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Pronto un protocollo tra Cultura e Salute per prescrivere l’arte come cura: non resti foglia di fico
Ho già segnalato come l’agenda mediale della cultura in Italia sia spesso distratta da gossip e red carpet, trascurando notizie che sono invece significative: può sembrare incredibile, ma nessun quotidiano a stampa ha rilanciato l’annuncio che la gestazione dell’intesa tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute per prescrivere l’arte come cura sta per giungere al termine. Il 5 febbraio la Conferenza Stato-Regioni ha sostanzialmente approvato lo schema di “Protocollo d’intesa”, che sta per essere sottoposto alla firma dei titolari dei due dicasteri, Alessandro Giuli (Fratelli d’Italia) e Orazio Squillaci (ministro tecnico, medico già Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata). In altri Paesi, da decenni le istituzioni hanno recepito quel che la letteratura scientifica (anche a livello Oms – World Health Organization) ha dimostrato, pure in ambito medico, ovvero il potere benefico, curativo, terapeutico, delle arti, dello spettacolo, della cultura. In Italia, le istituzioni stanno finalmente maturando una (tardiva) coscienza delle potenzialità di cura e di prevenzione della cultura, vantaggiose sia in termini psico-sociali (cura, terapia, prevenzione) sia in termini economici (riduzione delle future patologie e delle varie forme di disagio, e quindi dei costi per il Sistema Sanitario Nazionale). L’iniziativa istituzionale si sta per concretizzare grazie all’impegno profuso dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che ha sostenuto che “finalmente, l’Italia si doterà di uno strumento che, a partire dalle tantissime iniziative intraprese finora sul territorio nazionale… con l’istituzione di un Tavolo Tecnico, censiremo per farne tesoro e costruire modelli replicabili su più ampia scala, saprà riconoscere alla cultura anche la capacità di affiancarsi alle cure mediche come strumento terapeutico”. Nel giugno del 2025, la senatrice Borgonzoni ha organizzato al Collegio Romano un convegno sul tema – intitolato “La prescrizione dell’arte che cura” – coinvolgendo alcuni esponenti delle istituzioni e della società civile, università e operatori sanitari e organizzatori culturali. Ovviamente siamo ancora nella fase – per così dire – teorica ed è previsto appunto un “Tavolo Tecnico” che ha come obiettivo la elaborazione di dati univoci “sull’efficacia della fruizione della bellezza” e per la “prescrizione sociale (culturale) anche in Italia, a cominciare dal coinvolgimento di persone affette da patologie come quelle neurodegenerative o che soffrono di stati depressivi”. Un “censimento” di queste iniziative, in verità, già esiste, e da oltre un decennio, sviluppato dall’IsICult a livello pioneristico fin dal 2013, sostenuto da allora in modo stabile dallo stesso Ministero della Cultura (dapprima come “progetto speciale” della Direzione Spettacolo dal Vivo e successivamente come progetto “promozione” della Direzione Cinema e Audiovisivo). L’IsICult Istituto italiano per l’Industria Culturale – centro di ricerca indipendente sulle politiche culturali e le dinamiche sociali che presiedo – ha infatti ormai censito quasi 4.000 iniziative, sparse su tutto il territorio nazionale, attraverso il progetto di ricerca e di monitoraggio “Cultura vs Disagio” (da cui l’acronimo “Cvd”), che ha come sottotitolo “Censimento delle Buone Pratiche Contro il Disagio”. Disagio inteso nelle sue varie dimensioni: fisica, psichica, sociale. Il progetto offre già online, dal 2020, una mappatura interattiva, che consente di cercare – su tutto il territorio – iniziative in ambito culturale e artistico che combattono (leniscono) in qualche modo forme di disagio, malattia, malessere, vulnerabilità e fragilità... Nel corso degli anni è stata sviluppata una specifica tassonomia “by” IsICult, che consente ricerche incrociate tra discipline artistiche e tipologie del disagio e localizzazione territoriale. Ovviamente il censimento costituisce la base per una successiva valutazione, che dovrà utilizzare criteri epidemiologici e di economia sanitaria, ma anche di analisi sociologica ed economia territoriale. Alle iniziative d’avanguardia dell’IsICult si è affiancato, dal 2020, il Cultural Welfare Centre – Ccw (presieduto da Catterina Seia), network di operatori che ha stimolato varie occasioni di confronto soprattutto in ambito medico. Nelle premesse del Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura ed il Ministero della Salute, si legge che “la fruizione della cultura può essere fonte di benessere per soggetti affetti da varie patologie, a titolo esemplificativo e non esaustivo, nelle seguenti forme: a) museoterapia; b) arteterapia; c) musicoterapia nei luoghi di cura, accompagnando i pazienti nei percorsi sanitari, offrendo loro conforto e supporto alle cure, attraverso le opere d’arte o mediante la partecipazione ad attività culturali”. Il Protocollo è finalizzato a sostenere attività che rendano fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale come strumenti terapeutici, supportino persone con disabilità o in marginalità sociale (e le loro famiglie) attraverso esperienze culturali significative; generino effetti di benessere, inclusione, relazione sociale, non solo spettacolo fine a sé stesso. Si è in attesa dei decreti ministeriali di attuazione. Ritengo che il “perimetro” di indagine e l’intervento pubblico debbano essere estesi sia nella dimensione della “cura” di patologie, sia nella dimensione della “prevenzione” di malesseri… Va anche ricordato che la Finanziaria del 2026 (al comma 822 dell’articolo 1) ha previsto l’istituzione di un “Fondo Cultura Terapeutica e Cura Sociale”, promosso dai senatori di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, Francesco Zaffini, Ignazio Zullo, Gaetano Mancini, Lavinia Mennuni, “per sostenere gli enti locali, gli enti del Terzo Settore, le associazioni, le fondazioni e le organizzazioni della società civile, che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale quali strumenti terapeutici per fornire sollievo alle persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale e alle loro famiglie”. I promotori avevano proposto una dotazione di 8 milioni di euro l’anno, ma durante l’iter è stata ridotta ad 1 milione soltanto. Diviso 20 Regioni si tradurrebbe in una media di 50mila euro per Regione: un budget assolutamente simbolico ovvero ridicolo. Non resta che augurarsi che si non si cerchi di far nozze coi fichi secchi: un fondo di questo tipo ha necessità di una dotazione annua di almeno 30 se non 50 milioni di euro l’anno, per produrre qualcosa di concreto e non divenire una foglia di fico. Se si vuole veramente considerare la cultura infrastruttura di salute pubblica e di benessere psico-sociale, occorre trattarla come tale, con metodiche accurate, risorse adeguate e criteri di valutazione rigorosi. L'articolo Pronto un protocollo tra Cultura e Salute per prescrivere l’arte come cura: non resti foglia di fico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Orazio Schillaci
Alessandro Giuli
Spesa farmaceutica fuori controllo, anche il sottosegretario Gemmato contro Aifa: ma Schillaci lo ignora
Martedì 11 febbraio il ministro della Salute Orazio Schillaci ha incontrato il direttore scientifico dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco, Pierluigi Russo. Stanno discutendo i possibili interventi per contenere la spesa farmaceutica, fuori controllo come mai era avvenuto in passato. Schillaci il 4 febbraio aveva scritto una lettera con toni ultimativi nella quale evidenziava la perdita di “credibilità complessiva” dell’Agenzia e chiedeva con urgenza “chiarimenti” e “misure correttive”. Il presidente dell’Aifa, Robert Nisticò, ha promesso di rispondere “entro la scadenza” indicata dal ministro, che è il 18 febbraio. Intanto però prova a rientrare nella partita, per ora senza grande successo, il sottosegretario Marcello Gemmato. Uomo forte di Fratelli d’Italia in Puglia dove però hanno perso male le Regionali, farmacista e titolare della delega al farmaco, Gemmato è costretto a scrivere al “tecnico” Schillaci: “Caro Orazio, apprendo dagli organi di stampa il contenuto della Tua lettera indirizzata ai vertici dell’Aifa nella quale manifesti il Tuo disappunto”, si legge nella missiva datata 11 febbraio. Il sottosegretario testimonia poi al ministro “la mia piena vicinanza rispetto ad ogni iniziativa che vorrai assumere in merito ad una revisione della governance dell’Agenzia da Te nominata nel 2024”. Prende così le distanze dai vertici – specie Russo – con i quali tuttavia ha gestito personalmente la questione che sembra stargli più a cuore e cioè il progressivo trasferimento dagli acquisti diretti (ospedali e Asl) alle farmacie di varie classi di medicinali antidiabetici, compresi almeno in prospettiva quelli sempre più usati anche per dimagrire. Ricordiamo tutti con quale entusiasmo annunciò ai suoi colleghi, al Cosmofarma di Bologna nel 2024, il prevedibile aumento del fatturato del settore, che ovviamente cresce già soprattutto grazie all’estensione della farmacia dei servizi. “Sottopongo alla Tua superiore valutazione l’opportunità di aprire un confronto sul futuro dell’Agenzia”, chiede infine Gemmato a Schillaci. Per il momento, si apprende, non è in agenda un incontro fra i due. Il sottosegretario indicato a lungo come probabile viceministro, nomina che appariva quasi come un commissariamento di Schillaci, ora fatica a farsi ammettere al tavolo del quasi commissariamento dell’Aifa. Il ministro ha chiesto all’Agenzia una serie di chiarimenti sui farmaci di recente approvazione, nonché misure correttive e rapporti bimestrali sulla loro implementazione a partire dal 30 aprile. Nel merito, per frenare la spesa, si parla di una delibera per automatizzare alcuni sconti a carico delle aziende produttrici, discussa nel Cda di Aifa e per il momento non ancora approvata, ma anche della revisione del prontuario, un intervento strutturale sollecitato da tempo da Silvio Garattini, il più autorevole dei farmacologi italiani. Ma insomma, vedremo cosa verrà fuori al termine del percorso avviato. I numeri sono allarmanti: “In totale la spesa farmaceutica (acquisiti diretti + convenzionata) nei primi 9 mesi dell’anno si attesta a 18 miliardi e 420 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato pari a 2,85 miliardi di euro”, si legge nel rapporto Aifa di gennaio su gennaio-settembre 2025. Tre miliardi sono più o meno l’aumento nominale del Fondo sanitario nazionale (Fsn), destinato quindi ad andarsene in medicine sempre che basti. Aifa rilevava che al terzo trimestre era andata un po’ meglio dei primi due, però “il confronto della spesa per acquisti diretti, escluso i gas medicinali, con il relativo tetto dell’8,3% del Fsn – si leggeva ancora nel rapporto – evidenzia una incidenza delll’11,64%, superiore rispetto a quella registrata nel medesimo periodo dell’anno precedente (11,29%), in sforamento del tetto di 3.384 milioni di euro”. Se lo sforamento della spesa diretta si registra da anni, con attivazione del meccanismo di payback a carico di aziende e Regioni, si annunciano possibili problemi anche per la spesa convenzionata, cioè per i medicinali venduti in farmacia ma con rimborso a carico del Servizio sanitario nazionale, anche in considerazione del passaggio di una seconda classe di antidiabetici (le glifozine) da un settore all’altro. “Da un lato – scriveva ancora Aifa – incrementerà la spesa convenzionata e dall’altra ridurrà la spesa per acquisti diretti”, che tuttavia continua a crescere ugualmente, specie per l’impatto dei farmaci innovativi su cui Schillaci ha chiesto chiarimenti. Il saldo delle glifozine non è ancora noto, le prime indicazioni sembrano rassicuranti. L'articolo Spesa farmaceutica fuori controllo, anche il sottosegretario Gemmato contro Aifa: ma Schillaci lo ignora proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Orazio Schillaci
Farmaci
Aifa
Spesa farmaceutica fuori controllo, il ministro Schillaci chiede “chiarimenti urgenti e misure correttive” all’Aifa
La spesa farmaceutica corre come non mai, potrebbe assorbire quel poco di aumento nominale del Fondo sanitario nazionale previsto dalle ultime leggi di bilancio e il ministro Orazio Schillaci ha deciso di prendere in mano la partita. I vertici dell’Aifa, l’Agenzia del farmaco, hanno 14 giorni – anzi ormai sono otto, perché la lettera è del 4 febbraio – per fornire “chiarimenti urgenti” e indicare adeguate “misure correttive”, si legge nell’oggetto della missiva. Toni severi, da ultimatum, che prefigurano un possibile ricambio della governance se non un clamoroso commissariamento. “La crescente attenzione mediatica sull’andamento della spesa farmaceutica impone una riflessione approfondita sulle dinamiche gestionali e sulle metodologie di monitoraggio adottate da codesta Agenzia”, scrive Schillaci al presidente dell’Aifa Robert Nisticò e al direttore scientifico Pierluigi Russo. Il ministro osserva che “l’invecchiamento demografico e l’immissione in commercio di farmaci innovativi ad alto costo rappresentano variabili note e, in larga misura, prevedibili”, sottolinea che i dati sulla spesa “evidenziano criticità significative”, avverte che “la divergenza interpretativa tra Aifa e Regioni in merito alla sostenibilità della spesa farmaceutica costituisce un elemento di particolare gravità” e ricorda che “le polemiche interne all’Agenzia, peraltro ampiamente riportate dalla stampa, hanno – scrive – ulteriormente compromesso la credibilità complessiva del sistema di governance farmaceuticа nazionale”. Quest’ultimo è un riferimento al battibecco pubblico tra Pierluigi Russo e il direttore amministrativo Giovanni Pavesi, lo scorso novembre, durante la presentazione dell’ultimo rapporto Osmed sui farmaci in Italia. Di qui le richieste di “documentazione metodologica completa”, “evidenze a supporto delle scelte autorizzative effettuate, con indicazione esplicita dei benefici attesi” e “informazioni dettagliate sull’esistenza e sul funzionamento di sistemi di monitoraggio della performance dei farmaci innovativi”. Insomma, il ministro ipotizza che siano stati autorizzati troppi farmaci, che poi è la critica di gran parte della farmacologia non allineata agli interessi delle imprese, da Silvio Garattini in giù. Schillaci chiede all’Aifa, dal prossimo 30 aprile, anche un “rapporto bimestrale” con l’“analisi dell’andamento della spesa farmaceutica disaggregata, identificazione delle criticità emerse, azioni concrete e misurabili per la riduzione sensibile della spesa, cronoprogramma di implementazione delle misure correttive e indicatori di monitoraggio”. E conclude: “Data l’urgenza della questione e la rilevanza sociale della materia, si richiede l’invio della documentazione sopra indicata entro e non oltre quattordici giorni dalla ricezione della presente. Ogni variazione significativa dell’andamento della spesa farmaceutica dovrà essere tempestivamente comunicata a questo Ministero”. Come sempre a sforare i tetti è la spesa diretta, quella di ospedali e Asl e non quella indiretta che passa per le farmacie. Nel 2024, a fronte di una spesa complessiva di 37 miliardi (in aumento del 2,8% sul 2023), la spesa diretta era cresciuta di circa il 10%, per lo più per i farmaci innovativi, antidiabetici e oncologici. Nei primi sei mesi del 2025, la spesa per acquisti diretti ha registrato uno sforamento di oltre 2,62 miliardi di euro, incidendo per il 12,17% sul Fondo sanitario nazionale (Fsn) a fronte di un tetto dell’8,30%, oltre il quale scattano i meccanismi di payback a carico delle aziende e delle Regioni. Lo sforamento è proseguito anche nei mesi seguenti. Schillaci fin qui si è occupato assai poco del farmaco, sul quale ha un’ampia delega il sottosegretario Marcello Gemmato, di professione farmacista, molto vicino a Giorgia Meloni, che ha legato il suo nome alla discussa operazione di trasferimento degli antidiabetici dalla spesa diretta a quella convenzionata, cioè alle farmacie. È un business in crescita, specie per i farmaci che si usano per dimagrire: sull’impatto di spesa le Regioni erano molto critiche, sembra riferirsi a questo Schillaci quando parla di “divergenze interpretative”. Il mese prossimo si discute della prossima tranche di farmaci da trasferire. E Gemmato, a lungo indicato sui giornali come viceministro in pectore, oggi non sembra più così forte, forse anche a causa della pesante sconfitta del centrodestra in Puglia, la sua regione. Il ministro pensava di poter contare su Carlo Monti, odontoiatra, più esperto di medicina del lavoro che di farmaci, che oggi guida la sua segreteria tecnica e nei mesi scorsi aveva vinto una selezione per andare all’Aifa a dirigere l’Hta (Health Techonlogy Assessment”, il settore più strategico perché prepara le istruttorie sui farmaci poi valutati per l’approvazione. Ma Monti ha rinunciato: “Non ho trovato sintonia con il direttore scientifico”, ha spiegato al Fatto. Probabilmente Pierluigi Russo non ha fatto ponti d’oro e così si è tenuto la delega all’Hta. Al ministero avevano pensato di mandarlo all’Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, ma anche Russo pur avendo superato la selezione ha rifiutato. Nelle scorse settimane era stato discusso un meccanismo di maggiori sconti automatici, a carico delle industrie produttrici, quando le forniture di un farmaco superano i quantativi richiesti. Per il momento, però, il Cda dell’Aifa non l’ha ancora approvato. Il governo Meloni appena insediato aveva riformato la governance dell’Aifa, dando almeno sulla carta maggiori poteri al presidente. Che è Nesticò, in quota Forza Italia, ma tutti questi poteri non sembra esercitarli direttamente. Ad ogni modo la riforma non sembra aver funzionato. L'articolo Spesa farmaceutica fuori controllo, il ministro Schillaci chiede “chiarimenti urgenti e misure correttive” all’Aifa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero
La Regione Piemonte vota No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con disabilità che ne hanno necessità e diritto. Scrive Renato La Cara che “l’assessore piemontese FdI alla Sanità Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: ‘Purtroppo a livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte’. Qualcosa verrà fatto? ‘L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti'”. Il 6 dicembre 2025 avevo chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di sistemare il pasticcio legato all’erogazione gratuita degli ausili In modo che ogni regione non potesse decidere in modo autonomo. Gli uffici che collaborano con il ministero della Salute non hanno mai risposto alla mia lettera ma non hanno nemmeno risolto il problema. Noto che il governo Meloni per cercare di arginare, secondo il proprio pensiero, gli atti violenti, sta elaborando alcune misure che verranno inserite nel decreto sicurezza. Secondo la premier Giorgia Meloni è più importante garantire la sicurezza di un paese che fornire le scarpe ordinarie alle persone disabili, per me sono importanti entrambi. Ricordo al governo che una persona disabile con invalidità al 100% prende di pensione 340,71 euro e 552,57 euro di indennità di accompagnamento. L’indennità di accompagnamento serve per pagare la persona cura di chi ha bisogno. La pensione serve alla persona disabile per vivere e per rispondere ai propri bisogni primari. Visto che non tutte le persone disabili vivono in famiglia, e poi visti i rincari della vita quotidiana per le famiglie diventa comunque difficile pagare 800 € per le scarpe ortopediche del proprio figlio o del proprio parente. Desidero dare all’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, un suggerimento non richiesto: chiami tutti i giorni il ministero dell’Economia e Finanza, la Presidente del Consiglio dei ministri e faccia presente che la sua Regione non ha potuto garantire la gratuità delle scarpe ortopediche ordinarie alle persone disabili per mancanza di fondi, se le serve una mano a titolo gratuito l’aiuto volentieri. Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ministro Schillaci, risolva il pasticcio sugli ausili: i disabili non possono pagare di tasca propria
Gentilissimo ministro della Salute Orazio Schillaci, come forse lei ricorderà bene, ho sollevato il problema dei costi delle batterie delle carrozzine elettriche. Qualche giorno fa il giornalista del Fatto Quotidiano Renato La Cara attraverso un suo articolo ha fatto ben presente che le famiglie e le persone disabili sono ancora costrette a pagare totalmente o in parte gli ausili di tasca propria. La pregherei molto gentilmente di impegnarsi a risolvere questo enorme e grave pasticcio perché né i disabili né le loro famiglie possono sostenere le spese degli ausili di cui hanno totalmente bisogno e diritto. Le ricordo che le persone disabili con invalidità 100% ricevono dallo Stato una pensione pari € 336,00 mensili più l’indennità d’accompagnamento pari a € 542,02 che è destinata a chi assiste. Mi può spiegare con questo tipo di importi, come fa chi ha bisogno di un ausilio a pagarselo anche in parte? Le suggerisco di elaborare un testo dove invita tutte le regioni ha non far pagare nessun costo se un utente tramite prescrizione medica richiede un ausilio, così facendo si può evitare che ogni regione possa scegliere di fare come vuole. Mi impegno come sempre a raccogliere tutte le testimonianze dei cittadini sui costi che devono affrontare per avere gli ausili e sarà mia premura inviargliele a lei, al ministro dell’Economia e Finanza Giancarlo Giorgetti, alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Rimango a sua disposizione a titolo gratuito. In attesa di una sua risposta scritta, che verrà pubblicata su questo blog, la ringrazio anticipatamente. Dott. Luca Faccio Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo Ministro Schillaci, risolva il pasticcio sugli ausili: i disabili non possono pagare di tasca propria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Medici di famiglia dipendenti del Servizio sanitario”: Garattini mi dà ragione. Schillaci, batti un colpo!
Cosa aspetti, collega Schillaci? Aspetti che il Servizio Sanitario Nazionale imploda? Aspetti che i cittadini italiani si ammalino irreversibilmente? Favorisci, insieme ai tuoi colleghi, il continuo allontanamento dei cittadini dalla politica perché non credono più ai vostri sproloqui? Tu che fai il medico e che sicuramente dovesti avere prontezza di riflessi nel campo sanitario si sono un po’ rallentati? Oggi sono felice perché per chi mi legge, e per chi non lo ha fatto può andare a leggere i miei articoli degli ultimi anni, posso dare una notizia entusiasmante. Anche il prof Garattini ha detto in una intervista che “i medici di famiglia devono diventare dipendenti del SSN”! Sante parole sembra abbia, lui sì, letto le mie! Ma con tutto il rispetto, caro prof Garattini, per avere veramente una svolta occorrerebbero che i medici di base si allocassero in strutture ospedaliere, pubbliche o private accreditate, non nelle case di comunità, costose isole nel deserto! Ed ancora, caro prof Garattini, per allontanarci ancor più dai sindacati dei medici di base che vogliono difendere il lavoro di privati accreditati, occorre fondare una nuova facoltà di Medicina del Territorio che sforni ogni cinque anni nuovi medici che facciano solo il primo contatto in strutture ospedaliere che hanno tutto per giungere ad una diagnosi ed una terapia più utile al paziente. Lasciando finalmente liberi i Pronto Soccorso per le vere urgenze. Perché, altrimenti, le sue ultime parole saranno sicuro da prendere come un presagio non troppo lontano: “Io ho vissuto il periodo in cui il Servizio sanitario nazionale non esisteva – ha detto –. Mio padre dovette prendere un secondo lavoro per curare i familiari, perché bisognava pagare tutto. Oggi si rischia di tornare a quella situazione, e questo dobbiamo assolutamente evitarlo”. Schillaci, batti un colpo se ci sei. Partiamo da qui subito per una riforma epocale prima che il paziente, inteso come SSN, muoia. L'articolo “Medici di famiglia dipendenti del Servizio sanitario”: Garattini mi dà ragione. Schillaci, batti un colpo! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora per il ministro Schillaci l’avidità di noi medici è la principale colpa del disastro del Ssn: ora basta!
di Angelo Bianco Caro ministro Schillaci, A qualcuno, certo non a Lei, non deve essere chiaro capire che anche il medico ha un badge da timbrare, perché anche noi abbiamo un contratto da rispettare e prevede un orario di lavoro, sono sei ore e venti per sei giorni lavorativi. Io, per esempio, faccio il chirurgo, mi divido tra corsia, sala operatoria e ambulatorio e non sono mai solo sei ore e venti perché, come usava dire un mio antico primario, “ricordatevi sempre che noi non siamo ragionieri, siamo chirurghi, noi non abbiamo un orologio, si va via dall’ospedale solo quando è tutto finito”. A qualcuno altro poi, ma mai a Lei, deve essere più oscuro capire che anche un medico ha una famiglia e una vita privata, che occupano la sua vita un secondo dopo che il badge ha suonato la fine delle attività quotidiane ospedaliere. Io, per esempio, ho tre bambine piccole, una moglie e mi piace giocare a tennis anche se il ginocchio comincia a “scricchiolare”, l’età avanza. A tutti invece, meno ancora che sempre a Lei che è stato un medico, è proprio davvero impossibile capire che noi, uno o più giorni al mese, possiamo scegliere di sottrarre un paio d’ore alla nostra famiglia, ai nostri hobby o anche solo a raccogliere margherite dal prato e dedicarli alla nostra attività di libera professione. Io, per esempio, ho un’ora di intramoenia, ogni martedì, e la mia visita specialistica di chirurgo proctologo, frutto di 12 anni di studi e aggiornamento costante, vale 120 € lorde, io ne intasco il 35%, mica tutti – come a tutti non è chiaro. Cari tutti, meno ancora che Lei, ovvio, sig. ministro, questa è la vita di un medico, a noi è facile capirne ogni passaggio, l’abbiamo scelta noi. Io, per esempio, vivo così da 25 anni, tra santi tirati giù quando squilla il telefono in piena notte per un’emergenza chirurgica, e madonne quando c’è una denuncia. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da La Stampa (@la_stampa) Mancano dieci anni alla mia pensione e di santi ne fanno uno al mese, c’è tanta gente buona che muore e merita il paradiso, io ne avrei avuti ancora a sufficienza per arrivare al fondo, magari passeggiando sempre più stancamente tra le macerie di quel che resta della nostra dignità, oggetto di una campagna di distruzione identitaria e di diffamazione professionale, tra Covid, no vax e Google, per la quale siamo a turno “complottisti”, “assassini”, “ignoranti”. Mai avrei pensato, però, di ritrovarmi un m giorno anche tra i “mercenari” ed è proprio Lei, sig. ministro, a buttare scelleratamente questa nuova definizione tra le fauci affamate del popolino, dichiarando di voler sospendere l’intramoenia, adducendola a causa della lungaggine delle liste d’attesa, così che, adesso, la nostra avidità è la principale di tutte le ragioni del disastro del Ssn. Lei ha chiuso il cerchio diffamatorio perché se la visita della qualunque ti è prescritta a babbo morto, in fondo, è anche colpa dello specialista che invece, privatamente, è prenotabile ieri: la gogna è servita, lo schema Covid si ripete. Io non ci sto, adesso davvero basta. Sia chiaro a tutti, a Lei compreso signor ministro, che la misura della pazienza è ormai colma. Da oggi anche io non capisco più se, difronte a tanta reiterata ignoranza sui nostri diritti e soprattutto a Lei che vuole cambiare i patti, ho ancora voglia di rispettare un contratto, virgola oraria per virgola di diritto, di perseverare ad anteporre l’ospedale alla mia famiglia e di rinunciare a praticare i miei hobby per non averne il tempo, piuttosto che per la paura di una protesi. Sia chiaro a tutto, in primis a me, che anche io sono tanto, tanto buono ma non più mica tanto, tanto fesso. Io, per esempio, mi chiamo Angelo ma non ho l’aureola, non ho ambizione di santità né tantomeno quella di “missionario”, che è la sola definizione nella quale mi sono riconosciuto da sempre. Io da oggi, per esempio, lavoro come un ragioniere, 6 ore e 20, tutti i giorni, rigorosamente, come recita il contratto, poi dritto a casa e, una volta ogni tanto, a giocare a padel. Ricordatevelo, tutti! 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Orazio Schillaci
Sistema Sanitario Nazionale
Da Schillaci una sparata populista: lo sa il ministro quante ore dedicano i medici al loro lavoro?
Nei giorni scorsi il ministro della Sanità Orazio Schillaci ha espresso un ragionamento molto denigratorio rispetto alla classe medica (di cui lui per inciso fa parte). Mi domando come si sentiranno i pazienti che oggi si recano dal medico, che dovrebbe essere un loro riferimento di fiducia, sapendo che il ministro li considera dei debosciati che sono disposti a mettere a repentaglio la salute dei loro assistiti per guadagnare di più? In sintesi il ministro ha detto, seguendo i ragionamenti più populisti, che per diminuire le liste d’attesa per le prestazioni specialistiche del servizio sanitario sta pensando di impedire la libera professione dei medici all’interno dell’ospedale. In questo modo ha implicitamente avvallato l’idea che i medici ospedalieri non effettuino appositamente visite, che dovrebbero attuare per dovere istituzionale, per favorire la loro stessa libera professione. Fannulloni durante l’orario di lavoro, pagato dal servizio sanitario, in modo che il paziente, esasperato dai tempi d’attesa, accetti l’idea di sborsare del denaro per avere l’agognata visita. Il ministro dovrebbe sapere che nella stragrande maggioranza i medici ospedalieri durante le 38 ore di orario lavorativo svolgono per lo più attività di reparto per cui accudiscono ai pazienti ricoverati, effettuano interventi, e cercano di salvare la loro vita riportandoli a una condizione accettabile per la dimissione. A parte qualche caso sporadico, la mela marcia che certo ci potrà essere, la mia esperienza mi porta a ritenere che il lavoro in ospedale sia molto gravoso e impegnativo. Se finito l’orario ospedaliero i medici, per poter seguire più accuratamente alcuni pazienti che hanno con loro un rapporto di fiducia, svolgono libera professione lo fanno in ore che sottraggono alla vita privata e alle loro famiglie. Spesso durante qualche cena conviviale di un circolo medico parlo con mogli o mariti di colleghi che si lamentano perché il loro caro è sempre assente da casa. La professione medica tende ad assorbire psicologicamente e umanamente per cui non è raro trovare colleghi che vi si dedicano completamente. Il ministro dovrebbe sapere che se deciderà di impedire la libera professione succederanno due cose. La prima che non vi sarà alcuna variazione nelle liste d’attesa per le visite visto che il medico ospedaliero continuerà a svolgere le sue 38 ore. La seconda che i medici più in vista, presumibilmente i più bravi e con esperienza, si licenzieranno visto che sarà loro impedita la libera professione e il servizio sanitario si depaupererà di professionisti molto preparati. La libera professione intra-ospedaliera per alcuni medici è stata in questi anni il modo per ovviare al deprezzamento molto rilevante del loro reddito determinato dall’inflazione e non compensato in alcun modo dal servizio sanitario. Si tratta, inoltre, di attività in cui ancora si può instaurare una relazione medico paziente di fiducia che negli ingranaggi del servizio sanitario tende a essere difficile per diverse ragioni: il fatto che quasi sempre il paziente non possa scegliere il medico da cui andare per effettuare una visita e i tempi contingentati per la prestazione. Se io paziente vado in una visita da un oculista, dopo un anno da un suo collega e nel terzo anno da un terzo oculista non mi sentirò preso in carico da nessuno e dubiterò delle prestazioni in quanto ognuno di loro non mi conosce come persona e non può, in una visita di 15 minuti, capire tutta la complessità del mio caso. Non voglio difendere a spada tratta una categoria perché all’interno, come in ogni gruppo sociale ci sono i buoni e i cattivi. Denigrare però a prescindere, senza proporre nulla di concreto in alternativa, la classe medica provoca giustamente nei pazienti diffidenza, scetticismo sulle cure proposte, sfiducia nei farmaci somministrati e quindi, conseguentemente, allarme sociale a discapito della salute. Il ministro dovrebbe sapere che se si distrugge l’immagine della classe medica succederà che gli interventi proposti non verranno attuati e le terapie non eseguite. Il suo ragionamento populista provoca, quindi, peggioramento nella condizione di salute della popolazione che non avrà fiducia nei medici. Il ministro dovrebbe assumersi delle responsabilità. Non può fare campagne per favorire la prevenzione oncologica consigliando, per individuare precocemente i melanomi, visite periodiche dai dermatologici per poi non aumentare il numero delle visite ambulatoriali del servizio sanitario. Non può farsi bello consigliando la prevenzione del tumore alla prostata senza aumentare le visite urologiche. Io non lavoro nel servizio sanitario nazionale e quindi non sono direttamente interessato a queste sparate del ministro. Se però vi operassi mi sentirei molto offeso ad essere descritto come un medico che appositamente non lavora al meglio durante l’orario di servizio per costringere i pazienti a recarsi in libera professione. Negli ultimi anni ho visitato come psicoterapeuta parecchi colleghi medici che lavorano in ospedale. Al di là delle singole situazioni personali emerge in loro molta amarezza per come la politica li sta trattando, per la rabbia che monta nella popolazione che non si sente curata adeguatamente e per lo stress che si determina a operare sempre in situazioni emergenziali. Soprattutto i più giovani tendono a lavorare molte più ore di quelle per cui sono pagati per ovviare alle carenze dei loro reparti o servizi. Parlavo recentemente con una giovane collega che mediamente opera per 50 ore la settimana (12 in più di quelle che sarebbero nel suo contratto) senza alcuna remunerazione aggiuntiva. La domanda di salute è molto elevata e giustamente ora la popolazione attua molti interventi preventivi che in passato non venivano neppure proposti. Il ministro deve assumersi la responsabilità di dire cosa il servizio sanitario è in grado di erogare aumentando il personale se necessario. A mio avviso dovrebbe avere il senso di responsabilità per affermare anche che certe prestazioni il servizio sanitario, per carenza di finanziamento, non è in grado di erogare. Assumersi le responsabilità è un suo compito. Non glielo ha ordinato il dottore di fare il ministro. Rifugiarsi dietro alle sparate populiste può attirare qualche apprezzamento temporaneo ma denigra tutta la categoria dei medici provocando peggioramento della salute pubblica. L'articolo Da Schillaci una sparata populista: lo sa il ministro quante ore dedicano i medici al loro lavoro? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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