La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E,
se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le
sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso,
due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una
legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e
Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione
della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi.
Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca,
tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In
particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme
sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura
Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica
gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e
degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e
delle apparecchiature radio.
IL CONTO SALATO PAGATO DALL’ITALIA
Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis
Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata
dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha
versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia
dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari
europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle
69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto
dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un
terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione
2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e
l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in
materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31
dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni
per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per
quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque
reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di
quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si
sono aggiunge quelle appena aperte.
IL RECEPIMENTO NON CORRETTO DELLA DIRETTIVA SULLE ACQUE
Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di
costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per
il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso
l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la
gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di
istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con
l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e
laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di
pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di
inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare
periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse,
per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario,
aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la
registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso
dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni
non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità
possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli
obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere
e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una
risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere
motivato.
LA MESSA IN MORA PER IL CONTROLLO DELL’ARIA
La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione
per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento
atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle
emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva
riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto,
composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni
Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con
riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di
controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni
quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo
in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono
limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto
stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi
solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento
richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e
porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in
Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.
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legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni) proviene da
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