N ell’estate di otto anni fa, la metropoli del Venezuela mostrava almeno tre
anime. Con Nicolás Maduro attaccato da destra e anche da sinistra, ma ancora
saldamente sul suo piedistallo tra i palazzi governativi; gli assembramenti a
plaza Altamira delle classi più elitarie; la crisi umanitaria e le speranze
tradite, ma sempre vive, della gente povera dei ranchos. A distanza di quasi un
decennio, osservate da più lontano, le faglie che spaccavano il Paese emergono
più nitide e chiare. Mentre, nella canicola estiva del luglio 2017, le
televisioni italiane si concentravano sulle immagini dei cassonetti in fiamme,
sugli scontri di strada e sulle manifestazioni ‘oceaniche’ per le vie della
capitale ‒ in un frame ossessivo e ipnotico ‒ Caracas ‒mostrava almeno due
volti, anzi tre. Ognuno incardinato in un’area della città, lungo una mappa
aderente alla morfologia storica e sociale del Venezuela.
Nella grande capitale sudamericana, edificata su decine di pendii
lussureggianti, tra ranchos poveri ‒ identici alle favelas di Rio de Janeiro ‒ e
lussuosi condomini protetti da altane e filo spinato, c’era la Caracas della
protesta contro Nicolás Maduro, degli scontri di strada sanguinari, che
dall’Europa sembravano totali e invasivi, ma che si addensavano a est, nel
quartiere Altamira, la parte orientale della città, quella più abbiente, dei
colletti bianchi. Ma c’era anche un’altra Caracas, quella a ovest, dove si
concentravano i palazzi governativi e le centrali amministrative d’apparato, i
monumenti e i poli della vita culturale. Ed era lì che Maduro restava sul suo
piedistallo e Hugo Chávez continuava a essere un faro nella notte.
> Mentre nel luglio 2017 le televisioni italiane si concentravano sulle immagini
> dei cassonetti in fiamme, sugli scontri di strada e sulle manifestazioni
> ‘oceaniche’ per le vie della capitale Caracas mostrava almeno due volti, anzi
> tre.
Tutt’intorno c’era la terza Caracas, quella degli slum fitti di chiaroscuri,
dove speranza e rabbia si mescolavano indissolubilmente lungo le tortuose
stradine di mattoni traforati, sotto la pressione delle rivolte interne al Paese
e degli embarghi e delle sanzioni internazionali. Ed è da questo orizzonte ‒ le
strade popolari di La Guaira, cittadina satellite di Caracas, affacciata
sull’aeroporto Simón Bolívar e sull’Atlantico ‒ che il racconto di quanto visto
e incontrato nel luglio 2017, nel corso di un reportage, vuole partire.
La Guaira
Sull’uscio delle case riverniciate di colori carnosi, negli occhi delle persone
si agitavano bagliori contraddittori quando si chiedeva loro cosa ne pensassero
dei continui scontri di piazza che stavano lacerando una parte di Caracas.
Un’inquietudine racchiusa nella risposta lapidaria di Carmen, insegnante: “Ma se
torneranno a governare le destre, noi poveri finiremo per essere abbandonati
un’altra volta”. La donna, un’energica e aggraziata cinquantenne, era anche
volontaria dei CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), istituiti
dal governo nel 2016 per far fronte alla carenza di cibo e alla crisi economica
che stava attanagliando il Paese. E che già allora si stavano rivelando
contaminati, nei vertici organizzativi, dal malaffare di amici e collaboratori
di Maduro. Carmen era una militante di base, la sua speranza era trascinante
lungo le piazzette e i mercati del sobborgo di Caracas, fra le piccole
abitazioni realizzate grazie all’aiuto dello Stato, che per anni aveva fornito
mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché la gente dei ranchos potesse
costruire le proprie case, in un disegno di edilizia popolare autoprodotta.
La donna portava esempi su esempi dei programmi educativi che negli anni del
chavismo erano stati messi a servizio delle classi più povere. “La rivoluzione
bolivariana ha dato modo di iscriversi all’università anche agli orfani, ai
disabili nullatenenti”. Ma ormai la crisi era entrata spietata e feroce nel
microcosmo del suo quartiere, dove la gente aveva sempre vissuto di nulla. “Sì,
la situazione è insostenibile. Il sacco di mangime per polli che serve ogni
settimana è arrivato a 85.000 bolívar”, praticamente quanto l’assegno di
pensione sociale destinato ai nullatenenti, 96.000 bolívar, ammetteva lei
stessa, mostrando un allevamento tra due baracche. Nei cortili sghembi che
galleggiavano soprattutto di microeconomia informale, sopravvivere era sempre
più difficile.
File ai negozi nei quartieri popolari di Caracas, 2017 / fot. Marco
Benedettelli.
Caracas Ovest
Scendendo dai ranchos rossi di mattoni, si arriva alle strade pianeggianti della
parte occidentale di Caracas, quella governativa, dove, in quei giorni di
proteste tempestose, il regime di Maduro e le sue centrali di potere
continuavano a mostrare, almeno in superficie, una solenne compostezza. Palazzo
Miraflores, la sede del governo, circondata da alberi color smeraldo, era
presidiata da giovani militari della Guardia nazionale. Sulla sommità di una
bianca scalinata, in cima a una collina, svettava il monumento di Hugo Chávez.
Nei murales, forme morbide celebravano l’epica della Rivoluzione bolivariana,
unendo in un’unica saga il libertador Simón Bolívar, il comandante Chávez e il
continuatore del percorso, Nicolás Maduro.
> Lo Stato per anni aveva fornito mattoni e vernici a prezzi calmierati affinché
> la gente dei ranchos potesse costruire le proprie case, in un disegno di
> edilizia popolare autoprodotta.
I negozi e le librerie intorno a plaza Bolívar diffondevano musica caraibica,
più festosa di qualsiasi crisi. Nei teatri, come il Centro cultural Chacao,
giovanissime volontarie esponevano orgogliose la programmazione degli eventi per
la gente. Ma il fulcro di quel diffuso mantra filogovernativo stava sotto un
semplice tendone, nell’Esquina caliente, letteralmente “angolo caldo”, il gazebo
informativo dove una dozzina di militanti presidiavano la piazza, per discutere
appassionatamente con chiunque porgesse loro la parola. “È colpa della congiura
internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione
popolare perché il nostro petrolio fa gola alle élite imperialiste”, dicevano,
mentre anche in quelle ore le proteste ribollivano nell’altra parte orientale
della capitale.
“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra, che controlla i
mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina
Curcio, La mano visible del mercado”, argomentava un’altra militante. Sul tavolo
del gazebo spiccavano libri e giornali filorivoluzionari, tra cui il Correo del
Orinoco, quotidiano governativo che in epigrafe si definiva “L’artiglieria del
pensiero”. Tutti raccontavano orgogliosi della loro instancabile militanza
politica, fatta di riunioni, comitati e assemblee, di misiones, i progetti
sociali voluti dal Comandante. “Chávez è stato avvelenato. Il suo cancro è
un’invenzione”, spiegava un uomo. “Andare a nuove elezioni politiche? No, non si
può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela
è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è il quartiere
Altamira”, diceva un altro, alzando le braccia per la rabbia.
La fotografia della crisi
Da una parte la speranza, il desiderio di riscatto. Dall’altra un elenco di dati
che già in quei giorni di luglio del 2017 indicavano come la crisi economica
avesse assunto le proporzioni di un’emergenza umanitaria, soprattutto per le
fasce più vulnerabili. L’Osservatorio Caritas Venezuela parlava dell’82% della
popolazione in povertà e del 52% in povertà estrema; nel 2016 erano morti 11.000
bambini per carenza di medicinali, una piaga aperta dall’embargo americano. A
Caracas, sugli scaffali delle farmacie, le scatole erano piazzate ad ampie
distanze, in desolanti allestimenti pensati per colmare i vuoti.
> Nel 2016 erano morti 11.000 bambini per carenza di medicinali, una piaga
> aperta dall’embargo americano.
Il Venezuela, allora come oggi, nuotava sul petrolio, venduto a un prezzo
inferiore a quello di una bottiglia d’acqua o di un grammo di cocaina. Ma,
crollata in quei mesi la produzione e il prezzo di mercato ‒ su cui lo Stato
caraibico aveva sempre fondato la propria economia di rendita ‒ l’inflazione era
esplosa all’800%. Servivano 9.000 bolívares per il cambio di un dollaro, il
costo di un pieno era attorno ai 5 centesimi di dollaro, un grammo di “neve
bianca” era quotato meno di un dollaro e lo stipendio mensile di uno statale
alzava in media 20 dollari. Il salario minimo, pari a 160.000 bolívares, bastava
appena per comprare un pezzo di pane al giorno. Le code agli empori sociali
riempivano i marciapiedi.
Un’emergenza che lo Stato cercava di tamponare con un governo composto in parte
da ministri militari e in parte da civili. Sotto di loro, altri diciotto
generali erano incaricati di occuparsi ciascuno di un singolo prodotto base
della disastrata economia: olio, riso, zucchero, farina di mais, ma anche carta
igienica, introvabile in alcune zone del Venezuela. Più di due milioni e mezzo
di venezuelani erano già emigrati nel 2017 (e nove anni dopo, all’arresto-blitz
di Maduro, erano diventati quasi 8 milioni). Secondo quanto raccontavano le
persone incontrate in quei giorni nelle strade di Caracas, tra i manghi
rigogliosi e i palazzi scorticati, la paura si faceva sempre più cupa. Con
119,87 omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2016, la capitale del Venezuela era
divenuta la città più violenta del mondo: una metropoli dove era d’obbligo
chiudersi in casa al coprifuoco, quando le strade venivano invase dai
colectivos, bande di motociclisti in origine legittimate da Hugo Chávez come
strumento di presidio nelle periferie altrimenti impenetrabili, ma poi mutate in
gang fuori controllo.
Affinità e divergenze
Nell’aprile del 2017 le proteste erano state aperte dal corteo del MUD (Mesa de
Unidad Democrática), la coalizione di opposizione politica della destra
populista venezuelana; ne facevano parte anche quattro movimenti di ispirazione
progressista: Acción democrática, Un nuevo tiempo, Voluntad popular ‒ parte
dell’Internazionale socialista ‒, e Primero justicia. Quattro mesi dopo,
nell’afosa Caracas del luglio 2017, erano evidenti le mille contraddizioni di un
Paese che cercava di restare aggrappato alle riforme economiche e sociali dei
decenni precedenti, messe in atto da Chávez, capaci di livellare le profonde
disparità con cui il Venezuela aveva attraversato il Novecento. Dal secondo
dopoguerra, infatti, si erano susseguiti una decina di colpi di Stato, spesso
appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad addomesticare
élite compiacenti attraverso giunte militari guidate da autentici fantocci in
divisa, piazzati a capo di regimi dittatoriali.
> L’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca era composto non solo da
> politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da una larga
> fetta di chavisti scontenti.
L’ultimo colpo di Stato del millennio precedente, quello del 1998 messo in atto
proprio da Chávez, rappresentò un vero e proprio terremoto politico. Il primo
tentativo di rovesciamento degli anni Duemila risale invece all’11 aprile 2002,
durato appena 47 ore, con l’obiettivo di rimuovere proprio l’allora caudillo.
Gli Stati Uniti, come un pugile suonato, impiegarono almeno un decennio prima di
riprendersi e tornare a occuparsi del loro “cortile”. Nel frattempo Chávez era
morto, ma il chavismo era rimasto in vita, seppur poco e male rappresentato dal
suo delfino, Nicolás Maduro.
Non è un caso che l’eterogeneo fronte della protesta dell’epoca fosse composto
non solo da politici di destra, spesso prezzolati dalla Casa Bianca, ma anche da
una larga fetta di chavisti scontenti. I veri nostalgici, costretti a passare
dall’alba di una nuova speranza per le fasce più deboli e invisibili della
popolazione ‒ incarnata dall’ex militare dell’esercito venezuelano, ispirato a
Che Guevara e influenzato dagli scritti di Antonio Gramsci ‒ a una deriva del
suo verbo e delle sue azioni.
Secondo i sondaggi clandestini che circolavano in Venezuela nel 2017, il
presidente Maduro poteva contare su uno zoccolo duro di consensi pari al 15-20%,
a cui si sarebbe potuta aggiungere una quota del 20-25% di chavisti delusi e
critici nei suoi confronti. Tra questi figuravano la procuratrice generale del
Venezuela, Luisa Ortega Díaz, protagonista di una rocambolesca fuga in moto
verso la Colombia nell’agosto del 2017, e suo marito Germán Ferrer, deputato
dell’Assemblea nazionale, chavista e volto noto di Globovisión, la televisione
di opposizione. Del vecchio “cerchio magico” attorno a Maduro rimasero il
fedelissimo Diosdado Cabello, presidente del Parlamento venezuelano, indagato
per traffico internazionale di droga dalle autorità statunitensi e accusato di
distrazione di fondi pubblici, e Tareck El Aissami, vicepresidente del
Venezuela, di origini libanesi e ritenuto vicino a Hezbollah.
Caracas Est
Gli impiegati che anche in quei giorni assolati si affaccendavano lungo i
marciapiedi di avenida Francisco Solano López, gli esponenti della borghesia
imprenditoriale e anche tanti studenti, ogni pomeriggio si ritrovavano a plaza
Francia, cuore del ricco quartiere di Altamira. Da qui partivano le
manifestazioni; poi alcuni creavano i primi avamposti, allestivano i blocchi del
traffico, i cosiddetti trancazos, ed esplodeva la guerriglia contro le forze
dell’ordine. Ad incendiarla erano gruppi di giovanissimi che, con scudi di
legno, molotov, biglie di ceramica e maschere antigas, sfidavano gli agenti
della Guardia nacional appostati sui cavalcavia dell’autostrada che taglia in
due la città. Lo svincolo dell’autopista Francisco Fajardo, tra La Merced e
Chacaíto, era l’epicentro degli scontri.
> Dal secondo dopoguerra si erano susseguiti una decina di colpi di Stato,
> spesso appoggiati dallo scomodo vicino nordamericano, funzionali ad
> addomesticare élite compiacenti attraverso fantocci in divisa piazzati a capo
> di regimi dittatoriali.
I cortei si dividevano, con la parte pacifica che si disperdeva subito,
ricacciata indietro dalle bombe lacrimogene e dai proiettili di gomma sparati ad
altezza d’uomo. I giovani lanciavano sassi, si proteggevano con tappetini
trasformati in giubbotti antiproiettile e usavano ante di scaffali come scudi.
Uno di loro, colpito da un proiettile di gomma all’avambraccio, veniva soccorso
dalle squadre volontarie di paramedici. Intanto, nelle retrovie, gli
antimaduristi più moderati scandivano slogan come: “Non c’è più pane, non c’è
più farina, ci sono solo i soldi per trafficare in cocaina”.
La polizia era schierata in massa tra Chacaíto e avenida Francisco de Miranda,
impedendo al plotone di manifestanti violenti di oltrepassare il limite
territoriale imposto dai vertici militari. Eppure, in un’arteria parallela a
breve distanza, tra avenida Casanova e il boulevard Sabana Grande ‒ una lunga
isola pedonale di un paio di chilometri, costellata di negozi e ristoranti ‒
migliaia di persone passeggiavano e facevano shopping come se nulla stesse
accadendo. Non sembrava affatto di trovarsi nella città più pericolosa del Sud
America.
Ma chi c’era dietro il movimento di protesta che in quei mesi del 2017
infiammava parte del Venezuela? A livello politico, dalle elezioni del 2014 ‒ in
cui Maduro aveva sconfitto Henrique Capriles, non senza le consuete accuse di
brogli ‒ una figura era emersa con particolare forza rispetto alle altre: María
Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che nessuno
avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace. Durante
quelle manifestazioni, più d’una volta arrivò nei luoghi di ritrovo della fronda
antimadurista: pochi minuti per stringere mani, elargire sorrisi, arringare la
folla, spuntando dal tettuccio apribile di un SUV dai vetri oscurati oppure, in
un’altra occasione, a bordo di una moto. “Questa è l’ora zero delle proteste,
non ci fermeremo”, era lo slogan del suo comizio lampo, prima di schizzare via
scortata da altri centauri.
> A livello politico, dalle elezioni del 2014 una figura era emersa con forza:
> María Corina Machado. Un personaggio non del tutto limpido già all’epoca, che
> nessuno avrebbe immaginato, otto anni dopo, insignito del Nobel per la Pace.
Emiliano Terán, all’epoca giovane docente di sociologia all’Universidad Simón
Bolívar di Caracas, incontrato in una tranquilla pasticceria di una zona
residenziale, non aveva espresso dubbi sul fronte anti-Maduro: “L’opposizione
paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda nei ranchos, le
bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”, spiegava, per poi precisare:
“Non posso che essere critico dell’operato del governo Maduro, visto dove sta
portando il Paese, ma l’opposizione non è unitaria e non ha idea dei rischi che
si stanno correndo”. E ancora: “Le comunità, le organizzazioni popolari e i
movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto
sociale. Un’irruzione mediatica internazionale esagerata nasconde il ritorno
delle ingerenze straniere divise in blocchi: l’asse Russia-Cina da una parte e
la Casa Bianca dall’altra, oggi con Trump [allora al primo mandato, ndr] e ieri
con Obama, che nel 2015 ha emesso un ordine esecutivo secondo cui il Venezuela
rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
Per il giovane ricercatore venezuelano era ormai in atto il declino del ciclo
progressista in America Latina, avviato da Chávez e proseguito poi con Lula in
Brasile, i Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa
in Ecuador e altri ancora. “Ma oggi, in Venezuela, non c’è una dittatura, perché
il controllo del potere non è solo nelle mani di Maduro. Esistono gruppi che si
alleano a seconda degli interessi; non c’è una dominazione totale dall’alto
verso il basso. Se il conflitto va fuori controllo, il caos diventerà
ingovernabile”.
Giovani manifestanti si dirigono verso gli scontri alle manifestazioni di
Caracas est, 2017 / fot. Marco Benedettelli.
Le imprese degli italo-venezuelani
Nelle retrovie della protesta che divampava pochi isolati più in là, sotto il
cavalcavia oltre plaza Francia, non era affatto trascurabile la presenza degli
italo-venezuelani, soprattutto quelli di estrazione imprenditoriale, vicini
all’alta borghesia. Molti di loro, all’ombra della monumentale fontana al centro
della piazza, criticavano aspramente papa Francesco “per le sue parole troppo
indulgenti verso il regime madurista”.
> “L’opposizione paga i gruppi violenti per estremizzare la lotta e li assolda
> nei ranchos, le bidonville di Caracas dove la gente non ha nulla”.
Il simbolo più importante del Belpaese a Caracas era il Centro italiano
venezuelano, costruito nella metà degli anni Sessanta dagli italiani di prima
generazione. Dalle sue terrazze si godeva di una vista invidiabile sulla città e
sulle verdeggianti colline dominate dal monte Ávila. All’epoca contava quasi
3.700 soci azionisti (la quota mensile era di 30.000 bolivares, poco più di tre
euro). Mentre Caracas era preda di scontri e blocchi stradali, nelle stanze di
quella sorta di torre d’avorio i bambini sguazzavano nelle cinque piscine ‒ una
olimpionica ‒ e si sfidavano nei numerosi campi e campetti da calcio; gli
anziani giocavano a burraco o a domino, a bocce o a stecca.
Fino ad allora l’ex presidente Chávez e il chavista Maduro avevano
sostanzialmente tollerato gli italiani, che con circa 120.000 residenti
ufficiali, tra immigrati, nati e successivi trasferimenti, dopo quella spagnola
(300.000 registrati) sono la seconda comunità del Paese, in grado di vantare
almeno un paio di presidenti della Repubblica di chiara origine italiana. Una
presenza legata ai grandi movimenti migratori del secolo scorso. Eppure si aveva
la sensazione che le cose potessero cambiare presto. In quei giorni,
l’aggressione al deputato italo-venezuelano dell’Assemblea nazionale, Américo De
Grazia, sembrava solo un antipasto. “Non è ufficiale, ma le voci corrono:
vogliono azzerare le proprietà, portarci alla fame e costringerci a lasciare il
Paese”, raccontavano con preoccupazione alcuni imprenditori riuniti in una
stanza per testimoniare la loro esperienza. Molti erano già stati bersaglio di
estorsioni, rapimenti e violenze da parte di una malavita sempre più a briglia
sciolta. “L’Italia e il suo governo ci hanno abbandonato al nostro destino. I
nostri genitori hanno creato sviluppo lavorando con onestà. Rischiamo di dover
tornare in Italia da rifugiati, se non fosse per il doppio passaporto”.
“Quanto durerà questo Eden?”, si chiedeva il proprietario di un’azienda di pizze
surgelate per supermercati. “La produzione è ferma: lo Stato mi impedisce di
comprare la farina, dà la precedenza alle panetterie popolari; se la prendo dai
privati o in forma illegale, mi arrestano”. Fuori, oltre le vetrate e il muro di
cinta, uno slum scendeva come una colata di cubicoli fino alle propaggini del
ricco e scintillante centro. Caracas si dispiegava tra grattacieli e baracche,
sospesa nell’incertezza, in attesa del suo futuro.
L'articolo Caracas 2017: una mappa urbana e politica proviene da Il Tascabile.
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A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è
apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di
Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe
far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia
deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è
innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea.
Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del
popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima
trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima
pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche
un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati
quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che
ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista
intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da
Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
> È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si
> accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo,
> tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è
> totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che
> possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla.
Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di
espulsione. Nelle scuole e nelle università. Sui luoghi di lavoro. Da un lato e
dall’altro dell’Atlantico, senza risparmiare l’America Latina di Javier Milei.
Eppure mai è stato così difficile dire e comprendere quella che Ciccarelli
chiama la “parola F”. La difficoltà nasce, spiega, dal “successo”
dell’occupazione neoliberale della “dialettica tra rivoluzione e divenire
rivoluzionari” con l’intento di ridurla agli assiomi del mercato. Così non sono
soltanto le istanze di libertà e le loro lotte che si sono “molecolarizzate”, ma
anche il fascismo. Una vera e propria appropriazione “dei concetti e del senso
delle azioni dell’avversario per ribaltarle nel loro contrario, facendo così
collassare i divenire rivoluzionari.e che circolano nelle forme di vita
normalizzate”. È da qui che si sviluppa quel carattere intrinsecamente
contraddittorio del neoliberalismo, insieme rivoluzionario e conservatore,
reazionario e controrivoluzionario.
> Abbiamo il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro
> problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto
> sia desiderabile una rivoluzione.
I “fascismi molecolari” di cui si occupa la ricerca di Ciccarelli non sono
riducibili a un aggiornamento dei fascismi storici. A differenza di questi
ultimi, il trumpismo non è una “macchina da guerra” che si appropria dello Stato
per controllare il mercato, ma è la “presa” dello Stato da parte delle forze del
mercato per mezzo, anche ma non solo, della violenza e del terrore fascisti.
L’obiettivo di Trump, “Make America Great Again”, non è di stabilire un
controllo americano sul mercato mondiale, ma di accumulare il più possibile le
proprie ricchezze irrobustendo a sua volta i profitti di chi fa parte della sua
rete finanziaria e immobiliare. E per questo distruggere gli ultimi meccanismi
di mediazione democratica e istituzionale, così come gli ultimi residui di
“spesa” sociale. Così come i suoi predecessori, in una congiuntura di forte
accelerazione che però lo differenzia, Trump non può proseguire il suo disegno
senza dispiegare una vera e propria guerra contro tutti coloro che, per
necessità o ancora per convinzione, si oppongono a una tale distruzione del (già
assai flebile) Stato sociale.
È in questo senso che Divenire rivoluzionari.e segna l’emergenza dei
microfascismi contemporanei negli anni Settanta più che negli anni Venti o
Trenta, sottolineando la loro organicità alla (contro)rivoluzione neoliberale.
Nelle pieghe del percorso storico tortuoso dei neoliberalismi, Ciccarelli
conduce il lettore e la lettrice al cuore delle sue contraddizioni seguendo la
sua triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968. Per questo Ciccarelli definisce
il neoliberalismo innanzitutto come una rivoluzione “dall’alto condotta dalle
classe dirigenti nutrite da egoismi territoriali e da impulsi anticostituzionali
e antiparlamentari”. Si tratta allo stesso tempo di una rivoluzione “capitalista
ostile alla democrazia intesa come istanza della libertà, dell’uguaglianza e
della giustizia” che si articola a una terza rivoluzione, questa volta
“classista, sessista e razzista che coltiva il risentimento contro gli oppressi,
gli sfruttati, le differenze sessuali e gli erranti fra le frontiere”.
Il merito del libro di Ciccarelli è, da questo punto di vista, di ritornare alla
fine di Mille piani (1980), dove l’analisi storica dei neoliberalismi si
intreccia con la storia politica degli anni Settanta. A differenza di altri tipi
di analisi, quella di Deleuze e Guattari è capace di mettere in risalto il
carattere antiliberale dei neoliberalismi, che vengono intesi innanzitutto come
delle varianti del progetto capitalista di farla finita con le aporie dei
liberalismi. Tra democrazia e individualismo, interesse collettivo e profitto
d’impresa, diritti fondamentali e libertà imprenditoriali, i neoliberalismi, già
nelle loro teorizzazioni degli anni Venti e Trenta, non cercano più delle
mediazioni.
Ecco perché i primi terreni di sperimentazione delle teorie neoliberali non
potevano che essere le dittature militari che falcidiarono le popolazioni
sudamericane negli anni Settanta. Dal golpe brasiliano del 1964, passando per il
Cile di Pinochet (1973) fino all’Argentina di Videla (1976), il neoliberalismo
si è imposto come dottrina politica, economica e sociale della guerra alla
democrazia, alle mediazioni istituzionali del movimento operaio, delle
differenze sessuali, in un mix di disprezzo totale dei diritti, senza alcuna
distinzione fra quelli sociali, civili e politici delle popolazioni prese in
ostaggio. Ciccarelli ricorda giustamente l’appoggio concreto della Scuola di
Chicago alla dittatura cilena, l’esultanza del neoliberale Wilhelm Röpke alla
notizia del golpe brasiliano e l’omaggio di Friedrich Hayek al fascista
portoghese António de Oliveira Salazar. Questi processi sono spesso associati
nell’immaginario collettivo a delle sorte di colpi di coda di vecchi incubi
fascisti che resistevano a un mondo nuovo di libertà e diritti. Oppure, nel
migliore dei casi, sono appiattiti alle difficoltà dei processi di
decolonizzazione, a cui certo sono legati. Il libro di Ciccarelli è appunto uno
strumento per andare oltre tali confusioni, sia storiche che contemporanee.
L’autore mostra infatti come le dittature degli anni Settanta, assieme a quelle
che le hanno precedute di qualche anno, non possano essere dissociate né dalle
guerre civili in seno all’Europa (Italia e Germania in testa), né dalla
finanziarizzazione dell’economia mondiale.
> Ciccarelli conduce al cuore delle contraddizioni dei neoliberalismi seguendo
> la triplice rivoluzione autoritaria sviluppata contro quel lungo decennio di
> lotte e di sperimentazione che chiamiamo 1968.
È in questa lunga storia che prende le mosse dagli anni Settanta che Ciccarelli
stabilisce una controstoria dei neoliberalismi, entro la quale diventa possibile
pensare nuovamente la famosa “parola F”. La spettacolarità degli speech
trumpiani, l’uso massiccio e scabroso dell’Intelligenza artificiale (si pensi al
video IA in cui Trump getta quintali di feci sulle manifestazioni No King) o
ancora la “tiktokizzazione” dei raid anti-chicanos condotti dalle milizie
paramilitari ICE guidate dallo Standartenfūhrer Gregory Bovino uniscono cattivo
gusto, violenza estrema e accelerazione della fascistizzazione della vita
quotidiana. Lasciano attoniti, impotenti davanti a un potere talmente kitsch da
pubblicare su Truth i nuovi arredi dei bagni Lincoln della Casa Bianca in stile
Saddam Hussein o Casamonica.
Cattivo gusto a parte, il neoliberalismo fascista di Trump che emerge dalle
pagine di Ciccarelli è figlio della lunga storia americana e mondiale inaugurata
da Richard Nixon e Ronald Reagan. Ovvero quel particolare momento della storia
mondiale in cui la rottura degli accordi di Bretton Woods (1971) e la seguente
finanziarizzazione dell’economia mondiale si articolano alla moltiplicazione dei
fronti di guerra, esterni e interni (come la War on drugs). Non è neanche un
caso che, come mostra The Apprentice (2024) di Ali Abbasi, proprio in quegli
anni il giovane Trump incroci sul suo cammino, mentre speculava sulla New York
falcidiata dal debito pubblico, l’avvocato fascista Roy Cohn, già sperimentato
inquisitore al fianco di Joseph McCarthy.
Divenire rivoluzionari.e. O una nuova idea di rivoluzione
L’ostacolo più grande per Trump e accoliti ha una data che è anche un nome
comune globale: 1968. Neoliberali e nuovi fascisti ne sono ossessionati.
Moltiplicano i suoi nomi per distaccarlo dalla ricchezza esistenziale e
politica, culturale e artistica che ha sconvolto, ai quattro angoli del mondo e
per un lungo decennio, la storia del capitalismo mondiale aprendo a nuove
direzioni di liberazione politica, sociale, economica, sessuale. Terreno per
eccellenza delle Cultural wars neoliberali dagli anni Ottanta, il pensiero-1968
è stato prima mercificato e svuotato nella forma della French Theory, per poi
essere identificato come la radice dei mali contemporanei. Sotto il nome di
“decostruzione”, l’insieme delle teorie e delle ricerche di Deleuze e Guattari,
Foucault e Derrida sono state perfino l’oggetto di un convegno organizzato nel
2022 alla Sorbona (Cosa ricostruire dopo la decostruzione?) a cui ha preso parte
il ministro francese dell’educazione dell’epoca Jean-Michel Blanquer. Era il
tempo delle statue di Cristoforo Colombo distrutte o sfregiate negli Stati Uniti
nell’ondata di mobilitazioni seguite al movimento Black Lives Matter, contro cui
i think tank dell’Alt-Right hanno elaborato la categoria della Cancel Culture e
poi del Woke. Salvo poi praticarla dall’alto e loro stessi, questa cultura della
cancellazione, prima attraverso il definanziamento delle ricerche “progressiste”
nelle università americane e poi delle esposizioni in numerosi musei, per finire
con l’eliminazione vera e propria di numerosi siti scientifici precedentemente
finanziati dal Congresso.
L’ossessione dei neoliberali e dei fascismi molecolari per il 1968 si spiega,
alla luce della ricerca di Ciccarelli, per la potenza di trasformazione che esso
ha liberato. Quel lungo decennio di lotte e nuovi sviluppi del pensiero critico
ha posto le condizioni di possibilità per andare oltre il sempiterno problema
del fallimento delle rivoluzioni e pensare dei nuovi inizi. Un’idea che Deleuze
sintetizzò nell’Abecedario girato da Pierre-André Boutang e pubblicato postumo:
“che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente,
non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria” (Abecedario, voce
“Sinistra”). Gli anni-mondo 1968 indicano infatti per Ciccarelli, così come per
Michael Hardt nel suo recente I Settanta sovversivi (2025), il terreno su cui è
emersa una nuova maniera di intendere e praticare il problema della rivoluzione.
Problema che, a partire da ciò che Ciccarelli e Hardt considerano il ground Zero
della nostra politica, consiste nel “dare un’altra consistenza alla
molteplicità”. La radicalità della novità degli anni-mondo 1968 è rintracciata
nel libro attraverso una “rottura” con i paradigmi organizzativi e desideranti
ereditati da altre “rotture” maggiori nel corso della storia dei movimenti
operai e rivoluzionari. Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se
non proprio con un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono
considerati qui invece come due filosofi rivoluzionari. In un’intervista con
Antonio Negri del 1990, Gilles Deleuze ribadì infatti come sia lui sia Félix
Guattari fossero “rimasti marxisti”, prima di aggiungere un prudente “in due
maniere diverse forse, ma entrambi”. Il filosofo francese spiegò subito cosa
intendeva: “non crediamo a una filosofia politica che non sia incentrata
sull’analisi del capitalismo e dei suoi sviluppi”.
> Identificati spesso con una sorta di post-marxismo, se non proprio con
> un’epopea del capitalismo neoliberale, Deleuze e Guattari sono considerati qui
> invece come due filosofi rivoluzionari.
L’adesione di Ciccarelli a questa autointerpretazione di Deleuze gli ha permesso
di presentare una caratteristica inedita rispetto alla letteratura italiana e
non solo, dando un peso specifico degli approfondimenti agli scritti di
Guattari. La centralità del tema della “rottura” nella ricerca di Ciccarelli
eredita appunto la riflessione guattariana condotta a partire dai primissimi
anni Sessanta, quando egli applicava e problematizzava insieme il concetto
lacaniano di “rottura” (coupure), gli ultimi sviluppi sartriani sui gruppi e
l’esperienza leninista del 1917. Come spiega bene l’autore, se per Guattari e
Deleuze bisognava cercare nuovi strumenti organizzativi, primo su tutti la
“trasversalità”, la “rottura leninista” del corso della storia resta una bussola
centrale nelle loro riflessioni. Non si tratta certo di “ripetere” il contenuto
dell’esperienza bolscevica, ma di ripetere la “rottura” che essa è stata capace
di imprimere alla “linearità storico-sociale”.
È quindi questa idea della possibilità e dell’attualità della rivoluzione che
pervade l’opera di Ciccarelli. Una rivoluzione che articola, senza sostituirla,
alla dualità della lotta di classe (una classe contro l’altra) una molteplicità
di forme di lotta e di soggetti che si riscoprono non solo come assoggettati dai
poteri e dai saperi, ma anche come protagonisti di processi rivoluzionari. È per
questo che Ciccarelli identifica nel divenire rivoluzionari.e un triplice
compito ancora non svolto: “la trasmutazione del passivo nell’attivo”, “la
trasvalutazione dei valori” e “la riconversione della soggettività capitalistica
e del suo desiderio in quella di una soggettività liberata”. Entro questo quadro
storico, politico e filosofico, si sviluppa dunque il problema dei divenire
rivoluzionari.e oggi. Il libro rilancia così un’intuizione che Marx ha
approfondito nei suoi scritti storici sul 1848 e sulla Comune, Lenin nel suo
Stato e rivoluzione nel caldo degli eventi del 1917, ma anche Gramsci, Sartre e
poi i movimenti decoloniali e transfemministi. Il problema consiste nel vedere
nelle molteplicità non una dispersione o ancora una frammentazione, ma il
terreno stesso di una reinvenzione della classe.
In tutti questi autori, teorici o ancora rivoluzionari, come nota Ciccarelli, il
concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
una rivoluzione. E non è sempre detto che ci sia. La classe diventa così una
formula delle molteplicità, la formula rivoluzionaria delle molteplicità, che si
oppone sia alla loro frammentazione sia alla loro messa in concorrenza o
addirittura all’accumulazione di identità a cui invita senza sosta la
mercificazione delle soggettività. È in questo senso che va intesa la tesi di
Ciccarelli secondo cui “la politica non è solo una questione di resistenza, ma
di creazione”. La creazione di cui si parla qui è la trasformazione delle
molteplicità sociali che è possibile quando un divenire rivoluzionari.e ne
incontra un altro:
> Il problema è tracciare una linea di massa tra divenire rivoluzionari.e
> asimmetrici, frammentari e dispersi mentre si consolida un potere che tende a
> negare la pensabilità di una simile prospettiva e realizza la propria
> rivoluzione, quella che nega la possibilità delle altre.
È proprio questa idea di una politica delle molteplicità che si schiude
nell’apertura del concetto di divenire rivoluzionari.e. Il pensiero filosofico e
politico di Deleuze e Guattari si muove a partire da una dinamica specifica che
– ci permettiamo di aggiungere qui a partire dagli archivi inediti di Deleuze –
prende il nome di dialettica della differenza e della ripetizione. Potrebbe far
inarcare qualche sopracciglio questo richiamo alla dialettica, a cui Ciccarelli
fa riferimento dalle prime pagine, in cui spiega che il suo libro è un esercizio
per “agire attraverso e pensare con Deleuze e Guattari […] in una dialettica da
riscoprire o da apprendere un’altra volta”. Ovvero: come pensare una dialettica
che sappia porre e insieme praticare il problema della rivoluzione a partire da
una concezione in movimento della “prassi basata sulla differenza”?
> Il concetto di classe non è un soggetto naturale, né un’entità statistica da
> misurare con coordinate socioeconomiche. È invece un soggetto politico in
> movimento, contingente e per questo sempre in discussione. Quando emerge, c’è
> una rivoluzione.
I passaggi più belli di Divenire rivoluzionari.e sono dedicati appunto a questa
dialettica. In una filologia vivente del concetto di rivoluzione, Ciccarelli ne
ricostruisce i legami col divenire, alla base della concezione contingente e
situata, mai escatologica, che sviluppano Deleuze e Guattari: “il divenire è il
riveniente: torna sempre diverso. E, ogni volta che si è ri-voluto, lo si è
voluto ancora, è tornato su se stesso, si è rivolto in altro. […] Il rivenire,
invece, è una ripetizione che differisce nella storia. Nei rovesci la differenza
riviene di nuovo e si capovolge un’altra volta”.
Per questo il concetto di “divenire rivoluzionari.e” articola soggettivazione e
rivoluzione, in un pensiero-azione cosciente che la prima non è riducibile a una
propedeutica della seconda, né che quest’ultima possa risolvere una volta per
tutte i problemi di cui è pregna la prima. Una rivoluzione non salva, non basta
e certo non estingue i problemi che assillano la storia umana. Ma costituisce
senza dubbio un salto (una “rottura”) dentro questa stessa storia, al punto che
ci sono date dopo le quali non è possibile porre i problemi come prima: 1789,
1848, 1871, 1917, 1968. Lo stesso problema della rivoluzione muta dentro questa
logica e si presenta oggi, nel post-1968, sotto forma del divenire
rivoluzionari.e.
Attraverso questo concetto-problema, Ciccarelli propone l’urgenza di armarsi di
ciò che Deleuze ha definito in Differenza e ripetizione (1968) “la conquista del
potere più alto”, quello di “decidere dei problemi restituendoli alla loro
verità”. Il ragionamento di Ciccarelli ruota attorno all’attualità di queste
pagine della tesi discussa da Deleuze in una Sorbona ancora sconvolta dagli
eventi del maggio 1968, in cui la “guerra dei giusti” è definita come “la lotta
pratica” che “non passa per il negativo, ma per la differenza e la sua potenza
di affermare”. Differenza che passa a sua volta dalle sperimentazioni di nuovi
“blocchi di alleanze”, concetto di Mille piani ampiamente aggiornato da
Ciccarelli attraverso il filtro delle teorie decoloniali e transfemministe,
capaci di ampliare e approfondire questo “potere” e insieme di creare nuove
soluzioni. Come indica la stessa formula del concetto: “divenire
rivoluzionari.e”, piuttosto che semplicemente “rivoluzionari”, perché si tratta
innanzitutto di un lavoro politico che consiste nel rendere i problemi di
ciascuno trasversali alle lotte degli altri e quindi divenire questi altri per
poi divenire un’altra cosa ancora. “Futura umanità”, recitava l’Internazionale;
più concretamente, direbbero Deleuze e Guattari, cominciamo con un “divenire
donna”. Ecco, diveniamo rivoluzionari.e.
L'articolo Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di
Roberto Ciccarelli proviene da Il Tascabile.
L e foto di questi luoghi mi affascinano da sempre. Ricordo la prima volta che
vidi quella diapositiva proveniente dalla macchinetta analogica di mio padre,
che ora è la mia. La foto ritraeva i miei genitori davanti a una palafitta
altissima e immersa nella foresta. Quella foresta è la foresta amazzonica
peruviana e quella foto risale al loro viaggio di nozze nell’ormai lontano 1989.
Proprio quest’anno a Palazzo delle Esposizioni a Roma ho visitato la mostra del
World Press Photo e, tra le tante foto strazianti ma necessarie che erano appese
alle pareti bianche, ho trovato anche l’Amazzonia, questa volta stravolta dalla
crisi climatica. Un giovane che per portare il cibo a sua madre in un villaggio
un tempo raggiungibile in barca, ora si trova costretto a percorrere a piedi il
letto di un fiume in secca. Una donna vive con il suo compagno e la loro figlia
di due anni in una “casa galleggiante” che, sempre a causa della siccità, sembra
galleggiare sul deserto più che sul fiume. Sono foto che mostrano gli effetti
del cambiamento climatico come una realtà concreta capace di plasmare il futuro
di comunità vulnerabili strettamente connesse con il mondo naturale.
Con il nome Amazzonia si intende un bioma, ovvero un insieme di ecosistemi, che
si trova nel nord dell’America latina e ne occupa il 40%. È una delle regioni
più estese del pianeta che con i suoi 7,8 milioni di chilometri quadrati risulta
grande due terzi dell’intera Europa. A occhi inesperti, l’Amazzonia potrebbe
sembrare un ambiente umido stabile. In realtà, è caratterizzata da due stagioni
distinte: la stagione delle piogge e la stagione secca. I livelli naturali di
inondazioni e siccità però stanno venendo potenzialmente alterati dal
cambiamento climatico con conseguenze che vanno ben oltre l’equilibrio
dell’ecosistema amazzonico stesso.
Il bacino amazzonico ospita la vasta e diversificata foresta pluviale amazzonica
e il fiume più lungo al mondo, contribuendo così a diversi servizi ecosistemici.
Da un lato, è il polmone verde che immagazzina l’anidride carbonica nella
biomassa vegetale e nel suolo e produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
contribuendo alla regolazione del clima locale e globale. Dall’altro, il Rio
delle Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo. Scorre dalle Ande
all’Atlantico dove riversa ogni giorno circa 17 miliardi di tonnellate di acqua
dolce, un quinto dello scarico mondiale, mantenendo i cicli dell’acqua
attraverso il sistema delle correnti che distribuiscono calore sul pianeta. Il
maestoso fiume sta però affrontando livelli record di acque basse a causa della
grave siccità.
> L’Amazzonia è il polmone verde che produce circa il 20% dell’ossigeno mondiale
> contribuendo alla regolazione del clima locale e globale, mentre il Rio delle
> Amazzoni è il fiume che trasporta più acqua al mondo.
La crisi climatica qua si mostra come una vera e propria crisi ecologica che
minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce le comunità locali
che dipendono dai fiumi per la sopravvivenza. La maggior parte della foresta,
quasi i due terzi, è all’interno dei confini brasiliani. Altri Paesi dove si
estende la foresta includono Perù (circa 13%), Colombia (10%) e altri in misura
minore come Bolivia ed Ecuador. Al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la
più alta concentrazione di tribù isolate al mondo. I confini dei territori che
abitano, la cosiddetta Frontiera incontattata, devono essere sorvegliati per
impedire incursioni di persone non autorizzate. La loro casa, quindi, risulta in
pericolo: la deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del
mondo globalizzato sono gravi minacce per la loro sopravvivenza.
Nel 2024 il Brasile ha perso 2,8 milioni di ettari di foresta, due terzi dei
quali a causa degli incendi, spesso appiccati per fare posto alle coltivazioni
di soia o agli allevamenti di bestiame. Nel complesso si sta comunque parlando
di un anno in cui lo Stato brasiliano ha registrato una riduzione della
deforestazione del 32,4% rispetto al 2023 (377.708 ettari). Il calo è
attribuibile alle politiche di controllo dell’attuale governo, ma è ancora
lontano il raggiungimento dell’obiettivo di zero deforestazione entro il 2030,
annunciato dal presidente Lula all’inizio del suo mandato. Il dato riportato,
anche se inferiore all’anno precedente, è comunque allarmante: in media, sono
stati rasi al suolo 1.035 ettari di foresta al giorno, sette alberi ogni
secondo.
A oggi, la deforestazione cumulativa per l’intero bioma amazzonico è stimata in
circa il 18% della sua estensione dal 1987. Questo dato è in costante aumento e
già equivale alla somma delle superfici di Francia, Italia e Portogallo.
Numerosi modelli predittivi indicano il 20% di deforestazione cumulativa come un
punto critico, un vero e proprio punto di non ritorno (o tipping point), la
soglia oltre la quale la foresta si trasformerà in modo irreversibile innescando
cambiamenti che possono autoalimentarsi e avere effetti a cascata su altri
sistemi. La deforestazione incide direttamente sull’ecosistema, creando aree più
asciutte e suscettibili agli incendi. Allo stesso tempo, il cambiamento
climatico rende la foresta intrinsecamente più vulnerabile alla siccità. Quando
queste due forze si combinano, il rischio aumenta esponenzialmente: una foresta
già indebolita dalla deforestazione ha meno capacità di resistere a una siccità
estrema indotta dal clima. Dati satellitari e modelli ecologici hanno dimostrato
che la resilienza della foresta ai disturbi è in diminuzione dai primi anni 2000
e gli ultimi due anni hanno registrato una delle peggiori siccità della storia.
Tra aprile e giugno 2024, ci sono state precipitazioni da record nello stato di
Rio Grande do Sul, in Brasile. Queste hanno causato la peggiore inondazione
nella storia della regione. Più di mezzo milione di persone sono state sfollate
e più di 183 sono morte nelle inondazioni.
Lo scorso 21 maggio il senato brasiliano ha approvato un disegno di legge che
allenta le norme sulle licenze ambientali cancellando ogni regolamentazione per
vari progetti, dalla produzione di carne alla deforestazione. Il disegno di
legge viene chiamato in gergo anche “‘progetto di legge della devastazione’ e
non è un buon segnale ma è solo una conseguenza della situazione politica che
abbiamo in Brasile”. Queste le parole di Emanuela Evangelista, biologa
specializzata nello studio dei mammiferi acquatici, membro dell’Unione
internazionale per la conservazione della natura, presidente di Amazônia ETS e
trustee di Amazon Charitable Trust, organizzazioni che collaborano con i popoli
della foresta per la conservazione dell’ambiente e la tutela dei loro diritti.
> La deforestazione, l’inquinamento e le altre pressioni antropiche del mondo
> globalizzato sono gravi minacce per la sopravvivenza della cosiddetta
> Frontiera incontattata.
L’instabilità politica di cui parla è data da una semplice questione numerica.
Il presidente in carica, Luiz Inácio Lula da Silva, è stato eletto a gennaio
2023, ottenendo solo il 50,89% dei voti contro il 49,11% di Bolsonaro,
trovandosi quindi a rappresentare un Paese profondamente spaccato in due. “C’è
quindi una questione aperta sullo sviluppo della regione amazzonica. Una delle
regioni più povere di tutto il Brasile, con circa il 50% degli abitanti che sta
sotto la soglia della povertà”, continua Evangelista. Il presidente si trova a
governare in un clima politico estremamente teso e polarizzato dove la sua
visione non trova sempre la maggioranza, cedendo così al modello proposto
dall’opposizione. Un modello che da europei conosciamo molto bene, basato sul
raggiungimento di uno sviluppo economico ottenibile con l’aumento di
agricoltura, pascolo, estrazione mineraria e costruzione di infrastrutture.
“L’Amazzonia è destinata al collasso che si può evitare solamente in due modi:
proteggendo le foreste che sono rimaste ancora intatte, come questa in cui vivo,
e riforestando dove la foresta è già stata tolta”. Evangelista ha scelto infatti
di vivere da 25 anni proprio in quello che lei definisce “il cuore della
foresta”. Un cuore che sta iniziando a soffrire in maniera pesante il
cambiamento climatico. Proprio da là ha fondato l’organizzazione no profit
Amazônia ETS per una “visione globale di pianeta perché, quando hai a che fare
con le sfide ambientali, i confini non esistono”.
Tra i tantissimi progetti di sensibilizzazione, conservazione e sviluppo
sostenibile che l’organizzazione propone ce n’è uno, in collaborazione con
l’Istituto brasiliano per lo sviluppo e la sostenibilità (IABS), dal nome
Insieme piantiamo il futuro. Si parla dell’attuazione di un vero e proprio
corridoio ecologico di biodiversità tra gli Stati brasiliani di Maranhão e Pará,
la cui capitale, Belém, ha ospitato la 30ª Conferenza delle Parti della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) dal 10
al 21 novembre 2025. “I corridoi ecologici di biodiversità servono a collegare
frammenti di foresta che, a causa della deforestazione, sono rimasti isolati per
farli diventare di nuovo ambienti possibili per la vita”.
Spostandoci invece nella parte più occidentale dell’area amazzonica raggiungiamo
il Parco nazionale del Yasuní, localizzato nell’Amazzonia ecuadoriana e
designato come patrimonio UNESCO nel 1989. In Ecuador, la foresta amazzonica
copre circa la metà del territorio nazionale, sebbene rappresenti solo il 2% del
bioma amazzonico totale. È una delle aree più ricche di biodiversità al mondo,
nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, tra le quali le
Tagaeri e Taromenane che vivono in isolamento volontario. Un luogo incontaminato
in cui però, da più di mezzo secolo, le aziende petrolifere bruciano il gas
naturale prodotto dall’attività estrattiva emettendo sostanze altamente tossiche
e dannose per l’ambiente e per la salute.
Rappresentando la maggior parte del bilancio generale dello Stato, la questione
petrolifera in Ecuador è stata e continua tutt’ora a essere irrisolta. Per anni
l’azienda Chevron-Texaco ha violato le norme ambientali riversando nei fiumi 16
miliardi di tonnellate di acque reflue: per questo nel 2011 è stata condannata a
pagare all’Ecuador 9,5 miliardi di dollari per il danno ambientale causato. La
compagnia ha poi lasciato il Paese, ma 14 anni dopo il risarcimento non è stato
ancora versato. Ancora oggi, l’Unione delle persone colpite dalla Chevron Texaco
(UDAPT), un’organizzazione che unisce almeno 80 comunità residenti nelle aree
contaminate, ha mappato quasi 500 torri di combustione attive nell’Amazzonia
ecuadoriana, testimoniando e denunciando gli sversamenti che quotidianamente
colpiscono l’area.
All’interno del Parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi,
tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche
come ITT, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato
oggetto dell’iniziativa Yasuní ITT: una proposta lanciata nel 2007 dal governo
di Rafael Correa che mirava a evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più
remota e meglio conservata del Parco nazionale in cambio di 3,6 miliardi di
dollari di risarcimento da parte della comunità internazionale. Nel 2013, quando
era stato raccolto nemmeno lo 0,5% di quanto previsto, l’iniziativa fallì e
nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per
difendere le riserve di petrolio dell’ITT, dando vita al collettivo YASunidos.
Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione
popolare, ma le diffamazioni subite permisero di indire un referendum abrogativo
solo dieci anni dopo. Così nell’agosto 2023, il 60% degli ecuadoriani ha votato
a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel
sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è
passato alla storia.
> Il presidente Lula si trova a governare in un clima politico estremamente teso
> e polarizzato dove la sua visione non trova sempre la maggioranza, cedendo
> così al modello proposto dall’opposizione.
Oggi, a due anni di distanza, l’Ecuador si trova in una situazione precaria
sotto molti aspetti. A inizio 2024 il governo di Daniel Noboa aveva annunciato
la necessità di mettere in atto misure che consentissero al governo di
riprendere il controllo del Paese. Queste misure includono la promozione
dell’estrazione mineraria su larga scala, che interessa 20 delle 24 regioni
dell’Ecuador, e la moratoria sul risultato del referendum per almeno un altro
anno. Le recenti violenze e i disordini interni hanno fornito al presidente
Noboa, nuovamente rieletto ad aprile di quest’anno, una scusa per continuare le
trivellazioni nei principali giacimenti petroliferi all’interno del Parco
nazionale Yasuní. “Il governo continua con lo sfruttamento illegale del
giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40.000 barili
di petrolio da questo blocco in cui ci sono anche più di 30 fuoriuscite di
petrolio”, ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del
collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del
2023. “Questo è totalmente illegale. Persino lo scorso marzo la Corte
interamericana dei diritti umani (la CIDH), che è la corte più alta della
regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il
referendum” continua Bermeo.
Va inoltre sottolineato che per la costituzione dell’Ecuador l’adempimento dei
referendum è obbligatorio, “Non è qualcosa che il governo può decidere o meno”,
ricorda l’attivista. La Costituzione andina si distingue anche per essere la
prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto. “La stessa
natura che stanno privatizzando e trasformando in un prodotto”, sottolinea
Bermeo, facendo riferimento alla legge organica sul recupero delle aree protette
e la promozione dello sviluppo locale, che è stata pubblicata il 14 luglio nel
registro ufficiale della Repubblica dell’Ecuador. Una legge approvata in tutta
fretta come una questione di urgenza in materia economica e che mette a rischio
la conservazione dell’ambiente, la gestione pubblica dei territori protetti e i
diritti collettivi.
“Stanno violando ancora una volta i diritti. Quindi ci sono due problemi, uno
relativo alla natura e l’altro alle comunità indigene, violando il diritto alla
consultazione preventiva”, denuncia Bermeo. L’attivista fa riferimento a un
altro diritto presente nella Costituzione, che garantisce ai popoli indigeni la
consultazione preventiva sui piani di sfruttamento dei loro territori. E
considerando che “nelle comunità indigene più di 2.000 milioni di ettari di aree
protette si intersecano con i loro territori ancestrali, questa legge è anche
contro di loro”. Una legge contro più di 750.000 indigeni appartenenti a più di
12 gruppi etnici differenti. Oltre le comunità che scelgono di vivere senza
contatti con la società esterna, anche gli altri hanno una forte connessione
culturale e spirituale con la natura e la terra, che considerano fonte di vita e
sostentamento.
Concludo le chiamate con Evangelista e Bermeo con la voglia di viaggiare e
raggiungere queste mete, purtroppo divenute popolari soprattutto nel last chance
tourism, quel turismo che mira unicamente a godersi il privilegio di poter
sfruttare e fotografare le meraviglie della natura prima che scompaiano. Da un
lato vorrei liberarmi da questo peccato originale che è l’occhio coloniale che
ci marchia e mi chiedo se sia veramente possibile parlare di ecoturismo in
queste aree. L’audio della chiamata non era ancora spento e Bermeo mi risponde
prontamente portandomi l’esperienza di una forma di turismo possibile. Mi parla
del turismo comunitario, un turismo ecologico, che rispetta la comunità ed è
gestito dalla comunità stessa. Una ragione anche “per fornire un’alternativa
alle comunità che sono totalmente abbandonate dal governo e che si trovano a
dover collaborare con attività estrattive o minerarie”.
L'articolo Lo sfruttamento antropico dell’Amazzonia proviene da Il Tascabile.
P er degli inspiegabili sommovimenti dell’algoritmo, qualche settimana fa sul
mio feed è comparso un video postato da un anonimo profilo privato, non
dissimile da quello di qualsiasi vostro conoscente o amico. A prima vista il
reel postato da @aaayushh245 – questo il nome dell’account – non è troppo
diverso dai migliaia di contenuti che ogni giorno invadono Instagram o Tik Tok:
una sequenza di spezzoni visivi dalla durata di pochi frame, montati uno di
seguito all’altro, con un breve testo in primo piano e un sottofondo musicale
d’accompagnamento.
Solo che in questo caso, a differenza del solito pattume che dura lo spazio di
uno scroll, il reel si differenziava non solo per la scelta musicale, piuttosto
dissonante rispetto al contesto, ma anche per il messaggio stesso veicolato dal
testo. Sul ritornello di The Winner Takes It All degli Abba, infatti, il video
proponeva una sequenza di palazzi in fiamme, rivolte, scontri con la polizia,
folle che incitano alla devastazione e al linciaggio. È questa una testimonianza
di quanto accaduto in Nepal a inizio settembre, dove, a seguito del divieto di
utilizzo dei social media e in risposta agli altissimi livelli di corruzione,
giovani e giovanissimi sono scesi in piazza, di fatto rovesciando il governo in
carica nell’arco di 48 ore. La “rivolta della Gen Z” – com’è stata denominata a
seguito dell’età della maggior parte dei manifestanti – è, a conti fatti, una
rivoluzione che – attraverso una votazione su Discord! – ha portato Sushila
Karki, ex presidente della Corte suprema, a essere la prima donna premier del
Paese.
Questo risultato, com’è immaginabile, è frutto di un’ingente e incontrollata
dose di violenza, che il summenzionato video non manca di mostrare. Hanno fatto
il giro del web le immagini del ministro delle Finanze che, spogliato, viene
inseguito nel fiume dai manifestanti. Il Parlamento, come la casa del primo
ministro e di altri membri di spicco dell’amministrazione nepalese sono stati
dati alle fiamme. Stessa sorte è toccata all’hotel Hilton di Katmandu, alle sedi
dei media considerati vicini all’establishment, ma anche alla sede del Nepali
Congress, il principale partito di opposizione. Sher Bahadur Deuba, leader
dell’opposizione, e la moglie Arzu Rana Deuba, a capo del ministero degli Affari
esteri, sono stati filmati mentre venivano presi a calci e pugni. Il bilancio
parla di oltre 400 feriti e decine di morti, tra cui anche la moglie dell’ex
primo ministro Jhala Nath Khanal, arsa viva quando la folla ha appiccato fuoco
alla sua casa.
L’elemento di fatale attrazione del video, però, è proprio la consapevolezza
dell’autore dell’ambiguità di una protesta dal basso che si alimenta e ha
successo attraverso la violenza. Infatti, mentre le immagini scorrono, la
scritta in sovrimpressione recita: “Abbiamo vinto! Ma a che prezzo? Forse è
quello che serviva. Dobbiamo accettare questo fatto: rivoluzione e violenza
procedono mano nella mano. Eppure, resta da capire se abbiamo vinto davvero”.
> L’agire esplicitamente violento della protesta nepalese viene situato in una
> zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e sulla necessità del
> gesto, così come sulle sue conseguenze.
Questa testimonianza è eccezionale non tanto perché mostra la geopolitica
internazionale in presa diretta, quanto perché è una delle rare volte in cui
l’azione politica viene tematizzata in un modo non univoco dai suoi stessi
protagonisti. Di conseguenza, l’agire esplicitamente violento della protesta
viene situato in una zona grigia, in cui affiorano dubbi sulla legittimità e
sulla necessità del gesto, così come sulle sue conseguenze. Il caso
discretamente istruttivo del Nepal riassume una serie di temi che, nonostante lo
strepitio di voci in merito alla violenza fisica e verbale nell’agone politico
contemporaneo, sembrano quasi assenti dal dibattito mainstream sul tema. Al di
là della retorica del giusto-o-sbagliato, il video di @aaayushh245 esemplifica
alcune questioni dirimenti, che toccano non solo le modalità di fruizione della
violenza, ma anche la legittimità e le conseguenze di tale posizionamento.
Fruizione
Sulla scia di Noam Chomsky e del suo classico La fabbrica del consenso. La
politica e i mass media (1988), pare oggi vieppiù lampante che la presunta
neutralità degli organi di informazione sia minata di continuo, anche nei Paesi
considerati fari della democrazia, in un’ottica di costruzione del consenso per
mezzi propagandistici. E d’altra parte pare pienamente compiuta la profezia di
Guy Debord contenuta in La società dello spettacolo (1967), come dimostra il
recente Lo stratega contro (2025) a firma di Gabriele Fadini, che conferma
l’attualità del filosofo francese. In una società in cui la spettacolarizzazione
della vita quotidiana operata dai mezzi di comunicazione ha raggiunto lo zenith,
saturando con la sua presenza ogni momento della vita privata, si decuplicano le
possibilità di essere sottoposti a immagini di violenza mediatizzata, ovvero
veicolata dai media.
Se si considerano insieme la parzialità delle narrazioni mainstream e la
spettacolarizzazione dell’oggetto dell’informazione, mi parrebbe utile, posti di
fronte all’evenienza della violenza, interrogarsi non solo sul cosa, ma sul come
viene veicolata, narrata, propagandata e, spesso, omessa la violenza. Poiché la
presenza del medium a fare da filtro tra noi e l’evento reale – una guerra, un
omicidio, una rissa tra manifestanti e polizia, continuate voi – non è neutra:
provare a capirne la natura parziale e l’effetto che genera sul contenuto
potrebbe essere importante per un’analisi che non si fermi alla violenza in sé,
ma che provi a porla in rapporto causale con il contesto.
È chiaro, per fare un esempio, che le immagini dei militanti dell’Isis che
decapitano i prigionieri politici a favore di telecamere porta lo spettatore
immediatamente a empatizzare col condannato. Tuttavia, il modo in cui quelle
immagini ci sono state proposte, segmentate all’interno al flusso di altre
notizie, programmi e pubblicità, rende complesso ricordare che l’ascesa di
al-Qaeda – da cui poi avrà vita l’Isis – è frutto anche del vuoto di potere
creato dall’invasione statunitense in Iraq nel 2003.
> Il processo di spettacolarizzazione del conflitto comporta un livellamento
> verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
> violenza a contenuto mediatico.
Allo stesso modo, le immagini dei bombardamenti in Ucraina generano subito una
risposta emotiva nel pubblico occidentale. Tuttavia, questa ha reso difficoltosa
la ricostruzione del complesso panorama geopolitico che ha fatto da sfondo al
logorio dei rapporti tra Russia e blocco occidentale. Il processo di
spettacolarizzazione del conflitto – iniziato forse da qualche parte tra la
prima Guerra del Golfo e l’attacco alle Torri gemelle – comporta un livellamento
verso il basso del cuore semantico dell’informazione, una riduzione della
violenza a contenuto mediatico, a slide di Instagram, a video di TikTok, creato
velocemente per essere consumato velocemente e altrettanto velocemente gettato
via.
Parlando della cultura promossa dai media, Jean Baudrillard diceva che nella
società odierna “questa diviene oggetto di consumo nella misura in cui […]
diviene sostituibile e omogenea (sebbene gerarchicamente superiore) ad altri
oggetti”. Qualcosa di simile si potrebbe dire per la violenza. Nel cyberspazio
generato dai media, da un punto di vista di fruizione, non c’è praticamente
nessuna differenza, per esempio, tra una guerra e la sintesi di una partita di
calcio. Ma capirne le modalità di fruizione è essenziale per stabilire delle
contronarrazioni che tematizzino la violenza in senso storico, critico e
politico. Il rischio, altrimenti, è quello di relazionarci di fronte a essa
nello stesso modo in cui il tifoso prende parte al rito collettivo della
partita, in cui si amano i buoni – la propria squadra – e si odiano i cattivi –
gli avversari.
Riflessione
L’omicidio dell’attivista della destra americana estrema Charlie Kirk, colpito
da un’arma da fuoco durante un incontro con gli studenti in un campus
universitario nello Utah, è abbastanza esplicativo della reazione dell’opinione
pubblica di fronte alla violenza. Nonostante in Italia fosse già tarda serata,
per puro caso ho avuto l’occasione di seguire in diretta sui media americani la
cronistoria dell’evento. Fin dai primissimi minuti il popolo di Internet si è
spaccato tra chi glorificava Kirk come martire della libertà di pensiero e del
diritto di parola e chi gioiva per l’attentato a danno di un pericoloso
promotore di ideologie intolleranti e violente.
Questa dialettica degli schieramenti opposti è stata subito fatta propria dai
politici statunitensi e poi europei. I repubblicani hanno addossato le colpe
dell’omicidio alla sinistra fintamente liberale, rea di incitare all’odio e di
voler silenziare chi non la pensa come loro. I democratici, pur condannando in
toto l’omicidio, hanno respinto al mittente, dicendo che è invece la destra MAGA
(Make America Great Again) a fomentare un clima di violenza in un Paese in cui
il tema del possesso delle armi è, oggettivamente, un problema. E tutto questo
ben prima che venisse arrestato il presunto autore dell’attentato, il
ventiduenne Tyler Robinson che, stando a quanto si conosce al momento, non
corrisponde all’identikit del pericoloso leftist radicale a cui si pensava nelle
prime ore.
> L’omicidio di Charlie Kirk, colpito da un’arma da fuoco durante un incontro
> con gli studenti in un campus universitario nello Utah, è abbastanza
> esplicativo della reazione dell’opinione pubblica di fronte alla violenza.
Nonostante l’omicidio di Kirk rientri in uno scontro tutto statunitense tra MAGA
e liberals, anche da noi accuse, controaccuse, strumentalizzazioni e propaganda
hanno subito fatto perdere il punto della questione. Il modo in cui l’omicidio è
stato narrato, ha fatto sì che si sia passati immediatamente dal fatto, alle
possibilità strumentali del fatto. Eradicata dal rapporto di causalità con il
contesto americano, la violenza è stata usata solo in senso simbolico per un
fuoco incrociato di slogan – che, per inciso, di certo non stemperano gli animi,
ma anzi li infiammano, trasferendo sul piano verbale la violenza fisica.
Mi pare esplicativo che l’intero spettro della sinistra internazionale abbia
speso molte energie per “prendere le distanze” dal killer. Non solo è un
paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si ha nessuna
vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è naturalmente e
giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la condanna della
violenza – è un’aporia del sistema. Il fatto che io stesso mi senta qui
obbligato a esplicitare la ferma condanna rispetto a quanto accaduto per evitare
di incappare in accuse di giustificazionismo è esplicativo di come la violenza,
anche a sinistra, sia ormai introiettata nel discorso politico solo per la sua
componente spettacolarmente simbolica, mentre manca qualsiasi tipo di analisi
materialista.
Un’operazione di questo genere non rientra, storicamente, né negli interessi,
né, forse, nelle capacità di una destra che trae il suo potere mediatico – e
anche il suo appoggio elettorale – dalla semplificazione per estremi e dalla
polarizzazione del dibattito, per cui l’uso strumentale della violenza è di
supporto alla creazione del consenso e al mantenimento del potere – e qui si
guardi, ancora, al già citato Chomsky. Tuttavia, è lecito aspettarsi da chiunque
afferisca all’ampio spettro della sinistra un approccio alla violenza in campo
politico che sappia interpretarla attraverso l’analisi delle condizioni
materiali, delle basi economiche e delle relazioni tra classi sociali, piuttosto
che attraverso valori e ideali astratti. Un approccio di questo tipo non è solo
legittimo, ma necessario per provare a capire a favore di chi gioca la violenza.
Chi trae vantaggio dall’uso della violenza in campo politico? Quali rapporti di
forza si nascondono dietro l’uso della violenza? E, soprattutto, quale influenza
ha la violenza sull’agentività del nostro schieramento politico nell’ottica di
una rinata (ma forse mai estinta) lotta di classe?
Al di là dei possibili discorsi etici sul personaggio, se analizzato in
quest’ottica, l’omicidio Kirk non sono sicuro vada a vantaggio della sinistra
democratica. L’evento, infatti, fornisce alla destra trumpiana – e poi
internazionale – non solo un martire, ma il lasciapassare ideologico per
l’inasprimento di una retorica securitaria che diventa poi pratica repressiva. E
poco importa se il presunto killer non è un radicale, fricchettone, esaltato di
sinistra, né che, negli ultimi dieci anni, la percentuale degli omicidi
riconducibili alla destra estrema sul numero di azioni violente commesse a fini
ideologici negli Stati Uniti sia di oltre il 75% (dati: Anti Defamation League).
Tutto ciò, tra l’altro, non sposta di una virgola i rapporti di forza rispetto
alle rivendicazioni delle classi sociali povere e delle minoranze nei confronti
della repressione statale.
> Non solo è un paradosso logico doversi distanziare da qualcuno con cui non si
> ha nessuna vicinanza fattuale, ma farlo per dover ribadire quello che è
> naturalmente e giuridicamente un caposaldo del dibattito democratico – la
> condanna della violenza – è un’aporia del sistema.
Dall’altra parte, quello che non si sta riuscendo a fare nel caso di Kirk, è
riuscito, almeno in parte, con Gaza. Dico “in parte”, perché ancora una volta
l’analisi materialista del genocidio è stata condotta pressoché in toto al di
fuori della politica dei partiti e promossa dalla società civile, da attivisti,
da organi di ricerca indipendenti e da un’esigua parte della stampa
internazionale. Questi attori, però, hanno contribuito a mantenere viva
l’attenzione sui crimini commessi da Israele, tanto a livello mediatico che
politico, attraverso un’intensa attività di mobilitazione dal basso. Il
movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna alla
violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed economici
che sostanziano l’intento genocidario – poi rilanciati in sede istituzionale dai
report della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese (Genocide as
Colonial Erasure e From Economy of Occupation to Economy of Genocide).
La condanna ideologica, unita a un’analisi materialista del genocidio, non solo
ha impedito una lenta, ma spesso inesorabile assuefazione alla violenza, ma ha
denunciato in maniera fragorosa la vergognosa complicità nella mattanza di un
Occidente “necrocapitalista”, razzista e imperialista. Il successo, almeno
parziale, di tale narrazione mi pare verificabile se si considera che anche nel
dibattito mainstream molti sono costretti a riconoscere la propaganda sionista
per quello che è. Il “conflitto per la liberazione degli ostaggi” è per tanti –
anche per l’ONU, ma non per molti vessilliferi del moderatismo – un genocidio. I
tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica da parte di Israele – come
l’invio di influencer nella Striscia per testimoniare i presunti aiuti umanitari
da parte dell’Idf – risultano grotteschi. Le parole di ministri come Smotrich e
Ben-Gvir non sono più le boutade di qualche estremista, ma le dichiarazioni
d’intenti di criminali di guerra. Questo, come si può vedere, non vuol dire che
la politica assecondi o sostenga le richieste del movimento pro-Pal. Anzi,
tutt’altro. Ma la verità sostanziale dei fatti affiancata a principi di
carattere etico-morale fornisce il fuoco ideologico delle rivendicazioni che,
nell’intento dei manifestanti, non sono destinate a rimanere solo sul piano
simbolico dell’utopia.
Azione
Per quello che se ne capisce, l’approccio fin qui descritto diventa il minimo
comune denominatore necessario nel momento in cui la speculazione teorica vuole
diventare pratica attiva. Come dimostra il prima citato esempio del Nepal, è
possibile che arrivi un momento in cui sarà doveroso interrogarsi sulla
necessità o meno della violenza, su come esercitarla e in che grado. Mi pare
superfluo ribadire – ma di questi tempi non è mai troppo – che l’adesione totale
alla non-violenza è il presupposto minimo per poter partecipare al dibattito
democratico. E tuttavia, il paradosso democratico enunciato da Karl Popper in La
società aperta e i suoi nemici (1945) impone un certo grado di repressione verso
gli intolleranti al fine di salvaguardare lo stesso sistema democratico.
In termini pratici, come ci insegnano innumerevoli esempi di storia, questo si
traduce in una continua negoziazione sulla necessità e sulla legittimità della
violenza in senso politico quando le regole del gioco democratico vengono meno.
Quale dialettica è possibile con un’ipotetica squadraccia fascista che viene a
rastrellare gli oppositori politici? Interrogato sulla questione, Sandro
Pertini, figura che difficilmente potrà essere accusata di populismo, la
risposta pareva averla molto chiara. E tuttavia, nelle nostre società
contemporanee pare un sacrilegio anche solo teorizzare una possibile risposta
violenta, pure laddove questa risponda solamente a scopi difensivi.
> Il movimento pro-Palestina è stato abile nel tenere insieme tanto la condanna
> alla violenza contro i civili, quanto l’analisi degli interessi politici ed
> economici che sostanziano l’intento genocidario.
A questo proposito, vale la pena riprendere le parole del sociologo francese
Nicolas Framont pubblicate nella newsletter di settembre del progetto di
estetica politica Iconografie (@iconografiexxi). Framont sottolinea come, al di
là dell’ordinamento giuridico-costituzionale sulla base del quale giudichiamo
qualsiasi forma di violenza dal basso come intrinsecamente esecrabile, chi
detiene il potere – la “classe borghese”, per lui – esercita nei fatti un grado
di violenza altissimo, giustificato in quanto statalizzato. Le élite del potere
capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la necessità della
violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in spregio a qualsiasi
tipo di ordinamento giuridico.
Di esempi, anche in questo caso, se ne potrebbero fare molti: dalla repressione
violenta delle manifestazioni di piazza da parte della polizia – pratica
talmente diffusa che ormai non fa più notizia – alla violenza nelle carceri,
fino, per venire a un caso specificatamente italiano, al trasferimento forzato
nei centri per migranti in Albania. Per rendersi conto del grado di violenza
introiettato e normalizzato da parte degli apparati statali, basta una lettura
dei report annuali di Amnesty International. Rispetto a questa legittimazione de
facto della violenza da parte di chi detiene il potere – che non vuol dire solo
potere legislativo, ma anche economico – mi sembra significativo il post che
Trump ha pubblicato su Truth in data 6 settembre, con il quale minacciava
Chicago di un inasprimento delle politiche anti-immigrazione e una maggior
repressione da parte delle forze dell’ordine federali. Il post, accompagnato da
un’immagine generata dall’Intelligenza artificiale con il presidente degli Stati
Uniti in panni militari in un chiaro riferimento al film Apocalypse Now,
recitava: “‘Mi piace l’odore delle deportazioni al mattino…’ Chicago sta per
scoprire perché è chiamato Dipartimento della GUERRA”.
Ancora una volta, tuttavia, l’esempio più denso di senso rimane il genocidio in
corso a Gaza, per la sua capacità di dare forma plastica – addirittura
quantificabile, negli oltre 60.000 morti – alla pratica omicida portata avanti
nel nome della “democrazia” israeliana e dell’Occidente “civilizzato”. La
radicalità della violenza perpetrata sulla pelle del popolo palestinese è
esplicativa della morale vergognosa con cui il consesso delle grandi democrazie
dell’Occidente non prova, nei fatti, nessun tipo di moto di fronte all’eccidio
di civili inermi, ma si affretta a gettare strali e biasimo su un manifestante
che tira un sampietrino durante una manifestazione.
Per dirla con le parole di Franco Palazzi, autore di La politica della rabbia
(2021), “da una parte lo stato liberaldemocratico fa manifestamente impiego di
numerose forme di violenza tanto diretta […], quanto indiretta […]; dall’altra
la menzione della violenza appare ammissibile nella sfera pubblica
liberaldemocratica unicamente nel registro retorico della condanna”. Per
Palazzi, “queste contraddizioni sono il frutto della scarsa capacità
contemporanea di pensare la politica al di là dell’ipoteca, a un tempo
istituzionale e concettuale, dello stato moderno”. Ma è proprio da questo tipo
di squilibri che deriverebbe, secondo Framont, la simpatia di larghe fasce della
popolazione verso figure come quella di Luigi Mangione, sospettato di aver
assassinato Brian Thompson, CEO del colosso assicurativo UnitedHealthcare.
Framont – autore di Saint Luigi (2025), un saggio sul culto mediatico e
ideologico riscosso proprio dal presunto killer italoamericano – afferma che di
fronte alla crescente, assidua violenza a cui le classi meno abbienti sono
sottoposte, gesti estremi come quello di Mangione servono a ricordarci che
servirebbe ristabilire un equilibrio tra le parti.
> Le élite del potere capitalista, dunque, non solo continuano a teorizzare la
> necessità della violenza, ma non hanno nessuna remora nell’esercitarla, in
> spregio a qualsiasi tipo di ordinamento giuridico.
Tuttavia, al pari dell’assassinio di Kirk, delitti come l’assassinio di
Thompson, se condannabili da un punto di vista morale, rischiano di essere
perfino controproducenti nell’ottica materialista del conseguimento degli
obiettivi. Che l’uso omicidiario della violenza – ma anche, per esempio, la
devastazione di negozi e beni comuni durante gli scontri di piazza – possa
essere però allo stesso tempo una forma di lotta di classe e un gesto populista
non deve trarre in inganno. Stabilita la legittimità ideologica delle richieste
degli oppressi verso gli oppressori, c’è poi la riflessione sulle strategie.
Fermandosi solo agli esempi fatti fin qui, i gesti eclatanti di Mangione e
Robinson non muovono oltre il piano simbolico, privi di qualsiasi potenzialità
nell’ottica di una rinegoziazione dello status quo. Di fronte al populismo di
questa violenza performativa, è doveroso però che le sinistre internazionali
inizino almeno a tematizzare le strategie attraverso le quali difendersi
rispetto alla violenza del sistema, catalizzando la rabbia popolare in una lotta
dove il nemico non si farà scrupoli ad uccidere se questo assicura il
mantenimento fattuale del potere. In fondo, quello che pare domandarsi
@aaayushh245 nel suo video sul Nepal è: può esistere una violenza generativa?
L'articolo La violenza e noi proviene da Il Tascabile.
N el 2024 a Barcellona è comparso un murale con tre donne. María Soliña,
accusata di stregoneria nel 1621, condannata alla confisca dei beni e costretta
a indossare per sei mesi un abito penitenziale. María Pérez Lacruz, La Jabalina,
attivista fucilata a venticinque anni in seguito alla sentenza di un tribunale
militare, nel 1942. Casilda Hernández, militante del fronte antifascista europeo
durante e dopo la guerra civile spagnola, morta in Francia nel 1992 e autrice
della frase che dà il titolo all’opera: “Dona, ets foc que no s’apaga” (Donna,
sei fuoco che non si spegne). Le loro vicende fanno intravedere le pieghe e le
lacerazioni del tempo. Viste da vicino, non sono né lineari né rassicuranti, ma
rivelano le interrelazioni tra vite distinte. Mostrano la storia come spazio
aperto, modellato anche da tragedie compiute e alternative irrealizzate. Per
questo sono finite sul muro esterno dell’ex istituto penitenziario La Model,
quello che le dittature spagnole del Ventesimo secolo riempirono di dissidenti e
che oggi è un crocevia di memorie. Con i volti di Soliña, Lacruz e Hernández si
possono indagare le sfumature del travagliato percorso per il riconoscimento
dell’autonomia femminile nelle società occidentali.
Un percorso che, se si fosse ragionato solo in termini di realismo politico e
rapporti di forza sociali, avrebbe dovuto essere interrotto nell’istante in cui
fu concepito, prima dell’inizio. Non è casuale che il murale contenga un rimando
a Rosie the Riveter, il poster creato nel 1942 dall’artista Howard Miller per la
compagnia statunitense Westinghouse Electric (con l’operaia in bandana rossa a
pois, tuta da lavoro e manica arrotolata che fa: “We Can Do It!”). Un’icona che,
se durante la Seconda guerra mondiale diede peso simbolico alle lavoratrici in
fabbrica, divenne poi, grazie a un’operazione di risignificazione, un
riferimento visivo del femminismo. La rivettatrice ricorda così l’essenziale: la
storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui,
scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili
trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
La storia che scalpita
Dona, ets foc que no s’apaga, dall’artista Levico, fa riemergere il passato nel
presente. È un’iniziativa di Rap for Memories, un progetto di EUROM – European
Observatory on Memories, della Solidarity Foundation dell’Università di
Barcellona – in collaborazione con la scuola popolare itinerante Versembrant e
la scuola di arte La Industrial. Dal 2020 unisce musica, narrazione orale e arte
urbana per ri-raccontare la storia spagnola senza commemorazioni acritiche. Non
è una goccia nel mare, però. I modi per affacciarsi sulla storia stanno
cambiando un po’ dappertutto. Da Barcellona a Roma, a farci caso, il passo non è
lungo. L’associazione Topografia per la storia (TPS) rende accessibile la
documentazione multimediale sul sistema repressivo del fascismo italiano, sui
campi di internamento dell’Italia di Mussolini – i Campi del duce (2019), di cui
parla anche Carlo Spartaco Capogreco. Con portali digitali, mappe interattive e
corsi didattici si amplia lo spettro dello sguardo. Si capisce quanto fosse
elastica, allora, la categoria dei nemici di volta in volta bersagliati. Oppure
per notare che, a dispetto dei tentativi del fascismo di costruire consenso, sia
esistita anche un’Italia produttrice di dissenso, pur latente o minoritario.
Un’Italia che, prima della Resistenza, rifiutò l’idea che l’identità collettiva
dovesse farsi timbrare dal bollo dell’ideologia politica. Fare storia diventa
così un atto plurale di decifrazione, senza dar per scontato che il susseguirsi
delle generazioni, di per sé, equivalga a indurire il nocciolo della
consapevolezza pubblica.
Il punto di partenza di queste iniziative è sempre lo stesso: per essere
sciolti, i nodi della complessità hanno bisogno di mediazioni. Il NEHME (Network
on European and Mediterranean History and Memories), formalizzato a Bari nel
2021, si concentra per questo sugli usi e gli abusi della storia, promuovendo
reti di studio sull’identità europea. Nel frattempo, fuori dalle università
italiane si organizzano convegni, festival, workshop, rievocazioni. La storia
prende corpo in modalità non convenzionali. Un autentico fermento fende la
penisola. Si avverte un risuonare di voci che ha nell’Istituto nazionale
Ferruccio Parri un vivace catalizzatore. Il sapere storico scalpita: prova a
uscire dalle aule, a mescolarsi con quel trova, a democratizzarsi. Molti tra
storici e storiche si interrogano non tanto su come somministrare dall’alto
informazioni verificate, quanto su come rendere la storia, con le sue pratiche,
fruibile e maneggiabile.
> Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
> culturale. Dietro alla Public history c’è una postura precisa verso la storia,
> il bisogno di mostrarne la tridimensionalità.
In Italia è arrivata anche la Public history (PH), un settore delle scienze
storiche che vuol portare la storia verso la cittadinanza e che agisce, come
sottolinea il Manifesto dell’AIPH, (Associazione Italiana di Public History),
“tanto all’interno quanto all’esterno degli ambiti accademici e istituzionali,
nel pubblico e nel privato”. Frequentare la Public history – un cantiere in
espansione – significa piantare i piedi nel passato senza separarsi dal
presente. Ricordarsi che si può essere più di semplici spettatori inerti. In
Public history. Discussioni e pratiche (2017), lo storico Lorenzo Bertucelli
scrive che condividere i metodi critici della storiografia, accettando una
negoziazione continua tra punti di vista diversi, può indicare direzioni alla
ricerca e permettere al pubblico di “compiere il cammino intellettuale dal fatto
all’intepretazione”. Creare un collegamento stabile tra disciplina storica e
società civile.
Non si tratta dell’ennesima riverniciatura di noiose forme di divulgazione
culturale. C’è sotto una postura precisa verso la storia, c’è il bisogno di
mostrarne la tridimensionalità. Eppure, nonostante ciò, il discorso pubblico e
politico sulla contemporaneità sembra oggi orientarsi in tutt’altra direzione.
La gabbia geopolitica
Soprattutto dal 2022, con il ritorno compiuto della guerra in Europa, il
successo della geopolitica è stato decisamente più visibile. La geopolitica –
termine dal tratto elegante che fa capolinea nelle rassegna stampa e nella TV
generalista, per non dire dei social media – ha piantato radici. Nella sua
versione mediatica, spolpata fino all’osso, piace molto. Crea ordine nel
disordine. Incasella tessere, offre mappe mentali nitide, traiettorie
calcolabili, risultanze coerenti. Quando si tratta di dover dedicare un po’ di
attenzione alle dinamiche del mondo, pare ormai aver scalzato diciture e
discipline più caute come le relazioni internazionali.
La disinvolta lucidità che esibiscono gli esperti geopolitici, perfino nel tono
della voce, ha però un prezzo teorico molto alto e poco dibattuto. Nella visione
geopolitica la storia viene compressa. L’approccio geopolitico trasforma infatti
lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità
del passato. Variabili rigide ed elementi cartografici sopprimono quasi del
tutto la temporalità. Singoli contendenti si fanno soggetti meccanici attivi su
un campo delimitato (la scacchiera internazionale), con episodi e avvenimenti
del passato spogliati della propria storicità. La geopolitica meno avvertita –
ma ugualmente sdoganata – glissa sulla necessità di rendere conto dei processi,
delle istanze, delle frizioni, delle continuità e delle discontinuità che danno
concretezza alla storia. Di più: fa quello che la storiografia sconsiglia.
Tratta l’azione selettiva del periodizzare, cioè del dividere in blocchi
logico-temporali il fluire incessante dello scorrere degli anni, più come un
esercizio di suddivisione del tempo da svolgere per scopi prettamente pratici
(operazione utile, ma insufficiente) che non come un atto interpretativo che
condiziona la ricostruzione e la contestualizzazione logico-analitica degli
eventi stessi.
> Quando si tratta di doversi dedicare alle dinamiche del mondo, la geopolitica
> pare ormai aver scalzato diciture e discipline più caute come le relazioni
> internazionali.
La storia, specie quella contemporanea, in molte analisi geopolitiche è un
cappello introduttivo. Viene levigata, smussata o tagliuzzata in funzione
dell’attualità. Le differenti idee di modernità, le dispute filosofiche, le
evoluzioni e le rivoluzioni, le resistenze e le tensioni interne ai singoli
contesti o le mobilitazioni sociali non trovano posto. Oppure, se ci sono, sono
leggerissime. La società civile si polverizza, spuntano categorie impersonali
(la psicologia collettiva, le sfere di influenza) e valutazioni apodittiche
(quasi arcane per i non addetti ai lavori). Dove arriva la geopolitica, lo
sforzo per cavare dei significati intellegibili dalla storia sulla base di
sensibilità, esigenze, ragioni e passioni si interrompe. E si va oltre la
finalità descrittiva. Si indica, si indirizza, si orienta. La “geopolitica da
tabloid”, come ha osservato lo storico Mario del Pero, “rivendica non solo
funzioni analitiche, ma anche capacità predittive e, quindi, un ruolo
prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi
imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se
necessario influenzare”. Questa geopolitica invoca la storia, sì, ma poi la
depotenzia, facendone una sorta di sfondo decorativo dove si alternano – lungo i
decenni, i secoli, i millenni – modelli statici di interazione tra entità
guidate da comportamenti per lo più immutati.
Buona parte della geopolitica, destoricizzando il passato, ci esenta persino dal
cercare qualcosa di simile allo Zeitgeist. Al di là delle esteriorità, infatti,
sembrerebbe esserci, dentro tutta la storia, una non meglio specificata essenza
originale che tempra l’agire collettivo. Il timore è che la vaghezza sia voluta,
quando si lascia intendere che gli esseri umani siano destinati a rimanere
incatenati ai propri vizi e schiavi dei propri demoni, legati a suggestioni
ancestrali che non consentono vie d’uscita praticabili. E allora, che si tratti
della Persia di Ciro il Grande o dell’Iran degli Ayatollah, della Francia del re
Sole o di quella di Charles de Gaulle, della Cina imperiale della dinastia Qing
o del Repubblica popolare di Xi Jinping la storia non ha davvero spessore. È uno
splendido repertorio di figure ricorrenti, un palcoscenico dove i protagonisti
cambiano maschera ma le sceneggiature faticano ad aggiornarsi. Che poi anche gli
stessi studiosi di geografia umana, oggi, come fa l’inglese Paul Richardson, ci
mettono in guardia dalle “bugie delle mappe” e dai “miti” che non di rado
muovono le opinioni pubbliche e le classi dirigenti delle società occidentali (
su continenti, confini, nazioni), ma questo non sembra intaccare l’assertività
con cui, quasi quotidianamente, ci viene impartita la severissima lezione
geopolitica.
La grammatica del disincanto
Tutto ciò non solo reca tracce di un ingombrante determinismo ma è spesso
funzionale al consolidamento delle identità blindate, dei disegni egemonici e
del potere degli Stati-nazione. Di quali Stati-nazione, nello specifico, è
presto detto: l’analisi geopolitica più in voga si concentra su chi platealmente
primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel
passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita. Con
ragionamenti capziosi la geopolitica, che non si espone al principio di
falsificabilità, costruisce narrazioni che non rischiano la smentita: se i fatti
le confermano, diventano prove della validità delle tesi proposte; se invece le
contraddicono, sono ridotte ad anomalie passeggere, rumore di fondo. In ogni
caso, la geopolitica assicura una griglia interpretativa totale e circolare:
retrospettivamente, giustifica ciò che è già accaduto; prospetticamente, rende
plausibile ciò che potrà accadere, ma sulla base degli stessi assunti e delle
stesse premesse già utilizzate.
Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica non
si sottrae dal suggerisci che se alcuni continuano a dominare e altri a subire
una ragione deve pur esserci. Come ha scritto lo storico statunitense Daniel
Immerwahr, in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto da Internazionale:
“I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno
capaci di spiegare come e perché le cose cambiano. Questo forse giustifica la
leggerezza con cui parlano di storia”.
> Minimizzando l’impatto che le culture politiche, le mutazioni interne o la
> stessa contingenza possono avere sul movimento della storia, la geopolitica
> suggerisce che se alcuni continuano a dominare e altri a subire una ragione
> deve pur esserci.
L’approccio geopolitico, professandosi avalutativo, esibisce poi un sottile
cinismo analitico, specialmente quando ribadisce, anche in modo indiretto, che
la vittoria di un attore nazionale sulla scena internazionale corrisponde alla
sconfitta di un altro. Quando è così, non sorprende che le organizzazioni
sovranazionali che puntano sulla cooperazione o quelle indipendenti dagli
Stati-nazione non siano esattamente nel cuore della geopolitica. Le distrazioni
non sono consentite. In questo senso tutto quanto si colloca all’infuori della
dimensione della competizione non è storia, ma un accidente della storia.
Un’illusione di cui dovremmo fare a meno. Il modo in cui si argomentano
questioni pressanti come l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di
maggiori capacità belliche, per fare un esempio, è indicativo. L’ombra della
guerra assomiglia più al frutto avvelenato di una sorte ineludibile, sottratto
al libero arbitrio, che a uno degli sbocchi potenziali a fronte di una serie di
fattori storicamente situati e socialmente e politicamente influenzabili.
Per di più il cuore del pensiero geopolitico viene veicolato con il piglio
condiscendente di chi taglia in due il campo del pensabile: da un lato i
pragmatici, quelli che vanno oltre le retoriche patinate, dall’altro gli
inconsapevoli, sprovveduti o ingenui. La geopolitica, qui, si colloca con quelli
che non se la bevono, per richiamare la “Congregazione degli apoti” di Giuseppe
Prezzolini, delineata appena prima del Ventennio. Il fascino di questa forma di
cinismo deriva tuttavia da una tendenza ormai stratificata e piuttosto
trasversale che si propaga nel corpaccione delle società occidentali. Una
tendenza che non è affatto creata dalla geopolitica, ma spiana la strada della
sua ascesa mediatica.
Un’idea da discutere, insomma, può essere questa: la geopolitica oggi fa parte
di una più ampia grammatica del disincanto. È seducente nella misura in cui il
cinismo è già una delle cifre culturali del presente, in un tempo storico in cui
il pessimismo rasenta la saggezza e la cittadinanza tocca con mano quel
“deconsolidamento democratico” che interroga la politologia. Del resto, anche le
scienze sociali guardano all’estensione e alle implicazioni del zero-sum
thinking, una mentalità secondo cui il vantaggio di un soggetto comporta lo
svantaggio di un altro, il che porta a percepirsi come strutturalmente in
competizione. Un articolo della ricercatrice Patricia Andrews Fearon ha fatto
riferimento addirittura a un “zero-sum mindset”. Un atteggiamento che ostacola
la cooperazione e talvolta si rivela auto-avverante: presupponendo condizioni di
ostilità reciproca e conflitti inevitabili, si possono concretizzare le proprie
aspettative negative trascurando invece le alternative.
Se questi appunti sono fondati, occorre alzare il tiro delle domande. Bisogna
chiedersi se la sintesi geopolitica – quella che vediamo, ascoltiamo, leggiamo,
navighiamo – non sia il puntello più avanzato di un ordine internazionale che va
ricostituendosi su basi teoriche che pensavamo di aver superato. Guardando
infatti alla seconda metà del Novecento come a una progressiva soluzione di
continuità rispetto a dinamiche di esercizio del potere a lungo dominanti,
dovremmo chiederci se l’approccio geopolitico non finisca per lanciare un
messaggio antitrasformativo, proprio mentre gli equilibri contemporanei sembrano
frantumarsi. Perché sia così facile, cioè, bucare lo schermo sostenendo che non
soltanto il mondo è quel che è (oggi) ma che nemmeno può pretendere di essere
molto altro (domani), dal momento che lo scorrere del tempo (ieri) ha già
dimostrato quali siano le più solide direttrici che muovono gli esseri umani,
anche quando si tenta di gestire con accortezza e creatività la convivenza
civile su scala planetaria.
DOMANDE SUL PRESENTE
Quando si difendono dalle non molte critiche ricevute, i teorici della
geopolitica puntano il dito sulle storture generate dall’uso scorretto che altri
fanno del loro oggetto di studio. Ma se certe semplificazioni si moltiplicano
forse il problema non è soltanto nella banalizzazione di concetti e categorie ma
in limiti epistemologici non ancora oltrepassati. Criticare l’approccio
geopolitico non significa allora negare l’importanza dei rapporti di forza o
delle coordinate geografiche. Vuol dire preservare le peculiarità della storia.
La storia come lente di ingrandimento su una combinazione di circostanze che, se
ha prodotto un certo esito, avrebbe potuto produrne anche altri. Già il fatto di
mettere in evidenza l’esistenza di una geopolitica critica – attenta alle
interdipendenze e capace di decostruire l’eredità della tradizione classica –
può rivelarsi utile per inquadrare questioni che travalicano i confini
nazionali, come la crisi climatica o le migrazioni, e per riconoscere che le
relazioni tra spazio e potere non sono oggettive.
Eppure la geopolitica che imperversa nei canali all-news e dentro i talk show,
negli scaffali delle librerie e nelle teche delle edicole, assomiglia a un
monolite. E non solo: sottolinea di continuo il proprio essere sopra le parti,
lontano da condizionamenti ideologici di qualsiasi tipo. Facendolo coglie
indubbiamente nel segno, dopo decenni di legittimazione della tecnica impolitica
come strumento di ingegneria sociale. L’essere distaccati, anche quando non lo
si è, garantisce infatti autorevolezza. D’altro canto sarebbe complicato
pretendere la formalizzazione di una materia che sfugge alle formalità. Quando
si diventa cultori di geopolitica? Con quali percorsi? Come si problematizza il
sapere accumulato nell’ambito della pratica sperimentata? E chi verifica la
qualità del lavoro di un esperto di geopolitica? Lo scarto tra l’irrilevanza e
la performatività chiama in causa più l’approccio generale che alcuni metodi
codificati, più il modo di porsi nei confronti dell’attualità che precise prassi
da seguire, così come la disponibilità ai giudizi forti e connotati rispetto
alle letture laterali e complementari. Accettare che i saperi della geopolitica
possano essere appresi e trasmessi tramite una sorta di iniziazione gestita da
pochi e caparbi analisti davanti al banco di prova del pubblico può così
portarci ad assuefarci, a sottovalutare tutte le volte in cui la geopolitica
finisce per non essere neutra.
> La geopolitica oggi fa parte di una più ampia grammatica del disincanto. È
> seducente nella misura in cui il cinismo è già una delle cifre culturali del
> presente.
Anche per questo, la geopolitica si muove in senso contrario di fronte al
progetto di aprire la proverbiale cassetta degli attrezzi della storia per
condividere competenze e conoscenze. Adottando la visuale della geopolitica
odierna, la storia va contemplata con il naso all’insù, dal basso verso l’alto.
Se per un verso, anche con la Public history, si vuol avvicinare la storia al
pubblico, fino a farne un soggetto centrale, dall’altro la storia viene posta su
un piedistallo inarrivabile, con i discenti (telespettatori, ascoltatori,
lettori, utenti) sospinti ad affidarsi a valutazioni taglienti e posizioni
ardite che, senza essere troppo spiegate, presuppongono la scarsa incidenza dei
singoli nel quadro dello spietato match contemporaneo. Se l’insieme delle
pratiche che intendono rinnovare il “fare storia” procedono per via orizzontale,
o almeno cercano di farlo, la geopolitica, fuori dagli ambienti in cui un
confronto teorico esiste davvero, è del tutto verticale. Nel racconto
geopolitico, cittadini e cittadine sono comparse passive che non possono non
essere sovrastati.
Con le opportune verifiche, dovremmo dunque iniziare a chiederci se la
geopolitica sia in fondo ancora incapace di dar peso alle molteplici prospettive
del passato. E se quindi non sia il caso di sottrarci dagli orizzonti di un modo
di intendere la realtà che con la storia, a guardar bene, non ha molto a che
fare.
L'articolo La seduzione geopolitica proviene da Il Tascabile.
N el 2017, proprio mentre terminavo di redigere un progetto europeo per un
postdoctoral fellowship grant, venni interpellato da un’amica. Da qualche mese
era alla direzione di una rivista accademica e mi proponeva di scrivere qualcosa
per il numero che sarebbe uscito di lì a poco. Il tema centrale era il
(controverso) concetto di Europa.
Perfetto, pensai, butto giù due appunti su retorica, gergo, strutturazione delle
istituzioni e dei meccanismi di finanziamento comunitari: il pezzo si sarebbe
scritto da sé, era sufficiente lavorare un po’ sulle intuizioni, che non
mancavano, lasciarle decantare per qualche tempo e la cosa era fatta. O quasi.
Avevo terminato il dottorato da pochi mesi e – con la necessità di un reddito
stabile – dopo l’estate trovai lavoro come pizzaiolo. Poi, a ottobre mi
chiamarono come supplente a scuola. Mi ritrovai a una settimana dalla consegna
dell’articolo con due lavori e tre frasi in croce, che invece di lievitare erano
inacidite. Per un mese la mia vita seguì orari ottocenteschi. Andavo a dormire
all’una passata, mi svegliavo sei ore dopo, ero in classe alle 8. In alcune
giornate le ore di riposo non arrivavano a tre. Diedi buca, il pezzo non lo
consegnai. Me ne rammaricai molto.
Otto anni dopo, per ragioni che qui non importano, ho consegnato la proposta
(stavo per scrivere, con quella deformazione lessicale che conosce bene chiunque
si sia cimentato nell’impresa, “sottomettere l’application”) per un posdoctoral
fellowship della Marie Skłodowska Curie Action, uno dei bandi del programma
Horizon. Le ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste righe sono
eminentemente critiche: ritengo che il funzionamento del bando, florilegio di
retoriche liberali su eccellenza e merito e luogo di competizione feroce tra le
proposte, sia in effetti uno dei dispositivi più eloquenti del mondo in cui ci
troviamo a vivere. Del suo modo crudele e iniquo di concepire ciò che vale. E in
fondo, se osservato da vicino, i suoi meccanismi non solo rivelano, come in un
sintomo, ciò che vorrebbero eufemisticamente occultare – vale a dire le logiche
strutturali di ripartizione dei fondi europei, di accesso al mondo del lavoro
accademico, di addestramento ideologico; in controluce si dissolve la patina
cosmetica ed è possibile osservare il volto del comando, e quella sorta di Squid
game cui è ridotto l’ormai tramontato mondo liberale.
Non nascondo, tuttavia, che una parte di me vuole finire il lavoro sospeso e
forse, per così dire, vendicare il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni
fa.
> Il funzionamento del bando, florilegio di retoriche liberali su eccellenza e
> merito e luogo di competizione feroce tra le proposte, è uno dei dispositivi
> più eloquenti del mondo in cui ci troviamo a vivere.
Non è poi così raro incontrare gli entusiasti del sistema di finanziamento della
ricerca europeo. In una parte del mondo accademico, che da sempre vive i
melodrammi del sentimento e del risentimento, della cooptazione e delle truppe
rivali, il modello europeo di frammentazione della concorrenza appare come uno
strumento di giustizia, che sottrae potere alle vetuste cariatidi accademiche,
adagiate sulle tessiture clientelari di cooptazione e affiliazione. “Finalmente
– mi disse un’entusiasta, professore ordinario a Venezia – sei tu che vai al
dipartimento, senza dover chiedere nulla a nessuno, e bussi, rivendicando il tuo
merito” – e il pacco di soldi che porti in saccoccia. “È rivoluzionario,
finalmente vai a caccia dei soldi. Quando lo dissi al mio professore di un tempo
mi guardò come un pazzo… non riusciva a capire di cosa stessi parlando”. Esiste
un fondo di verità in queste parole, ma va rovesciato di senso attraverso la
critica.
È vero, forse, che lo zelante procacciatore di risorse si libera in prima
istanza da servilismi e piaggerie diretti: piomba in dipartimenti spesso
sottofinanziati con una valigetta ricolma di soldi, compensando (solo in parte)
i tagli lineari che da ormai un ventennio o più falcidiano i fondi ordinari per
gli atenei. Lo fa, per molti versi, sconvolgendo la logica asfittica dell’ormai
residuale notabilato accademico, certo, ma anche aggirando i meccanismi
cooptativi che, benché discutibili, davano senso all’istituzione universitaria,
per definizione elitaria nonostante le aperture della fine dello scorso secolo.
Ciò che ottusamente non vede il barone, ciò che entusiasma l’entusiasta, in
effetti, è la spinta trasformativa che segue la classica linea di innovazione
economico-sociale-giuridica della modernità capitalistica, già ampiamente
descritta in Marx: si disgiungono i rapporti sociali da quelli
economico/giuridici, si recide la dipendenza personale dei rapporti sociali
premoderni, disarticolando i gruppi corporativistici per ottimizzare la
competizione del lavoro, centralizzando, anonimizzando il comando (a Bruxelles)
e frammentando i finanziamenti (al singolo progetto di ricerca).
Lo strumento del bando europeo ha inizialmente affiancato e ora va
sostituendosi, anche attraverso un quadro giuridico ormai maturo costruito dai
governi – tecnici e non – dell’ultimo ventennio, al classico finanziamento a
pioggia, sul quale precipitano ormai anatemi e scongiuri “bipartisan”. Il new
public management (per una storia e una critica approfondita di questa forma
governamentale di ascendenza anglosassone suggerisco il libro di Mauro Boarelli,
Contro l’ideologia del merito, 2019), a suon di incentivi al merito, lavoro per
obiettivi, ragionamento costi/benefici ecc., ha finito per rendere gli strumenti
ordinari di finanziamento – che poi reggono tutta la residuale baracca dello
Stato sociale pubblico – una specie di bestemmia innominabile.
> Si disgiungono i rapporti sociali da quelli economico/giuridici, si recide la
> dipendenza personale dei rapporti sociali premoderni, disarticolando i gruppi
> corporativistici per ottimizzare la competizione del lavoro, centralizzando,
> anonimizzando il comando (a Bruxelles) e frammentando i finanziamenti (al
> singolo progetto di ricerca).
Il funzionamento dei bandi europei per la ricerca accademica (penso in
particolare ai bandi ERC, European Research Council, e MSCA, Marie Skłodowska
Curie Action) si fonda sulla messa al lavoro dei singoli studiosi, sui quali
ricade un complesso lavoro amministrativo e contabile, oltre che di ideazione
dei contenuti della ricerca, in un contesto concorrenziale di estrema scarsità
(nascosto dal termine “efficienza”). Vari studi (qui sintetizzati in un articolo
un po’ tecnico) mettono in discussione l’efficacia economica complessiva del
modello – ovvero la sua principale leva ideologica: “Funding systems with small
funding totals, large application numbers, and low success rates are not
uncommon and are at risk of crossing the net zero gain”.
E se si scorporano i termini che sostengono i costi di questo tipo di
finanziamento, la logica economica diventa evidente: “A study in Australia
estimated that 85% of the costs are incurred by the applicants, 10% by the
decision-making processes, and the remaining 5% by the administration”. I
“costi” effettivi vanno misurati in tempo che si traduce in denaro: per le
istituzioni saranno dunque quel 15% che serve a sostenere i processi
amministrativi e di selezione, mentre l’85% dei costi sostenuti dal soggetto
richiedente si tradurrà in denaro solo nel caso in cui accada di vincere il
bando. Il che avviene in media, per gli strumenti di finanziamento del programma
Horizon, nel 15,9% dei casi. La fonte è perfino entusiasta dell’aumento dei
finanziamenti, affermando che l’incremento dei progetti finanziati “rises
sharply” (addirittura!), rispetto al 12% del programma 2013-2020. Non sono molto
abituato ad aggirarmi tra percentuali, ma a occhio tutto ciò significa che per
circa 6-7 progetti su 10 quell’85% dei costi è davvero azzerato per
l’istituzione – ossia scaricato interamente sul singolo soggetto che propone
(che nei bandi accademici considerati è un individuo).
Sappiamo anche, ancora dal primo studio citato, che per scrivere un bando
complesso occorrono tra i 25 e i 50 giorni di lavoro (vale a dire, tra il mese e
mezzo e i tre mesi vita, lavorando a tempo pieno). Non male. Il dato è ancora
più sorprendente se, a valle del processo di selezione, osserviamo l’istituzione
lamentarsi del fatto che quasi 7 su 10 (il 67%) delle proposte “high-quality”
non sono finanziate per mancanza di fondi allocati. Il dato andrebbe scorporato
perché comprende anche molti bandi di finanziamento destinati all’innovazione
delle imprese, ma di per sé mi pare significativo. La trasparenza posticcia –
una vera passione perversa delle istituzioni liberali europee ‒ di documenti
come questi nasconde, dietro alla logica dichiarata dell’autocorrezione
istituzionale, un chiaro rinforzo del dominio della competizione. Quanto più si
afferma la logica di scarsità tanto più il valore simbolico del finanziamento è
accresciuto: se fossero stanziati più fondi il prestigio della borsa
diminuirebbe. Se la maggior parte dei progetti eccellenti non viene finanziato,
il mio dev’essere percepito come super-eccellente, ultra-eccellente.
Ci stiamo perdendo qualcosa. E non mi riferisco al fatto che buona parte della
cosiddetta “eccellenza” va persa per strada – non mi interessa la logica
costi/benefici, collusa senza spazi di ambiguità con il modello del new public
management. Ciò che va perso è il grande spettro dei nostri tempi: il lavoro, il
tempo dedicato alla scrittura di un bando che, a prescindere dalla sua apparente
forma isolata, è molto più seriale di quanto non sembri e di quanto non lasci
surrettiziamente presupporre il modello stesso della competizione e del
finanziamento del progetto specifico.
Come è accaduto in moltissimi altri settori, ciò che è stato frammentato non è
tanto la qualità del lavoro, che resta ad alto grado di standardizzazione,
quanto la sua organizzazione. Un espediente che ha permesso a una porzione
sempre più grande del tempo funzionale al lavoro di essere esclusa dalla
remunerazione: l’esatto opposto rispetto a una storica rivendicazione del mondo
operaio, che pretendeva l’inclusione del tempo impiegato per il tragitto
casa-lavoro nel tempo di lavoro. Attraverso forme di burocratizzazione
mostruosa, come quella dei bandi qui oggetto di critica, tutta una porzione di
lavoro è sfuggita al salario ed è finita nel profitto.
> Attraverso forme di burocratizzazione mostruosa, come quella dei bandi qui
> oggetto di critica, tutta una porzione di lavoro è sfuggita al salario ed è
> finita nel profitto.
Visto dalla prospettiva di chi scrive i progetti, quell’85% dei casi è tempo di
lavoro regalato, 6/7 volte su 10. Naturalmente l’idea che sta dietro a un
progetto di ricerca non si aliena: può essere ripresa, rimaneggiata e proposta
in altre forme. Ciò che è alienato (nel senso di sottratto al singolo
lavoratore-ricercatore) è il tempo impiegato per metterla in forma. Ma chiunque
lavori nell’ambito sa quanto l’intuizione informe si scontri poi con il
considerevole sforzo simbolico di ridurla a una forma intersoggettiva,
comunicabile, adatta, comprensibile ed eventualmente, com’è questo il caso,
seducente per l’interlocutore. E c’è una formula ben precisa, standardizzata,
per sedurre nei bandi europei – almeno per quelli destinati ai soggetti
accademici. Questa standardizzazione è essa stessa un effetto della burocrazia
appena evocata: la forma diventa vincolante tanto quanto, e forse più del
contenuto.
Complessivamente, la postura enunciativa da tenere percorre il sentiero
strettissimo dei doppi vincoli: si avvicina a quella di una sorta di supereroe
della ricerca che però ha l’umiltà di ammettere che c’è ancora moltissimo da
imparare. Questa formulazione sintetica di un’ingiunzione contraddittoria deriva
essenzialmente dalla forma stessa della strutturazione testuale della proposta:
ogni sezione dell’application deve essere euforistica, sopra le righe, ed è
dunque inevitabile che i brani riguardanti la presentazione del ricercatore
siano a tal punto debordanti di skills da entrare in contraddizione con i
territori inesplorati di una disciplina, che appunto hanno il tratto ontologico
di non essere stati indagati in precedenza. La figura del ricercatore, giovane o
meno, deve sempre stagliarsi talentuosamente, quasi eroicamente, nel proprio
settore disciplinare. È talmente bravo da sentire come una colpa il non aver
(ancora) fatto questo o quello: ma come hai fatto a non averci pensato prima
alla straordinaria idea che stai proponendo solo ora?! Come è noto,
l’ingiunzione del doppio vincolo è un ottimo generatore di senso di
inadeguatezza e, di conseguenza, un potente strumento governamentale. Senza
contare che, di per sé, crea tutti gli alibi necessari a una commissione
giudicatrice, libera di selezionare in serenità enfatizzando o sminuendo un
tratto piuttosto che un altro.
La risposta diffusa di fronte a questa sfinge, lo hanno mostrato diversi studi
(per esempio, uno su tutti, il celebre modello CARS di John Swales, che
moltissimi istituti suggeriscono per un progetto di successo – per esempio qui),
è la ricerca di una formulazione standard delle proposte. Una formula che trovi
modulazioni retoriche precise e rassicuranti: per il ricercatore, che ritiene di
compiacere la commissione, e per la commissione stessa, che trova così gli
appigli retorici per fondare una valutazione. Una delle forme più evidenti e
grottesche è una sorta di “iperbole eufemistica”: la ricerca dimostra di avere
un’ambizione importante, rivoluzionaria, che trasformerà radicalmente lo stato
delle cose esistenti… in un microsettore specifico e specialistico. In fondo è
una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società neoliberista: quella del
linguaggio pubblicitario, che incoraggia un investimento psichico importante su
scelte dalla relativa ricaduta reale. “Questo spazzolino di ultima generazione
ti sconvolgerà la vita, il modo in cui ti lavi i denti non sarà più quello di
prima!”; “scegli il tale detersivo, avrai un bianco rivoluzionario!”.
Il che è in palese antinomia (ancora il doppio vincolo) con la sezione del
cosiddetto Impact, che deve invece enfatizzare il glorioso effetto complessivo
della propria ricerca, in un climax dagli inevitabili effetti comici di
sproporzione.
> In fondo è una logica ben nota, per chi è cresciuto in una società
> neoliberista: quella del linguaggio pubblicitario, che incoraggia un
> investimento psichico importante su scelte dalla relativa ricaduta reale.
Non vorrei spezzare i sogni di gloria di qualche sofista in erba, ma trovare le
formulazioni più felici per percorrere questo stretto crinale a picco sul vuoto
(ormai scrivo anche io come in un bando europeo ERC, high-risk/high-gain),
spesso, non basta. È dimostrato (e naturalmente le istituzioni europee lo sanno
e, ancora in nome della trasparenza, mostrano zelantemente di saperlo, salvando
capra e cavoli) che ai commissari, sommersi da complessissime e al contempo
standardizzate proposte di ricerca redatte in Times New Roman 11 interlinea 1,
alla fine si incrociano gli occhi, poverini, e si riducono a googlare le
bibliometrie del candidato – che si rifanno, com’è ovvio, a un principio
puramente quantitativo, unica forma di eccellenza che può conoscere questo
sistema.
Tutto ciò, evidentemente, finisce per descrivere una dinamica circolare i cui
retroeffetti si rafforzano vicendevolmente: e in effetti i fondi europei
premiano le istituzioni e i territori già forti, imponendo ai ricercatori di
spostarsi verso i “centri di eccellenza” (e dunque via, dalla Calabria a Londra,
dall’Andalusia a Berlino, ecc.); premiano i candidati già forti; danno un
mucchio di soldi a pochi anziché una somma dignitosa a molti, proprio perché
simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una
confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza e
successo.
> Simili strumenti di ripartizione dei fondi costruiscono ideologicamente una
> confusione tra eccellenza e quantità, autorevolezza e prestigio, intelligenza
> e successo.
Otto anni fa, pizzaiolo e supplente, mi illudevo che scrivere un bando fosse
questione di tempo, dedizione, costanza. Oggi, dopo un nuovo giro di giostra, mi
accorgo che quella fatica, quella costante mancanza di tempo, non era un
accidente biografico, ma la regola stessa del gioco. Nel 2025 sono giunte in
Europa 17.058 proposte, un numero mai visto in 40 anni di “EU research and
innovation programme”. La Commissione europea prevede di finanziarne 1650. Meno
del 10%. Da un lato, l’incremento vertiginoso delle proposte (l’anno scorso
erano poco più di 10.000) ci dà l’idea di quante persone in accademia, in
un’Europa che sceglie ottusamente di dirottare risorse economiche sulla filiera
bellica per riarmarsi, rimangono a spasso. Dall’altro si riafferma con sempre
maggiore ferocia, se possibile, la logica della scarsità e tutte le sue
implicazioni ideologiche e sociali.
Il pizzaiolo-insegnante-ricercatore di otto anni fa non aveva solo fallito la
consegna di un articolo, dunque: aveva, a sue spese, esperito le conseguenze di
un sistema profondamente iniquo, che utilizza il merito per riprodurre le
condizioni sociali. Oggi, chiudendo queste poche righe, vivo l’illusione di
vendicare quel pizzaiolo e tutti i suoi simili. Ma forse anche questo senso di
rivalsa è un sintomo del nostro presente: non è di vendetta che necessitiamo ma
di organizzazione politica, non di rivalsa ma di individuazione del nemico, non
di sentimento ma di pragmatismo e lucidità.
L'articolo Rovesciare la sfinge europea proviene da Il Tascabile.
I l 25 marzo 2023, sui terreni agricoli nei pressi del piccolissimo comune di
Sainte-Soline nell’Ovest della Francia, quasi trentamila manifestanti si sono
scontrati con tremiladuecento gendarmi e poliziotti francesi. La “battaglia di
Sainte-Soline” è stata il culmine di due anni di proteste del movimento dei
Soulèvement de la Terre. La manifestazione, non autorizzata dal governo,
contestava la costruzione di un megabassine, uno dei duecento bacini idrici,
grandi fino a diciotto ettari, voluti dalla grande industria agricola francese
per garantirsi le riserve d’acqua durante i mesi di siccità.
Il progetto, tuttora in fase di attuazione, rischia di avere effetti devastanti
sull’agricoltura: i megabassines raccolgono acqua drenandola dalle falde durante
l’inverno e, di conseguenza, danneggiandole; sono costruiti allo scopo di
irrigare le colture intensive, specie quelle del mais, che richiedono un volume
di acqua superiore a quella naturalmente garantita dai cicli stagionali; fanno
l’interesse esclusivo della grande industria e sono progettati senza tenere
conto della volontà di chi abita quei territori.
Il dispiegamento di forze di polizia quel giorno era enorme, la loro dotazione
di armi adatta a una vera e propria guerriglia: elicotteri, equipaggiamenti
antisommossa, veicoli blindati, cannoni ad acqua, granate. Centinaia di
manifestanti sono stati feriti, alcuni in modo grave, altri gravissimo. Venti
persone sono state mutilate, due sono finite in coma. Dopo la battaglia, i
Soulèvement de la Terre sono stati sciolti dal ministro dell’interno Gérald
Damarnin e dichiarati illegali.
Nato in Francia nel 2021 per contestare le politiche ambientali ed energetiche
del governo Macron e, più in generale, per manifestare in favore di un nuovo
modello sociale ed economico attorno alle questioni che riguardano l’ecologia,
lo sfruttamento del suolo, l’accumulo di risorse e di materie prime, il
movimento riunisce militanti e agricoltori locali e raccoglie la solidarietà di
altri gruppi nazionali ed esteri. Tra il 2021 e il 2023 i Soulèvement de la
Terre hanno organizzato cortei, presidi, azioni di sabotaggio a grandi impianti
e siti di estrazione di materie prime, subendo la progressiva repressione del
governo francese.
> L’Abbecedario permette di riflettere sull’uso del linguaggio in politica
> laddove non si ha a che fare con questioni particolari o identitarie, ma
> collettive e strutturali.
In risposta ai fatti del marzo 2023 è stato pubblicato On ne dissout pas un
soulèvement (“Non si scioglie una rivolta”), tradotto per Orthotes da Giovanni
Fava e Claudia Terra con il titolo Abbecedario dei Soulèvement de la Terre alla
fine del 2024. L’Abbecedario è una raccolta di trentotto brevi interventi di
militanti dei Soulèvement e dei movimenti solidali. Ogni testo è scritto a
partire da una parola chiave: disposte in ordine alfabetico, le parole formano
una costellazione di posizioni e analisi politiche, fino a comporre il manifesto
del movimento stesso. Leggere l’Abbecedario permette di riflettere su quali sono
le questioni pratiche e urgenti che i cambiamenti climatici ci imporranno di
risolvere nell’immediato; su come si organizza la resistenza a scelte politiche
che perpetrano un sistema economico insostenibile; sull’uso del linguaggio in
politica, specie laddove non si ha a che fare con questioni particolari o
identitarie, ma collettive e strutturali.
Partiamo dall’ultima questione. Come dicevamo, l’Abbecedario riunisce interventi
eterogenei, tanto nella forma quanto nei contenuti: la Confédération paysanne,
una confederazione di sindacati che tutelano il lavoro di piccoli agricoltori,
firma la voce “Contadine e contadini”; il collettivo di scienziati Scientifiques
en rébellion scrive di “Urgenza climatica”; gli antropologi Philippe Descola,
titolare della cattedra di antropologia al Collège de France, e Eduardo Viveiros
de Castro, professore universitario a Rio De Janeiro, parlano di
“Accaparramento” e “Indigeno”; la direttrice delle ricerche al CNRS di
Montpellier Virginie Maris firma “Ecofemministe”.
Questo elenco parziale rende l’idea della varietà non solo di temi – il
manifesto tiene insieme questioni architettoniche, sociali, geologiche,
ambientali – ma anche delle molte soggettività che compongono il movimento.
Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement de
la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le fa
coesistere e le tiene insieme. Al fondo di ogni testo, la formula “cfr. anche”
rimanda ad altri due o tre interventi nello stesso libro. In questo modo,
l’Abbecedario si può leggere sia in ordine alfabetico sia per connessioni
tematiche, attraversando la rete di posizioni che forma l’impalcatura teorica
del movimento.
Che lingua parla, o deve parlare, la politica militante? È una questione di
enorme importanza, se si tiene conto della strutturale subalternità che i
movimenti sociali di sinistra hanno in relazione all’opinione pubblica, non
tanto per le proposte in sé, spesso largamente condivisibili e condivise, anche
inconsciamente, da moltissime persone, quanto per la loro immagine, per la
narrazione, l’idea che se ne costruisce nel dibattito. L’Abbecedario contiene
molti registri diversi. In alcuni passaggi, ad esempio, la lingua è assertiva,
quasi imperativa:
> Continuare a fare ciò che conosciamo, fare l’inventario dei siti in cui sono
> previsti progetti distruttivi. Rafforzare i nostri legami con gli avvocati.
> Supportare la rete di associazioni militanti. Denunciare gli abusi della
> società di consulenza. Politicizzare le nostre camminate nella natura.
> Diffondere le pratiche naturalistiche. Federare le comunità umane e non umane.
> Disertare. Insediarsi in campagna.
Il brano è contenuto nel capitolo “Naturalistes de Terre”, la lista dei
comandamenti prosegue ancora. Allo stesso tempo, la lingua sa essere
immaginifica, creativa, ironica, come nella “Ricetta per le mense militanti”:
Per cominciare bene, portare a ebollizione in un’assemblea generale gli addetti
e le addette alla mensa per organizzare la giornata di cucina […]. Raggiunto il
bollore, non dimenticate di creare una squadra d’attacco di lavaggio stoviglie e
un’équipe per lo spuntino. Una volta emulsionata a puntino, l’équipe parteciperà
alla manifestazione e rifornirà i manifestanti nel cuore dell’azione, in modo
che tutte e tutti possano recuperare le forze.
In alcuni capitoli si citano dati e percentuali, alcuni contengono persino note
con riferimenti bibliografici, in altri si lascia spazio alle metafore e alle
costruzioni allegoriche. I campi semantici più ricorrenti riguardano la natura
(“essere albero”, “avere radici”, “ramificare”, “creare/appartenere a
ecosistemi”), o il corpo, ad esempio nel rapporto chimerico tra corpo umano e
suolo o tra uomini e animali non umani: “Avere cura delle lotte significa curare
le nostre interdipendenze e le nostre co-affezioni attraverso
personificazioni-chimere, come uomo-anguilla-fiume o umano-tritone-prato”;
“Siamo l’Acqua che si difende e siamo pronti a sommergervi”. La Terra stessa è
personificata in “Gaia”, nome che rimanda a un’idea armoniosa del rapporto tra
uomo e natura. Non manca, ovviamente, il campo semantico del conflitto: le
grandi opere si “disarmano”, le azioni di sabotaggio dei cantieri si fanno per
“autodifesa”, le risorse naturali sono terreno di “conquista”.
> Proprio nella “composizione” sta il farsi soggetto collettivo dei Soulèvement
> de la Terre: l’Abbecedario non sintetizza né distingue le varie posizioni, le
> fa coesistere e le tiene insieme.
Che la lingua sia un campo di battaglia politica, un dispositivo attraverso cui
si stabiliscono le appartenenze, si delimitano i confini dell’identità, si
tracciano le linee di inclusione ed esclusione, è ormai un dato evidente a
chiunque. Più sotterraneo, per ora, è l’uso che si fa della lingua quando si ha
a che fare con questioni sociali. Sempre più repressivo è l’uso dei termini che
identificano i manifestanti politici: qualcuno saprebbe definire chiaramente chi
sia oggi per la legge italiana un “terrorista”? Ogni parola usata nel discorso
politico è oggetto di contesa: dire “ecologista”, “militante”, “resistente”,
“attivista” non è mai neutro, è una scelta di campo.
Anche in Italia il vocabolario istituzionale che definisce le forme di dissenso
è sempre più vago e opaco, e proprio per questo sempre più pericoloso. Categorie
giuridiche nate in contesti storici completamente differenti – pensiamo alla
nozione di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” – vengono oggi
applicate a gruppi ambientalisti o a reti di movimento che contestano
infrastrutture fossili, come i rigassificatori o i metanodotti. Il concetto
stesso di terrorismo viene stirato, piegato, fino a includere chiunque eserciti
un conflitto non autorizzato, chiunque pratichi una forma di opposizione fuori
dai canali istituzionali. Il problema, allora, è anche semantico: è nel potere
di chi assegna i nomi. Se la narrazione istituzionale è capace di imporre
un’etichetta, può cancellare la complessità, fino a devitalizzare il conflitto e
a evitare ogni confronto.
In questo contesto, la riflessione linguistica diventa una questione politica
primaria. Come ci chiamiamo? Come vogliamo essere chiamati? Quali parole ci
vengono imposte, e di quali ci possiamo riappropriare? La battaglia non si gioca
solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nei modi in cui parliamo delle
piazze e dei tribunali. E anche nei modi in cui parliamo tra di noi. Per questo
l’Abbecedario è un oggetto prezioso: perché costruisce una lingua comune senza
imporla. Perché mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il fatto che l’Abbecedario dei Soulèvement de la Terre sia stato scritto dopo
Sainte-Soline indica che non si tratta di un programma d’azione, ma del
tentativo di capire retroattivamente – con le parole e le forme del pensiero –
ciò che era già stato fatto. Prima il corpo, poi la lingua; prima l’urto, poi la
sintassi. Se la politica dei Soulèvement ha avuto nella presenza fisica, nella
disobbedienza, nel gesto collettivo la sua prima articolazione, è soltanto dopo
lo scontro che si è resa necessaria la costruzione di una grammatica.
L’intelletto viene a posteriori, come forma di sedimentazione, e non come
architettura previa. Questo sovvertimento delle logiche tradizionali del
pensiero militante è forse la chiave più potente dell’Abbecedario: l’azione non
è giustificata dalla teoria, ma la precede. E la teoria non ha lo scopo di
spiegare, ma di accompagnare. Non è una strategia, è una cura.
> Ogni parola usata nel discorso politico è oggetto di contesa: dire
> “ecologista”, “militante”, “resistente”, “attivista” non è mai neutro, è una
> scelta di campo.
In questo senso, l’Abbecedario non è un libro che prepara alla lotta: è il libro
che resta dopo la lotta. E proprio per questo è tanto più prezioso per chi lotta
oggi, altrove. Perché offre un esempio, non un modello. Perché si può prendere,
leggere, copiare, piegare, adattare. E perché contiene una forma di intelligenza
collettiva che non si propone come verità, ma come gesto in comune. In un tempo
in cui la repressione del dissenso si fa ogni giorno più pervasiva, anche in
Italia, e in cui la distanza tra il gesto politico e la sua rappresentazione
pubblica è abissale, l’Abbecedario diventa un oggetto strano e vitale. Una forma
di sapere che non pretende egemonia, ma relazione.
Se oggi chi dissente in modo organizzato – che si tratti di studenti, attivisti
per il clima, operai o lavoratori della cultura – viene schedato, manganellato,
perquisito, accusato di terrorismo, allora ogni parola è già azione, ogni
linguaggio condiviso è già una forma di resistenza, e la pluralità di registri
dell’Abbecedario rispecchia la molteplicità delle condizioni in cui oggi il
dissenso prende corpo: università, assemblee cittadine, campagne, festival,
accampamenti, piazze occupate, reti sindacali, collettivi scientifici.
Questa traiettoria – dall’azione al pensiero, dalla militanza al discorso – è
visibile anche altrove. Nel lavoro teorico di Andreas Malm, ad esempio,
l’urgenza dell’azione contro il cambiamento climatico è posta in forma
dialettica con il pensiero marxista. Come far saltare un oleodotto, pubblicato
in Italia da Ponte alle Grazie nel 2023, è forse l’esempio più esplicito di come
oggi la teoria non possa più restare neutra, e non possa più limitarsi a
descrivere il mondo senza prendere parte alle sue trasformazioni. Malm, come i
Soulèvement, parla delle azioni di sabotaggio (meglio dire “disarmo”) delle
grandi opere come strumento essenziale di lotta climatica e della “violenza”
contro i grandi soggetti industriali come l’unica via per contrastare un sistema
iniquo. Così facendo, l’autore costruisce una giustificazione teorica per gesti
che il sistema giuridico classifica come criminali. E che invece, nella logica
del collasso ambientale, sono azioni di tutela della vita.
La tutela dell’acqua pubblica, il contrasto alla siccità, l’abbandono di un
modello produttivo iniquo sono questioni che non possiamo più ignorare né
sminuire. D’altronde, sono moltissimi gli esempi di letteratura in proposito,
persino troppi in relazione a quanto effettivamente viene fatto dalla politica.
È inquietante, non devo essere io a notarlo ed è persino banale ripeterlo, la
discrasia tra quanto sappiamo e quanto facciamo in merito alla tutela del nostro
ecosistema e degli altri che contribuiamo a invadere o a distruggere.
> L’Abbecedario mostra che si può parlare da posizioni diverse, con stili
> diversi, ma in una stessa direzione, rompendo la gerarchia tra chi pensa e chi
> agisce, tra chi scrive e chi lotta.
Il filosofo giapponese Saito Kohei, nella sua ultima rilettura di successo del
Capitale, pubblicata in Italia da Einaudi, propone un ecomarxismo della
decrescita, vedendo nella rinuncia alla crescita per come è comunemente intesa
in Occidente l’unica possibilità di liberazione. Anche in questo caso il
discorso si fa politico non perché descrive una struttura, ma perché disegna
un’alternativa. Un’ipotesi concreta, capace di parlare non solo agli attivisti
ma anche ai cittadini, ai lavoratori, a chi subisce la crisi climatica senza
strumenti per interpretarla. La teoria non può più essere la premessa
dell’azione: deve essere la sua eco. E proprio come un’eco, portare con sé la
memoria del gesto e allo stesso tempo la sua trasformazione. È un gesto che si
riflette, si moltiplica, si adatta ai contorni di chi ascolta.
L'articolo Che lingua parla la politica militante? proviene da Il Tascabile.
S crivo questo testo mentre nelle piazze italiane – e, a intensità variabile, di
altri Paesi europei – divampano mobilitazioni moltitudinarie e scioperi massicci
in sostegno alla liberazione del popolo palestinese, segnalando una forte crisi
di consenso e di legittimità delle classi dirigenti europee, complici ed
ipocrite di fronte al genocidio, ma prone alla corsa generale al riarmo.
Potrebbe profilarsi all’orizzonte lo spazio per un’alternativa antifascista ed
emancipatrice contro di esse.
Tattiche e pratiche eterogenee, unite via terra e via mare da un unico obiettivo
comune, ma indipendenti le une dalle altre – flash mob, blocchi dei nodi
logistici dell’invio di armi, boicottaggio delle università e delle aziende
israeliane, blocchi delle infrastrutture della riproduzione, disobbedienza
civile, aiuti umanitari, mozioni popolari, minuti di silenzio, minuti di urla,
digiuno degli operatori sanitari – si rafforzano reciprocamente e si compongono
all’interno di un movimento plurale e diversificato.
Già nel triennio 2019-2022, anche il movimento per la giustizia climatica – non
a caso oggi “confluito” nel movimento di solidarietà internazionalista pro-Pal –
aveva saputo combinare pratiche differenti all’interno di una lotta politica,
poi polverizzata dalle impasse della congiuntura di guerra successiva al 25
febbraio 2022. Le “fiammate” degli ultimi mesi non sarebbero certo possibili
senza il lavoro costante e paziente di collettivi, sindacati e associazioni che,
da molti decenni e negli ultimi due anni, hanno tenacemente insistito sulla
lotta al fianco della Palestina, anche quando le manifestazioni rimanevano
isolate, scarsamente partecipate e quando su di esse calava lo stigma
dell’antisemitismo, nell’ambiguità e nei silenzi dei cosiddetti progressisti.
La potenza accumulata nelle piazze dovrà ora costruire una propria continuità,
coniugando l’allargamento con la capacità organizzativa, nella speranza di
incidere sul lungo periodo e nella consapevolezza che in Palestina si consuma,
accelerandola, una tappa di una tendenza imperialistica alla conquista militare
di territori e risorse, sostenuta dalla riconversione bellica delle economie
mondiali.
> La potenza accumulata nelle piazze dovrà ora coniugare l’allargamento con la
> capacità organizzativa, nella consapevolezza che in Palestina si assiste a una
> tendenza sostenuta dalla riconversione bellica delle economie mondiali.
È una “bella” coincidenza che, proprio in questi giorni, sia arrivata nelle
librerie la traduzione italiana di un libro che ci costringe a riflettere in
questa direzione: Né verticale né orizzontale. Verso una teoria
dell’organizzazione politica, di Rodrigo Nunes, pubblicato nel 2021 in lingua
inglese per Verso Books e tradotto da Enrico Gullo per Edizioni Alegre. È
possibile concepire e costruire una dimensione organizzativa che – mimando
l’eterogeneità dei movimenti sopra menzionati – possa combinare tattiche e
strumenti differenti, che si rafforzano a vicenda invece di competere, e
includere molteplici “anime” in tensione tra loro, ma che condividono un
obiettivo strategico di medio periodo? Per l’autore il passaggio teorico-pratico
necessario è quello di “pensare all’organizzazione come a un’ecologia”, in cui
tutte le componenti, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo
ambiente e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre. Solo
così sarà forse possibile integrare a livello organizzativo quella molteplicità
che può convivere (e litigare) in un movimento, ma che solitamente si dà forme
organizzative separate e concorrenti.
La diagnosi di Nunes muove dall’evanescenza dello straordinario ciclo di
mobilitazioni globali del 2011 contro l’austerity e la rendita finanziaria,
defluito velocemente, incapace di costruire una durata all’interno delle piazze
occupate, indifeso di fronte alla torsione reazionaria e securitaria che gli si
è poi contrapposta. La sua sensazione – scrive – è quella di aver mancato una
grande e storica opportunità nel 2011, da cui è poi derivato un progressivo
ridimensionamento dell’orizzonte e un senso di impotenza collettiva. Non a caso,
nel decennio successivo, da più parti sia a livello teorico sia a quello
pratico, è stata riproposta la questione dell’organizzazione, dell’articolazione
e della durata. Da angolature eterogenee, irriducibili e talvolta in contrasto
tra loro, si è discusso negli ultimi anni di “crisi dell’immanenza” e di
“istituzioni plebee” (da una prospettiva neomachiavelliana), di “auto-affezione
mediata della moltitudine” e di “effetto di trascendenza nell’immanenza” (da una
prospettiva neospinoziana), di “insurrezione democratica” e di “dualismo di
potere” (da una dichiaratamente neomarxista).
L’esigenza del nostro tempo, approfondita certo dalla crisi della pandemia e
dalla dispersione che ne è succeduta, pare quella di “articolare” quei termini
che, in altre epoche storico-filosofiche, sono stati invece separati: natura e
politica, immanenza e trascendenza, orizzontale e verticale, unità e
molteplicità, insurrezione e democrazia, autonomia ed egemonia, micropolitica e
macropolitica. La gradazione di questo dosaggio, nonché la concettualità più
idonea a esprimerla, resta questione viva e aperta, discutibile più nella
pratica che nella teoria. Ed è all’interno di questo dibattito, che si colloca
il libro di Nunes, redatto proprio tra la fine degli anni Dieci e la pandemia da
Covid-19.
> Per l’autore è necessario “pensare all’organizzazione come a un’ecologia”, in
> cui tutte le componenti, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo
> ambiente e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre.
Nunes non si abbandona a fantasticherie o idealizzazioni sulla creazione di una
“nuova organizzazione” ma, con un approccio mirabilmente pragmatico, è piuttosto
impegnato a ripensare relazioni più virtuose ed efficaci tra le organizzazioni
già esistenti. Non si tratta, infatti, di “creare” ex novo un’ecologia, perché –
aderendo all’ontologia relazionale di Spinoza – ogni soggetto (individuale o
collettivo) esiste e agisce sempre e soltanto all’interno di una rete di
interdipendenze, attraversato e influenzato dalle affezioni esterne e
dall’ambiente circostante più prossimo, che lo arricchiscono o lo contengono.
Ciascuna cosa consiste, infatti, in un’integrazione di molteplici parti entro e
attraverso una struttura di relazioni che stabilisce l’equilibrio e i limiti di
quella composizione, e che a sua volta è parte di una composizione a un livello
ulteriore. La proposta teorica di Nunes è allora quella di trasformare questa
ontologia transindividuale in azione politica e ripensare a ciò che già esiste
(in primis noi stessi e i gruppi di cui siamo parte) in termini ecologici,
dunque nutrire cooperazione, reciprocità e condivisione di risorse tra nuclei
organizzativi differenti ma accomunati da una strategia condivisa, enfatizzando
i legami che connettono gli uni agli altri.
Da un lato, all’interno di questa ecologia organizzativa, non vige
un’orizzontalità piatta ed esasperata che annulla ogni differenza (di posizione
oggettiva nella struttura sociale e di preparazione politica soggettiva) tra i
nuclei, bensì vi sono prevalenti che possono (e devono) assumere la funzione di
avanguardia in una data congiuntura e punti strutturalmente significativi della
totalità sociale (alcuni più di altri) che possono destabilizzare il sistema.
Dall’altro lato, di fronte ai limiti dell’orizzontalismo e dell’assemblearismo,
non è certo sufficiente richiamare la necessità di un’ecologia organizzativa
maggiormente articolata e integrata, ma vanno affrontanti anche tutti i limiti
che, sull’altro versante, la dimensione organizzativa ha mostrato nel corso del
Novecento, attirando su di sé sospetti e critiche.
Nunes vuole dunque offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma
dell’organizzazione: se per Nunes tale paura dell’organizzazione è storicamente
legata alla torsione autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione
identitaria dei vari gruppi della sinistra radicale alle nostre latitudini ha
perpetuato quel trauma anche tra le più giovani generazioni. Si può allora
ripensare l’organizzazione non come la cristallizzazione di un’identità
omogenea, da difendere dalle minacce esterne, ma come l’assemblaggio di parti
molteplici in una potenza collettiva e la concentrazione di questa potenza su
dei punti strategici condivisi. Obiettivi comuni e strategia condivisa segnano
dunque un perimetro entro cui tattiche e “anime” differenti possono non solo
coesistere, bensì arricchirsi reciprocamente: convergere. Per quanto
nell’astrattezza di un libro teorico – il metodo di Nunes suggerisce il netto
realismo di partire dalle forze già esistenti e dalla pratica dell’obiettivo
comune.
All’interno di un’ecologia organizzativa, l’agire politico viene concepito nei
termini dell’azione distribuita. Non si tratta né di un’azione aggregata, quella
che viene spontaneamente ripetuta da molti soggetti senza alcun tipo di
coordinamento, né di strategia comune, né di un’azione collettiva, pianificata
intorno a un centro decisionale che ne stabilisce modi e tempi dell’esercizio. A
lato di questi speculari eccessi – eccesso di dispersione e differenze non
coordinate da un lato, di centralizzazione verticistica dall’altro – l’azione
distribuita è promossa da un nucleo della rete e assunta dagli altri nuclei,
ciascuno secondo le proprie caratteristiche, scale e temporalità, che in questo
modo integrano e modificano lo stimolo iniziale.
> Nunes non si abbandona a fantasticherie sulla creazione di una “nuova
> organizzazione”, ma, con un approccio mirabilmente pragmatico, è piuttosto
> impegnato a ripensare relazioni più virtuose ed efficaci tra le organizzazioni
> già esistenti.
Un nucleo prende un’iniziativa, lancia un percorso e delle parole d’ordine,
aprendo uno spazio in cui altri nuclei posso a loro volta intervenire e
contribuire. Lo stimolo iniziale “condiziona ma non determina” il processo che
ne segue, secondo una logica relazionale e non proprietaria dell’azione
politica. Si genera così un sistema di scambi e risonanze, in cui la
funzione-di-avanguardia del nucleo che per primo innesca l’azione non è visto
con sospetto o gelosia, e in cui una molteplicità di nuclei portano avanti una
lotta comune in forme variegate, su una scala spaziale e temporale più ampia di
quanto un singolo nodo potrebbe fare. I processi organizzativi non sono piatti e
orizzontali, ma al loro interno si differenziano tempi e modi diversi di
attività, funzioni e capacità differenti: tali differenze possono essere
sfruttate per la crescita e l’avanzamento dell’ecologia e la leadership può
circolare da un nucleo all’altro a seconda delle fasi.
Porre il focus sull’azione distribuita permette di partire non da quel che ci
dovrebbe essere, ma da quel che c’è già, un irriducibile dato di pluralità
ecologica, e sottoporlo alla disamina dei nostri obiettivi, non delle nostre
identità. Effettivamente, nelle dinamiche “orizzontaliste” del movimento, i
nuclei spesso si chiudono risentiti in sé stessi quando un altro prende
l’iniziativa senza previo avviso e consenso di tutti gli altri, o senza averne
prima discusso insieme, e così si perdono lo spazio di opportunità e
“traducibilità” che quella ha aperto. O, altrettanto spesso, i vari collettivi
competono nella gara a chi per primo promuove un’iniziativa, invece di
concentrarsi sulla possibile moltiplicazione e risonanza che ogni azione genera.
L’azione distribuita vorrebbe dissolvere questa competizione identitaria e il
tic – tipico di una condizione di impotenza – di accusarsi o sfidarsi l’un
l’altro.
Di fondo, l’orizzontalismo prevederebbe, nel suo ideale, che ogni decisione
venga presa nell’assemblea generale alla presenza di tutte e tutti. Il principio
(sano) della massima condivisione e allargamento scade nella tendenza (malsana)
a rimandare le decisioni all’infinito, quando tutte/i sono presenti e vi è il
tempo di discutere di tutto. Questo feticismo della presenza e sete di
inclusività illimitata riproduce, secondo la critica di Nunes, quel principio di
trascendenza della sovranità contro cui vorrebbe invece battersi. La presenza di
tutte/i in assemblea configura infatti un’entità trascendente e separata, come
se fosse qualcosa di superiore alle relazioni che la creano, che deve
continuamente difendersi dalle minacce (esterne e interne) e affermare il
proprio potere decisionale (fosse anche, per esempio, la decisione della data di
un’iniziativa pubblica) nello spazio dell’ecologia con gli altri nodi.
Come si organizzano insieme i vari nuclei, senza fare assemblea sempre tutte/i
insieme? Pare questa dunque una domanda che il libro ispira, senza darvi una
risposta esaustiva. O – per slittare dal “come” al “chi”, sebbene non sia certo
un passaggio lineare – chi articola l’ecologia e il processo convergente?
Domande che reinterrogano la necessità di una mediazione capace di tessere e
articolare insieme i differenti nuclei. Nunes distingue una mediazione come
forma da una mediazione come forza, e optando per questa seconda, si distanzia
dalle posizioni che vorrebbero elevare una certa forma (il partito) o un certo
simbolo a cerniera tra le varie parti in gioco. La mediazione non è più
concepita come una sintesi superiore tra due termini contrari, bensì come un
equilibrio metastabile tra forze molteplici, variabile a seconda della
situazione in cui si trova ad agire, che conserva tutte le forze in gioco in una
certa proporzione.
Come in fisica due forze A e B che premono in direzioni opposte non si negano
l’un l’altra, ma possono coesistere in un punto di equilibrio, allo stesso modo
un’organizzazione politica non è chiamata a scegliere tra un picchetto, un
comizio, uno spazio sociale o una petizione parlamentare, bensì può combinare
differenti espressioni di una lotta a seconda delle condizioni date. “Se non è
possibile avere tutto insieme (massima identità e massima apertura, massima
centralizzazione e massima democrazia, massima autonomia e massimo
coordinamento…), è necessario averli in misure diverse e in punti diversi,
bilanciati a seconda delle esigenze dell’occasione” (p. 107).
> Nunes vuole offrire una terapia filosofica al cosiddetto trauma
> dell’organizzazione: se tale paura è storicamente legata alla torsione
> autoritaria dei Paesi socialisti, l’inclinazione identitaria dei vari gruppi
> della sinistra radicale ha perpetuato quel trauma anche tra le più giovani
> generazioni.
Mediazione non suona allora come compromesso tra le parti, ma come distribuzione
dei ruoli e differenziazione funzionale. Senza un’assemblea generale che debba
ratificare ogni passaggio e decisione, ciascun nucleo svolge le proprie funzioni
(chi indice il picchetto di fronte ai luoghi di studio o lavoro, chi gestisce
uno spazio sociale, chi offre supporto legale alle occupazioni abitative, chi
conduce una mozione in consiglio): un nodo può svolgere più ruoli
contemporaneamente, magari a intensità differenti, ma nessuno li svolgerà tutti,
né ci sarebbe il bisogno di farlo. E se alcuni nuclei svolgono una medesima
funzione, le loro tensioni possono anche rivelarsi generative e sane, se nessun
nucleo mira a depotenziare l’altro. All’interno dell’ecologia, convivono infatti
più risposte possibili: se si pensa che esista una sola risposta possibile, si
compete contro gli altri nodi al fine di estirpare le false alternative; se si
ammettono più soluzioni possibili, si è meno incentivati a competere e più a
cooperare.
“Pensare davvero le proprie azioni in termini ecologici – secondo Nunes –
significa essere meno aggrappati alla propria immagine di sé” (p. 221): vale a
dire, più concentrati sulle proprie funzioni che sulle proprie posizioni
identitarie, e agire tenendo conto degli altri nuclei della rete, proponendosi
di creare vantaggi e opportunità gli uni per gli altri. Le azioni molteplici
possono rafforzarsi reciprocamente: la “differenziazione funzionale” è uno dei
principi di un’ecologia, in cui ci sono diversi e vari ruoli (il rebel, azione
diretta e conflitto; l’organiser, l’organizzatore politico; gli helpers; gli
advocates, o figure istituzionali) e in cui maggiore è la differenziazione e la
specializzazione dei singoli nuclei, più l’ecologia si espande ed è in salute.
La concezione di mediazione come distribuzione equilibrata di forze non risolve,
nel libro di Nunes, interamente la questione del coordinamento strategico tra le
varie parti: chi coordina, se certo il coordinamento non può darsi
spontaneamente, ma nemmeno può farlo un’assemblea costante di tutte le parti in
gioco? Un nucleo tra gli altri dell’ecologia? Un nucleo separato dell’ecologia,
deputato a questa funzione? Come si forma quell’unità di azione strategica tra
nuclei che tendono alla dispersione? Un mancato chiarimento di questi
interrogativi ha reso spesso precarie le ecologie che abbiamo visto formarsi. La
riflessione di Nunes mette per lo meno sulla strada giusta. Cinque indicazioni,
in particolare, possono essere ricavate.
1) In primo luogo, una critica dell’immediatezza, tanto delle filosofie che la
sostengono, quanto di quelle pratiche che la rivendicano. Se oggi è sempre più
comune affermare il primato delle relazioni (la posizione teorica secondo cui
ogni ente è costituito dalle sue stesse connessioni e soltanto nelle relazioni
possa esistere, esprimersi o trasformarsi) contro ogni sostanzialismo ed
essenzialismo, questa posizione spesso coesiste con una forte richiesta di
immediatezza: l’idea secondo cui tutte le mediazioni debbano essere eliminate e
che le differenze e le singolarità debbano esprimersi così come esistono “di per
sé”. Si tratta di due posizioni inconciliabili. In virtù del fatto che ogni
azione ed espressione è una composizione di molteplici parti, vincolate le une
alle altre in un qualche punto di equilibrio, la struttura di questi “vincoli”
determina una mediazione che connette le parti tra loro ma, al tempo stesso, le
limita. Non è possibile collocarsi all’interno di un’ecologia e, insieme,
rivendicare la piena e istantanea espressione di sé (che sia in una chat, in un
coordinamento o in un’azione). Concepirsi come parzialità significa accettarsi
come parzialità, rinviare la propria espressione ai momenti e alle forme
adeguati agli altri termini della relazione. Un eccesso di immediatezza
determina un sovraccarico del sistema e, con esso, un effetto di entropia non
desiderato. L’ecologia è quella mediazione che espande e arricchisce l’essere
delle sue parti soltanto se queste ne accettano i limiti. Ne deriva quella che
potremmo riassumere come la “positività del limite”: si rinuncia a una libertà
parziale e immediata, per conquistare una forza maggiore. L’autolimitazione
reciproca delle parti di un’ecologia è quella pratica su cui si gioca
l’efficacia di una struttura: la capacità di valorizzare e non di reprimere la
massima forza di ciascun nucleo che ne fa parte.
> All’interno dell’ecologia convivono più risposte possibili: se si pensa che
> esista una sola risposta si compete contro gli altri nodi al fine di estirpare
> le false alternative; se si ammettono più soluzioni possibili, si è meno
> incentivati a competere e più a cooperare.
2) Limiti interni, che sono a loro volta posti dai limiti complessivi della
congiuntura: il problema machiavelliano per eccellenza di adattarsi alle
circostanze esistenti e non pensare che tutto sia sempre illimitatamente
possibile. Contro la melancolica difesa di una qualche purezza ideologica, la
consapevolezza di agire all’interno di limiti determinati e la necessità di far
presa sulla realtà esterna orienta l’azione all’efficacia e, dunque,
all’esigenza di non disperdere o allontanare le forze che condividono i
nostri stessi obiettivi strategici. L’adattamento non è sinonimo né di
opportunismo conciliante, né di cinismo amorale, ma si inscrive in un progetto
di trasformazione della società. Come suggerisce Nunes, si tratta di “espandere
il regno delle possibilità, cioè i fini, nelle condizioni date”: “non si tratta
solo di agire nei limiti dati, ma di agire su quei limiti per trasformarli” (p.
328). Il comportamento collettivo o aggregato non può essere troppo lontano
rispetto alle condizioni esistenti o non sarà praticabile (forse l’eccesso di
soggettivismo della sinistra rivoluzionaria negli ultimi decenni), né troppo
vicino da perdere ogni distanza critica e obiettivo trasformativo (il problema
della sedicente sinistra tecnocratica e riformista). Si tratta di mirare al
“massimo del cambiamento possibile nei limiti esistenti” (p. 344). Il realismo
si traduce non in una politica della prudenza estrema e dello stare dentro
limiti stabiliti, ma in una politica sperimentale: “essere radicali in rapporto
a una circostanza concreta”, sostenere e amplificare ciò che già esiste
nell’ecologia, facendo attenzione a non danneggiare le condizioni che rendono
possibili le azioni altrui.
3) Egemonia e cura, spinta e ascolto, non sono necessariamente pratiche
alternative, ma possono combinarsi all’interno di relazioni ecologiche. Ogni
attore può esercitare legittimamente il massimo di egemonia di cui è capace
sugli altri nuclei, ossia il proprio potere di influenzare il corso
dell’ecologia, ma al tempo stesso prendersi la massima cura di non metterla a
repentaglio. Da un lato, qualunque spinta deve andare nella direzione
dell’obiettivo comune e sostenere il processo, senza ambire a controllarlo
interamente. Dall’altro, si riconosce l’egemonia – con la correlata “funzione”
di leadership – come un aspetto ineliminabile della politica. Dare avvio a un
comportamento collettivo ed “essere seguiti” non si traduce nella volontà di
costringere gli altri a fare una cosa, ma in quella di moltiplicare la potenza
collettiva su dei punti di lotta specifici, concentrati e non eccessivamente
dispersi (qui la differenza tra funzione-di-leadership e
posizione-di-leadership). Spingere i nuclei di un’ecologia verso un’azione fa
parte di un’ecologia in salute, attraversata da inevitabili tensioni interne,
quando questo non è finalizzato alla riproduzione di un’identità, ma alla
concentrazione della potenza collettiva su qualche punto strategico, e si
accetta che la propagazione di quell’azione non sia interamente allineata
all’input iniziale.
4) Partito ed ecologia organizzativa non sono la stessa cosa. Il partito non
rappresenta né la totalità dell’ecologia, la riunione di tutte le istanze, né la
forma più avanzata della coscienza (e dell’organizzazione) della molteplicità.
Nunes rinuncia a queste concezioni tradizionali del partito e lo circoscrive a
una funzione per lo più comunicativa: il partito come megafono mediatico, dedito
alla necessità di influenzare un’opinione pubblica esterna ai circuiti
dell’attivismo, all’occupazione degli spazi mediatici mainstream, ad articolare
interessi differenti in un’identità comune al di là di quelle già esistenti, e
dunque a guadagnarsi il sostegno di quelle parti di società non politicamente
attive.
Il partito raccoglie le istanze dei nuclei dell’ecologia, riceve da questi
direzionalità strategica con apertura e flessibilità, al pari di ogni nucleo
dell’ambiente condiviso, ma ciò che lo distingue dagli altri è la funzione
precipua di comunicare quelle istanze all’esterno dell’ecologia, nei settori
non-organizzati, dunque di fare mediazioni tra settori differenti e ottenere
consensi trasversali. Non significa che questa funzione sia svolta solamente e
interamente dal partito, ma che il partito ha questa come funzione principale,
in un quadro di distribuzione delle funzioni sopra menzionato. Nunes esce dunque
dallo schema tipico di un certo pensiero della sinistra radicale, quello della
“verticalizzazione”: non si tratta di verticalizzare le lotte sociali nel campo
della rappresentanza, ma di amplificarle nel campo della lotta mediatica e
ideologica e di permettere così che queste crescano e diano maggior forza al
partito stesso.
> Non si tratta di verticalizzare le lotte sociali nel campo della
> rappresentanza, ma di amplificarle nel campo della lotta mediatica e
> ideologica e di permettere così che queste crescano e diano maggior forza al
> partito stesso.
Nel far menzione del partito e della sua funzione, Nunes non chiarisce né il
problema del rapporto con lo Stato né propone un’analisi dei media su cui
combattere la lotta ideologica. Se da un lato viene rifiutata la posizione
appellista secondo cui il potere non risiede più nelle istituzioni dello Stato,
dall’altro viene accolta una certa parte di questa posizione, come dimostrato
dal fallimento del governo greco nel 2015 e dall’espansione globale delle catene
del valore, che supera ogni spazio di sovranità politica. Per quanto limitato,
il potere delle istituzioni pubbliche non è annullato e anzi ancora esercita una
tutela fondamentale degli interessi del capitale e la riproduzione della
forza-lavoro. Il potere dello Stato e la sua “autonomia relativa” sono emersi
durante la fase più acuta della pandemia. Nell’attuale e profonda
disarticolazione e competizione tra le istituzioni e i poteri dello Stato, forse
bisognerebbe chiarire a quale livello istituzionale possa collocarsi una
strategia della trasformazione sociale. Né, forse, si può parlarne in astratto,
ma ogni Stato presenta differenti caratteristiche istituzionali e attuali
condizioni di esercizio del potere. Allo stesso modo, il funzionamento
dell’arena mediatica viene menzionato ma non approfondito. La discussione
collettiva del libro potrà forse riprendere alcuni di questi problemi.
5) Separare interno ed esterno non pare più realmente possibile, né tanto meno
utile: isolare un soggetto politico dall’ambiente esterno, o pensarlo come
sovrano di quello spazio (imperium in impero) e capace di plasmarlo interamente,
è fallace e illusorio. Un sistema è sempre trasformato e modificato dalle
informazioni e dagli stimoli esterni. Auto-organizzazione è sempre, in parte,
etero-organizzazione, se una molteplicità di elementi all’interno di un ambiente
condiviso si influenzano gli uni con gli altri, aprendo o limitando il campo di
possibilità degli altri. Ne risulta che l’organizzazione sia sempre un dosaggio
contingente e variabile, a seconda della congiuntura, di auto- ed
etero-organizzazione, non la prevalenza di un termine sull’altro. Lo spinozismo
di cui abbiamo bisogno oggi ci mostra proprio questa reciprocità del dentro e
del fuori: molteplicità ed eterogeneità sono punti di forza se articolate
all’interno di un dispositivo di etero-determinazioni reciproche, in cui
ciascuna parte è al tempo stesso arricchita e limitata dalle altre.
L'articolo Né orizzontale né verticale di Rodrigo Nunes proviene da Il
Tascabile.
“H i, how are you?”.
Non so cosa l’abbia portato a scrivermi. Quando gli rispondo non so nulla di
lui.
Per mesi l’algoritmo di Instagram ha continuato a suggerirmi i profili di
giornalisti gazawi, quelli che negli ultimi due anni hanno lavorato sotto le
bombe. Il peso emotivo della loro duplicità è enorme: il loro mestiere li
costringeva a stare nello stesso tempo dentro e fuori dalla guerra. Uscivano a
scattare e a intervistare, spostandosi a piedi per ore e ore per raccontare una
storia, perché la benzina non c’era o costava troppo. Ma quando tornavano a casa
e si liberavano del giubbotto antiproiettile non trovavano un posto sicuro. I
bombardamenti e le sirene non erano meno lontani, bucavano le orecchie come di
giorno, come quando si lavorava sul campo. Molti di loro hanno raccontato su
Instagram e su Al Jazeera i loro stessi spostamenti forzati. Da Sud a Nord, e
poi di nuovo da Nord a Sud, e poi chissà dove. I loro figli, gli oggetti
lasciati a casa e quelli caricati nel retro di una macchina, la fame. Diventare
target dei proiettili israeliani. La loro stessa vita quotidiana, nella sua
concretezza, è diventata materiale giornalistico prezioso, in una lingua di
terra blindata da tutti i lati, il cui accesso è interdetto da due anni a
qualsiasi giornalista internazionale.
Il suo profilo di Instagram mi sembra simile a quello di tanti giornalisti che
ho incrociato durante questa guerra. “I’m fine”, gli rispondo. “Are you a
journalist?” Mi dice che no, non è un giornalista. È uno studente. “Do you live
in Gaza?”, gli chiedo ancora. “Yes, I am in Gaza”. Si chiama Malik, ha 17 anni.
Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve essere impossibile vivere
sotto assedio giorno dopo giorno, impossibile, in quelle condizioni, restare
lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente sotto il proprio sguardo.
Stava cercando un varco, voleva intercettare qualcuno che vive fuori per
stemperare il peso dell’angoscia. Da quel giorno è un amico di penna.
Malik Abu Raida fa parte della generazione più giovane dei gazawi, quella
sottoposta dalla nascita al blocco israeliano cominciato nel 2007. È originario
di Bani Suheila, un’area nella regione di Khan Younis, nel sud della Striscia.
La scuola è tra le prime cose che mi racconta. Il 7 ottobre 2023 aveva 15 anni.
Gli piaceva studiare. Anche la sua scuola, come la sua casa, è stata rasa al
suolo. Ne vedo le macerie nel reel che ha pubblicato mesi fa sul suo profilo. Lo
scorso dicembre l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di
Bani Suheila. Nell’ultimo anno lui e la sua famiglia sono stati costretti più
volte a prendere tutte le loro cose e a cercare un posto nuovo dove stare. Da
est a ovest, dalla casa di famiglia a quella della nonna, semidistrutta dai raid
israeliani. Da Rafah ad Al-Mawasi.
Il “displacement”, lo sradicamento dalla propria terra per volere dell’esercito
israeliano, è un trauma antico. I due terzi della popolazione di Gaza sono figli
e nipoti di famiglie evacuate dalla Palestina storica durante la Nakba, l’esodo
forzato della popolazione araba palestinese alla nascita dello Stato di Israele.
I nonni di Malik sono originari di Jaffa, nella Palestina storica. Jaffa era una
città importante per il popolo palestinese, è menzionata nella Bibbia e nella
mitologia greca. Per i palestinesi più anziani è un punto di riferimento nella
geografia fisica e in quella affettiva.
> Si chiama Malik, ha 17 anni. Probabilmente mi ha scritto per noia, perché deve
> essere impossibile vivere sotto assedio giorno dopo giorno. Impossibile, in
> quelle condizioni, restare lucidi occupandosi solo dell’inferno immediatamente
> sotto il proprio sguardo.
Poi ci fu il 1948. Jaffa fu assorbita in quella che oggi è Tel Aviv, e i
palestinesi rimasti subirono una damnatio memoriae: cancellata la loro identità,
violata la loro storia, riscritta la loro geografia. Degli oltre 120.000
palestinesi di Jaffa, soltanto 3.900 sopravvissero alla pulizia etnica di
Israele. Vennero confinati nel quartiere Ajami, nella parte meridionale della
città, ed esclusi da qualunque processo decisionale. Prigionieri nella loro
stessa terra d’origine. Per gli altri fu la diaspora: in Giordania, in Libano,
in Siria, nella Striscia di Gaza, nei campi profughi.
Ho chiesto a Malik di raccontarmi questa storia. Si è preso del tempo e mi ha
lasciato un lungo messaggio pieno di dettagli, riportandomi i racconti del
bisnonno e le proprie considerazioni su quello che è accaduto dopo la Nakba,
dopo “la catastrofe”. Ibrahim, il nonno di sua madre, aveva 25 anni quando i
primi ebrei arrivarono nell’area di Jaffa. Allora i palestinesi lavoravano nelle
coltivazioni di arance succosissime e la vita era semplice e meravigliosa. Ben
presto i nuovi arrivati cominciarono a organizzarsi in gruppi violenti e a
depredare, invadere città e villaggi, prendere possesso delle terre con l’uso
della forza. I pionieri sionisti tentarono da subito di espandere il proprio
territorio costruendo insediamenti aldilà dei confini proposti per lo Stato di
Israele, con l’obiettivo di rivendicare tutta la Palestina per sé. I nativi
palestinesi non avevano armamenti in grado di competere con la forza degli
israeliani e non poterono fare altro che soccombere. Ma il diritto a ritornare è
un sentimento di tutto coloro che hanno dovuto lasciare la propria casa, anche
ora che, con il genocidio, lo sradicamento è diventato duplice o triplice.
Dopo avergli raccontato questa storia, Ibrahim ha messo tra le mani del nipote
la chiave della casa di Jaffa, lasciata per sempre durante la Nakba. La chiave
di casa è il simbolo di quel diritto al ritorno che non può essere messo in
discussione neanche dalla più atroce forma di violenza. Malik mi ha scritto:
“Dobbiamo dirci chiaramente che lo Stato di Israele è nato sul sangue di bambini
e donne e sul massacro di persone innocenti”. Le sue parole sono piene di
rabbia, una rabbia fiera, consapevole. Gliela faccio notare, e lui mi chiede
cosa penso di quella rabbia. Penso che sia il suo modo di sfidare un presente
che lo vorrebbe incatenato e passivo. Che sia ciò che restituisce dignità a un
ragazzo in tempo di guerra, il modo in cui lo slancio vitale si conserva e
continua a sollevare la polvere.
Molti palestinesi esiliati nel 1948 ricordano la grande menzogna che la Nakba ha
lasciato dietro di sé: la promessa che in pochi giorni sarebbero tornati nella
loro terra non fu mai mantenuta, e non può esserlo ora più che mai. Quando Malik
mi ha raccontato questa storia, mi ha scritto “stiamo ancora aspettando di
tornare”. Ho pensato alla potenza di quel noi. Una storia così importante non
può restare dentro i confini della pelle di chi l’ha subita, esonda nei corpi di
figli e nipoti, trabocca fuori dall’individuo e diventa identità collettiva, un
calco nell’anima di un popolo in grado di trapassare le generazioni, come la
chiave di quella casa che non c’è più.
> Il diritto a ritornare è un sentimento di tutti coloro che hanno dovuto
> lasciare la propria casa, anche ora che, con il genocidio, lo sradicamento è
> diventato duplice o triplice.
E ora accade di nuovo. Quando Malik e la sua famiglia hanno lasciato Bani
Suheila, non sapevano se sarebbero tornati a casa, né quando questo sarebbe
accaduto. Hanno raccolto le cose essenziali e hanno lasciato il villaggio.
“Quando ce ne siamo andati io mi sentivo morire in ogni istante”. Da nove mesi
vivono in una tenda ad Al-Mawasi e aspettano. L’attesa è la cifra della loro
esistenza. Il pensiero del ritorno a casa affiora anche adesso che quella casa è
un cumulo di macerie. Si spera di tornare perché lì ci sono radici e legami,
perché la terra che ci vede nascere non può essere sostituita da nessun altro
rifugio, soprattutto se costruito nella precarietà, sotto costrizione, tra le
bombe. Se la vita è ridotta all’attesa in una tenda fragile e nessuna routine è
più praticabile, anche il pensiero è esule e non trova riposo. “Penso tanto e mi
sento sopraffatto”, mi ha scritto. “Non riesco più a concentrarmi”.
Conversazione dopo conversazione, sono entrata nella quotidianità ristretta
dall’occupazione. Nell’area umanitaria di Al-Mawasi, le mattine di Malik sono
dedicate allo studio: lascia la tenda troppo rumorosa, si siede in uno dei tanti
“cafe” che punteggiano la costa e segue le lezioni online tenute da insegnanti
di Gaza e della Cisgiordania. Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono
programmi scolastici strutturati e ognuno ha trovato il proprio modo per
continuare a studiare. Da pochi giorni è stato ammesso nella scuola in presenza,
nata vicino alla tendopoli in cui vive. C’era tanta gioia in questa notizia. Ha
aspettato nove mesi prima di riuscire a entrare in quella lista di studenti,
perché i ragazzi sono troppi e queste scuole di fortuna nate durante il
genocidio troppo poche. Deve essere stato doloroso, per un ragazzo studioso come
lui, rinunciare alla scuola e imparare a studiare da solo, come in un lockdown
più crudele e imprevedibile.
Ha imparato a fare i conti con la mancanza e la rinuncia forzata. Quando leggo
le sue considerazioni, mi chiedo come faccia a conservare la lucidità nonostante
ciò che ha dovuto vedere. Studia, procura il cibo per la famiglia, parla con le
persone, pianifica il suo futuro. Si è fatto portavoce di Gaza per giornalisti
internazionali che gli hanno chiesto delle interviste. Lo ha fatto con
gentilezza, ma anche con quella rabbia quieta e lucida. Una rabbia che non fa
sconti e mette al muro anche me.
Mi ha raccontato della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione con
sede nel Delaware, sostenuta da Stati Uniti e Israele, che lo scorso maggio ha
criminalmente monopolizzato la distribuzione di cibo nella Striscia, sopprimendo
tutte le altre associazioni umanitarie (circa 200) con l’obiettivo di gestire a
proprio modo la faccenda degli aiuti, per centellinare le calorie ammesse nella
Striscia e proseguire il programma di affamamento della popolazione di Gaza. Le
attività della fondazione sono partite con uno scopo programmatico chiaro:
soddisfare il bisogno di cibo a Gaza. Ma per tutti i mesi in cui
l’organizzazione ha operato sono rimaste molte opacità: non sono mai state
chiarite le fonti di finanziamento, né perché abbia impiegato dei contractor
americani armati per delle attività di natura ufficialmente umanitaria.
Il meccanismo di distribuzione degli aiuti, inoltre, è avvenuto con l’uccisione
sistematica dei palestinesi che si dirigevano verso gli hub della fondazione:
per tutto il periodo in cui la GHF ha operato, dallo scorso 27 maggio, i soldati
israeliani hanno sparato in maniera indiscriminata sui civili accalcati, con
l’obiettivo dichiarato di disperdere la folla che cresceva quando i siti di
distribuzione venivano aperti. Secondo fonti palestinesi, tra il 27 maggio e il
20 giugno attorno ai siti della GHF sono stati contati circa trecento morti. La
Striscia di Gaza ha un’area complessiva di circa 400 chilometri quadrati. Su
questo territorio, prima dell’arrivo della GHF erano distribuiti circa 400 siti
di aiuti umanitari adesso chiusi. Con l’inizio delle attività della GHF, i siti
di distribuzione si sono ridotti a quattro, tutti controllati dai militari, e
nessuno dei quali nel nord della Striscia: questo ha precluso l’accesso al cibo
a una porzione non indifferente della popolazione che è morta di fame o si è
ammalata per denutrizione.
> Da quando Gaza è sotto assedio non ci sono programmi scolastici strutturati e
> ognuno ha trovato il proprio modo per continuare a studiare.
Uno dei quattro siti della GHF è nei pressi di Al-Mawasi. Malik ci è andato più
volte, spinto dalla fame della sua famiglia. È il più grande dei fratelli e
sente un forte senso di responsabilità verso di loro. In questi casi ha
trascorso la notte in spiaggia per poter raggiungere il sito il prima possibile
il giorno dopo, prima del levare del sole. La regola delle grandi distribuzioni
della GHF è “first come first served”, perciò occorre arrivare il prima
possibile, anche rinunciare a dormire per l’intera notte se necessario. “La
prima volta che ci sono andato non avevo idea di cosa mi aspettava ed è stato
tragico”, mi ha raccontato. Mi manda i video che ha fatto. “Quando sono
arrivato, ho visto che continuavano a sparare. Hanno sparato alla testa della
persona che mi stava accanto”. Conosco tutto questo attraverso l’informazione
italiana, ma quando il suo racconto arriva, dal corpo di un sopravvissuto a quel
laboratorio di massacri, mi trova impreparata.
Per un tragico effetto domino, la fame e l’insufficienza degli aiuti hanno
generato altre dinamiche nella Striscia. Ad esempio il mercato di cibo illegale.
C’è chi riesce a fare scorta di cibo dalla GHF e rivende quanto ottenuto a
prezzi altissimi. Dal momento che non ci sono banche aperte, anche il prelievo
di denaro da conto bancario avviene tramite intermediari che impongono
commissioni altissime. Nel periodo peggiore, durante la carestia dello scorso
inverno, Malik ha visto le commissioni arrivare al 53%.
Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Gli
chiedo di dirmi uno dei suoi più grandi sogni. Mi risponde senza esitazione. “La
fine della guerra, lasciare Gaza”. Probabilmente avrebbe amato vivere per tutta
la vita a Khan Younis, a pochi passi dal mare. Mi chiede quanto tempo passerà
prima di riabituarsi alla vita dopo questa lunga apnea di annullamento. Se
lasciasse Gaza si porterebbe dietro il peso della doppia assenza, l’inevitabile
marchio del rifugiato, che lo renderebbe estraneo alla propria terra di origine
una volta partito, e che lo renderebbe estraneo al Paese di arrivo perché nulla
sarà mai come Gaza, né come gli anni dell’infanzia trascorsi a Bani Suheila, tra
la scuola, la strada e la moschea, quando il pensiero della morte non aveva un
odore conosciuto.
È difficile immaginare un “dopo” anche se questo “dopo” avvenisse dentro una
lingua di terra annientata. Lo scorso agosto l’Organizzazione delle Nazioni
Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha condotto una valutazione
analizzando delle immagini satellitari della Striscia di Gaza. Già allora, il
98,5% dei terreni coltivabili era danneggiato o inaccessibile. Dopo il cessate
il fuoco, è stato stimato che circa l’80% dei palazzi di Gaza sono danneggiati o
distrutti, e che il 90% delle strade sono inaccessibili o non ci sono più. Malik
sa bene che oltre l’area umanitaria di Al-Mawasi ci sono chilometri e chilometri
di macerie: 40 milioni di tonnellate, secondo le stime di UNOSAT (United Nations
Satellite Centre). E che il ritorno alla vita sarà difficile e doloroso. “Sarò
una persona diversa,” mi scrive alla fine. “Cercherò di abituarmi di nuovo alla
vita, voglio scoprire le mie capacità, voglio imparare meglio l’inglese, voglio
costruire una nuova routine” ‒ bisogni fondamentali che per mesi ha dovuto
dimenticare. “E voglio ricordare al mondo il sacrificio della popolazione di
Gaza e denunciare i crimini di Israele. Lascerò ovunque il mio segno di
palestinese sopravvissuto al genocidio”.
> Quando siamo stanchi di parlare di guerra giochiamo al “question game”: una
> domanda per ciascuno, a cui dobbiamo rispondere in maniera secca e sincera. Mi
> ha chiesto: cosa pensi del 7 ottobre?
Le categorie mobilitate dall’Occidente per descrivere i palestinesi prima che
tutto cominciasse, ma soprattutto dopo, hanno disumanizzato un popolo e lo hanno
reso invisibile, assecondando il progetto coloniale di Israele. La questione
palestinese viene trattata come lo scomodo collaterale di un conflitto storico
in cui loro, comunque vada, non hanno mai voce. Da quando un filo invisibile mi
lega a Malik, passo tante ore ad ascoltarlo. “Il mondo osserva in silenzio ciò
che sta accadendo oggi,” mi ha scritto “ritardando qualsiasi vera soluzione o la
creazione di uno Stato palestinese. Ma quanto accaduto a Gaza il 7 ottobre, e
tutto quello che c’è stato dopo, è il risultato del silenzio del mondo e della
sua negligenza nei confronti della causa palestinese”. La sua voce è la voce di
un popolo che non ha paura di raccontarsi le proprie sofferenze, che ha
interiorizzato l’attesa: di un futuro, di un riconoscimento, di una rinascita.
Poco prima del cessate il fuoco abbiamo discusso della resistenza palestinese.
Non gli ho scritto subito le mie considerazioni. Allora, dopo qualche giorno, è
ritornato sull’argomento. Ha scritto “Adesso però voglio una risposta” e mi ha
chiesto: “Cosa pensi del 7 ottobre?”. Tutto ciò che conosco su Hamas e sul
conflitto israelo-palestinese l’ho studiato dalla storiografia occidentale. Gli
dico che la versione ufficiale di questa storia, quella diffusa in Occidente, è
profondamente coloniale, che nelle scuole italiane si parla di rado di
occupazione e di suprematismo sionista. Gli dico che l’Europa, incapace di
elaborare la colpa originaria della Shoah, sta continuando a sostenere uno Stato
genocida, coprendo i propri rimossi con la forza politica di cui gode. Gli
scrivo tutto questo, ma in realtà sto cercando di prendere tempo. Mi chiede:
“Bene, e cosa ti hanno insegnato i colonialisti?”. Mi fa il verso, risponde
piccato alle mie premesse autoassolutorie. Tra le righe ingessate e telegrafiche
dei messaggi WhatsApp, avverto la sua urgenza di capire come la penso.
Percepisco, oltre ogni morale e ogni retorica, la vitalità senza condizioni di
un ragazzo sotto assedio, che non ha potuto scegliere un’esistenza disimpegnata
perché anche la terra dove ha imparato a camminare non è mai stata gratuita né
scontata.
Il giorno della firma dei primi accordi tra Israele e Hamas, il 9 ottobre 2025,
i gazawi erano in festa. Il mio feed di Instagram si è riempito di video della
loro esultanza: dopo 730 giorni, sono i primi reel rincuoranti dei giornalisti
di Gaza rimasti in vita. Malik era gioioso: poteva tornare alla vita, poteva
lasciare l’area umanitaria per alcune ore, poteva spostarsi liberamente nella
Striscia. Appena le truppe israeliane hanno lasciato l’area di Khan Younis,
Malik è tornato a casa. Voleva vedere cosa è cambiato in questi mesi. Era
impaziente e terrorizzato all’idea di non trovare la casa della nonna, che era
ancora parzialmente salva il giorno in cui si erano trasferiti ad Al-Mawasi. È
partito da solo, ha dormito vicino al mare e la mattina successiva è arrivato.
La casa della nonna era distrutta. Mi ha mandato un video: un lungo slalom tra i
ruderi. In quei cumuli di pareti macerate, muri portanti bucati, funi di acciaio
a vista, emergevano gli spazi di una casa, i luoghi di un’intimità violata: un
frigo, una credenza di legno, lo schienale blu di un divano polveroso. Secondo
Malik quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non hanno
più forze per pensare che all’essenziale: le protesi per i bambini amputati, la
ricostruzione di intere città ‒ e con quali soldi, poi?
Inoltre, per il momento questa tregua non sembra aver posto fine all’assedio. Le
forze armate israeliane continuano a controllare larghe porzioni della Striscia.
In alcune giornate, nonostante gli accordi in lavorazione tra Israele e Hamas,
hanno bombardato. Malik e i suoi hanno sentito quelle bombe da Al-Mawasi, ed è
tornata quell’angoscia che per due anni è stata così familiare. È tornato il
terrore che la storia possa ripetersi: lo scorso gennaio un cessate il fuoco era
stato già dichiarato, ma dopo poche settimane era sfumato. Se una qualche “pace”
proseguirà, il progetto di Malik è di trovare soldi per la ricostruzione, in un
modo o nell’altro. Vuole restituire una casa ai suoi prima di lasciare la
Striscia e continuare gli studi lontano da questo inferno. Mi dice che fin
quando i firmatari degli accordi di pace non saranno palestinesi interessati
davvero alla popolazione di Gaza, l’occupazione non cesserà. E porterà, presto o
tardi, a nuova sofferenza.
> Quest’ultimo cessate il fuoco è arrivato troppo tardi, quando il lavoro di
> Israele sulla Striscia è compiuto. Ormai Gaza è distrutta, i morti ancora
> innumerevoli, e i sopravvissuti, annientati da due anni di genocidio, non
> hanno più forze per pensare che all’essenziale.
La mancanza di casa che era di Ibrahim, il bisnonno, adesso la sente lui, figlio
di un duplice esilio. Quella mancanza è parte della memoria storica di un popolo
che ha organizzato gran parte della propria identità sul dolore della perdita.
In queste settimane gli ho scritto più volte “sentiti libero di fermarmi se le
mie domande sono inopportune”. L’ultima volta che l’ho fatto, mi ha chiesto
perché mai dire la verità dovrebbe essere inopportuno. “Perché la verità è
dolorosa”, gli dico, e lui mi risponde: “Ma il dolore è ciò che ci rende vivi. È
il motivo per cui resistiamo”.
L'articolo Voci da Gaza proviene da Il Tascabile.
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di
Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da
qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori,
commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda
italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività.
Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni
paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un
obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei
cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati.
In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei
quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte
all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che
pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così,
bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente
sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra
capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”:
nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi
lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione
industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale.
Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto
delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato
segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno
caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare –
conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad
approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in
fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono
teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che
misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti
gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale
notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di
un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita
politica ed economica italiana.
Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione
mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero
del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere
negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano
imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate
rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e
contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano
politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di
governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito
comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase
di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di
ristrutturazioni industriali su scala globale.
> Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle
> grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla
> ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso
> clima sociale.
In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di
linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era
ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È
Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta
l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di
montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed
effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista
indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia
l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra.
Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è
proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare
spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e
sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà
l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto.
Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di
crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori
sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato
ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio
l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare
Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e
sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità,
ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un
decennio di protagonismo operaio.
Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione
per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica
ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di
proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando
lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli
stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un
carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una
mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della
fabbrica per manifestare solidarietà agli operai.
> È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo
> soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo
> scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo
> ciclo storico volge al termine.
La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di
compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la
procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione
di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati
più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla
rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una
vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi.
È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi.
Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono
sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta
dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di
fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro
i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti.
Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una
strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di
convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il
conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso
fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto
impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila
sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata.
Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova
dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero
anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma
inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito
schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio,
mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme
impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle
diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di
solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di
sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe
questo tabù.
Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti
all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente
timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa
aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano
la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno
scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà
di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio,
dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese
visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle
confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente.
> Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e
> lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai
> di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo
> scoperto.
Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella
spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano
indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli
stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del
personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di
fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire
per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su
posizioni estreme “per una falsa unità di classe”.
Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)
torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire
agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più
sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale
che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per
migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra
il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita
a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel
tessuto operaio torinese.
I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli,
stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali,
i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti
civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di
fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò
in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa
moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica.
Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno
alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i
cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver
frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale
che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi
progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una
ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte
del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa”
economica.
> La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto
> movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai
> combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
“Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in
un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo
ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”,
ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo,
quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello
produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa
standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in
crisi definitiva.
Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come
altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare
profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso:
robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980,
avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti,
introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima
utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee
automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare
concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena
centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen.
La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività
era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa
appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”.
In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa
dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine:
“flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e
instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese
(toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e
filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia
era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si
riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano
nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali,
impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena
diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di
operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più
concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito
della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per
molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà.
Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la
recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di
crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del
cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello
globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno
di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura
di “nuovo Rinascimento” italiano.
> La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova
> centralità del “fattore impresa”.
Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche
dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia
degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù”
di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei
vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto
che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il
sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi
sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della
concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna
mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto
di quelle degli anni Sessanta e Settanta.
A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un
evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il
tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale
concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista,
organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma
mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del
1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo
italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della
globalizzazione nascente.
Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto
altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi,
le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra
lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il
declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi
amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e
l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità,
rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo,
l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a
piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono
realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei
quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di
ristrutturazione che prosegue ancora oggi.
La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale
come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni
dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la
marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la
figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti,
Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti
e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori
precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In
definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo
delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei
diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili.
> La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove
> divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
> garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali),
> dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere
> contrattuale.
Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei
quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con
l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i
segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale
nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe
evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola,
insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei
rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo
senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il
mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per
l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende
irreversibile e visibile a tutti.
Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia
la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca
in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso
dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe
espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa.
La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei
lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni
stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un
autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura
operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il
mondo del lavoro contemporaneo.
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