La spesa farmaceutica corre come non mai, potrebbe assorbire quel poco di
aumento nominale del Fondo sanitario nazionale previsto dalle ultime leggi di
bilancio e il ministro Orazio Schillaci ha deciso di prendere in mano la
partita. I vertici dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco, hanno 14 giorni – anzi
ormai sono otto, perché la lettera è del 4 febbraio – per fornire “chiarimenti
urgenti” e indicare adeguate “misure correttive”, si legge nell’oggetto della
missiva. Toni severi, da ultimatum, che prefigurano un possibile ricambio della
governance se non un clamoroso commissariamento.
“La crescente attenzione mediatica sull’andamento della spesa farmaceutica
impone una riflessione approfondita sulle dinamiche gestionali e sulle
metodologie di monitoraggio adottate da codesta Agenzia”, scrive Schillaci al
presidente dell’Aifa Robert Nisticò e al direttore scientifico Pierluigi Russo.
Il ministro osserva che “l’invecchiamento demografico e l’immissione in
commercio di farmaci innovativi ad alto costo rappresentano variabili note e, in
larga misura, prevedibili”, sottolinea che i dati sulla spesa “evidenziano
criticità significative”, avverte che “la divergenza interpretativa tra Aifa e
Regioni in merito alla sostenibilità della spesa farmaceutica costituisce un
elemento di particolare gravità” e ricorda che “le polemiche interne
all’Agenzia, peraltro ampiamente riportate dalla stampa, hanno – scrive –
ulteriormente compromesso la credibilità complessiva del sistema di governance
farmaceuticа nazionale”. Quest’ultimo è un riferimento al battibecco pubblico
tra Pierluigi Russo e il direttore amministrativo Giovanni Pavesi, lo scorso
novembre, durante la presentazione dell’ultimo rapporto Osmed sui farmaci in
Italia.
Di qui le richieste di “documentazione metodologica completa”, “evidenze a
supporto delle scelte autorizzative effettuate, con indicazione esplicita dei
benefici attesi” e “informazioni dettagliate sull’esistenza e sul funzionamento
di sistemi di monitoraggio della performance dei farmaci innovativi”. Insomma,
il ministro ipotizza che siano stati autorizzati troppi farmaci, che poi è la
critica di gran parte della farmacologia non allineata agli interessi delle
imprese, da Silvio Garattini in giù.
Schillaci chiede all’Aifa, dal prossimo 30 aprile, anche un “rapporto
bimestrale” con l’“analisi dell’andamento della spesa farmaceutica disaggregata,
identificazione delle criticità emerse, azioni concrete e misurabili per la
riduzione sensibile della spesa, cronoprogramma di implementazione delle misure
correttive e indicatori di monitoraggio”. E conclude: “Data l’urgenza della
questione e la rilevanza sociale della materia, si richiede l’invio della
documentazione sopra indicata entro e non oltre quattordici giorni dalla
ricezione della presente. Ogni variazione significativa dell’andamento della
spesa farmaceutica dovrà essere tempestivamente comunicata a questo Ministero”.
Come sempre a sforare i tetti è la spesa diretta, quella di ospedali e Asl e non
quella indiretta che passa per le farmacie. Nel 2024, a fronte di una spesa
complessiva di 37 miliardi (in aumento del 2,8% sul 2023), la spesa diretta era
cresciuta di circa il 10%, per lo più per i farmaci innovativi, antidiabetici e
oncologici. Nei primi sei mesi del 2025, la spesa per acquisti diretti ha
registrato uno sforamento di oltre 2,62 miliardi di euro, incidendo per il
12,17% sul Fondo sanitario nazionale (Fsn) a fronte di un tetto dell’8,30%,
oltre il quale scattano i meccanismi di payback a carico delle aziende e delle
Regioni. Lo sforamento è proseguito anche nei mesi seguenti.
Schillaci fin qui si è occupato assai poco del farmaco, sul quale ha un’ampia
delega il sottosegretario Marcello Gemmato, di professione farmacista, molto
vicino a Giorgia Meloni, che ha legato il suo nome alla discussa operazione di
trasferimento degli antidiabetici dalla spesa diretta a quella convenzionata,
cioè alle farmacie. È un business in crescita, specie per i farmaci che si usano
per dimagrire: sull’impatto di spesa le Regioni erano molto critiche, sembra
riferirsi a questo Schillaci quando parla di “divergenze interpretative”. Il
mese prossimo si discute della prossima tranche di farmaci da trasferire. E
Gemmato, a lungo indicato sui giornali come viceministro in pectore, oggi non
sembra più così forte, forse anche a causa della pesante sconfitta del
centrodestra in Puglia, la sua regione.
Il ministro pensava di poter contare su Carlo Monti, odontoiatra, più esperto di
medicina del lavoro che di farmaci, che oggi guida la sua segreteria tecnica e
nei mesi scorsi aveva vinto una selezione per andare all’Aifa a dirigere l’Hta
(Health Techonlogy Assessment”, il settore più strategico perché prepara le
istruttorie sui farmaci poi valutati per l’approvazione. Ma Monti ha rinunciato:
“Non ho trovato sintonia con il direttore scientifico”, ha spiegato al Fatto.
Probabilmente Pierluigi Russo non ha fatto ponti d’oro e così si è tenuto la
delega all’Hta. Al ministero avevano pensato di mandarlo all’Organizzazione
mondiale della sanità a Ginevra, ma anche Russo pur avendo superato la selezione
ha rifiutato.
Nelle scorse settimane era stato discusso un meccanismo di maggiori sconti
automatici, a carico delle industrie produttrici, quando le forniture di un
farmaco superano i quantativi richiesti. Per il momento, però, il Cda dell’Aifa
non l’ha ancora approvato.
Il governo Meloni appena insediato aveva riformato la governance dell’Aifa,
dando almeno sulla carta maggiori poteri al presidente. Che è Nesticò, in quota
Forza Italia, ma tutti questi poteri non sembra esercitarli direttamente. Ad
ogni modo la riforma non sembra aver funzionato.
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“chiarimenti urgenti e misure correttive” all’Aifa proviene da Il Fatto
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