È del tutto inutile scandalizzarsi per le dichiarazioni di Peter Thiel
sull’Anticristo e ridurle alle farneticazioni ossessive di un megalomane con il
complesso del messia. Allo stesso modo, non serve a nulla stracciarsi le vesti
per il suo sostegno (fin dalla prima ora) all’attuale presidenza statunitense e
per la sua adesione (peraltro da tempi non sospetti) all’immaginario politico e
culturale che questa sposerebbe. Niente è più lontano dalla comprensione
dell’indignazione, che riduce ogni cosa a spauracchi, caricature e
semplificazioni. Ed è un’occasione persa, perché l’insieme di saggi, articoli e
interviste prodotto da Thiel negli ultimi vent’anni costituisce, al netto delle
provocazioni, una complessa filosofia della storia e un’ancor più ambiziosa
teologia della tecnica che molto rivelano non solo dell’epoca attuale, ma
soprattutto ‒ in ciò che sottintendono e in ciò che tacciono ‒, della tecnologia
stessa, del suo significato e della sua mitologia. E lo fanno, per di più,
dall’interno, dalla gola del leone, per così dire. O, meglio, dalla tana del
lupo.
Tra i fondatori di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, creatore, fra
le tante aziende, di Palantir Technologies (società di analisi di dati a cui si
affidano la CIA, l’FBI, l’ICE e la NATO), venture capitalist miliardario,
sostenitore di Trump e J.D. Vance, si sbaglierebbe a sottostimare l’importanza
di Thiel nell’influenzare non solo lo Zeitgeist della Silicon Valley nell’ultimo
trentennio ma, per estensione, il mondo stesso in cui viviamo. Laureatosi a
Stanford in filosofia, Thiel ha anche sviluppato, nel corso del tempo, un
pensiero articolato sul presente, il senso della storia e le prospettive venture
che da un po’ si concentra sul recupero di nozioni teologiche cristiane e
scenari millenaristici. Per chi pensava che questi discorsi appartenessero a un
passato sepolto e superato, non potrebbe esserci nulla di più incongruo che
sentirli dalla bocca dell’uomo venuto dal futuro.
Libertario e messianico, conservatore e futurista, nell’immaginario di Thiel
s’intrecciano la fantascienza, Leo Strauss, la filosofia russa, René Girard,
l’anarcocapitalismo, Il Signore degli Anelli, Carl Schmitt. I detrattori non vi
vedono che una ridda di antinomie, o semplicemente – per gli automatismi del
giudizio morale – una pericolosa miscela di reazionarismo e delirio religioso,
di ultraliberismo e paranoie da fine del mondo. Per i suoi estimatori è, se non
il salvatore dell’umanità o il re-filosofo di Platone, quantomeno un visionario
in anticipo su chiunque altro di una decina d’anni. Da una parte o dall’altra,
tuttavia, non è così comune che i suoi testi vengano effettivamente interrogati
come meriterebbero. Si legge, sì, ma si legge davvero?
> Libertario e messianico, conservatore e futurista, nell’immaginario di Thiel
> s’intrecciano la fantascienza, Leo Strauss, la filosofia russa, René Girard,
> l’anarcocapitalismo, Il Signore degli Anelli, Carl Schmitt.
Al cuore di quello che Thiel scrive – non dall’altro ieri, appunto, ma
dall’inizio del millennio – c’è una essenziale preoccupazione che ha a che fare
con il senso della storia e il progresso tecnologico. Ancor più significativo,
però, è proprio che nel corso del tempo questo discorso abbia assunto le
sembianze di un’escatologia in pieno stile, tanto che alcuni dei suoi testi più
recenti sono usciti su First Things, rivista americana di orientamento cristiano
e dall’indubbio pedigree conservatore. Anche molti suoi interlocutori e
intervistatori vengono da questo campo, il che fa pensare che da parte di quel
mondo vi sia un interesse verso Thiel – interesse da questi manifestamente
corrisposto. Ma se il lessico cristiano nel suo caso non segnalasse tanto
un’esegesi biblica più o meno giustificata quanto il tentativo di coprire di
parole vetuste e per alcuni rassicuranti un racconto diverso e, anzi,
inconciliabile? Ebbene, in quel caso, lo sforzo di legittimarsi agli occhi del
cristianesimo statunitense e non solo sarebbe sintomatico di tutt’altre
intenzioni.
Gli inventori del Regno
Il fatto che il discorso sul progresso debba ammantarsi di paramenti teologici
non stupisce nessun osservatore attento. Che esso si fondi su una
secolarizzazione dell’escatologia cristiana è dopotutto cosa arcinota almeno dai
tempi di Baudelaire, e storcerà il naso solo chi pensa che sulle credenze
antiche sia stata definitivamente stesa una tabula rasa elettrificata. Thiel non
è solo perfettamente consapevole della genealogia del progresso, ma è anche,
oggi, il più esplicito portavoce delle sue istanze, spogliate di ogni orpello
umanitaristico e magniloquente. Oltre la facciata della sua Realpolitik, al di
là degli scenari apocalittici che Thiel paventa, dunque nella professione di
fede nella salvezza tecnoscientifica che, a sua detta, è la sola alternativa
all’annientamento o all’ancor più temibile regno dell’Anticristo, a parlare
sembra la voce del progresso tecnologico stesso in termini che, rispetto ad
apripista come Nick Land, ammorbidiscono i toni senza però addolcirli, mentre a
confronto di Ray Kurzweil profetizzano, sì, ma senza scivolare nel kitsch.
Cristiana è l’idea che la storia abbia un senso e una direzione, e che la
direzione sia quella che – per dirla con il Sergio Quinzio di Religione e
futuro, un libro dei primi anni Sessanta che con la massima lucidità affrontava
il problema della scomparsa della religione nel mondo moderno – “conduce alla
vetta culminante […] del regno messianico”. Dubito che Thiel conosca Quinzio, ma
il suo recente articolo “Voyages to the End of the World” non dice nulla di
diverso quando si chiede: “il Dio del Nuovo Testamento non è forse il primo
fautore del progresso?”. Nel senso cristiano, la storia è infatti una marcia in
avanti verso la salvezza, e non, com’era stato per i pagani, il ciclico,
ineluttabile sorgere e cadere di imperi e civiltà. Rispetto all’urgenza dei
primi cristiani, che attendevano il Regno come qualcosa d’imminente, il
cristianesimo si è però dovuto adeguare alla dilazione, per Quinzio sconsolante,
della fine dei tempi. Tempi che, duemila anni dopo Cristo, non sono ancora
giunti a compimento.
> Ma se il lessico cristiano nel suo caso non segnalasse tanto un’esegesi
> biblica più o meno giustificata quanto il tentativo di coprire di parole
> vetuste e per alcuni rassicuranti un racconto diverso e, anzi, inconciliabile?
Così, nel lento scorrere dei secoli, all’attesa escatologica è andata
sostituendosi la presa di coscienza della storia come dato di fatto. Ma la
novità assoluta del cristianesimo era segnatamente l’annuncio del “definitivo e
radicale capovolgimento” del mondo che faceva spazio al Regno dei cieli, cosa
che “non poteva coesistere con la continuazione sostanzialmente identica della
vecchia storia”. Delle due l’una, scrive Quinzio: o “il cristianesimo
distruggeva la storia” come promesso, “o la storia distruggeva il cristianesimo,
dopo averne assunto tutto quanto non fosse incompatibile con la sua stessa
esistenza, fino a confondersi con esso”. È il processo che è stato chiamato
secolarizzazione, in cui dal tronco deluso del cristianesimo, sempre più stanco,
sempre più incapace di fornire risposte credibili al perché della storia che
procedendo imperterrita si lascia la religione alle spalle, sorge il moderno.
Come un ribaltamento, il negativo di ciò che c’era prima. Più che attendere la
fine della storia, esso ambisce a fare la storia. E il testo paradigmatico del
nuovo modo di sentire è un’opera non a caso centrale anche nella riflessione di
Thiel: La Nuova Atlantide (1626) di Francesco Bacone.
Salpato dalle coste peruviane, un equipaggio occidentale viene spinto fuori
rotta da venti capricciosi. In modo apparentemente fortuito arriva nei pressi di
un’isola ignota. Qui viene accolto dagli abitanti di Bensalem, discendenti dei
superstiti di un’antica e superiore civiltà e ora protetti da un rigidissimo
isolamento, che ciononostante offrono ai marinai cure mediche avanzate e
mostrano i prodigiosi risultati del progresso tecnico, scientifico e sociale cui
sono giunti nel corso dei secoli. L’istituzione centrale della loro comunità è
la Casa di Salomone, o Collegio delle Opere dei Sei Giorni, un consiglio di
scienziati dedito ufficialmente “allo studio delle opere e delle creature di
Dio” (trad. P. Rossi, Milano 2013). Fra tutte le creature, però, la più
importante per loro è la prima, la luce. I Lumi del progresso lampeggiano qui
per la prima volta.
“Fine della nostra istituzione”, spiega al narratore della Nuova Atlantide un
membro del Collegio, “è la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle
cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni
possibile obiettivo”. Sono infatti in grado di controllare i venti e il tempo
atmosferico, padroneggiano i meccanismi fisiologici del corpo umano, la
modificazione e creazione artificiale delle piante, hanno fonti di energia “a
imitazione del calore del sole e di quello dei corpi celesti”, hanno sviluppato
stupefacenti sistemi predittivi e armi da guerra di ogni genere (di cui
ignoriamo lo scopo, considerato che in ebraico Bensalem significa ‘figlio della
pace’). Un campo fondamentale delle loro ricerche riguarda l’abolizione della
mortalità, ambito nel quale hanno raggiunto risultati straordinari in direzione
della resurrezione artificialmente assistita. Al narratore viene dato il
permesso di divulgare quanto ha visto e così, nello stratagemma della finzione,
il libro incompiuto potrebbe apparire come l’opuscolo che diffonde nel mondo il
verbo della Casa di Salomone, l’ideale verso cui tendere.
Il progetto utopico e parareligioso di Bacone fece realmente da guida allo
sviluppo iniziale delle scienze. L’idea di una società di filosofi naturali e
inventori dedita all’estensione del potere umano fu il modello vero e proprio di
Samuel Hartlib e poi di quanti, nel 1660, fondarono la Royal Society.
Organizzazioni simili si sarebbero diffuse a macchia d’olio in tutto il
continente e il pianeta. C’è una diversità di metodi e di mezzi, certo, ma gli
obiettivi – il “superamento della pena del lavoro, che è il segno della
situazione di caduta per la quale il cristianesimo portava la redenzione”, e poi
ancora la “creazione della materia vivente”, la “conquista del cielo”, la
sconfitta della morte e via dicendo – hanno, “anche nel sapore delle parole, un
intenso fondo di religione”, come nota Quinzio. Tuttavia, laddove l’escatologia
religiosa prometteva e basta, la tecnologia e la scienza promettono di
realizzare, e intanto offrono concrete modifiche alla vita qui e ora. Non è
difficile capire perché venga meno la religione dove c’è la tecnica, scrive
Quinzio, giacché quest’ultima “della religione è l’ultima incarnazione”.
> Secondo Thiel l’Occidente si fonda sulle due colonne portanti della scienza e
> della tecnica e, parimenti, sul loro presupposto: l’anelito giudaico-cristiano
> verso il progresso, il compimento, la pienezza, l’idea che la storia vada da
> qualche parte.
È a questa fase pionieristica, prometeica e messianica della modernità, quando
l’aspirazione era letteralmente sconfiggere la morte e realizzare le antiche
promesse con strumenti empirici, che Thiel si ispira. Come a più riprese ha
scritto e affermato, l’Occidente si fonda sulle due colonne portanti della
scienza e della tecnica e, parimenti, sul loro presupposto: l’anelito
giudaico-cristiano verso il progresso, il compimento, la pienezza, l’idea che la
storia vada da qualche parte. La progressione descritta, dall’attesa cristiana
del Regno al concreto lavoro tecnoscientifico per modificare la natura ed
estendere il potere umano su di essa, dall’aldilà all’aldiquà, è al centro del
suo pensiero. Il problema, semmai, sta secondo lui in altre cosiddette conquiste
del progresso e della modernità, conquiste che, col tempo, sarebbero entrate in
conflitto con l’ottimismo nelle magnifiche sorti e progressive e con lo sviluppo
tecnologico, al punto da costituire, oggi, i maggiori ostacoli al futuro.
Fuga dalla politica
È il 2009, nel pieno della crisi, quando Thiel, all’interno dell’articolo “The
Education of a Libertarian”, afferma a chiare lettere: “Non credo più che
libertà e democrazia siano compatibili”. Ma cosa s’intende qui per libertà, cosa
per democrazia? La risposta determina il percorso intellettuale successivo, fino
alle profezie dell’Anticristo e agli sviluppi attuali della politica e
dell’economia statunitensi e non solo. Più facile è definire “democrazia”:
coincide sostanzialmente con quella che Mencius Moldbug (alias Curtis Yarvin),
figura chiave nel pensiero del cosiddetto Dark Enlightenment, ha ripetutamente
chiamato “la Cattedrale”. È, di volta in volta, l’apparato, la burocrazia, il
deep State, l’Unione Europea, la sinistra, le organizzazioni sovranazionali, la
socialdemocrazia. Ma è soprattutto la politica stessa con i suoi riti e le sue
procedure, così come è stata dal secondo dopoguerra in poi (o, talvolta,
addirittura da molto prima, per esempio dalla pace di Vestfalia). Si tratta,
insomma, di un altro modo per dire la sovranità politica, specialmente (ma non
esclusivamente) di stampo democratico e liberale. Ed è questo, oggi, secondo
Thiel, Land, Yarvin e altri animatori di questa corrente di pensiero, il
principale freno e ostacolo al progresso tecnologico e alla sua estensione su
vasta scala.
26 giugno 2016, un paio di giorni dopo il referendum nel Regno Unito. “Brexit,
solo l’inizio”, scrive Jeffrey Epstein a Peter Thiel. Di che cosa, gli viene
risposto. Epstein spiega: “Ritorno al tribalismo. Contro la globalizzazione.
Nuove incredibili alleanze. Tu e io eravamo entrambi d’accordo che i tassi a
zero fossero troppo alti, e, come dicevo nel tuo ufficio, trovare cose dirette
al collasso era molto più facile che trovare il prossimo buon affare”. Oggi Elon
Musk equipara l’Unione Europea – con le sue normative sul digitale, sui dati,
sulla privacy, le sue tasse e le sue penali – al Quarto Reich e auspica che
sparisca per sempre. Trump lascia presagire l’annichilimento della sua civiltà
e, in dicembre, ha annunciato che firmerà un ordine esecutivo per impedire ai
singoli Stati americani di introdurre regolamentazioni sull’intelligenza
artificiale (IA). Lo scopo dichiarato è la semplificazione, per evitare di
ritrovarsi con norme diverse da Stato a Stato che rischierebbero di frenare lo
sviluppo, con conseguente perdita di competitività nell’agone con la Cina. Ma il
pensiero che vi sta dietro è decisamente più complesso.
In The Education of a Libertarian Thiel metteva nero su bianco la sfiducia in un
sistema politico e per certi versi economico dimostratosi impotente, inefficace
e del tutto privo di visione. “Di fronte a questi fatti”, scrive,
> ci sarebbe di che disperare se ci si limitasse a considerare solo il mondo
> della politica. Io non dispero perché non credo più che la politica comprenda
> tutti i futuri possibili del nostro mondo. Oggi, il grande compito per i
> libertari è trovare una via d’uscita dalla politica in ogni sua forma – dalle
> catastrofi del totalitarismo e del fondamentalismo alla massa irriflessiva che
> guida la cosiddetta “socialdemocrazia”.
Ci si avvicina alla comprensione anche del primo punto nella sfida mortale fra
libertà e democrazia da lui teorizzata. Si tratta, innanzitutto, di libertà da
più che di libertà di. Libertà dal regolamento, dall’occhio arcigno del
legislatore, dalle pretese del burocrate, dagli organi di controllo. Cosa
rimane, una volta aboliti tutti i limiti di velocità? Ma la velocità stessa,
vivaddio! Libertà, insomma, di sviluppare senza freni né scrupoli tutto il
potenziale della tecnica. Libertà contro democrazia vuol dire, in definitiva,
tecnologia contro politica.
> È la sovranità politica, specialmente (ma non esclusivamente) di stampo
> democratico e liberale, oggi, secondo questa corrente di pensiero, il
> principale freno e ostacolo al progresso tecnologico e alla sua estensione su
> vasta scala.
Non è casuale che le dimensioni ‘libere’ verso cui Thiel suggeriva di ripiegare
nella sua grande fuga dalla politica fossero già inconfondibilmente ambienti
tecnologici: il digitale, lo spazio extraterrestre e la colonizzazione degli
oceani (seasteading). In confronto a questi spazi estranei alla sovranità
politica, il sistema di pesi e contrappesi, di controlli e di misure degli Stati
moderni, e ancor di più delle organizzazioni internazionali e sovranazionali,
impedisce l’ascesa di “un nuovo Alessandro […] per recidere il nodo di Gordio
della nostra epoca”, come già lamentava Thiel in “The Straussian Moment”,
scritto all’alba del nuovo millennio. E altrove aggiunge, con lo stesso
assolutismo: “Il destino del nostro mondo potrebbe dipendere dagli sforzi di una
sola persona che crea o diffonde la macchina della libertà per rendere il mondo
un posto sicuro per il capitalismo”. Non ci sarebbe di che stupirsi se
aggiungesse di essere lui stesso l’eroe tanto atteso.
Tramite società come Pronomos Capital, fondata da Patri Friedman (nipote
dell’economista liberista Milton Friedman e teorico delle charter cities), Thiel
è passato dalla ricerca e lo sviluppo di cittadelle negli oceani alla creazione
e al finanziamento di spazi autonomi acquistati da Stati sovrani. Un esempio:
l’insediamento di Próspera nell’isola honduregna di Roatán. È Patri Friedman,
con un candore quasi inverosimile, a illustrare il pensiero sottostante alla
rivista Wired:
> Il governo è un settore con una barriera all’ingresso davvero altissima. In
> pratica, bisogna vincere un’elezione o fare una rivoluzione per provarne uno
> nuovo. È una soglia d’accesso che non ha senso. E costringe i clienti alla
> fedeltà. La gente si lamenta dei piani tariffari del telefono che durano due
> anni, ma pensa quant’è faticoso cambiare cittadinanza.
Il sottinteso è che, nell’ottica del mercato assoluto, non c’è motivo per cui i
governi e addirittura le forme giuridiche e politiche stesse non dovrebbero
poter mutare con la facilità con cui si può cambiare canale o prodotto al
supermercato o gestore del wi-fi, specialmente se si dimostrano inadeguati e
insoddisfacenti. La soluzione proposta, di fronte all’irriformabilità della
politica, allo spreco di forze della rivoluzione e alla mancanza di alternative
esistenti, è ritagliare pezzi di mondo – per esempio in Groenlandia ‒ o fondarne
dal principio su Marte, per inedite sperimentazioni sociali, legali, economiche.
Apolitiche, ça va sans dire, o direttamente antipolitiche. E se non
funzionassero? Liberi di andarsene e fondarne di nuove. L’idea fondamentale è
l’estensione suprema del dominio della convenzione – per definizione sempre
rinnovabile, correggibile, aggiornabile come un sistema operativo – e della
società come esperimento ogni volta riscrivibile da capo, senza lasciare dietro
di sé né scorie né residui. Ma a quale scopo?
I critici del dopocena
Tutti conoscono questo passaggio dall’Ideologia tedesca di Marx e Engels, spesso
brandito a sproposito:
> Non appena si sviluppa la divisione del lavoro, ciascuno ha una sfera
> particolare ed esclusiva di attività che gli viene imposta e alla quale non
> può sottrarsi. Si è cacciatori, pescatori, pastori o ‘critici critici’ [oder
> kritischer Kritiker], e tali bisogna rimanere se non si vuole perdere i propri
> mezzi di sussistenza. Nella società comunista, invece, nella quale nessuno ha
> una sfera esclusiva di attività ma ognuno può perfezionarsi in qualsiasi ramo
> gli piaccia, la società regola la produzione generale e rende così possibile
> che io faccia una cosa oggi e un’altra domani, che cacci al mattino, peschi al
> pomeriggio, la sera allevi bestiame e dopo cena mi dia alla critica [und nach
> dem Essen zu kritisieren], secondo il mio desiderio, senza mai diventare
> cacciatore, pescatore, pastore o critico [oder Kritiker].
Questa pagina è stata a lungo intesa come l’unico spiraglio concesso sul mondo a
venire da un autore, Marx, notoriamente scettico verso gli utopisti alla Fourier
e dunque le descrizioni trasognanti del socialismo realizzato. Anche per questo
motivo, non pochi hanno percepito che c’era in queste righe qualcosa che non
tornava, come un sospetto di incoerenza. Se il testo è da prendersi sul serio,
di fatto è la visione di un mondo preindustriale (nessuna delle quattro
occupazioni indicate ha a che fare con la vita moderna), colorato a tinte
bucoliche, in cui un filosofo-pastore-cacciatore autosufficiente e immerso nella
natura sa fare di tutto un po’ e dispone di sé a proprio piacimento. Si tratta
evidentemente di un sogno edenico, uno scorcio d’Arcadia che fuori dalla poesia
e dagli affreschi rococò non si è mai trovato. Ma soprattutto cosa ne è stato
delle fabbriche, dei macchinari, delle città, delle masse, degli altri? O è un
quadretto ingenuo, o è falso, o costituisce una contraddizione nuda e cruda. Il
punto non era forse ridare all’essere umano il controllo sui mezzi di produzione
moderni, liberarlo dall’alienazione e restituirgli creatività e dignità senza
rinunciare al potere produttivo industriale? Qui, al contrario, ci si affaccia
su un acquerello per luddisti, tuttalpiù l’ambizione di un gentiluomo di
campagna.
> La libertà è intesa come libertà dal regolamento, dall’occhio arcigno del
> legislatore, dalle pretese del burocrate, dagli organi di controllo. Libertà,
> insomma, di sviluppare senza freni né scrupoli tutto il potenziale della
> tecnica.
La soluzione dell’arcano si deve alla filologia. L’ideologia tedesca è un testo
composto e curato negli anni Venti dall’Istituto Marx-Engels di Mosca a partire
da fogli e appunti frammentari risalenti a un’ottantina di anni prima e poi
lasciati incompiuti – se non proprio scartati – dai due autori. Tanto che uscì
parzialmente in traduzione russa nel 1924 e in versione integrale in lingua
tedesca solo anni dopo. L’edizione critica realizzata da Wataru Hiromatsu data
alle stampe già nel 1974 permette di distinguere, almeno per alcune parti, una
prima bozza, per mano di Engels, su cui la notoriamente pessima grafia di Marx
lascia commenti, note ed espunzioni, quindi una seconda versione, sempre
realizzata da Engels, completa delle interpolazioni precedenti e qualche
ulteriore aggiunta di Engels stesso, su cui Marx fa un’altra lettura con nuove
modifiche.
Viene fuori così che il passaggio in questione è tutto farina del sacco di
Engels eccetto per tre interpolazioni di Marx: i tre riferimenti (in tedesco nel
testo riportato sopra) ai critici e alla critica del dopocena. Terrell Carver li
ha acutamente interpretati come glosse sardoniche di Marx ai danni del compagno,
quasi a voler dimostrare l’assurdità del bozzetto utopico: chi è che, dopo aver
faticato tutto il giorno tra la selvaggina e il bestiame, la sera si mette a
filosofeggiare in poltrona con la pipa e un bicchierino di porto? Addirittura,
sembrerebbe che nella primissima stesura Engels avesse elencato attività
ulteriori, da lui stesso cancellate forse per attenersi più rigidamente alla sua
pastorale: il calzolaio, il giardiniere, l’attore. Chissà in quale momento della
giornata li avrebbe incastrati. Solo un “critico critico”, del genere che in
quelle pagine Marx e Engels avevano intenzione di stroncare, potrebbe essere
tanto ingenuo – e tanto ignorante della realtà del lavoro fisico – da
trastullarsi con un sogno così, sembra dire Marx con quelle aggiunte. Fourier
stesso aveva immaginato di superare lo specialismo della divisione del lavoro e
la distinzione in classi, ma non aveva saputo includere nei suoi programmi
l’attività industriale. E proprio questo per Marx era il suo più grande limite.
Cosa c’entra tutto ciò con un capitalista come Thiel e l’accelerazionismo di
Nick Land? Il fatto a suo modo sorprendente è che sono tutti accomunati
dall’idea che il motore della storia, se non addirittura il suo soggetto – e
certamente la forza soteriologica –, sia la macchina. Nei Grundrisse, Marx
descrive il passaggio da un mondo antico dove vige l’invalicabile “limite sacro”
a un mondo dove ci sono soltanto barriere da superare. E la forza che più di
tutte abbatte i muri è il capitale, scrive Marx. Superare il capitalismo non
significa dunque rinunciare allo sviluppo, che, anzi, deve diventare finalmente
illimitato. Per questo non c’è spazio per il mondo fiabesco schizzato da Engels,
dove non si dà crescita ma soltanto varietà. Non era questione di abbattere chi
abbatteva i limiti (il capitalista), tantomeno per ripristinare sacri confini,
ma di liberare la forza abbattitrice dalla presa di pochi e scatenarne così la
potenza piena.
Il limite, scrive Marx nei Grundrisse, non è “inerente alla produzione in
generale ma alla produzione basata sul capitale”. Dal punto di vista dell’epoca
attuale, gli stadi di produzione precedenti il capitalismo appaiono “come
altrettante pastoie delle forze produttive. Ma, esattamente inteso, il capitale
stesso si presenta come condizione dello sviluppo delle forze produttive finché
queste hanno bisogno di uno sprone esterno, che ne costituisce al tempo stesso
il freno”. L’obiettivo, si diceva. In Marx (ma frasi identiche, solo intese dal
punto di vista della macchina e quindi in senso antiumano, costellano gli
scritti degli accelerazionisti odierni) è “il pieno sviluppo del dominio
dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia
su quelle della propria natura”. L’essere umano si getta nel flusso illimitato
dello sviluppo, della potenza produttiva, della macchina e di conseguenza “non
cerca di rimanere qualcosa di divenuto”, conclude Marx, “ma è nel movimento
assoluto del divenire”. Al confronto, il mondo antico appare inguaribilmente
“infantile” e quello presente, pur con le sue conquiste materiali, troppo
“volgare” e comunque insoddisfacente, non abbastanza.
> Superare il capitalismo per Marx non significa rinunciare allo sviluppo, che,
> anzi, deve diventare finalmente illimitato.
Curiosa coincidenza: da un lato o dall’altro dello spettro politico ed
economico, tolte le casacche e superati gli antagonismi di maniera, si rivelano
tutti assolutamente moderni. Thiel è semplicemente coerente con il progetto
originario. Allo stesso modo, Land e Yarvin non parlano affatto di
anti-illuminismo, ma di “illuminismo oscuro”: non c’è ritorno al passato,
bisogna invece accelerare e superare i pesi morti del presente per sgomberare il
campo al vero progresso, che è tecnologico e nulla ha a che fare con il
progressismo cosiddetto (rivelatorio, in questo senso, che vi si riferiscano
come usurped enlightenment – un parassita del vero sviluppo, una promessa
distorta, non mantenuta). Persino il cosiddetto neomonarchismo di Yarvin è, a
conti fatti, un’estensione della logica dirigenziale d’azienda allo Stato che
nulla ha a che vedere con nostalgie legittimiste. Sul senso della storia
progressiva, in ogni caso, sono tutti in perfetto accordo: sciogliere i lacci
che trattengono la macchina, compreso quello costituito dall’essere umano.
Ritorno al futuro
Un cavallo di battaglia di Thiel per esemplificare il fatto che il futuro
promesso negli anni Sessanta (il decennio della sua nascita) non è arrivato e,
anzi, sembra essersi disgraziatamente perso per strada è il seguente: il Boeing
707, il cui primo volo risale al dicembre del 1957, si muoveva a 977 chilometri
orari; sono passati quasi settant’anni e non andiamo affatto più veloci, se il
Boeing 737 MAX, in servizio dal 2017, si sposta solo a 839 chilometri orari,
come ripete spesso. Non ho verificato la correttezza dei dati, perché in ogni
caso il punto, per lui, è un altro: che ne è stato del progresso? Delle macchine
volanti, delle colonie sulla Luna, dei viaggi interstellari, della cura per il
cancro, dell’energia pulita e senza fine? Perché non viviamo ancora a Bensalem?
Certo, le nostre automobili sono più grosse, più potenti e più veloci di quelle
di una volta, ma in fondo si tratta solo di una serie di migliorie a uno
strumento in circolazione da oltre un secolo. Il sapere è parcellizzato al punto
che, oggigiorno, serve una vita di studi per aggiungere una nota a piè di pagina
a qualcosa di significativo, e in ogni caso è probabile che solo un esiguo
manipolo di esperti sappia apprezzarlo.
Il più importante cambiamento tecnologico negli ultimi anni è venuto
dall’informatica; resta discutibile, tuttavia, se in senso assoluto i suoi
successi ci abbiano fatto più bene o più male. In un libro recente, anzi, il
cofondatore e CEO di Palantir Technologies Alexander Karp se la prende con gli
innovatori della Silicon Valley per essersi consacrati allo sviluppo di app
dalle conseguenze preteribili se non del tutto deleterie e con l’unico intento
del profitto. Nel complesso, Thiel vede nel presente tutti i sintomi della
decadenza: stagnazione tecnologica ed economica, denatalità, sclerosi delle
istituzioni e, nella produzione culturale, l’eterno ritorno del già visto, già
sentito. Nulla che gli aruspici dell’Untergang des Abendlandes non avessero già
predetto da ben oltre un secolo. Ma per Thiel dev’esserci un’alternativa al
pessimismo e alla degenerazione.
Se, come sostiene, la civiltà occidentale si costruisce sul progresso tecnico e
scientifico, nel momento in cui viene meno la fiducia nelle fondamenta, o si
smette di rinforzarle, il resto crolla di conseguenza. E la sola soluzione ai
numerosi e gravosissimi problemi che affliggono il presente, per Thiel, sta nel
futuro, non nel passato. Nel 2015, uno dei suoi primi articoli dai toni e dai
temi apertamente teologici aveva un titolo programmatico: “Against Edenism”.
Marx – l’abbiamo visto – sarebbe stato d’accordo. La tesi è contenuta nella
prima frase del saggio: “Il futuro sarà molto diverso dal passato”. Sembrerebbe
una banalità, ma non lo è, perché, prosegue l’autore, se il nostro immaginario
del futuro è irrimediabilmente legato a ciò che c’è già stato è a causa di un
imperdonabile difetto della cultura e delle politiche esistenti. Ed è qui che
entra in gioco la teologia, come un cuneo per aprire nuovi orizzonti, nuovi
immaginari.
Due sono le immagini paradisiache nella Bibbia, dice Thiel: il giardino
dell’Eden in Genesi e la Gerusalemme celeste nell’Apocalisse, dopo la fine dei
tempi. La seconda completa il primo, lo porta finalmente a compimento, ma al
tempo stesso lo supera. D’altronde, che il miglior futuro concepibile non sia un
ritorno al paradiso terrestre non lo dice, secondo lui, solo la Bibbia ma è un
dato di fatto: “Questo pianeta poteva sostenere 10 milioni di persone con
un’esistenza pastorale o agricola confortevole in epoca neolitica. All’opposto,
la precondizione necessaria per la civiltà planetaria di 10 miliardi di persone
che sarà la Terra del XXI secolo è un livello estremamente avanzato di scienza e
tecnologia”. Dunque, o arriviamo a questo livello, o sarà l’Armageddon. Oppure,
ancora, ci arrivano per primi i nemici dell’Occidente e ci lasciano indietro,
prospettiva per lui parimenti apocalittica.
> Se, come sostiene Thiel, la civiltà occidentale si costruisce sul progresso
> tecnico e scientifico, nel momento in cui viene meno la fiducia nelle
> fondamenta, o si smette di rinforzarle, il resto crolla di conseguenza.
Analogo è il trivio preconizzato da Land in Dark Enlightenment: nel futuro ci
aspettano o la modernità 2.0 (cioè una “modernizzazione globale […] rinvigorita
da un nuovo nucleo etnogeografico, scevro dalle strutture degeneri del suo
predecessore eurocentrico”, cioè cosa succede se la lotta per l’egemonia viene
vinta dalla Cina), o la “nuova età oscura” della post-modernità (ossia cosa
accade se rimane la democrazia liberale) o il rinascimento occidentale, conditio
sine qua non del quale, tuttavia, è “fermare e invertire più o meno tutto ciò
che [l’Occidente] ha fatto per oltre un secolo, a eccezione esclusiva
dell’innovazione scientifica, tecnologica e d’impresa”.
Si ritorna così al dilemma iniziale: se le nostre uniche possibilità di salvarci
stanno nel progresso tecnologico, non si possono ammettere freni alla ricerca e
allo sviluppo. E se la politica pone vincoli, be’, bisognerà liberarsi della
politica. Al livello più superficiale, la battaglia pubblica dell’intellettuale
Thiel si pone come una lotta contro il pessimismo – pessimismo che, sostiene, si
è ormai diffuso anche all’interno della Silicon Valley. Thiel lamenta che nelle
storie di fantascienza il cattivo non sia mai il luddista, l’ambientalista o il
regolatore, ma sempre l’innovatore, se non direttamente la tecnologia in sé. E
questo, commenta, non è solo un sintomo della decadenza, cioè dell’abiura della
vera natura dell’Occidente, ma crea un circolo vizioso per cui dalla sfiducia
sorge sfiducia ulteriore, mentre la storia che dovremmo raccontarci è di segno
opposto. Una storia che deve recuperare gli aneliti e le speranze delle origini,
quelli di Bacone. Ritornare, insomma al progetto originale: il dominio totale
sulla natura, anche la propria. E ricordarsi che nessun progresso sarà mai tale
veramente fintanto che la morte avrà l’ultima parola.
Era già l’argomento definitivo ai danni dell’ottimismo nel moderno che
l’enigmatico signor Z., nei Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di
Vladimir Solov´ëv, aveva mosso contro i suoi interlocutori: se tanto il
riformato quanto il riformatore alla fine vanno incontro alla distruzione
fisica, allora anche il progresso non sarà che l’ennesimo regno della morte.
Thiel lo sa bene e per questo accusa il progetto della modernità di essersi
concentrato su una serie di conquiste politiche e sociali che non solo l’hanno
distolto dagli obiettivi originari, ma hanno trasformato l’essere umano in mero
homo economicus secolarizzato, senza risposte alle grandi domande che lo
riguardano. Sulla scorta di Solov’ëv, Thiel percepisce la contraddizione fra il
materialismo ateo e l’ottimismo nel progresso.
Anche per questo la religione, come superna macchina della speranza e
repositorio di grandiose storie di salvezza, gli sembra un’alleata se non
perfettamente naturale quantomeno strumentale – certo, solo “se non si esclude
la visione escatologica per cui Dio lavora attraverso di noi per costruire il
regno dei cieli oggi, qui, sulla Terra”, come scrive in “Voyages to the End of
the World”. “Se il Nuovo Testamento ha superato il Vecchio in virtù della
propria novità, e se la rivelazione non si è conclusa”, prosegue, “i cristiani
non dovrebbero, più di chiunque altro, essere aperti alla possibilità che ‘la
conoscenza sarà accresciuta’ (Daniele 12, 4) anche nella sfera profana della
scienza baconiana?”. Già, perché non dovrebbero?
Chi frena l’Anticristo
Secondo Nick Land, la futura macchina superintelligente dentro la quale verrà
sussunto ciò che rimane dell’essere umano è una necessità storica ineluttabile.
La tecnologia è insieme l’attore principale e anche il fine della storia, ma è
simile a un virus: ha bisogno di un ospite per riprodursi ed espandersi. È “un
invasore”, scriveva in Machinic Desire (1993), e, “invece di venirci incontro in
qualche laboratorio di ingegneria del software, siamo noi a essere attirati
verso di lei [l’IA], là dove essa già si annida, nel futuro”. Al punto che
“quella che agli esseri umani sembra la storia del capitalismo” è, a ben vedere,
“un’invasione dal futuro” da parte di qualcosa “che deve assemblare sé stesso
interamente a partire dalle risorse del suo nemico”, cioè noi. Thiel, invece,
non solo tende a glissare sui rischi della tecnologia, ma, almeno ufficialmente,
non è altrettanto persuaso che l’esito sia già determinato.
> Thiel accusa il progetto della modernità di essersi concentrato su una serie
> di conquiste politiche e sociali che non solo l’hanno distolto dagli obiettivi
> originari, ma hanno trasformato l’essere umano in mero homo economicus
> secolarizzato.
Non che la visione finale sia tanto diversa, al di là delle coloriture
soteriologiche. In un’intervista di qualche mese fa nella quale il conduttore,
Ross Douthat, tentava di metterlo di fronte alle minacce costituite dall’IA,
Thiel dava segno di riconoscerle, ma, per lui, rimanevano un rischio necessario
alla luce dei vantaggi che potrebbero risultarne; l’alternativa è d’altronde la
stagnazione. Douthat accennava allora all’attesa, da parte dei guru digitali,
della superintelligenza che metterà fine all’egemonia dell’uomo e commentava:
“Credo che preferiresti che la specie umana continuasse, no?”. Thiel – che
raramente sembra a proprio agio nelle interviste, nelle quali è difficile
scorgere il carisma che trasmettono invece i suoi scritti – esita a rispondere.
Tartaglia per una ventina di secondi, tanto che anche Douthat ammette di essere
turbato dalla sua difficoltà a dire di sì. Poi finalmente si lascia sfuggire che
l’umanità dovrebbe sopravvivere, ma più importante della sopravvivenza in sé è
la soluzione dei suoi problemi, in primis malattia e mortalità. Il che,
evidentemente, richiede cambiamenti radicali, trasformazioni inedite del corpo e
della mente. Ma questo, lo incalza Douthat, secondo il cristianesimo avverrà per
mezzo di Dio, non certo tramite la tecnologia. Di nuovo Thiel stenta a
rispondere, per poi ritornare a battere insistentemente sul punto di partenza:
al cuore della tradizione giudaico-cristiana si trova l’idea del superamento
della Caduta in cui versiamo e questa è l’unica direzione percorribile,
qualunque cosa ciò comporti. Dimentica forse da che cosa, in quella stessa
tradizione a cui si appella, è stata provocata la Caduta: quando qualcuno diede
retta a una voce suadente che prometteva di rendere gli esseri umani identici
agli dei.
Ora, tutto questo sarebbe già di per sé sufficiente per esprimere un giudizio
ragionato, non fosse che – ed è questa forse la parte più originale di tutto il
suo pensiero – Thiel rincara la dose quando annuncia di avere le idee molto
chiare su ciò che l’Anticristo è o rappresenta. Niente affatto la tecnologia,
che pure offre di realizzare prima, concretamente e più efficientemente le
parole di Gesù Cristo, ma – come volevasi dimostrare – la politica. Per la
precisione, una politica elevata all’estrema potenza, universalistica,
globalizzante, ostile nei confronti della tecnologia, la quale proprio facendo
leva sulla paura dei rischi esistenziali e degli effetti collaterali del
progresso tecnologico l’ha messo in catene e ha dato pace e sicurezza in cambio
dell’assenza di sviluppo. È questo il regno dell’Anticristo che Thiel tratteggia
come una minaccia effettiva e per di più prossima nelle interviste pubbliche
recenti, in “Voyages to the End of the World”, persino in discorsi da lui tenuti
a porte chiuse, ufficialmente senza registrazioni.
Poche cose, nel Nuovo Testamento, sono misteriose come il katéchon, entità o
concetto menzionato per due volte nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,
3-12), una forza o un individuo che farebbe da freno al pieno disvelarsi del
mistero dell’iniquità già in azione, ma in maniera ancora occulta. A lungo le
interpretazioni teologiche e filosofiche, dai Padri della Chiesa fino a Carl
Schmitt e Cacciari, vi hanno visto il potere politico, il nomos e la misura che
trattengono l’anomia e l’eccesso. Avverte Paolo che il katéchon dovrà venir meno
perché appaia senza più veli e restrizioni l’uomo empio – colui che si può
presumibilmente identificare con l’Anticristo menzionato in altri testi. Si
tratta dell’idolo supremo, “colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni
essere che viene detto Dio o oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio,
additando se stesso come Dio”, come si legge nell’epistola citata. E – dicono le
Scritture – saprà ingannare anche gli eletti. Solov’ëv, nei dialoghi già
evocati, coglie pienamente quest’aspetto fondamentale: esso non si presenta come
una forza del male, ma come un paladino del bene. Come Gesù, meglio di Gesù.
L’Anticristo non è una forza negatrice, ma sostitutiva. È indubbiamente una
storia oscura, ma è anche necessaria nel piano di salvezza, perché sarà solo
dopo la caduta dei veli che celano l’Avversario che questi verrà spazzato via
dal soffio di Dio, non prima.
> L’Anticristo non si presenta come una forza del male, ma come un paladino del
> bene. Come Gesù, meglio di Gesù. L’Anticristo non è una forza negatrice, ma
> sostitutiva.
Thiel prende questo canovaccio e ne fa qualcosa di molto diverso, che sta al
racconto biblico come il remake hollywoodiano a un film d’autore. In “Voyages to
the End of the World” (scritto insieme a Sam Wolfe, il quale, stando a una
ricerca in rete, lavora per Thiel Capital dopo essersi laureato in letterature
comparate a Stanford, dove pubblicava sulla rivista studentesca Stanford Review,
fondata a suo tempo da Thiel stesso, sulla quale già difendeva il suo eroe a
spada tratta) vengono esplorate quattro ‘visioni’ dell’Anticristo: due dalla
storia della filosofia e della letteratura (La Nuova Atlantide di Bacone e I
viaggi di Gulliver di Swift) e due dai fumetti (Watchmen e One Piece).
La domanda iniziale prende avvio dall’utopia di Bacone (sul quale, a proposito,
ci viene detto che, nella “mappa per la modernità” o addirittura nel “libro di
profezie” che sarebbe La Nuova Atlantide, “sognava di abolire la malattia, i
disastri naturali e persino il caso. Sognava anche di abolire Dio”): “La scienza
evocherà o sconfiggerà l’Anticristo?”. Per Thiel e Wolfe, il cristianesimo di
Bacone e dunque anche di Bensalem non è che una maschera obbligata dalle
circostanze storiche e dai censori, un compromesso esteriore per nascondere
secondo loro una verità inconfessabile: Bensalem (che peraltro si troverebbe
agli antipodi di Gerusalemme) è precisamente il regno dell’Anticristo. Qui
presentato, nel prometeismo baconiano, come la vittoria della conoscenza
sull’ignoranza, della luce sulle tenebre, del futuro sul passato, dunque come il
vero paradiso e non un suo surrogato.
Che sia una rivista cristiana come First Things a pubblicare queste riflessioni
indurrebbe a presumere che gli autori, dopo aver presentato l’utopia
tecnoscientifica come anticristica fin dalla sua prima formulazione, proseguano
su questa linea con qualche forma di palinodia. E invece il resto del saggio
prende tutt’altra direzione, passando dal sogno di Bacone alla sua caricatura al
vetriolo in Swift fino alle distopie di Watchmen e One Piece, che mostrano il
sorgere o il perdurare di governi unitari mondiali contro cui si battono pochi
coraggiosi eroi o pirati. Come dire: qual è il vero Anticristo, quello che ci dà
il progresso e sconfigge la morte o quello che con l’inganno e la repressione ci
toglie la libertà?
Oppure, ancora: forse una volta quello di Bacone poteva sembrare un progetto
luciferino, ma oggi abbiamo ben altro di cui preoccuparci! Il lettore attento è
colto alla sprovvista: il carattere anticristico di Bensalem non è affatto stato
smentito o ritrattato. Semplicemente l’attenzione è stata spostata altrove, come
in un trucco con le carte da prestigiatore di strada. Certo gli autori non
possono pensare che il percorso proposto, nella sua plateale arbitrarietà, abbia
valore oggettivo di ermeneutica storica! Se Thiel ci è, il discorso non sembra
tenere fino in fondo. Se invece ci fa, viene il sospetto che, come il suo
Bacone, abbia voluto imbastire una messa in scena cristiana – forse per
cementare l’alleanza strumentale con il mondo statunitense conservatore e
millenarista? Certo, in quel caso, bisognerebbe essere davvero stolti per non
vedere la carta infilata nella manica.
Lupi in vesti da pecore
Uno dei primi gesti del Creatore – nota Thiel – è separare la terra dalle acque,
simbolo del caos, dell’immanifesto, dell’indefinito. È dalle acque,
nell’Apocalisse, che esce la Bestia e non per nulla, sottolinea, nella visione
della Città di Dio dopo la vittoria sul male “il mare non c’era più” (Apocalisse
21, 1). Un’immagine che indubbiamente ha un certo ascendente su un uomo il quale
proprio sulla sottrazione faustiana della terra agli oceani e la realizzazione
di piattaforme sull’acqua ha costruito le prime fasi della sua utopia. Ma è
pienamente giustificato il dubbio, a questo punto, che le cose non stiano
affatto come le racconta e che, nel suo discorso teologico o presunto tale, alla
tecnologia venga data una funzione salvifica che la tradizione cristiana si è
sempre ben guardata dall’attribuire a ciò che è di questo mondo.
> Qual è il vero Anticristo, quello che ci dà il progresso e sconfigge la morte
> o quello che con l’inganno e la repressione ci toglie la libertà?
C’è infatti più di qualcosa che non convince nel tentativo di presentare
l’Anticristo come il governo mondiale e antitecnologico che offre pace e
sicurezza a scapito della corsa a capofitto verso l’avvenire. Riconoscendo in
qualche modo l’ambivalenza della tecnica, per cui gli stessi strumenti possono
essere utilizzati per scopi opposti, e senza per questo nulla togliere al suo
potere salvifico, ciò che Thiel più teme sembrerebbe l’eventualità di
un’alleanza sovranazionale che sorge per porre limiti allo sviluppo tecnologico,
magari ispirata all’idea diffusasi dopo la Seconda guerra mondiale quando, con
lo slogan one world or none, si riteneva che solo l’unità planetaria o se non
altro organi di controllo riconosciuti all’unanimità avrebbero scongiurato il
disastro. Ma se siete arrivati fin qui avrete capito che l’antico avversario di
Thiel – ciò che per lui oggi si oppone alla potenza abbattitrice intrinseca
della modernità – è precisamente il potere sovrano, capace di proporre solo
inefficaci manutenzioni del presente o inutili ricicli del passato.
Tuttavia, è solo ribaltando e forzando le interpretazioni tradizionali che la
tecnologia può fare da katéchon tanto per la politica (l’Anticristo) quanto per
la distruzione totale. Non solo non è questa la storia che racconta la Bibbia,
ma soprattutto non si riesce a dissipare il sospetto che a protagonista e
antagonista siano stati qui invertiti i ruoli faziosamente e con intento
fraudolento per far passare come avversario assoluto e trascendente quello che è
solo il nemico contingente del suo autore. Infatti, non c’è alcun aut-aut nel
Nuovo Testamento fra katéchon, Anticristo, Armageddon: ogni passaggio appare
invece necessario nel dipanarsi dei tempi della fine. Così, quando Thiel pone lo
scontro fra tecnica e politica in termini apocalittici, dovrebbe essere lampante
che di cristiano vi sia poco o nulla: la scelta fra l’Armageddon e il regno
dell’Anticristo non è un dilemma teologico.
Ciononostante, Thiel ci invita a riporre la nostra speranza in una terza via,
che risiede nelle potenzialità che si schiuderanno solo grazie al progresso
tecnologico. Non potendo assicurare che tutto andrà per il meglio, ci chiede di
aver fede. Anche il principio della sola fide a cui implicitamente si appella è
palesemente un debito religioso, ma non è indirizzato verso la Scrittura né
verso Dio. Tanto che, quando Douthat – di nuovo – gli chiede se non pensi, come
un cristiano dovrebbe peraltro fare, che Dio non ci abbandonerà nella notte
oscura della storia, Thiel dà un’altra delle sue proverbiali finte risposte.
Chiaro, ormai, come il riferimento alla teologia cristiana sia meramente
strumentale, ma, in filigrana, riveli tutt’altro racconto.
Nonostante l’intarsio di citazioni colte, è clamoroso che a Thiel sfugga il
fatto che l’Anticristo di Solov’ëv – all’opera del quale pure dice di ispirarsi
– non è solo pacifista, animalista e vegetariano ma, anzi, assomiglia più a lui
che a Greta Thunberg. L’“uomo del futuro” che, nel racconto del signor Z., in
cambio di sostegno, donazioni e privilegi chiede alle Chiese cristiane il loro
appoggio incondizionato è infatti anche un “ricco capitalista” e un “esperto di
balistica”, e ha “rapporti amichevoli con i circoli militari e finanziari del
mondo intero”. Dopotutto risponde al principe di questo mondo; certo non entra a
Gerusalemme in groppa a un’asina! Si ammetta anche che, come Thiel sostiene, lo
slogan dell’Anticristo sia la promessa di pace e sicurezza; quel che però gli
sfugge è che il problema non sta né nella pace né nella sicurezza: Cristo stesso
è il re della pace – ma della pace che viene da Cristo.
> Quando Thiel pone lo scontro fra tecnica e politica in termini apocalittici,
> dovrebbe essere lampante che di cristiano vi sia poco o nulla: la scelta fra
> l’Armageddon e il regno dell’Anticristo non è un dilemma teologico.
D’altro canto, qual è l’unica forza al mondo davvero universale, omologante,
standardizzante, che non trova quasi opposizione, che si è resa totalizzante,
fondamentale, necessaria? Non certo la politica, che per definizione è il campo
del contraddittorio, dell’opposizione dialettica, del “nemico” nel senso in cui
lo intende Schmitt, dunque mai assoluta. E proprio Schmitt sapeva bene che la
tecnica è l’ultimo approdo del lungo processo di “neutralizzazione” che, dalla
teologia, ha portato fino alla tecnologia come punto di riferimento ultimo,
terreno d’accordo valido per tutti. Se tale deve essere, se, insomma, l’uso
delle cose del mondo è inevitabile, che almeno non le si confonda con la
salvezza: a Cesare quel che è di Cesare. Mentre Thiel, evidentemente, scorda che
l’Anticristo è il primo fra tutti gli idoli. Ma un cristianesimo senza Cristo –
dice Solov’ëv nell’introduzione ai Tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo –
è vuoto e sterile, se non del tutto pericoloso.
A un certo punto, nel corso di un’intervista del 2024, Thiel parla
dell’entusiasmo dei cosmisti russi, presentandoli come un caso paradigmatico in
cui la tecnica si pone come obiettivo esplicito la realizzazione delle promesse
della religione; lui stesso, però, non sa dire se di quest’ultima i cosmisti
fossero gli alleati o la concorrenza. Allo stesso modo, quando Douthat gli
chiede se i tecnologi non stiano cercando di sostituirsi a Dio, Thiel si limita
a ripetere formule che appaiono ormai sempre più vuote – o sempre più sinistre.
Ma la più clamorosa e sintomatica delle aporie si ha quando Douthat avanza il
sospetto che, per instaurare il governo totalitario mondiale che Thiel descrive,
al suo Anticristo siano necessari innanzitutto, per salire al potere, un livello
di tecnologia tale da costituire un’innegabile minaccia e, in secondo luogo, per
mantenere il controllo, quegli stessi dispositivi di sorveglianza, IA, analisi
dei dati e tecnologia militare che Thiel finanzia. “Quell’Anticristo”, gli dice
l’intervistatore, “userebbe probabilmente gli strumenti che tu stai costruendo”.
Un’altra volta, Thiel non sa rispondere senza riportare il discorso sul dilemma
fra stagnazione e innovazione senza regole, ma a questo punto è difficile non
vedere che il suo sistema fa acqua dappertutto, il re è nudo e non è una bella
visione.
Insomma, o si tratta di teologia scadente, oppure, consapevolmente o meno, chi
la propone lavora per l’avversario di ciò per cui dice di operare. Suprema
ironia è che cerchi di farlo, tra i vari canali, anche su una rivista che si
vuole cristiana, quando l’unica cosa che sicuramente emerge dal suo pensiero è,
aggiornato con gli strumenti economici, tecnici e politici del presente, il mito
della modernità sic et simpliciter. Se non una seduzione ancora più antica, che,
come nelle profezie, si è conciata alla meno peggio sotto le false spoglie
dell’agnello.
L'articolo Storia occulta della tecnologia proviene da Il Tascabile.