Tag - Fine Vita

“Mio marito si è ucciso perché non era informato sui suoi diritti”, il video-appello di Caterina insieme all’Associazione Luca Coscioni
Caterina ha lanciato da un garage il suo appello in video – realizzato in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni – perché proprio in un garage si era tolto la vita due anni fa nella provincia di Torino suo marito Ezio, malato di Sla. L’uomo aveva appena ricevuto la prognosi e si suicidò. Non era a conoscenza della possibilità di poter accedere a cure palliative, sedazione profonda e nei casi più gravi come il suo anche alla morte volontaria con assistenza medica. Non era stato avvisato da nessuno. Nel video, Caterina si rivolge al ministro della Salute, Orazio Schillaci, e chiede due cose fondamentali: perché i pazienti non vengono informati e perché spesso nemmeno i medici conoscono o comunicano le possibilità previste dalla legge? All’uomo era stata diagnosticata la Sla, malattia che nei mesi successivi era peggiorata sempre di più. Un venerdì Ezio era andato in ospedale e la notizia era stata: tracheotomia e respiratore artificiale. Lui non voleva vivere in quelle condizioni, e il lunedì successivo – era il 22 gennaio 2024 – si era impiccato nel deposito in cui a forza si era trascinato. “Nessuno – sottolinea l’Associazione in una nota – gli aveva spiegato l’esistenza delle alternative previste dalla legge, come un percorso palliativo con anche sedazione profonda oppure l’aiuto medico alla morte volontaria da parte della Asl”. Anche u medici “non gli hanno detto nulla. Hanno alzato le braccia: siamo in Italia” racconta Caterina. Ma non è esattamente così. La morte volontaria è legale infatti dal 2019, previa il rispetto di determinati requisiti che l’uomo avrebbe soddisfatto. “Non è stata una scelta di coraggio – dice Caterina nel video – ma di ignoranza. Non sapendo quali fossero i suoi diritti, non ha potuto scegliere”. Dei suoi diritti non sapeva nulla neanche la moglie, che infatti li ha scoperti poche settimane fa in un evento dell’Associazione. “In Italia la morte volontaria medicalmente assistita è legale a determinate condizioni, ma i cittadini non lo sanno“, ha dichiarato Marco Cappato, tesoriere della Luca Coscioni, definendo queste zone d’ombra “le nuove forme di proibizionismo e di negazione dei diritti” che “oggi passano proprio dal nascondere le norme esistenti”. “La storia di Ezio dimostra che essere informati su tutte le opzioni terapeutiche possibili è un diritto – puntualizza Cappato – che al momento troppo spesso rimane solo sulla carta“. L’attivista chiede al Ministero della Salute delle risposte e propone di promuovere “la conoscenza su questo tema a partire per esempio dall’invio di una circolare a tutto il personale medico per farli aderire a corsi di formazione sui diritti esistenti”. In assenza di una campagna informativa pubblica sul fine vita, l’Associazione Luca Coscioni offre informazioni 24 ore su 24, 7 giorni su 7, attraverso il Numero Bianco (06 99313409), l’infoline creata per far luce sui diritti, a cura di volontari appositamente formati e rivolto a cittadini, pazienti, familiari e operatori sanitari. Il Numero Bianco è gratuito ed è un punto di riferimento per conoscere i diritti sul consenso informato, sulle disposizioni anticipate di trattamento, sulle cure palliative, sulla sedazione profonda e l’interruzione delle terapie e sulle procedure per l’accesso all’aiuto medico alla morte volontaria. È coordinato da Valeria Imbrogno, psicologa e compagna di Dj Fabo. L'articolo “Mio marito si è ucciso perché non era informato sui suoi diritti”, il video-appello di Caterina insieme all’Associazione Luca Coscioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Fine Vita
Luca Coscioni
Marco Cappato
Consulta sul fine vita, Giani esulta: “Ci legittima a legiferare”. Associazione Coscioni: “Smentito il governo”
La legge della Toscana sul fine vita supera il vaglio della Corte Costituzionale e vede confermata la legittimità del suo impianto generale. A sottolinearlo è il presidente della Regione, Eugenio Giani, che esprime “soddisfazione” per la pronuncia della Consulta, la quale riconosce alle Regioni la possibilità di intervenire su una materia rimasta a lungo priva di una disciplina statale organica. Anche se i giudici specificano che le Regioni non possono “sostituirsi” allo Stato in ambiti di competenza esclusiva. Non possono “novare” la fonte ovvero non possono riprodurre in una legge regionale i requisiti di non punibilità stabiliti dalla Corte (sentenza 242/2019), perché ciò significherebbe “cristallizzare” o “impossessarsi” di una materia (ordinamento civile e penale) che spetta solo allo Stato. Secondo Giani, la sentenza valorizza il ruolo della Regione Toscana, la prima in Italia ad aver approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito, in un contesto segnato dall’inerzia del legislatore nazionale. “Sul fine vita – ricorda – si è registrata l’assoluta assenza dello Stato, nonostante l’invito della stessa Corte con la sentenza 242 del 2019 a intervenire”. La Corte Costituzionale, pur rilevando la necessità di correggere o riscrivere alcune disposizioni della legge regionale, ha ritenuto legittimo il corpo principale del provvedimento laddove esso interviene negli ambiti di competenza della Regione, nell’ambito della materia concorrente prevista dall’articolo 117 della Costituzione. Un esito che, per il presidente toscano, conferma “il positivo operare della Regione Toscana” e smentisce la richiesta del Governo di abrogare integralmente la legge. “È evidente – ammette Giani – che in alcuni aspetti la nostra legge è andata oltre e che alcune parti dovranno essere integrate, corrette o modificate. È un lavoro che faremo”. Tuttavia, aggiunge, il significato politico e istituzionale della sentenza resta chiaro: “C’è un diritto delle Regioni a legiferare su questa materia”. La pronuncia della Consulta, secondo il governatore, contribuisce a chiarire i confini tra ciò che spetta alla legislazione nazionale e ciò che può essere disciplinato a livello regionale. In questo senso, la Toscana rivendica un ruolo di apripista: “Siamo i primi e quindi facciamo scuola. Faremo da esempio a tutte le Regioni che vorranno legiferare sul fine vita”. Resta ora il passaggio successivo, con l’adeguamento della legge regionale ai rilievi della Corte, in attesa che il Parlamento colmi il vuoto normativo più volte segnalato sul tema del fine vita. Esulta anche l’Associazione Coscioni, da anni impegnata con il tesoriere Marco Cappato e gli attivisti nella battaglia sul diritto a essere liberi. “La Consulta smentisce il Governo: le Regioni possono agire sui diritti nel fine vita, respinta l’impugnazione “‘totale'” contro la legge toscana. Con la sentenza n. 204 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto l’impostazione del Governo che chiedeva di cancellare integralmente la legge della Regione Toscana sul suicidio medicalmente assistito. La Consulta ha chiarito che le Regioni possono intervenire per organizzare il Servizio sanitario e rendere effettivi i diritti già riconosciuti dalla sentenza n. 242 del 2019, anche in assenza di una legge nazionale sul fine vita, respingendo le censure rivolte contro l’intero impianto della legge toscana” si legge nella nota che ricorda come “le dichiarazioni di illegittimità riguardano solo singoli profili, che non mettono in discussione né il perimetro dei diritti delle persone malate, né l’obbligo delle strutture pubbliche di dare attuazione ai principi costituzionali già stabiliti”. In particolare, “la Corte ha precisato che alcune disposizioni sono state dichiarate illegittime nella parte in cui fissavano per legge regionale scansioni temporali rigide, ritenendo che tali aspetti non possano essere cristallizzati in una fonte normativa regionale. Si tratta tuttavia di rilievi di natura tecnica che non escludono né il dovere del Servizio sanitario di rispondere alle richieste delle persone, né la necessità che le amministrazioni sanitarie operino comunque in tempi certi, ragionevoli e compatibili con la tutela della dignità e della salute dei pazienti”. Per Filomena Gallo e Marco Cappato, Segretaria e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, promotrice di Liberi Subito: “il Governo ha tentato di bloccare tutto, ma la Corte costituzionale ha detto no. È stato confermato che i diritti sul fine vita non possono essere congelati dall’inerzia politica: le Regioni possono e devono organizzare il Servizio sanitario per renderli effettivi. Questa sentenza smonta definitivamente la strategia del rinvio permanente. Con la decisione depositata oggi, la Consulta ha inoltre smentito in modo esplicito i Consigli regionali di Lombardia e Piemonte, che avevano invocato una pregiudiziale di costituzionalità come alibi per non discutere la legge di iniziativa popolare “Liberi Subito”, una legge che in Toscana è stata invece discussa, emendata e approvata. Mentre il Parlamento discute testi che escludono il Servizio sanitario nazionale, la Corte ha ribadito con chiarezza che è proprio il servizio sanitario pubblico il presidio indispensabile per garantire legalità, controllo e pari diritti, assicurando risposte concrete alle persone”. L'articolo Consulta sul fine vita, Giani esulta: “Ci legittima a legiferare”. Associazione Coscioni: “Smentito il governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Fine Vita
Regione Toscana
Corte Costituzionale
“La legge della Toscana non è illegittima interamente, ma varie parti violano le competenze statali”, la Consulta accoglie parzialmente il ricorso sul fine vita
Non è illegittima nella sua interezza la legge della Regione Toscana sul fine vita. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che con la sentenza numero 204 depositata oggi, ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. Il governo aveva presentato ricorso contro la norma, formulata seguendo le indicazioni della storica sentenza la sentenza Dj Fabo/Cappato e approvata lo scorso marzo. La Corte ha ritenuto che, nel suo complesso, la legge regionale sia riconducibile “all’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute” e persegua la finalità di “dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che – trovandosi nelle condizioni stabilite da questa Corte nella sentenza 242 del 2019 – la sentenza Dj Fabo/Cappato – così come ulteriormente precisate nella sentenza 135 del 2024 chiedano di essere aiutate a morire”. La legge regionale della Toscana del 2025 mirava a colmare un vuoto attraverso l’istituzione di commissioni multidisciplinari nelle aziende sanitarie, la definizione di una procedura per la presentazione e la valutazione delle richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito, l’indicazione di termini per le verifiche e la possibilità di garantire l’assistenza sanitaria necessaria, anche attraverso risorse regionali aggiuntive rispetto ai livelli essenziali di assistenza. La Corte ha però dichiarato incostituzionali diverse disposizioni, limitatamente a specifici articoli, commi o periodi, ritenuti oltre le competenze regionali. Nello specifico si parla di articoli che attribuivano alla Regione e alle commissioni sanitarie poteri di regolazione troppo ampi dell’intera procedura. La Consulta ha censurato le norme che consentivano deleghe in passaggi decisivi e che concentravano in capo agli organi regionali un controllo complessivo sull’accesso e sull’esecuzione. Intanto, però, la Corte ha ritenuto non fondate le questioni sollevate contro la legge nel suo complesso e contro le disposizioni riguardo l’organizzazione del servizio sanitario, riconoscendo che le Regioni possono sì intervenire sulle sentenze costituzionali, ma comunque senza invadere ambiti riservati alla competenza statale. Andando nello specifico, la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che direttamente individua i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito facendo espresso rinvio alle sentenze 242 del 2019 e la 135 del 2024. Secondo la sentenza, la disposizione viola la competenza legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento civile e penale, in quanto alle Regioni è “precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati dalla Corte Costituzionale in un determinato momento storico – in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni – e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore statale”. L’articolo 4, comma 1, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo limitatamente alle parole “o un suo delegato” in quanto, consentendo la presentazione dell’istanza anche a quest’ultimo, “deroga vistosamente al quadro normativo fissato dalla legge numero 219 del 2017, nel quale la procedura medicalizzata di assistenza al suicidio è stata inquadrata dalla giurisprudenza di questa Corte”. Incostituzionali sono stati dichiarati anche gli articoli 5 e 6, in tutte le parti in cui prevedono “stringenti termini per la verifica dei requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito e la definizione delle relative modalità di attuazione”. È stato dichiarato incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che, disciplinando il supporto al suicidio medicalmente assistito, impegna le aziende unità sanitarie locali ad assicurare il supporto tecnico e farmacologico oltre all’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato. La Corte ha ritenuto che la disposizione regionale viola la competenza concorrente in materia di tutela della salute, in quanto “non si pone come attuazione nel dettaglio di preesistenti principi fondamentali rinvenibili nella legislazione statale, ma come una illegittima “determinazione” degli stessi da parte della legislazione regionale”. La dichiarazione di incostituzionalità ha anche riguardato i commi 2, primo periodo, e 3, dello stesso articolo 7. Il primo in quanto “facendo esplicito riferimento a un livello di assistenza sanitaria ulteriore, evoca comunque e illegittimamente, dal punto di vista dell’assetto costituzionale delle competenze, la categoria dei ‘livelli essenziali di assistenza’”, interferendo quindi su definizioni riservate al legislatore statale. Il secondo laddove prevede che la “persona in possesso dei requisiti autorizzata ad accedere al suicidio medicalmente assistito può decidere in ogni momento di sospendere o annullare l’erogazione del trattamento”. In caso di suicidio medicalmente assistito, infatti, “non vi è propriamente alcuna ‘erogazione’ di un trattamento che possa essere sospeso o annullato (come invece nelle ipotesi di eutanasia attiva, riconducibili nell’ordinamento italiano alla fattispecie di omicidio del consenziente), ma piuttosto un’assistenza dei sanitari a una persona che dovrà compiere da sé la condotta finale che direttamente causa la propria morte”. L'articolo “La legge della Toscana non è illegittima interamente, ma varie parti violano le competenze statali”, la Consulta accoglie parzialmente il ricorso sul fine vita proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Toscana
Fine Vita
Consulta
Suicidio assistito, in Italia aumentano le richieste ma le norme sono ancora ferme: lo studio
Un’opinione pubblica sensibilizzata e un Parlamento assente. Una ricerca accademica ha scattato una fotografia completa dell’Italia sul tema del suicidio assistito. Le richieste aumentano e il vuoto normativo si fa più pesante, lasciando sempre più cittadini e rappresentanti delle istituzioni privi di risposte su come procedere al suicidio assistito. Un vuoto che genera delle risposte frammentarie e talvolta contradditorie, come spesso capita con il Servizio sanitario nazionale. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychiatry ed è firmato da Emanuela Turillazzi e Naomi Iacoponi dell’Università di Pisa, insieme a Donato Morena e Vittorio Fineschi della Sapienza di Roma. Un punto fondamentale che emerge dalla ricerca è come l’opinione pubblica appaia molto più avanti della politica. Secondo i dati Censis, il 74% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito, con percentuali ancora più alte tra i giovani e tra i laureati. Il lavoro di ricerca ripercorre anche la storia giuridica del suicidio assistito in Italia: nel 2019, ci fu la storica sentenza con cui la Corte costituzionale indicò le condizioni in cui l’aiuto al suicidio può essere considerato non punibile. Da allora, il percorso è stato tutt’altro che lineare: molte aziende sanitarie non hanno applicato le indicazioni della Consulta in modo uniforme, accumulando ritardi e rifiuti a procedere, costringendo i malati a fare ricorso. Un vuoto normativo che ha generato un conflitto istituzionale. In questo quadro incerto, la Toscana è stata la prima regione ad aver approvato nel marzo 2025 una normativa organica che definisce tempi, procedure e responsabilità per la valutazione delle richieste. Una scelta subito contestata dal governo, che ha impugnato la legge. Il risultato è un conflitto istituzionale che aggiunge ulteriori incertezze a una questione già complessa. Lo studio ricostruisce anche i casi che hanno segnato la storia recente del fine vita in Italia. La vicenda di “Mario”, il primo paziente a ottenere il suicidio assistito nel nostro Paese, così come la storia di “Anna”, la prima persona a cui il trattamento è stato garantito con costi interamente coperti dal sistema pubblico. Altri casi, come quello di Davide Trentini, hanno esteso l’interpretazione dei criteri stabiliti dalla Consulta per i “trattamenti di sostegno vitale”. Tutto questo avviene mentre l’opinione pubblica appare molto più avanti della politica. Secondo i dati Censis citati nello studio, il 74% degli italiani si dichiara favorevole all’eutanasia o al suicidio assistito. A fronte di un consenso così ampio, il Paese continua però a non dotarsi di una legge nazionale. I ricercatori hanno poi aperto una riflessione sui trattamenti di sostegno vitale, ovvero tutti quei macchinari e interventi farmacologici o assistenziali che sono indispensabili alla sopravvivenza della persona malata. Nel corso degli anni, questo concetto è stato alla base per giustificare il suicidio assistito a livello giuridico. Tuttavia, questa visione presenta dei limiti. Come sottolinea infatti Emanuele Turillazzi: “La dipendenza dai trattamenti di sostegno vitale è un criterio troppo limitativo. La nostra idea è di superare questo vincolo e concentrarci su ciò che davvero conta: una patologia irreversibile, una sofferenza che il paziente ritiene intollerabile e una volontà libera, consapevole e direttamente espressa dalla persona. Sono questi, secondo noi, i requisiti fondamentali. Il resto – gli aspetti procedurali e le verifiche – spetta al sistema sanitario e ai comitati etici territoriali. Solo così è possibile ridurre le disuguaglianze territoriali e rimettere al centro diritti, autodeterminazione e dignità della persona“. L'articolo Suicidio assistito, in Italia aumentano le richieste ma le norme sono ancora ferme: lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Ricerca Scientifica
Università
Suicidio Assistito
Eutanasia
Il governo impugna la legge sul suicidio assistito in Sardegna, la replica: “Ci siamo mossi nel solco della Consulta”
Il Governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge della Regione Sardegna del settembre 2025 sul suicidio medicalmente assistito, sostenendo che il provvedimento presenti “plurimi profili di illegittimità costituzionale”. A motivare l’impugnazione è il Dipartimento per gli Affari regionali, che sottolinea come le norme approvate violerebbero l’articolo 117 della Costituzione, relativo alla competenza statale esclusiva in materia di ordinamento civile e penale, oltre a eccedere le attribuzioni conferite alla Regione dal suo Statuto speciale. Secondo il Governo, la legge sarda non potrebbe regolamentare il fine vita nel silenzio del legislatore nazionale, nonostante la Consulta abbia auspicato che il tema sia oggetto di “sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore”. Le motivazioni evidenziano inoltre che il Senato è attualmente “in stato di avanzato esame” di un testo base sul suicidio medicalmente assistito, in discussione nelle Commissioni riunite 2° e 10°. Il Governo sottolinea che la disciplina del suicidio medicalmente assistito rientra nella materia dell’“ordinamento civile e penale” e che, pertanto, la legge statale è l’unico strumento in grado di normarla. Non è ammissibile che le Regioni esercitino un ruolo “supplente” rispetto allo Stato, nemmeno temporaneamente, nelle more di eventuali interventi legislativi statali. Vale la pena ricordare che le regioni – anche a guida centro destra – si sono mosse proprio perché da anni si chiede una legge che regoli la materia con norme che non siano frutto di dolorose battaglie legali come quelle portate avanti da Beppino Englaro, da Marco Cappato per il caso di DjFabo e tutti gli altri processi in cui il tesoriere dell’Associazione Coscioni rischia il carcere. Sulla possibile riconducibilità della norma alla materia della “tutela della salute”, di competenza concorrente, il Governo evidenzia che l’ordinamento si è limitato a pronunce giurisprudenziali — comprese quelle della Corte costituzionale — che hanno reso esenti da responsabilità penale i terzi che assistono una persona nel porre fine alla propria vita solo in presenza di patologie gravi e irreversibili, causa di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili. La Consulta si è espressa più volte – una volta estendendo la nozione di “trattamenti di sostegno vitale” includendo anche “procedure compiute dai caregivers” e successivamente che il farmaco per morire deve essere autosomministrato e dando il via libera a dispositivi comandati da occhi e voce per chi non può muoversi e parlare. LA REAZIONE DELLA REGIONE SARDEGNA Roberto Deriu, capogruppo del Pd in Consiglio regionale e primo firmatario della legge, ha dichiarato all’Ansa: “Noi siamo convinti della costituzionalità di questa soluzione tradotta in legge. Vedremo come la Consulta affronterà il tema. Ci siamo mossi nel solco della Corte costituzionale (sentenza DjFabo/Cappato). La posizione del governo è preconcetta e ideologica”. Deriu ha annunciato che sarà chiesto di resistere in giudizio, ritenendo le ragioni della Regione solide. Anche il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini ha definito la decisione del Governo “una perdita di occasione per dare una risposta di civiltà sul fine vita”. “Non si possono affrontare questioni così importanti dal punto di vista ideologico, visto che nel Paese c’è grande attesa di risposte di libertà — ha sottolineato —. La Sardegna voleva colmare un vuoto legislativo, ma il Governo ha deciso di voltarsi dall’altra parte”. Peppino Canu, consigliere regionale di Sinistra Futura, ha definito “assurdo e ingiustificato” l’accanimento del governo sulla Sardegna: “Mentre si parla di autonomia differenziata, in realtà si limitano le prerogative delle Regioni e si creano vuoti normativi enormi. Difenderemo la validità della legge, frutto di un lungo percorso di ascolto e confronto. Tra il ‘non fare’ perpetuo del governo e il fare, scegliamo sempre la seconda opzione”. Anche la senatrice M5S Sabrina Licheri ha criticato la scelta del governo: “Fdi ha perso un’occasione per concentrarsi sul tema del fine vita fermo al Senato, e invece attacca la giunta Todde che ha affrontato una questione delicata per dare una possibilità di scelta ai cittadini. È ora che la destra smetta di usare l’ideologia per rispondere ai bisogni delle persone in casi così delicati”. LE CRITICHE DELL’ASSOCIAZIONISMO Per Pro Vita & Famiglia onlus, che aveva chiesto l’impugnazione già alla promulgazione della legge “legge sarda viola palesemente le competenze esclusive dello Stato ed è una norma disumana che spinge malati, fragili e persone disperate a uccidersi anziché moltiplicare cure e servizi socio-assistenziali”. Antonio Brandi, presidente dell’associazione, ha sottolineato che la Sardegna è fanalino di coda per l’accesso alle cure palliative, con meno del 5% dei pazienti realmente assistiti, e ha auspicato che la Corte costituzionale accolga i ricorsi del Governo, bloccando “provvedimenti illegittimi e contrari al bene comune”. L'articolo Il governo impugna la legge sul suicidio assistito in Sardegna, la replica: “Ci siamo mossi nel solco della Consulta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Politica
Governo Meloni
Fine Vita
Regione Sardegna
“La mia sofferenza ha superato ogni limite umano”, il giudice ordina al Cnr il dispositivo per permettere a Libera di morire
“Il limite della mia sopportazione è stato superato. Chiedo l’aiuto di un medico per poter morire”. Continua a rimbombare nelle aule di giustizia la volontà di “Libera”, la 55enne toscana colpita da sclerosi multipla e che essendo paralizzata dal collo in giù, non può assumere da sola il farmaco. Di rimbalzo in rimbalzo, anche se con lentezza, arrivano le risposte agli appelli e le decisioni dopo i ricorsi, le udienze e finanche una decisione della Consulta per la paziente a cui è stato riconosciuto il diritto al suicidio assistito. Il Tribunale di Firenze ha infatti ordinato al Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di progettare e fornire entro 90 giorni il dispositivo necessario a consentire l’autosomministrazione del farmaco letale tramite comando oculare. Una decisione che arriva dopo l’ennesima impasse burocratica, dovuta all’indisponibilità delle aziende coinvolte a realizzare la tecnologia richiesta dal giudice. Tutto questi nei giorni in cui ancora si dibatte sulla scelta di Alice ed Ellen Kessler di restare unite per scelta anche negli ultimi istanti di vita. Un traguardo amaro perché strappato all’indifferenza del Parlamento italiano, alla lentezza della giustizia, alla impenetrabilità delle norme. “Avevo chiesto solo che la mia volontà fosse rispettata e che un medico potesse essere autorizzato a intervenire su mia richiesta. Invece, la Consulta ha rimandato la decisione al giudice di Firenze, costringendo a ripetere indagini già svolte e imponendo nuovi passaggi burocratici su dispositivi che esistono, ma che le aziende non adattano per la mia situazione. Ogni rinvio è un tempo che io passo nella sofferenza, nella paura concreta di una fine dolorosa che non ho scelto – ricorda Libera -. Sono grata al giudice di Firenze, ai miei legali, che hanno agito con serietà e rispetto, ma la stanchezza e la sofferenza hanno superato ogni limite umano. Per questo oggi dichiaro che se in tempi brevissimi non riceverò la strumentazione necessaria sono pronta a ricevere l’aiuto a morire sotto forma di azioni di disobbedienza civile: un atto pubblico, nonviolento e trasparente, per porre fine alla violenza che sto vivendo. Non voglio vie oscure, non cerco scorciatoie pericolose. Chiedo che venga finalmente riconosciuto il mio diritto a una scelta libera e umana con l’aiuto di strumentazioni o di una persona che mi somministri il farmaco letale”. IL CASO DI LIBERA Libera nel marzo 2024 aveva fatto richiesta all’Asl di poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Inizialmente il parere era stato negativo, per il rifiuto della donna di sottoporsi alla nutrizione artificiale con la Peg, interpretato come mancato soddisfacimento di uno dei requisiti previsti dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale (Cappato/Dj Fabo). “Pretendono che io mi sottoponga a un trattamento sanitario invasivo contro la mia volontà per poi poterlo interrompere e ricorrere al suicidio assistito. Tutto questo è crudele e umiliante. Io, a oggi, voglio solo essere libera di scegliere come e quando morire”, furono le parole di Libera diffuse allora dall’associazione Luca Coscioni. L’iter sembrava essersi sbloccato a luglio di un anno fa, alla luce della sentenza 135/2024 della Consulta che aveva esteso l’interpretazione del concetto di trattamento di sostegno vitale. Invece sono stati necessari ulteriori passaggi e una nuova decisione della Corte costituzionale. Il 25 luglio scorso la Consulta – interpellata per l’ennesima volta su un caso di richiesta assistita di fine vita – aveva ribadito il no all’intervento di terzi, dando il via libera a dispositivi comandati da voce e occhi. Il nodo tecnico era stato affrontato già lo scorso 16 ottobre, quando il giudice aveva fissato un termine di 15 giorni per fornire la strumentazione indispensabile alla procedura. Nessuna delle aziende inizialmente individuate, tuttavia, aveva prodotto un dispositivo adeguato alle condizioni della paziente. Di fronte a tale stallo, la Usl Toscana nord-ovest aveva presentato ricorso chiedendo al Tribunale ulteriori indicazioni. L’AZIONE GIUDIZIARIA I legali di Libera, coordinati dall’avvocata Filomena Gallo, Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, avevano nel frattempo svolto nuove verifiche presso enti pubblici e privati. Già da settembre era stato individuato nel CNR l’ente pubblico dotato delle tecnologie necessarie e della competenza adeguata a realizzare un macchinario conforme ai requisiti posti dal giudice. All’udienza del 19 novembre, il CNR ha confermato la propria disponibilità a progettare un sistema che consenta a Libera di attivare autonomamente l’infusione del farmaco, questo perché non possono esserci terzi a intervenire. I tecnici dell’ente hanno stimato in circa 90 giorni il tempo necessario per realizzare e mettere a punto il dispositivo. Il giudice, con il provvedimento successivo all’udienza, ha così ordinato alla USL Toscana nord-ovest di avviare immediatamente la procedura con il CNR, sostenendone tutti i costi, e ha nominato lo stesso CNR ausiliario dell’autorità giudiziaria. L’ente riceve quindi mandato diretto a predisporre e consegnare la tecnologia all’azienda sanitaria entro il termine fissato. Una volta ottenuto il macchinario, la USL dovrà consegnarlo alla paziente insieme al farmaco necessario, affinché Libera possa valutare se e quando scegliere di morire. L’avvocata Gallo, coordinatrice del collegio di difesa, conferma la gravità che comporta l’attesa e il limbo in cui da troppo tempo è tenuta la donna: “‘Libera oggi è stanca, sofferente e in reale pericolo: potrebbe andare incontro a una morte improvvisa e atroce, come accaduto pochi giorni fa ad Ancona a una persona malata, morta soffocata mentre attendeva il pieno riconoscimento della sua condizione per accedere alla morte assistita”. Per evitare che si ripeta una simile tragedia, aggiunge, il team legale sta valutando “tutte le soluzioni nel pieno rispetto della legge”. È, ribadisce, “una corsa contro il tempo” perché Libera saluti la vita con serenità e dignità e non nel dolore. L'articolo “La mia sofferenza ha superato ogni limite umano”, il giudice ordina al Cnr il dispositivo per permettere a Libera di morire proviene da Il Fatto Quotidiano.
Diritti
Suicidio Assistito
Firenze
Fine Vita
Fine vita, sarebbe ora che ognuno potesse esercitare il libero arbitrio: le gemelle Kessler ce l’hanno ricordato
La vita è una malattia che si trasmette per via sessuale. Ed è, soprattutto – come richiede una delle troppe condizioni imposte dalla legislazione italiana per poter consentire il “fine vita” (perché si tratta soltanto di rifiuto delle cure e interruzione delle cure palliative) – una “malattia irreversibile”. Le gemelle Kessler, invece, icone della televisione del secolo scorso, hanno potuto abbandonare la vita congiuntamente poiché in Germania è consentita l’eutanasia medicalmente assistita. Da studioso della filosofia, sono portato a chiedermi se tale superiorità della Germania rispetto al nostro Paese sia dovuta all’altrettale primazia filosofica della nazione che ha dato i natali a Kant, Hegel e Freud. Sì, perché quello che continuiamo a fare in Italia – e in tutti i paesi in cui lo Stato non consente alle persone di praticare l’eutanasia – è fondamentalmente un errore filosofico. Errore che, innanzitutto, consiste nel separare vita e morte considerandole due dimensioni diverse. Quando, in realtà, sono due lati di una stessa medaglia, perché “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”, scriveva Freud sulla scia di quanto – un secolo prima – aveva affermato Hegel (entrambi tedeschi) in maniera ancora più radicale: “Un essere vivente, nel momento stesso in cui fa la sua comparsa in vita, è già pronto per morire”. Da questo errore originario deriva il secondo, perfettamente conseguente. Quello di pensare che la morte sia un qualcosa che avviene “dopo” la vita quando, invece, “esse sono interdipendenti”, perché “esistono simultaneamente, non consecutivamente”, come scriveva il grande psichiatra americano Irvin Yalom. L’unica morte che conosciamo, infatti, avviene in vita, quando finisce un’epoca in cui siamo stati felici, quando perdiamo delle persone care, quando torniamo in luoghi del cuore, dopo molti anni, e nulla ci sembra più come prima anche se lo scenario è lo stesso. Sono tutti frammenti di morte che avvengono mentre siamo vivi e non potrebbe essere diversamente. Perché la morte intesa in senso metafisico non ci è dato conoscerla né – come affermava Epicuro – temerla: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte non ci siamo noi”. Intesa in questo senso, la vita va considerata alla stregua di un grande corso di formazione alla dipartita, a un “dopo” possibile in forma spirituale (per chi ci crede). Di questo grande corso di formazione, l’ultima tappa più dura consiste nel “morire”, che è questione ben diversa – ancora una volta – dalla morte in quanto tale. Quel morire può avvenire quando siamo ancora ben in vita, per una malattia o un incidente, ma soprattutto può accadere senza che vi sia la morte stessa: a fronte di dolori atroci e insopportabili non soltanto a livello fisico ma anche psicologico (tema, quest’ultimo, per troppo tempo sminuito o ignorato del tutto). Ecco perché sarebbe ora di consentire a ciascuno l’esercizio del libero arbitrio rispetto alla decisione di smettere la propria vita, quindi di essere aiutati in ciò da quella medicina pubblica che esiste grazie alle tasse di tutti i cittadini, compresi coloro che piombano in un abisso di dolore tale da rendergli preferibile la scelta suddetta. Coloro che sostengono la sacralità della vita, considerata a guisa di un “dono” divino di cui l’uomo non può privarsi per una scelta volontaria, non considerano che – volendo credere alla divinità creatrice – questa ci ha fatto dono anche della morte, parte integrante della vita stessa all’interno di una dimensione più ampia che le contiene entrambe (esistenza). Ma, soprattutto, tale divinità ha lasciato al libero arbitrio di ciascuno la possibilità di fare della propria vita ciò che più si desidera e ritiene giusto. Fosse anche interromperla anzitempo. Se così non fosse, non avrebbe alcun senso quanto dice la stessa dottrina cristiana, cioè che saremo giudicati sulla base delle nostre azioni in terra (e in vita). Quale sommo e indiscutibile giudizio divino, infatti, sarebbe possibile e decisivo se già qualcuno in terra ha decretato cosa è Bene e cosa è Male rispetto all’essenza stessa della vita?! Non spetta ad alcuna istituzione terrena, né ad alcun individuo, giudicare e ancor più impedire all’essere umano di gestire la propria vita (e quindi la propria morte) se le sue decisioni non danneggiano persone altre. Tantomeno dovrebbero farlo dei parlamentari mediamente sempre più ignoranti su questioni culturali basiche, figuriamoci rispetto alle altezze filosofiche. Liberalizzare il libero arbitrio è una scelta umana e a favore dell’umano – altrimenti l’enfasi posta a ogni pie’ sospinto sul pensiero critico è solo fuffa – tanto più che non significa costringere chi non vuole a scegliere di morire. Mentre proibire il libero arbitrio, invece, costringe tutti a doversi genuflettere a un’ideologia. Nella nostra epoca impoverita, al posto dei grandi filosofi tedeschi, ce lo hanno dimostrato le grandi gemelle Kessler. L'articolo Fine vita, sarebbe ora che ognuno potesse esercitare il libero arbitrio: le gemelle Kessler ce l’hanno ricordato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Diritti
Suicidio Assistito
Eutanasia
Fine Vita