La Commissione europea presenta il conto a suon di procedure di infrazione. E,
se il 2025 è finito male, il 2026 non è certo iniziato molto meglio. Dopo le
sette procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia arrivate l’anno scorso,
due avviate a dicembre scorso con altrettante lettere di messa in mora (una
legata al mancato rispetto della direttiva sulla qualità dell’aria a Napoli e
Palermo) e cinque portate avanti da Bruxelles (di cui tre su rifiuti, protezione
della natura e rinnovabili), ancora una volta è l’ambiente a dare grattacapi.
Delle sei diverse lettere di messa in mora che aprono procedure nuove di zecca,
tre riguardano temi legati direttamente o indirettamente all’ambiente. In
particolare, violazioni della direttiva acque, mancato rispetto delle norme
sulla qualità dell’aria (che dovrebbe essere una priorità dato che la Pianura
Padana è una delle aree più inquinate d’Europa) e della direttiva che semplifica
gli obblighi di segnalazione in alcuni settori, tra cui quello degli alimenti e
degli ingredienti alimentari, del rumore esterno, dei diritti dei pazienti e
delle apparecchiature radio.
IL CONTO SALATO PAGATO DALL’ITALIA
Come ricordato qualche settimana fa dal commissario Ue all’Economia, Valdis
Dombrovskis, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata
dall’esponente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, “dal 2012, l’Italia ha
versato 1,2 miliardi di euro in seguito a sentenze della Corte di giustizia
dell’Unione europea in procedure di infrazione”. Il Dipartimento degli Affari
europei ha pubblicato l’ultimo aggiornamento ufficiale l’11 dicembre 2025: delle
69 procedure di infrazione a carico dell’Italia (55 per violazione del diritto
dell’Unione e 14 per mancato recepimento di direttive), ben 24 – quindi circa un
terzo del totale – riguardano l’ambiente. E, di fatto, stando alla relazione
2025 della Corte dei Conti sui Rapporti finanziari con l’Unione europea e
l’utilizzazione dei fondi (dati 2024), solo per le procedure d’infrazione in
materia ambientale l’Italia ha dovuto sborsare più di 800 milioni di euro. Al 31
dicembre 2024, infatti, ammontava a 888 milioni di euro il costo delle sanzioni
per le quattro procedure arrivate a una seconda sentenza, più di 800 solo per
quelle avviate per le discariche abusive (2003), il trattamento delle acque
reflue urbane (2004) e l’emergenza rifiuti in Campania (2007). E si parla di
quattro procedure, mentre ne restano aperte ancora 69. A cui, evidentemente, si
sono aggiunge quelle appena aperte.
IL RECEPIMENTO NON CORRETTO DELLA DIRETTIVA SULLE ACQUE
Tra le sei procedure avviate dalla Commissione Ue con una lettera di
costituzione in mora, c’è quella (aperta anche per Danimarca e Lussemburgo) per
il mancato recepimento corretto della Direttiva quadro sulle Acque, compreso
l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni per la
gestione delle acque. La direttiva, infatti, impone agli Stati membri di
istituire un programma di misure per ciascun distretto idrografico con
l’obiettivo di garantire il buono stato dei corpi idrici europei, come fiumi e
laghi. Ogni programma deve includere misure per controllare diversi tipi di
pressioni, come l’estrazione di acqua, gli scarichi puntuali e le fonti di
inquinamento diffuse. Gli Stati membri sono tenuti a rivedere e aggiornare
periodicamente queste misure di controllo, comprese le autorizzazioni concesse,
per determinare se conseguono ancora i loro obiettivi e, se necessario,
aggiornarle. In Italia, però, la legislazione nazionale non garantisce la
registrazione di ogni permesso di prelievo idrico o di invaso, come nel caso
dell’invaso realizzato con la costruzione di una diga. Inoltre, le concessioni
non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene il periodo di validità
possa essere di 30 o 40 anni. Tutto questo, però, non è in linea con gli
obiettivi della direttiva. L’Italia ha ora due due mesi di tempo per rispondere
e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una
risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere
motivato.
LA MESSA IN MORA PER IL CONTROLLO DELL’ARIA
La Commissione europea ha deciso anche di avviare una procedura di infrazione
per mancato aggiornamento del programma nazionale di controllo dell’inquinamento
atmosferico, come richiesto dalla direttiva Nec, del 2016, sulla riduzione delle
emissioni nazionali di alcuni specifici inquinanti atmosferici. La direttiva
riguarda cinque inquinanti atmosferici: anidride solforosa, ossidi di azoto,
composti organici volatili non metanici, ammoniaca e particolato fine. Ogni
Stato membro deve raggiungere dei target ogni anno, tra il 2020 e il 2029, con
riduzioni più ambiziose a partire dal 2030, adottando programmi nazionali di
controllo dell’inquinamento atmosferico. Questi programmi vanno aggiornati ogni
quattro anni e devono definire le misure per soddisfare tali impegni, prendendo
in considerazione le misure applicabili a tutti i settori nei quali si possono
limitare le emissioni, tra cui agricoltura, energia, industria, trasporto
stradale, navigazione interna e riscaldamento domestico. Nonostante i numerosi
solleciti, a oggi l’Italia non ha presentato alla Commissione l’aggiornamento
richiesto. Anche in questo caso, Roma ha ora due mesi di tempo per rispondere e
porre rimedio alle carenze. Anche perché, giova ricordarlo, che proprio in
Italia, in Pianura Padana, c’è una delle aree più inquinate di tutta Europa.
L'articolo Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia. Metà
legate all’ambiente (per cui Roma ha già sborsato oltre 800 milioni) proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Inquinamento Atmosferico
In occasione della presentazione al Gambrinus del libro Sipario siciliano, alla
presenza del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, l’autore Giuseppe Cerasa
traccia un parallelo: “Napoli e Palermo sono gemellate nel bene e nel male”. Lo
scrittore Maurizio de Giovanni ha pienamente condiviso il concetto: “Ho
ritrovato Napoli in ogni pagina, un libro sull’amore verso la propria terra”.
Nei giorni scorsi, come Isde – Medici per l’ambiente, abbiamo reso nota la
tragedia dei picchi record di inquinamento dell’aria registrati a Napoli e
Palermo per il 2025, per cui esiste un terribile e micidiale “gemellaggio” tra
le due città, quello del record nazionali di biossidi di azoto, che uccidono
tantissimo soprattutto a Napoli.
Sono ormai decine di anni che la città – per assenza di un minimo di decente
prevenzione primaria e di dati sanitari, a Bagnoli e a Napoli est Porto,
sull’eccezionale inquinamento industriale ancora del tutto irrisolto – registra
picchi eccezionali (i peggiori di Italia) di patologie oncologiche ma anche di
patologie cardiovascolari e infiammatore acute, conseguenza diretta di questo
eccezionale inquinamento che mai chi (mal)governa la città ha neanche tentato di
conoscere, se escludiamo lo studio Angir realizzato da noi Medici dell’Ambiente
e dal sindaco De Magistris nel 2015.
Non avere elettrificato le banchine del Porto di Napoli per una cifra attorno ai
venti milioni di euro, all’epoca del sindaco Bassolino, in base al Progetto Aria
di Isde Medici Ambiente significa avere provocato – e nessuno ce lo contesta – i
dati peggiori di Italia di inquinamento dell’aria nel 2025, con la terribile ed
ignorata conseguenza che registriamo oggi dell’eccesso di morti non evitate:
ufficialmente, almeno il 30% in più rispetto a Milano (!), dai 2 ai 4 napoletani
uccisi in maniera evitabile ogni giorno!
Clamoroso che questo terribile “gemellaggio mortale” in atto tra Napoli e
Palermo per eccesso di biossidi di azoto sia ancora del tutto ignorato dal
nostro sindaco! A nostro parere esso è da attribuire innanzitutto ai traghetti
Napoli-Palermo che coprono la tratta quotidianamente i cui terribili fumi ci
fanno nutrire molto più che semplici dubbi sulla pessima qualità del carburante
che alimenta le caldaie diesel di tali navi. Chi deve controllare e rassicurarci
o punire? E ogni giorno, non una tantum?
I dati ormai sono chiarissimi e non occasionali. Affinché ne arrivi adeguata
conoscenza al sindaco di Napoli, nonché a tutta l’opinione pubblica, mi corre
l’obbligo di riportare il mio commento ai nostri dati nel mio ruolo di
epidemiologo e farmacoeconomista del Pascale, anticipando che specifica
relazione scritta sarà consegnata direttamente nelle mani del Prefetto Michele
di Bari nella riunione prevista con noi Medici dell’Ambiente in Prefettura in
data 30 gennaio 2026:
Ogni mattina che vengo al lavoro al Pascale vedo file sempre più lunghe e sempre
più ammalati gravi che lottano per sopravvivere. I nostri dati, elaborati con
intelligenza artificiale sulle ARPA regionali, mostrano per Napoli e Palermo un
picco eccezionale non tanto di PM10 o PM2.5, ma di biossidi di azoto,
chiaramente legati allo sviluppo del Porto senza adeguata sostenibilità
ambientale. L’elettrificazione delle banchine, prevista da oltre vent’anni, non
è mai stata realizzata. E ora i costi li paghiamo in salute: abbiamo stimato non
meno di 4 morti evitabili al giorno a Napoli.
Elettrificare le banchine del Porto costerebbe 30 milioni di euro: esattamente
la metà dei farmaci ad alto costo che il Pascale spende in un anno per curare
patologie tumorali causate anche dal biossido di azoto, che incide su ictus,
infarti, asma, Parkinson, Alzheimer, autismo. Il dovere dei medici non è solo
curare: è impedire che le persone si ammalino, imponendo la Prevenzione
Primaria. Serve un Porto sostenibile e un turismo sostenibile. Senza questo,
Napoli continuerà ad avere i peggiori dati sanitari d’Italia.
Ci auguriamo che i nostri dati arrivino ai responsabili del governo della città
di Napoli, ma non soltanto per ricordare le responsabilità evidenti dei
precedenti sindaci, in particolare Bassolino, ma anche e soprattutto per
assumersi le proprie oggi dal momento che continuiamo a registrare i peggiori
dati sanitari di Italia. Adesso non abbiamo neanche i soldi per curarci!
L'articolo Napoli e Palermo unite in un gemellaggio mortale: perché noi medici
per l’ambiente denunciamo i biossidi d’azoto proviene da Il Fatto Quotidiano.
I progressi ci sono, ma limitati e infatti le nostre città sono ancora
pesantemente inquinate. Nonostante questo, è concreto il rischio che il governo
decida di chiedere una proroga rispetto all’entrata in vigore della Direttiva
europea sulla qualità dell’aria (2881/2024). Con conseguente aumento della
mortalità per patologie respiratorie acute e patologie croniche, non solo
respiratorie. La conferma dei rischi che corriamo semplicemente respirando
arriva da un rapporto che, analizzando in modo sistematico i dati ufficiali
delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa, ha classificato le città
italiane una per una in base al tipo di inquinante – Pm10, Pm 2,5, NO2 ovvero
biossido di azoto, ma anche ozono – mettendole al tempo stesso in relazione a
tre diversi tipi di normativa: quella attuale (D.Lgs.155/2010), la Direttiva
Europea 2881/2024, infine le più stringenti direttive dell’Oms (Linee Guida
2021). In particolare, il riferimento di “Cambiamo aria. Salute e inquinamento
atmosferico nelle città italiane”, promosso da Isde Italia in collaborazione
con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities
Campaign, è proprio la Direttiva Europea: i limiti entreranno in vigore dal
gennaio 2030, ma gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre per recepirla.
A dare una prima sintesi del rapporto è il prof. Paolo Bortolotti, coordinatore
del gruppo di lavoro Isde su inquinamento atmosferico. “L’aria rispetto a dieci
anni fa è migliorata – ma non come nel nord Europa, siamo gli ultimi nel nostro
continente – e i limiti della normativa di dieci anni fa sono rispettati. Il
problema è che i nuovi limiti europei sono circa la metà rispetto agli attuali e
su questi ultimi siamo indietro in maniera allarmante”. “La normativa europea
inoltre”, continua, “introduce il massimo degli sforamenti giornalieri, che nei
limiti attuali non c’è, perché si calcola solo la media annua. D’estate però la
situazione migliora, quindi la media annuale si abbassa, ma bisogna tener conto
dei picchi di inquinamento, che causano un maggiore accesso al pronto soccorso
per anziani e bambini”. In generale, per quanto riguarda le polveri sottili, la
situazione peggiore è quella del nord Italia e della pianura padana. Tuttavia,
per il biossido di azoto le città più colpite sono quelle portuali, come
Palermo, Napoli, Catania, a causa del trasporto navale.
COME VANNO LE CITTÀ? MALE MILANO E TORINO, MEGLIO ROMA
Ma quali sono le città più inquinate, in base ai nuovi parametri? Un primo
criterio di analisi è quello dei valori medi annui. Una delle metropoli che non
fa bene è senza dubbio il capoluogo lombardo, Milano: la media annua del Pm10 si
attesta a 35 μg/m3. Non solo il dato non è inferiore agli anni passati (nel 2019
e 2018 era sempre 35 μg/m3), ed è addirittura superiore al 2024 e 2023 (33 μg/m3
e 32 μg/m3). Nonostante sia sotto le soglie della normativa attuale (40 μg/m3),
supera quelle della direttiva Ue (20 μg/m3) e le linee Oms (15 μg/m3). Rispetto
al Pm 2,5 la media del 2025 si attesta su 22 μg/m3, superiore di poco ai 21
μg/m3 dei due anni precedenti, ed è di poco inferiore ai limiti della normativa
attuale (25μg/m3), ma superiore ai limiti della Direttiva Ue (10 μg/m3) e ai 5
μg/m3 suggeriti dall’Oms. Rispetto al biossido di azoto, invece, il valore 2025
è 37 μg/m3, in calo lineare rispetto agli anni passati, sotto i 40 μg/m3 della
normativa attuale, ma sempre sopra i 20 μg/m3 della direttiva Ue e i 10 μg/m3
delle linee guida Oms.
Anche Torino, però, è in una situazione più che critica: la media annua del Pm10
si attesta a 70 μg/m3, in aumento rispetto ai due anni precedenti, ed è di gran
lunga sopra l’attuale normativa e quindi Direttiva Ue e linee guida Oms. Un po’
più bassa la media annua del Pm2,5, 20 μg/m3 negli ultimi tre anni, di poco
sotto la normativa attuale ma sopra Direttiva Ue e Oms. Per il biossido di
azoto, la media è di 39 μg/m3, praticamente sul limite della normativa attuale
ma sopra direttiva Ue e Oms.
Va un po’ meglio la Capitale. Rispetto al Pm10, Roma nel 2025 si attesta su una
media annua di 20 μg/m3, sotto il limite stabilito dalla normativa annuale,
inferiore alla direttiva Ue e alle linee guida Oms. Rispetto al Pm10 Roma
migliora negli anni dal 2013 (30 μg/m3) con un scalaggio quasi lineare. Per
quanto riguarda il Pm 2,5, nel 2025 il dato media annuale è di 14 μg/ m3,
inferiore alla normativa attuale ma non alla normativa UE e alle linee guida
Oms. Rispetto al 2013 (20 μg/m3) c’è una diminuzione anche se non del tutto
lineare. Rispetto al biossido di azoto, nel 2025 Roma si attesta a 18 μg/m3,
sotto la normativa attuale, sotto la Direttiva UE 20, ma non sotto le linee
guida OMS 10.
GLI SFORAMENTI GIORNALIERI
Scendendo a Sud, non sempre la situazione migliora per le grandi città: la media
annuale a Napoli delle PM10 è 40 μg/m3, peggio degli anni precedenti ad
eccezione del 2024, pari alla normativa attuale, sopra la direttiva Ue e sopra
le indicazioni Oms. Rispetto al Pm 2,5, la media è di 16 μg/m3, inferiore agli
anni passati, sotto la normativa attuale, ma sopra la Direttiva Ue e indicazioni
Oms. Infine per il biossido di azoto si attesa a 51 μg/m3 (sempre media
annuale), sopra la normativa attuale, e quindi sopra i valori della direttiva Ue
e Oms.
Non benissimo anche Palermo: la media annuale del Pm10 è 41 μg/m3, quindi quasi
sui limiti della normativa attuale, ma è il doppio dei limiti della direttiva Ue
e ancora più rispetto alle linee guida Oms; la media del Pm2,5 è di 11 μg/m3:
sotto i limiti previsti dalla normativa attuale, ma poco sopra le indicazioni Ue
E Oms. Alto il biossido di azoto, 49 μg/m3, sopra normativa attuale, la
Direttiva Ue e l’Oms.
La medie, però, non bastano a dare conto del problema inquinamento. Bisogna
anche monitorare i picchi, ovvero gli sforamenti giornalieri. Tra le città con
maggiori sforamenti rispetto alla Direttiva Europea abbiamo Milano: 96 giorni
per il Pm10, 133 per il Pm2,5, 60 per il NO2 e 58 per l’ozono, calcolato da
giugno a settembre. Napoli sfora di 86 giorni per il Pm10, 32 per il Pm 2,5, ben
197 per il biossido di azoto e 23 per l’ozono. Torino 59 giorni per il Pm10, ben
106 per il Pm2,5, 78 per il NO2 e 51 per l’ozono. Palermo va molto male per il
Pm10 (100 giorni di sforamento), molto meglio per il Pm2,5 (4 giorni), male per
il NO2 (173 giorni) e 51 giorni per l’ozono. Le città del nord, insieme a Terni,
hanno circa 50 giorni di sforamento all’anno per il Pm10. Più alto, circa 60
giorni all’anno, lo sforamento di queste città per il Pm 2,5. Invece Venezia, ma
soprattutto Genova (100 giorni), Messina (82) e Catania (65), hanno valori
elevati per il biossido di azoto. Infine l’ozono è alto a Bergamo (67 giorni di
sforamento), Parma, Bologna, Firenze.
NON SOLO RISCHI POLMONARI: IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E DEMENZA
Il rapporto ribadisce il legame tra inquinamento atmosferico e patologie anche
inaspettate. Infatti, se il Pm10, passando per il naso, è in grado di
raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato
respiratorio), il Pm2,5 è composto da particelle più piccole che possono
invece arrivare in profondità nei polmoni e passare nel circolo sanguigno, ma
anche penetrare la barriera emato-encefalica. L’esposizione a sostanze
inquinanti, come il Pm2,5, può alterare le connessioni tra i neuroni,
influenzando l’attenzione e altre funzioni cognitive. “È ormai dimostrato che
l’aria ha un effetto importante sulla salute e la mortalità della gente”, spiega
sempre Bortolotti. “Si pensa inoltre che il problema dell’aria sia un problema
polmonare. In realtà, soprattutto le polveri sottili non si fermano ai polmoni.
Ci sono ormai studi che le legano al Parkinson, alla demenza, al calo del
quoziente intellettivo. E non possiamo colpevolizzare i singoli che non possono
non respirare, è un fattore comune per tutti”.
Rispetto a questo quadro, cosa occorre fare? Isde Italia e Kyoto Club hanno
richieste specifiche per governo, regioni e amministrazioni locali. Al governo
italiano chiedono di recepire la Direttiva Ue 2881/2024 al più presto e
impegnarsi ad attuarla in ogni sua parte senza chiedere deroghe o rinvii.
“Chiedere una deroga di dieci anni vuol dire di aumentare di ‘n’ numero le
persone che moriranno e che stanno male”, nota Bortolotti. Serve invece, si
legge sempre nel documento, aggiornare il Piano Nazionale Aria tenendo conto dei
nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel
2030, stanziando risorse economiche adeguate per finanziare le azioni
necessarie.
LE RICHIESTE A GOVERNO, REGIONI, COMUNI
Per il trasporto pubblico locale, le richieste sono quelle di incrementare di 3
miliardi il Fondo Nazionale Trasporti; incrementare le risorse per lo sviluppo
delle infrastrutture del trasporto rapido di massa, aumentando la dotazione del
Fondo unico istituito dal decreto-legge 30 giugno 2025, n. 95; investire
significativamente nella elettrificazione degli autobus; per la mobilità
attiva, rifinanziare il fondo per la ciclabilità urbana con almeno 500 milioni
all’anno per i prossimi sette anni in modo da permettere nei prossimi anni la
realizzazione 15.000 chilometri di piste ciclabile nelle aree urbane; favorire
l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi ad emissioni zero;
definire e finanziare una strategia per la riqualificazione del patrimonio
edilizio residenziale e pubblico; riconvertire gli allevamenti intensivi.
Alle Regioni si chiede invece di aggiornare i Piani Regionali Aria tenendo conto
dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli
nel 2030. Alle Arpa/Appa si chiede di accelerare la realizzazione del portale
unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria in
modo facilmente comprensibile; la pubblicazione delle medie giornaliere del
biossido di azoto e l’indicazione, oltre ai limiti normativi attuali, anche di
quelli previsti dalla direttiva UE 2881/2024 e dalle Linee Guida Oms 2021. Alle
amministrazioni comunali si domanda invece di promuovere tutte le iniziative
volte a una riduzione decisa del traffico motorizzato privato, con
l’introduzione di zone a basse emissioni, zone 30 km/h, il potenziamento del
trasporto pubblico locale, lo sviluppo della mobilità condivisa con mezzi non
inquinanti, l’utilizzo di veicoli privati a zero emissioni, l’elettrificazione
delle banchine dei porti, interventi strutturali sul riscaldamento degli
edifici, il potenziamento del verde urbano. Infine, agli Ordini dei Medici e
alle Società scientifiche mediche viene chiesto di promuovere iniziative volte
a sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari su queste tematiche.
“Quello fatto da Isde e Kyoto Club è un lavoro fantastico, perché per la prima
volta si paragonano i dati con la nuova Direttiva e non con i livelli normativi
attuali”, commenta e conclude Anna Gerometta, presidente di Cittadini per
l’Aria. “È triste però che mentre ci troviamo dentro questa sfida, rientrare nei
limiti della nuova direttiva, il nostro governo sceglie di togliere i fondi per
la qualità dell’aria nella Pianura Padana, oppure azzera scelte per la mobilità
sostenibile come le zone 30. Eppure rispettare i nuovi limiti significa tutelare
la salute umana, quella dei polmoni, del cuore, ma anche di tutti gli altri
organi, in particolare il cervello”.
L'articolo Qualità dell’aria, le città in base alla nuova Direttiva Ue (non
recepita dall’Italia): male Milano e Torino, meglio Roma proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sappiamo tutti che oggi in Italia una delle maggiori criticità in materia
ambientale riguarda numero e qualità dei controlli attuati per garantire il
rispetto delle leggi di salvaguardia della salute dei cittadini. E questo vale,
anche e in particolare, per il settore dell’inquinamento atmosferico gravato da
dati veramente impressionanti, visto che l’Agenzia Europea dell’Ambiente stima
che l’Italia sia il secondo Paese in Europa per decessi prematuri e che, secondo
l’Ispra, in Italia il 7% circa di tutte le morti per cause naturali può essere
imputato all’inquinamento atmosferico provocato da attività industriali,
allevamenti, impianti di riscaldamento e traffico veicolare.
E questo governo cosa fa? Sforna una bozza di decreto legislativo per
“semplificare” le procedure sugli impianti termici che, invece di potenziare i
controlli, li elimina in buona parte, prevedendo per gli impianti sotto i 70 kW
(praticamente tutte le caldaie domestiche, che in Italia sono circa 20 milioni,
di cui almeno 7 milioni con più di 15 anni di età) non più verifiche periodiche
in casa ma controlli documentali, effettuati a distanza dagli enti delegati, in
base a un sistema informativo che oggi risulta in buona parte frammentato e
disomogeneo.
Aumentando, peraltro, anche il rischio di incidenti: l’Unione artigiani
Milano-Monza Brianza sottolinea, infatti, che le verifiche sul campo
rappresentano uno strumento essenziale di prevenzione, in grado di individuare
criticità legate alla combustione, all’installazione o all’evacuazione dei fumi
che difficilmente emergono dalla semplice analisi documentale. Tanto più che
“tra il 2019 e il 2023 si sono registrati 1.119 sinistri da gas canalizzato per
usi civili, con 128 decessi e 1.784 feriti. A questi si aggiungono le morti
premature, stimate da altre fonti in almeno 20mila l’anno, causate dal mix di
emissioni di CO₂, NOx e polveri sottili, cui il riscaldamento domestico
contribuisce per oltre la metà”.
In questo quadro, il vero obiettivo da perseguire è quello voluto dalla Ue del
graduale abbandono delle caldaie fossili con il divieto, dal 1° gennaio 2025, di
incentivarne l’acquisto, al fine di eliminarle gradualmente entro il 2029 e
sostituirle con sistemi a basse emissioni o rinnovabili (pompe di calore, solare
termico, fotovoltaico): divieto, peraltro, non rispettato dal nostro paese che,
per questo, è stato sottoposto a procedura di infrazione.
Ma in proposito si deve registrare anche un passo indietro dell’Europa, in
quanto la Commissione Ue ha messo in consultazione fino al 23 gennaio 2026 una
bozza di regolamento sugli apparecchi per il riscaldamento degli ambienti, con
maglie più larghe per quanto riguarda la soglia minima di efficienza energetica
stagionale degli impianti; di fatto salvando le caldaie a gas dalla messa al
bando dal 2029.
Appare, quindi, del tutto giustificato l’allarme che questa situazione ha
generato non solo nelle associazioni ambientaliste, ma anche nell’Isde
(Associazione medici per l’ambiente), la quale ha giustamente evidenziato che
“la semplificazione amministrativa non può avvenire a scapito della salute
pubblica. In un contesto di crisi climatica e sanitaria, il riscaldamento civile
va governato con regole più efficaci e controlli più rigorosi, non con meno
tutele”.
Né può rassicurare l’imbarazzata replica, appena pubblicata, del Ministero
dell’Ambiente, la quale si limita in sostanza a evidenziare che si tratta, al
momento, solo di una bozza di decreto e non di una versione definitiva; che non
ci sarà “alcun passo indietro sulla sicurezza, né sugli obiettivi di efficienza
energetica”; che non si vogliono eliminare i controlli in loco ma si vuole solo
“indirizzare le ispezioni sugli impianti di maggiore potenza e rilevanza in
termini di sistema, con accertamento documentale per quelli più piccoli” e che
“in ogni caso viene lasciata a Regioni e Province autonome la possibilità di
ampliare il campo delle potenze degli impianti su cui eseguire controlli e
ispezioni”.
Insomma, sembra una mezza marcia indietro. Speriamo che sia così in un paese
come il nostro che dal 2022 ha finalmente, con buona pace delle semplificazioni,
inserito ambiente e salute tra i valori tutelati dalla Costituzione.
L'articolo Il governo abolisce i controlli sulle caldaie: un grave passo
indietro in un Paese leader per decessi prematuri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
All’inizio erano piccole lucine. Un po’ come le caselline di cartone dei primi
Calendari dell’Avvento, dove non c’era nessun prodotto, solo il piacere di
scoprire l’immagine sotto il pezzetto di cartone. Poi le luci natalizie hanno
cominciato ad aumentare. Non solo in quantità ma anche in estensione: nonostante
la legge regolamenti il periodo natalizio in cui possono essere accese, ormai
cominciano ormai prestissimo anche a metà novembre o poco più. E sono diventate
veramente invasive, eccessive, per alcuni versi quasi assurde, come ormai la
moda di “impacchettare” di luci interi edifici e più piani, spesso alberghi
oppure ristoranti, magazzini.
Il problema è che queste luci di Natale, che ormai appunto sono ovunque, non c’è
locale che non abbia la sua copertura luminosa (ma anche edifici pubblici),
producono un inquinamento luminoso che si va ad aggiungere a quello esistente.
Perché anche senza Natale le città ormai la sera sono devastate, letteralmente,
da luci di ogni tipo. Spesso totalmente fuori norma, “sparate” verso l’alto
contro ogni la normativa. Per non parlare ormai del pullulare di schermi
luminosi, sia pubblici per avvisi e pubblicità, sia privati, spesso con una
luminosità maggiore ai limiti (ad esempio di notte, quando basta meno luce per
risaltare). Nel centro di Roma, ad esempio, vige questa moda barbara dei
ristoranti (una tra le tante, come le stufe fiammeggianti dentro dehors chiusi
dalla plastica) di mettere schermi davanti ai locali su cui scorre cibo. Schermi
davanti a cui, anche, ormai sempre più spesso ci sono degli enormi menù digitali
con touch screen, che producono anch’essi luce (anch’essi non consentiti).
Esiste poi un’aggravante, sebbene sia causata da un motivo ecologico: le luci a
led, sempre più utilizzate, sono sicuramente più economiche e meno energivore,
ma purtroppo producono una luce accecante e orribile. Così, la città diventa un
pullulare di luci calde e fredde, di negozi che lasciano le luci accese tutta la
notte – spesso a led, “sparandole” verso gli edifici di fronte, dove magari ci
sono famiglie che vorrebbero dormire – di locali e alberghi impacchettati di
luci di ogni sorta.
Non solo: tutte queste luci sono orribili anche perché, tra l’altro, non
coordinate tra di loro. A Natale solo in alcune zone, almeno nella mia città, i
commercianti si mettono d’accordo per allestire luci simili e magari carine, per
dare un senso di uniformità. In generale, invece, anche in centro, ogni negozio
fa a modo suo. Così hai il negozio di lusso con luci chic, accanto ad un altro
negozio magari costoso ma coperto di luci accecanti, accanto al negozio di
souvenir con luca bianchissima e fortissima, etc. Insomma, un orrore, altro che
grande grande bellezza. Fatevi un giro al centro di Roma per capire come siamo
caduti in basso, a differenza di altre città straniere dove esiste una regia e
un controllo maggiori.
Questo eccesso di luci sembriamo proprio non vederlo. Eppure fa male, anzi
malissimo, come l’inquinamento da polveri sottili o da rumore. Fa male perché è
brutto, ma soprattutto perché produce ci danneggia fisicamente, altera il ciclo
del sonno, peggiora in generale la nostra condizione fisica. E danneggia le
piante, che hanno bisogno di buio per fare la fotosintesi, gli animali, anche,
accecati e disturbati. Ma noi non ce ne accorgiamo, tanto in città alberi e
piante ce ne sono pochissimi. E quelli che ci sono, altra moda barbara, vengono
anch’essi impacchettati di luce. Come fa ad esempio fa ad esempio ogni anno
persino il Teatro dell’Opera di Roma: tutte le palme, e gli altri alberi
cespugli compresi, sono coperte di luci: mi chiedo come sia possibile.
La verità è che non abbiamo né una cultura del bello né una cultura della
salute, che spesso vanno di pari passo. Già, come ho detto, in città
l’inquinamento luminoso è altissimo, e le luci fuori norma tantissime, poi con
il Natale la situazione si aggrava oltre misura, producendo quartieri devastati
dalle luci giorno e notte.
Io ogni tanto per sfuggire a questa invasione luminosa mi rifugio nelle chiese.
Al di là del fatto di essere o meno credenti, ve lo consiglio vivamente perché
nelle chiese esiste ancora quell’equilibrio di buio e luci basse che ovviamente,
nel cattolicesimo, ha un valore simbolico – la luce di Cristo contro le tenebre
del male – ma che in ogni caso è bello e rinfrancante da vedere e “sentire”.
Il fatto è che, appunto, la luce servirebbe a contrastare il buio, a
illuminarlo. Ma se il buio è sparito, anche le luci perdono ogni senso,
diventano una ridondanza dannosa e a tratti angosciante, senza aggiungere alcuna
sicurezza alle città dove si trovano. Non c’è altro invito migliore, allora, per
questo Natale, che spegnere le luci. Per riuscire a stare meglio ma, anche, per
riuscire a vedere meglio il mondo e i suoi chiaroscuri.
L'articolo Tutte queste luci sono orribili. E fanno male, malissimo proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo studio ha messo in relazione l’esposizione alle particelle fini
presenti nell’inquinamento atmosferico con alterazioni del sistema immunitario
che spesso precedono lo sviluppo di malattie autoimmuni. I ricercatori della
McGill University, analizzando dati provenienti dall’Ontario, in Canada, hanno
rilevato che il particolato fine è associato a livelli più elevati di un
biomarcatore legato a patologie autoimmuni, tra cui il lupus eritematoso
sistemico. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista
Rheumatology.
“Queste evidenze aprono nuove prospettive per comprendere come l’inquinamento
atmosferico possa innescare cambiamenti del sistema immunitario collegati alle
malattie autoimmuni”, ha spiegato la professoressa Sasha Bernatsky, docente di
Medicina presso la McGill University e membro del McGill Centre for Climate
Change and Health. “Sappiamo che i fattori genetici hanno un ruolo, ma non sono
sufficienti a spiegare l’intero quadro”.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerche sempre più ampio che mostra come
gli effetti dell’inquinamento atmosferico vadano ben oltre la salute
cardiovascolare e respiratoria. Gli scienziati hanno analizzato campioni di
sangue di oltre 3.500 partecipanti al progetto CanPath, un registro nazionale
che include più di 400.000 canadesi provenienti dal Québec, dall’Ontario e da
altre province. È emerso che livelli elevati di anticorpi antinucleo (ANA) erano
più frequenti tra le persone residenti in aree con maggiori concentrazioni di
particolato fine PM2.5.
Bernatsky ha inoltre sottolineato che l’inquinamento atmosferico non è un
problema esclusivamente urbano. “Spesso viene associato al traffico delle città,
ma anche le aree rurali e suburbane possono essere esposte a una scarsa qualità
dell’aria”, ha osservato, citando il fumo degli incendi boschivi come uno dei
possibili fattori determinanti.
In Canada esistono standard nazionali per il particolato PM2.5 e, secondo i
ricercatori, tra i decisori politici sta crescendo la consapevolezza della
necessità di ridurre l’esposizione. “Nonostante la qualità dell’aria in Canada
sia generalmente migliore rispetto a molti altri Paesi, le evidenze scientifiche
suggeriscono che non esista una soglia completamente sicura”, ha aggiunto
Bernatsky.
Tuttavia, la vulnerabilità all’inquinamento non è uniforme. Le comunità a basso
reddito vivono più spesso in prossimità di fonti industriali o di grandi arterie
stradali e le malattie autoimmuni, come il lupus, colpiscono in modo
sproporzionato le donne e le popolazioni non bianche, comprese quelle indigene.
Già in uno studio del 2017 condotto in Québec, lo stesso gruppo di ricerca aveva
dimostrato che la vicinanza a fonti industriali di polveri sottili è associata a
un aumento dei marcatori ematici legati all’artrite reumatoide. Il prossimo
studio del team si concentrerà sui dati della Columbia Britannica.
Lo studio
Gianmarco Pondrano Altavilla
L'articolo Polveri sottili e sistema immunitario: così l’inquinamento
atmosferico viene associato alle malattie autoimmuni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ma ci sarà su Amazon? su IBS? su Feltrinelli?”. Sta per uscire un nuovo saggio
scritto da me insieme a un collega giornalista e una delle prime domande che mi
sono trovato a rivolgere all’editore è stata proprio questa: sarà rinvenibile il
titolo sulle piattaforme online?
Mi limito al colosso Amazon che in Italia è approdato dal 2010 e che avrebbe
ogni mese più di 38 milioni di utenti nella sola Italia. Sono trascorsi quindici
anni appena e già la nostra vita è modellata su questo gigantesco moloch che sta
distruggendo il commercio di prossimità, consuma enormi risorse energetiche, e
consuma altresì suolo con i suoi hub. Qualcuno si ricorda di com’era la nostra
vita prima di Amazon?
Buona parte di voi che mi leggete è sicuramente contraria all’acquisto online,
ma poi per le più svariate ragioni si trova ad utilizzarlo, ma vergognandosene
un po’, ed ecco le giustificazioni di rito “avevo fretta”, “l’ho trovato solo
qui”, “posso restituirlo”, etc. etc. E così eccoci ad alimentare il capitalismo
globale, quello che faceva affermare a Warren Buffet: “È in corso una lotta di
classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra,
e stiamo vincendo”. Qui particolarmente evidente con la creazione anche di una
nuova classe di “schiavi”.
È uno dei temi principe che tocco anche nel mio recente “bianco benestante
ambientalista”: tu puoi avere le migliori intenzioni di questo mondo, in
particolare ti ritieni di essere e fai l’ambientalista, ma poi il tuo stile di
vita fatalmente cozza con la salvaguardia del pianeta: fai qualche viaggio,
mangi un po’ di carne, usi un po’ l’automobile, compri appunto un po’ su Amazon.
Alla fine della fiera lottare o non lottare per la salvaguardia del pianeta non
farà alcuna differenza, essendo identica l’impronta ecologica.
Ovviamente c’è la risposta positiva dell’editore alla domanda di cui all’incipit
e noi che tiriamo un sospiro di sollievo. Meno male che Amazon c’è!
L'articolo Lo dico anch’io: “meno male che Amazon c’è” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco. Non è una metafora estrema, ma
un’evidenza scientifica. Ogni giorno di ritardo nel ridurlo costa vite umane.”
Con queste parole, Maria Neira — direttrice dell’Area Environment, Climate
Change and Health dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e co-chair del
Lancet Countdown — ha aperto una delle sessioni più attese del Congresso Isde
Italia 2025, dedicato alla tripla crisi planetaria: clima, inquinamento e
perdita di biodiversità.
Nella sessione “Science and Advocacy” della terza giornata del Congresso, Paolo
Bortolotti (Isde Trento) e Marco Talluri (Isdenews/ Ambientenonsolo) hanno
presentato i risultati del primo anno di attività del Progetto Nazionale “Salute
e Inquinamento Atmosferico nelle Città Italiane”, un monitoraggio sistematico
che rappresenta oggi uno degli strumenti più avanzati e trasparenti per valutare
lo stato della qualità dell’aria nelle aree urbane italiane. Un intervento che
ha offerto un quadro chiaro e scientificamente fondato di come l’aria che
respiriamo nelle città italiane rimanga lontana dagli standard di sicurezza
fissati dall’Oms e — sempre più spesso — anche dai nuovi limiti della Direttiva
europea 2881/2024. Un progetto nato per colmare un vuoto: dati omogenei,
aggiornati, accessibili.
Bortolotti ha spiegato che l’obiettivo del progetto è semplice ma
rivoluzionario: monitorare ogni mese, con criteri uniformi, i dati delle 27
città italiane più popolose, attraverso le stazioni Arpa/Appa e il Sistema
Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Per il 2025 in corso, Napoli mostra i
dati peggiori di inquinamento dell’aria rispetto a tutto il resto di Italia,
Pianura Padana compresa, in particolare per i micidiali biossidi di azoto! Ad
ottobre 2025 Napoli registra la cifra impressionante di 168 giorni oltre soglia!
E’ un dato di una gravità eccezionale che determina un eccesso di cittadini
napoletani uccisi ogni giorno dall’inquinamento della sola aria non inferiore a
4.5 cittadini al giorno!
Questo dato è direttamente correlato non al traffico automobilistico privato ma
alla presenza di uno sviluppo eccezionale e del tutto fuori controllo del Porto
di Napoli e dell’aeroporto intracittadino di Capodichino.
Neira ha ricordato che l’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno di
oltre 8 milioni di morti premature nel mondo, con effetti sanitari che
colpiscono in modo sproporzionato bambini, anziani e persone fragili. Le
patologie più associate all’esposizione cronica a polveri sottili (PM2.5 e
PM10), ossidi di azoto e ozono includono malattie cardiovascolari, ictus,
tumori, diabete, complicanze in gravidanza e disturbi dello sviluppo cerebrale
nei bambini: “L’aria inquinata attraversa la placenta e condiziona la salute dei
futuri adulti fin dal grembo materno”, ha sottolineato.
Napoli registra nel 2024 il record nazionale di ictus, infarti e cancri del
polmone rispetto a tutta Italia con circa un terzo in più di mortalità evitabile
rispetto alla pur inquinatissima Milano!
Il quadro italiano, ha ricordato Neira, rimane critico. Le aree urbane — in
particolare Pianura Padana, Campania e grandi città come Napoli — presentano
livelli di particolato e biossido di azoto stabilmente oltre gli standard
europei. “L’Italia ha capacità scientifiche straordinarie, ma resta intrappolata
in un grande paradosso: conoscere benissimo il problema senza ridurre abbastanza
le emissioni”, ha affermato.
Il legame tra inquinamento e disuguaglianze è un altro punto chiave della sua
analisi: chi vive nelle aree più povere, in case meno efficienti, vicino a
strade trafficate o zone industriali, è più esposto e paga il prezzo più alto in
termini di salute. Per questo, ha aggiunto, “le politiche per l’aria pulita sono
anche politiche di giustizia sociale”. Napoli est Porto non riesce neanche ad
avere dati per distretto dal registro tumori Asl Napoli 1.
Il danno alla salute da inquinamento dell’aria è un problema prevenibile, non un
destino biologico. Neira ha insistito sul parallelismo tra inquinamento e
tabacco: entrambi sono rischi sanitari prevenibili, legati a scelte economiche e
politiche. “Le persone non scelgono l’aria che respirano. È una forma di
esposizione involontaria, che come nel fumo passivo danneggia tutti, soprattutto
chi ha meno voce […] E’ fondamentale superare l’approccio fatalista e agire
sulle fonti…. Ogni intervento sulla qualità dell’aria produce benefici
immediati: meno infarti, meno ricoveri, meno assenze dal lavoro, meno costi
sanitari”.
Napoli non ha mai registrato negli ultimi decenni, che pure hanno determinato
l’aspettativa di vita più bassa di Italia anche per il 2024, dati cosi gravi e
cosi chiari di inquinamento dell’aria con una tale precisa indicazione delle
fonti principali: Porto ed Aeroporto intracittadino. Intervenire solo sul
traffico automobilistico privato che colpisce solo la già pessima qualità di
vita dei cittadini ancora residenti e tra i più deprivati di Italia risulta cosi
non solo del tutto inefficace per tutelare la salute dei napoletani, ma
soprattutto offensivo per la loro intelligenza rispetto a dati scientifici cosi
chiari e cosi gravi!
Diventa un preciso dovere deontologico per tutti i Medici, non solo per i Medici
dell’Ambiente, intervenire con estrema decisione a tutela della salute pubblica
per migliorare immediatamente questa situazione al fine di ottenere precise
garanzie per la immediata installazione delle banchine elettrificate nel Porto
previste dal Progetto Pnrr entro marzo 2026, e con la immediata delocalizzazione
di almeno il 50% del traffico aereo intracittadino verso l’aeroporto di
Grazzanise, già pronto ma desolatamente vuoto.
L'articolo L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco: ridurlo è questione di
giustizia sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domenica 16 novembre, su iniziativa della segreteria romana di Fratelli
d’Italia, ci sarà un corteo di auto per protestare contro le limitazioni al
traffico e rivendicare il diritto dei romani a utilizzare l’auto privata come,
dove e quando vogliono. Eppure la situazione della capitale è sotto gli occhi di
tutti: passata la pausa estiva a Roma è tornato l’inferno del traffico,
aggravato, peraltro dall’arrivo di milioni di turisti e pellegrini; cui si
aggiunge l’odissea del parcheggio introvabile.
E allora è del tutto evidente che, come si sta facendo in tutte le grandi città
europee e come dal 1990 aveva proposto la Ue con “città senza auto”, per avere
una città vivibile, è indispensabile fare esattamente il contrario di quanto
vuole chi oggi protesta; occorre, invece eliminare dalle nostre strade quanto
più si può del traffico privato per dirottarlo sul servizio pubblico, tenendo
presente che nel 2024, secondo l’ultimo Rapporto sulla Mobilità del Comune di
Roma, il 65% della popolazione utilizza il trasporto privato mentre il trasporto
pubblico si ferma al 12,4% degli spostamenti, e la mobilità sostenibile (bici,
monopattini e sharing) non supera il 4%. Tanto è vero che, a Roma, secondo le
ultime rilevazioni disponibili, ogni 1000 abitanti ci sono 640 auto (a Londra
sono 360 e a Parigi 250). Con la conseguenza che la nostra capitale oggi è la
città più congestionata d’Europa e la seconda città al mondo per ore sprecate
nel traffico (che ogni anno ci fa perdere più di 21 giornate di lavoro); cui si
aggiunge il poco invidiabile primato di città più rumorosa di Italia e di terza
capitale europea per inquinamento da smog: secondo i dati dell’Agenzia europea
per l’ambiente, il maggior numero di morti premature – in valore assoluto – per
l’esposizione al biossido di azoto (tipico da traffico) si riscontrano nelle
province di Milano (1600), Roma (1236), Napoli (901) e Torino (767).
Insomma, meno auto e più trasporto pubblico tanto più che, secondo le ultime
rilevazioni, il 72% degli italiani che vivono in grandi città ritiene che nel
proprio territorio esistano alternative all’auto privata soprattutto se si
riesce ad ottenere un servizio pubblico adeguato. Esattamente quello che Roma
non ha, come certificato sin dal 2018 dal referendum consultivo proprio sulla
efficienza del trasporto pubblico, in cui, nonostante la bassa affluenza, il 74%
dei romani votò a favore della liberalizzazione del servizio di trasporto
pubblico della città da affidare tramite gare aperte ai privati.
Ma poi non si è privatizzato niente e l’Atac, nonostante alcuni recenti
miglioramenti, continua ad essere deficitaria, come uomini, mezzi ed
organizzazione, rispetto al compito di offrire un servizio pubblico efficiente e
capillare, tale da consentire di lasciare l’auto a casa per una città più
vivibile e meno inquinata. Anche se, a questo punto, va anche detto con
chiarezza che non potremo mai avere un trasporto pubblico adeguato se prima non
togliamo le auto dai suoi percorsi, tanto più se sono veicoli molto inquinanti.
Esattamente il contrario, cioè, di quanto hanno appena fatto Regione Lazio e
Comune di Roma consentendo la permanenza in circolazione di 460.000 auto Euro5
che, secondo la Ue dovevano essere bandite dal 1 novembre; facendone pagare,
peraltro, il prezzo a tutto il popolo inquinato, in quanto, per compensare
questa deroga vergognosa, il Comune ha deciso la riduzione di tre settimane del
periodo di accensione dei riscaldamenti e un’ora in meno al giorno. Con
l’aggravante delle conseguenze economiche a carico di tutti i cittadini visto
che in questi giorni la Cassazione ha ribadito che il Comune di Roma deve
risarcire i danni a chi risulti danneggiato per inquinamento da traffico nella
nostra città. Con buona pace del diritto alla salute ed all’ambiente garantiti
dalla nostra Costituzione.
L'articolo A Roma, dove il traffico è un inferno, FdI protesta a favore
dell’auto privata proviene da Il Fatto Quotidiano.