O ndate di calore, siccità, precipitazioni violente, alluvioni lampo, fusione
dei ghiacci, innalzamento del livello del mare. Gli impatti climatici sui
territori, sugli ecosistemi, sull’essere umano ‒ con la sua salute e le sue
attività, prima fra tutte l’agricoltura ‒, e sulle turbolenze sociali, interne
ai singoli Paesi o internazionali sono sempre più forti e destinati a sfociare
in conflitti. Gli scienziati devono essere scettici, richiedere prove e rimanere
obiettivi. Ora le prove sono diventate schiaccianti: il cambiamento climatico è
reale e la causa siamo noi.
In questo senso l’Artico è ormai da anni un avvertimento, la sentinella di ciò
che accadrà nel mondo. Il rapido dissolvimento dei ghiacci artici è parte della
riscrittura generale della geografia del potere globale, nella quale siamo
immersi. Oggi si pone una questione rilevante di sovranità della regione artica.
Al Polo Nord, laddove per secoli ha regnato l’immobilità, oggi si percepisce
l’instabilità della politica mondiale. È la nuova frontiera della geopolitica
contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni
militari e crisi climatica. Il disgelo schiude passaggi tra continenti e porta
alla luce giacimenti di gas e terre rare.
All’alba degli anni Novanta la comunità scientifica ha cominciato a cogliere i
segnali che provenivano dalla regione artica senza tuttavia comprenderne la
portata complessiva. A partire dal decennio successivo il cambiamento è stato
radicale. L’Artico si sta surriscaldando dalle due alle quattro volte più
velocemente del resto del pianeta. La perdita di massa della calotta glaciale
artica contribuisce all’innalzamento del livello dei mari. Lo scioglimento così
rapido della calotta glaciale della Groenlandia porterà all’innalzamento delle
acque oceaniche. Le conseguenze si riverberano in modo significativo sulle
comunità costiere colpite, dall’Alaska a quelle della Florida sulla costa est
americana, e saranno pesantissime. Si cominceranno a registrare gravi danni in
molti Paesi.
“Negli ultimi 45 anni abbiamo perso tre milioni di chilometri quadrati di
superficie di ghiaccio”, sottolinea Antonello Pasini, fisico climatologo del
CNR, docente di fisica del clima all’Università Roma Tre: “al Polo Nord è come
se avessimo perso una quantità di ghiaccio pari a dieci volte l’Italia, che ha
una superficie di trecentomila chilometri quadrati. In Groenlandia il ghiaccio
si scioglie a ritmi molto sostenuti: parliamo di 264 miliardi di tonnellate ogni
anno. Questa perdita causa un innalzamento annuo del livello globale delle acque
dei mari di 0,8 millimetri”.
> È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si
> intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il
> disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e
> terre rare.
Il 1979 è stato un anno cruciale per la raccolta dei dati nella regione artica.
Nel novembre del 1978 il lancio del Global Weather Experiment aveva segnato
l’avvio della moderna era satellitare, cambiando l’osservazione terrestre. La
comunità scientifica iniziò ad avere a disposizione una costellazione di
satelliti che hanno reso possibile un sistematico monitoraggio dell’ambiente tra
cui il ghiaccio marino. Dagli anni Ottanta le mappe quotidiane dell’estensione
del ghiaccio sono state compilate basandosi sui dati satellitari provenienti da
sensori a microonde passivi. Dal 1998 sono state condotte almeno trenta
differenti stime del bilancio di massa della calotta glaciale della Groenlandia
con il telerilevamento da satelliti e aerei.
Il primo viaggio nell’Artico del grande geografo Mark Clifford Serreze risale al
1982, quando la regione assomigliava ancora a quella in cui le popolazioni del
Nord avevano vissuto per migliaia di anni, prima delle esplorazioni del
Diciannovesimo secolo e dell’inizio del Ventesimo. Dagli anni Ottanta conduce
ricerche sul campo nell’Artico. I suoi studi sul surriscaldamento globale e
sullo scioglimento dei ghiacciai artici sono stati tradotti in tutto il mondo.
Nel 2017 le due piccole calotte glaciali nell’Artico canadese, precisamente
nell’Isola di Ellesmere, che Serreze aveva raggiunto trentacinque anni prima da
giovane ricercatore, si erano ridotte a un paio di chiazze di ghiaccio sporche,
destinate a scomparire.
Il geografo statunitense è direttore del National Snow and Ice Data Center che
opera come una banca dati su scala mondiale per la ricerca sui ghiacciai e
l’interazione con il clima e dal 2019 è professore emerito nel Dipartimento di
geografia della University of Colorado Boulder. Da osservatore sul campo e
studioso di caratura mondiale, Serreze è un testimone della rapida e
impressionante trasformazione della regione artica, con tutte le conseguenze che
essa comporta: “Tra i molti dati che colpiscono, spiccano quelli sui ritmi di
diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino dal 1979 al 2016. Ogni decennio
è calata in media del 3,2% nei mesi di gennaio e circa del 3,5% per decennio nei
mesi di febbraio. Il declino si accentua da aprile fino a settembre, quando si
conclude la stagione dello scioglimento e la diminuzione raggiunge addirittura
il ‒13,5% per decennio”. Una buona parte della costa artica è costituita da
sedimenti congelati, il permafrost. Che cosa comporta lo scongelamento? “Può
avere un’influenza drammatica sul paesaggio, causando crolli del terreno, degli
edifici, delle strade e di altre infrastrutture, compresi gli oleodotti”,
prosegue Serreze, “l’aumento potenziale del riscaldamento globale come quello
prodotto dall’anidride carbonica e dal metano. Il terreno artico e subartico
contiene moltissimo carbonio intrappolato nel permafrost”.
L’estensione media del settembre 1980 era di 7,8 milioni di chilometri quadrati.
Quella del 2012 è scesa a 3,6 milioni di chilometri quadrati. Nel 2007, quando
si è rivelato il rapido crollo dell’estensione del ghiaccio previsto dai modelli
climatici di Marika Holland, Serreze dichiarò che sarebbe stato ragionevole
attendersi un Artico libero dai ghiacci al termine della stagione estiva entro
il 2030: “Ribadisco questa previsione. Alcuni sostengono che sia pessimistica.
Da quanto osservo ora, ciò avverrà in breve tempo in assenza di drastiche
riduzioni nelle emissioni di gas serra. L’Oceano Artico senza ghiaccio in estate
sembra inevitabile entro il decennio 2040-50 e la transizione è in corso. Ondate
di calore prima inimmaginabili colpiscono il Nord”.
> Secondo Serreze è ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al
> termine della stagione estiva entro il 2050.
Il 2024 secondo la World meteorological organization (WMO) si è chiuso come
l’anno più caldo di sempre e con emissioni e concentrazioni di gas serra a
livelli altrettanto da record. Stiamo viaggiando verso i +3°C rispetto all’epoca
preindustriale nell’indifferenza quasi generale. Stando al documento Emissions
Gap Report 2024 delle Nazioni Unite, se i trend attuali non cambiano
drasticamente, siamo diretti verso un futuro in cui le temperature aumenteranno
fino a 3,1 gradi al di sopra dei livelli preindustriali. Per il terzo anno
consecutivo, ogni giorno nel 2025 è stato più caldo di almeno 1°C rispetto al
livello preindustriale 1850-1900; più di un terzo dei giorni ha registrato una
temperatura superiore di 1,5°C.
I due concetti chiave del nostro tempo restano adattamento e mitigazione delle
nuove condizioni. La complessità del sistema clima ha strettissime
interconnessioni che legano la sua dinamica a quella dell’attività umana. “Nei
sistemi complessi come il nostro, vince chi riesce ad adattarsi ai cambiamenti:
questo ce lo insegna la teoria dell’evoluzione, che viene ancora letta
erroneamente come descrizione scientifica di una lotta per la sopravvivenza”,
spiega Pasini: “Ma anche chi riesce ad armonizzare la propria dinamica con
quella della natura. Questi fenomeni che vediamo ormai manifesti ce li teniamo.
Inoltre, le specie che prosperano non sono quelle che distruggono le altre
specie, ma quelle che trovano un equilibrio. Dobbiamo pensare alla crisi di
lungo periodo, diminuendo le emissioni di gas serra per mitigare i fenomeni”.
Nel frattempo le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico,
privo di ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia
importante sul piano strategico ed economico. Il mare costituisce il nuovo
orizzonte delle frontiere da contrassegnare. In questo senso il crocevia
rappresentato dall’Artico è centrale. Ha acquisito un’importanza nuova per
sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas. A causa del
riscaldamento climatico aumenterà il traffico di rotte commerciali del Mare del
Nord. “L’Artico è lo specchio di dove sta andando il mondo” – afferma Vincenzo
De Luca, entrato in carriera diplomatica nel 1989 e ambasciatore d’Italia in
India e in Nepal dal 2019 al 2024: “Alla fine della guerra fredda nel 1993 fu
costituito il Consiglio artico composto da otto Paesi che gravitano in quella
zona d’interesse tra cui la Groenlandia, la Danimarca, gli Stati Uniti, il
Canada e la Russia. In questo consesso si definivano delle regole per una
ricerca e un’attività di sviluppo per mantenere la sostenibilità ambientale
della zona artica. C’era un clima di cooperazione e superamento delle tensioni”.
> Le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di
> ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante
> sul piano strategico ed economico.
Nell’immaginario generale l’Oceano Artico è considerato un bene comune globale
non attribuibile a singole entità, ma il cambiamento climatico e la voracità
delle potenze mondiali hanno aperto una crepa difficile da rimarginare. Afferma
De Luca:
> Oggi questo scenario non esiste più” – “La Groenlandia, che appartiene alla
> Danimarca dal 1921 con il successivo riconoscimento internazionale della
> sovranità danese, è diventata lo specchio di un mondo in cui sono saltate le
> regole della convivenza. La Groenlandia sarà uno dei terreni in cui misurare
> il rispetto delle regole di sovranità che sono i cardini di un sistema
> internazionale di convivenza. Le pretese di Donald Trump sono destituite di
> fondamento. Tra l’altro Groenlandia e Danimarca hanno in corso un processo per
> definire delle regole di autonomia fino ad arrivare all’indipendenza.
Oggi su larga scala è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda
guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini
altrui. Non si cerca più la pace come bene desiderabile in sé, ma la si ricerca
mediante le armi come condizione per l’affermazione di un proprio dominio. Fuori
da ogni legittimità internazionale, la guerra appare la normalità. A ottant’anni
dalla sua creazione, l’ONU conferma la sua crisi rispetto alla missione di
risoluzione delle controversie internazionali. L’avallo della dottrina della
guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa della politica fondata per decenni
sul multilateralismo. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla
base di ogni pacifica convivenza civile: “Siamo nel mondo che passa dalla forza
del diritto al diritto della forza”, sottolinea De Luca: “Questo sconvolge tutti
gli assetti. Stiamo andando verso un mondo basato sulla divisione delle sfere
d’influenza calpestando i diritti alla sovranità, alla scelta dei Paesi di
appartenere a determinare aree. In Groenlandia e nell’Artico si gioca una di
queste partite”.
La rapidità e la violenza del cambiamento climatico stanno cancellando
progressivamente lo scenario unico della regione artica. Siamo immersi in un
cambiamento d’epoca a più livelli: “In un batter d’occhio, l’Artico ha perso
ogni residuo di eccezionalità”, spiega Mary Thompson-Jones, professoressa di
sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College: “Gli eventi globali l’hanno
trasformato da zona di pace a zona di conflitti. La corsa agli armamenti della
Russia e le attività sempre più ostili della Cina sono diventate il punto focale
di ogni dibattito sull’Artico. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia
nel 2022 e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO hanno imposto il tema
dell’Artico in ogni dibattito politico sulla sicurezza”.
> L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa
> della politica fondata per decenni sul multilateralismo.
Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove
vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa tra
NATO e alleanza russo-cinese. La Russia controlla oltre il 50% delle coste che
si affacciano sull’Artico, e una parte importante del suo territorio si estende
a nord del circolo polare artico. È significativa la sua flotta navale con le
navi rompighiaccio. Nel 2018, dichiaratasi “Stato quasi artico”, la Cina ha
presentato il suo primo piano strategico per l’Artico, moltiplicando il volume
delle sue attività con la Via della Seta polare.
Nei primi giorni di febbraio la NATO ha annunciato l’operazione Arctic Sentry
(“Sentinella artica”) di cui non si conoscono orizzonti e dettagli precisi.
Stando alle dichiarazioni del segretario generale Mark Rutte, mediatore della
crisi tra Europa e Stati Uniti sulle mire di Trump, “Sentinella artica sfrutterà
la forza dell’alleanza riunendo le attività della NATO e degli alleati
nell’estremo Nord in un unico approccio operativo”. Insomma dovrebbe
salvaguardare gli interessi dei propri membri, mantenere la stabilità in una
delle aree più strategicamente significative e ambientalmente difficili del
mondo, fronteggiando le mire russo-cinesi.
Il Consiglio artico interpretava un’idea di collegialità nella collaborazione
per lo sfruttamento delle risorse, delle rotte commerciali, e la cooperazione
scientifica che si sono trasformate in competizione. Questo organo
internazionale riunisce tutti i Paesi che si affacciano sull’Artico: Canada,
Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati
Uniti (tramite l’Alaska), Svezia. Otto Paesi possiedono territori a nord del
circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: “L’Islanda
entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata
solo da cento abitanti”, precisa Thompson-Jones: “L’identità artica della
Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio
autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno
finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande
isola del mondo, abitata solo da 56.000 persone. La costa artica norvegese è
estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati
che possiedono territori costieri artici”.
L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. Al di sotto
di tutto c’è la piattaforma continentale, con le sue quantità ancora sconosciute
di minerali, petrolio e gas. I Paesi artici cercano di estendere il più
possibile il riconoscimento della propria “piattaforma continentale”, cioè la
parte di fondale che rimane di pertinenza di quello Stato. Ogni nazione costiera
detiene diritti correlati alla Piattaforma continentale estesa (ECS, Extended
Continental Shelf), definita come “il prolungamento naturale del territorio
terrestre oltre l’estremo margine continentale”. Sono stabiliti limiti a quanto
possa estendersi la ECS di un Paese, non più di 350 miglia nautiche. La
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dispone il controllo delle
sue risorse entro le rispettive acque territoriali.
> Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove
> vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa
> tra NATO e alleanza russo-cinese.
Nel libro La legge del Nord, appena pubblicato in Italia da Luiss University
Press con la traduzione di Paolo Bassotti, Thompson-Jones realizza una puntuale
ricognizione della storia e dell’evoluzione delle relazioni internazionali, in
particolare dei Paesi del Consiglio artico, nella regione. “Nel maggio del 2019,
per la prima volta, il meeting ministeriale del Consiglio artico si è concluso
senza una dichiarazione congiunta, in quanto il segretario di Stato Mike Pompeo
si è rifiutato di accettare qualsivoglia riferimento al cambiamento climatico
nell’Artico”, ricorda l’autrice: “Ha usato il suo discorso per convincere i
presenti che meno mari ghiacciati significa più commercio e che il vero pericolo
è rappresentato da Russia e Cina. Al rappresentante finlandese è stato affidato
il compito di diffondere una dichiarazione finale per riflettere le convinzioni
degli altri presenti”.
L’incipit scelto dall’autrice è interessante e suggestivo, perché sceglie una
citazione, un dialogo tratto dal romanzo Underworld (1997) di Don DeLillo:
> Hai mai guardato la Groenlandia su una carta geografica? – Credo di sì. Un
> paio di volte forse. – Ti sei accorta che non ha mai le stesse dimensioni, su
> due carte geografiche diverse? Le dimensioni della Groenlandia cambiano da una
> carta all’altra. Cambiano anche da un anno all’altro. – È grande – disse lei.
> – È molto grande. È enorme. Ma talvolta è un po’ meno enorme, a seconda della
> carta che consulti.
Insomma, per gli americani, ma non solo per loro, era ed è tutt’altro che
semplice anche soltanto identificare e collocare la Groenlandia, ora tornata al
centro delle mire statunitensi. Le riflessioni di DeLillo sulla guerra fredda e
su una geografia inafferrabile sono un buon punto di partenza per cominciare a
osservare lo strano rapporto a tre fra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti.
Gli esploratori americani del Polo Nord “rivendicarono” la Groenlandia in nome
degli Stati Uniti: non si limitarono a piantare bandiere, ma consolidarono
l’idea che la Groenlandia, per la sua vicinanza agli Stati Uniti, appartenesse
di diritto all’emisfero occidentale: “Per gli Usa, il controllo della
Groenlandia è sempre stato una strana ossessione, sin da quando nel 1867 William
Seward acquistò l’Alaska”, scrive Thompson-Jones: “Anche prima di Donald Trump,
quattro presidenti hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di
comprarla. Secondo i sostenitori dell’espansionismo, il suo valore come ponte
verso l’Europa aveva la stessa valenza strategica dell’Alaska verso l’Asia (che
all’epoca era molto meno conosciuta di oggi); per i più visionari, entrambe le
regioni erano necessarie perché gli Stati Uniti ottenessero il completo dominio
dell’emisfero”.
> Per gli Stati Uniti, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana
> ossessione.
Alla luce dei propositi bellicosi e colonialisti del Presidente degli Stati
Uniti Donald Trump verso la Groenlandia è utile dunque ripassare innanzitutto la
considerazione nordamericana rispetto a questa zona d’interesse. Già nel 2019
Trump aveva dichiarato di voler comprare la Groenlandia. In realtà negli Stati
Uniti, l’idea circola già dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando
il segretario di Stato Seward contrattò non solo l’acquisizione dell’Alaska, ma
anche delle Indie Occidentali Danesi.
La caccia alla ricchezza delle terre rare per una vasta gamma di produzioni
industriali è intensa ovunque e alimenta il ricorso alla guerra. Nell’Artico ci
sarebbero ingenti riserve mondiali ancora da scoprire di petrolio e gas. “Oggi
la Groenlandia costituisce un vero punto nodale”, osserva Thompson-Jones: “Il
cambiamento climatico sta rapidamente sciogliendo gli spessi ghiacci che da
sempre la ricoprono. Alcuni dei suoi 56.000 abitanti fanno pressioni per
ottenere la piena indipendenza dalla Danimarca. Gli investitori stranieri – in
primo luogo cinesi – non nascondono i propri interessi. Non più inaccessibile
come un tempo, questa terra ha aperto le porte al turismo”.
Il libro di Thompson-Jones accende una luce sugli abitanti dell’Artico così poco
considerati nel dibattito internazionale. Esplora il loro senso per la tutela di
quell’universo che sta perdendo la propria identità. Vivono sulla propria pelle,
in prima linea il flagello degli effetti del cambiamento climatico: “Le loro
case sono state inghiottite dal mare, il loro stile di vita è stato devastato,
la loro salute e il loro benessere sono a rischio”, scrive Thompson-Jones: “Sono
consapevoli dei propri diritti e richiedono con sempre maggiore insistenza di
partecipare a qualunque tavolo dove si prendano decisioni politiche che
interessino l’Artico. Farlo senza consultarli è una scelta che non consente di
fare passi avanti”.
La storia ben dimostra quanto sia fallace ambire a una terra su una mappa senza
comprenderne la popolazione, la storia e l’ambiente.
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