L a cultura digitale ha moltiplicato le immagini vicine al mondo queer, ma non
sempre le ha rese più autentiche. Tra social network e piattaforme digitali, gli
adolescenti LGBTQIA+ sono chiamati a scegliere come, quando e davanti a chi
raccontarsi, negoziando continuamente la propria visibilità tra desiderio di
espressione e bisogno di sottrazione.
Una stanza con due specchi
“I’m the princess, I’m the freak” In quattro parole l’icona queer del pop,
Chappell Roan, sintetizza un tema che abbiamo imparato a riconoscere come sempre
più familiare: la possibilità di accettare la propria complessità, imparando a
convivere con le diverse parti di sé e con lo sguardo altrui che cerca di
definirle. Dialogare con gli adolescenti su questi temi era precisamente lo
scopo di un progetto da Di.G.I.T. – Digital practices, Gender and Intimacy in
Teens’ everyday life ‒ un progetto di ricerca nazionale coordinato dal professor
Cosimo Marco Scarcelli dell’Università di Padova e dalle professoresse Lorenza
Parisi e Francesca Comunello della Sapienza Università di Roma, che ha permesso
di interrogare il mondo della GenZ in più di dieci città italiane da nord a sud.
Grazie a questo progetto abbiamo potuto isolare una serie di temi che ci
invitano a rivedere cosa intendiamo per visibilità, appartenenza e autenticità
nel mondo digitale. indagando vari aspetti della vita online delle e degli
adolescenti e, non da ultimo, quelli legati alle soggettività LGBTQIA+ e ai loro
modi di vivere questi spazi.
Attraverso focus group, interviste e incontri con giovani tra i sedici e i
diciotto anni, abbiamo esplorato le loro pratiche quotidiane di presenza online,
cercando di comprendere come piattaforme, algoritmi e linguaggi digitali
influenzino le modalità con cui ragazze e ragazzi si raccontano, si
rappresentano e si riconoscono in relazione all’intimità.
> La distanza tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e
> le esperienze dirette delle e dei giovani riguarda il modo in cui le
> piattaforme organizzano la visibilità e definiscono ciò che appare autentico.
Tra i molti temi affrontati, uno si è imposto con forza crescente: la distanza
tra le rappresentazioni LGBTQIA+ che popolano i media digitali e le esperienze
dirette delle e dei giovani che vi si riconoscono, o non vi si riconoscono
affatto. Questa distanza non è solo simbolica, ma anche mediale: riguarda il
modo in cui le piattaforme stesse organizzano la visibilità e definiscono ciò
che appare autentico.
Negli ultimi anni, insieme al mutamento radicale delle piattaforme digitali,
abbiamo visto trasformarsi anche le strategie di autorappresentazione degli
individui. La soggettività si manifesta mediante un processo mediato,
continuamente rimodulato dallo sguardo altrui. Mostrarsi online non è più
soltanto un atto comunicativo, ma un modo per costruire riconoscimento e
appartenenza. Come racconta la sociologa Zizi Papacharissi in Affective Publics
(2015), le piattaforme digitali non sono semplici spazi di interazione, ma
pubblici affettivi che organizzano la visibilità attraverso emozioni condivise e
dinamiche di consenso. La partecipazione si traduce in una forma di esposizione,
e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo altrui.
I social hanno ampliato lo spazio del racconto, promettendo libertà e
inclusione, ma anche ridefinendo, in modo sottile, cosa significhi esporsi. Da
un lato sembrano offrire possibilità inedite di sperimentazione e racconto di
sé; dall’altro costruiscono confini invisibili, stabilendo cosa può essere
mostrato, celebrato o messo in tendenza. L’inclusione, nei media digitali,
funziona come una grammatica: amplia il vocabolario del possibile, ma impone
nuove regole sintattiche. Le soggettività queer sono oggi più che mai presenti
nella cultura digitale: serie, campagne pubblicitarie, creator su TikTok e
Instagram popolano i feed, eppure la loro visibilità non coincide con un pieno
riconoscimento, né sul piano simbolico né su quello dei diritti.
> La partecipazione alle piattaforme digitali si traduce in una forma di
> esposizione, e il racconto di sé in uno spazio di negoziazione con lo sguardo
> altrui.
Le logiche che regolano le piattaforme, gli algoritmi, la ricerca di viralità,
la necessità di essere leggibili e replicabili, non sono mai neutrali:
privilegiano forme di rappresentazione semplici, rassicuranti, immediatamente
consumabili. Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è
commerciabile finisce per definire il perimetro del visibile. Nel mondo
adolescenziale, dove tutto è ancora in movimento, queste immagini possono
produrre effetti ambivalenti. Possono ispirare, ma farsi allo stesso tempo
portatrici di distanza o frustrazione. Molte persone LGBTQIA+ che abbiamo
incontrato ci hanno raccontato di sentirsi in bilico tra due pressioni opposte:
aderire a un’estetica queer riconoscibile o restare fedeli alla propria
esperienza, spesso più sfumata, incerta, “meno instagrammabile”, per usare le
parole di Sof, 16 anni, persona non binary, bisessuale.
La difficoltà, dicono le persone che hanno preso parte alla nostra ricerca, non
sta tanto nei contenuti in sé quanto nel modo in cui vengono esposti: quando
l’intento di mostrarsi diventa troppo evidente, si perde naturalezza. Ragazze e
ragazzi parlano del bisogno di una narrazione normalizzata, in cui la differenza
non debba essere continuamente spiegata o rivendicata.
> Ciò che è riconoscibile diventa commerciabile, e ciò che è commerciabile
> finisce per definire il perimetro del visibile.
I corpi e le storie che circolano online finiscono per essere analizzati,
discussi, reinterpretati ma anche ignorati. In quelle scelte, nei like mancati o
nei profili seguiti e silenziati si disegna un nuovo modo di negoziare la
visibilità. Come gli e le adolescenti italiane si confrontano con le immagini
digitali delle soggettività LGBTQIA+? Quali tensioni attraversano i loro sguardi
e quali visioni alternative emergono dai margini di una visibilità sempre più
codificata?
La visibilità non è mai solo una questione di scelta individuale: è il risultato
di un sistema che decide cosa può circolare, cosa resta invisibile e chi merita
di essere guardato. Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono
gerarchie simboliche. Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile,
costruendo un feed personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non
proprio accurate. Come suggerisce Taina Bucher nei suoi studi sulle piattaforme
digitali, l’algoritmo è un dispositivo di potere affettivo: non mostra solo ciò
che funziona, ma ciò che conferma le proprie aspettative, orientando così il
modo in cui viene interpretato il proprio universo di riferimento.
> Molte persone LGBTQIA+ si sentono in bilico tra l’aderire a un’estetica queer
> riconoscibile o restare fedeli alla propria esperienza, spesso più sfumata,
> incerta, “meno instagrammabile”.
In questo, la GenZ mostra di sapere che la visibilità non dipende solo dai
contenuti o dal numero di follower, ma da un sistema che decide, in modo spesso
opaco e poco comprensibile, cosa far emergere e cosa lasciare a margine. Il
digitale, infatti, non si limita a riflettere il reale: lo modella, lo ordina,
lo distribuisce secondo una logica di attenzione che è contemporaneamente
economica ed emotiva. Eppure, se le piattaforme stabiliscono i confini del
visibile, ragazze e ragazzi imparano presto a muoversi dentro quei confini,
inventando strategie di presenza e, all’occorrenza, di sottrazione. Tra queste
strategie rientra anche la capacità di controllare chi può vedere cosa: una
forma quotidiana di regia della propria immagine, che introduce un nuovo modo di
intendere la privacy.
Scegliere chi ci guarda
La sociologia classica, a partire da Erving Goffman, ha mostrato quanto conti la
distinzione tra ribalta e retroscena nella vita sociale. In La vita quotidiana
come rappresentazione (1959), Goffman descrive le interazioni quotidiane come
una forma di teatro: in ribalta si recitano i ruoli pubblici, con comportamenti
pensati per un pubblico; nel retroscena, invece, si prova, si allenta la
postura. È il luogo in cui si sospende la performance, si controlla il proprio
lavoro e si prepara la scena successiva. Nei social il retroscena si può
tradurre in uno spazio dove parole e immagini possono circolare senza dover
passare per l’approvazione collettiva, in cerchie sapientemente selezionate,
profili secondari, chat private o liste di “amici stretti”.
La privacy, in questa prospettiva, rappresenta la condizione materiale della
libertà: la possibilità di decidere i confini, modulandone la permeabilità,
riposizionandosi quando le cose cambiano. Il controllo selettivo dello sguardo
diventa un gesto politico, una forma di autodeterminazione minima.
> Gli algoritmi, nel silenzio del codice, costruiscono gerarchie simboliche.
> Decidono cosa è rilevante, chi appare desiderabile, costruendo un feed
> personalizzato infarcito di narrazioni autoreferenziali non proprio accurate.
Questo si traduce in un sapere raffinato nella pratica. Giovanna, 16 anni,
ragazza cisgender lesbica, parla della possibilità di selezionare
strategicamente chi guarda i contenuti perché ci sono cose che non le va di
spiegare a chi la segue sui social. Questa selettività non ha però il tono della
ritirata. È, semmai, una forma di cittadinanza digitale che riconosce la
pluralità delle audience: una nuova consapevolezza generazionale. Anche Andrea,
18 anni, ragazzo cisgender gay, evidenzia la necessità di elaborare percorsi
capaci di restituire agency, soggettività attiva, a chi decide di condividere la
propria esperienza, sottolineando come sia fondamentale che chi racconta possa
usare a suo vantaggio le possibilità offerte dalla piattaforma, per esempio
rendere visibili le storie a un pubblico selezionato.
Le persone intervistate non presentano questa possibilità come eccezione, ma
come norma. La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con
l’appropriatezza di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
L’idea di un sé unico e monolitico lascia spazio a una competenza relazionale:
l’identità come tessitura situata, che si fa e si disfa nell’incontro con
pubblici differenti. Già nel 2007, uno studio di danah boyd e Nicole Ellison
pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication mostrava come i social
network stessero dando forma a un sé reticolare: un’identità pubblica costruita
attraverso connessioni e interazioni, continuamente attraversata dallo sguardo e
dal riconoscimento dell’altro/a.
> La privacy rappresenta la condizione materiale della libertà: il controllo
> selettivo dello sguardo diventa un gesto politico, una forma di
> autodeterminazione minima.
In questa cornice, il sé digitale si comporta come un dispositivo negoziale
continuamente messo in discussione. Diego, 16 anni, ragazzo cisgender gay,
racconta che sui social preferisce mostrare solo ciò che decide consapevolmente
di rendere visibile: una parte di sé costruita attorno a certi aspetti della
propria identità, come l’orientamento sessuale, che sceglie di condividere per
parlarne o confrontarsi. Spiega di essere consapevole che la propria immagine
online sia, in fondo, una semplificazione. Per questo dice di scegliere con
attenzione cosa mostrare e cosa tenere per sé, per non lasciare che la propria
personalità venga definita unicamente da un’etichetta o da una categoria.
Immaginiamo la visibilità non come un interruttore ma come un dimmer, quel
dispositivo che permette di regolare l’intensità della luce in una stanza, che
la GenZ (senza velleità da influencer) sa regolare in base alle proprie esigenze
e necessità. È una forma di agency adattiva, che non rifiuta la scena ma la
rimodula continuamente. Ma cosa succede quando la scena smette di restituire
un’immagine riconoscibile di sé? Quando la visibilità si trasforma in
distorsione più che in rispecchiamento?
Fuori fuoco: quando l’immagine non coincide
Da pochi anni, la cultura mainstream ha moltiplicato immagini e discorsi sulla
queerness: serie, film, campagne pubblicitarie. Eppure molte e molti adolescenti
queer parlano di uno scarto tra vita quotidiana e rappresentazione: guardano
quei contenuti, li apprezzano, ma non si riconoscono. Durante un’intervista, un
ragazzo trans ci ha detto ridendo: “C’è chi dice ‘mi identifico con un chicken
nugget’”. Allo sguardo perplesso della ricercatrice, che per un attimo ha
creduto di aver intercettato una nuova sfumatura dell’identità di genere, ha
subito precisato: stava scherzando. Non lo diceva per prendersi gioco della
queerness, ma per ironizzare sulla tendenza sempre più diffusa online a
trasformare ogni dettaglio in identità. Dentro quella battuta c’era però una
consapevolezza precisa: l’idea che oggi anche l’autenticità possa, in qualche
modo, essere interpretata come un trend. L’identità è diventata una performance
situata, e come ogni performance ha bisogno di un pubblico per esistere.
> La coerenza non coincide con la totale apertura: coincide con l’appropriatezza
> di ciò che si dice rispetto a chi si sceglie di interpellare.
Alcune estetiche o l’autoironia portata all’esasperazione non piacciono a
Martina, 18 anni, ragazza cisgender che non vuole etichette quando si parla di
orientamento sessuale. Ci dice che a volte le sembra che anche fare coming out
possa diventare un modo per mettersi in mostra più che per esprimersi davvero.
Se posizioni il telefono e ti riprendi mentre dici a tua nonna che sei gay non
può essere capitato per caso che tu abbia premuto “registra”.
In questo racconto emerge una critica sottile alla spettacolarizzazione del sé,
un fastidio verso l’obbligo di rendere pubblico ciò che potenzialmente è un
gesto intimo. Per Valentina, 16 anni, ragazza cisgender bisessuale, invece, la
quotidianità diventa un linguaggio implicito. Segue un paio di coppie lesbiche
che postano video di vita domestica, una lavastoviglie da caricare, un gatto che
non collabora. Dice che quelle scene non sono più vere delle altre, ma che
semplicemente sono spontanee e non sembrano costruite.
Eppure, in quelle stesse dinamiche, capita che arrivi il contenuto
sponsorizzato, la collab con il brand amico che scopre l’arcobaleno a giugno, la
call to action che suona sempre un po’ uguale. Dalle voci raccolte non si levano
moralismi: si registra piuttosto il bisogno di prendere le distanze da una
narrazione didascalica, e la volontà di cercare un riconoscimento più fluido,
meno codificato.
L’autenticità al tempo dei feed
Nella pratica di questo segmento della GenZ, l’autenticità, non coincide con il
riversare online ogni dettaglio del proprio vissuto; diversamente, necessita di
una coerenza di fondo tra ciò che si prova e il modo in cui lo si racconta,
tenendo conto del contesto.
> Dalle voci raccolte non si levano moralismi: si registra piuttosto il bisogno
> di prendere le distanze da una narrazione didascalica, e la volontà di cercare
> un riconoscimento più fluido, meno codificato.
Ed è qui che entrano in scena gli algoritmi. Non in astratto, ma come esperienza
concreta: basta osservare come cambiano le visualizzazioni a seconda della
musica di sottofondo, dell’hashtag, del ritmo del video. È un learning by doing
delle logiche dei media digitali: si impara facendo, e insieme si impara cosa
conviene non fare. Chi parla di transizione alterna momenti informativi a
leggerezza; chi attraversa ansia o confusione la trasforma in un racconto che
possa essere compreso e condiviso: tagli rapidi, una punchline in chiusura, un
riferimento condiviso. Improvvisamente le competenze digitali prendono il
sopravvento nel racconto che sottostà alle logiche della piattaforma.
E poi c’è l’ironia, usata come strumento per alleggerire e per difendersi. Un
meme che sdrammatizza, un video che gioca con i cliché per prenderne le
distanze. Come nota la studiosa Susanna Paasonen in NSFW: Sex, Humor, and Risk
in Social Media (2019), l’ironia online agisce come forma di vulnerabilità
condivisa: un modo per elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un
trauma. Marco, 17anni, ragazzo cisgender gay, racconta che a volte preferisce
rispondere alle battute omofobe o ai commenti ignoranti con l’umorismo:
condivide meme o frasi ironiche che, dice, fanno capire da che parte stai senza
esporti troppo. Per lui è un modo per gestire la distanza e tenere insieme
autoironia e affermazione di sé senza dover fare il solito “spiegone in difesa
dei propri diritti”.
Fuori dalla lente
Nelle testimonianze raccolte, un’idea torna con insistenza: sparire, di tanto in
tanto, è salutare. Limitare le visualizzazioni, non postare, disattivare i
commenti, azzerare il feed. Mark Fisher l’aveva profetizzato nel suo Realismo
capitalista (2009, trad. it. 2018), ciò che affatica non è solo la richiesta di
una presenza continua, ma il fatto di dover essere sempre visibili e
costantemente disponibili. In questo orizzonte, il gesto di sottrarsi diventa
una forma minima di cura: un tentativo di ristabilire la distanza necessaria per
tornare a sentire la propria voce.
> L’ironia online agisce come forma di vulnerabilità condivisa: un modo per
> elaborare esperienze complesse senza trasformarle in un trauma.
Potrebbe essere percepita come una forma di igiene mentale. Nadia, 17 anni,
ragazza cisgender bisessuale, racconta di aver disinstallato Instagram per una
settimana “solo per respirare un po’”. Miriam, 18 anni, ragazza cisgender che
alla domanda sul suo orientamento sessuale ci risponde “non lo so”, spiega che
usa due profili non per moda ma perché così può scegliere a chi concedere cosa
vedere della sua vita. Claudio 18 anni, ragazzo cisgender gay, dice: “a volte è
bello sapere di non esserci, anche solo per vedere chi se ne accorge”.
Sul piano politico, questa ritrazione minima non è irrilevante. Sottrarsi
momentaneamente alla visibilità non equivale a nascondersi, ma a riprendere il
controllo sul proprio tempo e sulla propria immagine. La sparizione temporanea è
un gesto di autorità sul sé, ma anche un atto di cura. Una ricerca sulle
pratiche digitali di giovani LGBTIQ+ mostra come la disconnessione diventa una
forma di benessere relazionale: non una fuga, ma un modo di rimettere in
equilibrio presenza e vulnerabilità, di difendere la propria continuità emotiva
in un ambiente che premia la costante esposizione, il valore politico ed emotivo
del non esserci sempre, della scelta di modulare la propria visibilità come
gesto di autodeterminazione.
Questo diritto al fuori campo non si pone in contrasto con i movimenti queer che
hanno faticato per conquistare la scena; al contrario, ne raccoglie l’eredità in
un momento storico di grandi transizioni. In questa prospettiva, la sottrazione
non è negazione, ma una forma di agency: un modo per abitare la visibilità.
Seguendo il pensiero della filosofa Judith Butler, potremmo dire che la
visibilità è quasi sempre una pratica di relazione: non esiste al di fuori dei
regimi di riconoscimento che stabiliscono chi può apparire e in quali forme.
Agire ai margini di questa visibilità, scegliendo quando e come mostrarsi,
significa mettere a tema i criteri stessi del riconoscimento.
> Il gesto di sottrarsi diventa una forma minima di cura: un tentativo di
> ristabilire la distanza necessaria per tornare a sentire la propria voce.
Come ha detto una delle partecipanti: “non sempre ho voglia di spiegare chi
sono, e non credo di doverlo fare ogni volta”. In quella sottrazione parziale,
uno squarcio invisibile nella fessura della visibilità, si possono aprire nuovi
spazi espressivi.
Domande aperte
Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
l’autenticità? La risposta più onesta è partire ponendosi ulteriori
interrogativi, riconoscendo come l’urgenza di trovare un responso universale
faccia parte del problema. Infatti, le pratiche che abbiamo osservato sono molte
e in movimento. Ogni tentativo di normare gli atteggiamenti digitali rischia di
trasformarsi in una nuova forma di pressione.
Possiamo però avanzare alcune domande che ci paiono utili. In che modo la
rappresentazione queer online può restare uno spazio di libertà, e non solo un
repertorio di gesti codificati? Chi decide quali corpi, storie, desideri
meritano di circolare, e con quali estetiche? E ancora: quanto di ciò che
chiamiamo condivisione è davvero nostro, e quanto è un riflesso del modo in cui
le piattaforme ci addestrano a mostrarci?
In molte conversazioni, le domande non arrivavano da noi ma da loro. Una
ragazza, parlando della propria presenza online, chiedeva: “ma se non posto
niente per un mese, esisto lo stesso?”. Un ragazzo ironizzava: “forse ci serve
un modo per non essere sempre leggibili, anche quando non vogliamo sparire”.
Altri ancora raccontavano di sentirsi “troppo queer per certi spazi, troppo
normali per altri”.
> Qual è l’equilibrio giusto tra visibilità e discrezione? Come si misura
> l’autenticità?
Abbiamo la possibilità di costruire collettivamente una cittadinanza digitale
non ingenua, in cui autorappresentazione e diritto alla privacy, sempre meno
garantiti, possano convivere senza annullarsi. Non è poco. Voci che, più che
cercare risposte, mettono in scena la fatica di restare riconoscibili senza
doversi definire. La domanda, più che la risposta, è la forma di pensiero
politico di questa generazione. “Principessa” e “freak” sono due entità che
possono darsi il cambio e possono convivere. È lì, tra una sbirciata ai like dei
seguiti e una storia che si dissolve allo scadere delle 24h, che immaginiamo un
futuro più abitabile: alla ricerca del mantello della semi-invisibilità.
L'articolo “Io mi identifico con un chicken nugget”: adolescenti <i>queer</i>
tra autenticità e rappresentazione proviene da Il Tascabile.