Tag - Pacifismo

Perché tre grandi filosofi posso tornare utili per capire il mondo contemporaneo
Tre grandi filosofi posso tornare oltremodo utili per comprendere il mondo contemporaneo, poche altre volte tanto complesso e contraddittorio. Il primo è certamente Marx, con la sua idea di fondo per cui la struttura del sistema di produzione del momento (capitalismo) non si limita a imporre una sovrastruttura ideologica funzionale al sistema stesso, ma produce anche delle azioni politiche necessarie al contesto economico mutato. Il motivo per cui Usa e Cina, con in subordine Russia e India, stanno ridisegnando la propria politica di potenza, non senza rischi concreti di generare una terza guerra mondiale, è sostanzialmente legato a un’economia in cui gli Stati Uniti non sono più dominanti e hanno un bisogno spasmodico di ridefinire le proprie sfere di influenza con le terre da cui attingere risorse. Lo stesso vale, anche se al momento in misura più ridotta, per una Cina che da una parte sente aprirsi le porte di un primato economico mondiale e, dall’altra, teme che il mercato interno limitato possa rappresentare un ostacolo sostanziale al raggiungimento dell’obiettivo. Pensare di spiegare le guerre, o comunque i blitz violenti, con le sole categorie della morale antiviolenta, da questo punto di vista, rischia di rivelarsi un esercizio etico tanto inutile quanto fuorviante. Specie per coloro che vivono nell’Occidente benestante anche grazie a secoli di colonialismo e imperialismo, e che forse si trovano adesso a contestarlo anche perché quel benessere non è più tale né distribuito quanto lo è stato per tutta la seconda metà del Novecento. Nel pensiero di Marx non c’era spazio per la morale, ma in compenso vi era la consapevolezza inquietante per cui il debole non aspetta altro che diventare il più forte per poi esercitare il proprio dominio. La Storia è un equilibrio di rapporti di forza, non di morali della debolezza, come ben sanno tre figure “forti” del calibro di Trump, Putin e Xi Jinping, e sembrano dimenticare troppe “anime belle” del pacifismo da tastiera e a intermittenza. Qui giungiamo al secondo filosofo, Friedrich Nietzsche. Costui, senza troppi giri di parole, aveva spiegato che il mondo umano è governato dalla volontà di potenza, quella sorta di legge cosmica che spinge inesorabilmente il più forte a esercitare un dominio anche violento su tutto ciò che è più debole. Ma spinge anche il più debole, impossibilitato a razzolare male per via della propria debolezza, a servirsi delle buone prediche della morale per conseguire una potenza di tipo alternativo. Quando la Atene di Pericle, descritta dai manuali scolastici come primo esempio di “democrazia”, condusse una guerra di sottomissione, rapina e violenza contro il pacifico popolo di Melo – colpevole soltanto di non volersi schierare nel conflitto fra la stessa Atene e Sparta – lo storico Tucidide narra che i diplomatici ateniesi fecero pervenire questo messaggio ai propri interlocutori: “La saggezza di non mettervi contro il più forte dovrebbe consigliarvi di arrendervi […] Noi infatti crediamo che per le legge di natura chi è più forte comandi. Che questo lo faccia la divinità, lo crediamo per convinzione; che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”. Insomma, ben lungi dal considerare la guerra cosa buona o necessaria, bisognerebbe perlomeno ricordarsi, però, della natura umana: quella che è incline alla potenza senza le distinzioni geopolitiche di cui si servono i giudici certi e infallibili delle rispettive tifoserie. Qui arriviamo al terzo filosofo: Hegel. Serve per spiegare quello che chiamo “cortocircuito degli opposti” (a favore di Putin o della Nato, di Trump o di Maduro, senza possibilità di sfumature di intelligenza del reale). Sì, perché mentre Hegel invitava a superare l’adesione alle antitesi nette, in genere innervata di moralismo fanatico, le troppe tifoserie che popolano il tempo attuale sembrano essere cadute vittime dell’iper-informazione resa possibile dalla Rete: quella che ci ha fatto scoprire un dato tanto ovvio quanto sconosciuto fino ai tempi della sola informazione mainstream. Ossia che nessuno dei soggetti in campo, o in guerra, ha completamente ragione, non presenta scheletri nell’armadio, non è mosso da interessi economici e, soprattutto, non manifesta una élite di potere incline a sfruttare il popolo per i propri scopi. Mutatis mutandis vale per tutti i soggetti in campo, nessuno escluso: Usa, Venezuela, Israele, Hamas, Russia, Ucraina, Iran etc. Il fatto è che, grazie all’ipertrofia informativa delle Rete (l’occhio umano non vede al buio ma neppure quando c’è troppa luce, scriveva Platone), chiunque voglia prendere posizione in maniera netta ed esente da dubbi, trova materiale sufficiente per ammantare di sacra e violenta verità la propria parte, formulando le accuse peggiori contro l’altra. Un giochino mediatico ad esclusivo beneficio di influencer, politici di piccolo calibro (la grande maggioranza) e in generale di un teatrino informativo in pieno black-out intellettivo. Non a caso Hegel scriveva che solo la Storia è quel tribunale implacabile che si incarica di smentire le favolette parziali con cui troppi amano illudersi o farsi forti. Chi si ostinasse a non capire, giudichi pure “cerchiobottista” questo intervento. Il cui unico intento, invece, è ricordare che se non torniamo all’intelligenza delle sfumature, oltre a capire poco, innescheremo conflitti sempre più distruttivi. L'articolo Perché tre grandi filosofi posso tornare utili per capire il mondo contemporaneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Società
Donald Trump
Blog
Usa
Pacifismo
Ebbene sì, sono un ‘pacifinto’: perché la guerra in Ucraina doveva (e deve) essere fermata
di Gian Domenico Malpeli Ebbene sì, lo confesso: sono un “pacifinto”. Uno di quelli fermamente convinto che la guerra in Ucraina poteva e doveva essere evitata, anzitutto ascoltando le ragioni della Russia, che più volte aveva avvisato che non avrebbe tollerato l’ingresso di quella nazione nella Nato. Certo, si può obiettare che anche l’Ucraina dovrebbe poter scegliere liberamente con chi allearsi, ma a chi sostiene questa tesi io domando se gli americani potrebbero accettare un’eventuale alleanza tra Messico e Cina, con le basi militari di quest’ultima ai loro confini. Se si vuole essere coerenti la risposta è ovvia: no. Le grandi potenze considerano i paesi limitrofi come il giardino di casa, e non gradiscono intrusioni, questa è la situazione. Che poi la Russia si appresti ad invadere l’Europa è una baggianata colossale. In primo luogo non ne ha alcun interesse; siamo un miscuglio di nazioni rissose, popolate da vecchi, senza risorse naturali, con un’industria in declino ormai superata anche dalla Cina, cosa abbiamo che li attiri? I debiti? Ma poi fatemi capire: al mattino ci viene detto che l’esercito di Putin è talmente inefficiente che in quattro anni non ha conquistato neppure il Donbass, come si fa al pomeriggio a giurare che non si fermerà che a Lisbona? Nel ragionamento c’è qualcosa che “strusa”. Siamo onesti: la Russia non ha assolutamente le forze per conquistare il vecchio continente; al limite lo può trasformare in poche ore in un deserto radioattivo, quello sì, e se accadesse potremmo metterci il cuore in pace, gli americani non muoverebbero un dito per difenderci, di fronte all’istinto di sopravvivenza non c’è articolo 5 che tenga. Ma il martellamento mediatico è ossessivo, “armiamoci e partite” è il nuovo mantra dei nostri politici. Quindi il debito pubblico non è più un problema, può essere tranquillamente elevato, ma solo per le armi, non per sanità, ricerca e istruzione. Per risparmiare i lavoratori andranno in pensione a settant’anni, ma volete mettere quanti bei missili potremmo acquistare? Ma poi fatemi capire, chi vorremmo mandare in guerra? I nostri preziosi e viziatissimi figli unici? Ma per favore!! Ma lo immaginate il povero reclutatore che tenta di sottrarre il pupo all’ala protettiva dell’italica mamma? Non lo invidio, dopo le prime esperienze preferirà affrontare a mani nude un carrarmato. Fermiamo questa follia; la storia ci dovrebbe insegnare che le corse al riarmo non hanno mai portato nulla di buono, mettiamo a tacere i commandos da divano e riapriamo il dialogo con la Russia, smettiamo di considerare mezzo mondo come nemico e la guerra come una soluzione alle divergenze internazionali. Le risorse vanno destinate alla lotta alla povertà, che in Europa aumenta, al lavoro dei giovani, che fuggono dall’Italia per mancanza di prospettive, alle università, agli ospedali, agli anziani che tra pochi anni rappresenteranno la maggior parte della popolazione, a migliorare la condizioni di vita delle persone, non ad ucciderle. Io lancio una modesta idea per favorire velocemente la cessazione del conflitto: obblighiamo tutti i politici nazionali ed europei che sostengono il riarmo a versare almeno il 50% del loro stipendio a favore dello sforzo bellico, e mandiamo i loro figli a fare uno stage di due settimane in trincea… vogliamo scommettere che di fronte a questa prospettiva nel giro di pochi giorni verrebbe siglata la pace? IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Ebbene sì, sono un ‘pacifinto’: perché la guerra in Ucraina doveva (e deve) essere fermata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Mondo
Guerra Russia Ucraina
Pacifismo
Guerre
Il Papa critica il riarmo, i leader preparano la guerra: così vanno scongiurati gli ultimi giorni dell’umanità
Si susseguono dichiarazioni belliciste sempre più minacciose a destra e a manca: quella del capo di stato maggiore inglese Richard John Knighton, che – per non essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i sindaci – avvisa le famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro la Russia”; o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla guerra come quella dei nostri nonni”, e alle contestuali abnormi spese per i riarmi nazionali dei paesi europei – benedetti anche dal presidente Mattarella, che pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra ne indica la necessità, seppur “impopolare”. Tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale Gli ultimi giorni dell’umanità, nella cui premessa l’autore avvisa gli spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la tragedia dell’umanità”. Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000 giovanissimi soldati della Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentate le sacre nozze tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella “grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra mondiale da cui abbiamo in eredità le armi nucleari che incombono sulle nostre teste. Nel corso del 2015 sull’altare di quelle nozze erano stati sacrificati 1.800 miliardi di dollari in spese militari globali. Dieci anni dopo – in un prepotente riarmo già in corso – ci avviciniamo ai 2.800. E non bastano ancora. Una follia da ultimi giorni dell’umanità: “Perché non vi ribellate, voi che ancora potete?” sembravano sussurrare 35.000 voci agli spettatori. Ribellarsi a questi personaggi da operetta che stanno preparando la nuova tragedia dell’umanità è la sola speranza di evitarla. Contro le obsolete accuse di simpatia per nemico e relative censure, contro il sentimento di rassegnazione che si sta diffondendo tra alcuni, contro il meccanismo di difesa della rimozione del pericolo che prevale tra altri, contro la paura di essere chiamati in prima persona in guerra che attraversa molti giovani, è necessario diventare tutte e tutti attivisti di pace, con i mezzi della nonviolenza: è l’unica strada che ci può salvare. Su questa via oggi abbiamo la certezza di un compagno di strada: dopo papa Francesco anche papa Leone XIV, che nel messaggio per la Giornata mondiale della pace della Chiesa cattolica del 1° gennaio 2026 scrive parole che vorremmo ascoltare dai decisori politici nazionali e internazionali, invece dei loro proclami bellicisti. “Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità – scrive Leone, disvelando l’irrazionalità della deterrenza militare – Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Inoltre aggiunge: “Alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Dunque “occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico”. Il nutrimento del pensiero critico e la pratica dell’azione nonviolenta sono gli elementi che i popoli possono mettere in campo per esercitare il potere di tutti per il disarmo, bloccando il potere dei pochi per il riamo: sottrarsi a qualunque forma di collaborazione con la guerra e impegnarsi per la costruzione delle alternative civili. “Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre – scriveva il mite Aldo Capitini ne Il potere di tutti – Oggi i governi, con la decisione di fare le guerre e di usare le armi atomiche, sono infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo”. Per scongiurare gli ultimi giorni dell’umanità è giunto il tempo di organizzare il “disordine” nonviolento, ossia il potere di tutti disarmato e disarmante. L'articolo Il Papa critica il riarmo, i leader preparano la guerra: così vanno scongiurati gli ultimi giorni dell’umanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Società
Blog
Pacifismo
Guerra
Ecco gli strumenti di cui disponiamo (e su cui possiamo contare) per evitare la terza guerra mondiale
di Angelo Palazzolo “Gli armamenti nazionali sono inutili. Essi non ti danno la sicurezza. Essi semplicemente incoraggiano l’abitudine del duello. Se tu li accumuli puoi esser sicuro di dover comprare un altro biglietto per la Sala degli Specchi [dove fu firmato il Trattato di Versailles, nda]”. Questo monito si trova su un libro datato 1932 e titolato L’Europa verso il suicidio? La verità sul disarmo. Il libro è composto da una serie di lettere inviate ad amici immaginari che impersonificano l’Inghilterra, la Francia, la Germania (a cui nello specifico è indirizzata quella frase), gli Usa e il Giappone. L’autore, un politico inglese che si firma con lo pseudonimo Robert The Peeler, con un linguaggio schietto e popolare, un secolo fa, metteva in guardia da pericoli che si rivelano terribilmente attuali: il paradosso della sicurezza, gli interessi dei fabbricanti d’armi, il conflitto di interesse di esperti prezzolati e di politici legati mani e piedi all’industria bellica, la propaganda assordante, l’informazione corrotta, la tecnica della rana bollita e altri ancora. Per evitare lo scoppio di un secondo conflitto mondiale, l’autore predica il disarmo delle singole nazioni e la “necessità che nel mondo ci siano dei Tribunali per dirimere le controversie e dei gendarmi per mantenere l’ordine”. Oggi sappiamo che i moniti e i suggerimenti di quell’autore – così come quelli di altri pacifisti dell’epoca – furono vani e che l’Europa infine trascinò il mondo nell’inferno della Seconda guerra mondiale. Dopo quasi un secolo, il prof. Barbero, il prof. Orsini, il prof. Cacciari, il generale Mini e molti altri pensatori liberi del nostro tempo indossano le vesti di quell’illuminato politico inglese e ci avvisano – alcuni bisbigliando, altri gridando – che il percorso intrapreso dall’Europa, se non viene deviato in tempo, ha come suo naturale sbocco la Terza guerra mondiale. Per evitare la catastrofe verso cui un’élite di corrotti e incapaci ci sta facendo sprofondare, noi cittadini possiamo contare su alcuni strumenti che nel periodo precedente alle due guerre mondiali non erano disponibili: 1) Internet, come fonte alternativa di informazione. Le televisioni e le testate giornalistiche (fatte le dovute eccezioni) sono controllate dalla politica, soggiogate al potere delle lobby e impregnate di conflitti di interessi, mentre su Internet è possibile trovare canali realmente indipendenti dove l’informazione arriva “dal basso” ed è più libera. Vigiliamo affinché non passino misure liberticide dai nomi tanto accattivanti quanto fuorvianti (vedi lo “Scudo democratico”), nate con il precipuo intento di proteggere la sola informazione che va bene a lorsignori, un’informazione addomesticata e di sistema. 2) Lo scambio di informazioni tra i popoli (Gaza docet). A differenza dell’olocausto nazista, grazie alla diffusione universale degli smartphone e nonostante gli sforzi mediatici dell’hasbarà israeliana, il genocidio in Palestina è stato visto e conosciuto da tutto il mondo. Utilizziamo le possibilità che la tecnologia dell’informazione ci offre per rimanere in contatto con i cittadini di altri Paesi, creiamo reti di comunicazione internazionale: questo renderà più difficile la mistificazione massiva della realtà, la costruzione a tavolino di un nemico e la conseguente disumanizzazione degli altri popoli. 3) L’intento pacifista di cui è permeata la nostra Costituzione. Dal Dopoguerra ad oggi, il sistema educativo italiano basato sui principi fondamentali della Costituzione e pervaso dai più sinceri valori cristiani ha forgiato gli animi di intere generazioni; in conseguenza di ciò, il nostro Paese ha sviluppato una cultura e una coscienza tra le più pacifiste al mondo. Possiamo andarne fieri; tuttavia negli ultimi mesi ciò che per decenni è stata la nostra cifra e il nostro vanto è ora sotto l’attacco di politici guerrafondai e in conflitto di interesse, generali e comandanti delle forze armate bramosi di dominare la scena politica e classi dirigenti corrotte nel senso inteso da Vilfredo Pareto (e anche nel senso comune). Questi signori, per i loro interessi, cercano di declassare il pacifismo a mollezza d’animo, la ricerca di una soluzione pacifica alle controversie internazionali a impotenza o codardia e la diplomazia ad un’attività esecrabile. Pertanto, chiedo al Presidente Mattarella di esercitare con maggior convinzione il ruolo di garante della Costituzione e – con specifico riguardo all’articolo 11 – di vigilare in modo proattivo (sic!) sul suo rispetto. Ogni riferimento è chiaramente voluto. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Ecco gli strumenti di cui disponiamo (e su cui possiamo contare) per evitare la terza guerra mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Mondo
Riarmo
Pacifismo
I vescovi contro la corsa agli armamenti: “Necessità di difesa non siano occasione per contribuire al riarmo globale”
“Le necessità della difesa non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana”. La Conferenza Episcopale Italiana torna a parlare di pace e mette in guardia dalla corsa al riarmo avviata dai Paesi europei (e non solo). Nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante“, approvata dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi, la Cei rilancia gli appelli di Papa Leone e richiama alla necessità di formare le coscienze per uscire dalla logica della guerra. Una nota nella quale i vescovi toccano diversi argomenti: dal web all’obiezione di coscienza – per una difesa non militare – fino al servizio civile obbligatorio. La Cei propone anche di rivedere la figura dei cappellani militari proponendo forme differenti “non legate” agli ambienti della forze armate. “UN’ALTRA STRADA È POSSIBILE” I vescovi ricordano che l’Europa – che è stata “costruita in questi settant’anni non con rivendicazioni o sopraffazioni, ma come cammino condiviso” – “va coltivata espandendone tutte le potenzialità di pace”. Ma “appaiono invece contraddittorie rispetto a tale orizzonte”, scrive la Cei, “quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Per questo l’Europa deve ricordare le proprie origini e tornare alla sua essenza: “In un tempo in cui si tornano a invocare il conflitto e la guerra, guardando all’altro solo come nemico e minaccia, l’Unione Europea testimonia che un’altra strada è possibile, che la logica della violenza non è inevitabile”. OBIEZIONE DI COSCIENZA E SERVIZIO CIVILE “In un tempo in cui governi, attori politici e perfino opinioni pubbliche considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti, occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato. Vale allora la pena – si legge nella nota pastorale – di far memoria di esperienze civili di grande spessore, cui i cattolici hanno contribuito. Una di queste è quella che ha portato a scoprire che la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile”, scrive la Cei per la quale “un servizio civile obbligatorio sarebbe un investimento per dare alle prossime generazioni l’occasione di praticare la cura per la dignità della persona umana e per l’ambiente, per opporsi all’ineguaglianza che si fa sistema sociale, all’inimicizia come qualifica delle relazioni fra esseri umani e popoli, alla soggezione dell’altro alle proprie ambizioni”. I CAPPELLANI MILITARI La Cei, tra le proposte concrete, parla anche dei cappellani militari e della necessità di pensare a figure alternative: “C’è anche una forma di difesa della patria che si compie nelle Forze armate ed essa non può lasciare indifferente la Chiesa: anche qui occorrono forme di assistenza spirituale che esprimano un’attiva sensibilità di pace”. Da qui la proposta di ” forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate, che tengano anche conto dei cambiamenti che hanno interessato il ruolo delle donne e degli uomini che compiono questa scelta”. “Ci chiediamo anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”, scrivono i vescovi. WEB, ANTISEMITISMO E ISLAMOFOBIA Nella nota si parla an che di web e media “luoghi in cui la pace va coltivata quotidianamente”, secondo la Cei. “Portare nei social media una visione nonviolenta significa contrastare la polarizzazione, promuovere linguaggi rispettosi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dialogo autentico. Le grandi potenzialità della comunicazione digitale possono così essere orientate all’incontro, alla ricerca comune della verità e alla costruzione di comunità più giuste, nelle quali la cura reciproca prevalga sulla logica dello scontro”, scrive la Conferenza episcopale nel documento. Infine i vescovi lanciano l’allarme sull’aumento della diffusione di “antisemitismo, islamofobia e cristianofobia“: “È drammaticamente cresciuto l’antisemitismo, che riprende antiche falsità contro gli ebrei e che viene oggi alimentato da una fallace identificazione della realtà ebraica con inaccettabili recenti pratiche dello Stato d’Israele” mentre con “l’islamofobia” “si alimenta l’idea confusa di una minaccia di islamizzazione dei popoli europei o di una ‘sostituzione etnica’, per instillare nella quotidianità paura”. “Nei due casi, slogan e campagne politiche favoriscono attacchi violenti contro le rispettive comunità“, denuncia la Cei. L'articolo I vescovi contro la corsa agli armamenti: “Necessità di difesa non siano occasione per contribuire al riarmo globale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Riarmo
Pacifismo
Cei
Edgar Morin contro riarmo ed escalation militare: non un soldo, né un soldato per la guerra
Negli stessi giorni in cui il Parlamento europeo votava prima (26 novembre) per respingere le modifiche al piano di riarmo dei paesi Ue, ammettendo in esso anche le cosiddette “armi controverse”, ossia le bombe all’uranio impoverito, al fosforo bianco, i killer robot ed altri simili ordigni di sterminio e dopo (27 novembre), a larghissima maggioranza, per respingere il “piano di pace” di Trump perché “la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro”, in quegli stessi giorni e sugli stessi temi Edgar Morin – 104 anni lo scorso luglio – scriveva alcune note, pubblicate in Italia su il manifesto e ytali. (28 novembre). Meritano essere citate, per segnare la pericolosa distanza tra chi ha lo sguardo lungo, lucido e libero e gli attuali decisori europei, insieme a gran parte dei media. “È con stupore – scrive Morin – che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza. (…) La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. (…) Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato [qui fa riferimento alle proposte del libro Di guerra in guerra del 2023, nda], gli europei contribuiscono alla escalation. (…) Infine noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione”. Invece, nei giorni precedenti (21 novembre) il Capo di Stato maggiore francese, generale Fabien Mandon, parlando all’assemblea del Sindaci francesi (merito dei militari è il parlare chiaro) aveva detto che devono preparare le rispettive città a “perdere i figli in guerra” ed anche “a soffrire economicamente perché la priorità deve essere la produzione militare”: solo così ci si prepara al prossimo conflitto armato con la Russia, che il documento strategico nazionale francese prevede tra il 2027 e il 2030. Per questo una settimana dopo (27 novembre) Macron ha annunciato che dalla prossima estate partirà per i giovani francesi il servizio militare di leva, inizialmente su base volontaria, che sostituisce il Servizio Universale Nazionale che poteva essere anche civile. Per non essere da meno, anche il ministro italiano della difesa Crosetto ha annunciato il disegno di legge per istituire, con un ossimoro, una “leva militare volontaria” anche nel nostro paese, similmente a quanto sta avvenendo in Francia e in Germania (dove è già previsto che possa diventare obbligatoria), per reclutare almeno altri 10.000 giovani italiani come forza di riserva, in aggiunta ai 170.000 militari già nelle Forze Armate. Naturalmente, come evidenziato dalla recente ricerca del Censis, gli italiani sono fortemente contrari sia alla prospettiva di coinvolgimento bellico del nostro Paese, per questo nessuno evoca il ripristino tout court della leva militare obbligatoria, al momento sospesa, che non sarebbe pagante in termini di consenso elettorale. Però è evidente che, in tutta Europa, la direzione è quella di reclutare nuova massa per la guerra, ossia “carne da cannone” per l’”attacco preventivo” alla Russia che sta preparando la Nato, come esplicitato dal generale Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica. Al quale bisogna rispondere con la storica formula: “Non un un soldo, né un soldato per la guerra”. Perché questo non sia solo uno slogan da cantare nei cortei pacifisti ma diventi azione politica, e non potendo dichiararsi formalmente obiettori di coscienza, è necessario sottoscrivere personalmente la dichiarazione di obiezione alla guerra, promossa dalla Campagna del Movimento Nonviolento che – mentre nella dimensione internazionale sostiene obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti delle guerre in corso (1.500.000 ucraini sono considerati “ricercati” dai centri di reclutamento) – nella dimensione interna promuove il rifiuto preventivo e individuale di partecipare a qualsiasi forma di preparazione della guerra, a cominciare proprio dal rifiuto della chiamata alle armi. E’ una campagna che risponde al compito che ci indica Morin per “salvare l’umanità dall’autodistruzione”, ma anche alle indicazioni di un altro grande saggio del ‘900, Norberto Bobbio, difronte alla precedente corsa agli armamenti: “Saremo i più forti se saremo uniti, se saremo solidali almeno su un punto essenziale: non vi è conflitto che non possa essere risolto con le armi della ragione, specie in questo mondo in cui a causa dell’interdipendenza di tutte le questioni internazionali, la violenza chiama violenza in una catena senza fine. Saremo i più forti se riusciremo ad ubbidire alla voce che nasce dal profondo del nostro animo e che ci suggerisce questo nuovo comandamento: Disarmati di tutto il mondo, uniamoci” (Il terso assente, 1989). Per difenderci dalla guerra, anziché nella guerra. L'articolo Edgar Morin contro riarmo ed escalation militare: non un soldo, né un soldato per la guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Società
Blog
Riarmo
Pacifismo
Guerra
Kaja Kallas alla Cisl invita a prepararsi alla guerra: una narrazione pericolosa che ora colpisce anche i lavoratori
Il videomessaggio sul grande schermo di Kaja Kallas alla “Maratona per la Pace” della Cisl, nel quale dice che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra” sembra tratto da una pagina di 1984 di George Orwell, dai cui schermi il Grande Fratello ribadiva le formule “la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. La proposta della Kallas, ripetuta ossessivamente dall’establishment della Ue e dai vertici della Nato, non è proprio innovativa e tantomeno ragionevole: deriva dalla massima latina si vis pacem para bellum, ampiamente superata dal moderno pensiero razionale europeo, laico e religioso, che ne rivela la sperimentata controproduttività. Che pure l’Alta rappresentante per gli affari esteri e vicepresidente della Commissione europea, che non perde occasione di citare i “valori” europei, dovrebbe conoscere. Da Erasmo da Rotterdam, “La guerra piace a chi non la conosce” (Adagia), ad Immanuel Kant, “Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire del tutto. Infatti pronti come sono a mostrarsi sempre armati a questo scopo minacciano costantemente gli altri Stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella quantità degli armati…“ (Per la pace perpetua); da Bertrand Russell, “La preparazione alla guerra, lungi dall’essere un mezzo per prevenire la guerra, è in realtà la causa principale delle guerre. (…) Gli armamenti e le alleanze militari creano un clima di sospetto e paura che porta inevitabilmente al conflitto” (Common Sense and Nuclear Warfare), a Papa Giovanni XXIII, “La guerra è aliena alla ragione” (Pacem in terris), la deterrenza militare è disvelata nella sua infondatezza e logica perversa che alimenta la minaccia che dichiara di voler prevenire. E’ il dilemma, o paradosso, della deterrenza, come ho spiegato più volte. Del resto, già nella lettera che Albert Einstein inviò a Sigmund Freud nel luglio del 1932, quattordici anni dopo “l’inutile strage” della Grande guerra e sette anni prima della Seconda guerra mondiale, ponendo al padre della psicoanalisi la domanda cruciale su come liberare l’umanità dalla guerra – già consapevole che la risposta a questa domanda “è una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta” – attribuisce la causa principale delle guerre “al piccolo ma deciso gruppo di coloro che attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità”. E’ quel gruppo di potere, sia interno ad ogni Stato che trasversale ad essi, che il presidente (ed ex generale) Usa Dwight D. Eishenhower, nel discorso di addio alla presidenza del 1961, avrebbe definito “complesso militare-industriale”, che dal riarmo globale per la preparazione della guerra ha tutto da guadagnare, tanto quanto dal disarmo per la preparazione della pace ha tutto da perdere. Ma, si chiedeva Einstein scrivendo a Freud, com’è possibile che questa minoranza che fa affari con le guerre “riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e perdere?” Anche su questo lo scienziato delinea nella lettera a Freud una risposta che ha pienamente valore – o addirittura maggiore – anche per il nostro presente: “La minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica”. Salvo che per la chiesa cattolica, che man mano si è posizionata dalla parte del pacifismo anziché della “guerra giusta”, per il resto la lettera di Einstein mette a fuoco i dispositivi formativi e informativi che ancora sovraintendono alla riconversione bellicista delle menti, necessaria alla riconversione bellica dell’economia e del lavoro al servizio della guerra. Alimentando la costruzione di un nemico minaccioso che, intanto, disarma i paesi di fronte alle minacce reali. Mentre per preparare la guerra la spesa militare italiana ha superato nel 2025 la cifra dei 35 miliardi di euro – puntando progressivamente a quel 5% del Pil che significherà 140 miliardi di euro all’anno, sottratti agli investimenti sociali e civili – ancora nel 2020 le organizzazioni per la pace e il disarmo denunciavano che per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti in terapia intensiva (vedi ricerca Greenpeace): proprio quell’anno l’Italia fu “attaccata” dalla pandemia da Covid e si trovò negli hangar decine di caccia F35 – dentro un programma pluriennale di spesa che ne prevede l’acquisto di 125 – e gli ospedali senza sufficienti posti di terapia intensiva, costringendo i medici a dover scegliere tra chi curare e chi no. Ne avevo parlato nel libro che proponeva di Disarmare il virus della violenza. Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie (GoWare), pubblicato nel 2021, ma sono stato ampiamente smentito dai fatti. Peccato che oggi anche la Cisl, ospitando la narrazione obsoleta, irrazionale e pericolosa di Kaja Kallas, abbia iniziato a preparare, di fatto, i lavoratori all’accelerazione della riconversione al militare dell’industria civile e della riconversione alla guerra dell’economia sociale. Anziché a lottare per il disarmo e la pace. L'articolo Kaja Kallas alla Cisl invita a prepararsi alla guerra: una narrazione pericolosa che ora colpisce anche i lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Politica
Riarmo
Cisl
Pacifismo