La crisi idrica in Italia pesa sulle tasche dei cittadini. Il Paese è tra i più
esposti, in Europa, allo stress idrico dovuto a piogge meno frequenti ma più
intense, che non risolvono i problemi di siccità, ma ne portano di nuovi. E la
gestione dell’acqua, così com’è, non aiuta. La Giornata mondiale dell’acqua, che
si celebra ogni 22 marzo, è anche l’occasione per fare il punto sui costi. Tra
bollette e ricadute. Chi paga per le carenze? Come si finanzieranno gli
investimenti necessari? In Italia, la bolletta continua ad aumentare (anche se
le tariffe sono tra le più basse d’Europa): 528 euro in media nel 2025 per una
famiglia tre persone un consumo annuo di 182 metri cubi, ossia il 30 per cento
in più rispetto al 2019. Sono saliti anche gli investimenti, arrivati a 106 euro
all’anno per abitante. Solo che il settore si trova in un passaggio cruciale. A
metà 2025 risultava concluso solo il 2% degli interventi Pnrr, con un ulteriore
51% in fase di collaudo e c’è molta attenzione a ciò che accadrà agli
investimenti al termine dei fondi straordinari europei. Un quadro ricco di
cambiamenti quello descritto da associazioni e organizzazioni. Le nuove sfide,
però, sono appesantite da una serie di problemi (per lo più vecchi): l’Italia è
il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale e il terzo per consumo
domestico di acqua potabile, nelle rete di distribuzione si perde circa il 38%
per cento dell’acqua immessa, mentre sono ancora troppo indietro i progetti che
puntano anche recupero e Roma conta ormai sei procedure europee di infrazione
attive, una relativa alle acque potabili, una relativa alla direttiva nitrati e
quattro su fognature e depurazione. A gennaio 2026, si è aggiunta l’apertura di
un’ulteriore procedura per la direttiva quadro Acque. Tutto ciò non può più
permetterselo il Paese dove siccità, alluvioni e mancato riciclo costano 227
euro a testa all’anno, il doppio della media europea (112 euro), pari a 13,4
miliardi. Come se l’economia si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno.
SENZA ACQUA SALTA IL 20% DEL PIL ITALIANO
Il Libro Bianco 2026 della Community Valore Acqua del think tank Teha (The
european house Ambrosetti) si mette a fuoco il problema centrale: “L’Italia è
sempre più esposta allo stress idrico, con poca o troppa acqua nei momenti
sbagliati, difficoltà nella raccolta o nella gestione”. La crisi dell’acqua, che
nel 2025 in Italia ha visto oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense e 139
allagamenti urbani (nei primi anni duemila erano rispettivamente 45 e 3
all’anno) genera impatti consistenti sul sistema produttivo. A cominciare
dall’agricoltura, che nell’ultimo decennio ha subito un calo della produzione
del 7,8%. Nel 2024, i danni legati ai cambiamenti climatici per l’agricoltura
hanno raggiunto 8,5 miliardi di euro. “Senza acqua salta il 20% del pil
italiano” ha avvertito Valerio De Molli, ceo e managing partner di Teha Group,
sottolineando che l’acqua è un elemento fondamentale anche per industria,
energia e data center e abilita complessivamente 384 miliardi di euro di valore.
“Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti,
modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere
su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua
lungo l’intera filiera” spiega Molli, ricordando che il ciclo idrico esteso, che
comprende gestione, provider tecnologici, e consorzi di bonifica “ha generato
11,2 miliardi di valore aggiunto nel 2024, 31 miliardi considerando l’indiretto
e l’indotto”.
COSA ACCADRÀ A CONCLUSIONE DEL PNRR: LA TARIFFA NON BASTA
La tariffa del servizio idrico in Italia, principale fonte di finanziamento
degli investimenti attuali e futuri, pur cresciuta fino a 2,5 euro al metro cubo
nel 2024, resta tra le più basse d’Europa: il 30% sotto la media Ue. Nel
triennio 2023-2025 la tariffa ha sostenuto gli investimenti per il 67% del
totale. Tuttavia, con il concludersi del ciclo di finanziamento del Pnrr “il
nodo degli investimenti diventa decisivo” ha osservato Benedetta Brioschi,
partner Teha. Secondo i gestori del Servizio idrico integrato rappresentati
dalla Community Valore Acqua, la tariffa non sarà sufficiente a sostenere il
fabbisogno del settore: “Il capitale privato dal 2027 potrebbe coprire il 18%
degli investimenti complessivi, che potrebbero arrivare fino a 98 euro pro
capite rispetto agli 83 previsti dal 2027 senza l’apporto del Pnrr”. Anche
Cittadinanzattiva, nel suo rapporto sul servizio idrico integrato, a cura
dell’Osservatorio prezzi e tariffe, lancia l’allarme sul cosiddetto ‘effetto
scalino’: il rischio di un crollo degli investimenti al termine dei fondi
straordinari europei. “Gli investimenti nel settore idrico – spiega – sono
passati da una media di 66 euro annui per abitante nel 2021 a 106 euro nel 2026
(ultimo anno del Pnrr, la cui attuazione ha dato una spinta). Fino al 2029 si
prevede una fisiologica riduzione di circa il 10%”. Una questione affrontata
anche nel Blue Book 2026. Nella monografia completa dei dati del servizio idrico
realizzata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, si sottolinea
che l’aumento degli investimenti ha portato a una maggiore la qualità del
servizio, salvo nei casi di alcune gestioni ‘in economia’ da parte di enti
locali – specie al Sud – che mostrano criticità. Secondo Luca Dal Fabbro,
presidente di Utilitalia, “ora è necessaria una quota di contributo pubblico di
almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi 10 anni, per portare avanti un
piano straordinario di interventi per assicurare la tutela della risorsa e del
territorio, che non può ricadere unicamente sulle tariffe”. Come ricorda
Cittadinanzattiva, una eventuale crescita della tariffa “deve anche confrontarsi
con l’accettazione pubblica”, perché anche se la tariffa italiana è attualmente
tra le più basse dell’Unione Europea “oltre la metà dei cittadini italiani (56%)
reputa già ‘alto’ o ‘molto alto’ il costo del servizio idrico. Ma sono diverse
le criticità su cui lavorare.
LE CRITICITÀ DA RISOLVERE ALLA LUCE DELLA ‘BANCAROTTA IDRICA’
Necessità resa ancora più impellente alla luce dei cambiamenti climatici, che
hanno portato a una situazione di ‘bancarotta idrica’ a livello mondiale e delle
nuove direttive europee, che imporranno standard più stringenti sulla qualità e
sul trattamento delle acque. L’Italia non è solo il primo Paese in Europa per
consumo di acqua minerale (249 litri pro capite, contro una media di 91), ma è
anche il terzo in Europa per consumo domestico di acqua potabile (62 metri cubi
pro capite all’anno, mentre la media europea è di 45). Mentre, sul campione del
Blue Book, che conta oltre 324mila chilometri di rete, il 30% ha più di 30 anni
e perdite medie del 37,9%. Criticità sono registrate anche sul fronte della
continuità del servizio con oltre un milione di cittadini che nel 2024 ha subito
razionamenti idrici, degli allagamenti (fino a 27 episodi ogni 100 chilometri
nel Sud) e del riutilizzo delle acque reflue, fermo al 3,4% a fronte di un
potenziale del 13,4%. La Community Valore Acqua ha aggiornato anche per il 2026
l’analisi sul posizionamento dell’Italia e dei principali Paesi europei
(compreso il Regno Unito) nella gestione sostenibile della risorsa idrica, con
l’indice ‘Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026’, che tiene conto di
39 indicatori. L’Italia è al diciannovesimo posto, a significativa distanza dai
Paesi con le migliori performance, come Danimarca, Paesi Bassi, Germania. E
comunque dopo Francia, Regno Unito, Spagna e Portogallo.
LA DIFFICOLTÀ AD ADATTARSI AL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Eppure l’Italia è uno dei Paesi che fa più da vicino i conti con il cambiamento
climatico, tra alluvioni, allagamenti e periodi di siccità. Come certifica Ispra
in queste ore, nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a
963,4 millimetri (circa 291 miliardi di metri cubi), in calo di circa il 9%
rispetto al 2024, un anno particolarmente piovoso. L’Italia è il quarto Paese in
Unione Europea per stress idrico e quattro delle sette regioni europee con uno
stress idrico massimo sono italiane (Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia). Ma
il problema della siccità al Sud è l’altra faccia della medaglia rispetto a
quello delle precipitazioni nevose e la scomparsa dei ghiacciai al Nord e anche
al Centro. Quelli delle Alpi e dei Pirenei sono tra i più vulnerabili alla crisi
climatica. Tra il 2000 e il 2023 hanno perso circa il 39% della loro massa e, se
il trend continuerà, entro il 2050 gran parte dei ghiacciai sotto i 3.500 metri
in Europa centrale scomparirà. Sulle Alpi italiane, inoltre, i giorni con neve
al suolo sono diminuiti in media di 20-30 giorni rispetto ai primi anni 2000,
con deficit dell’equivalente idrico della neve fino al 70%. Ne derivano effetti
rilevanti sulla disponibilità di acqua, sulla portata dei fiumi, sulla
produzione idroelettrica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. A fare il
punto l’Atlante dell’Acqua 2026 di Legambiente. Nei giorni scorsi, l’Autorità di
Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale ha presentato il Rapporto “Dati
climatici e risorse idriche 2025”che fotografa una situazione critica per
un’area di oltre 42mila chilometri quadrati che coinvolge sette regioni e nove
milioni di abitanti. Le precipitazioni nevose nel 2025 sono risultate inferiori
all’81% della media storica, i laghi naturali hanno registrato minimi storici e
oltre 1.300 interventi emergenziali sono stati necessari in centinaia di comuni.
La siccità nel Distretto dell’Appennino Centrale non è più dunque un fenomeno
stagionale, ma una condizione strutturale.
L'articolo Giornata mondiale dell’acqua: la crisi idrica in Italia costa il
doppio rispetto alla media europea proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E,
se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le
sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso,
due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una
legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e
Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione
della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi.
Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca,
tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In
particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme
sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura
Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica
gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e
degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e
delle apparecchiature radio.
IL CONTO SALATO PAGATO DALL’ITALIA
Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis
Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata
dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha
versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia
dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari
europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle
69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto
dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un
terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione
2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e
l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in
materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31
dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni
per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per
quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque
reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di
quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si
sono aggiunge quelle appena aperte.
IL RECEPIMENTO NON CORRETTO DELLA DIRETTIVA SULLE ACQUE
Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di
costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per
il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso
l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la
gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di
istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con
l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e
laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di
pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di
inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare
periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse,
per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario,
aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la
registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso
dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni
non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità
possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli
obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere
e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una
risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere
motivato.
LA MESSA IN MORA PER IL CONTROLLO DELL’ARIA
La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione
per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento
atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle
emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva
riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto,
composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni
Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con
riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di
controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni
quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo
in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono
limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto
stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi
solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento
richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e
porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in
Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.
L'articolo Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia. Metà
legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni) proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Accompagnata da una drammatica fotografia del Lago Mead, il più grande lago
artificiale degli Usa, è uscita in questi giorni la nuova puntata di Tracking
Extinction, il magazine indipendente curato da Elisabetta Corrà, una delle
maggiori esperte in Italia di problematiche in tempi di Antropocene e di sesta
estinzione (ricordando il drammatico libro di Elizabeth Kolbert). Questa volta
il tema è l’acqua e questo il drammatico esordio: “Siamo entrati, ora è
ufficiale, in una ‘water bankruptcy’, la bancarotta idrica globale, che segna
l’ingresso dell’umanità e della Terra in una nuova era”.
Per decenni l’umanità ha prelevato più acqua di quanta clima e idrologia
terrestre ne potessero ripristinare. La disponibilità di acqua dolce sul Pianeta
(e quindi il ciclo globale dell’acqua: evaporazione-precipitazioni-stoccaggio di
CO2 nei ghiacci perenni) ha cioè superato il punto di non ritorno, la “soglia di
sicurezza” del Sistema Terra (safe planetary boundary). Siamo in “water
overshoot”.
Ma Elisabetta non è un’allarmista, è una studiosa seria e documentata e se parla
di bancarotta del ciclo dell’acqua lo fa perché ci sono studi che sostengono
tale tesi. In particolare, questa volta, si tratta di un documento licenziato da
un organismo super partes lo United Nations University Institute for Water,
Environment and Health (UNU-INWEH), uno dei “bracci accademici” delle Nazioni
Unite, creato nel 1996. E forse non è un caso che lo studio venga subito dopo
che le Nazioni Unite hanno decretato il 2025 come l’anno internazionale per la
conservazione dei ghiacciai. Quei ghiacciai che si stanno estinguendo al ritmo
di circa 800 all’anno, anche se di pochi si celebrano i funerali…
E, a proposito di numeri, l’articolo ne riporta alcuni che definire terribili è
poco: almeno tre quarti della popolazione mondiale vive ormai in regioni con
carestia idrica permanente; il 70% delle maggiori falde acquifere del mondo è in
declino; negli ultimi cinquant’anni sono scomparsi 410 milioni di ettari di zone
umide, quasi la metà nell’Unione Europea; l’acqua dolce non solo è sempre più
inquinata (derivati chimici industriali, residui di prodotti farmaceutici,
fertilizzanti, pesticidi, acque di scolo, salinizzazione), ma anche sempre più
contaminata da feci animali.
E qui si aprirebbe l’altrettanto drammatico tema di quanta acqua viene
utilizzata per alimentare colture intensive che a loro volta alimentano animali
da macello. Così Raveh Madani, principale autore del report e direttore della
UNU-INWEH: “Il problema con espressioni come water stress e water crisis è che
questa terminologia suona come temporanea e gestibile, quindi fallisce nel
comunicare correttamente la perdita di resilienza del circolo globale
dell’acqua. Queste parole non comunicano, in sostanza, che queste sono
condizioni irreversibili”.
In ultimo vale la pena sottolineare che l’articolo e il report escono proprio
nei giorni in cui è in corso a Davos il Forum Economico Mondiale, ossia il
summit del capitalismo mondiale, che finché esisterà (il capitalismo intendo)
abbiamo la certezza che la salute della Terra in tutti i suoi elementi andrà
sempre più peggiorando. E lo scioglimento dei ghiacci dell’Artide sarà solo
un’occasione per far viaggiare più velocemente le merci.
L'articolo Siamo entrati nell’era della ‘bancarotta idrica’. A qualcuno importa?
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un errore di valutazione sulla capienza della diga Garcia. È questa la causa
della nuova crisi idrica che in pieno autunno sta colpendo la provincia di
Trapani, nonostante le piogge delle ultime settimane. Un errore che, secondo
quanto risulta al fattoquotidiano.it, potrebbe essere stato commesso dal
Consorzio di bonifica, l’ente pubblico regionale che si occupa dell’irrigazione
dei terreni e dunque gestisce la diga, decidendo i prelievi d’acqua. Passaggi
calcolati sulla base di una valutazione sbagliata: hanno stimato in due milioni
di metri cubi l’acqua presente nella diga Garcia, il lago artificiale che serve
l’acquedotto Montescuro, da cui si approvvigionano venti comuni del Trapanese.
ETERNA SICCITÀ
Secondo i calcoli l’acqua era sufficiente fino a febbraio, ed è per questo
motivo che è stata usata per uso irriguo, cioè in ambito agricolo. D’altronde è
a questo scopo che era nata la diga, che dal Palermitano (si trova nei pressi di
Corleone) serve Trapani, Misiliscemi e alcuni comuni della valle del Belìce. Nel
tempo tuttavia è stata utilizzata anche per uso potabile. Gli ultimi prelievi
per uso agricolo, concessi proprio perché basati su questo errore di
valutazione, hanno però ridotto la presenza di acqua al punto che si è dovuto
provvedere d’urgenza. La previsione adesso è che le scorte si esauriranno entro
dicembre. Già da tre giorni l’erogazione idrica è stata interrotta a Trapani e
negli altri comuni, per permettere a Siciliacque – la società che gestisce
l’approvvigionamento idrico – di agganciarsi alle riserve dell’acquedotto della
Bresciana.
L’INCHIESTA SU CUFFARO
Resta il dubbio sull’errore di valutazione relativo alla capienza della diga:
come è stato possibile commetterlo? E da chi è stato commesso? Interpellato sul
punto dal fattoquotidiano.it, Fulvio Bellomi, commissario straordinario per
l’emergenza idrica in ambito agricolo, ha preferito non rispondere. Sul
direttore generale del Consorzio di bonifica, Gigi Tomasino, pende invece una
richiesta di arresto della procura di Palermo, nell’ambito dell’inchiesta
anticorruzione che ha Totò Cuffaro come indagato principale. “Nostro direttore
del consorzio”, lo chiamava l’ex governatore, al quale Tomasino è molto vicino,
stando alla richiesta di misura dell’ufficio inquirente guidato da Maurizio de
Lucia. I pm accusano Tomasino di avere condizionato tramite “collusione e
accordi occulti”, le procedure per affidare lavori pubblici, insieme a Cuffaro e
all’imprenditore Alessandro Vetro. L’ipotesi è che quest’ultimo abbia consegnato
una tangente da 20-25mila euro all’ex presidente, che avrebbe dovuto girarla a
Tomasino. Durante l’interrogatorio preventivo, il direttore del Consorzio di
bonifica ha negato ogni addebito. Sulle richieste di arresti domiciliari si
esprimerà nei prossimi giorni la gip Carmen Salustro.
IL CASO DEI DISSALATORI
Ma i problemi dell’approvvigionamento idrico non si fermato qui. La scorsa
estate, infatti, la Regione siciliana aveva attivato tre dissalatori, uno dei
quali proprio a Trapani, precisamente a Marsala, al largo della Saline. Peccato,
però, che l’impianto non avesse un aggancio a una rete elettrica, dunque finora
ha funzionato grazie all’uso di gruppi elettrogeni. Negli scorsi giorni è stato
finalmente attivato l’aggancio alla rete Enel: l’acqua arrivata dal dissalatore,
però, non basta a garantire il fabbisogno dei comuni della zona. Nel Trapanese,
dunque, per garantire l’approvvigionamento idrico si userà un sistema integrato:
al dissalatore si affiancheranno gli acquedotti, con un sistema di bilanciamento
tra la diga Garcia e la condotta Bresciana.
“ERRORE-ORRORE”
Nel frattempo, però, sono gravi i disagi della popolazione: “Un errore-orrore.
Spero che la presidenza della Regione voglia andare a fondo per capire chi e
perché ha creato quella che di fatto è un’interruzione di pubblico servizio”,
dice Giacomo Tranchida, sindaco di Trapani. E continua: “Dobbiamo ringraziare la
Protezione civile che con le autobotti ci ha permesso di tamponare la
situazione, ma i disagi sono di certo molto gravi. Ci sono migliaia di case
senza una cisterna sufficiente a sopperire alla mancanza di acqua: in centro
storico abbiamo tre famiglie con una cisterna di 1500 metri cubi, faticavano con
un’erogazione a singhiozzo ogni 48 ore, figuriamoci adesso con un’interruzione
di addirittura 3-4 giorni”.
L'articolo Errore di valutazione sulla diga: Trapani e altri 20 comuni
senz’acqua pure a fine autunno (e con le piogge) proviene da Il Fatto
Quotidiano.