Tre clic dal mondo croce e fucile. Primo, il noto francescano padre Agostino
Gemelli, capitano medico durante la prima guerra mondiale: “L’educazione
religiosa è stata compiuta dalla voce del cannone durante i mesi di trincea, e
il soldato ha appreso questa lezione quasi senza avvedersene”. Secondo: “La vita
militare è stata in passato e può essere ancora oggi luogo, strumento ed
epifania di santità”, scrive mons. Vincenzo Pelvi, ex ordinario militare per
l’Italia. Terzo: “A te eterno Iddio, Signore della pace e della guerra (…) Tu
che ci hai fatto un cuore di fiamma (sic, fiamma), guida i nostri passi sulla
via dell’onore”, recita la preghiera del bersagliere.
Ecco, tre flash dalla mistica del cannone, come la definisce e la racconta
Sergio Tanzarella, professore di storia della Chiesa, in Abbasso tutte le
guerre, edito da Il pozzo di Giacobbe, che in copertina propone una foto inedita
di don Lorenzo Milani. Lo si vede, il priore di Barbiana, appoggiato, assieme a
due amici (tra i quali, il primo della foto è Mario Rosi, ex allievo di
Calenzano), sul tetto di un auto con i finestrini sporchi in cui qualcuno ha
scritto: “Abbasso tutte le guerre”. Tanzarella ripropone la Lettera ai
cappellani militari e ai giudici di don Milani per le quali il priore di
Barbiana e Luca Pavolini, allora direttore di Rinascita, settimanale del Pci,
furono denunciati e processati il 15 febbraio 1966, sessanta anni fa. Le due
lettere vennero pubblicate nel testo cult del pacifismo, L’obbedienza non è più
una virtù. Gino Strada ha riconosciuto di essere stato molto influenzato dal
testo milaniano: “A quei tempi io ero ancora un ragazzo, non avevo ancora
vent’anni. Don Milani rappresentava una delle più importanti voci critiche di
una parte del mondo cattolico, che non aveva abbandonato i problemi reali della
società e i valori etici fondamentali che devono ispirare gli uomini nel loro
agire sociale e politico”.
Tanzarella sottolinea come la Lettera ai cappellani militari, che avevano
pubblicato un ordine del giorno contro l’obiezione di coscienza, riflette lo
scontro tra i cattolici progressisti e quelli per i quali valeva la cultura
della mistica del cannone. Il soldato può aspirare alla santità perché nella
guerra si esprime la forza di Dio: “Fa, nella pace, dei nostri voli il volo più
ardito: fa, nella guerra, della nostra forza la Tua forza, o Signore”, pregano
gli aviatori.
Don Milani si colloca agli antipodi ed esalta l’obiezione al militare e alla
patria per la quale combattono i soldati. “A scuola ci presentavano l’Impero
come gloria della patria. Avevo tredici anni, i nostri maestri si sono
dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi che andavamo a
bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro
non ci avevano fatto nulla”. E aggiunge don Milani: “Io non ho Patria e reclamo
il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro”. Dunque don Milani demolisce l’idea di
patria e scrive ai cappellani militari: “Le armi che voi approvate sono orribili
macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche
armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.
Don Milani e Pavolini vennero assolti ma condannati in appello, il 28 ottobre
1967, quando però il priore di Barbiana era già morto. Condannato e sconfitto
dalla storia, sottolinea con rammarico l’arcivescovo di Firenze Gherardo
Gambelli nella prefazione al libro: “Don Milani, purtroppo, si sbagliava. Non
vedeva bene quando preconizzava che, nel giro di due generazioni, le “divise dei
soldati e dei cappellani militari” sarebbero state viste “solo nei musei”.
Paradossalmente proprio perché si sbagliava, il no di don Milani, alla guerra,
al militare e alle armi, è ancora molto attuale.
L'articolo “Abbasso tutte le guerre”: in un libro la foto inedita con don
Lorenzo Milani che simboleggia il suo pacifismo radicale proviene da Il Fatto
Quotidiano.