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Nello specchio rosso
A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me. Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica. Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi. PARTIAMO DALLA METAFORA DELLO SPECCHIO. NEI TUOI SAGGI HAI INQUADRATO IL RAPPORTO TRA L’OCCIDENTE E LA CINA DA VARI PUNTI DI VISTA: LA TECNOLOGIA, IL CIBO, L’ORGANIZZAZIONE SOCIALE E DEL LAVORO. NELLO SPECCHIO AMERICANO PARLI DI COME IL GOVERNO E LA SOCIETÀ CINESI SI SONO RELAZIONATI ALLE DEMOCRAZIE LIBERALI E ALLE SOCIETÀ CAPITALISTE NELL’ULTIMO SECOLO, DEL RAPPORTO OSCILLANTE TRA FASCINAZIONE ECONOMICA E CATTIVO GIUDIZIO MORALE CHE LA CONOSCENZA APPROFONDITA DELLA SOCIETÀ AMERICANA HA GENERATO IN CINA. HO LETTO IL TUO SAGGIO USANDO, IN MODO UN PO’ INCONSAPEVOLE, LE MIE LENTI DI EUROPEO, DI PERSONA CHE VIVE IN UNA PARTE DI MONDO DOVE PREVALE UN’IDEA DI DEMOCRAZIA MOLTO DIVERSA DA QUELLA AMERICANA, PIÙ TENDENTE AL WELFARE STATE CHE ALLO STATO ULTRA-LIBERALE. SAPPIAMO CHE L’UNIONE EUROPEA COME SOGGETTO POLITICO RISCHIA DI DIVENTARE UN NEMICO DEGLI INTERESSI DI TRUMP. LA CINA, INVECE, COME CI PERCEPISCE? Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così. Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo. A PROPOSITO DELLA BILATERALITÀ DEI RAPPORTI DI CUI PARLAVI, ALLA CINA INTERESSA TRATTARE GLI STATI EUROPEI COME SOGGETTI SINGOLI PIUTTOSTO CHE COME UNIONE? NEGLI ULTIMI MESI ABBIAMO ASSISTITO VARIE VOLTE AI TENTATIVI DI TRUMP E DELLE DESTRE NOSTRANE DI SMONTARE L’UNITÀ DEGLI STATI EUROPEI PER DIFENDERE I PROPRI INTERESSI ECONOMICI. LA CINA HA LO STESSO INTERESSE? Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”. A PROPOSITO DI PARTNERSHIP E COMPETIZIONE: NEL CONTESTO DI GUERRA MULTIPOLARE IN CUI L’UNIONE EUROPEA SI TROVA QUASI TRASCINATA A FORZA DAGLI STATI UNITI, LA CINA SEMBRA PROPORSI COME UN SOGGETTO PIÙ STABILE, MENO CAOTICO E IMPREVEDIBILE, PIÙ AFFIDABILE, AD ECCEZIONE DELLA PRESSIONE MILITARE SUI TERRITORI CHE CONSIDERA “SUOI” COME TAIWAN. È UNO STRUMENTO DI SOFT POWER IDEOLOGICO? Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti. D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine. L’ELETTORATO PROFONDO AMERICANO È MOLTO CONCENTRATO SUGLI AFFARI INTERNI DEL PROPRIO PAESE E POCO SU QUELLO CHE SUCCEDE ALL’ESTERNO, A DISPETTO DELLE POLITICHE INTERVENTISTE DEI VARI GOVERNI. ANCHE IN CINA È COSÌ? La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane. PARLANDO DELLA TUA ATTIVITÀ DI GIORNALISTA CHE RACCONTA LA CINA, TI DO TRE VERBI: INFORMARE, RACCONTARE, SPIEGARE. QUALI PENSI CHE DESCRIVANO MEGLIO IL TUO LAVORO? QUALE DELLE TRE DIMENSIONI È PIÙ FORTE, MAGARI A SECONDA DEL MEZZO CHE USI – ARTICOLI, SAGGI, PODCAST – O DELL’ARGOMENTO DI CUI PARLI? Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi. COM’È CAMBIATA LA TUA PERCEZIONE DEL PUBBLICO ITALIANO SUGLI AFFARI CINESI DA QUANDO HAI FONDATO CHINA FILES A OGGI? PENSI CHE OGGI RISPETTO A PRIMA IL PUBBLICO GENERALISTA SIA PIÙ CONSAPEVOLE SU CERTI ARGOMENTI? Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità. Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni. NELL’ACCADEMIA ITALIANA VEDO UN SOGGETTO CAPACE DI PRODURRE LE FORME PIÙ COMPLESSE E APPROFONDITE DI CULTURA E ALLO STESSO TEMPO INADATTO A COMUNICARE CON L’ESTERNO, RACCONTARE LA RICERCA. SENTI DI SVOLGERE UNA FUNZIONE DI MEDIAZIONE TRA L’ACCADEMIA E IL PUBBLICO? Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione.  CON ALTRI ORIENTI ALLARGHI LO SGUARDO DALLA CINA ALL’ASIA INTERA. QUALI SONO I FILTRI CHE USI PER RACCONTARE I DIVERSI PAESI DELL’ASIA DA UN PUNTO DI VISTA LOCALE E NON CON LO SGUARDO OCCIDENTALE? IL SISTEMA INFORMATIVO ITALIANO HA GLI STRUMENTI PER RACCONTARE VICENDE DI PAESI CHE MEDIAMENTE NON SONO PRESI IN CONSIDERAZIONE DAL NOSTRO SGUARDO? La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza. COM’È CAMBIATO IL TUO LAVORO QUOTIDIANO DI GIORNALISTA NEL PASSAGGIO DALLA DIREZIONE DELLA REDAZIONE ESTERI DEL MANIFESTO A CHORA? La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura. PIÙ IN GENERALE, PENSI CHE LA FORMA PODCAST PERMETTA UN’INFORMAZIONE PIÙ ADATTA ALL’ORGANIZZAZIONE DELLA VITA CONTEMPORANEA? Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente. È UNO STRUMENTO PIÙ SOSTENIBILE DAL PUNTO DI VISTA ECONOMICO? Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità. L'articolo Nello specchio rosso proviene da Il Tascabile.
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Lo specchio di dove sta andando il mondo
O ndate di calore, siccità, precipitazioni violente, alluvioni lampo, fusione dei ghiacci, innalzamento del livello del mare. Gli impatti climatici sui territori, sugli ecosistemi, sull’essere umano ‒ con la sua salute e le sue attività, prima fra tutte l’agricoltura ‒, e sulle turbolenze sociali, interne ai singoli Paesi o internazionali sono sempre più forti e destinati a sfociare in conflitti. Gli scienziati devono essere scettici, richiedere prove e rimanere obiettivi. Ora le prove sono diventate schiaccianti: il cambiamento climatico è reale e la causa siamo noi. In questo senso l’Artico è ormai da anni un avvertimento, la sentinella di ciò che accadrà nel mondo. Il rapido dissolvimento dei ghiacci artici è parte della riscrittura generale della geografia del potere globale, nella quale siamo immersi. Oggi si pone una questione rilevante di sovranità della regione artica. Al Polo Nord, laddove per secoli ha regnato l’immobilità, oggi si percepisce l’instabilità della politica mondiale. È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare. All’alba degli anni Novanta la comunità scientifica ha cominciato a cogliere i segnali che provenivano dalla regione artica senza tuttavia comprenderne la portata complessiva. A partire dal decennio successivo il cambiamento è stato radicale. L’Artico si sta surriscaldando dalle due alle quattro volte più velocemente del resto del pianeta. La perdita di massa della calotta glaciale artica contribuisce all’innalzamento del livello dei mari. Lo scioglimento così rapido della calotta glaciale della Groenlandia porterà all’innalzamento delle acque oceaniche. Le conseguenze si riverberano in modo significativo sulle comunità costiere colpite, dall’Alaska a quelle della Florida sulla costa est americana, e saranno pesantissime. Si cominceranno a registrare gravi danni in molti Paesi. “Negli ultimi 45 anni abbiamo perso tre milioni di chilometri quadrati di superficie di ghiaccio”, sottolinea Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR, docente di fisica del clima all’Università Roma Tre: “al Polo Nord è come se avessimo perso una quantità di ghiaccio pari a dieci volte l’Italia, che ha una superficie di trecentomila chilometri quadrati. In Groenlandia il ghiaccio si scioglie a ritmi molto sostenuti: parliamo di 264 miliardi di tonnellate ogni anno. Questa perdita causa un innalzamento annuo del livello globale delle acque dei mari di 0,8 millimetri”. > È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si > intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il > disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e > terre rare. Il 1979 è stato un anno cruciale per la raccolta dei dati nella regione artica. Nel novembre del 1978 il lancio del Global Weather Experiment aveva segnato l’avvio della moderna era satellitare, cambiando l’osservazione terrestre. La comunità scientifica iniziò ad avere a disposizione una costellazione di satelliti che hanno reso possibile un sistematico monitoraggio dell’ambiente tra cui il ghiaccio marino. Dagli anni Ottanta le mappe quotidiane dell’estensione del ghiaccio sono state compilate basandosi sui dati satellitari provenienti da sensori a microonde passivi. Dal 1998 sono state condotte almeno trenta differenti stime del bilancio di massa della calotta glaciale della Groenlandia con il telerilevamento da satelliti e aerei. Il primo viaggio nell’Artico del grande geografo Mark Clifford Serreze risale al 1982, quando la regione assomigliava ancora a quella in cui le popolazioni del Nord avevano vissuto per migliaia di anni, prima delle esplorazioni del Diciannovesimo secolo e dell’inizio del Ventesimo. Dagli anni Ottanta conduce ricerche sul campo nell’Artico. I suoi studi sul surriscaldamento globale e sullo scioglimento dei ghiacciai artici sono stati tradotti in tutto il mondo. Nel 2017 le due piccole calotte glaciali nell’Artico canadese, precisamente nell’Isola di Ellesmere, che Serreze aveva raggiunto trentacinque anni prima da giovane ricercatore, si erano ridotte a un paio di chiazze di ghiaccio sporche, destinate a scomparire. Il geografo statunitense è direttore del National Snow and Ice Data Center che opera come una banca dati su scala mondiale per la ricerca sui ghiacciai e l’interazione con il clima e dal 2019 è professore emerito nel Dipartimento di geografia della University of Colorado Boulder. Da osservatore sul campo e studioso di caratura mondiale, Serreze è un testimone della rapida e impressionante trasformazione della regione artica, con tutte le conseguenze che essa comporta: “Tra i molti dati che colpiscono, spiccano quelli sui ritmi di diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino dal 1979 al 2016. Ogni decennio è calata in media del 3,2% nei mesi di gennaio e circa del 3,5% per decennio nei mesi di febbraio. Il declino si accentua da aprile fino a settembre, quando si conclude la stagione dello scioglimento e la diminuzione raggiunge addirittura il ‒13,5% per decennio”. Una buona parte della costa artica è costituita da sedimenti congelati, il permafrost. Che cosa comporta lo scongelamento? “Può avere un’influenza drammatica sul paesaggio, causando crolli del terreno, degli edifici, delle strade e di altre infrastrutture, compresi gli oleodotti”, prosegue Serreze, “l’aumento potenziale del riscaldamento globale come quello prodotto dall’anidride carbonica e dal metano. Il terreno artico e subartico contiene moltissimo carbonio intrappolato nel permafrost”. L’estensione media del settembre 1980 era di 7,8 milioni di chilometri quadrati. Quella del 2012 è scesa a 3,6 milioni di chilometri quadrati. Nel 2007, quando si è rivelato il rapido crollo dell’estensione del ghiaccio previsto dai modelli climatici di Marika Holland, Serreze dichiarò che sarebbe stato ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al termine della stagione estiva entro il 2030: “Ribadisco questa previsione. Alcuni sostengono che sia pessimistica. Da quanto osservo ora, ciò avverrà in breve tempo in assenza di drastiche riduzioni nelle emissioni di gas serra. L’Oceano Artico senza ghiaccio in estate sembra inevitabile entro il decennio 2040-50 e la transizione è in corso. Ondate di calore prima inimmaginabili colpiscono il Nord”. > Secondo Serreze è ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al > termine della stagione estiva entro il 2050. Il 2024 secondo la World meteorological organization (WMO) si è chiuso come l’anno più caldo di sempre e con emissioni e concentrazioni di gas serra a livelli altrettanto da record. Stiamo viaggiando verso i +3°C rispetto all’epoca preindustriale nell’indifferenza quasi generale. Stando al documento Emissions Gap Report 2024 delle Nazioni Unite, se i trend attuali non cambiano drasticamente, siamo diretti verso un futuro in cui le temperature aumenteranno fino a 3,1 gradi al di sopra dei livelli preindustriali. Per il terzo anno consecutivo, ogni giorno nel 2025 è stato più caldo di almeno 1°C rispetto al livello preindustriale 1850-1900; più di un terzo dei giorni ha registrato una temperatura superiore di 1,5°C. I due concetti chiave del nostro tempo restano adattamento e mitigazione delle nuove condizioni. La complessità del sistema clima ha strettissime interconnessioni che legano la sua dinamica a quella dell’attività umana. “Nei sistemi complessi come il nostro, vince chi riesce ad adattarsi ai cambiamenti: questo ce lo insegna la teoria dell’evoluzione, che viene ancora letta erroneamente come descrizione scientifica di una lotta per la sopravvivenza”, spiega Pasini: “Ma anche chi riesce ad armonizzare la propria dinamica con quella della natura. Questi fenomeni che vediamo ormai manifesti ce li teniamo. Inoltre, le specie che prosperano non sono quelle che distruggono le altre specie, ma quelle che trovano un equilibrio. Dobbiamo pensare alla crisi di lungo periodo, diminuendo le emissioni di gas serra per mitigare i fenomeni”. Nel frattempo le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante sul piano strategico ed economico. Il mare costituisce il nuovo orizzonte delle frontiere da contrassegnare. In questo senso il crocevia rappresentato dall’Artico è centrale. Ha acquisito un’importanza nuova per sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas. A causa del riscaldamento climatico aumenterà il traffico di rotte commerciali del Mare del Nord. “L’Artico è lo specchio di dove sta andando il mondo” – afferma Vincenzo De Luca, entrato in carriera diplomatica nel 1989 e ambasciatore d’Italia in India e in Nepal dal 2019 al 2024: “Alla fine della guerra fredda nel 1993 fu costituito il Consiglio artico composto da otto Paesi che gravitano in quella zona d’interesse tra cui la Groenlandia, la Danimarca, gli Stati Uniti, il Canada e la Russia. In questo consesso si definivano delle regole per una ricerca e un’attività di sviluppo per mantenere la sostenibilità ambientale della zona artica. C’era un clima di cooperazione e superamento delle tensioni”. > Le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di > ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante > sul piano strategico ed economico. Nell’immaginario generale l’Oceano Artico è considerato un bene comune globale non attribuibile a singole entità, ma il cambiamento climatico e la voracità delle potenze mondiali hanno aperto una crepa difficile da rimarginare. Afferma De Luca: > Oggi questo scenario non esiste più” – “La Groenlandia, che appartiene alla > Danimarca dal 1921 con il successivo riconoscimento internazionale della > sovranità danese, è diventata lo specchio di un mondo in cui sono saltate le > regole della convivenza. La Groenlandia sarà uno dei terreni in cui misurare > il rispetto delle regole di sovranità che sono i cardini di un sistema > internazionale di convivenza. Le pretese di Donald Trump sono destituite di > fondamento. Tra l’altro Groenlandia e Danimarca hanno in corso un processo per > definire delle regole di autonomia fino ad arrivare all’indipendenza. Oggi su larga scala è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si cerca più la pace come bene desiderabile in sé, ma la si ricerca mediante le armi come condizione per l’affermazione di un proprio dominio. Fuori da ogni legittimità internazionale, la guerra appare la normalità. A ottant’anni dalla sua creazione, l’ONU conferma la sua crisi rispetto alla missione di risoluzione delle controversie internazionali. L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa della politica fondata per decenni sul multilateralismo. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile: “Siamo nel mondo che passa dalla forza del diritto al diritto della forza”, sottolinea De Luca: “Questo sconvolge tutti gli assetti. Stiamo andando verso un mondo basato sulla divisione delle sfere d’influenza calpestando i diritti alla sovranità, alla scelta dei Paesi di appartenere a determinare aree. In Groenlandia e nell’Artico si gioca una di queste partite”. La rapidità e la violenza del cambiamento climatico stanno cancellando progressivamente lo scenario unico della regione artica. Siamo immersi in un cambiamento d’epoca a più livelli: “In un batter d’occhio, l’Artico ha perso ogni residuo di eccezionalità”, spiega Mary Thompson-Jones, professoressa di sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College: “Gli eventi globali l’hanno trasformato da zona di pace a zona di conflitti. La corsa agli armamenti della Russia e le attività sempre più ostili della Cina sono diventate il punto focale di ogni dibattito sull’Artico. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO hanno imposto il tema dell’Artico in ogni dibattito politico sulla sicurezza”. > L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa > della politica fondata per decenni sul multilateralismo. Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa tra NATO e alleanza russo-cinese. La Russia controlla oltre il 50% delle coste che si affacciano sull’Artico, e una parte importante del suo territorio si estende a nord del circolo polare artico. È significativa la sua flotta navale con le navi rompighiaccio. Nel 2018, dichiaratasi “Stato quasi artico”, la Cina ha presentato il suo primo piano strategico per l’Artico, moltiplicando il volume delle sue attività con la Via della Seta polare. Nei primi giorni di febbraio la NATO ha annunciato l’operazione Arctic Sentry (“Sentinella artica”) di cui non si conoscono orizzonti e dettagli precisi. Stando alle dichiarazioni del segretario generale Mark Rutte, mediatore della crisi tra Europa e Stati Uniti sulle mire di Trump, “Sentinella artica sfrutterà la forza dell’alleanza riunendo le attività della NATO e degli alleati nell’estremo Nord in un unico approccio operativo”. Insomma dovrebbe salvaguardare gli interessi dei propri membri, mantenere la stabilità in una delle aree più strategicamente significative e ambientalmente difficili del mondo, fronteggiando le mire russo-cinesi. Il Consiglio artico interpretava un’idea di collegialità nella collaborazione per lo sfruttamento delle risorse, delle rotte commerciali, e la cooperazione scientifica che si sono trasformate in competizione. Questo organo internazionale riunisce tutti i Paesi che si affacciano sull’Artico: Canada, Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (tramite l’Alaska), Svezia. Otto Paesi possiedono territori a nord del circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: “L’Islanda entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata solo da cento abitanti”, precisa Thompson-Jones: “L’identità artica della Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande isola del mondo, abitata solo da 56.000 persone. La costa artica norvegese è estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati che possiedono territori costieri artici”. L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. Al di sotto di tutto c’è la piattaforma continentale, con le sue quantità ancora sconosciute di minerali, petrolio e gas. I Paesi artici cercano di estendere il più possibile il riconoscimento della propria “piattaforma continentale”, cioè la parte di fondale che rimane di pertinenza di quello Stato. Ogni nazione costiera detiene diritti correlati alla Piattaforma continentale estesa (ECS, Extended Continental Shelf), definita come “il prolungamento naturale del territorio terrestre oltre l’estremo margine continentale”. Sono stabiliti limiti a quanto possa estendersi la ECS di un Paese, non più di 350 miglia nautiche. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dispone il controllo delle sue risorse entro le rispettive acque territoriali. > Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove > vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa > tra NATO e alleanza russo-cinese. Nel libro La legge del Nord, appena pubblicato in Italia da Luiss University Press con la traduzione di Paolo Bassotti, Thompson-Jones realizza una puntuale ricognizione della storia e dell’evoluzione delle relazioni internazionali, in particolare dei Paesi del Consiglio artico, nella regione. “Nel maggio del 2019, per la prima volta, il meeting ministeriale del Consiglio artico si è concluso senza una dichiarazione congiunta, in quanto il segretario di Stato Mike Pompeo si è rifiutato di accettare qualsivoglia riferimento al cambiamento climatico nell’Artico”, ricorda l’autrice: “Ha usato il suo discorso per convincere i presenti che meno mari ghiacciati significa più commercio e che il vero pericolo è rappresentato da Russia e Cina. Al rappresentante finlandese è stato affidato il compito di diffondere una dichiarazione finale per riflettere le convinzioni degli altri presenti”. L’incipit scelto dall’autrice è interessante e suggestivo, perché sceglie una citazione, un dialogo tratto dal romanzo Underworld (1997) di Don DeLillo: > Hai mai guardato la Groenlandia su una carta geografica? – Credo di sì. Un > paio di volte forse. – Ti sei accorta che non ha mai le stesse dimensioni, su > due carte geografiche diverse? Le dimensioni della Groenlandia cambiano da una > carta all’altra. Cambiano anche da un anno all’altro. – È grande – disse lei. > – È molto grande. È enorme. Ma talvolta è un po’ meno enorme, a seconda della > carta che consulti. Insomma, per gli americani, ma non solo per loro, era ed è tutt’altro che semplice anche soltanto identificare e collocare la Groenlandia, ora tornata al centro delle mire statunitensi. Le riflessioni di DeLillo sulla guerra fredda e su una geografia inafferrabile sono un buon punto di partenza per cominciare a osservare lo strano rapporto a tre fra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti. Gli esploratori americani del Polo Nord “rivendicarono” la Groenlandia in nome degli Stati Uniti: non si limitarono a piantare bandiere, ma consolidarono l’idea che la Groenlandia, per la sua vicinanza agli Stati Uniti, appartenesse di diritto all’emisfero occidentale: “Per gli Usa, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana ossessione, sin da quando nel 1867 William Seward acquistò l’Alaska”, scrive Thompson-Jones: “Anche prima di Donald Trump, quattro presidenti hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di comprarla. Secondo i sostenitori dell’espansionismo, il suo valore come ponte verso l’Europa aveva la stessa valenza strategica dell’Alaska verso l’Asia (che all’epoca era molto meno conosciuta di oggi); per i più visionari, entrambe le regioni erano necessarie perché gli Stati Uniti ottenessero il completo dominio dell’emisfero”. > Per gli Stati Uniti, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana > ossessione. Alla luce dei propositi bellicosi e colonialisti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump verso la Groenlandia è utile dunque ripassare innanzitutto la considerazione nordamericana rispetto a questa zona d’interesse. Già nel 2019 Trump aveva dichiarato di voler comprare la Groenlandia. In realtà negli Stati Uniti, l’idea circola già dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando il segretario di Stato Seward contrattò non solo l’acquisizione dell’Alaska, ma anche delle Indie Occidentali Danesi. La caccia alla ricchezza delle terre rare per una vasta gamma di produzioni industriali è intensa ovunque e alimenta il ricorso alla guerra. Nell’Artico ci sarebbero ingenti riserve mondiali ancora da scoprire di petrolio e gas. “Oggi la Groenlandia costituisce un vero punto nodale”, osserva Thompson-Jones: “Il cambiamento climatico sta rapidamente sciogliendo gli spessi ghiacci che da sempre la ricoprono. Alcuni dei suoi 56.000 abitanti fanno pressioni per ottenere la piena indipendenza dalla Danimarca. Gli investitori stranieri – in primo luogo cinesi – non nascondono i propri interessi. Non più inaccessibile come un tempo, questa terra ha aperto le porte al turismo”. Il libro di Thompson-Jones accende una luce sugli abitanti dell’Artico così poco considerati nel dibattito internazionale. Esplora il loro senso per la tutela di quell’universo che sta perdendo la propria identità. Vivono sulla propria pelle, in prima linea il flagello degli effetti del cambiamento climatico: “Le loro case sono state inghiottite dal mare, il loro stile di vita è stato devastato, la loro salute e il loro benessere sono a rischio”, scrive Thompson-Jones: “Sono consapevoli dei propri diritti e richiedono con sempre maggiore insistenza di partecipare a qualunque tavolo dove si prendano decisioni politiche che interessino l’Artico. Farlo senza consultarli è una scelta che non consente di fare passi avanti”. La storia ben dimostra quanto sia fallace ambire a una terra su una mappa senza comprenderne la popolazione, la storia e l’ambiente. L'articolo Lo specchio di dove sta andando il mondo proviene da Il Tascabile.
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La violenza e noi
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok: una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale d’accompagnamento. Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia, folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione, giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del Paese. Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco alla sua casa. L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”. > L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una > zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del > gesto, così come sulle sue conseguenze. Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento. Fruizione Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith, saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero veicolata dai media. Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra: provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé, ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto. È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003. > Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento > verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della > violenza a contenuto mediatico. Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato via. Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […] diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi – gli avversari. Riflessione L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata, per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso promotore di ideologie intolleranti e violente. Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA (Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle prime ore. > L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro > con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza > esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza. Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi, ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica. Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza, anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi materialista. Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi, né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza. Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe? Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League). Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti della repressione statale. > Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si > ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è > naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la > condanna della violenza – è un’aporia del sistema. Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti, da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide). La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti – anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi, tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che, nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano simbolico dell’utopia. Azione Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico. In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno. Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi. > Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna > alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed > economici che sostanziano l’intento genocidario. A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico. Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri, fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now, recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”. Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante che tira un sampietrino durante una manifestazione. Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia (2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare. Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti. > Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la > necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in > spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico. Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie. Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi @aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa? L'articolo La violenza e noi proviene da Il Tascabile.
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La seduzione geopolitica
N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña, accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina, attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna, sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model, quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento dell’autonomia femminile nelle società occidentali. Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che, se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui, scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi. La storia che scalpita Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario. Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della consapevolezza pubblica. Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel 2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche, fruibile e maneggiabile. > Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione > culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia, > il bisogno di mostrarne la tridimensionalità. In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History), “tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali, nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e società civile. Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione. La gabbia geopolitica Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica – termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni internazionali. La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita – ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi, delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia. Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici (operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli eventi stessi. > Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica > pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni > internazionali. La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali (la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche (quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità guidate da comportamenti per lo più immutati. Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti, sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta, quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing o del Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È uno splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i protagonisti cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che poi anche gli stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul Richardson, ci mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non di rado muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società occidentali ( su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare l’assertività con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima lezione geopolitica. La grammatica del disincanto Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare: retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle stesse premesse già utilizzate. Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non si sottrae dal suggerisci che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale: “I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la leggerezza con cui parlano di storia”. > Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la > stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica > suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione > deve pur esserci. L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia. Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili. Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della sua ascesa mediatica. Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel “deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie aspettative negative trascurando invece le alternative. Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo, navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti, dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani, anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza civile su scala planetaria. DOMANDE SUL PRESENTE Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia. La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica – può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le relazioni tra spazio e potere non sono oggettive. Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show, negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti, lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica finisce per non essere neutra. > La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È > seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del > presente. Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto. Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori, lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale, o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non essere sovrastati. Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che fare. L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
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Acque sovrane, di guerra e propaganda
L a geopolitica dell’acqua oggi ha di certo meno visibilità rispetto alla corsa all’intelligenza artificiale o alla competizione tecnologica globale, ma resta un nervo scoperto nelle dinamiche di potere contemporanee. Ce lo ricordano le recenti tensioni tra India e Pakistan: dopo un attentato, Nuova Delhi ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, minacciando di ridurre del 25% il flusso verso il Pakistan. In un’area dove l’agricoltura dipende in larga parte da quei fiumi condivisi, l’acqua torna a essere leva di pressione e possibile miccia di conflitto. A rendere ancora più instabile il quadro è l’impatto della crisi climatica, che accentua la vulnerabilità delle risorse idriche in tutto il mondo. L’aumento delle temperature, l’alterazione dei regimi delle piogge e la maggiore frequenza di eventi estremi compromettono la disponibilità e la prevedibilità dell’acqua, con effetti a catena su agricoltura, energia, salute e migrazioni. Anche regioni un tempo considerate relativamente sicure stanno affrontando scenari di scarsità. Negli Stati Uniti, nel 2023, sette Stati del sud-ovest hanno siglato un accordo per ridurre i prelievi dal fiume Colorado, evitando il collasso di metropoli come Los Angeles e Phoenix. Ma la portata del fiume continua a calare, ponendo interrogativi sempre più urgenti sulla sostenibilità di lungo periodo. > La crisi climatica sta accentuando la vulnerabilità delle risorse idriche in > tutto il mondo, con effetti a catena su agricoltura, energia, salute e > migrazioni. Sempre negli Stati Uniti, l’acqua è oggi al centro di dispute ben più grottesche. Nell’aprile 2025, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per annullare i limiti ambientali sulla pressione delle docce, lamentando che le regolazioni volute da Obama e Biden non gli consentivano di lavarsi bene i capelli. A inizio del suo secondo mandato e in un modo decisamente più preoccupante, rispolverando nostalgie imperiali, Trump ha evocato pubblicamente la necessità di “riprendere” il controllo del Canale di Panama, denunciando le tariffe panamensi come ingiuste e ventilando persino l’ipotesi di un’azione militare. In Africa, intanto, la Grand Ethiopian renaissance dam (GERD) continua a essere motivo di scontro diplomatico tra Etiopia, Egitto e Sudan, preoccupati per il controllo delle acque del Nilo Azzurro. Il progetto, ormai pienamente operativo, è destinato a ridisegnare i rapporti di forza nel Corno d’Africa. Il secolo delle acque forzate Queste dinamiche contemporanee trovano radici profonde nel modo in cui, durante il Novecento, si è concepita l’idrosfera: come spazio da dominare, modellare e sfruttare a fini economici, politici e simbolici. Winston Churchill, fermandosi nel 1908 a osservare il Nilo presso il lago Vittoria, scrisse che “una simile leva per controllare le forze naturali dell’Africa che nessuno impugna, può soltanto intrigare e stimolare l’immaginazione”. Negli anni successivi, la costruzione di dighe e sistemi idraulici divenne una pratica globale: Stati Uniti, Unione Sovietica, India e Cina investirono massicciamente in progetti di deviazione dei fiumi e costruzione di bacini, vedendo in essi strumenti di modernizzazione e legittimazione politica. Le dighe non solo fornivano irrigazione ed energia elettrica, esprimevano anche la capacità eroica dello Stato di dominare la natura per il bene collettivo. Due casi emblematici mostrano il costo di questa visione: in India, l’Inghilterra coloniale sfruttò l’Indo per consolidare il proprio dominio agricolo, mentre in Asia centrale l’Unione Sovietica progettò imponenti sistemi irrigui per sostenere la monocultura del cotone. L’ambizione sovietica portò alla ben nota vicenda del prosciugamento del lago d’Aral, con conseguenze disastrose: desertificazione, salinizzazione dei suoli, crollo dell’attività ittica, crisi sanitaria ed economica. > Prima di farsi geopolitica, ogni visione di dominio sulla natura si esercita > nel piccolo: argini da spostare, bacini da svuotare, fiumi da conchiudere in > invasi. Negli anni Duemila tornò a circolare ‒ in forma speculativa e mai ufficialmente stipulata in accordi ‒ l’ipotesi di rilanciare un antico progetto sovietico: deviare parte delle acque dei grandi fiumi siberiani verso la Cina nord-occidentale. Si parlava di piegare l’Irtyš, l’Ob, forse persino l’Enisej verso sud-est, oltre la frontiera, fino alle regioni del Xinjiang e del Gansu ‒ terre assetate, industrializzate, in piena espansione. Un canale artificiale lungo oltre mille chilometri: una ferita nella taiga da coprire con una promessa di prosperità. L’idea, più volte evocata da funzionari russi e cinesi, fu rilanciata nel 2002 dal sindaco di Mosca Yuri Luzhkov e rientrava, almeno idealmente, nelle prospettive di cooperazione idrica tra i due Paesi. Nulla di nuovo, in fondo: già negli anni Sessanta l’Unione Sovietica aveva concepito piani dettagliati per rovesciare il corso dei fiumi artici e trasferire enormi volumi d’acqua verso sud, con l’obiettivo di irrigare le steppe dell’Asia centrale e sostenere la produzione agricola. Ma il progetto ‒ noto come Northern river reversal ‒ venne abbandonato nel 1986, sotto le pressioni del mondo scientifico, per l’impatto ambientale potenzialmente devastante. Quel progetto mai realizzato, ma ciclicamente evocato, è forse il più recente fantasma di una lunga ossessione imperiale, moderna, nazionalista che nell’ex Unione Sovietica si è manifestata in modo particolarmente imponente: l’acqua come vettore di potere, oggetto di controllo tecnico e politico. Ma prima di farsi geopolitica, ogni visione di dominio sulla natura si esercita nel piccolo: argini da spostare, bacini da svuotare, fiumi da conchiudere in invasi. C’è un caso, all’apparenza periferico, che racconta meglio di altri questa tensione. In un altopiano del Caucaso meridionale, un lago è stato trasformato in strumento di modernizzazione forzata, banco di prova per ingegneri, politici e ideologi. Una microstoria che rivela l’ambizione ‒ tipicamente novecentesca ‒ di rifare la geografia, riscrivere l’ecologia, disciplinare il paesaggio. Storia di un equilibrio fragile Arrivando dal Nord dell’Armenia, lungo le strade che scendono dal Parco nazionale di Dilijan ‒ detto anche Piccola Svizzera d’Armenia per i suoi paesaggi montuosi, le foreste dense e le sorgenti minerali curative – il lago di Sevan apre il paesaggio seguendo l’estensione del grande altopiano che lo contiene. L’altitudine si abbassa di poco, ma la vegetazione dirada e poi scompare, gli spazi si allargano. Con oltre mille chilometri quadrati a quasi duemila metri sul livello del mare, Sevan è la principale riserva d’acqua dolce del Caucaso meridionale e uno degli spazi simbolici più importanti dell’Armenia. > La storia del lago Sevan mostra come anche un bacino apparentemente periferico > possa diventare banco di prova per ideologie tecnocratiche, ambizioni statali > e progetti di disciplinamento territoriale. Le sue rive sono abitate sin dall’antichità: ce lo dicono i ritrovamenti archeologici, come quelli di Lchashen, dove è stato rinvenuto il celebre carro dell’età del bronzo, o il cimitero medievale di Noraduz, con le tradizionali khachkar, le croci di pietra, conservate e tuttora prodotte in loco da piccoli laboratori artigiani. Croci di pietra, Sevan, 2024; fot. Giulio Burroni. Nonostante le pressioni ambientali e la crescita edilizia, Sevan è ancora oggi meta di turismo interno, frequentata per le spiagge, le escursioni in barca, la pesca, i monasteri sulle rive. Il più noto si trova su quella che un tempo era un’isola ‒ Sevanavank ‒ e che oggi è una penisola. Non è un dettaglio paesaggistico: è la traccia visibile di un abbassamento artificiale iniziato negli anni Trenta, quando il livello del lago venne ridotto per scopi irrigui ed energetici. Già negli anni Venti, l’ingegnere armeno Soukias Manasserian aveva proposto di abbassare Sevan di 45 metri per ridurre l’evaporazione e usare l’acqua a fini produttivi. La proposta, ripresa con entusiasmo nel Primo piano quinquennale, portò nel 1933 all’avvio della costruzione di un tunnel lungo quasi 40 chilometri, destinato a convogliare l’acqua verso sud, lungo il fiume Hrazdan. Completato nel 1949, il tunnel diede avvio al progressivo svuotamento del lago. Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, il livello si abbassò di quasi venti metri, con una perdita di volume stimata attorno al 40%. Le conseguenze furono gravi: perdita di biodiversità, prosciugamento delle coste, salinizzazione del suolo, alterazione del microclima. Alcuni scienziati armeni sollevarono l’allarme già negli anni Sessanta, ma le loro voci rimasero marginali. Solo nel 1978 si autorizzò la costruzione di un tunnel di reintegro (Arpa-Sevan), completato nel 1981. Un secondo tunnel, il Vorotan-Sevan, entrò in funzione nel 2004. > L’URSS rese l’acqua un agente politico e simbolico: controllare i fiumi > significava piegare la natura alla volontà dello Stato. Il lago ha recuperato alcuni metri, ma resta ecologicamente fragile, oggi minacciato da eutrofizzazione, inquinamento e gestione politica incerta. La sua storia, poco nota fuori dal Caucaso, mostra come anche un bacino apparentemente periferico possa diventare banco di prova per ideologie tecnocratiche, ambizioni statali e progetti di disciplinamento territoriale. Una microstoria che racconta, in scala ridotta, le stesse logiche che hanno condotto al prosciugamento del lago d’Aral. Deviare fiumi, nutrire anime Sevan fu, in un certo senso, un prototipo. A partire dagli anni Cinquanta, la pianificazione sovietica riprodusse lo stesso schema in Asia Centrale, deviando i fiumi Amu Darya e Syr Darya per l’irrigazione intensiva del cotone: nacque così il ben noto disastro del Lago d’Aral, che in pochi decenni si ritirò lasciando dietro di sé deserti salati e relitti navali. Negli anni Ottanta fu la volta del Kara-Bogaz, golfo poco profondo del Mar Caspio, chiuso artificialmente e trasformato in un bacino sterile. L’URSS rese l’acqua un agente politico e simbolico: controllare i fiumi significava piegare la natura alla volontà dello Stato. Come spiega Frank Westerman nel suo reportage e saggio del 2020 Ingegneri di anime l’Unione Sovietica mise in scena una titanica alleanza tra ingegneri e scrittori, impegnati nella costruzione di un nuovo spazio fisico e ideologico. La tesi di Westerman è che il concetto di “dispotismo idraulico”, formulato da Karl Wittfogel, trovi la sua massima espressione in Unione Sovietica: lo Stato totalitario si legittima attraverso il controllo delle acque, imponendo su di esse una centralità politica, simbolica e produttiva che trascende la razionalità ecologica. > Oltre all’Unione Sovietica, anche i regimi autoritari europei del primo > Novecento investirono sul paesaggio come strumento di legittimazione politica. La fede sovietica nella trasformazione della natura affonda le radici nel modernismo industriale. Lenin sintetizzava l’essenza del comunismo come “potere sovietico più elettrificazione del Paese”. Stalin ne radicalizzò la visione: fiumi da deviare, laghi da prosciugare, dighe da costruire. La tecnica, asservita al piano quinquennale, diventava quindi narrazione, epopea, mito. Nel cuore di questo racconto si collocano gli scrittori del realismo socialista. Alla cena organizzata da Maksim Gor´kij nel 1932, Stalin proclamò: > I nostri carri armati non valgono niente se le anime che devono guidarli sono > di argilla. Per questo dico: la produzione delle anime è più importante di > quella dei carri armati… Qui qualcuno ha osservato che gli scrittori non > possono restarsene zitti e fermi, che devono conoscere la vita del loro Paese. > L’uomo è trasformato dalla vita, e voi dovete aiutarlo nella trasformazione > della sua anima. La produzione di anime umane è importante. E per questo > brindo a voi scrittori, perché siete ingegneri di anime. Nasce così la letteratura idraulica: un sottogenere del romanzo sovietico calato dall’alto del regime (e sempre sottoposto ai raggi X della Glavlit, la Direzione generale per gli affari della letteratura e dell’editoria) che esalta l’opera pubblica come fondamento della nuova civiltà socialista e che funzionerà, da qui in avanti, come un dispositivo ideologico per mascherare le contraddizioni della modernità. Una su tutte: la realizzazione di queste opere fu davvero possibile solo grazie allo sfruttamento della manodopera di milioni di condannati ai lavori forzati. Terraformare l’Europa L’idea che la trasformazione dell’ambiente potesse diventare una leva narrativa e simbolica non fu esclusiva dell’Unione Sovietica. Anche i regimi autoritari europei del primo Novecento investirono sul paesaggio come strumento di legittimazione politica: agire sulla natura significava dimostrare ordine, efficienza, potere. In Italia, il fascismo fece della bonifica integrale uno dei suoi principali dispositivi simbolici. Nonostante la portata di questi interventi fosse in realtà marginale, la redenzione delle paludi malariche, la trasformazione dell’Agro Pontino in insediamenti agricoli moderni e l’epopea dei pionieri della terra nuova divennero elementi centrali della propaganda. Cinegiornali, plastici, architetture monumentali e retoriche del lavoro contribuirono a costruire l’immagine di una natura domata e redenta, conferma tangibile della capacità del regime di instaurare un ordine anche ambientale. > Anche nel fascismo la trasformazione fisica del paesaggio si accompagnava a un > disegno bio-politico: disciplinare l’ambiente per disciplinare i corpi. Frank Snowden, storico dell’Università di Yale, ha mostrato nel suo libro La conquista della malaria (2008) come questa modernizzazione comportò un costo umano elevatissimo: sradicamento di comunità rurali, imposizione di nuovi modelli di vita e aumento della mortalità tra i lavoratori delle opere di risanamento. Ma la politica ambientale del fascismo non si limitò alla pianura: anche in montagna, il regime promosse una vasta opera di elettrificazione alpina, costruendo dighe e bacini idroelettrici dalla Valtellina alla Val d’Aosta. La montagna domata, l’acqua incanalata e sublimata in energia, diventavano metafore dell’autarchia e dell’identità nazionale. Anche qui, come nella bonifica, la trasformazione fisica del paesaggio si accompagnava a un disegno bio-politico: disciplinare l’ambiente per disciplinare i corpi. Il nazionalsocialismo tedesco portò questo paradigma a un’estremizzazione ideologica. La dottrina Blut und Boden (sangue e suolo), elaborata dal ministro Richard Walther Darré, legava l’identità razziale alla terra, sostenendo che la sopravvivenza dell’ariano dipendesse dalla sua connessione ancestrale con il territorio tedesco. L’organizzazione del Reichsarbeitsdienst mobilitava migliaia di giovani in lavori pubblici, trasformando il paesaggio in un rituale collettivo di disciplina e appartenenza. In entrambi i casi, l’ambiente trasformato diventava un set politico e pedagogico, costruito attraverso propaganda, architettura e narrazione. L’acqua ‒ bonificata, deviata, trattenuta ‒ fu uno degli elementi privilegiati di queste operazioni ideologiche. Dispotismo idraulico e modernità socialista Il fascismo, il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico agirono, con gradi e strumenti diversi, all’interno di uno stesso orizzonte modernista: l’idea che la tecnica potesse dominare la natura, ordinarla, piegarla a fini produttivi, simbolici e politici. Anche il fascismo terraformò su larga scala, non solo nelle aree di bonifica ma anche attraverso la grande opera di elettrificazione delle Alpi, che comportò la costruzione di dighe, serbatoi artificiali, canali forzati e centrali idroelettriche. L’acqua montana venne incanalata e messa al lavoro per produrre energia, autosufficienza e immaginario patriottico. L’intervento non fu solo simbolico, ma modificò concretamente gli equilibri ambientali delle valli alpine e ne riscrisse la geografia. > Il fascismo spesso restò legato a una visione spettacolare del paesaggio, ma > nessuno ha trasformato i suoi paesaggi su scala così vasta e in tempi così > rapidi come l’Unione Sovietica. La differenza rispetto al caso sovietico sta, forse, meno in una contrapposizione di intenti e più in una diversa magnitudo e organizzazione del progetto. Il fascismo mise in scena la potenza trasformativa della tecnica, ma spesso restò legato a una visione spettacolare del paesaggio: la natura, pur disciplinata, continuava a funzionare come sfondo identitario e risorsa simbolica. L’URSS, invece, si spinse verso una visione più sistemica, in cui la natura ‒ e l’acqua in particolare ‒ veniva trattata come componente pienamente integrata nel meccanismo della produzione pianificata. Non solo da domare, ma da rimodellare funzionalmente. Come sottolinea John R. McNeill nella sua storia ambientale del Ventesimo secolo, nessun altro Stato ha trasformato i suoi paesaggi su scala così vasta e in tempi così rapidi come l’Unione Sovietica, animata da una miscela di ideologia, urgenza industriale e fede tecnocratica. Il concetto di “dispotismo idraulico” di Wittfogel voleva descrivere forme antiche di potere che fondavano la loro autorità sul controllo delle risorse idriche. Ma fu proprio nell’Unione Sovietica, secondo Westerman, che quel modello trovò un’espressione moderna, tecnologicamente aggiornata e ideologicamente giustificata. Il dominio sull’acqua genera inevitabilmente centralizzazione politica, burocrazia espansiva e gerarchie verticali: condizioni che trovano piena corrispondenza nell’organizzazione dell’economia pianificata sovietica, sostiene Westerman. A differenza dei regimi autoritari coevi in Europa, il socialismo reale non si limitò a rappresentare la natura come spazio da redimere: tentò di riorganizzarla integralmente secondo principi razionali e quantitativi su larghissima scala. L’acqua veniva misurata, deviata, redistribuita; i bacini, svuotati o riempiti a seconda delle esigenze della produzione agricola e industriale. Questa visione trovò la sua massima espressione nei piani idraulici dell’Asia centrale: milioni di ettari irrigati, chilometri di canali, prosciugamenti artificiali. > L’Unione Sovietica ha completamente snaturato il nucleo ecologico del pensiero > marxista, che nei tardi scritti di Marx si stava orientando verso un’analisi > della cosiddetta “frattura metabolica” tra società e natura. Il filosofo giapponese Kohei Saito ha sviluppato una critica radicale al modello estrattivista capitalistico, rileggendo Marx da una prospettiva ecologica: ma, sebbene in misura largamente minoritaria, nel suo Capitale nell’Antropocene (2024) Saito non tralascia di sostenere che l’Unione Sovietica ha completamente snaturato il nucleo ecologico del pensiero marxista, che nei tardi scritti di Marx si stava orientando verso un’analisi della cosiddetta “frattura metabolica” tra società e natura. Per Marx, questa frattura ‒ causata dall’estrazione intensiva di risorse e dalla disconnessione tra produzione e riproduzione ecologica ‒ non era sanabile con il semplice superamento del capitalismo di mercato. Occorreva ristabilire un equilibrio tra i cicli della natura e le forme sociali. Il socialismo sovietico, invece, adottò un paradigma iperproduttivista, trasferendo le logiche del dominio ambientale dalla proprietà privata alla pianificazione centralizzata. La natura venne trattata come un deposito da svuotare, un ostacolo da regolare, una risorsa da calcolare. Seguendo Saito, quindi, la pianificazione sovietica non solo non colmò la frattura metabolica: la istituzionalizzò, trasformandola in uno squilibrio strutturale tra l’apparato statale e l’ambiente. L’acqua, da fattore di equilibrio, divenne leva di controllo. Decisamente più radicale la lettura ormai datata di Murray Feshbach e Alfred Friendly Jr. nel loro libro Ecocide in the USSR: Health and Nature Under Siege ‒ opera che a ridosso del crollo del 1992 segnò l’opinione pubblica occidentale con toni volutamente drammatici e generalizzanti: l’Unione Sovietica avrebbe trasformato l’intero continente eurasiatico in una zona di sacrificio ambientale, compromettendo irrimediabilmente ecosistemi, risorse idriche e salute pubblica, in nome della produzione e della segretezza di Stato. Secondo gli autori, l’ecocidio non era un incidente del sistema sovietico, ma una sua componente strutturale, favorita dall’opacità del potere e dalla logica pianificatrice che vedeva la natura solo come materia da sfruttare. In questo quadro, il lago Sevan può essere considerato un laboratorio preliminare, un esperimento su scala minore rispetto alle trasformazioni idrauliche realizzate in Asia Centrale, ma già pienamente paradigmatico. La deviazione del suo corso naturale, l’abbassamento controllato del livello, la trasformazione di un’isola in penisola, l’alterazione degli equilibri ecologici ed economici locali: tutto anticipava, per logica e metodo, quanto sarebbe accaduto vent’anni dopo con il disastro del lago d’Aral. La Casa degli scrittori di Sevan, 2024, fot. Giulio Burroni. Costruita negli anni Trenta in stile modernista, sorge su una penisola rocciosa del lago Sevan. Progettata come residenza estiva per l’élite letteraria sovietica, univa rigore funzionale e slancio avanguardista. Oggi, semidiroccata, ospita un ostello estivo e attira visitatori curiosi della sua storia. L’acqua è ancora infrastruttura del potere Oggi il controllo delle acque non è più dominio esclusivo dei regimi autoritari. Anche nelle democrazie neoliberali, l’acqua è al centro di nuovi conflitti: come risorsa scarsa, come leva geopolitica, come strumento di influenza economica. Durante l’amministrazione Trump, il paradigma si è aggiornato: dal rilancio delle grandi opere idrauliche alla sistematica deregulation ambientale, dalla riduzione dei vincoli federali sulle risorse idriche al disimpegno dai trattati sul clima e sulla cooperazione transfrontaliera. Il linguaggio si è fatto più pragmatico, orientato al mercato, epurato della grammatica della sostenibilità. > Anche nei contesti formalmente democratici, dunque, l’acqua tende a sfuggire > alla logica del bene comune, per ricadere in quella del comando: un flusso da > governare, un volume da misurare, un’infrastruttura da monetizzare. Nella riconfigurazione attuale dei rapporti tra natura e politica, l’acqua continua a essere un’infrastruttura strategica, al pari di un gasdotto o di una piattaforma logistica. Il caso del Canale di Panama, con la sua gestione contesa e le periodiche crisi idriche che ne minacciano l’operatività, dimostra quanto la disponibilità e il controllo dell’acqua siano tornati a essere nodi centrali nelle reti globali del potere. Allo stesso modo, la sospensione del Trattato delle acque dell’Indo da parte dell’India dopo l’attentato del 2025 ci dice come il flusso idrico possa essere impiegato come strumento di pressione internazionale, mettendo a rischio la sicurezza alimentare e sociale del vicino Pakistan. Anche nei contesti formalmente democratici, dunque, l’acqua tende a sfuggire alla logica del bene comune, per ricadere in quella del comando: un flusso da governare, un volume da misurare, un’infrastruttura da monetizzare. I progetti mai realizzati di deviazione dei fiumi siberiani non sono oggi interessanti per la loro fattibilità, ma per la logica che incarnano: la tentazione ricorrente di piegare l’idrosfera a un disegno politico, economico, ideologico. Da questo punto di vista, la vicenda del lago Sevan ‒ apparentemente marginale nella geografia dei grandi bacini ‒ si rivela paradigmatica. Lontana dalle megalopoli e dalle rotte globali, eppure profondamente inserita nella storia del dominio tecnico sulla natura, racconta con chiarezza come il controllo dell’acqua sia sempre anche controllo del territorio, dei corpi, dei futuri possibili. È in questi spazi periferici che si manifesta con maggiore nitidezza la persistenza ‒ e l’adattabilità ‒ del potere idraulico. L'articolo Acque sovrane, di guerra e propaganda proviene da Il Tascabile.
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Nella Terza guerra mondiale di ꭍconnessioni precarie
N oi abbiamo da lungo tempo abbandonato l’illusione che il movimento del processo storico sia determinato a principio, che il suo giungere a destinazione sia iscritto nella dinamica stessa delle cose. Non ha senso fare l’elenco degli eventi che ci hanno disilluso: sarebbe troppo lungo e forse troppo triste. È tuttavia certo che anche il più diffuso senso comune non abbia alcuna speranza in sorti progressive del presente, così come è certo che l’ultimo colpo a questa illusione moderna sia stato, da un lato, lo scoppio della guerra in Ucraina e, dall’altro, la campagna di annientamento condotta da Israele contro la popolazione palestinese. Ragionare di una “Terza guerra mondiale”, se quanto detto sinora ha senso, significa allora tracciare i tratti di una forma storica non riducibile agli scontri militari e nemmeno ai massacri che caratterizzano la nostra condizione attuale. È quest’ultimo atteggiamento il primo obiettivo polemico di ꭍconnessioni precarie, il collettivo che ha dato alla luce Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte nel presente (2025). Il testo si oppone all’idea per cui il problema del nostro presente sarebbe esclusivamente la guerra guerreggiata, il massacro fisico di centinaia di migliaia di inermi, o almeno per cui l’urgenza di interrompere tali violenze renderebbe obbligatorio sospendere le lotte che hanno preceduto la mobilitazione contro la guerra. La gravità delle immagini che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania, così come quelle che giungono dall’Ucraina, rende comprensibile da un punto di vista umano tale prospettiva. Niente pare più importante che impedire agli abitanti di Gaza di morire così. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sulla guerra è inaccettabile sul piano teorico e politico, innanzitutto perché condanna i movimenti all’inefficacia o, addirittura, a collaborare alla costruzione di un mondo che porrà di nuovo le condizioni di altri genocidi. In primo luogo, perché si fonda su un’analisi sbagliata del reale. Considera cioè queste morti e queste sofferenze immani esito immediato di volontà individuali, colpi di mano della Storia, eventi sciolti da ogni condizione. Esse, al contrario, sono radicate nella crisi che il modo di produzione capitalistico affronta su scala globale. Secondo ꭍconnessioni precarie non è possibile pensare le violenze a cui giustamente si pone tanta attenzione senza collegarle alle dinamiche di produzione della ricchezza su scala globale. Non certo perché tali massacri non abbiano un significato politico: al contrario, cogliere quest’ultimo significa proprio collocare questi annientamenti nel contesto storico in cui si danno e da cui si originano. Essi non sono un “nulla” che si tratterebbe di vedere come un sintomo, ma nemmeno l’origine pura di sé stessi. Impedirli, dunque, significa valutarli sul piano del capitalismo transnazionale, che è la cornice entro cui va compresa per ꭍconnessioni precarie la congiuntura globale contemporanea. > Queste morti e queste sofferenze immani sono radicate nella crisi che il modo > di produzione capitalistico affronta su scala globale. L’esito politico di tale atteggiamento è il campismo, o frontismo, cioè la presa di posizione per un campo (geo)politico determinato tra quelli in scontro. Si tratta allora, per il campismo che secondo gli autori e le autrici dilaga nel mondo militante a partire almeno dal 2022, di scegliere di volta in volta se stare con la NATO o con la Russia e la Cina; oppure con Israele o con Hamas. Il punto non è l’interscambiabilità delle parti in lotta: ꭍconnessioni precarie non vuole dire che non vi sia differenza tra l’Iran e gli Stati Uniti. Tali protagonisti sono evidentemente differenti sui piani della forma storica, degli obiettivi che perseguono e di tantissimi altri. Non lo sono, però, per chi desidera un mondo dove ciò che ha causato la Terza guerra mondiale sia disarticolato. Tale conformazione planetaria non è riducibile, si diceva, alla volontà di alcuni uomini di ucciderne altri, ma tiene insieme razzismo, patriarcato, sfruttamento di classe. Scegliere Hamas per “liberare” la Palestina può forse voler dire arrestare il genocidio di Gaza, ma anche mantenere intatte le condizioni che hanno provocato la guerra. Al fine di comprendere questa affermazione, che è il vero nucleo al contempo teorico e politico del libro, bisogna comprendere cosa intendono le autrici e gli autori per “Terza guerra mondiale”. La Terza guerra mondiale non è una somma di scontri tra Stati e/o di genocidi sparsi per il mondo, ma l’unione sistemica del meccanismo che produce guerre, processi di preparazione alla guerra (indipendentemente dal suo effettivo avvenire) e gli effetti pratici di tali meccanismi. In questo senso, le autrici e gli autori affermano che la Terza guerra mondiale non termina nel momento in cui Trump o chi per lui firma una tregua, giacché una tregua è. in quanto tale, preludio di una nuova guerra. La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono; è una trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende difficile il verificarsi di nuove guerre. Le condizioni che riproducono la guerra sono legate alla forma attuale della globalizzazione, il transnazionale. Si tratta della “realtà del mercato mondiale e dei movimenti del lavoro vivo che a quella realtà si oppongono avanzando una pretesa di liberazione da sfruttamento e oppressione”. In altre parole, si tratta della forma del rapporto sociale tra capitale e lavoro che si pone su scala globale. Che tale forma sia favorevole al primo è accidentale, non necessitato dalla forma in generale. Esso è al contrario “espressione storica di un conflitto che oggi si presenta come una latente, ma costante, lotta di classe in cerca di organizzazione”. Capitale e lavoro vivo si confrontano non nel campo della sovranità statale come per gran parte del “secolo breve”, né sullo spazio liscio indeterminato e generico del “Globo”: i flussi della produzione e della riproduzione del valore scivolano continuamente sopra la distinzione tra sovranità nazionale (che non è mai scomparsa) e globalità, dunque il transnazionale non può in alcun caso “imporre un ordine globale stabile e continuativo”. ꭍconnessioni precarie sottolinea che tale rapporto sociale, pur favorevole al capitale, non è mai posto da esso: si tratta di una relazione sociale. Là dove si dà accumulazione capitalistica (transnazionale) si danno le lotte e la loro possibilità di vittoria. Ciò che manca non sono queste lotte, bensì un’“adeguata elaborazione della politicità transnazionale del lavoro vivo”, una elaborazione che è resa difficile precisamente dal fatto che il transnazionale consiste in un disordine globale, “nel senso che è privo di possibilità di ricomposizione istituzionale o politica della classe dentro le forme storiche del nazionale e dell’internazionale”. > La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono; > è una trasformazione strutturale interna al sistema sociale che rende > difficile il verificarsi di nuove guerre. Da questo punto di vista la centralità della tematica dell’organizzazione, che attraversa tutto il lavoro, non deve stupire. L’articolazione del lavoro vivo e delle sue lotte su scala transnazionale (né nazionale, né immediatamente globale) è dunque l’obiettivo politico minimo indispensabile. E per raggiungerlo serve considerare come tutti i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza a popoli determinati, a generi o a sessi “interdicono il riferimento alla classe”, cioè di “vedere l’incessante movimento storico del lavoro vivo”. Ma questo piano organizzativo non può risolversi nella forma sindacato comunemente intesa, perché questo lavoro vivo non è la classe per come la si era teorizzata nel corso del Novecento: è composta da differenze (operai, precari, donne, LGBTQ+, migranti) che esistono in relazione a un prelievo incessante di forza lavoro che viene loro imposto dal modo di produzione capitalistico nella sua forma transnazionale. Di conseguenza queste differenti soggettività praticano una “incessante lotta di classe” che si tratta di rendere efficace articolandola. Nemmeno lo Stato, pensato come “articolazione in processo” e non come forma identica a sé stessa, identica attraverso i decenni, è in quanto tale uno spazio sufficiente per lo svolgimento di queste lotte. Questo perché lo Stato non basta al capitale per organizzarsi su scala nazionale, l’unica accessibile allo Stato come struttura. La pur rilevante presenza dello Stato come “attore dotato di capacità giuridiche, militari, di comando e decisione” (p. 38), che lo rende un campo di battaglia, non lo rende però una parte con cui si tratterebbe di schierarsi contro un’altra (quella, appunto, del capitale). Essendo un libro d’intervento nell’ambito dei movimenti, va sottolineato il modo in cui le autrici e gli autori si rivolgono a quello che è a loro avviso il senso comune dei discorsi movimentisti contemporanei. Esse ritengono si tratti, sostanzialmente, di una connessione perversa tra il decoloniale e il campismo, di cui il primo è divenuto una sorta di attributo. Proprio laddove il decoloniale è capace di mettere in discussione alcune sicurezze di una parte del mondo, pare essere divenuto incapace di rigettare le proprie. Infatti, secondo le autrici e gli autori, nel discorso decoloniale “il colonialismo è questo: non una fase storica che viene messa in discussione dai processi di decolonizzazione e dai movimenti indisciplinati dei e delle migranti che squarciano la presunta omogeneità tanto dei popoli delle ex colonie, quanto di quelli del Primo mondo, ma una violenza originaria che si rigenera infinitamente sempre uguale a sé stessa”. Il decoloniale ricerca l’identità perduta dei popoli colonizzati, non il movimento possibile di liberazione delle soggettività sfruttate e oppresse dal modo di produzione capitalistico e dalle guerre che esso genera per ripristinare vettori di accumulazione. Non si tratta di inventare spazi politici entro i quali queste soggettività, nelle loro differenze, possano muoversi in un’ottica condivisa di emancipazione, ma di ricostituire forme di esistenza precoloniali (sopravvissute a secoli di colonialismo). Si tratta, com’è evidente, di una delle torsioni che il dibattito nei movimenti ha oramai assunto: rompere con Israele e la NATO significherebbe (dal punto di vista degli obiettivi politici) ripristinare gli spazi perduti di libertà dei palestinesi come popolo ancestrale presente in Palestina da secoli (la sua dignità) e a questo scopo non sarebbe in alcun modo problematico schierarsi dalla parte dell’“Asse della resistenza”, nella misura in cui questa è la posizione di Hamas e di una supposta maggioranza del popolo palestinese. L’idea sottostante “è chiara: solo chi è palestinese per nascita può parlare, e solo chi è palestinese può decidere come quella lotta debba essere portata avanti”. Questo, è palese, tramuta la “posizionalità” da strumento a pulpito non criticabile, una posizione che in quanto situata nel luogo dell’originario che viene attaccato dal potere coloniale renderebbe divina la parola di chi la abita. > L’articolazione del lavoro vivo e delle sue lotte su scala transnazionale è > l’obiettivo, mentre i blocchi identitari posti da nazioni, appartenenza a > popoli determinati, a generi o a sessi impediscono il riferimento alla classe. In questo modo, sostiene ꭍconnessioni precarie, non solo si vive in un mondo assurdo, un mondo cioè dove sarebbe possibile il ritorno a un’origine mistica e dunque una politica (letteralmente) reazionaria, ma non si coglie la Terza guerra mondiale come espressione di un rapporto sociale transnazionale in cui siamo tutte implicate. Quanto va sottolineato è che se è vero che a Gaza vengono macellati decine di migliaia di innocenti, è anche vero che i palestinesi non sono una massa indistinta e priva di differenze interne, di divisioni di sesso e di classe. Allo stesso tempo, quindi, è falso che gli interessi di centinaia di migliaia di loro coincidano con la semplice liberazione dalla violenza dello Stato di Israele (gli abitanti di esso comprendendo tuttavia a sua volta proletari, donne e soggettività LGBTQ+ oppresse). Anche in uno Stato palestinese, o in uno Stato unico non confessionale, si abbatterebbe quotidianamente su operai, precari, donne, LGBTQ+, migranti, la violenza del modo di produzione capitalistico. Si risponderà che essa non è pari a quella dello Stato di Israele in corso. Questo è certamente vero, ma è anche vero che dalla prima deriva la seconda: ripristinare la prima come “normale” significa porre le condizioni della seconda. Il campismo oscura proprio queste differenze interne, non riconoscendo l’esistenza di un “Nord nel Sud e di un Sud nel Nord”. Si noti come questo modo di porre la questione faccia de facto coincidere la posizione decoloniale con quella, non a caso così frequentata oggi, della geopolitica, che riduce quanto avviene del mondo a una serie di posizioni, soggettività, interessi immediatamente statuali o al massimo nazionali (trattando i popoli come soggettività monolitiche, indistinte, con una volontà determinata a priori). In questo contesto analitico si inserisce la critica all’utilizzo fatto dai movimenti del concetto di resistenza, sia sul piano dell’analisi che su quello degli slogan da utilizzare per inserirsi nel dibattito pubblico. Le autrici e gli autori, innanzitutto, ricordano che “nella Terza guerra mondiale resistenza vuol dire tante cose”. Peraltro, il concetto stesso di “resistenza” non ha fatto parte del lessico comunista fino alla Seconda guerra mondiale (nel secolo precedente a essa, infatti, il movimento comunista non è interessato a resistere, ma ad attaccare): il suo significato emancipativo è stato dato dalla modalità concreta, storicamente determinata, con cui le partigiane e i partigiani hanno effettivamente resistito, prima, e da come è stato utilizzato il termine, poi. Se si vuole continuare ad attuare la resistenza come forza di opposizione (e non semplice opposizione a una forza), è necessario disidentificare la resistenza con l’essere dalla parte giusta. Resistere a una forza non significa essere nel giusto: l’Iran, sostengono le autrici e gli autori, resiste alla NATO, ma opprime donne e minoranze. Schierarsi dalla parte dello Stato iraniano per questo significa appunto cedere al campismo, stabilire che si tratta di scegliere la resistenza “più forte”. Significa porre una gerarchia delle oppressioni, in cui il diritto all’esistenza delle donne e soggettività LGBTQ+ nate in Iran, ad esempio, deve essere messo da parte per garantire la maggior gloria dell’“Asse della resistenza”, che va da Pechino a Teheran, passando per le ville degli oligarchi russi che sostengono Putin e i miliardari conti in banca dei leader di Hamas. > La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale. Concludiamo dall’inizio del libro, sollevando la questione forse teoricamente più rilevante di tutto il lavoro. Per le autrici e gli autori l’esito e allo stesso tempo l’effetto della Terza guerra mondiale è il militarismo, che non è un atteggiamento istituzionale e/o culturale, ma una modalità ideologica di realizzare la riproduzione sociale. Il militarismo pervade le nostre società in molti sensi: non solo “prepara alla guerra, ma abitua all’idea che essa sia in qualche modo necessaria”. Da questo punto di vista il campismo è parte integrante del militarismo per come lo intendono le autrici e gli autori. Esso è quindi complice della restrizione dello spazio delle lotte che è ovvia conseguenza dell’irrigidirsi dei fronti e della tolleranza spesso manifestata anche dai movimenti verso forme di autoritarismo, patriarcato e razzismo dei membri del campo che si è scelto. Ci si sacrifica, cioè, al proprio campo, esattamente come le istituzioni del movimento operaio (con alcune lodevoli eccezioni) sacrificarono sé stesse sull’altare della grandezza nazionale nel 1914. Questa scelta politica, viene affermato nel libro, è intrinsecamente perdente, non può che portare alla sconfitta e proseguire la disorganizzazione globale del lavoro vivo (sulle forme possibili della quale, va detto, esse non dicono in fin dei conti molto). Essa porta a sottomettere i sogni e le speranze di milioni di migranti, donne, precari, operai, LGBTQ+ a soluzioni che non sono semplici compromessi, ma sconfitte decisive che porterebbero il mondo in uno stato che riproporrebbe all’infinito il ciclo di guerre, tregue e paci momentanee che compongono la Terza guerra mondiale. Lo slogan che le autrici e gli autori assumono concludendo il libro, cioè Strike the war, significa precisamente questo: organizzare il conflitto socialmente, superando i blocchi che campismo e multipolarismo vorrebbero imporre, rifiutando i genocidi e l’autoritarismo che la militarizzazione delle nostre società sta imponendo. La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale. Spezzarla, cioè organizzare uno sciopero transnazionale contro la guerra e il suo mondo, è l’obiettivo che ꭍconnessioni precarie ritiene proprio di un movimento rivoluzionario. Caesarem vehis! L'articolo Nella Terza guerra mondiale di ꭍconnessioni precarie proviene da Il Tascabile.
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