver avuto accesso al suicidio medicalmente assistito. Si è spento nella propria abitazione, circondato dai medici di sua fiducia e con il supporto logistico dell’Asl 4, competente per Ivrea, Chivasso e per l’area settentrionale della provincia di Torino. La richiesta era stata presentata alcuni mesi fa dallo stesso paziente all’azienda sanitaria. Dopo l’iter previsto, nelle scorse settimane una commissione interdisciplinare dell’Asl aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti necessari per accedere al fine vita volontario. Tuttavia, l’azienda aveva precisato che non avrebbe messo a disposizione né i farmaci né l’assistenza sanitaria per l’esecuzione della procedura. Poi la situazione si è finalmente sbloccata. A darne notizia sono stati i giornali locali, tra cui La Stampa, che hanno ricostruito i passaggi della vicenda. Nel percorso è intervenuta anche Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’associazione Luca Coscioni, che si era offerta di affiancare dal punto di vista legale il paziente e la sua famiglia. Il caso rappresenta il primo in Piemonte dopo le pronunce della Corte costituzionale che hanno delineato le condizioni in presenza delle quali il suicidio medicalmente assistito non è punibile: tra queste, la presenza di una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. La vicenda riapre il dibattito sul fine vita e sull’applicazione concreta delle procedure da parte delle aziende sanitarie, in assenza di una legge nazionale che disciplini in modo organico la materia. Nei giorni scorsi era scoppiata una polemica in Piemonte per una circolare inviate alle Asl con cui si chiarivano gli aspetti tecnico-giuridici delle sentenze della Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. Un documento che era arrivato proprio dopo il caso di questo uomo, che pur avendo ottenuto la validazione dei requisiti previsti dalla legge, si era visto negare la possibilità di ricevere farmaci e sostanze potenzialmente utilizzabili per la procedura. Che invece poi è stata eseguita secondo i protocolli. Dieci mesi dopo la richiesta l’uomo ha ottenuto il farmaco dall’Asl. L'articolo Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Piemonte: è un 40enne affetto da una grave malattia degenerativa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mio marito si è ucciso perché non era informato sui suoi diritti”, il video-appello di Caterina insieme all’Associazione Luca Coscioni
Caterina ha lanciato da un garage il suo appello in video – realizzato in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni – perché proprio in un garage si era tolto la vita due anni fa nella provincia di Torino suo marito Ezio, malato di Sla. L’uomo aveva appena ricevuto la prognosi e si suicidò. Non era a conoscenza della possibilità di poter accedere a cure palliative, sedazione profonda e nei casi più gravi come il suo anche alla morte volontaria con assistenza medica. Non era stato avvisato da nessuno. Nel video, Caterina si rivolge al ministro della Salute, Orazio Schillaci, e chiede due cose fondamentali: perché i pazienti non vengono informati e perché spesso nemmeno i medici conoscono o comunicano le possibilità previste dalla legge? All’uomo era stata diagnosticata la Sla, malattia che nei mesi successivi era peggiorata sempre di più. Un venerdì Ezio era andato in ospedale e la notizia era stata: tracheotomia e respiratore artificiale. Lui non voleva vivere in quelle condizioni, e il lunedì successivo – era il 22 gennaio 2024 – si era impiccato nel deposito in cui a forza si era trascinato. “Nessuno – sottolinea l’Associazione in una nota – gli aveva spiegato l’esistenza delle alternative previste dalla legge, come un percorso palliativo con anche sedazione profonda oppure l’aiuto medico alla morte volontaria da parte della Asl”. Anche u medici “non gli hanno detto nulla. Hanno alzato le braccia: siamo in Italia” racconta Caterina. Ma non è esattamente così. La morte volontaria è legale infatti dal 2019, previa il rispetto di determinati requisiti che l’uomo avrebbe soddisfatto. “Non è stata una scelta di coraggio – dice Caterina nel video – ma di ignoranza. Non sapendo quali fossero i suoi diritti, non ha potuto scegliere”. Dei suoi diritti non sapeva nulla neanche la moglie, che infatti li ha scoperti poche settimane fa in un evento dell’Associazione. “In Italia la morte volontaria medicalmente assistita è legale a determinate condizioni, ma i cittadini non lo sanno“, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere della Luca Coscioni, definendo queste zone d’ombra “le nuove forme di proibizionismo e di negazione dei diritti” che “oggi passano proprio dal nascondere le norme esistenti”. “La storia di Ezio dimostra che essere informati su tutte le opzioni terapeutiche possibili è un diritto – puntualizza Cappato – che al momento troppo spesso rimane solo sulla carta“. L’attivista chiede al Ministero della Salute delle risposte e propone di promuovere “la conoscenza su questo tema a partire per esempio dall’invio di una circolare a tutto il personale medico per farli aderire a corsi di formazione sui diritti esistenti”. In assenza di una campagna informativa pubblica sul fine vita, l’Associazione Luca Coscioni offre informazioni 24 ore su 24, 7 giorni su 7, attraverso il Numero Bianco (06 99313409), l’infoline creata per far luce sui diritti, a cura di volontari appositamente formati e rivolto a cittadini, pazienti, familiari e operatori sanitari. Il Numero Bianco è gratuito ed è un punto di riferimento per conoscere i diritti sul consenso informato, sulle disposizioni anticipate di trattamento, sulle cure palliative, sulla sedazione profonda e l’interruzione delle terapie e sulle procedure per l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria. È coordinato da Valeria Imbrogno, psicologa e compagna di Dj Fabo. L'articolo “Mio marito si è ucciso perché non era informato sui suoi diritti”, il video-appello di Caterina insieme all’Associazione Luca Coscioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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