Sessanta anni fa, il 15 febbraio del 1966, don Lorenzo Milani (foto) venne
processato per la lettera ai cappellani militari contro tutte le guerre e in
difesa dell’obiezione di coscienza e con lui il direttore di Rinascita, Luca
Pavolini, che l’aveva pubblicata. I due furono assolti in primo grado, ma
condannati poi in appello nell’ottobre del 1967. Nel frattempo però don Milani
era morto, ma per lo Stato rimase il “reo”. Il processo fu rapido: la lettera
contro i cappellani era stata scritta un anno prima e don Milani finì subito
alla sbarra. Pur malatissimo (morirà circa un anno dopo, il 26 giugno 1967), il
priore di Barbiana non fece nulla per rinviare il processo, tanto era il
rispetto che nutriva, ricordano i suoi ex allievi, per la giustizia e per la
magistratura (tra i suoi amici più cari Gian Paolo Meucci, Silvio Ramat e
Beniamino Deidda).
Don Milani accettò di essere difeso dall’avvocato di ufficio Adolfo Gatti e lui
stesso, pur immerso in giornate di dolore per il tumore che lo affliggeva, trovò
il modo e la forza di scrivere una lettera ai giudici, testo cult del primato
della coscienza e della pace che piacque moltissimo, tra gli altri, allo
psicanalista Erich Fromm. Memorabile l’incipit della lettera, che con quella ai
cappellani militari forma il libretto ‘L’obbedienza non è più una virtù’:
“Signori Giudici, vi metto qui per scritto quello che avrei detto volentieri in
aula. Non sarà infatti facile ch’io possa venire a Roma perché sono da tempo
malato. La malattia è l’unico motivo per cui non vengo. Ci tengo a precisarlo
perché dai tempi di Porta Pia i preti italiani sono sospettati di avere poco
rispetto per lo Stato. E questa è proprio l’accusa che mi si fa in questo
processo. Ma essa non è fondata per moltissimi miei confratelli e in nessun modo
per me. Vi spiegherò anzi quanto mi stia a cuore imprimere nei miei ragazzi il
senso della legge e il rispetto per i tribunali degli uomini”.
Dunque rispetto della legge e dei giudici. È questo il contesto storico in cui
si colloca la decisione degli ex allievi del priore di schierarsi per il No al
referendum del 22 e 23 marzo, con un lungo comunicato firmato dalla fondazione,
dal gruppo di Calenzano e dall’istituzione di Vicchio, presieduta da Antonio
Foti Valenti, che coltivano la memoria di don Milani. La fondazione, voluta da
Michele Gesualdi e guidata oggi da Agostino Burberi, uno dei primi ragazzi della
scuola di Barbiana, ha anche aderito al comitato per il No presieduto da
Vittorio Bachelet, “con l’obiettivo di organizzare, coordinare e sostenere tutte
le iniziative di sostegno al No al referendum”.
Spiegano i milaniani, da Guido Carotti a Nevio Santini e a Edoardo Martinelli,
nel loro documento: “Il motivo centrale del nostro no sta nel merito stesso
della riforma. La proposta, nei fatti, consegna enorme potere e influenza sulla
giustizia alle maggioranze politiche del momento, avvantaggiandole di volta in
volta, come riconosciuto dallo stesso Ministro della Giustizia, estensore della
riforma”. E don Andrea Bigalli, che per la Curia segue in particolare il mondo
dei milaniani, aggiunge, per far capire le ragioni del no alla riforma, che per
loro, i milaniani, “la difesa della Costituzione è fisiologica”. E la riforma
del centrodestra è vista come un attacco proprio alla Carta. “Viene svuotato di
senso quanto stabilito dalla Costituzione, che garantisce l’autonomia e
l’indipendenza della magistratura attraverso il suo autogoverno”. Sottolineano
infine gli ex allievi del priore: “Per don Milani, la Costituzione era un testo
sacro, uno strumento di riscatto per gli ultimi. Modificarla in questo senso
significa tradirne lo spirito più profondo e tradire il principio della
separazione dei poteri, l’unico argine contro l’arbitrio e il sopruso del
potente sul povero”.
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contro la Costituzione, per lui era sacra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre clic dal mondo croce e fucile. Primo, il noto francescano padre Agostino
Gemelli, capitano medico durante la prima guerra mondiale: “L’educazione
religiosa è stata compiuta dalla voce del cannone durante i mesi di trincea, e
il soldato ha appreso questa lezione quasi senza avvedersene”. Secondo: “La vita
militare è stata in passato e può essere ancora oggi luogo, strumento ed
epifania di santità”, scrive mons. Vincenzo Pelvi, ex ordinario militare per
l’Italia. Terzo: “A te eterno Iddio, Signore della pace e della guerra (…) Tu
che ci hai fatto un cuore di fiamma (sic, fiamma), guida i nostri passi sulla
via dell’onore”, recita la preghiera del bersagliere.
Ecco, tre flash dalla mistica del cannone, come la definisce e la racconta
Sergio Tanzarella, professore di storia della Chiesa, in Abbasso tutte le
guerre, edito da Il pozzo di Giacobbe, che in copertina propone una foto inedita
di don Lorenzo Milani. Lo si vede, il priore di Barbiana, appoggiato, assieme a
due amici (tra i quali, il primo della foto è Mario Rosi, ex allievo di
Calenzano), sul tetto di un auto con i finestrini sporchi in cui qualcuno ha
scritto: “Abbasso tutte le guerre”. Tanzarella ripropone la Lettera ai
cappellani militari e ai giudici di don Milani per le quali il priore di
Barbiana e Luca Pavolini, allora direttore di Rinascita, settimanale del Pci,
furono denunciati e processati il 15 febbraio 1966, sessanta anni fa. Le due
lettere vennero pubblicate nel testo cult del pacifismo, L’obbedienza non è più
una virtù. Gino Strada ha riconosciuto di essere stato molto influenzato dal
testo milaniano: “A quei tempi io ero ancora un ragazzo, non avevo ancora
vent’anni. Don Milani rappresentava una delle più importanti voci critiche di
una parte del mondo cattolico, che non aveva abbandonato i problemi reali della
società e i valori etici fondamentali che devono ispirare gli uomini nel loro
agire sociale e politico”.
Tanzarella sottolinea come la Lettera ai cappellani militari, che avevano
pubblicato un ordine del giorno contro l’obiezione di coscienza, riflette lo
scontro tra i cattolici progressisti e quelli per i quali valeva la cultura
della mistica del cannone. Il soldato può aspirare alla santità perché nella
guerra si esprime la forza di Dio: “Fa, nella pace, dei nostri voli il volo più
ardito: fa, nella guerra, della nostra forza la Tua forza, o Signore”, pregano
gli aviatori.
Don Milani si colloca agli antipodi ed esalta l’obiezione al militare e alla
patria per la quale combattono i soldati. “A scuola ci presentavano l’Impero
come gloria della patria. Avevo tredici anni, i nostri maestri si sono
dimenticati di dirci che gli etiopici erano migliori di noi che andavamo a
bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro
non ci avevano fatto nulla”. E aggiunge don Milani: “Io non ho Patria e reclamo
il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro”. Dunque don Milani demolisce l’idea di
patria e scrive ai cappellani militari: “Le armi che voi approvate sono orribili
macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche
armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.
Don Milani e Pavolini vennero assolti ma condannati in appello, il 28 ottobre
1967, quando però il priore di Barbiana era già morto. Condannato e sconfitto
dalla storia, sottolinea con rammarico l’arcivescovo di Firenze Gherardo
Gambelli nella prefazione al libro: “Don Milani, purtroppo, si sbagliava. Non
vedeva bene quando preconizzava che, nel giro di due generazioni, le “divise dei
soldati e dei cappellani militari” sarebbero state viste “solo nei musei”.
Paradossalmente proprio perché si sbagliava, il no di don Milani, alla guerra,
al militare e alle armi, è ancora molto attuale.
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Lorenzo Milani che simboleggia il suo pacifismo radicale proviene da Il Fatto
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