Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben
più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete
italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno
considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi
risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione
l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe
a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei
ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo
stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla
conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto
conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da
cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto
sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega”
ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una
disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la
cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In
quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza
arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa
e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato
di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica.
Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili
implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile,
diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere
a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi
decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano
progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima
guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo
storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase “l’età degli
imperi”.
A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero
continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente
indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano
formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era
infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e
spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente
anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi
Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione.
L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse
attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo
studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato
il volto.
Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il
loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo.
La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato
dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di
immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto,
dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa)
pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e
gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non
si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso
forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori
reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o
Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse
proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano
culturale il contesto ci si avvicinava molto.
> Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro
> europea facendo ricorso agli imperi africani.
Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava
gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri
(1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li
può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e
guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira
all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta
un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto
incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non
stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto,
proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta
ricorso agli imperi africani.
Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del
manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard
Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann,
Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento,
poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può
velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la
definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del
continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei
popoli che lo compongono.
In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due
miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno
liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea
come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte;
l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik
che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto
per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi
europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono
totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in
questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza
coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle
proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo
Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva
tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso
Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o
della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione
occidentale”.
Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo
sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si
presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per
scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a
sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei.
L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per
il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune
delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile”
alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi
riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti
i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie
tropicali africane”.
> La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente
> non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo
> come soluzione a precisi problemi interni europei.
Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie
provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano
Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse
africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che
stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois –
passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro
l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie
e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non
bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una
possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929,
il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000
coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla
“questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che
arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso
di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco.
L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei
potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non
sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre
governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey,
già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita
di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio
morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli
africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla
missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano
per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una
prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i
promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero
più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di
sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata
l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non
era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva
adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra.
L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a
stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello
dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a
fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di
Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché,
nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e
ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della
loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai
nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick
La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle,
una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra
mondiale.
> Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli
> Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni
> continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
> Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche.
Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la
consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un
contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni
continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un
“pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali
rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una
garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più
in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti
pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che
includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole
britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e
vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia
alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla
Polinesia.
Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che
vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva
uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in
quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi
protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i
Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del
colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma
in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei
propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico
Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa
corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto
come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza
sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò
molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse
anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con
tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno
Stato piccolo”.
Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già
quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco,
finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della
Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente
sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di
lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta
negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia
contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo
D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente
eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca
o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra
esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine
di conseguire la piena autonomia geostrategica europea.
Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela
una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse
circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la
conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso
progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica
di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe
infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica
conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un
“regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio
Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine
all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo
cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro
progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e,
contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione
araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti
essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando
come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una
nuova realtà politica transcontinentale.
> A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali
> presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo,
> quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica
> esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi
> vitali”.
Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere
alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente
l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro
Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e
filoislamica del fascismo “portò a pochi risultati concreti […], anche perché
la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia
meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso
Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette
alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”.
Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono
quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte
sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo
pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per
capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto
storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani
della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono
sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più
decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione
dell’Union française.
Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo,
anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione
dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di
colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino
ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con
una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse,
erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono
troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente
riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una
“creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi
effettivamente in funzione.
Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente
eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la
Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai
suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora
al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene
rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di
per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico,
per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945
e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica
umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti
anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati
europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle
popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di
riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di
riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque
proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni
di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a
doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni.
Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse
da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose
andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso.
> Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle
> potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
> Europa e Africa.
Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici
destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir
poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero
coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente,
furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza
presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou
Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena
ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del
movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua
isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa
ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani.
I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente
importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale:
Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle
colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione
della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento
che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel
Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da
Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia
alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana,
Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la
garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza
parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far
approvare una nuova legge elettorale più equa.
Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza
rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla
rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che
fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari
elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la
forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi,
indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente
superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il
rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla
questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente,
stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati
coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne
proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella
speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme
dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il
rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che
intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di
cui si parlava in precedenza.
È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci,
nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti
rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente
indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il
massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo
era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici
alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più
odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro
probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice
Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più
influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese,
fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione
auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il
colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”.
> L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico
> di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma
> che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione
> etnica o razziale.
Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che
l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi
risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in
“province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale
ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a
breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo
subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione
politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità
politica plurinazionale e multietnica.
Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un
altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui,
come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi
discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di
costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su
basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente
dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva
puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua
capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale
sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo
bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la
stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica
e delle camere a gas a quella del jazz.
Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano,
ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali
di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di
universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso
politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo
aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani
che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati
tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi.
È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e
democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora
alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale
messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello
di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e
panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni
carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una
scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario
con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che
pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non
solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso,
in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale
del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi,
2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a
mescolare tra loro tutti questi elementi.
> Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il
> riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni
> coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria.
Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della
storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico
l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse
funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente
costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di
queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione
della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già
alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come
“una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi
testé liberati”.
Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura
politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è
trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo
– e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista,
l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al
colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor,
insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce
ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà.
Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive:
l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera
culturale.
Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel
mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso
decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella
regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione
degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna
Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie
française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’
a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del
regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il
funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici
e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie.
Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per
l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente
simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione
culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la
battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale
su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne
criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose
polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la
lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione
al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale.
> L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente)
> progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al
> colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
> individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria.
Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i
movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa
della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire
nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di
ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel
“tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e
ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso
politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di
tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal
concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il
campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia,
l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la
legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della
decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo.
Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su
come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si
fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e
cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare
tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla
base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione
contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze,
violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo
oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un
dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della
natura.
Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che
determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia
che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una
società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il
meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e
negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana
Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza
migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose
stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La
France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di
una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere
nazionale.
Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste
da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale
anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati
dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli
oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro
stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che
superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e
puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si
tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza
inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco”
(come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor
dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per
questo impossibile.
> Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che
> conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”.
Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against
Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una
prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva
vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie
latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi
simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo
si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente
trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la
vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze
distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza
colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di
vedere il mondo.
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L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi
fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei
coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo
islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua
famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile,
Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del
neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni
avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un
territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione
di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In
realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da
secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una
provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio
della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo
re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo
culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e
bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un
periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.
Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da
Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di
mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o,
più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore
all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora
conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre
secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un
po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro
sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto
è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.
Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così
facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante
rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza
di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata
rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente
mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali
acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee.
Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi
sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che
per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte
dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo
musulmano – in una sorta di autostrada marittima. Il mare e non la terraferma
sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.
Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una
screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione,
la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da
questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia
di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di
una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità,
la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e
se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo
del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio
attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate
guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel
momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino
i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori
costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa
resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?
> Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che
> hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce
> quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché
impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono
infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo
storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso.
Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie,
geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare
inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand
Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche
la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di
Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui
l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai
simboli del territorio in cui è immerso.
Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al
determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a
quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi
rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla
terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude
concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato,
centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla
suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va
trattato.
Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un
collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio
divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano)
oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde:
gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi
avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove
finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla
presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però
è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o
geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio
Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che
altrove parte della stessa cosa.
Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste
cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una
storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco,
un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le
identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito
del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una
storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso
di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie
nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua
natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi,
fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.
Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si
discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e
Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due
muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al
mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica
e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo,
inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche
ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni
di varia natura.
> La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque
> rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia
> equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di
> nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato,
parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”,
cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera,
trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si
ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come
attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di
ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione
perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte
di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva
nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso
fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa:
all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si
costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto
conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile
di quelle stesse aree di partenza.
Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il
Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta
ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo.
L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè
dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie
(l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla
loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto
con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia
tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione
marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti
non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante
cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare
corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione
della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli
storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga
parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei
singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di
al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con
connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.
È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla
dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a
linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel
Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere
specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e
individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i
lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa
dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree
attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del
Mediterraneo:
> Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea
> dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che
> ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve
> incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di
> coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia
> comporta la tolleranza verso la differenza.
Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del
Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e
della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto
addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini
in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere
anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni
sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro
congiuntura.
Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone
che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere
considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato,
“Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due
corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa
rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie
itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di
personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che
(come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente,
che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde
di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella
diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo
personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una
tale sovrapposizione narrativa?
> Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai
> realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i
> punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie
> della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in
grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso
le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel
moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel
suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in
un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del
mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.
Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi
conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche
un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla
costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la
retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o
idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e
geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei
frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in
maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la
prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una
storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica;
quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a
scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di
soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di
al-Idrisi.
Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi
a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede
probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento
di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević,
nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e
oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare
di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il
Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo
e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma;
Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la
democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il
Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli
Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.
Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni
sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare
da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è
altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel
Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la
capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come
prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il
Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici
proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra
popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora
dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi
in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e
che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle
riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.
> Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione
> mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle
> infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo
> o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta,
> fino alla cartografia di al-Idrisi.
Lo scrive bene Campagna:
> La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza
> di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero
> impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle
> creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai
> marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere
> o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per
> coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità
> soverchianti.
Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un
ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di
tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti
tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere
barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e
rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo
spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica,
all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e
così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua
morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C.
Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del
Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord
Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in
poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si
abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo,
nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle
dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora
parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.
Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un
triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea
atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a
Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è
proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È
questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del
Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.
> La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del
> Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di
> sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde
> ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025)
in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione
geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala
minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”)
può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di
restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto.
Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia
variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in
volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una
serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti,
storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.
Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare
le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora
non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle
spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana
dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine
a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa
harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza
di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale
sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini
di fibra ottica:
> il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000
> chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama
> 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in
> Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi
> portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita,
> Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo.
> 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri
> cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a
> Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia
> Saudita.
Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva
pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca
distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort
privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa
militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo
di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso
un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni,
la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno
significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre,
colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso
una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di
interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e
decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e
ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
> Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla
> bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del
> Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una
> dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del
> mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di
Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che
separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”.
Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella
nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale
demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è
attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti
trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente,
queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di
questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui
equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi
etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e
il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia
mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a
partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine
(2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno
di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione
quanto del disinteresse politico.
Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra
Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo
ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre
longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca
e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé
stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha
ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto
come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami
identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha
smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio,
oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova
colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di
questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario
e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche
predatorie del colonialismo.
Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel
circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da
un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei
territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni
regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono
oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di
vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo
il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri,
Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al
Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi,
stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto
a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li
attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e
minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.
A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel
Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al
riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio
quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche
attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una
conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un
artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella
realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo
e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità
cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le
differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale
rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la
percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo,
quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto
con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in
camicia hawaiana”.
> Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente
> dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio
> quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno
costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse
è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo;
un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a
partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata
da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe
forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di
organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una
simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante
rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la
relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di
quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.
Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi,
che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una
grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia
con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e
Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences
humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione
nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo,
conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono
aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.
L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.
A sia Occidentale, 1963. Pier Paolo Pasolini sta lavorando al suo terzo
lungometraggio, Il Vangelo secondo Matteo, e parte per i luoghi della natività,
della vita e della passione di Gesù scortato da don Andrea Carraro, spalla per
la filologia biblica e sondaggio preventivo delle reazioni del mondo cattolico.
Sopralluoghi in Palestina in preparazione del film Il Vangelo secondo Matteo è
un documentario che pedina il viaggio in tempo reale e in presa diretta, poi
parzialmente commentato in voice over dal regista. Esce nel 1965. Siamo negli
anni appena precedenti la guerra dei Sei giorni.
A partire dalla prima guerra arabo-israeliana, avvenuta poco dopo la sua
fondazione, Israele si è già espanso ben oltre i confini definiti dal piano ONU
del 1947, eppure nel 1963 esistono ancora territori fattualmente palestinesi: la
Cisgiordania, ancora quasi integra e con continuità territoriale sotto controllo
giordano, e la striscia di Gaza sotto controllo egiziano. La situazione è tesa
nella regione: quell’anno in Siria sale al potere l’ala oltranzista del partito
Ba‛th; il successivo comincia la rinascita politica palestinese con la creazione
dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e le prime
operazioni militari; inoltre sale la tensione tra Israele e l’Egitto di Nasser.
Il 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana attacca a sorpresa: nel giro di sei
giorni lo Stato sionista prende ai suoi vicini la penisola del Sinai, Gaza, la
Cisgiordania e le alture del Golan. Sono atti centrali di una concatenazione di
conflitti, occupazioni, guerriglia ed eccidi che arriva fino al genocidio e alle
guerre senza quartiere e senza legge in atto in questo momento.
Pasolini atterra a Tel Aviv nel mezzo di una quiete prima della tempesta gravida
di quell’elettricità che ha come esito inevitabile il temporale. Eppure la
relativa libertà di movimento, l’atmosfera distesa, l’assenza di militari nelle
riprese (qualcosa ora impensabile) dicono di una situazione ancora
apparentemente cristallizzata dopo gli stermini, i furti e le cacciate della
popolazione indigena della Nakba e le guerre seguenti. È la situazione ideale
non soltanto per cercare location, ma anche per fare un’esperienza della Terra
Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
Due sono le cose che sorprendono e colpiscono pellegrini e turisti ‒ e Pasolini
non fa eccezione: il racconto evangelico sembra coprire vasti orizzonti e
distanze immense, amplificate dalla frammentazione, dalla solennità e dalla
ripetizione liturgica mentre tutto si svolge tra luoghi distanti qualche decina
di chilometri al massimo; inoltre, l’immaginario mediato da secoli di arte sacra
europea non prepara a un territorio ondulato e vario, di valli e monti dove il
deserto è il tema da variare.
> È la situazione ideale non soltanto per cercare location, ma anche per fare
> un’esperienza della Terra Santa senza rimanere fagocitati dalla cronaca.
C’è una costante nelle osservazioni pasoliniane che tornano su un paesaggio
impiantato e un paesaggio indigeno – un paesaggio coloniale e uno resistente, se
vogliamo. Il doppio paesaggio si era già delineato nel 1963 e andava sempre più
strutturandosi: dice Pasolini che kibbutz e insediamenti israeliani potresti
vederli “nell’Agro Romano se non in Svizzera” mentre le zone abitate da arabi,
beduini e drusi lo riportano al Sud italiano, al crotonese o alla Puglia. E
infatti, alla fine, il Vangelo verrà girato in Lucania e nella Matera
trogloditica dei Sassi preriqualificazione, considerata “vergogna nazionale”
dall’Italia del boom economico, in realtà splendidamente incontaminata e più
prossima alla visione pasoliniana della Terra Santa rispetto ai luoghi del
dettato evangelico.
I sopralluoghi si rivelano fallimentari: Pasolini non trova il paesaggio che
aveva in mente:
> Quando sono sceso a Tel Aviv, naturalmente, non distinguevo niente; era notte.
> Tutto ciò che vedevo era un aeroporto e una città. Ho preso la macchina e sono
> andato verso l’interno. Subito ho avuto alcune immagini di un mondo antico,
> che era soprattutto arabo. Le facce degli arabi sono precristiane:
> indifferenti, allegre, animalesche, e un po’ funeree, su di esse non è
> passata, neanche da lontano, la predicazione di Cristo. Dapprima ho pensato
> che avrei potuto usarle, ma poi, subito dopo, è cominciato ad apparire il
> kibbutzim, e i lavori di rimboschimento, agricoltura moderna, industria
> leggera, ecc. e mi sono reso conto che era tutto inutile; questo dopo poche
> ore che viaggiavo (Pasolini su Pasolini. Conversazioni con Jon Halliday,
> 1969).
Pasolini sbarca a Tel Aviv la notte del 12 luglio 1963. Seguiamo le tappe del
suo girovagare tra i luoghi esatti citati nel Vangelo come stazioni di una Via
crucis. Tel Aviv, il sobborgo fondato in stile Bauhaus da immigrati ebrei che,
con la fondazione del nuovo Stato e la Nakba, esplode e si espande fino a farsi
metropoli e capitale e fagocitare l’antichissima e autoctona città portuale
levantina di Jaffa è tanto lontana nell’aspetto e nello spirito dalla ricerca
pasoliniana da essere completamente espunta dal documentario, aperto ex abrupto
dalla visione di un contadino arabo che separa il frumento dalla pula con gli
stessi gesti e strumenti della parabola evangelica.
Segue il Monte Tabor, sede della Trasfigurazione, e la prima espressione di un
amaro sospetto verso una campagna industriale, contaminata dalle casette
israeliane che potrebbero venire dalla Svizzera. Il fiume Giordano, spartiacque
di più culture, si rivela un fiumiciattolo che si snoda placido tra canneti.
Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade (che gli ebrei
chiamavano “mare” e invece non è più esteso dei laghi del centro Italia)
lasciano a Pasolini un’intensa impressione di piccolezza e una “lezione di
umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso dell’intera storia umana
comincia e termina tra quattro colline brulle. A corollario della premessa
“spirituale corrisponde ad estetico”, l’idea secondo cui “quello che è piccolo,
umile è più profondo e bello” si rivela “ancora più vera di quanto immaginassi”.
E poi c’è un’altra scoperta/conferma: i corpi dei bagnanti che si tuffano nel
lago urlano un equilibrato esercizio fisico e un’alimentazione ricca, sono
troppo sani, ben sviluppati, civili, europei. Pasolini dice che sarebbe
impossibile scritturarli come comparse sia perché privi del physique du role sia
perché troppo benestanti per aver bisogno di un lavoro extra.
> Anche l’attiguo Monte delle Beatitudini e il lago di Tiberiade lasciano a
> Pasolini una “lezione di umiltà”: la vita di Cristo che piegherà il corso
> dell’intera storia umana comincia e termina tra quattro colline brulle.
Si entra in territorio druso, popolazione musulmana considerata “eretica” per le
credenze sincretiche e ricche di elementi esoterici, stabilitasi nelle zone
attualmente al confine tra Israele, Siria, Libano e Giordania. Qui il paesaggio
è invariato da millenni. Il sottoproletariato è rimasto tale e arcaico nel viso,
nei corpi, nelle usanze, nell’architettura, nelle forme di vita. Pasolini è
entusiasta delle loro “facce precristiane”. Andando verso Nazareth si passa tra
kibbutz sperimentali dove tutto viene messo in comune, figli compresi. Sarebbe
il meglio di Israele, la sua componente progressista e socialista utopica
tendente a una società ideale spesso sventolata da certo “sionismo di sinistra”
per giustificare o coprire stragi e soprusi, pur essendo sostanzialmente espunta
da decenni da una società militarizzata, ideologizzata in chiave suprematista e
ultracapitalista.
Pasolini già nel 1963 ‒ quando la degenerazione non era compiuta e i kibbutz
ancora una possibilità aperta ‒ prova disagio nell’osservazione di un paesaggio
colonizzato, paradossalmente ridisegnato per arginare la nostalgia di casa dei
coloni emigrati. Profeticamente ha un’impressione del mondo arabo autoctono
ridotto a “enorme maceria”. Anche la città di Nazareth, formalmente centrale
nelle vicende di Cristo e quindi nel film in fieri, viene saltata a piedi pari
dopo l’apparizione dal fondovalle di una collina coperta di grattacieli ed
enormi condomini appollaiati come rapaci. Il viaggio piega verso Betsabea tra
carovane di beduini dalle facce dolci e belle ma “inutili” per il film perché
assolutamente precristiane e una campagna che fu deserto e ora è israelizzata
verso l’agricoltura intensiva.
È tutto un saliscendi fino al più significativo, la depressione del Mar Morto,
il primo paesaggio ‒ dopo tanti paesaggi “umili” ‒ dove il regista ravvisa segni
di grandiosità tra canyon nudi e distese azzerate. Qui Cristo si ritirò per
fuggire dagli uomini e ricevere la visita tentatrice del diavolo. È un luogo
magnetico, lunare e senza scampo, assolutamente privo d’ombra. Il deserto è
terribile. Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito
sublime e l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico
metafisico di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di
farlo scomparire.
Il viaggio e il documentario culminano nelle città alfa e omega della vita di
Gesù: Gerusalemme e Betlemme. La prima era ‒ allora e almeno formalmente adesso
‒ divisa in una zona israeliana e una zona giordano-palestinese. La città si
mostra abbarbicata tra valli simili a canyon e dorsi di colline. È immediato
l’accostamento con l’orografia di Matera per una replica che liberi lo sfondo
dalla concentrazione e dall’industrializzazione della parte israeliana e da una
modernità diffusa che sarebbe un anacronismo, oltre a disturbare l’immaginario
privato del regista. Pasolini si ferma sul confine e osserva i luoghi della
Passione, ancora una volta raccolti in un francobollo di terra, ritrovando nei
segni urbanistici l’assorbimento della cultura romantica da parte israeliana.
> Il deserto con la sua nuda, improduttiva esistenza, il gratuito sublime e
> l’inscindibile radicamento nel luogo dove appare, è anche un nemico metafisico
> di Israele, che si dà come missione quella di farlo fiorire, ossia di farlo
> scomparire.
La Gerusalemme palestinese e giordana, invece, conserva l’arcaico, c’è una
nudità, un’autosufficienza di case, chiese, mura, castelli, palazzi e cimiteri.
L’impressione è quella di un tessuto urbano autoctono e spontaneo, sviluppato e
stratificato dall’uso e dalla vita quanto dalla storia, un’idea di “rovina” dove
coesistono passato e presente per cui viene da pensare alla celebre foto del
pastorello che emerge col suo gregge dalla bocca mostruosa ciclopica nel parco
dei mostri di Bomarzo. E in più c’è qualcosa che suggerisce a Pasolini la
struttura del film che girerà altrove:
> La visione di Gerusalemme mi ha suggerito altre possibilità, appunto per le
> sue caratteristiche diverse. Gerusalemme è grandiosa, indubbiamente. C’è
> qualcosa di storicamente sublime nel suo aspetto. Evidentemente il momento del
> film in cui apparirà Gerusalemme non potrà che imprimere al film un andamento
> stilistico diverso. Vuol dire che Gerusalemme appare nella storia raccontata
> da Matteo nel momento in cui la predicazione di Cristo era strettamente
> religiosa, in qualche modo, senza la diretta volontà di Cristo e degli
> apostoli, ma per dati oggettivamente storici è diventata più che religiosa,
> pubblica e politica. Ora, evidentemente, questo non sarà detto esplicitamente
> nel film (che sarebbe un’assurdità) ma sarà detto implicitamente e sarà detto
> attraverso una trasformazione stilistica del racconto. Mentre prima sarà tutto
> assolutamente puro, semplice, scandito con estrema assolutezza, il momento
> dell’arrivo a Gerusalemme segnerà nel film un nuovo passo.
L’altra epifania che raggiunge Pasolini a Gerusalemme e che sarà utile al
Vangelo secondo Matteo non ha a che vedere tanto con le pietre quanto con i
corpi. A Gerusalemme trova quel mondo arabo che, come il deserto, Israele mira
ad annettere o espellere e cancellare. Nell’orto di Getsemani crescono ulivi ‒
millenari e soprattutto endemici. Per strade e piazze dalla toponomastica
evangelica, uomini bevono all’ombra degli alberi e un ragazzo a dorso d’asino è
un’immagine dell’ingresso in città di Gesù molto più storicamente accurata di
tanti dipinti trionfali fiorentini o fiamminghi. Presso la porta di Damasco una
splendida carrellata in mezzo alla folla suggerisce a Pasolini la scena
dell’arrivo dei Magi al mercato. Ci sono donne con gerle, ragazzi sorridenti e
bambini incuriositi, cibo e chiasso.
I fatti evangelici traslati in liturgia, sterilizzati in parabole e strappati al
contesto per finire su un pulpito ritrovano la lettera come fatti umani.
Pasolini nota: “La folla che aspettava il miracolo lo aspettava chiacchierando e
mangiando un dolcino”. Torneremo su questa forma del mondo e su questo dolcino.
Intanto appuntiamo la fine della ricognizione pasoliniana che va a coincidere
col principio: Betlemme, la grotta della Natività, dove trova un villaggio di
arabi poveri e abitazioni ipogee ancora in uso non dissimili da quella dove la
Sacra famiglia trovò riparo. Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla
sottomissione coloniale delle popolazioni ebraiche autoctone da parte
dell’Impero romano, che fa da contesto sociopolitico ai Vangeli. Un mondo
moderno si sovrappone e sostituisce un mondo arcaico. Così nel Novecento
l’espulsione delle popolazioni palestinesi autoctone a seguito della creazione
dello stato di Israele. Tuttavia c’è, secondo Pasolini, una differenza
fondamentale: il mondo romano era moderno ma non neocapitalista.
> Pasolini nota un ciclo di ricorsi storici dalla sottomissione coloniale delle
> popolazioni ebraiche autoctone da parte dell’Impero romano, che fa da contesto
> sociopolitico ai Vangeli.
Pasolini va in cerca di location o almeno di ispirazioni, atmosfere, genius
loci. Trova quel che resta del mondo arabo cisgiordano ‒ avrebbe trovato ciò che
restava del mondo levantino se fosse andato anche a ovest, verso il mare tra
Gaza e il Libano. È proprio al mondo arabo che si volgerà verso la fine della
vita per ambientare Il fiore delle Mille e una Notte (1974), vero e proprio
capolavoro terzomondista di un cinema insieme sperimentale e primitivo che
rifiutava l’organizzazione aristotelica del racconto, lo spazio cartesiano e la
psicologia dei personaggi mirando, come Rimbaud, a un altrove assoluto, a
“lasciare l’Europa”. Non si trattava solo e tanto di avvicinarsi ai luoghi
raccontati da Sherazade quanto a un paese mentale non contaminato dalla
struttura occidentale del mondo e ancora vergine rispetto alla mutazione
antropologica che stravolgeva i luoghi e i corpi omologandoli al modello
capitalista della società di massa. Quello che Pasolini ha sempre cercato è
l’infanzia del mondo, l’innocenza premorale, la vita istintiva senza
sovrastrutture dove ambientare tanto le proprie fantasie erotiche quanto
l’opposizione viscerale contro ogni potere, in primo luogo il potere suo
contemporaneo.
È con la sua caratteristica voce dall’inflessione fanciullesca che commenta gli
uomini di Gerusalemme intenti a mangiare “un dolcino”, quel diminutivo come
infantilizzazione ulteriore. Ci troviamo una profonda simpatia e partecipazione
nel senso dell’istintivo scegliere una parte, quella degli oppressi o dei
marginali, quanto la sovrapposizione “dall’alto” di una privata tensione
regressiva all’uterino. È scorretto (anzitutto nei suoi confronti) ridurre
Pasolini a santino, a un bidimensionale campione senza macchia dei dannati della
terra ‒ prima i contadini friulani poi i borgatari romani e infine le masse di
quello che allora era chiamato “terzo mondo”. Lo sguardo pasoliniano dei
Sopralluoghi impone una fantasia di purezza senza tematizzare la domanda se e
quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il benessere
materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate. Accadrà nel
cortometraggio Le mura di Sana’a (1971) dove si sostiene che il desiderio di
modernità e progresso e democrazia e merci sia entrato in Yemen da Occidente e
dalla Cina, non sia autoctono e autonomo. Difficile da stabilire se fosse o meno
così, certo è che ‒ da qualsiasi direzione venisse ̶ Pasolini aveva ragione
denunciando “la distruzione del mondo antico ossia del mondo reale in atto
dappertutto”.
Anche l’intuizione pasoliniana sul paesaggio naturale e antropico della
Palestina come luogo focale di una distruzione che è genocidio quanto urbicidio
ed ecocidio è embrionale e sentimentale ma assolutamente corretta. In Il gelso
di Gerusalemme (2024), uno splendido saggio documentato e accorato che mette in
relazione il destino di uomini, alberi e città di Palestina, Paola Caridi parla
di alcuni alberi endemici dal fiume Giordano al mare e della loro graduale
mercificazione in risorsa su scala industriale oppure della loro sostituzione in
favore di specie importate. Per mettere letteralmente radici a un’identità
coloniale il Jewish National Fund ha piantato dal 1947 a oggi oltre 240 milioni
di alberi, per la maggior parte conifere sopra i resti dei villaggi palestinesi
indigeni, facendo somigliare sempre più la Terra Santa all’Europa e quindi ai
dipinti geograficamente fantasiosi che la rappresentano, circondando le colonie
con una cintura verde protettiva, incorniciando le autostrade che ridisegnano in
senso gerarchico ed esclusivo lo spazio orizzontale quanto le colonie piazzate
in cima alle colline dominano imperiali e organizzano il paesaggio verticale.
Nel paesaggio progettato dagli israeliani c’è sempre meno spazio per il
sicomoro, simbolo della socialità e del protosocialismo musulmano, un albero di
nessuno sotto i cui rami tutti possono ripararsi dal sole e incontrarsi e i cui
frutti per decreto non scritto sono di tutti ma non possono essere accumulati,
vanno consumati sul posto. Abbattere i sicomori significa eliminare una forma di
vita, soppiantarla con le piantagioni intensive messe a profitto. Significa
simbolicamente e letteralmente impiantare il capitalismo, l’Occidente di cui
Israele è avamposto. La scelta delle parole da parte di David Ben Gurion, primo
primo ministro israeliano, è impeccabile: “il deserto era uno spreco, doveva
fiorire”. C’è un’intera visione del mondo nella convinzione che la nuda
esistenza, la gratuità siano uno spreco. E in quel verbo ausiliare: il deserto
deve fiorire. Volente o nolente.
> Quello che Pasolini ha sempre cercato è l’infanzia del mondo, l’innocenza
> premorale, la vita istintiva senza sovrastrutture dove ambientare tanto le
> proprie fantasie erotiche quanto l’opposizione viscerale contro ogni potere.
Come dicevamo, far fiorire il deserto è far sparire il deserto. Niente è
cominciato il 7 ottobre 2023 con l’incursione armata dei miliziani di Hamas che
lasciò oltre mille vittime. Lo sbrigliarsi della guerra genocida di
annientamento da parte israeliana che ne è seguita si può intravedere in
lontananza e in prospettiva già al tempo dei sopralluoghi pasoliniani ̶ oltre
che, ovviamente, lungo decenni di apartheid e annessioni e stragi. Nella
dichiarazione fondativa di Ben Gurion c’è una pregiudiziale ideologica che
indirizza il giudizio e addirittura altera la percezione di ciò che è indigeno:
che sia deserto e che essere deserto sia male. Vale la pena sottolineare come la
Palestina antecedente alla risoluzione ONU neppure fosse un deserto
nell’accezione della propaganda sionista. Era una terra popolosa multietnica e
multiconfessionale dove tutti (musulmani, ebrei, cristiani) vivevano
tendenzialmente in pace.
E per fare un solo esempio gli aranceti di Jaffa erano già tra i più produttivi
del mondo e meglio organizzati per l’esportazione al punto che il toponimo si
era fatto nome commerciale. Pasolini, nel documentario quanto nelle poesie e nei
testi che scaturiranno dal viaggio, si tiene un passo indietro rispetto al
j’accuse, alla denuncia aperta ed esplicita del colonialismo israeliano ma vede
oltre l’aspetto fenomenico del terraforming, della trasformazione della terra in
territorio e segnala una mutazione antropologica: da qui discende, per chi vuole
raccoglierla, la possibilità di una denuncia anticoloniale.
La questione israeliana come paradigma colonialista e imperialista esploderà nel
dibattito culturale italiano e sarà tematizzata da molti intellettuali.
Sull’impulso dello sdegno per la guerra dei Sei giorni e la sua copertura
mediatica, un gigante come Franco Fortini, ebreo, scriverà uno dei suoi testi
più densi e radicali, I cani del Sinai (1967), “contro chi ha senza disgusto
tollerato di ascoltare o leggere dette e scritte per gli arabi buona parte delle
argomentazioni che trent’anni or sono la stampa hitleriana formulava contro lo
Jude, e le ha rese, se possibile, ancora più ripugnanti con uno smalto
pedagogico-democratico; perché per il Nazista l’Ebreo era irrecuperabile mentre
l’Arabo straccione gesticolante analfabeta incapace di usare un’arma moderna
eccetera può «progredire» se istruito al rispetto dei valori occidentali”.
Un’altra grande scrittrice di origini ebraiche, Natalia Ginzburg, scriveva nel
1972 un articolo per La Stampa: “Quando qualcuno parla di Israele con
ammirazione, io sento che sto dall’altra parte. Ho capito a un certo punto,
forse tardi, che gli arabi erano poveri contadini e pastori. So pochissime cose
di me stessa, ma so con assoluta certezza che non voglio stare dalla parte di
quelli che usano armi, denaro e cultura per opprimere dei contadini e dei
pastori. […] Gli uomini e i popoli subiscono trasformazioni, rapidissime e
orribili. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli
che muoiono e patiscono ingiustamente. Si dirà che è una scelta facile, ma forse
è l’unica scelta che oggi ci sia offerta”.
> Lo sguardo pasoliniano impone una fantasia di purezza senza tematizzare la
> domanda se e quanto gli oggetti del suo sguardo innamorato desidererebbero il
> benessere materiale delle masse del Nord globale antropologicamente mutate.
Sono esempi di discorsi molto più coscientemente politici, circostanziati,
militanti. Pasolini voleva sapere di più dei luoghi dove ambientare il suo
Cristo anarchico, venuto a portare la spada e gettare fuoco sulla Terra, profeta
della sovversione radicale, assoluta, metafisica. E più o meno consapevolmente
continuava la ricerca durata fino alla morte di enclavi dove il mondo antico e
il sacro non fossero ancora scomparsi. Finisce per non trovare ciò che cerca ma
nella serendipità da direct cinema sta tutto il film, oltre a un’intuizione
ancora utile sui paesaggi della Palestina e di una piccola area dell’Asia
Occidentale da sempre al centro del mondo.
Post scriptum: questo articolo ha ogni giorno meno riscontro nella realtà.
Venendo meno la Palestina, ogni giorno viene meno la separazione spaziale e
paesaggistica tra il territorio israeliano e le aree che, per il diritto
internazionale, sarebbero sotto controllo palestinese come la West Bank e la
Striscia di Gaza. La pulizia etnica, le annessioni arbitrarie, gli espropri e la
distruzione di villaggi, coltivazioni e sistemi idrici palestinesi in
Cisgiordania come la riduzione dell’intera Striscia a una distesa informe di
macerie, cadaveri e tendopoli in costante emergenza sanitaria e umanitaria sulla
quale aleggia il delirante “piano di pace” trumpiano che la immagina distopia di
grattacieli: quasi tre anni di “orrori inimmaginabili” (fonte: UNICEF) e una
campagna militare con i bombardamenti più intensi per chilometro quadrato della
storia oltre all’uso di fosforo bianco vietato dall’ONU e considerato crimine di
guerra hanno reso il suolo avvelenato, cancerogeno e sterile a tempo
indeterminato oltre a generare un bilancio ufficiale e inevitabilmente
frazionario di oltre 73.000 morti e la distruzione del 92% delle abitazioni.
Ogni giorno sembra più anacronistico e improprio riconoscere e raccontare due
paesaggi ̶ per non dire due Stati. Potrebbe esserci in un futuro prossimo dal
fiume al mare un unico paesaggio importato, arbitrario, vittorioso, in grado di
vincere il “deserto” a ogni costo, anche quello di trasformarlo in maceria,
spargendo il sale come usava tra gli antichi vincitori, perché nulla possa più
crescere – altro che fiorire.
L'articolo Far fiorire il deserto è far sparire il deserto proviene da Il
Tascabile.
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie
amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia
sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire
con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche
l’amicizia è una forma d’amore”.
A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di
pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative
e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso
riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero
fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero
essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la
relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le
amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui
condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano
rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti.
Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di
alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə”
quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come
se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea
frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a
costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di
intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica:
mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə
amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe
diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non
adatta ad amicizie adulte.
Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o
desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante
continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con
il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche
con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio
dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono
le possibilità di incontri spontanei e quotidiani.
> L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è
> un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha
> interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri
> tipi di intimità.
Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per
la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono
cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi,
nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno
strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e
altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di
riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai
stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella
millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua
narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta
molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di
impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di
troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che
contraddistingue tante vite di questa generazione.
In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani
siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali,
audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a
testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente
prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più
corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli
algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire
vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive
lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per
invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro
amicizie perché la vita di coppia non fa per loro.
Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa
come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə,
come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A
tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per
scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni
per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei
mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la
coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno
dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone
coinvolte.
Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe
liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di
riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo
mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi
sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte
di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche
questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente
privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la
nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e
dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto
recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi,
vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta
per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
> Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità
> marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da
> sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza.
Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula
a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo
pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate.
All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione
sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di
fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno
reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive
Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare
Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –,
per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di
forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta
represso e sostituito quelle indigene.
Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più
recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini
riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del
rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità
queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una
riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e
la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che,
per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di
essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al
mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli
di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di
attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno
nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far
riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati
quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere
una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia
nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad
arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro
modo di amare?
Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa
convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di
“persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un
gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in
famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e
la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi,
genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile
di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare
da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro
costruire la propria storia (s)familiare.
Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui
imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e
sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di
origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə,
sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari,
indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa
fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”.
> Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci
> capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti
> materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone.
Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una
prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate
Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi
ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia
gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino
ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono
il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di
famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa:
sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi
familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex
amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di
difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia
tra loro.
Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di
stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e
una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è
codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si
struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema
patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso
identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” –
quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così
intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di
violenza per le persone non conformi.
Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del
sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate
è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita
intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi
esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza
dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto
rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione.
Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la
sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non
è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non
monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il
“bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare
avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K.
Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso.
> Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi
> di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la
> sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali.
Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone
delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia
Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte,
tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la
condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco
tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia
AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i
molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni
lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120
battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di
Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo
consultare.
Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la
violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più
recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la
taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella
diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una
generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo
periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia
collettiva.
In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel
1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali
di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa
significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo
caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi
solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino
a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette
da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno
trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche,
motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio
con la lettera L.
Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche,
le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere
decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə
loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte
l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che
hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed
è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste
al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di
ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si
raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di
emarginazione e di vita comunitaria.
> Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni
> l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie
> famiglie di origine.
Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un
libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a
“lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto
sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come
motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un
invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in
questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si
schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si
concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della
natalità.
Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere
sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al
contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia
intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata,
barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di
altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che
fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura
e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se
ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo,
moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come
maggioritario.
Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va
riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di
alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine
sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla
singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo
molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna
malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi
cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica,
storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del
prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una
fatica per cui vale la pena lottare.
Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle
narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare
alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi
altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità.
Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a
chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità
oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa
qualcos’altro”.
> La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia
> intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea
> di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia
> privata, barricata all’interno delle mura domestiche.
C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare
completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è
una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze
insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per
tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle
ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro
di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”.
L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la
protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi
dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la
minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il
suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco
nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una
giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di
Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita
nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa
vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni
dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del
cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe
Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di
una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due
giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca
avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in
ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano
votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla
violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca
nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato
alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla
dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un
report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in
sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati
l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data
con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più
rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una
fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
> ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato
> nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade
> quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e
> dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei
> tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di
> guerra, ma quotidianamente.
Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli
autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del
delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse
parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di
conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i
giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito
all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici
anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta
successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito
ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come
sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del
delitto commesso.
> A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche
> persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la
> pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa
riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello
stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare
dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e
una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera
Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano
insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di
immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il
crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una
conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video,
non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo
“dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora
una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice,
“ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare
di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto:
l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta,
trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni
prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta,
racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina:
anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima
imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il
potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa
tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata
dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle
inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che
non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come
il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e
fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli
dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur
essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero
concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo
non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori
dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi
accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi
restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la
definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa
a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione
caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la
tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di
disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella
lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una
testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso
impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione
della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in
questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile
l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza
storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata
per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la
protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa
di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto
nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto,
come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini
delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà
accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e
fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola
vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così
come era successo nella storia che apre il romanzo.
> C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi,
> che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza
> di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta
> perturbante e fantasmatica di sé.
Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché
il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei
palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una
lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente
dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report
di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo
del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari
permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni
attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in
maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a
misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio
della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine
“presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che,
espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
“nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre
i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva
dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo
presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di
proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una
serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi
diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà
sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i
terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive
risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della
popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata
“presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le
420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi
dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza
protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud
Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la
dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume
scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia,
dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione
all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi
ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive
qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se,
metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato
risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente,
allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua
costitutiva doppiezza e natura liminale.
> Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi
> che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere
> “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele
> oltre i confini precedentemente assegnati.
Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della
giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e
pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in
maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in
una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba
prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce.
Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta
della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli
attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di
Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi
di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le
quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le
cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più,
della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della
giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna,
conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come
estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la
circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma
di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare
studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti,
appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della
nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari
che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi
e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna
che la spingono al limite della sanità mentale.
“Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara,
“mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa
Palestina è diversa, è molto più che spostare le
dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa
anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è
la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via
di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata.
Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o
“porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in
nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro
della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra
un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel
mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi
attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue
caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando
come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto
mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come
rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i
casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio
lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di
nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
> Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno
> dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei,
> palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.
Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒
quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della
casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi
a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di
quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso
‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio
minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che
fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque
un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case,
trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un
grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea
chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La
casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo,
non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la
sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro.
È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in
questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e
accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese
scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e
morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello
di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del
passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il
nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di
soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte,
questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine,
che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una
vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come
rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente
intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di
presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la
visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di
comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo
palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla
mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e
alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se
osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica
a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari
sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo.
Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è
perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel
1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia]
vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le
rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro
Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato
una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro
indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle
forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti
attraverso l’imperialismo.
> Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso
> sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri
> continenti attraverso l’imperialismo.
Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula
su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia
stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a
notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad
averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come
scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si
aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende
nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e
inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in
avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin
si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene
Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne
un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non
sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene
dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di
trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico
e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua
storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e
la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una
minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado
allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono
l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi,
invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è
eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso
costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che
nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della
libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale
della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da
Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in
copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di
Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice
inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita
alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di
Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in
Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella
produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti
e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza
“chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
> Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere
> ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico
> e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della
> storia.
È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una
prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una
sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo
Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce
il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente
che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende
immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È
piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il
presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si
fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per
recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista;
in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa
immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un
checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li
aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a
Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche
anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra
trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta
la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario.
Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a
casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un
fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche
adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per
questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di
segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre
suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma
di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la
natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta
di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata
alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di
rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è
continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si
sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una
vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un
senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i
protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la
finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina
alla prima,
> e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi
> muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto,
> fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo
> lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una
> premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso
> in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano
> assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che
> presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito
> le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto
> di Fato e Stato.
> Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è
> testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese
> costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di
> accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.
È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e
forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a
dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in
partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare
qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di
attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di
Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi
libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto
nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di
Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma
in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a
comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e
necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci
spingono in avanti con essa.
L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
O ndate di calore, siccità, precipitazioni violente, alluvioni lampo, fusione
dei ghiacci, innalzamento del livello del mare. Gli impatti climatici sui
territori, sugli ecosistemi, sull’essere umano ‒ con la sua salute e le sue
attività, prima fra tutte l’agricoltura ‒, e sulle turbolenze sociali, interne
ai singoli Paesi o internazionali sono sempre più forti e destinati a sfociare
in conflitti. Gli scienziati devono essere scettici, richiedere prove e rimanere
obiettivi. Ora le prove sono diventate schiaccianti: il cambiamento climatico è
reale e la causa siamo noi.
In questo senso l’Artico è ormai da anni un avvertimento, la sentinella di ciò
che accadrà nel mondo. Il rapido dissolvimento dei ghiacci artici è parte della
riscrittura generale della geografia del potere globale, nella quale siamo
immersi. Oggi si pone una questione rilevante di sovranità della regione artica.
Al Polo Nord, laddove per secoli ha regnato l’immobilità, oggi si percepisce
l’instabilità della politica mondiale. È la nuova frontiera della geopolitica
contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni
militari e crisi climatica. Il disgelo schiude passaggi tra continenti e porta
alla luce giacimenti di gas e terre rare.
All’alba degli anni Novanta la comunità scientifica ha cominciato a cogliere i
segnali che provenivano dalla regione artica senza tuttavia comprenderne la
portata complessiva. A partire dal decennio successivo il cambiamento è stato
radicale. L’Artico si sta surriscaldando dalle due alle quattro volte più
velocemente del resto del pianeta. La perdita di massa della calotta glaciale
artica contribuisce all’innalzamento del livello dei mari. Lo scioglimento così
rapido della calotta glaciale della Groenlandia porterà all’innalzamento delle
acque oceaniche. Le conseguenze si riverberano in modo significativo sulle
comunità costiere colpite, dall’Alaska a quelle della Florida sulla costa est
americana, e saranno pesantissime. Si cominceranno a registrare gravi danni in
molti Paesi.
“Negli ultimi 45 anni abbiamo perso tre milioni di chilometri quadrati di
superficie di ghiaccio”, sottolinea Antonello Pasini, fisico climatologo del
CNR, docente di fisica del clima all’Università Roma Tre: “al Polo Nord è come
se avessimo perso una quantità di ghiaccio pari a dieci volte l’Italia, che ha
una superficie di trecentomila chilometri quadrati. In Groenlandia il ghiaccio
si scioglie a ritmi molto sostenuti: parliamo di 264 miliardi di tonnellate ogni
anno. Questa perdita causa un innalzamento annuo del livello globale delle acque
dei mari di 0,8 millimetri”.
> È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si
> intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il
> disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e
> terre rare.
Il 1979 è stato un anno cruciale per la raccolta dei dati nella regione artica.
Nel novembre del 1978 il lancio del Global Weather Experiment aveva segnato
l’avvio della moderna era satellitare, cambiando l’osservazione terrestre. La
comunità scientifica iniziò ad avere a disposizione una costellazione di
satelliti che hanno reso possibile un sistematico monitoraggio dell’ambiente tra
cui il ghiaccio marino. Dagli anni Ottanta le mappe quotidiane dell’estensione
del ghiaccio sono state compilate basandosi sui dati satellitari provenienti da
sensori a microonde passivi. Dal 1998 sono state condotte almeno trenta
differenti stime del bilancio di massa della calotta glaciale della Groenlandia
con il telerilevamento da satelliti e aerei.
Il primo viaggio nell’Artico del grande geografo Mark Clifford Serreze risale al
1982, quando la regione assomigliava ancora a quella in cui le popolazioni del
Nord avevano vissuto per migliaia di anni, prima delle esplorazioni del
Diciannovesimo secolo e dell’inizio del Ventesimo. Dagli anni Ottanta conduce
ricerche sul campo nell’Artico. I suoi studi sul surriscaldamento globale e
sullo scioglimento dei ghiacciai artici sono stati tradotti in tutto il mondo.
Nel 2017 le due piccole calotte glaciali nell’Artico canadese, precisamente
nell’Isola di Ellesmere, che Serreze aveva raggiunto trentacinque anni prima da
giovane ricercatore, si erano ridotte a un paio di chiazze di ghiaccio sporche,
destinate a scomparire.
Il geografo statunitense è direttore del National Snow and Ice Data Center che
opera come una banca dati su scala mondiale per la ricerca sui ghiacciai e
l’interazione con il clima e dal 2019 è professore emerito nel Dipartimento di
geografia della University of Colorado Boulder. Da osservatore sul campo e
studioso di caratura mondiale, Serreze è un testimone della rapida e
impressionante trasformazione della regione artica, con tutte le conseguenze che
essa comporta: “Tra i molti dati che colpiscono, spiccano quelli sui ritmi di
diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino dal 1979 al 2016. Ogni decennio
è calata in media del 3,2% nei mesi di gennaio e circa del 3,5% per decennio nei
mesi di febbraio. Il declino si accentua da aprile fino a settembre, quando si
conclude la stagione dello scioglimento e la diminuzione raggiunge addirittura
il ‒13,5% per decennio”. Una buona parte della costa artica è costituita da
sedimenti congelati, il permafrost. Che cosa comporta lo scongelamento? “Può
avere un’influenza drammatica sul paesaggio, causando crolli del terreno, degli
edifici, delle strade e di altre infrastrutture, compresi gli oleodotti”,
prosegue Serreze, “l’aumento potenziale del riscaldamento globale come quello
prodotto dall’anidride carbonica e dal metano. Il terreno artico e subartico
contiene moltissimo carbonio intrappolato nel permafrost”.
L’estensione media del settembre 1980 era di 7,8 milioni di chilometri quadrati.
Quella del 2012 è scesa a 3,6 milioni di chilometri quadrati. Nel 2007, quando
si è rivelato il rapido crollo dell’estensione del ghiaccio previsto dai modelli
climatici di Marika Holland, Serreze dichiarò che sarebbe stato ragionevole
attendersi un Artico libero dai ghiacci al termine della stagione estiva entro
il 2030: “Ribadisco questa previsione. Alcuni sostengono che sia pessimistica.
Da quanto osservo ora, ciò avverrà in breve tempo in assenza di drastiche
riduzioni nelle emissioni di gas serra. L’Oceano Artico senza ghiaccio in estate
sembra inevitabile entro il decennio 2040-50 e la transizione è in corso. Ondate
di calore prima inimmaginabili colpiscono il Nord”.
> Secondo Serreze è ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al
> termine della stagione estiva entro il 2050.
Il 2024 secondo la World meteorological organization (WMO) si è chiuso come
l’anno più caldo di sempre e con emissioni e concentrazioni di gas serra a
livelli altrettanto da record. Stiamo viaggiando verso i +3°C rispetto all’epoca
preindustriale nell’indifferenza quasi generale. Stando al documento Emissions
Gap Report 2024 delle Nazioni Unite, se i trend attuali non cambiano
drasticamente, siamo diretti verso un futuro in cui le temperature aumenteranno
fino a 3,1 gradi al di sopra dei livelli preindustriali. Per il terzo anno
consecutivo, ogni giorno nel 2025 è stato più caldo di almeno 1°C rispetto al
livello preindustriale 1850-1900; più di un terzo dei giorni ha registrato una
temperatura superiore di 1,5°C.
I due concetti chiave del nostro tempo restano adattamento e mitigazione delle
nuove condizioni. La complessità del sistema clima ha strettissime
interconnessioni che legano la sua dinamica a quella dell’attività umana. “Nei
sistemi complessi come il nostro, vince chi riesce ad adattarsi ai cambiamenti:
questo ce lo insegna la teoria dell’evoluzione, che viene ancora letta
erroneamente come descrizione scientifica di una lotta per la sopravvivenza”,
spiega Pasini: “Ma anche chi riesce ad armonizzare la propria dinamica con
quella della natura. Questi fenomeni che vediamo ormai manifesti ce li teniamo.
Inoltre, le specie che prosperano non sono quelle che distruggono le altre
specie, ma quelle che trovano un equilibrio. Dobbiamo pensare alla crisi di
lungo periodo, diminuendo le emissioni di gas serra per mitigare i fenomeni”.
Nel frattempo le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico,
privo di ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia
importante sul piano strategico ed economico. Il mare costituisce il nuovo
orizzonte delle frontiere da contrassegnare. In questo senso il crocevia
rappresentato dall’Artico è centrale. Ha acquisito un’importanza nuova per
sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas. A causa del
riscaldamento climatico aumenterà il traffico di rotte commerciali del Mare del
Nord. “L’Artico è lo specchio di dove sta andando il mondo” – afferma Vincenzo
De Luca, entrato in carriera diplomatica nel 1989 e ambasciatore d’Italia in
India e in Nepal dal 2019 al 2024: “Alla fine della guerra fredda nel 1993 fu
costituito il Consiglio artico composto da otto Paesi che gravitano in quella
zona d’interesse tra cui la Groenlandia, la Danimarca, gli Stati Uniti, il
Canada e la Russia. In questo consesso si definivano delle regole per una
ricerca e un’attività di sviluppo per mantenere la sostenibilità ambientale
della zona artica. C’era un clima di cooperazione e superamento delle tensioni”.
> Le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di
> ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante
> sul piano strategico ed economico.
Nell’immaginario generale l’Oceano Artico è considerato un bene comune globale
non attribuibile a singole entità, ma il cambiamento climatico e la voracità
delle potenze mondiali hanno aperto una crepa difficile da rimarginare. Afferma
De Luca:
> Oggi questo scenario non esiste più” – “La Groenlandia, che appartiene alla
> Danimarca dal 1921 con il successivo riconoscimento internazionale della
> sovranità danese, è diventata lo specchio di un mondo in cui sono saltate le
> regole della convivenza. La Groenlandia sarà uno dei terreni in cui misurare
> il rispetto delle regole di sovranità che sono i cardini di un sistema
> internazionale di convivenza. Le pretese di Donald Trump sono destituite di
> fondamento. Tra l’altro Groenlandia e Danimarca hanno in corso un processo per
> definire delle regole di autonomia fino ad arrivare all’indipendenza.
Oggi su larga scala è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda
guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini
altrui. Non si cerca più la pace come bene desiderabile in sé, ma la si ricerca
mediante le armi come condizione per l’affermazione di un proprio dominio. Fuori
da ogni legittimità internazionale, la guerra appare la normalità. A ottant’anni
dalla sua creazione, l’ONU conferma la sua crisi rispetto alla missione di
risoluzione delle controversie internazionali. L’avallo della dottrina della
guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa della politica fondata per decenni
sul multilateralismo. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla
base di ogni pacifica convivenza civile: “Siamo nel mondo che passa dalla forza
del diritto al diritto della forza”, sottolinea De Luca: “Questo sconvolge tutti
gli assetti. Stiamo andando verso un mondo basato sulla divisione delle sfere
d’influenza calpestando i diritti alla sovranità, alla scelta dei Paesi di
appartenere a determinare aree. In Groenlandia e nell’Artico si gioca una di
queste partite”.
La rapidità e la violenza del cambiamento climatico stanno cancellando
progressivamente lo scenario unico della regione artica. Siamo immersi in un
cambiamento d’epoca a più livelli: “In un batter d’occhio, l’Artico ha perso
ogni residuo di eccezionalità”, spiega Mary Thompson-Jones, professoressa di
sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College: “Gli eventi globali l’hanno
trasformato da zona di pace a zona di conflitti. La corsa agli armamenti della
Russia e le attività sempre più ostili della Cina sono diventate il punto focale
di ogni dibattito sull’Artico. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia
nel 2022 e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO hanno imposto il tema
dell’Artico in ogni dibattito politico sulla sicurezza”.
> L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa
> della politica fondata per decenni sul multilateralismo.
Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove
vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa tra
NATO e alleanza russo-cinese. La Russia controlla oltre il 50% delle coste che
si affacciano sull’Artico, e una parte importante del suo territorio si estende
a nord del circolo polare artico. È significativa la sua flotta navale con le
navi rompighiaccio. Nel 2018, dichiaratasi “Stato quasi artico”, la Cina ha
presentato il suo primo piano strategico per l’Artico, moltiplicando il volume
delle sue attività con la Via della Seta polare.
Nei primi giorni di febbraio la NATO ha annunciato l’operazione Arctic Sentry
(“Sentinella artica”) di cui non si conoscono orizzonti e dettagli precisi.
Stando alle dichiarazioni del segretario generale Mark Rutte, mediatore della
crisi tra Europa e Stati Uniti sulle mire di Trump, “Sentinella artica sfrutterà
la forza dell’alleanza riunendo le attività della NATO e degli alleati
nell’estremo Nord in un unico approccio operativo”. Insomma dovrebbe
salvaguardare gli interessi dei propri membri, mantenere la stabilità in una
delle aree più strategicamente significative e ambientalmente difficili del
mondo, fronteggiando le mire russo-cinesi.
Il Consiglio artico interpretava un’idea di collegialità nella collaborazione
per lo sfruttamento delle risorse, delle rotte commerciali, e la cooperazione
scientifica che si sono trasformate in competizione. Questo organo
internazionale riunisce tutti i Paesi che si affacciano sull’Artico: Canada,
Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati
Uniti (tramite l’Alaska), Svezia. Otto Paesi possiedono territori a nord del
circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: “L’Islanda
entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata
solo da cento abitanti”, precisa Thompson-Jones: “L’identità artica della
Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio
autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno
finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande
isola del mondo, abitata solo da 56.000 persone. La costa artica norvegese è
estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati
che possiedono territori costieri artici”.
L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. Al di sotto
di tutto c’è la piattaforma continentale, con le sue quantità ancora sconosciute
di minerali, petrolio e gas. I Paesi artici cercano di estendere il più
possibile il riconoscimento della propria “piattaforma continentale”, cioè la
parte di fondale che rimane di pertinenza di quello Stato. Ogni nazione costiera
detiene diritti correlati alla Piattaforma continentale estesa (ECS, Extended
Continental Shelf), definita come “il prolungamento naturale del territorio
terrestre oltre l’estremo margine continentale”. Sono stabiliti limiti a quanto
possa estendersi la ECS di un Paese, non più di 350 miglia nautiche. La
Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dispone il controllo delle
sue risorse entro le rispettive acque territoriali.
> Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove
> vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa
> tra NATO e alleanza russo-cinese.
Nel libro La legge del Nord, appena pubblicato in Italia da Luiss University
Press con la traduzione di Paolo Bassotti, Thompson-Jones realizza una puntuale
ricognizione della storia e dell’evoluzione delle relazioni internazionali, in
particolare dei Paesi del Consiglio artico, nella regione. “Nel maggio del 2019,
per la prima volta, il meeting ministeriale del Consiglio artico si è concluso
senza una dichiarazione congiunta, in quanto il segretario di Stato Mike Pompeo
si è rifiutato di accettare qualsivoglia riferimento al cambiamento climatico
nell’Artico”, ricorda l’autrice: “Ha usato il suo discorso per convincere i
presenti che meno mari ghiacciati significa più commercio e che il vero pericolo
è rappresentato da Russia e Cina. Al rappresentante finlandese è stato affidato
il compito di diffondere una dichiarazione finale per riflettere le convinzioni
degli altri presenti”.
L’incipit scelto dall’autrice è interessante e suggestivo, perché sceglie una
citazione, un dialogo tratto dal romanzo Underworld (1997) di Don DeLillo:
> Hai mai guardato la Groenlandia su una carta geografica? – Credo di sì. Un
> paio di volte forse. – Ti sei accorta che non ha mai le stesse dimensioni, su
> due carte geografiche diverse? Le dimensioni della Groenlandia cambiano da una
> carta all’altra. Cambiano anche da un anno all’altro. – È grande – disse lei.
> – È molto grande. È enorme. Ma talvolta è un po’ meno enorme, a seconda della
> carta che consulti.
Insomma, per gli americani, ma non solo per loro, era ed è tutt’altro che
semplice anche soltanto identificare e collocare la Groenlandia, ora tornata al
centro delle mire statunitensi. Le riflessioni di DeLillo sulla guerra fredda e
su una geografia inafferrabile sono un buon punto di partenza per cominciare a
osservare lo strano rapporto a tre fra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti.
Gli esploratori americani del Polo Nord “rivendicarono” la Groenlandia in nome
degli Stati Uniti: non si limitarono a piantare bandiere, ma consolidarono
l’idea che la Groenlandia, per la sua vicinanza agli Stati Uniti, appartenesse
di diritto all’emisfero occidentale: “Per gli Usa, il controllo della
Groenlandia è sempre stato una strana ossessione, sin da quando nel 1867 William
Seward acquistò l’Alaska”, scrive Thompson-Jones: “Anche prima di Donald Trump,
quattro presidenti hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di
comprarla. Secondo i sostenitori dell’espansionismo, il suo valore come ponte
verso l’Europa aveva la stessa valenza strategica dell’Alaska verso l’Asia (che
all’epoca era molto meno conosciuta di oggi); per i più visionari, entrambe le
regioni erano necessarie perché gli Stati Uniti ottenessero il completo dominio
dell’emisfero”.
> Per gli Stati Uniti, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana
> ossessione.
Alla luce dei propositi bellicosi e colonialisti del Presidente degli Stati
Uniti Donald Trump verso la Groenlandia è utile dunque ripassare innanzitutto la
considerazione nordamericana rispetto a questa zona d’interesse. Già nel 2019
Trump aveva dichiarato di voler comprare la Groenlandia. In realtà negli Stati
Uniti, l’idea circola già dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando
il segretario di Stato Seward contrattò non solo l’acquisizione dell’Alaska, ma
anche delle Indie Occidentali Danesi.
La caccia alla ricchezza delle terre rare per una vasta gamma di produzioni
industriali è intensa ovunque e alimenta il ricorso alla guerra. Nell’Artico ci
sarebbero ingenti riserve mondiali ancora da scoprire di petrolio e gas. “Oggi
la Groenlandia costituisce un vero punto nodale”, osserva Thompson-Jones: “Il
cambiamento climatico sta rapidamente sciogliendo gli spessi ghiacci che da
sempre la ricoprono. Alcuni dei suoi 56.000 abitanti fanno pressioni per
ottenere la piena indipendenza dalla Danimarca. Gli investitori stranieri – in
primo luogo cinesi – non nascondono i propri interessi. Non più inaccessibile
come un tempo, questa terra ha aperto le porte al turismo”.
Il libro di Thompson-Jones accende una luce sugli abitanti dell’Artico così poco
considerati nel dibattito internazionale. Esplora il loro senso per la tutela di
quell’universo che sta perdendo la propria identità. Vivono sulla propria pelle,
in prima linea il flagello degli effetti del cambiamento climatico: “Le loro
case sono state inghiottite dal mare, il loro stile di vita è stato devastato,
la loro salute e il loro benessere sono a rischio”, scrive Thompson-Jones: “Sono
consapevoli dei propri diritti e richiedono con sempre maggiore insistenza di
partecipare a qualunque tavolo dove si prendano decisioni politiche che
interessino l’Artico. Farlo senza consultarli è una scelta che non consente di
fare passi avanti”.
La storia ben dimostra quanto sia fallace ambire a una terra su una mappa senza
comprenderne la popolazione, la storia e l’ambiente.
L'articolo Lo specchio di dove sta andando il mondo proviene da Il Tascabile.
A ll’alba degli anni Novanta, quando la Iugoslavia cominciò a disintegrarsi
nell’esplosione di sanguinosi conflitti tra etnie fin lì vissute in pace, si
disse che la violenza di quelle guerre fosse il frutto di un odio che da secoli
covava, all’ombra di una quiete apparente sorvegliata da monasteri ortodossi e
chiese cattoliche, moschee e sinagoghe e garantita dal regime comunista del
maresciallo Tito, scomparso nel 1980. E tanto più si invocò quell’odio antico,
custodito in segreto da generazioni, per spiegare le atrocità che segnarono la
più feroce di quelle guerre, nella Bosnia-Erzegovina, teatro dell’ultimo
genocidio del Novecento e del ritorno in Europa dei campi di concentramento.
Per capire che cosa accadde allora e che cosa oggi resta, ecco un libro:
Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (2025), di
Gabriele Santoro. A un trentennio dalla firma degli accordi di Dayton che, nel
novembre 1995, posero fine ai massacri, costruendo una precaria architettura
istituzionale, Santoro ha ripercorso la valle della Drina, terra di confine tra
Serbia e Bosnia, per tornare a riflettere sulle ragioni della guerra, su vittime
e sopravvissuti, intrecciando il racconto all’analisi puntuale dell’oggi.
Scandito in tre blocchi – Storie, Paesaggi, Riflessi –, costruito secondo “un
ordine poroso”, che consente al lettore di entrare e uscire liberamente dai
capitoli, muovendosi con agilità dentro il testo, Nessun’altra casa vuol essere
“un mosaico”, non “un racconto totale” ma “una costellazione” che dia conto di
più punti di vista.
Il perno intorno al quale tutto ruota è la città di Srebrenica, teatro – appunto
– dell’unico genocidio in Europa del dopoguerra, certificato dalla Corte penale
internazionale per i crimini di guerra (8.372 uomini uccisi, tra i 14 e i 76
anni, solo perché bosgnacchi). La tragica parabola della città, da prospero
centro della Iugoslavia del maresciallo Tito a luogo svuotato dei suoi abitanti,
che “vive di elemosina” ‒ una parabola compiuta nell’arco breve dei primi anni
Novanta, con l’irrompere dell’armata del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić ‒,
è “la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci abbia
consegnato”. Ed è la dimostrazione che “la guerra resta un’apocalisse.
L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o subìto. Non è
scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
> La tragica parabola di Srebrenica è la dimostrazione che “la guerra resta
> un’apocalisse. L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o
> subìto. Non è scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
È una storia di ieri che parla dell’oggi. Perché quando si legge dei 20.000
“sacchi non individuali” ammassati a Tuzla nel deposito del Podrinje
Identification Center (il Centro di identificazione delle persone scomparse), il
pensiero corre ai sacchi neri che contengono i resti delle vittime della
repressione in Iran. Quando Santoro scrive delle menzogne della propaganda e del
controllo politico-militare sull’informazione che accesero e incendiarono le
ostilità interetniche, è difficile non ricordare la formula truffaldina
dell’“operazione militare speciale” evocata da Putin per mascherare l’invasione
dell’Ucraina. Ed è impossibile leggere delle vittime del genocidio gettate nelle
fosse comuni, dei corpi a volte smembrati e seminati in luoghi diversi per
rendere impossibili i riconoscimenti, senza pensare allo scempio delle vite dei
palestinesi a Gaza.
Così, trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una
lancinante profezia che nessuno si impegnò a decifrare. E se oggi si ragiona
dell’irresistibile declino dell’ONU nello sconquasso del vecchio assetto
geopolitico del pianeta, è bene ricordare che da tempo sulle pareti della base
di Potočari, dove nel luglio 1995 i civili bosgnacchi, donne, uomini, bambini in
fuga dalle armate serbo-bosniache del generale Mladić cercarono inutilmente la
protezione dei militari olandesi dell’ONU, si legge la scritta: “UN = United
Nothing”. E nessuno potrà mai convincere i sopravvissuti a quelle stragi che
l’Europa, nei loro confronti, non compì “un tradimento”, voltando le spalle.
Col rigore del giornalista d’inchiesta Santoro ricostruisce tempi e luoghi della
guerra, elenca il numero dei morti e degli scomparsi, i processi e le condanne,
ma è con la sensibilità dello scrittore – dell’“esperto di umanità”, per usare
le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi nella prefazione al volume – che
l’autore ascolta e restituisce le storie di chi è rimasto o è tornato in quella
Srebrenica che oggi appare come “una città dei morti”.
Dieci storie, di uomini e donne di tre generazioni, l’una diversa dall’altra, ma
tutte accomunate dall’aver attraversato l’atrocità della guerra senza lasciarsi
contagiare dall’odio, anzi badando a restarne immuni. Anche quando, come accade
a Muhamed Avdić, a guerra conclusa, incontra l’uomo che ha consegnato suo padre
ai carnefici e che riesce solo a balbettare l’eterno alibi dei complici: “Ho
fatto come mi è stato ordinato”. Orgoglioso di un padre che dal 1993 non ha più
rivisto e del quale ha inutilmente cercato il cadavere, Avdić dice a Gabriele
Santoro: “Lui scelse di non prendere le armi contro chi viveva nel suo stesso
palazzo. Ha fatto da scudo al proprio vicino di casa. Non ha mai usato un
linguaggio di odio”, scegliendo così, a differenza dei suoi assassini, “a quale
umanità appartenere”.
> Trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una lancinante
> profezia che nessuno si impegnò a decifrare.
L’intuizione più profonda del libro è che l’odio sia una costruzione politica.
Scrive Santoro: “Il rinfocolamento dell’odio etnico celava interessi di natura
politica, economica, territoriale e militare ben più sostanziali e decisivi
nell’architettura della guerra”. E lascia la parola a uno scrittore, uno dei
maggiori della letteratura balcanica contemporanea, Miljenko Jergović, che
propone una lettura perturbante delle “piccole guerre balcaniche, che insieme
componevano un unico grande conflitto – in cui i serbi avevano combattuto contro
bosgnacchi e croati, i bosgnacchi contro serbi, croati e altri bosgnacchi, i
croati inizialmente accanto ai bosgnacchi contro i serbi, poi alleati con i
serbi contro i bosgnacchi e infine di nuovo con i bosgnacchi contro i serbi”, in
luoghi in cui “fino allo scoppio della guerra, i figli di coloro che avrebbero
commesso il genocidio si innamoravano dei figli di coloro che ne sarebbero
diventate le vittime. E i bambini che nascevano erano il frutto del loro amore
reciproco”.
Un conflitto identico – è la tesi apparentemente paradossale di Jergović –
potrebbe scoppiare anche nel più pacifico villaggio svizzero: “Non appena le
leggi smettono di valere e una parte della comunità riceve le armi, mentre
l’altra resta disarmata, si creano le condizioni per lo scoppio di una guerra
sanguinosa”. A riprova della sua tesi, Jergović cita un fatto: “Oggi Srebrenica
è un luogo triste e terribile” che, però, “ogni sera si addormenta e ogni
mattina si risveglia senza che a nessuno venga in mente di andare a massacrare o
sgozzare i vicini”.
Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra
non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”. Anche perché,
per i sopravvissuti, il conflitto “non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo
tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della
violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è
difficile decifrare che cosa possa diventare”. Percorso da questa inquietudine,
il libro affronta i difficili nodi del presente, in una Bosnia impoverita che
gli accordi di Dayton hanno condannato a essere come “un’orchestra con tre
direttori”, dove la presidenza tripartita tra serbo-bosniaci, croati e
bosgnacchi governa un Paese di 4 milioni di abitanti con la proliferazione
incontrollata del sistema partitico. Un Paese ancora senza verità – o con “tre
mezze verità: serba, croata e bosgnacca” ‒ dove può pure accadere che i
criminali di guerra, da una parte e dall’altra, siano celebrati come eroi e
vivano liberi e sereni, sfiorando quotidianamente le donne che hanno stuprato o
gli orfani, ormai cresciuti, numerosi in un Paese dove la generazione dei padri
è stata sterminata.
> Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra
> non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”.
La scuola è forse il luogo dove con maggior evidenza si manifesta l’assenza di
una visione del futuro e, in qualche modo, si assiste alla custodia dell’odio,
sotto la supervisione di ben “dodici responsabili dell’Istruzione” (un ministro
per la Repubblica serba di Bosnia, dieci, uno per cantone, della Federazione di
Bosnia-Erzegovina, uno per il Distretto governativo di Brčko): “Esiste una parte
condivisa dei programmi, ma le materie considerate calde, che interrogano e
plasmano l’identità della coscienza nazionale e culturale, come storia, lingua,
geografia e letteratura sono sottoposte alla divisione etnica”. E, naturalmente,
le guerre jugoslave degli anni Novanta sono “fuori dai programmi di studio o
raccontate da una sola prospettiva”.
Questo libro offre una modalità di ascolto del dolore delle persone che non è
comune riscontrare. E non è una storia a lieto fine quella che Nessun’altra casa
racconta: “Ancora oggi i famigliari delle vittime continuano a sperare che da un
momento all’altro arrivi l’espiazione delle persone che hanno commesso crimini
che tuttora non ammettono. L’assenza di un riconoscimento reciproco è l’anello
mancante del dopoguerra”, constata con amarezza il cardinale Zuppi.
Nel buio del presente, Gabriele Santoro indica le poche luci che si accendono.
Per esempio, la scuola di rock di Mostar – la città del celeberrimo ponte, lo
Stari Most, dove “Oriente e Occidente si stringevano la mano”, meraviglia
dell’architettura ottomana, distrutto nel novembre 1993, oggi ricostruito ‒,
unica scuola dove le etnie si mescolano liberamente e celebrano festose
amicizie. O il Sarajevo Film Festival, diventato un appuntamento di rilievo
internazionale nella città che fu vittima del più feroce e lungo assedio della
storia contemporanea (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) e subì lo sfregio
dell’incendio di una biblioteca che custodiva un milione e mezzo di libri,
“patrimonio materiale e immateriale condiviso della Bosnia”.
Sarajevo è una tappa del viaggio di Santoro. Qui incontra tre donne: Nirha
Efendić, ricercatrice che, in un progetto di storia orale, ha raccolto le voci
dell’Associazione della Madri di Srebrenica; Adisa Bašić, oggi poeta e saggista,
che negli anni dell’assedio, adolescente, sfidava i cecchini pur di frequentare
un cinema nascosto in un seminterrato; Amila Kahrović-Posavljak, scrittrice
pluripremiata, che ha dedicato il suo ultimo libro agli stupri di guerra e che
grazie ai lettori, talvolta più coraggiosi degli editori, è arrivato fino a
Belgrado. Sono tre storie di resistenza e di rinascita.
“Le storie – scrive Santoro – servono a questo: a unire il passato e il futuro”.
Un futuro, se possibile, senza odio.
L'articolo Nessun’altra casa di Gabriele Santoro proviene da Il Tascabile.
N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña,
accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta
a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina,
attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale
militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo
durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice
della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna,
sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le
lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma
rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio
aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per
questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model,
quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e
che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si
possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento
dell’autonomia femminile nelle società occidentali.
Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e
rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui
fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando
a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la
compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a
pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che,
se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in
fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un
riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la
storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui,
scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili
trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
La storia che scalpita
Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel
presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European
Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di
Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e
la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte
urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non
è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno
cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è
lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la
documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui
campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui
parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e
corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse
elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure
per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia
esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario.
Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva
dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa
così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi
delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della
consapevolezza pubblica.
Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere
sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network
on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel
2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo
reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università
italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia
prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la
penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale
Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a
uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra
storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto
informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche,
fruibile e maneggiabile.
> Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
> culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia,
> il bisogno di mostrarne la tridimensionalità.
In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze
storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come
sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History),
“tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali,
nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in
espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal
presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In
Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli
scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una
negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla
ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto
all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e
società civile.
Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di
mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e
politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione.
La gabbia geopolitica
Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il
successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica –
termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV
generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua
versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel
disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie
calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di
attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e
discipline più caute come le relazioni internazionali.
La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono
della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione
geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti
lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità
del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del
tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su
un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti
del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita –
ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi,
delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno
concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia.
Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi
logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un
esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici
(operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che
condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli
eventi stessi.
> Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica
> pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni
> internazionali.
La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un
cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione
dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le
evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli
contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono
leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali
(la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche
(quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo
sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di
sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la
finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da
tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo
funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo
prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi
imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se
necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la
depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i
decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità
guidate da comportamenti per lo più immutati.
Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal
cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti,
sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza
originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta,
quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere
incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni
ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti
della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re
Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing
o del Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È uno
splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i protagonisti
cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che poi anche gli
stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul Richardson, ci
mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non di rado
muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società occidentali (
su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare l’assertività
con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima lezione
geopolitica.
La grammatica del disincanto
Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso
funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e
del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è
presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente
primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel
passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con
ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di
falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti
le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le
contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni
caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare:
retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende
plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle
stesse premesse già utilizzate.
Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non
si sottrae dal suggerisci che se alcuni continuano a dominare e altri a subire
una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel
Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale:
“I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno
capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la
leggerezza con cui parlano di storia”.
> Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
> stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica
> suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione
> deve pur esserci.
L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile
cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che
la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla
sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni
sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli
Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni
non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della
dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia.
Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano
questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di
maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della
guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto
al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di
fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili.
Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio
condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i
pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli
inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli
che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe
Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di
cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto
trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una
tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della
sua ascesa mediatica.
Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte
di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il
cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui
il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel
“deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le
scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum
thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo
svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in
competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto
riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola
la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di
ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie
aspettative negative trascurando invece le alternative.
Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna
chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo,
navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va
ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando
infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di
continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti,
dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un
messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano
frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non
soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere
molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già
dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani,
anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza
civile su scala planetaria.
DOMANDE SUL PRESENTE
Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della
geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri
fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano
forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma
in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio
geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o
delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia.
La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se
ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di
mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle
interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica –
può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini
nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le
relazioni tra spazio e potere non sono oggettive.
Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show,
negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un
monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti,
lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie
indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica
come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo
si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato
pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando
si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il
sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la
qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e
la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi
codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi
da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto
alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica
possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da
pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così
portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica
finisce per non essere neutra.
> La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È
> seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del
> presente.
Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al
progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per
condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica
odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto.
Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al
pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su
un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori,
lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni
ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei
singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle
pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale,
o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un
confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto
geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non
essere sovrastati.
Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la
geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive
del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo
di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che
fare.
L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
“H i, how are you?”.
Non so cosa l’abbia portato a scrivermi. Quando gli rispondo non so nulla di
lui.
Per mesi l’algoritmo di Instagram ha continuato a suggerirmi i profili di
giornalisti gazawi, quelli che negli ultimi due anni hanno lavorato sotto le
bombe. Il peso emotivo della loro duplicità è enorme: il loro mestiere li
costringeva a stare nello stesso tempo dentro e fuori dalla guerra. Uscivano a
scattare e a intervistare, spostandosi a piedi per ore e ore per raccontare una
storia, perché la benzina non c’era o costava troppo. Ma quando tornavano a casa
e si liberavano del giubbotto antiproiettile non trovavano un posto sicuro. I
bombardamenti e le sirene non erano meno lontani, bucavano le orecchie come di
giorno, come quando si lavorava sul campo. Molti di loro hanno raccontato su
Instagram e su Al Jazeera i loro stessi spostamenti forzati. Da Sud a Nord, e
poi di nuovo da Nord a Sud, e poi chissà dove. I loro figli, gli oggetti
lasciati a casa e quelli caricati nel retro di una macchina, la fame. Diventare
target dei proiettili israeliani. La loro stessa vita quotidiana, nella sua
concretezza, è diventata materiale giornalistico prezioso, in una lingua di
terra blindata da tutti i lati, il cui accesso è interdetto da due anni a
qualsiasi giornalista internazionale.
Il suo profilo di Instagram mi sembra simile a quello di tanti giornalisti che
ho incrociato durante questa guerra. “I’m fine”, gli rispondo. “Are you a
journalist?” Mi dice che no, non è un giornalista. È uno studente. “Do you live
in Gaza?”, gli chiedo ancora. “Yes, I am in Gaza”. Si chiama Malik, ha 17 anni.
Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve essere impossibile vivere
sotto assedio giorno dopo giorno, impossibile, in quelle condizioni, restare
lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente sotto il proprio sguardo.
Stava cercando un varco, voleva intercettare qualcuno che vive fuori per
stemperare il peso dell’angoscia. Da quel giorno è un amico di penna.
Malik Abu Raida fa parte della generazione più giovane dei gazawi, quella
sottoposta dalla nascita al blocco israeliano cominciato nel 2007. È originario
di Bani Suheila, un’area nella regione di Khan Younis, nel sud della Striscia.
La scuola è tra le prime cose che mi racconta. Il 7 ottobre 2023 aveva 15 anni.
Gli piaceva studiare. Anche la sua scuola, come la sua casa, è stata rasa al
suolo. Ne vedo le macerie nel reel che ha pubblicato mesi fa sul suo profilo. Lo
scorso dicembre l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di
Bani Suheila. Nell’ultimo anno lui e la sua famiglia sono stati costretti più
volte a prendere tutte le loro cose e a cercare un posto nuovo dove stare. Da
est a ovest, dalla casa di famiglia a quella della nonna, semidistrutta dai raid
israeliani. Da Rafah ad Al-Mawasi.
Il “displacement”, lo sradicamento dalla propria terra per volere dell’esercito
israeliano, è un trauma antico. I due terzi della popolazione di Gaza sono figli
e nipoti di famiglie evacuate dalla Palestina storica durante la Nakba, l’esodo
forzato della popolazione araba palestinese alla nascita dello Stato di Israele.
I nonni di Malik sono originari di Jaffa, nella Palestina storica. Jaffa era una
città importante per il popolo palestinese, è menzionata nella Bibbia e nella
mitologia greca. Per i palestinesi più anziani è un punto di riferimento nella
geografia fisica e in quella affettiva.
> Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve
> essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno. Impossibile, in
> quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente
> sotto il proprio sguardo.
Poi ci fu il 1948. Jaffa fu assorbita in quella che oggi è Tel Aviv, e i
palestinesi rimasti subirono una damnatio memoriae: cancellata la loro identità,
violata la loro storia, riscritta la loro geografia. Degli oltre 120.000
palestinesi di Jaffa, soltanto 3.900 sopravvissero alla pulizia etnica di
Israele. Vennero confinati nel quartiere Ajami, nella parte meridionale della
città, ed esclusi da qualunque processo decisionale. Prigionieri nella loro
stessa terra d’origine. Per gli altri fu la diaspora: in Giordania, in Libano,
in Siria, nella Striscia di Gaza, nei campi profughi.
Ho chiesto a Malik di raccontarmi questa storia. Si è preso del tempo e mi ha
lasciato un lungo messaggio pieno di dettagli, riportandomi i racconti del
bisnonno e le proprie considerazioni su quello che è accaduto dopo la Nakba,
dopo “la catastrofe”. Ibrahim, il nonno di sua madre, aveva 25 anni quando i
primi ebrei arrivarono nell’area di Jaffa. Allora i palestinesi lavoravano nelle
coltivazioni di arance succosissime e la vita era semplice e meravigliosa. Ben
presto i nuovi arrivati cominciarono a organizzarsi in gruppi violenti e a
depredare, invadere città e villaggi, prendere possesso delle terre con l’uso
della forza. I pionieri sionisti tentarono da subito di espandere il proprio
territorio costruendo insediamenti aldilà dei confini proposti per lo Stato di
Israele, con l’obiettivo di rivendicare tutta la Palestina per sé. I nativi
palestinesi non avevano armamenti in grado di competere con la forza degli
israeliani e non poterono fare altro che soccombere. Ma il diritto a ritornare è
un sentimento di tutto coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa, anche
ora che, con il genocidio, lo sradicamento è diventato duplice o triplice.
Dopo avergli raccontato questa storia, Ibrahim ha messo tra le mani del nipote
la chiave della casa di Jaffa, lasciata per sempre durante la Nakba. La chiave
di casa è il simbolo di quel diritto al ritorno che non può essere messo in
discussione neanche dalla più atroce forma di violenza. Malik mi ha scritto:
“Dobbiamo dirci chiaramente che lo Stato di Israele è nato sul sangue di bambini
e donne e sul massacro di persone innocenti”. Le sue parole sono piene di
rabbia, una rabbia fiera, consapevole. Gliela faccio notare, e lui mi chiede
cosa penso di quella rabbia. Penso che sia il suo modo di sfidare un presente
che lo vorrebbe incatenato e passivo. Che sia ciò che restituisce dignità a un
ragazzo in tempo di guerra, il modo in cui lo slancio vitale si conserva e
continua a sollevare la polvere.
Molti palestinesi esiliati nel 1948 ricordano la grande menzogna che la Nakba ha
lasciato dietro di sé: la promessa che in pochi giorni sarebbero tornati nella
loro terra non fu mai mantenuta, e non può esserlo ora più che mai. Quando Malik
mi ha raccontato questa storia, mi ha scritto “stiamo ancora aspettando di
tornare”. Ho pensato alla potenza di quel noi. Una storia così importante non
può restare dentro i confini della pelle di chi l’ha subita, esonda nei corpi di
figli e nipoti, trabocca fuori dall’individuo e diventa identità collettiva, un
calco nell’anima di un popolo in grado di trapassare le generazioni, come la
chiave di quella casa che non c’è più.
> Il diritto a ritornare è un sentimento di tutti coloro che hanno dovuto
> lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è
> diventato duplice o triplice.
E ora accade di nuovo. Quando Malik e la sua famiglia hanno lasciato Bani
Suheila, non sapevano se sarebbero tornati a casa, né quando questo sarebbe
accaduto. Hanno raccolto le cose essenziali e hanno lasciato il villaggio.
“Quando ce ne siamo andati io mi sentivo morire in ogni istante”. Da nove mesi
vivono in una tenda ad Al-Mawasi e aspettano. L’attesa è la cifra della loro
esistenza. Il pensiero del ritorno a casa affiora anche adesso che quella casa è
un cumulo di macerie. Si spera di tornare perché lì ci sono radici e legami,
perché la terra che ci vede nascere non può essere sostituita da nessun altro
rifugio, soprattutto se costruito nella precarietà, sotto costrizione, tra le
bombe. Se la vita è ridotta all’attesa in una tenda fragile e nessuna routine è
più praticabile, anche il pensiero è esule e non trova riposo. “Penso tanto e mi
sento sopraffatto”, mi ha scritto. “Non riesco più a concentrarmi”.
Conversazione dopo conversazione, sono entrata nella quotidianità ristretta
dall’occupazione. Nell’area umanitaria di Al-Mawasi, le mattine di Malik sono
dedicate allo studio: lascia la tenda troppo rumorosa, si siede in uno dei tanti
“cafe” che punteggiano la costa e segue le lezioni online tenute da insegnanti
di Gaza e della Cisgiordania. Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono
programmi scolastici strutturati e ognuno ha trovato il proprio modo per
continuare a studiare. Da pochi giorni è stato ammesso nella scuola in presenza,
nata vicino alla tendopoli in cui vive. C’era tanta gioia in questa notizia. Ha
aspettato nove mesi prima di riuscire a entrare in quella lista di studenti,
perché i ragazzi sono troppi e queste scuole di fortuna nate durante il
genocidio troppo poche. Deve essere stato doloroso, per un ragazzo studioso come
lui, rinunciare alla scuola e imparare a studiare da solo, come in un lockdown
più crudele e imprevedibile.
Ha imparato a fare i conti con la mancanza e la rinuncia forzata. Quando leggo
le sue considerazioni, mi chiedo come faccia a conservare la lucidità nonostante
ciò che ha dovuto vedere. Studia, procura il cibo per la famiglia, parla con le
persone, pianifica il suo futuro. Si è fatto portavoce di Gaza per giornalisti
internazionali che gli hanno chiesto delle interviste. Lo ha fatto con
gentilezza, ma anche con quella rabbia quieta e lucida. Una rabbia che non fa
sconti e mette al muro anche me.
Mi ha raccontato della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione con
sede nel Delaware, sostenuta da Stati Uniti e Israele, che lo scorso maggio ha
criminalmente monopolizzato la distribuzione di cibo nella Striscia, sopprimendo
tutte le altre associazioni umanitarie (circa 200) con l’obiettivo di gestire a
proprio modo la faccenda degli aiuti, per centellinare le calorie ammesse nella
Striscia e proseguire il programma di affamamento della popolazione di Gaza. Le
attività della fondazione sono partite con uno scopo programmatico chiaro:
soddisfare il bisogno di cibo a Gaza. Ma per tutti i mesi in cui
l’organizzazione ha operato sono rimaste molte opacità: non sono mai state
chiarite le fonti di finanziamento, né perché abbia impiegato dei contractor
americani armati per delle attività di natura ufficialmente umanitaria.
Il meccanismo di distribuzione degli aiuti, inoltre, è avvenuto con l’uccisione
sistematica dei palestinesi che si dirigevano verso gli hub della fondazione:
per tutto il periodo in cui la GHF ha operato, dallo scorso 27 maggio, i soldati
israeliani hanno sparato in maniera indiscriminata sui civili accalcati, con
l’obiettivo dichiarato di disperdere la folla che cresceva quando i siti di
distribuzione venivano aperti. Secondo fonti palestinesi, tra il 27 maggio e il
20 giugno attorno ai siti della GHF sono stati contati circa trecento morti. La
Striscia di Gaza ha un’area complessiva di circa 400 chilometri quadrati. Su
questo territorio, prima dell’arrivo della GHF erano distribuiti circa 400 siti
di aiuti umanitari adesso chiusi. Con l’inizio delle attività della GHF, i siti
di distribuzione si sono ridotti a quattro, tutti controllati dai militari, e
nessuno dei quali nel nord della Striscia: questo ha precluso l’accesso al cibo
a una porzione non indifferente della popolazione che è morta di fame o si è
ammalata per denutrizione.
> Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e
> ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare.
Uno dei quattro siti della GHF è nei pressi di Al-Mawasi. Malik ci è andato più
volte, spinto dalla fame della sua famiglia. È il più grande dei fratelli e
sente un forte senso di responsabilità verso di loro. In questi casi ha
trascorso la notte in spiaggia per poter raggiungere il sito il prima possibile
il giorno dopo, prima del levare del sole. La regola delle grandi distribuzioni
della GHF è “first come first served”, perciò occorre arrivare il prima
possibile, anche rinunciare a dormire per l’intera notte se necessario. “La
prima volta che ci sono andato non avevo idea di cosa mi aspettava ed è stato
tragico”, mi ha raccontato. Mi manda i video che ha fatto. “Quando sono
arrivato, ho visto che continuavano a sparare. Hanno sparato alla testa della
persona che mi stava accanto”. Conosco tutto questo attraverso l’informazione
italiana, ma quando il suo racconto arriva, dal corpo di un sopravvissuto a quel
laboratorio di massacri, mi trova impreparata.
Per un tragico effetto domino, la fame e l’insufficienza degli aiuti hanno
generato altre dinamiche nella Striscia. Ad esempio il mercato di cibo illegale.
C’è chi riesce a fare scorta di cibo dalla GHF e rivende quanto ottenuto a
prezzi altissimi. Dal momento che non ci sono banche aperte, anche il prelievo
di denaro da conto bancario avviene tramite intermediari che impongono
commissioni altissime. Nel periodo peggiore, durante la carestia dello scorso
inverno, Malik ha visto le commissioni arrivare al 53%.
Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Gli
chiedo di dirmi uno dei suoi più grandi sogni. Mi risponde senza esitazione. “La
fine della guerra, lasciare Gaza”. Probabilmente avrebbe amato vivere per tutta
la vita a Khan Younis, a pochi passi dal mare. Mi chiede quanto tempo passerà
prima di riabituarsi alla vita dopo questa lunga apnea di annullamento. Se
lasciasse Gaza si porterebbe dietro il peso della doppia assenza, l’inevitabile
marchio del rifugiato, che lo renderebbe estraneo alla propria terra di origine
una volta partito, e che lo renderebbe estraneo al Paese di arrivo perché nulla
sarà mai come Gaza, né come gli anni dell’infanzia trascorsi a Bani Suheila, tra
la scuola, la strada e la moschea, quando il pensiero della morte non aveva un
odore conosciuto.
È difficile immaginare un “dopo” anche se questo “dopo” avvenisse dentro una
lingua di terra annientata. Lo scorso agosto l’Organizzazione delle Nazioni
Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha condotto una valutazione
analizzando delle immagini satellitari della Striscia di Gaza. Già allora, il
98,5% dei terreni coltivabili era danneggiato o inaccessibile. Dopo il cessate
il fuoco, è stato stimato che circa l’80% dei palazzi di Gaza sono danneggiati o
distrutti, e che il 90% delle strade sono inaccessibili o non ci sono più. Malik
sa bene che oltre l’area umanitaria di Al-Mawasi ci sono chilometri e chilometri
di macerie: 40 milioni di tonnellate, secondo le stime di UNOSAT (United Nations
Satellite Centre). E che il ritorno alla vita sarà difficile e doloroso. “Sarò
una persona diversa,” mi scrive alla fine. “Cercherò di abituarmi di nuovo alla
vita, voglio scoprire le mie capacità, voglio imparare meglio l’inglese, voglio
costruire una nuova routine” ‒ bisogni fondamentali che per mesi ha dovuto
dimenticare. “E voglio ricordare al mondo il sacrificio della popolazione di
Gaza e denunciare i crimini di Israele. Lascerò ovunque il mio segno di
palestinese sopravvissuto al genocidio”.
> Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
> domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Mi
> ha chiesto: cosa pensi del 7 ottobre?
Le categorie mobilitate dall’Occidente per descrivere i palestinesi prima che
tutto cominciasse, ma soprattutto dopo, hanno disumanizzato un popolo e lo hanno
reso invisibile, assecondando il progetto coloniale di Israele. La questione
palestinese viene trattata come lo scomodo collaterale di un conflitto storico
in cui loro, comunque vada, non hanno mai voce. Da quando un filo invisibile mi
lega a Malik, passo tante ore ad ascoltarlo. “Il mondo osserva in silenzio ciò
che sta accadendo oggi,” mi ha scritto “ritardando qualsiasi vera soluzione o la
creazione di uno Stato palestinese. Ma quanto accaduto a Gaza il 7 ottobre, e
tutto quello che c’è stato dopo, è il risultato del silenzio del mondo e della
sua negligenza nei confronti della causa palestinese”. La sua voce è la voce di
un popolo che non ha paura di raccontarsi le proprie sofferenze, che ha
interiorizzato l’attesa: di un futuro, di un riconoscimento, di una rinascita.
Poco prima del cessate il fuoco abbiamo discusso della resistenza palestinese.
Non gli ho scritto subito le mie considerazioni. Allora, dopo qualche giorno, è
ritornato sull’argomento. Ha scritto “Adesso però voglio una risposta” e mi ha
chiesto: “Cosa pensi del 7 ottobre?”. Tutto ciò che conosco su Hamas e sul
conflitto israelo-palestinese l’ho studiato dalla storiografia occidentale. Gli
dico che la versione ufficiale di questa storia, quella diffusa in Occidente, è
profondamente coloniale, che nelle scuole italiane si parla di rado di
occupazione e di suprematismo sionista. Gli dico che l’Europa, incapace di
elaborare la colpa originaria della Shoah, sta continuando a sostenere uno Stato
genocida, coprendo i propri rimossi con la forza politica di cui gode. Gli
scrivo tutto questo, ma in realtà sto cercando di prendere tempo. Mi chiede:
“Bene, e cosa ti hanno insegnato i colonialisti?”. Mi fa il verso, risponde
piccato alle mie premesse autoassolutorie. Tra le righe ingessate e telegrafiche
dei messaggi WhatsApp, avverto la sua urgenza di capire come la penso.
Percepisco, oltre ogni morale e ogni retorica, la vitalità senza condizioni di
un ragazzo sotto assedio, che non ha potuto scegliere un’esistenza disimpegnata
perché anche la terra dove ha imparato a camminare non è mai stata gratuita né
scontata.
Il giorno della firma dei primi accordi tra Israele e Hamas, il 9 ottobre 2025,
i gazawi erano in festa. Il mio feed di Instagram si è riempito di video della
loro esultanza: dopo 730 giorni, sono i primi reel rincuoranti dei giornalisti
di Gaza rimasti in vita. Malik era gioioso: poteva tornare alla vita, poteva
lasciare l’area umanitaria per alcune ore, poteva spostarsi liberamente nella
Striscia. Appena le truppe israeliane hanno lasciato l’area di Khan Younis,
Malik è tornato a casa. Voleva vedere cosa è cambiato in questi mesi. Era
impaziente e terrorizzato all’idea di non trovare la casa della nonna, che era
ancora parzialmente salva il giorno in cui si erano trasferiti ad Al-Mawasi. È
partito da solo, ha dormito vicino al mare e la mattina successiva è arrivato.
La casa della nonna era distrutta. Mi ha mandato un video: un lungo slalom tra i
ruderi. In quei cumuli di pareti macerate, muri portanti bucati, funi di acciaio
a vista, emergevano gli spazi di una casa, i luoghi di un’intimità violata: un
frigo, una credenza di legno, lo schienale blu di un divano polveroso. Secondo
Malik quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non hanno
più forze per pensare che all’essenziale: le protesi per i bambini amputati, la
ricostruzione di intere città ‒ e con quali soldi, poi?
Inoltre, per il momento questa tregua non sembra aver posto fine all’assedio. Le
forze armate israeliane continuano a controllare larghe porzioni della Striscia.
In alcune giornate, nonostante gli accordi in lavorazione tra Israele e Hamas,
hanno bombardato. Malik e i suoi hanno sentito quelle bombe da Al-Mawasi, ed è
tornata quell’angoscia che per due anni è stata così familiare. È tornato il
terrore che la storia possa ripetersi: lo scorso gennaio un cessate il fuoco era
stato già dichiarato, ma dopo poche settimane era sfumato. Se una qualche “pace”
proseguirà, il progetto di Malik è di trovare soldi per la ricostruzione, in un
modo o nell’altro. Vuole restituire una casa ai suoi prima di lasciare la
Striscia e continuare gli studi lontano da questo inferno. Mi dice che fin
quando i firmatari degli accordi di pace non saranno palestinesi interessati
davvero alla popolazione di Gaza, l’occupazione non cesserà. E porterà, presto o
tardi, a nuova sofferenza.
> Quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
> Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
> innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non
> hanno più forze per pensare che all’essenziale.
La mancanza di casa che era di Ibrahim, il bisnonno, adesso la sente lui, figlio
di un duplice esilio. Quella mancanza è parte della memoria storica di un popolo
che ha organizzato gran parte della propria identità sul dolore della perdita.
In queste settimane gli ho scritto più volte “sentiti libero di fermarmi se le
mie domande sono inopportune”. L’ultima volta che l’ho fatto, mi ha chiesto
perché mai dire la verità dovrebbe essere inopportuno. “Perché la verità è
dolorosa”, gli dico, e lui mi risponde: “Ma il dolore è ciò che ci rende vivi. È
il motivo per cui resistiamo”.
L'articolo Voci da Gaza proviene da Il Tascabile.
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di
Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da
qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori,
commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda
italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività.
Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni
paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un
obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei
cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati.
In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei
quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte
all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che
pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così,
bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente
sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra
capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”:
nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi
lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione
industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale.
Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto
delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato
segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno
caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare –
conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad
approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in
fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono
teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che
misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti
gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale
notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di
un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita
politica ed economica italiana.
Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione
mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero
del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere
negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano
imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate
rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e
contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano
politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di
governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito
comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase
di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di
ristrutturazioni industriali su scala globale.
> Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle
> grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla
> ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso
> clima sociale.
In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di
linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era
ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È
Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta
l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di
montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed
effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista
indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia
l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra.
Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è
proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare
spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e
sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà
l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto.
Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di
crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori
sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato
ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio
l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare
Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e
sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità,
ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un
decennio di protagonismo operaio.
Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione
per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica
ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di
proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando
lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli
stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un
carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una
mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della
fabbrica per manifestare solidarietà agli operai.
> È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo
> soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo
> scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo
> ciclo storico volge al termine.
La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di
compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la
procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione
di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati
più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla
rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una
vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi.
È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi.
Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono
sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta
dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di
fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro
i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti.
Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una
strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di
convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il
conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso
fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto
impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila
sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata.
Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova
dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero
anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma
inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito
schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio,
mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme
impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle
diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di
solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di
sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe
questo tabù.
Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti
all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente
timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa
aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano
la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno
scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà
di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio,
dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese
visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle
confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente.
> Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e
> lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai
> di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo
> scoperto.
Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella
spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano
indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli
stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del
personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di
fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire
per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su
posizioni estreme “per una falsa unità di classe”.
Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)
torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire
agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più
sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale
che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per
migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra
il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita
a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel
tessuto operaio torinese.
I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli,
stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali,
i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti
civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di
fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò
in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa
moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica.
Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno
alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i
cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver
frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale
che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi
progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una
ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte
del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa”
economica.
> La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto
> movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai
> combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
“Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in
un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo
ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”,
ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo,
quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello
produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa
standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in
crisi definitiva.
Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come
altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare
profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso:
robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980,
avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti,
introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima
utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee
automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare
concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena
centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen.
La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività
era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa
appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”.
In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa
dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine:
“flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e
instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese
(toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e
filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia
era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si
riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano
nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali,
impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena
diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di
operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più
concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito
della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per
molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà.
Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la
recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di
crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del
cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello
globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno
di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura
di “nuovo Rinascimento” italiano.
> La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova
> centralità del “fattore impresa”.
Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche
dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia
degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù”
di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei
vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto
che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il
sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi
sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della
concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna
mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto
di quelle degli anni Sessanta e Settanta.
A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un
evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il
tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale
concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista,
organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma
mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del
1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo
italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della
globalizzazione nascente.
Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto
altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi,
le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra
lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il
declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi
amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e
l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità,
rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo,
l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a
piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono
realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei
quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di
ristrutturazione che prosegue ancora oggi.
La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale
come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni
dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la
marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la
figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti,
Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti
e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori
precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In
definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo
delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei
diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili.
> La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove
> divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
> garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali),
> dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere
> contrattuale.
Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei
quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con
l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i
segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale
nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe
evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola,
insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei
rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo
senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il
mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per
l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende
irreversibile e visibile a tutti.
Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia
la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca
in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso
dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe
espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa.
La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei
lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni
stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un
autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura
operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il
mondo del lavoro contemporaneo.
L'articolo La marcia dei quarantamila proviene da Il Tascabile.