Tre grandi filosofi posso tornare oltremodo utili per comprendere il mondo
contemporaneo, poche altre volte tanto complesso e contraddittorio.
Il primo è certamente Marx, con la sua idea di fondo per cui la struttura del
sistema di produzione del momento (capitalismo) non si limita a imporre una
sovrastruttura ideologica funzionale al sistema stesso, ma produce anche delle
azioni politiche necessarie al contesto economico mutato.
Il motivo per cui Usa e Cina, con in subordine Russia e India, stanno
ridisegnando la propria politica di potenza, non senza rischi concreti di
generare una terza guerra mondiale, è sostanzialmente legato a un’economia in
cui gli Stati Uniti non sono più dominanti e hanno un bisogno spasmodico di
ridefinire le proprie sfere di influenza con le terre da cui attingere risorse.
Lo stesso vale, anche se al momento in misura più ridotta, per una Cina che da
una parte sente aprirsi le porte di un primato economico mondiale e, dall’altra,
teme che il mercato interno limitato possa rappresentare un ostacolo sostanziale
al raggiungimento dell’obiettivo.
Pensare di spiegare le guerre, o comunque i blitz violenti, con le sole
categorie della morale antiviolenta, da questo punto di vista, rischia di
rivelarsi un esercizio etico tanto inutile quanto fuorviante. Specie per coloro
che vivono nell’Occidente benestante anche grazie a secoli di colonialismo e
imperialismo, e che forse si trovano adesso a contestarlo anche perché quel
benessere non è più tale né distribuito quanto lo è stato per tutta la seconda
metà del Novecento.
Nel pensiero di Marx non c’era spazio per la morale, ma in compenso vi era la
consapevolezza inquietante per cui il debole non aspetta altro che diventare il
più forte per poi esercitare il proprio dominio. La Storia è un equilibrio di
rapporti di forza, non di morali della debolezza, come ben sanno tre figure
“forti” del calibro di Trump, Putin e Xi Jinping, e sembrano dimenticare troppe
“anime belle” del pacifismo da tastiera e a intermittenza.
Qui giungiamo al secondo filosofo, Friedrich Nietzsche. Costui, senza troppi
giri di parole, aveva spiegato che il mondo umano è governato dalla volontà di
potenza, quella sorta di legge cosmica che spinge inesorabilmente il più forte a
esercitare un dominio anche violento su tutto ciò che è più debole. Ma spinge
anche il più debole, impossibilitato a razzolare male per via della propria
debolezza, a servirsi delle buone prediche della morale per conseguire una
potenza di tipo alternativo.
Quando la Atene di Pericle, descritta dai manuali scolastici come primo esempio
di “democrazia”, condusse una guerra di sottomissione, rapina e violenza contro
il pacifico popolo di Melo – colpevole soltanto di non volersi schierare nel
conflitto fra la stessa Atene e Sparta – lo storico Tucidide narra che i
diplomatici ateniesi fecero pervenire questo messaggio ai propri interlocutori:
“La saggezza di non mettervi contro il più forte dovrebbe consigliarvi di
arrendervi […] Noi infatti crediamo che per le legge di natura chi è più forte
comandi. Che questo lo faccia la divinità, lo crediamo per convinzione; che lo
facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa
legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già
esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi
sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra
stessa potenza”.
Insomma, ben lungi dal considerare la guerra cosa buona o necessaria,
bisognerebbe perlomeno ricordarsi, però, della natura umana: quella che è
incline alla potenza senza le distinzioni geopolitiche di cui si servono i
giudici certi e infallibili delle rispettive tifoserie.
Qui arriviamo al terzo filosofo: Hegel. Serve per spiegare quello che chiamo
“cortocircuito degli opposti” (a favore di Putin o della Nato, di Trump o di
Maduro, senza possibilità di sfumature di intelligenza del reale). Sì, perché
mentre Hegel invitava a superare l’adesione alle antitesi nette, in genere
innervata di moralismo fanatico, le troppe tifoserie che popolano il tempo
attuale sembrano essere cadute vittime dell’iper-informazione resa possibile
dalla Rete: quella che ci ha fatto scoprire un dato tanto ovvio quanto
sconosciuto fino ai tempi della sola informazione mainstream. Ossia che nessuno
dei soggetti in campo, o in guerra, ha completamente ragione, non presenta
scheletri nell’armadio, non è mosso da interessi economici e, soprattutto, non
manifesta una élite di potere incline a sfruttare il popolo per i propri scopi.
Mutatis mutandis vale per tutti i soggetti in campo, nessuno escluso: Usa,
Venezuela, Israele, Hamas, Russia, Ucraina, Iran etc.
Il fatto è che, grazie all’ipertrofia informativa delle Rete (l’occhio umano non
vede al buio ma neppure quando c’è troppa luce, scriveva Platone), chiunque
voglia prendere posizione in maniera netta ed esente da dubbi, trova materiale
sufficiente per ammantare di sacra e violenta verità la propria parte,
formulando le accuse peggiori contro l’altra. Un giochino mediatico ad esclusivo
beneficio di influencer, politici di piccolo calibro (la grande maggioranza) e
in generale di un teatrino informativo in pieno black-out intellettivo.
Non a caso Hegel scriveva che solo la Storia è quel tribunale implacabile che si
incarica di smentire le favolette parziali con cui troppi amano illudersi o
farsi forti.
Chi si ostinasse a non capire, giudichi pure “cerchiobottista” questo
intervento. Il cui unico intento, invece, è ricordare che se non torniamo
all’intelligenza delle sfumature, oltre a capire poco, innescheremo conflitti
sempre più distruttivi.
L'articolo Perché tre grandi filosofi posso tornare utili per capire il mondo
contemporaneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pacifismo
di Gian Domenico Malpeli
Ebbene sì, lo confesso: sono un “pacifinto”. Uno di quelli fermamente convinto
che la guerra in Ucraina poteva e doveva essere evitata, anzitutto ascoltando le
ragioni della Russia, che più volte aveva avvisato che non avrebbe tollerato
l’ingresso di quella nazione nella Nato. Certo, si può obiettare che anche
l’Ucraina dovrebbe poter scegliere liberamente con chi allearsi, ma a chi
sostiene questa tesi io domando se gli americani potrebbero accettare
un’eventuale alleanza tra Messico e Cina, con le basi militari di quest’ultima
ai loro confini.
Se si vuole essere coerenti la risposta è ovvia: no. Le grandi potenze
considerano i paesi limitrofi come il giardino di casa, e non gradiscono
intrusioni, questa è la situazione.
Che poi la Russia si appresti ad invadere l’Europa è una baggianata colossale.
In primo luogo non ne ha alcun interesse; siamo un miscuglio di nazioni rissose,
popolate da vecchi, senza risorse naturali, con un’industria in declino ormai
superata anche dalla Cina, cosa abbiamo che li attiri? I debiti? Ma poi fatemi
capire: al mattino ci viene detto che l’esercito di Putin è talmente
inefficiente che in quattro anni non ha conquistato neppure il Donbass, come si
fa al pomeriggio a giurare che non si fermerà che a Lisbona? Nel ragionamento
c’è qualcosa che “strusa”.
Siamo onesti: la Russia non ha assolutamente le forze per conquistare il vecchio
continente; al limite lo può trasformare in poche ore in un deserto radioattivo,
quello sì, e se accadesse potremmo metterci il cuore in pace, gli americani non
muoverebbero un dito per difenderci, di fronte all’istinto di sopravvivenza non
c’è articolo 5 che tenga. Ma il martellamento mediatico è ossessivo, “armiamoci
e partite” è il nuovo mantra dei nostri politici.
Quindi il debito pubblico non è più un problema, può essere tranquillamente
elevato, ma solo per le armi, non per sanità, ricerca e istruzione. Per
risparmiare i lavoratori andranno in pensione a settant’anni, ma volete mettere
quanti bei missili potremmo acquistare?
Ma poi fatemi capire, chi vorremmo mandare in guerra? I nostri preziosi e
viziatissimi figli unici? Ma per favore!! Ma lo immaginate il povero reclutatore
che tenta di sottrarre il pupo all’ala protettiva dell’italica mamma? Non lo
invidio, dopo le prime esperienze preferirà affrontare a mani nude un
carrarmato.
Fermiamo questa follia; la storia ci dovrebbe insegnare che le corse al riarmo
non hanno mai portato nulla di buono, mettiamo a tacere i commandos da divano e
riapriamo il dialogo con la Russia, smettiamo di considerare mezzo mondo come
nemico e la guerra come una soluzione alle divergenze internazionali. Le risorse
vanno destinate alla lotta alla povertà, che in Europa aumenta, al lavoro dei
giovani, che fuggono dall’Italia per mancanza di prospettive, alle università,
agli ospedali, agli anziani che tra pochi anni rappresenteranno la maggior parte
della popolazione, a migliorare la condizioni di vita delle persone, non ad
ucciderle.
Io lancio una modesta idea per favorire velocemente la cessazione del conflitto:
obblighiamo tutti i politici nazionali ed europei che sostengono il riarmo a
versare almeno il 50% del loro stipendio a favore dello sforzo bellico, e
mandiamo i loro figli a fare uno stage di due settimane in trincea… vogliamo
scommettere che di fronte a questa prospettiva nel giro di pochi giorni verrebbe
siglata la pace?
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L'articolo Ebbene sì, sono un ‘pacifinto’: perché la guerra in Ucraina doveva (e
deve) essere fermata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si susseguono dichiarazioni belliciste sempre più minacciose a destra e a manca:
quella del capo di stato maggiore inglese Richard John Knighton, che – per non
essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i sindaci – avvisa le
famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro
la Russia”; o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla
guerra come quella dei nostri nonni”, e alle contestuali abnormi spese per i
riarmi nazionali dei paesi europei – benedetti anche dal presidente Mattarella,
che pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra ne indica la
necessità, seppur “impopolare”.
Tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale
Gli ultimi giorni dell’umanità, nella cui premessa l’autore avvisa gli
spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta
di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la
tragedia dell’umanità”.
Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese
nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della
gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello
scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva
architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000
giovanissimi soldati della Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra
il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentate le sacre nozze
tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella
“grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra
mondiale da cui abbiamo in eredità le armi nucleari che incombono sulle nostre
teste.
Nel corso del 2015 sull’altare di quelle nozze erano stati sacrificati 1.800
miliardi di dollari in spese militari globali. Dieci anni dopo – in un
prepotente riarmo già in corso – ci avviciniamo ai 2.800. E non bastano ancora.
Una follia da ultimi giorni dell’umanità: “Perché non vi ribellate, voi che
ancora potete?” sembravano sussurrare 35.000 voci agli spettatori.
Ribellarsi a questi personaggi da operetta che stanno preparando la nuova
tragedia dell’umanità è la sola speranza di evitarla. Contro le obsolete accuse
di simpatia per nemico e relative censure, contro il sentimento di rassegnazione
che si sta diffondendo tra alcuni, contro il meccanismo di difesa della
rimozione del pericolo che prevale tra altri, contro la paura di essere chiamati
in prima persona in guerra che attraversa molti giovani, è necessario diventare
tutte e tutti attivisti di pace, con i mezzi della nonviolenza: è l’unica strada
che ci può salvare. Su questa via oggi abbiamo la certezza di un compagno di
strada: dopo papa Francesco anche papa Leone XIV, che nel messaggio per la
Giornata mondiale della pace della Chiesa cattolica del 1° gennaio 2026 scrive
parole che vorremmo ascoltare dai decisori politici nazionali e internazionali,
invece dei loro proclami bellicisti.
“Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il
fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a
rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul
piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una
destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità
e imprevedibilità – scrive Leone, disvelando l’irrazionalità della deterrenza
militare – Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le
scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la
giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della
potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di
un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia,
ma sulla paura e sul dominio della forza”.
Inoltre aggiunge: “Alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con
l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche
educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze
maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono
campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così
come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una
nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Dunque “occorre denunciare
le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno
sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se
contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del
pensiero critico”.
Il nutrimento del pensiero critico e la pratica dell’azione nonviolenta sono gli
elementi che i popoli possono mettere in campo per esercitare il potere di tutti
per il disarmo, bloccando il potere dei pochi per il riamo: sottrarsi a
qualunque forma di collaborazione con la guerra e impegnarsi per la costruzione
delle alternative civili. “Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come
pietre – scriveva il mite Aldo Capitini ne Il potere di tutti – Oggi i governi,
con la decisione di fare le guerre e di usare le armi atomiche, sono
infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché
un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo”.
Per scongiurare gli ultimi giorni dell’umanità è giunto il tempo di organizzare
il “disordine” nonviolento, ossia il potere di tutti disarmato e disarmante.
L'articolo Il Papa critica il riarmo, i leader preparano la guerra: così vanno
scongiurati gli ultimi giorni dell’umanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
“Gli armamenti nazionali sono inutili. Essi non ti danno la sicurezza. Essi
semplicemente incoraggiano l’abitudine del duello. Se tu li accumuli puoi esser
sicuro di dover comprare un altro biglietto per la Sala degli Specchi [dove fu
firmato il Trattato di Versailles, nda]”.
Questo monito si trova su un libro datato 1932 e titolato L’Europa verso il
suicidio? La verità sul disarmo. Il libro è composto da una serie di lettere
inviate ad amici immaginari che impersonificano l’Inghilterra, la Francia, la
Germania (a cui nello specifico è indirizzata quella frase), gli Usa e il
Giappone. L’autore, un politico inglese che si firma con lo pseudonimo Robert
The Peeler, con un linguaggio schietto e popolare, un secolo fa, metteva in
guardia da pericoli che si rivelano terribilmente attuali: il paradosso della
sicurezza, gli interessi dei fabbricanti d’armi, il conflitto di interesse di
esperti prezzolati e di politici legati mani e piedi all’industria bellica, la
propaganda assordante, l’informazione corrotta, la tecnica della rana bollita e
altri ancora.
Per evitare lo scoppio di un secondo conflitto mondiale, l’autore predica il
disarmo delle singole nazioni e la “necessità che nel mondo ci siano dei
Tribunali per dirimere le controversie e dei gendarmi per mantenere l’ordine”.
Oggi sappiamo che i moniti e i suggerimenti di quell’autore – così come quelli
di altri pacifisti dell’epoca – furono vani e che l’Europa infine trascinò il
mondo nell’inferno della Seconda guerra mondiale.
Dopo quasi un secolo, il prof. Barbero, il prof. Orsini, il prof. Cacciari, il
generale Mini e molti altri pensatori liberi del nostro tempo indossano le vesti
di quell’illuminato politico inglese e ci avvisano – alcuni bisbigliando, altri
gridando – che il percorso intrapreso dall’Europa, se non viene deviato in
tempo, ha come suo naturale sbocco la Terza guerra mondiale. Per evitare la
catastrofe verso cui un’élite di corrotti e incapaci ci sta facendo sprofondare,
noi cittadini possiamo contare su alcuni strumenti che nel periodo precedente
alle due guerre mondiali non erano disponibili:
1) Internet, come fonte alternativa di informazione. Le televisioni e le testate
giornalistiche (fatte le dovute eccezioni) sono controllate dalla politica,
soggiogate al potere delle lobby e impregnate di conflitti di interessi, mentre
su Internet è possibile trovare canali realmente indipendenti dove
l’informazione arriva “dal basso” ed è più libera. Vigiliamo affinché non
passino misure liberticide dai nomi tanto accattivanti quanto fuorvianti (vedi
lo “Scudo democratico”), nate con il precipuo intento di proteggere la sola
informazione che va bene a lorsignori, un’informazione addomesticata e di
sistema.
2) Lo scambio di informazioni tra i popoli (Gaza docet). A differenza
dell’olocausto nazista, grazie alla diffusione universale degli smartphone e
nonostante gli sforzi mediatici dell’hasbarà israeliana, il genocidio in
Palestina è stato visto e conosciuto da tutto il mondo. Utilizziamo le
possibilità che la tecnologia dell’informazione ci offre per rimanere in
contatto con i cittadini di altri Paesi, creiamo reti di comunicazione
internazionale: questo renderà più difficile la mistificazione massiva della
realtà, la costruzione a tavolino di un nemico e la conseguente disumanizzazione
degli altri popoli.
3) L’intento pacifista di cui è permeata la nostra Costituzione. Dal Dopoguerra
ad oggi, il sistema educativo italiano basato sui principi fondamentali della
Costituzione e pervaso dai più sinceri valori cristiani ha forgiato gli animi di
intere generazioni; in conseguenza di ciò, il nostro Paese ha sviluppato una
cultura e una coscienza tra le più pacifiste al mondo. Possiamo andarne fieri;
tuttavia negli ultimi mesi ciò che per decenni è stata la nostra cifra e il
nostro vanto è ora sotto l’attacco di politici guerrafondai e in conflitto di
interesse, generali e comandanti delle forze armate bramosi di dominare la scena
politica e classi dirigenti corrotte nel senso inteso da Vilfredo Pareto (e
anche nel senso comune). Questi signori, per i loro interessi, cercano di
declassare il pacifismo a mollezza d’animo, la ricerca di una soluzione pacifica
alle controversie internazionali a impotenza o codardia e la diplomazia ad
un’attività esecrabile.
Pertanto, chiedo al Presidente Mattarella di esercitare con maggior convinzione
il ruolo di garante della Costituzione e – con specifico riguardo all’articolo
11 – di vigilare in modo proattivo (sic!) sul suo rispetto. Ogni riferimento è
chiaramente voluto.
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L'articolo Ecco gli strumenti di cui disponiamo (e su cui possiamo contare) per
evitare la terza guerra mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Le necessità della difesa non devono diventare occasione per contribuire al
riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una
comunità più umana”. La Conferenza Episcopale Italiana torna a parlare di pace e
mette in guardia dalla corsa al riarmo avviata dai Paesi europei (e non solo).
Nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante“, approvata
dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi, la Cei rilancia gli appelli
di Papa Leone e richiama alla necessità di formare le coscienze per uscire dalla
logica della guerra. Una nota nella quale i vescovi toccano diversi argomenti:
dal web all’obiezione di coscienza – per una difesa non militare – fino al
servizio civile obbligatorio. La Cei propone anche di rivedere la figura dei
cappellani militari proponendo forme differenti “non legate” agli ambienti della
forze armate.
“UN’ALTRA STRADA È POSSIBILE”
I vescovi ricordano che l’Europa – che è stata “costruita in questi settant’anni
non con rivendicazioni o sopraffazioni, ma come cammino condiviso” – “va
coltivata espandendone tutte le potenzialità di pace”. Ma “appaiono invece
contraddittorie rispetto a tale orizzonte”, scrive la Cei, “quelle proposte di
pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che
hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Per
questo l’Europa deve ricordare le proprie origini e tornare alla sua essenza:
“In un tempo in cui si tornano a invocare il conflitto e la guerra, guardando
all’altro solo come nemico e minaccia, l’Unione Europea testimonia che un’altra
strada è possibile, che la logica della violenza non è inevitabile”.
OBIEZIONE DI COSCIENZA E SERVIZIO CIVILE
“In un tempo in cui governi, attori politici e perfino opinioni pubbliche
considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti,
occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo
lungimirante della cura della dignità umana e del creato. Vale allora la pena –
si legge nella nota pastorale – di far memoria di esperienze civili di grande
spessore, cui i cattolici hanno contribuito. Una di queste è quella che ha
portato a scoprire che la difesa della patria non si assicura solo con il
ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di
coscienza e il servizio civile”, scrive la Cei per la quale “un servizio civile
obbligatorio sarebbe un investimento per dare alle prossime generazioni
l’occasione di praticare la cura per la dignità della persona umana e per
l’ambiente, per opporsi all’ineguaglianza che si fa sistema sociale,
all’inimicizia come qualifica delle relazioni fra esseri umani e popoli, alla
soggezione dell’altro alle proprie ambizioni”.
I CAPPELLANI MILITARI
La Cei, tra le proposte concrete, parla anche dei cappellani militari e della
necessità di pensare a figure alternative: “C’è anche una forma di difesa della
patria che si compie nelle Forze armate ed essa non può lasciare indifferente la
Chiesa: anche qui occorrono forme di assistenza spirituale che esprimano
un’attiva sensibilità di pace”. Da qui la proposta di ” forme nuove di
assistenza spirituale per le Forze armate, che tengano anche conto dei
cambiamenti che hanno interessato il ruolo delle donne e degli uomini che
compiono questa scelta”. “Ci chiediamo anche se non si debbano prospettare
diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a
un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà
nell’annuncio di pace specie in contesti critici”, scrivono i vescovi.
WEB, ANTISEMITISMO E ISLAMOFOBIA
Nella nota si parla an che di web e media “luoghi in cui la pace va coltivata
quotidianamente”, secondo la Cei. “Portare nei social media una visione
nonviolenta significa contrastare la polarizzazione, promuovere linguaggi
rispettosi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dialogo
autentico. Le grandi potenzialità della comunicazione digitale possono così
essere orientate all’incontro, alla ricerca comune della verità e alla
costruzione di comunità più giuste, nelle quali la cura reciproca prevalga sulla
logica dello scontro”, scrive la Conferenza episcopale nel documento. Infine i
vescovi lanciano l’allarme sull’aumento della diffusione di “antisemitismo,
islamofobia e cristianofobia“: “È drammaticamente cresciuto l’antisemitismo, che
riprende antiche falsità contro gli ebrei e che viene oggi alimentato da una
fallace identificazione della realtà ebraica con inaccettabili recenti pratiche
dello Stato d’Israele” mentre con “l’islamofobia” “si alimenta l’idea confusa di
una minaccia di islamizzazione dei popoli europei o di una ‘sostituzione
etnica’, per instillare nella quotidianità paura”. “Nei due casi, slogan e
campagne politiche favoriscono attacchi violenti contro le rispettive comunità“,
denuncia la Cei.
L'articolo I vescovi contro la corsa agli armamenti: “Necessità di difesa non
siano occasione per contribuire al riarmo globale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Negli stessi giorni in cui il Parlamento europeo votava prima (26 novembre) per
respingere le modifiche al piano di riarmo dei paesi Ue, ammettendo in esso
anche le cosiddette “armi controverse”, ossia le bombe all’uranio impoverito, al
fosforo bianco, i killer robot ed altri simili ordigni di sterminio e dopo (27
novembre), a larghissima maggioranza, per respingere il “piano di pace” di Trump
perché “la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo
un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la
Russia dal ripetere tale aggressione in futuro”, in quegli stessi giorni e sugli
stessi temi Edgar Morin – 104 anni lo scorso luglio – scriveva alcune note,
pubblicate in Italia su il manifesto e ytali. (28 novembre). Meritano essere
citate, per segnare la pericolosa distanza tra chi ha lo sguardo lungo, lucido e
libero e gli attuali decisori europei, insieme a gran parte dei media.
“È con stupore – scrive Morin – che una parte degli umani considera il corso
catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con
incoscienza. (…) La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata
una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli
Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente
l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se
fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto
sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere
l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di
guerra. (…) Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un
compromesso sulle basi che ho appena menzionato [qui fa riferimento alle
proposte del libro Di guerra in guerra del 2023, nda], gli europei
contribuiscono alla escalation. (…) Infine noi dobbiamo cercare di pensare la
policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire
nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla
autodistruzione”.
Invece, nei giorni precedenti (21 novembre) il Capo di Stato maggiore francese,
generale Fabien Mandon, parlando all’assemblea del Sindaci francesi (merito dei
militari è il parlare chiaro) aveva detto che devono preparare le rispettive
città a “perdere i figli in guerra” ed anche “a soffrire economicamente perché
la priorità deve essere la produzione militare”: solo così ci si prepara al
prossimo conflitto armato con la Russia, che il documento strategico nazionale
francese prevede tra il 2027 e il 2030. Per questo una settimana dopo (27
novembre) Macron ha annunciato che dalla prossima estate partirà per i giovani
francesi il servizio militare di leva, inizialmente su base volontaria, che
sostituisce il Servizio Universale Nazionale che poteva essere anche civile.
Per non essere da meno, anche il ministro italiano della difesa Crosetto ha
annunciato il disegno di legge per istituire, con un ossimoro, una “leva
militare volontaria” anche nel nostro paese, similmente a quanto sta avvenendo
in Francia e in Germania (dove è già previsto che possa diventare obbligatoria),
per reclutare almeno altri 10.000 giovani italiani come forza di riserva, in
aggiunta ai 170.000 militari già nelle Forze Armate. Naturalmente, come
evidenziato dalla recente ricerca del Censis, gli italiani sono fortemente
contrari sia alla prospettiva di coinvolgimento bellico del nostro Paese, per
questo nessuno evoca il ripristino tout court della leva militare obbligatoria,
al momento sospesa, che non sarebbe pagante in termini di consenso elettorale.
Però è evidente che, in tutta Europa, la direzione è quella di reclutare nuova
massa per la guerra, ossia “carne da cannone” per l’”attacco preventivo” alla
Russia che sta preparando la Nato, come esplicitato dal generale
Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica. Al quale
bisogna rispondere con la storica formula: “Non un un soldo, né un soldato per
la guerra”.
Perché questo non sia solo uno slogan da cantare nei cortei pacifisti ma diventi
azione politica, e non potendo dichiararsi formalmente obiettori di coscienza, è
necessario sottoscrivere personalmente la dichiarazione di obiezione alla
guerra, promossa dalla Campagna del Movimento Nonviolento che – mentre nella
dimensione internazionale sostiene obiettori di coscienza e disertori di tutti i
fronti delle guerre in corso (1.500.000 ucraini sono considerati “ricercati” dai
centri di reclutamento) – nella dimensione interna promuove il rifiuto
preventivo e individuale di partecipare a qualsiasi forma di preparazione della
guerra, a cominciare proprio dal rifiuto della chiamata alle armi.
E’ una campagna che risponde al compito che ci indica Morin per “salvare
l’umanità dall’autodistruzione”, ma anche alle indicazioni di un altro grande
saggio del ‘900, Norberto Bobbio, difronte alla precedente corsa agli armamenti:
“Saremo i più forti se saremo uniti, se saremo solidali almeno su un punto
essenziale: non vi è conflitto che non possa essere risolto con le armi della
ragione, specie in questo mondo in cui a causa dell’interdipendenza di tutte le
questioni internazionali, la violenza chiama violenza in una catena senza fine.
Saremo i più forti se riusciremo ad ubbidire alla voce che nasce dal profondo
del nostro animo e che ci suggerisce questo nuovo comandamento: Disarmati di
tutto il mondo, uniamoci” (Il terso assente, 1989). Per difenderci dalla guerra,
anziché nella guerra.
L'articolo Edgar Morin contro riarmo ed escalation militare: non un soldo, né un
soldato per la guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il videomessaggio sul grande schermo di Kaja Kallas alla “Maratona per la Pace”
della Cisl, nel quale dice che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla
guerra” sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il
Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù,
l’ignoranza è forza”.
La proposta della Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della Ue e
dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva
dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno
pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata
controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e
vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i
“valori” europei, dovrebbe conoscere.
Da Erasmo da Rotterdam, “La guerra piace a chi non la conosce” (Adagia), ad
Immanuel Kant, “Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire del tutto.
Infatti pronti come sono a mostrarsi sempre armati a questo scopo minacciano
costantemente gli altri Stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella
quantità degli armati…“ (Per la pace perpetua); da Bertrand Russell, “La
preparazione alla guerra, lungi dall’essere un mezzo per prevenire la guerra, è
in realtà la causa principale delle guerre. (…) Gli armamenti e le alleanze
militari creano un clima di sospetto e paura che porta inevitabilmente al
conflitto” (Common Sense and Nuclear Warfare), a Papa Giovanni XXIII, “La guerra
è aliena alla ragione” (Pacem in terris), la deterrenza militare è disvelata
nella sua infondatezza e logica perversa che alimenta la minaccia che dichiara
di voler prevenire. E’ il dilemma, o paradosso, della deterrenza, come ho
spiegato più volte.
Del resto, già nella lettera che Albert Einstein inviò a Sigmund Freud nel
luglio del 1932, quattordici anni dopo “l’inutile strage” della Grande guerra e
sette anni prima della Seconda guerra mondiale, ponendo al padre della
psicoanalisi la domanda cruciale su come liberare l’umanità dalla guerra – già
consapevole che la risposta a questa domanda “è una questione di vita o di morte
per la civiltà da noi conosciuta” – attribuisce la causa principale delle guerre
“al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di
ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella
fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro
interessi personali e ampliare la loro personale autorità”.
E’ quel gruppo di potere, sia interno ad ogni Stato che trasversale ad essi, che
il presidente (ed ex generale) Usa Dwight D. Eishenhower, nel discorso di addio
alla presidenza del 1961, avrebbe definito “complesso militare-industriale”, che
dal riarmo globale per la preparazione della guerra ha tutto da guadagnare,
tanto quanto dal disarmo per la preparazione della pace ha tutto da perdere.
Ma, si chiedeva Einstein scrivendo a Freud, com’è possibile che questa minoranza
che fa affari con le guerre “riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa
del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e perdere?” Anche su questo lo
scienziato delinea nella lettera a Freud una risposta che ha pienamente valore –
o addirittura maggiore – anche per il nostro presente: “La minoranza di quelli
che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la
stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose.
Ciò consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli
strumenti della propria politica”. Salvo che per la chiesa cattolica, che man
mano si è posizionata dalla parte del pacifismo anziché della “guerra giusta”,
per il resto la lettera di Einstein mette a fuoco i dispositivi formativi e
informativi che ancora sovraintendono alla riconversione bellicista delle menti,
necessaria alla riconversione bellica dell’economia e del lavoro al servizio
della guerra. Alimentando la costruzione di un nemico minaccioso che, intanto,
disarma i paesi di fronte alle minacce reali.
Mentre per preparare la guerra la spesa militare italiana ha superato nel 2025
la cifra dei 35 miliardi di euro – puntando progressivamente a quel 5% del Pil
che significherà 140 miliardi di euro all’anno, sottratti agli investimenti
sociali e civili – ancora nel 2020 le organizzazioni per la pace e il disarmo
denunciavano che per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per
allestire 3.244 posti in terapia intensiva (vedi ricerca Greenpeace): proprio
quell’anno l’Italia fu “attaccata” dalla pandemia da Covid e si trovò negli
hangar decine di caccia F35 – dentro un programma pluriennale di spesa che ne
prevede l’acquisto di 125 – e gli ospedali senza sufficienti posti di terapia
intensiva, costringendo i medici a dover scegliere tra chi curare e chi no.
Ne avevo parlato nel libro che proponeva di Disarmare il virus della violenza.
Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (GoWare),
pubblicato nel 2021, ma sono stato ampiamente smentito dai fatti. Peccato che
oggi anche la Cisl, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa
di Kaja Kallas, abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori
all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della
riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il
disarmo e la pace.
L'articolo Kaja Kallas alla Cisl invita a prepararsi alla guerra: una narrazione
pericolosa che ora colpisce anche i lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.