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Città morte di Mike Davis
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice di trenta centimetri. Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street credibility particolarmente elevato. Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera. A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano guerra al fragile ecosistema del deserto”. Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema. L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi. Benvenuti nella discarica del reale. > Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in > Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla > vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti > nella discarica del reale. Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto, la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità, degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”. Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla carestia generale”. La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè “dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i danni. > L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle > corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in > competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale, O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla redditività globale”. Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95% degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale, dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”. Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo. Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico, così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali – dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono “catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene, pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque, che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale, antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali condizioni di disuguaglianza”. > Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un > marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza > alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia, afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al “post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici, trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno, “all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali) senza parlare del capitalismo. Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una “ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale, o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels, né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica, da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica e sociale”. D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo.  Non a caso l’autore della working class chiude la raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico: “Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale. […] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”. Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale, cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta dal processo di totalizzazione del capitale medesimo. L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
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C onsiderato ciò che sta succedendo nel mondo, forse mai come oggi, negli ultimi decenni, è opportuno che la letteratura ragioni sul proprio rapporto con la politica. Non solo in relazione alle responsabilità politiche di chi fa letteratura, ma anche alle modalità inedite con cui la letteratura e la politica ora interagiscono, visti i profondi cambiamenti, rispetto al Novecento, dei contesti sociali e comunicativi (penso ai social network in primis). Come si agisce di fronte a questa mutazione è ancora tutto da capire, ma un gesto possibile è sicuramente quello di provare a confrontarsi con scritture che proprio nel Novecento hanno cercato di esplorare questa interazione, partendo magari da una crisi reale, vissuta in prima persona. La ripubblicazione dopo cinquant’anni di Strana categoria di Carlo Bordini (nella collana Arianna – I libri ritrovati di Diacritica, curata da Giuseppe Garrera, Sebastiano Triulzi e, prima della sua scomparsa nel 2020, dallo stesso Bordini) ha, oltre a un sicuro valore poetico e filologico, anche la tempestività di riportare l’opera a circolare in un momento in cui forse i rapporti tra poesia e politica sono tutti da riscrivere. Il libro, esordio del 1975, fu in seguito accantonato dall’autore: nell’antologia I costruttori di vulcani (2010), Bordini ha infatti rifunzionalizzato tutte le sue poesie già edite, a eccezione proprio di Strana categoria, di cui salvò un solo testo. Eppure, già nella mise con cui venne originariamente pubblicato, il volume veicola un’articolata serie di significati. Nella prefazione della riedizione, Garrera infatti sottolinea: > risulta evidente come queste apparizioni poetiche all’interno del movimento > politico, questo concretizzarsi di bisogni dell’io, non solo adottino il > ciclostilato, e cioè, come abbiamo detto, strumenti di guerriglia e armeria > già consolidati e appena riconvertiti in versi e fiorame, ma anche le stesse > modalità di diffusione e propaganda della produzione politica e > insurrezionale: anche la poesia diventerà e assumerà i caratteri di militanza, > le tecniche della milizia e delle sedi della lotta […] La storia esterna della > raccolta di Bordini è la storia esemplare della storia materiale della poesia > nella metà degli anni Settanta in ogni sua fase: per come è stata prodotta, > per come è stata pubblicizzata e per come è stata distribuita. Strana categoria, insomma, è innanzitutto il libro di uno che si affaccia alla poesia dopo aver lasciato la militanza e dopo averne ereditato, però, le cifre espressive, la cultura di riferimento e i materiali di scrittura. Una prima ambiguità da evidenziare riguarda dunque come il rapporto tra poesia e politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta scissione (il militante che dopo anni di servizio indefesso scopre nella poesia una dimensione schiettamente personale e quei paradossi del linguaggio che la comunicazione dritta della politica non favoriva), dall’altra come un’osmosi. Del resto, lo stesso autore racconta nel suo romanzo più noto, Memorie di un rivoluzionario timido (Sossella 2016), come la politica (precisamente la militanza come trotzkista ed entrista della Quarta Internazionale) si sia trasformata per lui in un complicato congegno superegoico. “La stanza dei giochi” cui è dedicata la parte centrale di quel libro (per la quale rimando a questo articolo di Francesca Santucci) si configura anche come un’incubatrice in cui interagiscono l’approccio monomaniaco alla militanza, una certa tendenza alla regressione psicologica e la crisi esistenziale, il lento lavorio interno che ha poi portato Bordini a riscoprire di colpo, certo anche sulla spinta del Sessantotto, il piacere, il corpo, la vita irresponsabile. > Una prima ambiguità da evidenziare riguarda come il rapporto tra poesia e > politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta > scissione, dall’altra come un’osmosi. Dalle Memorie: “Io scelsi la militanza dura e sotterranea, l’impegno esclusivo e totalizzante. Rimasi. La stanza dei giochi mi attirava. Il partito mi incaricò di occuparmi della formazione della corrente rivoluzionaria nel PCI”. E ancora: “E io capii in quel momento che tutto quello a cui io avevo rinunciato era la Gioia di Vivere, e che mi ero rinchiuso in una vita mortificata e attraverso la mortificazione della carne, che era soprattutto la mortificazione dello Spirito, e cose del genere”. Ma appunto, se Bordini comincia a mettere mano alle Memorie nel 1976, vuol dire che il congegno non si è mai dissolto. Parimenti, Strana categoria convoglia allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super Io dell’impegno politico, che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico, bensì anche, è chiaro, a una sincera adesione alla causa e a una forte coscienza delle contraddizioni della storia (e qui ricordiamo, perciò, che dopo la militanza Bordini ha lavorato come ricercatore di storia all’Università La Sapienza di Roma). Vediamo alcuni testi in cui si intersecano queste dimensioni. Essere umani Giuseppe ci parve un tradimento non so per quale frustrazione o per malintesa dottrina ma la malintesa dottrina doveva essere un modo per curare la frustrazione su di essa si costruì un castello che riuniva frustrazioni e legittime speranze e le imprigionò tutte ma quale cavaliere verrà ad aprire le finestre e le porte se non le apriremo da soli finestre e porte custodite da un mostro alato con la faccia di noi stessi ci votammo ad un’autorità alternativa che ci salvasse dall’autorità ignorando volendo ignorare tutto per paura che il castello fatato svanisse ci chiudemmo a chiave da soli per paura di affrontare il mostro Con questa Lettera a G. si apre il libro mettendo subito in mostra, quindi, alcuni stilemi tipici della scrittura di Bordini: la sistematica oscillazione tra verso lungo e verso breve, l’interruzione a volte violenta del verso (“non so per quale frustrazione o per”), l’uso irregolare della punteggiatura e dell’ortografia (se qui la punteggiatura è del tutto assente, in altri testi troviamo forme del tipo “un pò” o quattro puntini di sospensione invece di tre), l’assolutizzazione – a metà tra caricatura e spavento – di alcuni concetti o figure (come qui “la malintesa dottrina” o “il mostro”), la tendenza ad alleggerire i legami logici tra le parti del discorso senza per questo minare la coesione generale. Ma soprattutto il libro si apre mettendo subito sul piatto la paradossale e reciproca implicazione tra desiderio e “frustrazione”: la condizione di partenza, “il tradimento”, pare strutturarsi come uno spaesamento e fraintendimento originario a cui risponde un reciproco determinarsi del desiderio di liberazione (l’apertura delle “porte”) e dell’autosegregazione (“un mostro alato con la faccia di noi stessi”, “ci chiudemmo a chiave da soli”). > Strana categoria convoglia allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super > Io dell’impegno politico, che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico, > bensì anche, è chiaro, a una sincera adesione alla causa e a una forte > coscienza delle contraddizioni della storia. Benché la crisi esistenziale mantenga sempre un ruolo importante nella scrittura di Bordini, e benché questo testo la indirizzi fino al grado generalissimo dell’“Essere umani”, proseguendo il libro si capisce come la condizione esistenziale e la condizione politica (ovvero la condizione storica, di persone agenti – o che vorrebbero agire – nella storia) siano un tutt’uno. Di questo tutt’uno è segnale proprio la Strana categoria del titolo, commentata così nell’attacco di E noi: Sì voi che siete rimasti nelle tradizionali trincee voi che non avete smesso di lottare nelle barricate di fabbrica sì noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria un pò folle e nebulosa ed infida anche Se c’è uno spaesamento, insomma, è anche quello dei transfughi della militanza: Bordini li fa uscire dalla storia, li agita con ironia dissacrante (altra freccia immancabile nella sua faretra), mentre si muovono per “andare a comprare una camicetta indiana” o per “andare a pranzo al ristorante macrobiotico”, e dichiara espressamente come questa frattura personale ed esistenziale (“e ci ritrovammo a fine estate / quasi tutti in crisi”) abbia fatto arrivare “alla conclusione che il marxismo può anche / essere // una / trappola” e “che i pochi rimasti sono quelli / che hanno rinunciato a pensare”. In mezzo a questa uscita dalla militanza (o dai modi quadrati della militanza che Bordini aveva vissuto) c’è di certo anche il Sessantotto, che – se vogliamo usare ancora un po’ schematicamente la metafora freudiana – ha rappresentato l’esplosione dell’Es, del desiderio (una sezione è intitolata in amore), in opposizione all’ortodossia superegoica della militanza, che aveva portato Bordini, per esempio, a passare dieci anni della sua vita “come nella caverna di Platone in cui ci fosse proiettata sulle scabre pareti una continua teoria di immagini” (Memorie). In un altro testo, questa frattura Bordini la chiama “ubriacatura ideologica-sessual-esistenziale-vitale”, e la contrappone alla incomprensibilità, alla malattia, dei fascisti che continuano a essere tali “quando il 68 è stato così divertente”. > Per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio individuale, la > “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività, benché amorfa, > legata da una duplice insofferenza: da un lato verso lo status quo e la sua > appendice fascista, dall’altro verso un’idea ricattatoria della pratica > militante. Sarebbe un errore, tuttavia, leggere questa opposizione nei termini di una mera prospettiva dimissionaria. A un primo livello, intanto, cioè ancora al livello dei “temi”, per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio individuale, la “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività, benché amorfa. Una collettività legata da una duplice insofferenza: da un lato verso lo status quo e la sua appendice fascista, dall’altro verso un’idea ricattatoria della pratica militante (l’autorità al posto dell’autorità di cui si parla in Lettera a G.). Se la “stranezza” di questa categoria la rende in qualche modo incollocabile, quindi fragile e respinta, allo stesso tempo riguarda una soggettività che non coincide con l’individuo, e che si propone quindi, almeno in potenza, come (altro) soggetto politico. Ancora, poi: l’avvento dell’“ubriacatura” non è certo salutato da Bordini senza riserve e senza accorgersi di ulteriori contraddizioni. Non può essere altrimenti, del resto, se esperienza politica, vitalismo e “trauma” (penultima parola di E noi) si intrecciano e trapassano. Così, in primis, il cambio di prospettiva senza scosse è direttamente parodiato, in Traccia per una poesia: c’è un mio amico che è passato attraverso tutte le esperienze bolscevico esistenzial ubriacatura ideologica senza neanche accorgersene portando il suo armadio come se nulla fosse bello o tetragono senza nessuna frattura apparente è un reperto archeologico dovrebbero metterlo al museo insieme ai dinosauri Ma soprattutto all’ingresso della (apparente) dimissione risponde l’apparizione simultanea di una nuova crisi: nello stesso testo, qualche verso prima, Bordini passa senza soluzione di continuità da “Vassilij Ivan […] a caccia di trotzskisti” a “scherzi a parte / mi annoio / un pò // in bene o in / male / tutto sembra / già stato fatto”. È al significato politico di questo nuovo immobilismo, il paradossale immobilismo incistato dentro la stessa festa del Sessantotto, dentro l’accelerazione dei consumi, che bisogna guardare quando si guarda, con le lenti della crisi storica, al passaggio di cui parla Bordini. Un passaggio che se introduce la liberazione del corpo introduce anche la percezione di un esaurimento dell’azione, un dirottamento che spostando l’azione dalla lotta al desiderio sembra moltiplicarla al punto da depauperarla completamente. Di questa impasse la lunga poesia Sono un intellettuale è l’incarnazione più evidente. Nella sua articolata descrizione dell’intellettuale (che è anche un’autodescrizione), alla fine, leggiamo: sono un mostro tutto testa e niente mani un cervello programmato per elaborare in una stanza vuota credendo che quello sia il mondo come il mio professore di latino e di greco il tempo cambia e questo mostro fattosi farfalla uscito dalla stanza snervato nevrotico comincia a elaborare a classificare a teorizzare portandosi dietro tutti i vizi d’origine ed allora ecco nasce questa strana categoria gli intellettuali di sinistra patetici e volenterosi interessati e puri e ce ne sono di tutte le razze danno il loro nome alle cose senza conoscerle come uno che scopre la luna e dà il nome ai crateri e ai golfi si interessa di tutto e fa funzionare questo suo cervello grosso e spugnoso che si contrae e si gonfia arrivando ai più esilaranti equivoci a invenzioni multicolori so tutto non sapendo niente ma arranca volendo imparare crede di imparare e intanto vuole subito insegnarlo agli altri s’intrufola nella vita come un clandestino o come un turista importuno e dice “scrivo” oppure discute per interminabili ore e cerchiamo qua e là di dare una mano senza scoraggiarsi cercando la metamorfosi cavalieri di ventura dell’intelletto cercando la causa principessa trovata e non posseduta a questa nostra generazione di storpi che ci offriamo come volontari per un fantastico strano reale mondo migliore aiutateci a imparare a camminare L’immobilismo, dunque, è un tutt’uno con la coscienza intellettuale, con il fraintendimento con cui l’intellettuale scambia uno spazio ristretto per il mondo. Questo spazio ristretto è, anche qui, la “stanza”: Bordini osserva la crisi della militanza come si osserva una crisi nevrotica, e usa l’immagine della stanza per fondere la percezione di immobilismo politico con l’autointerdizione della psiche, la sua incapacità di rimanere e insieme uscire davvero dalla “stanza”. In questo, allora, coincidono “strana categoria” e “intellettuali di sinistra”: nella fuga incompleta dalla stanza (“uscito dalla stanza snervato nevrotico”), laddove la stanza è sia l’ortodossia della militanza sia l’interiorizzazione di un’autorità, e in una forma di metacognizione ossessiva che separa l’individuo dalla realtà materiale (“tutto testa e niente mani”, “s’intrufola nella vita come un clandestino”). Nell’introduzione a Un vuoto d’aria (2021), questa paradossale convergenza di iper- e ipocoscienza è descritta così da Guido Mazzoni: “al centro c’è l’autobiografia; sopra l’autobiografia c’è la riflessione sul vissuto, cioè il lavoro concettuale che è tipico della psicoanalisi […]; sotto la biografia c’è una rete di contenuti latenti inconsci, preconsci, onirici, impensati o puramente casuali che emergono all’improvviso attraverso associazioni, salti, rimuginii, onirismi, coazioni a ripetere”. > Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo materiali e contesti, > bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e concettuale proprio di > quell’esperienza e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera > contraria rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del > vocabolario militante. È necessario tuttavia aggiungere ancora un tassello. Un tassello sicuramente non premiato dallo spezzettamento testuale che in uno spazio come questo è inevitabile fare, ma che – anche così – ci dà l’idea dello specifico congegno linguistico costruito da Bordini, che si estende oltre il piano tematico-concettuale e lo complica. Anticipavo in apertura il cortocircuito di pubblicare poesia nelle fattezze di un bollettino propagandistico. Ecco, questo cortocircuito si compie non solo sul piano del materiale librario ma soprattutto dentro la scrittura: Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo materiali e contesti, bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e concettuale proprio di quell’esperienza (abbiamo già visto i riferimenti a fascisti e trotzkisti; possiamo aggiungerci il Vietnam, Franco, la Russia e molti altri) e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera contraria rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del vocabolario militante. In La cornice e il testo (2021), Gianluca Picconi dice che Bordini “assume svariate convenzioni del testo lirico (scansione versale e prima persona su tutte) per autorappresentarsi come un idiota”, ovvero per “dissimulare la dimensione riflessiva del suo testo”. E in Strana categoria ci sono alcuni passaggi in cui questa dimensione diventa a tutti gli effetti comica. Per esempio, la crisi storica di cui si parlava assume tratti esplicitamente caricaturali quando, in una poesia della sezione appunti sulla guerra, il tono solenne del ricevimento “in questa nostra città” di “Le LL. AA. Imp. il Vice-re e / la sua Augusta sposa” è parodiato dall’uso insistito delle cariche puntate e dal far precipitare l’incontro in un posticcio “hanno desinato testa a testa”. Oppure, ancora di più, lo scherzo prende spazio nella sezione acrostici, in cui i grandi partiti degli anni Settanta vengono bersagliati così: Potremo Combattere Infinitamente meglio * Dimmi allora Cosa ci guadagni Ma al di là di questi brani più esplicitamente parodici, il punto sta nel fatto che l’intera scrittura di Bordini è attraversata da un velo ironico, inteso in primis nel senso etimologico della dissimulazione e dell’antifrasi. E a garantire quest’effetto è proprio la disinvoltura con cui i testi di Bordini accolgono le osmosi tra discorsi diversi e contraddittori, le alterazioni sintattico-ortografiche e, più generalmente, una profonda ambiguità emotiva e ideologica. I passaggi che riportavo prima, in cui si passava dal discorso politico al dato contingente e all’irrilevante personale (“mi annoio / un pò”), a cui ne potremmo aggiungere altri (“andare all’università / dove infiamma la discussione tra astensionisti / e boicottatori / e accorgersi che non me ne fregava / niente”), non sono solo segnali di una crisi di coscienza, ma anche – e inestricabilmente da quella – di linguaggio. Potremmo riassumerla così: se il Sessantotto ha coinciso con una trasformazione dell’impegno politico, spostandolo maggiormente sull’asse della liberazione del desiderio, e se questo passaggio si è riflesso in Bordini nei modi di una scoperta tutta carnale e dinamica della “vita” (teste la trafila di viaggi ed esperienze rocambolesche successiva alla militanza che Bordini racconta nelle Memorie), parallelamente questa trasformazione ha richiesto un ripensamento del linguaggio. Una trasformazione che per molti doveva passare attraverso una riabilitazione di quell’io che la stagione della Neoavanguardia, al contrario, si era impegnata a “ridurre”, come da celebre espressione di Alfredo Giuliani (e per il rapporto tra Neoavanguardia e Bordini rimando a questo articolo di Riccardo Innocenti e Federico Masci). > È sempre difficile rintracciare in Bordini posizione ideologica e temperamento > emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile compresente a una > dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta parlando mai > (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che colonizza > in qualche modo l’individuo. La cifra più interessante della scrittura di Bordini, tuttavia, che anche l’acerbità di un esordio come Strana categoria riesce a trasmettere, si trova a mio parere nella peculiarissima capacità del poeta di collocarsi all’interno di questo ripensamento. Se è incontrovertibile che l’io, grammaticalmente, rientra in maniera decisiva nella scrittura di Bordini (che nell’Autoritratto in prosa, ora in Difesa berlinese, espressamente dichiarava come la “riduzione dell’io” dei Novissimi avrebbe dovuto significare, per lui, “smettere di scrivere”), è altrettanto riscontrabile come non solo alcuni aspetti tipici della Neoavanguardia – quali la rottura delle forme codificate, la tendenza prosaica, l’ironia, nonché d’altronde la stessa coscienza politica – risuonino ancora in Bordini, ma anche come l’uso dell’io da parte sua non acquisti mai il carattere della confessione pacificata, del ripiegamento intimista. Il punto – che è insieme poetico e politico – sta proprio nell’intessere all’interno di una stessa macchina testuale i multipli e conflittuali sensi di inappartenenza alla militanza come Super Io, alla poesia come espressivismo e alla propria coscienza come territorio pienamente controllato. Per questo è sempre difficile rintracciare definitivamente, in Bordini, posizione ideologica e temperamento emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile compresente a una dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta parlando mai (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che colonizza in qualche modo l’individuo e lo indirizza a veicolare questa crisi in un testo che non si soddisfa più, però, né del linguaggio-denuncia, del linguaggio compiaciuto della propria eversione, né della mera estrinsecazione biografica. La ripubblicazione di Strana categoria, insomma, arriva di certo come occasione di ricordo di un poeta che troppo a lungo è rimasto appartato ma che, nonostante questo, ha prodotto costantemente echi sotterranei e influenze decisive sulle scritture venute dopo la sua. La folta partecipazione alla lettura collettiva che si è fatta del libro, la scorsa primavera, al Teatro Basilica di Roma, ha del resto testimoniato una volta per tutte questa rilevanza. Ma al di là della doverosa celebrazione, e anche al di là dell’altrettanto primario valore di questa poesia, Strana categoria offre il destro per ragionare sulle reciproche implicazioni della politica e del linguaggio, registrando questa interferenza in presa diretta durante una stagione politicamente densa come gli anni Settanta. Gli anni Settanta sono per molti aspetti lontanissimi dal nostro tempo, ma la situazione attuale costringe – e ben venga – a ridare forza alla propria coscienza politica. In una condizione, però, in cui l’ipertrofia mediale e il capitalismo simbolico hanno prodotto un’impasse che è a sua volta un problema politico. La poesia, si sa, non sposta nulla sul piano della militanza – ma forse ancora sì sul piano della relazione con il linguaggio. Che non è mai stata così complicata. L'articolo Tutto testa e niente mani proviene da Il Tascabile.
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Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco
D iversi anni fa, avrò avuto sedici anni, di fronte alle battute delle mie amiche sul fatto che un mio caro amico fosse in realtà innamorato di me, mia sorella minore mi disse una di quelle verità che solo le adolescenti sanno dire con tanta disinvoltura: “Non capisco cosa ci sia da ridere, alla fine anche l’amicizia è una forma d’amore”. A distanza di tempo, questa frase continua a farmi riflettere sulla quantità di pensieri stereotipati e costrutti sociali che condizionano le nostre aspettative e i nostri comportamenti nelle relazioni interpersonali. Uno stereotipo diffuso riguardante l’amicizia è quello per cui i rapporti amicali sarebbero fondamentali per l’infanzia e per le fasi evolutive della vita, ma dovrebbero essere progressivamente sostituiti da cose più importanti nella vita adulta: la relazione romantica, il “farsi una famiglia”. A un certo punto della vita le amiche e gli amici, quando restano, dovrebbero essere persone con cui condividiamo determinate esperienze e momenti specifici, ma in secondo piano rispetto alle relazioni gerarchicamente più rilevanti. Questa gerarchia con cui concepiamo le relazioni ridimensiona l’importanza di alcune forme di intimità, e ci porta a usare espressioni come “solo amicə” quando non si ha interesse ad avere un rapporto romantico con una persona, come se l’amicizia fosse per sua essenza qualcosa di meno importante; un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri tipi di intimità. Ricordo una conversazione di qualche anno fa con una mia cara amica: mi diceva di essere terrorizzata pensando al momento in cui dormire con lə amicə, quando questə avrebbero avuto delle relazioni romantiche stabili, sarebbe diventato una cosa da evitare, in qualche modo sbagliata o inopportuna, non adatta ad amicizie adulte. Non tutte le persone ambiscono a creare un nucleo familiare privato, o desiderano che la coppia determini le loro vite. Per moltə è importante continuare a coltivare amicizie profonde anche nell’età adulta. È chiaro che con il passare del tempo le condizioni materiali cambiano, e con esse le dinamiche con cui si intessono i rapporti di amicizia: il lavoro mangia lo spazio dell’amore, gli spazi domestici sono sempre più precari e inadatti, si riducono le possibilità di incontri spontanei e quotidiani. > L’idea che l’amicizia sia per sua essenza qualcosa di meno importante è > un’idea frustrante non solo per chi non ha una relazione romantica o non ha > interesse a costruirla, ma anche per chi, pur avendola, desidera anche altri > tipi di intimità. Ma come generazione abbiamo imparato quanto le amicizie siano fondamentali per la nostra vita. Tantissime persone che si sono spostate dal luogo in cui sono cresciute in cerca di possibilità migliori, rivelatesi spesso dei miraggi, nell’età adulta si ritrovano a vivere uno sradicamento per il quale non hanno strumenti. Sono sradicate nella lontananza dal luogo in cui sono cresciute, e altrettanto sradicate se in quel luogo tornano, piene di esperienze, punti di riferimento e linguaggi costruiti altrove. Una condizione che forse non era mai stata vissuta in modo così diffuso da nessuna generazione prima di quella millennial. Nel romanzo Giorni futuri (2026), un libro che fonda la sua narrazione proprio sui rapporti di amicizia, Gabriella Dal Lago la racconta molto bene, descrivendo in modo quasi documentale “quella sensazione di impermanenza […], la certezza di essere di passaggio e quindi non valevole di troppe preoccupazioni, di una contestualizzazione eccessiva”, che contraddistingue tante vite di questa generazione. In qualunque caso abbiamo imparato bene una cosa: per quanto i rapporti umani siano complessi, le amicizie possono salvarci la vita. I contenuti editoriali, audiovisivi e social sull’amicizia nell’età adulta sono sempre più numerosi, a testimonianza di quanto questo discorso culturale stia progressivamente prendendo spazio. Nei miei social di trentenne interessata a (forse sarebbe più corretto dire ossessionata da) questi argomenti, pur consapevole che gli algoritmi mi nutrono di ciò che cerco, spopolano video che parlano di costruire vite con lə amicə, reel sul dolore di fronte a un’amicə che parte o che vive lontanə, articoli su gruppi di donne che hanno deciso di trovare una casa per invecchiare insieme, storie di persone che decidono di vivere con le loro amicizie perché la vita di coppia non fa per loro. Esiste, nel sottotesto di tutto questo, anche una critica alla coppia normativa come spazio non adatto alla fioritura di una vita gioiosa e piena per tuttə, come sistema non adatto al sostentamento, come quotidianità non desiderabile. A tante persone che si sono confrontate con questo pensiero per necessità o per scelta, una cosa è chiara: abbandonare la propria vita e le proprie relazioni per donare tuttə sé stessə a un’altra persona non è affatto il migliore dei mondi possibili. Si possono immaginare modi diversi, che sia rifiutando la coppia, che sia mantenendola nella propria vita dandole uno spazio meno dominante, senza per questo dare meno importanza o meno amore alle persone coinvolte. Esiste al contempo un discorso culturale di stampo liberale che vorrebbe liquidare questo tipo di esperienze sminuendole, non ritenendole degne di riflessione, marcandole come utopiche – dimenticando che l’utopia, in questo mondo, è un dispositivo salvifico –, o liquidandole come ambizioni di gruppi sociali che “possono permettersi” stili di vita collettivi. Nella maggior parte di questi casi il riferimento è a un certo tipo di narrazione patinata – anche questa dilagante sui social – fatta in effetti da persone estremamente privilegiate, con case e vite non alla portata di tuttə. Ma in realtà, oltre la nostra mente colonizzata dall’immaginario della famiglia “tradizionale” e dell’amore romantico, se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti, alle comunità marginalizzate e ad ambienti sociali e culturali diversi, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza. > Se guardiamo alle nostre antenate in passati piuttosto recenti e alle comunità > marginalizzate, vediamo che queste praticavano e praticano vite collettive da > sempre, talvolta per necessità, altre volte per scelta, altre per usanza. Come succede spesso quando si parla di deviazioni dalla norma, quando si specula a livello teorico su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone. Relazioni devianti dalla norma occidentale bianca ed eteronormata sono da tempo pratica vitale di comunità che da quella norma sono costantemente minacciate. All’interno del contesto occidentale, le comunità che vivono assi di oppressione sistemica conoscono bene l’importanza delle reti, di fare famiglia anche al di fuori di quella biologica, l’interesse per le relazioni di cura e di sostegno reciproco slegate da vincoli legali e istituzionali. Al contempo – come descrive Kim TallBear in un saggio contenuto nella collettanea Making Kin. Fare Parentele, non popolazioni (2022), a cura di Donna Haraway e Adele E. Clarke –, per mezzo di pratiche coloniali molte comunità hanno subito l’imposizione di forme relazionali normate in senso eterodiretto e nucleare, che hanno talvolta represso e sostituito quelle indigene. Nel suo libro Un desiderio smisurato di amicizia (2026), uno dei testi più recenti dedicati al valore politico di questo legame, Hélène Giannecchini riflette su come sia stata proprio l’amicizia, intesa nel senso più ampio del rapporto affettivo tra due persone, a nutrire le pratiche di vita delle comunità queer. Ricercando storie di un passato recente, Giannecchini intreccia una riflessione sulla sua famiglia di origine, la sua identità di persona lesbica e la ricerca sulle storie delle famiglie “devianti”. Nel farlo si rende conto che, per chi rifiuta che a un certo punto della vita le amicizie debbano smettere di essere centrali, emerge la necessità di inventarsi nuovi mondi di stare al mondo, di trovare altri modelli e immaginari. Si trova a chiedersi quali modelli di riferimento ha chi, come lei, “a trentacinque anni [ha] ancora voglia di attaccare il [suo] materasso a un altro, di parlare delle ore e di fare il bagno nei fiumi”, come far accettare la possibilità di questa vita: “Come far riconoscere questi desideri, di che mezzi abbiamo bisogno perché siano tutelati quanto gli altri?”. Quali strumenti ha una persona che vuole provare a vivere una vita collettiva, quando “l’epoca in cui viviamo ha fatto della famiglia nucleare la sua unità di base, mentre noi siamo obbligate a improvvisare e ad arrangiarci con ciò che rimane” e a giustificare le nostre scelte, il nostro modo di amare? Per lei esiste “una filiazione simbolica fra persone queer”, e da questa convinzione nasce il bisogno di creare un archivio di storie, una genealogia di “persone che deviano”, consapevole che nella devianza, finché non si trova un gruppo di riferimento, si è prima di tutto solə. Molto spesso si cresce queer in famiglie etero, ma “a un certo punto ci si rende conto della propria devianza e la si coltiva”, si desiderano immaginari, percorsi ancestrali a cui rifarsi, genealogie in cui inserirsi e riconoscersi per difendere l’amicizia come stile di vita e come pratica. Spesso le persone queer non hanno un racconto familiare da ascoltare, ricevere e tramandare; spesso non hanno modelli, e sta a loro costruire la propria storia (s)familiare. Quando sono fortunate, le persone queer hanno più famiglie, una d’origine in cui imparano una tipologia di amore, una d’elezione in cui ne conoscono e sperimentano altre. Per la maggior parte, invece, l’amore della famiglia di origine non è un dato scontato, e il pericolo è quello di trovarsi solə, sopravvissutə alla violenza e al rifiuto, senza racconti né immaginari, indebolitə perché “chi è senza storia è sottomessa ai capricci del mondo, fa fatica a trovare il proprio posto, la sua voce ha meno peso”. > Quando si specula su delle pratiche di vita, serve ricordare che ciò che ci > capita di romanticizzare nella teoria, svuotandolo delle sue componenti > materiali e contestuali, è già quotidianità consolidata per tante persone. Nel libro, che è testimonianza di una generazione che necessita di ritrovare una prospettiva storica, si racconta che negli anni Ottanta l’antropologa Kate Weston, studiando sul campo la comunità gay di San Francisco e sentendosi ripetere durante le interviste il concetto di “famiglia d’elezione” e “famiglia gay”, comincia a interrogarsi sul significato di queste espressioni per lei fino ad allora inedite. Perché le persone che appartengono a queste comunità sentono il bisogno di utilizzare questi termini, e su cosa si basa questo tipo di famiglia, se non sui legami biologici e legali? La risposta è sempre la stessa: sull’amicizia, sulla tenerezza diffusa. Weston si rende conto che questi gruppi familiari sono organismi aperti, composti prevalentemente da amicizie, ex amanti, persone che vi transitano all’interno durante periodi di indigenza o di difficoltà. Si rende conto, insomma, che le persone emarginate creano famiglia tra loro. Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. La coppia, per come è codificata dall’ideale dell’amore romantico, è un sistema esclusivo, che si struttura su gerarchie e rapporti di potere che derivano dal sistema patriarcale. Su di essa si basa la famiglia, per come questa è narrata in senso identitario dalle politiche di destra, associata all’aggettivo “tradizionale” – quasi sempre sinonimo di “inventato a fini nazionalistici” –, e la famiglia così intesa è luogo di produzione e trasmissione di ricchezza, e spesso luogo di violenza per le persone non conformi. Per le persone queer relazionarsi con la problematicità del sistema-coppia e del sistema-famiglia è inevitabile: riflettere sulle forme di relazione non normate è fondamentale per le comunità, perché significa chiamare in causa la vita intera. Problematizzare la coppia non significa, infatti, muoversi esclusivamente nell’ambito delle pratiche sessuali; queste ultime sono senza dubbio territorio di rivendicazioni politiche, e il desiderio un potente innesto rivoluzionario, ma non esauriscono il campo della riflessione. Per le comunità queer che non hanno privilegi economici e di classe, la sperimentazione nelle relazioni è un modo di sopravvivere e stare al mondo. Non è un caso che molti libri scritti da persone queer in cui si parla anche di non monogamie dedichino ampio spazio alle amicizie, a quel legame di coesione; è il “bosco” di cui parla Brigitte Vasallo, senza il quale non potremmo andare avanti, sono i “legami forti per un pianeta fragile” di cui parla Sophie K. Rosa, che ci servono per restare insieme in un mondo diviso. > Per le persone queer problematizzare la vita di coppia e inventare nuovi modi > di stare in relazione ha sempre avuto molto più a che fare con la > sopravvivenza e una vita degna, che con il numero dellə partner sessuali. Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie famiglie di origine. Ne sono un esempio le case collettive create dalle persone delle comunità, di cui la STAR House, fondata da Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera a Manhattan nel 1970, è forse l’esempio più conosciuto. Case aperte, tentativi, chiamate ad affrontare problemi e grandi complessità, in cui la condivisione di risorse, l’amicizia e il riconoscimento del bisogno reciproco tessevano legami. Studiando le realtà delle comunità prima e durante l’epidemia AIDS, le storie di case radicali sono numerosissime; ne sono un esempio tra i molti il lavoro di Donna Gottschalk, con cui Giannecchini ha collaborato, alcuni lavori di Lisetta Carmi, alcuni cortometraggi di Derek Jarman, il film 120 battiti al minuto di Robin Campillo, il libro La dialettica dei sessi (1970) di Shulamith Firestone. Ma gli esempi non si esauriscono nei documenti che possiamo consultare. Studiare queste genealogie familiari significa anche confrontarsi con la violenza istituzionale, con la cancellazione, con la morte. Uno degli esempi più recenti di questo fenomeno è ciò che è accaduto con l’epidemia AIDS, e la taciuta responsabilità dei governi e dell’omofobia istituzionalizzata nella diffusione del virus e delle tantissime morti, nella responsabilità di una generazione dilaniata. Tante sono le persone che continuano la ricerca su questo periodo, anche mosse dalla necessità di ricostruire una propria storia collettiva. In una recente intervista, parlando della morte dell’amico Derek Jarman nel 1994, Tilda Swinton racconta che quello stesso anno ha partecipato a 43 funerali di amici morti per AIDS. Ho provato a immedesimarmi, a immaginare cosa possa significare perdere quarantatré persone care in così poco tempo. Anche in questo caso, chi ha vissuto quel periodo di dolore e di morte, ha potuto contare quasi solo sulle proprie amicizie e sulla cura diffusa, per vivere una vita degna fino a quando questo è stato possibile. È noto, per esempio, che le persone affette da AIDS e abbandonate dalle famiglie, dalle istituzioni e dai medici, hanno trovato sostegno solamente nella cura e nella vicinanza di tante donne lesbiche, motivo per cui si è poi in seguito deciso di iniziare la sigla LGBTQ+ proprio con la lettera L. Tante storie mancano negli archivi, spesso cancellate dalle famiglie biologiche, le uniche che potevano e possono accedere a letti di ospedale, prendere decisioni per le persone che stanno per morire. Nuclei che non accettavano lə loro figliə e che hanno buttato diari, beni personali, cancellandone in parte l’esistenza, mentre ciò che esiste, esiste grazie al lavoro di tante persone che hanno lavorato per trasmetterlo, proprio come si fa coi racconti di famiglia. Ed è anche grazie a questo lavoro e all’attivismo che negli ultimi anni si assiste al recupero di alcune di queste storie, fino a raggiungere anche produzioni di ampio consumo; ne è un esempio Pose, una serie Netflix del 2018, in cui si raccontano storie ispirate alle ballroom newyorkesi ed esperienze di emarginazione e di vita comunitaria. > Questo tipo di coesione attraverso l’amicizia ha rappresentato per decenni > l’unica possibilità di sopravvivenza per le persone rifiutate dalle proprie > famiglie di origine. Nel 1977 Larry Mitchell scrive, con Ned Asta a curarne le illustrazioni, un libro intitolato I froci e il loro amici nelle rivoluzioni, che invitando a “lasciarsi andare all’amore dei propri compagni”, rappresenta un manifesto sull’amore e la coesione contro il sistema patriarcale, sull’amicizia come motore rivoluzionario. Il libro è l’elogio di una politica di collettività, è un invito a utilizzare il pensiero utopico per rafforzare la coesione. Anche in questo caso si tratta di un testo che auspica una politica delle amicizie che si schieri contro le politiche istituzionali, che ancora oggi e sempre di più si concentrano invece sulla valorizzazione della famiglia biologica e della natalità. Anche in Italia la politica istituzionale torna ripetutamente a insistere sull’idea di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione, evitando al contempo qualunque forma di politica diffusa per il sostegno alla famiglia intesa come gruppo di cura, insistendo invece sull’idea di una famiglia privata, barricata all’interno delle mura domestiche. Recuperare storie familiari di altro tipo, raccontarle, serve a ripetere che la famiglia ha molto poco a che fare con la biologia e con la privatizzazione e moltissimo con l’amore, la cura e il sostegno reciproco. Questo non riguarda solo le comunità queer: se ascoltiamo le storie familiari della maggior parte delle persone che conosciamo, moltissime hanno ben poco a che fare con questo modello narrato come maggioritario. Il tentativo di parcellizzare le società insistendo sulla famiglia biologica va riconosciuto come una minaccia alla fioritura dei rapporti e all’esistenza di alcune persone. Poco importa in questo senso se le nostre famiglie di origine sono per noi luoghi d’amore; lo sguardo deve essere ampliato rispetto alla singola esperienza. Insistere sull’amicizia come collante comunitario è un modo molto potente per ricordare che, come scrive Johanna Hedva in Teoria della donna malata: “La più grande protesta contro il capitalismo consiste nel prendersi cura dell’altr* e nel prendersi cura di se stess*. Assumere la pratica, storicamente femminilizzata e quindi invisibile, del curare, del nutrire, del prendersi cura”. Vediamo quotidianamente quanto sia difficile, eppure resta una fatica per cui vale la pena lottare. Come ci ricorda Un desiderio smisurato di amicizia, è anche sul piano delle narrazioni che si fa la lotta contro chi vuole dividere l’umanità, e guardare alle nostre genealogie serve a sentirsi meno sole, a ricordarci che prima di noi altre nostre antenate hanno costruito le loro vite mosse dalle stesse necessità. Giannecchini a un certo punto del suo libro afferma di voler rendere “omaggio a chi scardina l’ossessione della coppia e del duo, a chi pensa a una comunità oltre e non necessariamente contro il rapporto a due; a chi inventa qualcos’altro”. > La politica istituzionale evita qualunque forma di sostegno alla famiglia > intesa come gruppo di cura e torna invece ripetutamente a insistere sull’idea > di famiglia “tradizionale” come fondamento della nazione: una famiglia > privata, barricata all’interno delle mura domestiche. C’è una malafede diffusa tra chi pensa che tutto questo serva a scardinare completamente ogni forma relazionale. La realtà è che il richiamo all’amicizia è una spinta a stare insieme, a impegnarsi in relazioni solide. Queste discendenze insegnano che nell’apertura delle possibilità relazionali esiste spazio per tuttə, è una stirpe di persone che fanno della coesione e dell’accoglienza delle ragioni di vita, dell’amicizia un collante. Come dice Giannecchini, “Mi auguro di appartenere a questa stirpe e di portarla avanti”. L'articolo Un po’ d’amicizia, altrimenti soffoco proviene da Il Tascabile.
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La radicalizzazione dell’Occidente
L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita: sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi: > Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì, > è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può > danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire > deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con > Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato > israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di > vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono > addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da > questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi > da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo.  È analisi del > potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele” > perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire > (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere > più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi. > Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele… > Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità, > non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una > forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele, > che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come > complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto: > confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e > vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza > bisogno di ipotesi”. Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo, dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la cautela, ma la mancanza di simmetria. La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto, l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza. Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo, non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza sempre più evidente. > Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate > anche dentro le democrazie occidentali. Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica. Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook; riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità, paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione. In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza, disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo. L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora. La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6 miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos. Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda. Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti sull’opinione pubblica. Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa permanente. > La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare > alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre > farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di > credere che una realtà comune esista ancora. La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese, la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi, agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia di commenti uguali scritti da chatbot. Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard, un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa vediamo dopo e cosa non vediamo affatto. Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi: maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi: Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine “recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca. In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo. > La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una > popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza > chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza > chiamarla repressione. Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano “devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”. Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia. I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404 Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement) automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale. Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati: integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480 milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana. Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi, gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan pubblicitario. La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan, sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. > Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende > da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo > ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati, hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico, l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile. X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling, meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida, economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata. Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici. La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità; tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza. “Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026 di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. > Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla > guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile > il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. > Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro. L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.
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Il riarmo delle coscienze
I l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”. La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare. Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran parte della vita civile del nostro Paese. Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale, sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”. Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2 giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno, in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste collaborazioni. > La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese > continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: > l’abitudine. C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare. Il mitra in cattedra Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così, entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair. Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento, in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve. L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia. > Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va > conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di > costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura > da conquistare. Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari: persino l’ambiente. I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché, avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso. La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la “cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri. Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029. > L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo > verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” > a un “valore” indiscusso. Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità. Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo sviluppo bellico. L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus, impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando. La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea. Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. > Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli > zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da > slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto > Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato. La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento” per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la presenza di militari in aula proprio a questo scopo. L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use” Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica, sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche, lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti. La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a 18. La guerra nelle strade Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società, però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210 milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni di euro. > La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma > quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace” che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento, definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo, spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta. Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030. L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3 giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea. Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano (Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi 740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di 19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE, rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili. Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T (Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un conflitto prolungato. > L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, > oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma > sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si > alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la > stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti. In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine, l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione: l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni. Nuove diserzioni In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6 febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”. In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale. Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento. L'articolo Il riarmo delle coscienze proviene da Il Tascabile.
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È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita. La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.” La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che > ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato > nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade > quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e > dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei > tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di > guerra, ma quotidianamente. Il caso Nirim era rimasto segreto militare per cinquantaquattro anni, ma agli autori dell’inchiesta la certezza della responsabilità dello stupro e del delitto non era stata data da minuziose indagini forensi, bensì delle stesse parole dei soldati: il fatto in sé era stato considerato tanto privo di conseguenze da poter essere incluso in un messaggio ufficiale, lo stesso che i giornalisti hanno potuto citare per intero nel loro articolo. In seguito all’incidente, si legge sempre, il sottotenente era stato condannato a quindici anni per omicidio (ma scagionato per stupro), con una condanna poi ridotta successivamente, e anche il resto dei soldati del plotone aveva subito ripercussioni; tuttavia queste misure, spiega bene l’articolo, vanno lette come sanzioni legate all’indisciplinatezza delle truppe, più che come conseguenza del delitto commesso. > A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche > persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la > pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti. Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno. È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia. C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto. È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo. > C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, > che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza > di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta > perturbante e fantasmatica di sé. Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale. È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli. Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore. In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale. > Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi > che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere > “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele > oltre i confini precedentemente assegnati. Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco. Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse. Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”. È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”. > Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno > dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, > palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”. Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli. Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”. Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata. Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo. > Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso > sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri > continenti attraverso l’imperialismo. Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro. Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme. Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti. Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”. > Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere > ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico > e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della > storia. È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero. A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”. Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato. Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima, > e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi > muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, > fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo > lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una > premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso > in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano > assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che > presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito > le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto > di Fato e Stato. > Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è > testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese > costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di > accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa. L'articolo Presente assente proviene da Il Tascabile.
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Dopo la verità, prima della menzogna
N el 2019, in un’intervista destinata a essere ricordata, l’ideologo del movimento MAGA (Make America Great Again) e punto di riferimento delle destre europee Steve Bannon ha sintetizzato l’attuale strategia di attacco al sistema mediatico e di informazione da parte dei neofascismi: “Il partito di opposizione sono i media. E i media, poiché sono stupidi e pigri, possono concentrarsi soltanto su una cosa alla volta. Tutto quello che dobbiamo fare è allargare il campo [flood the zone]. Ogni giorno li colpiamo con tre cose. Loro si concentreranno su una, e noi facciamo tutte le nostre cose, bang, bang, bang. Non si riprenderanno più. Ma dobbiamo iniziare con una velocità alla volata [muzzle velocity]” [traduzione dell’autore]. Quest’ultima espressione usata da Bannon indica letteralmente la velocità iniziale con la quale un proiettile esce da un’arma da fuoco, prima che l’attrito, la gravità o altri ostacoli la rallentino. Uno dei leader ideologici della destra ha dichiarato guerra all’informazione ancor prima che i fascisti iniziassero ad alimentare guerre in giro per il mondo. Oggi, mentre i giornalisti statunitensi vengono arrestati per i loro reportage sulle azioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), mentre più di 250 giornalisti sono morti a Gaza, mentre l’apparato militare-industriale occidentale compra e smantella giornali e televisioni, la guerra è in corso. Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una novità del Ventunesimo secolo. Quello che è nuovo, piuttosto, sono gli strumenti con cui questa guerra viene combattuta, ovvero la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva su ampia scala da una parte e il controllo di ampi settori dell’informazione dall’altra. Dal sito del ministero della Difesa italiano è scaricabile il dossier Cognitive Warfare. La competizione nella dimensione cognitiva e per parlare dello scontro tra potere politico e libera informazione credo sia essenziale partire da qui. Nel documento la guerra cognitiva è definita come “la capacità di generare effetti sfruttando i limiti e le vulnerabilità della mente umana per influenzare e, potenzialmente, manipolare il comportamento umano […] interferendo e alterando le dinamiche cognitive ad ogni livello”. Nel documento, questa capacità è correlata direttamente alle guerre economiche, commerciali e territoriali in corso a livello globale, come parte di una strategia complessiva di innalzamento della tensione tra Stati. Il ministero, assumendo ovviamente una posizione atlantista, si dichiara pronto a schierarsi e a dotarsi degli strumenti necessari per combattere questa guerra contro i propri nemici: “La Federazione Russa prosegue la sua sfida all’Occidente violando apertamente l’ordine liberale internazionale con l’obiettivo di porsi come valida alternativa […]. La Cina invece, persegue la sua linea di affermazione egemonica e di occupazione della rete mondiale di infrastrutture critiche, anche in aperta sfida al diritto internazionale”. > Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una > novità. Quello che è nuovo sono gli strumenti con cui questa guerra viene > combattuta: la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva > su ampia scala e il controllo di ampi settori dell’informazione. Da un punto di vista neurologico e psicologico la guerra cognitiva è spiegata così: > Benché spesso considerata quale elemento prevalentemente astratto, nella mente > umana confluiscono elementi psicologici, legati ai processi mediante i quali > ogni individuo acquisisce, elabora e dà significato a stimoli e informazioni > provenienti dall’ambiente in funzione del proprio comportamento (percezione, > immaginazione, simbolizzazione, formazione di concetti, soluzione di > problemi), ed elementi neurologici, costituiti dall’insieme delle strutture > specializzate del cervello responsabili di molteplici funzioni ‒ consce ed > inconsce ‒ tra le quali l’elaborazione del pensiero, il linguaggio, la memoria > e il controllo delle emozioni. Le intelligence e gli eserciti riconoscono l’importanza del controllo della percezione della realtà per il mantenimento – o l’acquisizione – del potere e per il controllo dell’opinione pubblica. Questo avviene in un cosiddetto “contesto Multidominio”, un sistema complesso formato dai vari domini del reale che compongono una società e le sue infrastrutture, ovvero: i diversi campi in cui è possibile esercitare potere e controllo (terra, mare, cielo, spazio e cibernetica); le dimensioni degli effetti (fisica, virtuale, cognitiva); i diversi sistemi (politico, militare, economico, sociale, informativo e infrastrutturale) e ambienti (informativo ed elettromagnetico). Nel Multidominio, un “sistema di sistemi”, ogni cambiamento su ciascuno di questi piani può influenzare gli altri: il Cognitive Warfare è un’operazione multidominio. Senza entrare eccessivamente nei dettagli con cui il documento spiega la questione, è importante aggiungere che l’azione dei nuovi strumenti di guerra cognitiva si divide in tre macroaree: l’influenza, ovvero il tentativo di manipolare il pensiero attraverso schemi culturali e valoriali di riferimento; l’interferenza, vale a dire l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che operano al livello fisiologico e biochimico alterando specifiche funzioni del cervello; e l’alterazione, ossia gli strumenti che permettono l’interazione tra il cervello e le macchine al fine di incrementare o indebolire le capacità della mente umana. Il documento del ministero riconosce, ovviamente, la centralità dei sistemi di informazione in questa guerra. In particolare viene citato il ruolo di Internet e delle sue tecnologie interattive con l’obiettivo di persuadere una persona a fare o pensare qualcosa. A Internet si sommano i fattori psicologici e i fattori sociali. Per “fattori psicologici” si intendono i bias cognitivi, il riconoscimento nella proiezione digitale di sé, la fiducia che si ripone verso determinati soggetti o la memoria emotiva (l’impatto che determinati traumi hanno sul comportamento degli individui); i fattori sociali, invece, sono le relazioni leader-follower, le dinamiche di gruppo e il “disimpegno morale selettivo”, ovvero l’insieme di meccanismi psicologici che portano ad assolvere comportamenti immorali in virtù delle proprie convinzioni. > Tali strategie possono impiegare robuste campagne di disinformazione ed > immensi flussi di fake news attraverso la manipolazione di contenuti reali o > la creazione artificiale di contenuti quali i deepfakes e sfruttando anche la > spettacolarizzazione di eventi traumatici per deviare un processo decisionale, > indebolire la coesione interna, erodere la fiducia nelle istituzioni > democratiche e generare dubbi e indecisione, al fine di perseguire un proprio > disegno strategico che svuota di significato elementi identitari della > popolazione […]. L’obiettivo di tali strategie è il caos, la confusione > generata dall’estrema polarizzazione che rallenta fino a immobilizzare > l’azione decisionale del soggetto target e consente il perseguimento dei > propri obiettivi strategici. Le strategie di disinformazione […] vengono > prevalentemente usate a livello operativo a supporto di altre azioni > (economiche, diplomatiche, militari, ecc.) sia nella fase di preparazione, sia > a supporto dell’azione principale. È molto difficile leggere questo documento e non pensare a quello che sta succedendo oggi nel rapporto tra i media e i governi occidentali. È indubitabile che la guerra cognitiva riguardi tutte le potenze imperialiste, comprese le nostre, e non possiamo neppure negare che ci siano anche tentativi interni agli Stati di manipolare l’opinione pubblica. Prendiamo ad esempio questa considerazione del documento: “Lo spazio cibernetico rappresenta un’opportunità, ma ha introdotto anche nuove minacce: l’accresciuta disponibilità e diffusione delle tecnologie di broadcasting implica la necessità sempre più stringente di pianificare le azioni militari considerandone il potenziale impatto sull’ambiente informativo, garantendo, al contempo, uno strumento per influenzare, modificare e minare le convinzioni della popolazione”. Mentre Trump seguiva l’operazione militare in Venezuela per la cattura di Maduro, uno schermo della Situation Room in cui si trovava era dedicato a leggere i commenti su X e Truth. > Non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza > sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, > soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli > ambienti digitali. Il politologo Don Moynihan ha descritto in questo senso, nella sua newsletter su Substack “Can we still govern?”, il governo di Trump come una “forma di governo che combina una visione del mondo da social media a tendenze autoritarie. In una ‘cliccatura’ chi governa non usa le piattaforme online soltanto come una modalità di comunicazione; le loro idee, i loro giudizi e il processo decisionale sono influenzati e direttamente rispondenti al mondo online a un livello altissimo. La cliccatura considera tutto come content, incluse le più basilari decisioni politiche e le loro pratiche di attuazione”. È interessante notare come Moynihan parli di un duplice movimento: non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli ambienti digitali. Può anche succedere, chiaramente, che si creino bolle molto ampie di persone che dissentono dalla narrazione ufficiale: è il caso ad esempio degli omicidi di Good e Pretti negli Stati Uniti e dei fatti del 31 gennaio contestuali alle manifestazioni per l’Askatasuna in Italia. In entrambi i casi molte persone e varie testate giornalistiche hanno cercato di contestare la linea ufficiale del governo producendo uno “scontro di verità”. Negli Stati Uniti Greg Bovino, l’ex Border Chief dell’ICE, ha parlato in vari casi di “false media narrative” in riferimento al racconto delle operazioni della polizia anti-immigrazione; Trump non si fa problemi a chiamare le giornaliste “piggy”, a dire che il loro giornale diffonde soltanto fake news o a definirle “la peggior giornalista che abbia mai incontrato”, come nel caso di Kaitlan Collins, reporter di CNN. In Italia, la giornalista di Radio Popolare e del Manifesto Rita Rapisarda, che ha ricostruito la dinamica del pestaggio al poliziotto durante la manifestazione per Askatasuna, è stata riempita di insulti e gravi attacchi personali, sia da politici sia da colleghi. Contro ogni tentativo di restituire una narrazione critica e oggettiva dei fatti bisogna quindi “allagare la zona”, sostengono i fascisti. A questo proposito è interessante leggere quello che scrive il giornalista Leonardo Bianchi sulla sua newsletter Complotti!, in particolare a proposito dell’AI slop, ovvero la “sbobba IA” che inonda Internet con contenuti schizofrenici e altamente provocatori, generati tendenzialmente con l’intelligenza artificiale. L’obiettivo, scrive Bianchi, è “abbattere il confine tra la verità e la finzione per generare quanto più engagement possibile. […] Trump, il Partito Repubblicano e gli influencer MAGA hanno scientificamente sommerso i social di immagini di Kamala Harris con una divisa militare simil-comunista o in posa da sex worker; di meme di Trump che salva gattini dai temibili migranti haitiani di Springfield; di foto raffiguranti Trump insieme a giovani afroamericani per dare l’impressione che fosse molto popolare in quella fascia demografica; e così via”. Aggiunge ancora, riportando le parole di un altro giornalista, Charlie Warzel: “dobbiamo farci strada in questo spesso strato di spazzatura, separando ciò che è palesemente falso da ciò che è reale e da ciò che è verosimile”. In Italia un atteggiamento mediatico di questo tipo è adottato dalla Lega e da Futuro Nazionale – si pensi ai meme in stile Stranger Things per lanciare la campagna mediatica sulla legge “anti-maranza”, la versione italiana della remigrazione, o alle immagini confusionarie, al limite dell’assurdo, che Futuro Nazionale pubblica quotidianamente per fare propaganda identitaria. > Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte > ideologica da quella economica: i giornali vendono un quinto delle copie che > vendevano vent’anni fa e i principali imprenditori dell’apparato > militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. Tutto questo rende estremamente complesso per l’utente medio orientarsi online, cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo e farsi un’idea critica. Ho fatto lezione su questi temi in alcune classi di scuole superiori: i ragazzi sostenevano di provare a informarsi online e allo stesso tempo si rendevano conto di quanto fosse difficile capire cosa stesse succedendo attorno a loro. Di più: i ragazzi con cui ho parlato sostenevano di non fidarsi dei media. Questa sfiducia, diffusa in tutte le fasce d’età, nasce, credo, da anni di propaganda politica contro i giornali tout court (si pensi per esempio alla durissima campagna condotta dal Movimento Cinque Stelle quando era al picco del consenso), a cui si sommano, a mio parere, i fenomeni di cui ho parlato finora, la crisi economica del giornalismo tradizionale e un’oggettiva responsabilità dei media nella copertura parziale e faziosa dei grandi conflitti di questi ultimi anni, Gaza su tutti. Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte ideologica da quella economica. Ci sono due dati incontrovertibili che credo appartengano a questo discorso: i giornali vendono un quinto delle copie che vendevano vent’anni fa, certamente sostituiti da altri media ma in piena crisi di senso e di validazione sociale e i principali imprenditori dell’apparato militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. A febbraio del 2025 Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi al mondo, fondatore di Amazon e proprietario dal 2014 del Washington Post, annunciava alla redazione del giornale il licenziamento dell’allora opinion editor, David Shipley, con questa lettera: > Vi scrivo per informarvi di un cambiamento che riguarda le nostre pagine di > opinione. > Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: le libertà > personali e il libero mercato. Ci occuperemo anche di altri argomenti, > ovviamente, ma i punti di vista che si oppongono a questi due pilastri saranno > lasciati alle pubblicazioni di altri. > C’è stata un’epoca in cui il fatto che un giornale, soprattutto uno che > rappresenta un monopolio locale, fornisse una sezione delle opinioni ampia, > che coprisse tutti i punti di vista, era considerato un servizio da offrire ai > lettori. Oggi Internet assolve a quella funzione. > […] Ho offerto a David Shipley, verso cui ho grande ammirazione, l’opportunità > di guidare questo nuovo capitolo. Gli ho suggerito che se la risposta non > fosse stata un “sì” entusiasta, allora doveva essere “no”. Dopo un’attenta > riflessione, David ha deciso di fare un passo indietro. > […] Sono convinto che il libero mercato e le libertà personali siano la cosa > giusta per l’America. Credo anche che questi punti di vista non sono > abbastanza presenti nell’attuale mercato delle idee e nel commento delle > notizie. Sono entusiasta di colmare questa lacuna insieme [traduzione dell’autore]. Il Washington Post, durante il primo mandato di Trump, aveva rappresentato una delle voci più forti di opposizione al governo – è rimasto celebre lo slogan “Democracy dies in darkness” – e il proprietario era lo stesso Bezos. Quando il miliardario ne cambia la linea editoriale, Trump si era appena insediato come presidente per il suo secondo mandato e i “broligarchi” avevano dichiarato massima fedeltà al suo progetto politico. Bezos aveva comprato il Washington Post nel 2014 e all’epoca, durante una conferenza stampa organizzata dal Business Insider, aveva detto: “Non so nulla di editoria, ma conosco un paio di cose su internet. Questa, insieme alla mia disponibilità finanziaria, è la ragione per cui ho comprato il Washington Post”. In un periodo in cui il crollo della sostenibilità economica dei quotidiani iniziava a essere palese, ma non mostrava ancora i risultati catastrofici che vediamo oggi, Bezos normalizzava il fatto che a possedere i quotidiani e le riviste fossero i ricchi industriali senza alcuna competenza specifica nel settore editoriale. I giornali diventavano asset da piegare al servizio di interessi economici, politici e reputazionali delle loro proprietà, che spesso hanno interessi che investono sezioni di mercato molto più ampie. In Italia l’esempio più lampante è rappresentato dalla storia del Gruppo GEDI, ricostruita nei dettagli da Alessandro Gilioli in un articolo del 16 dicembre 2025 su MicroMega. Scrive Gilioli: > Perché John Elkann ha comprato e poi distrutto e venduto Gedi?Questa è facile: > perché le sue testate maggiori, su carta e web, gli servivano a coprire > mediaticamente e politicamente la fuga dall’Italia del suo impero, gli scazzi > in tribunale con la madre, gli scheletri nell’armadio come i fondi neri del > nonno scoperti all’estero e le disavventure giudiziarie che lo hanno costretto > ai servizi sociali; oltre a essere, questa proprietà, molto utile in termini > di favori e sfavori, in un paese noto per il suo capitalismo di relazione e la > sua politica di relazione. Ora tutto questo non gli serve più e a fine pena > probabilmente si trasferirà direttamente a New York, del resto è cittadino > americano. Queste operazioni di mercato sviliscono la funzione che il giornalismo in quanto presidio democratico di informazione svolge nelle nostre società. È innegabile che la stampa fatichi a coprire con precisione i grandi fatti di cronaca e che la mistificazione o la narrazione parziale dei fatti sia stata sotto gli occhi di tutti; allo stesso tempo, in molti casi questo fenomeno è l’effetto di proprietà e direzioni direttamente colluse con determinati interessi politici ed economici. Contemporaneamente, il giornalismo locale sta crollando sotto il peso della crisi. > Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come > la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema > piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello > Stato di diritto. Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello Stato di diritto. Anche il report del 2024 della stessa Commissione evidenzia che “i portatori di interessi hanno espresso preoccupazioni a proposito del deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti e della crisi economica generale che sta investendo il settore dei media in Italia”. Alcuni dati importanti in proposito sono forniti dalla seconda edizione del report dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) intitolato Osservatorio sul giornalismo, pubblicato nel 2017 e consultabile online. I dati riportati dall’AGCOM, sebbene siano ormai “invecchiati”, ci permettono di avere uno sguardo complessivo sulle principali questioni di natura economica che hanno a che fare con la precarizzazione del lavoro giornalistico oggi come dieci anni fa. Dal report sono ricavabili soprattutto dati di ordine generale, come il progressivo invecchiamento della forza lavoro (che significa che sempre meno persone giovani riescono a stabilizzarsi e, prima ancora, scelgono di intraprendere la carriera giornalistica) e l’aumento progressivo del numero di freelance. Già dieci anni fa la quota di giornalisti autonomi (37%) superava quella dei dipendenti puri (27%). Lo stesso report evidenziava che l’80% dei giornalisti dipendenti aveva redditi superiori ai 20.000 euro annui, contro il 23% dei lavoratori autonomi e il 17% dei parasubordinati. Il sondaggio di Acta e Slow News del 2020 Fare i freelance nei media in Italia evidenzia i seguenti dati: > Oltre il 40% del campione ha una partita IVA e oltre il 35% viene pagato > attraverso collaborazioni occasionali e diritto d’autore. Il 29% dichiara di > lavorare per una sola testata o committente e il 28% con due. Il 52,7% svolge > esclusivamente la professione di giornalista; mentre il 41,2 svolge anche > altre attività per necessità economica, diversificazione del rischio e ricerca > di varietà. Il 66% viene pagato solo se il servizio/pezzo o prodotto > editoriale (es. vignetta o foto) è effettivamente pubblicato. Il 42% riceve > meno di 5mila euro lordi annui; mentre il 68,1% porta a casa meno di 10mila > euro lordi all’anno. In generale, nei primi anni del Ventunesimo secolo il settore giornalistico ha affrontato una crisi strutturale con annesso un aumento del precariato. Tra il 2000 e il 2016 è aumentata la percentuale di giornalisti con redditi inferiori a 35.000 euro e, nel 2015, oltre il 40% dei giornalisti guadagnava meno di 5.000 euro e oltre il 55% percepiva meno di 20.000 euro all’anno. Le nuove generazioni di giornalisti, in particolare quelli sotto i 30 anni, affrontano maggiori difficoltà di ingresso nel mercato. Report come quello di AGCOM e Acta mostrano che il mondo del giornalismo ha una struttura duale: un’élite stabile e contrattualizzata da un lato, e una vasta periferia di collaboratori e freelance sottopagati dall’altro – un quadro coerente con la crisi di sostenibilità economica del settore editoriale e con la crescente digitalizzazione dei processi produttivi. L’attuale classe dirigente dell’editoria italiana e dei media, una classe spesso sciatta e ignorante, ha contribuito all’impoverimento di chi lavora sui giornali, impedendogli di fare il proprio lavoro. Come scrive ancora Gilioli: > Di tutte le cause profonde che hanno portato alla catastrofe ce n’è una sopra > le altre? Sì: oltre al declino globale dell’editoria, è stata letale la fine > dello spirito collettivo, della sensazione comune di svolgere una funzione > culturale e civile per il paese, di essere noi tutti – insieme – un presidio > di democrazia al servizio della società, della laicità, dell’apertura mentale > e del progresso sociale. Quando questo sentimento è svanito – e siamo > diventati solo impauriti prestatori di manodopera intellettuale – è finita la > peculiarità del Gruppo Editoriale l’Espresso-Gedi. E le nostre testate hanno > iniziato a crollare a una velocità maggiore – a volte quasi doppia – di tutte > le altre. La guerra cognitiva è in corso, ma per vincerla è necessario prima di tutto fare la lotta di classe. L'articolo Dopo la verità, prima della menzogna proviene da Il Tascabile.
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Nuova escatologia terrena
L > a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo > l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […]. > Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, > autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal > peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, > nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi > stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli > elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua > ci vivifica e ristora. > > > > Niente di questo mondo ci risulta indifferente. A maggio 2015 la forza dirompente dell’enciclica Laudato si’ scuoteva alle fondamenta il mondo cattolico e l’istituzione Chiesa. Siamo composti – scriveva papa Francesco – dagli elementi stessi del pianeta. Viviamo la sua malattia. Quel testo ha dato vita a una mobilitazione generale delle e dei fedeli che, in tutto il mondo, hanno preso parte a iniziative grandi e piccole a contrasto della crisi climatica. Attivazione che alle nostre latitudini associamo solo al mondo cattolico ma che invece ha riguardato e riguarda molti altri culti. L’altare e la biosfera Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza, biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967, identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento illimitato della natura. Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi. > Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più > vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il > quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose > terrene. Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo 2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica. Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto di diritto. Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra” coincide con “il grido dei poveri”. Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato, “la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che, con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la stesura dell’Accordo di Parigi. Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di 600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile, eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani, definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”. > Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica > sfida socioambientale. La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria “sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli impatti della crisi climatica. L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto 2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile. Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode, vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il sacro legame tra uomo e biosfera. Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile. Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali faticano a imporsi. > La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri > della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la > transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo > morale ineluttabile. L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti. Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone. Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative (IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella spirituale dell’umanità. Le Faith-based organizations Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization (FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. > Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività > finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili. Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come l’abbandono globale dei combustibili fossili. Una nuova escatologia Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione dalle battaglie bioetiche tradizionali. Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini, oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo. > Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza > in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale, con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing. L'articolo Nuova escatologia terrena proviene da Il Tascabile.
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Ecofascismo
L a Sicilia mangiata dal mare, uno spettacolo che non può lasciare indifferenti. Come pure, qualche anno fa, l’Emilia sotto l’acqua. La Liguria spazzata dai tifoni, e più ancora, allargando lo sguardo, le inondazioni che ormai si registrano un po’ ovunque, il caldo torrido, i freddi gelidi, le nevicate esagerate e le piogge torrenziali, che affogano la terra essiccata da mesi di siccità. La geografia della crisi climatica sta acquisendo terreno un po’ ovunque, modificando gli equilibri ambientali, certo, ma anche sociali. Soprattutto perché, se fino a poco tempo fa ‒ una decina di anni e poco più ‒ si credeva che fosse ancora possibile ignorarla, oggi la sua presenza è troppo centrale per farlo. Al punto che persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno propense a considerarla ora non riescono a fare a meno di parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale. Anzi, stiamo addirittura assistendo a una modifica radicale della tematica ecologista: non è più una questione progressista, minoritaria e naïf, ma una nuova nicchia di mercato politico da cui anche le utradestre vogliono attingere. Ecofascismo è un termine coniato negli ultimi vent’anni che rimanda in modi diversi all’adesione tra le ideologie autoritarie e la proposta di tutela dello stato dell’ambiente. Negli ultimi anni la loro presenza si è fatta più incisiva, recuperando le tradizioni già presenti nel nazismo (in cui la fusione tra preoccupazione per l’ambiente e razzismo era massimizzata dalla concettualizzazione della purezza del territorio e della popolazione) e inserendole nell’economia di mercato. L’ecofascismo contemporaneo è completamente liberale: incentrato sull’incentivo di flussi economici e drenaggi di risorse grazie all’economia bellica, attribuisce tutta la responsabilità dell’inquinamento alle popolazioni dei Paesi periferizzati, definiti Sud del mondo, e all’immigrazione che origina da quei territori. Infatti, nell’economia di guerra, l’ambiente è una voce sacrificabile, quasi una nota a margine. E non solo perché il comparto bellico inquina nella produzione, ed è infatti responsabile di circa il 5,5% delle emissioni GHG, ma anche perché qualsiasi prodotto da esso generato ha come scopo la distruzione. Si vede ad esempio nelle previsioni disastrose sulle ricostruzioni. Come a Gaza dove, tra i tempi di rimozione delle 50.000 tonnella di macerie, stimati intorno ai 15 anni, e i costi esorbitanti per farlo ‒ stimati intorno ai 53 miliardi di dollari ‒, quasi si perde la dimensione di come l’impatto di bombardamenti e distruzione di edifici, flora e uccisione di animali non umani possa aver compromesso la vivibilità dell’ambiente. Nel pensiero ecofascista, il volume della storia è molto breve, pensato per connettere fatti in maniera inversa (secondo questo pensiero, l’immigrazione non è conseguenza ma causa del depauperamento ambientale) e, soprattutto, per farlo in una parentesi temporale da cui sono espulsi i processi storici. L’ecofascismo, anche nelle sue forme più criptiche, quindi non dichiarate come tali, si modella proprio su questa distribuzione iniqua sia delle pseudocause sia delle soluzioni. E infatti ripete spesso proposte neomalthusiane, secondo le quali l’unico modo per ridurre il degrado dell’ambiente sarebbe il controllo della popolazione. Un controllo ipotizzato in maniera selettiva, che colpisce direttamente alcuni Paesi che non solo sono popolosi, ma anche potenziali concorrenti nel predominio economico occidentale. Il problema viene infatti identificato con Stati come Cina e India, della cui popolazione l’ecofascismo desidera una drammatica riduzione. > Persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno > propense a considerare la crisi climatica ora non riescono a fare a meno di > parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale. Si tratta di una volontà “ecologista” che considera l’ambiente ‒ e la vita ‒ come un privilegio bianco. Naomi Klein, non a caso, parla dell’ecofascismo come di quella corrente di pensiero e azione che promuove l’“ambientalismo attraverso il genocidio”. L’ambiente, come contesto, rimane infatti sul piano simbolico: uno spazio chiuso, idilliaco, da proteggere e rinnovare attraverso la distruzione di un nemico. Il confine dell’ambiente diventa quello dell’espulsione, il punto focale di rincontro tra spazio e razzializzazione. La crisi climatica, oltre a funzionare da esasperatore delle diseguaglianze sistemiche, viene usata come argomentazione che legittimi le ideologie alla base di quelle stesse fratture. Già nelle sue prime espressioni novecentesche l’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Nella prospettiva dei fascismi ambientali ‒ e dei loro affini ‒ l’ambiente è un concetto limitato, afferente a uno spazio chiuso e scisso da tutto il resto, a sua volta suddiviso in vari “ambienti” in funzione del tipo di autorità a cui sono sottoposti. L’adesione tra ambiente e territorio dello Stato è assolutizzata, voluta proprio per corroborare il presupposto sostanziale degli ecofascismi e cioè che la maggior minaccia per l’ambiente è “l’esterno”. Prima di compiere la sparatoria a Christchurch, Brenton Tarrant pubblicò un manifesto online in cui faceva riferimento diretto all’ecofascismo, esprimendo l’idea che cultura e razzializzazione siano equipollenti, che la cultura sia proprietaria degli ambienti e che, perciò, l’azione contro una presenza culturale “differente” sia da considerarsi legittima. L’attentato ecofascista e suprematista contro la moschea di Christchurch di Brenton ha portato alla morte di 51 persone. Perciò, mentre i poteri egemoni continuano a invadere con attività estrattive e predatorie, nella retorica ecofascista tutto ciò che non è Occidente bianco viene descritto come minaccia attiva. Il processo di alterizzazione, di costruzione dell’altro, si lega all’attaccamento ambientale, all’identificazione e costruzione di una popolazione interna minacciata da un’aggressione esterna che, perciò, è considerata anche una minaccia all’ambiente. Nel ricircolo delle idee, infatti, ogni prospettiva autoritaria, avvicinandosi esteticamente ad alcune cause sociali, cerca di rendersi più appetibile e anzi, di proiettare un’immagine di cura e sicurezza agli occhi della popolazione considerata interna. Una modalità affine a quella femonazionalista, che usa i corpi delle donne come corpi della nazione, alimenta la xenofobia fingendo che la violenza di genere sia un problema legato alla migrazione e spinge perciò verso politiche di espulsione ostentando di agire nel nome delle donne. O di chi, nella prospettiva biologista, bianca e binaria viene considerata tale. Il Mediterraneo è l’ambiente simbolo di queste derive. Un ambiente sempre più ferito dalla crisi climatica, uno spazio militarizzato e turisticizzato, ma al contempo abbandonato, in cui le soggettività in transito vengono lasciate morire nel nome della protezione di una comunità interna. L’ecofascismo, infatti, interrompe sul nascere le relazioni. La connessione e la solidarietà sono indicate come il nemico sostanziale dell’autorità e, perciò, vengono presentate come lesive di ambiente e autonomia. Infatti, l’esterno è lo spazio che contiene anche la potenziale concorrenza ‒ di potere ‒ che deve essere rimossa preservando sia il sistema degli Stati-nazione, sia quello del capitalismo. > L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Il che è in netto contrasto con l’ecologismo, e cioè il modello politico che deriva dall’ecologia, ovvero la scienza che studia le relazioni tra l’ambiente e chi lo abita. Essendo le relazioni il fulcro della materia, dovrebbero esserlo anche della politicizzazione. L’afflusso logico però si interrompe bruscamente scontrandosi con gli ostacoli che derivano dal tipo di cultura che predomina nel sistema capitalista, incentrata sull’interesse utilitario e strumentale, che considera valido e interessante tutto ciò che genera un profitto per alcuni spazi di potere: i centri di accumulo. Quelli che dell’ecologia si sono sempre curati poco e male, ma che ora la vedono come nuovo carburante per alimentare i propri processi di crescita materiale. Un tratto non secondario dell’ecofascismo è che può essere criptato e mutuato. Non solo da chi il fascista fa ma non si dichiarerebbe mai tale, dai gruppi di estrema destra alle fazioni più immediatamente ascrivibili a quella espressione politica, ma anche da altri poli politici. Le sinistre liberali, ad esempio, hanno e continuano ad approcciarsi alla crisi climatica con modalità decisamente affini, proprio perché non escono dalla cornice del capitalismo. Invece di contrastarlo lo promuovono, finendo così per pavimentare l’avanzata più reazionaria e mantenere salde le politiche xenofobe. Il tutto accade in un contesto fosco. Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e sotterranei. Anzi, quelli che potrebbero sembrare poli opposti finiscono con l’essere sfumati a seconda del sentire del momento: ciò che genera profitto elettorale vale più dell’idea in sé. Così la fluidità prende il sopravvento, permettendo convivenze assurde e ossimori. Non a caso, la negazione della crisi viene rivendicata dalle stesse persone che parlano della sovrappopolazione come un problema climatico, le stesse che chiudono i confini cercando di renderli più ermetici possibile mentre si impegnano nell’invasione di altri territori. È il caso di Marine Le Pen che con la sua idea di “ecologismo patriottico” enfatizza la minaccia ecologica come una rischio per lo Stato innescato dalla migrazione. L’etnonazionalismo trasforma i problemi globali in conflitti tra gruppi separati da confini, e propone come soluzione la chiusura di questi, con annesso controllo serrato sulla popolazione interna. Dal fascismo verde, quindi, non arriva solo la legittimazione all’espulsione, ma anche alle ideologie suprematiste e quindi all’uccisione programmatica, proprio grazie alla costruzione concettuale del corpo invasore da allontanare per proteggere un equilibrio identificato come “naturale”. > Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle > negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un > progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e > sotterranei. Un frangente aggressivo in cui si colloca, pur sembrando ossimorico, il “petromachismo”, descritto da Cara Daggett del dipartimento di Scienze politiche della Virginia Tech (Virginia Polytechnic Institute and State University), ovvero la relazione tra una maschilità egemone e predatoria e le spinte ecocide, che avanza di pari passo con un machismo che promette soluzioni alla crisi attraverso metodi forti, violenti e suprematisti. Due volti dello stesso viso, che acquisiscono ‒ letteralmente ‒ terreno promuovendo una versione elitaria dell’ecologia, messa al servizio della ricchezza e di chi la amministra. La diseguaglianza, in questa cornice, è chiaramente progettata e ricercata per mantenere il divario decisionale e di potere sia nelle relazioni tra soggettività umane sia in quelle non umane. Nel progetto ecologista fascista, infatti, le soggettività non umane non sono contemplate se non come merce e come strumento. Alcune specie vengono elette a specie nazionali, da “difendere”, mentre altre, sono considerate “aliene” e per questo pericolose. Il punto non è tanto la reale interazione tra le specie, quanto la costruzione dell’altro come nemico. Anche perché molte di queste interazioni avvengono come conseguenza di azioni compiute dall’essere umano. Soprattutto nel campo produttivo, che ha da sempre promosso l’importazione forzata di specie messe a reddito. Così, anche lo specismo viene usato in una forma particolarmente xenofoba, che ramifica ulteriormente il senso di nazionalizzazione instillato da questi movimenti che fanno dell’ambiente un territorio ideologico chiuso. La sedimentazione di questa percezione crea un ulteriore bacino estrattivo semantico: dalla furia contro le soggettività non umane non autoctone, si ricava altro materiale per scatenarla contro quelle umane. In un circolo vizioso che, all’atto pratico, ha come unico scopo la stabilizzazione di nuove forme di imperialismo climatico. L’ecologismo di destra, anzi, finisce con l’essere l’apripista impensabile verso le derive autoritarie ed ecocide. Promuovendo una percezione della crisi come fattore esterno, causato da altri soggetti, statali e individuali, nutre la convinzione che la soluzione sia un ripiegamento interno, una protezione che aderisce totalmente all’idea di Stato-nazione. Il che spinge verso una deriva autarchica, ovvero verso il raggiungimento di una sorta di indipendenza e autonomia paradossalmente agganciata all’economia globale e, quindi, con tutti i vizi di forma che la rendono non un’autosufficienza, ma una gestione centralizzata di risorse il cui accumulo si realizza al di fuori della materialità dello Stato. L’imperialismo climatico si fonda infatti sull’acquisizione di terre a scopo produttivo ed energivoro. Per realizzarla è necessaria l’estensione dei confini dello Stato, con accordi o acquisizioni, ma anche con interferenze governative o corruzioni di vario tipo. Così, i confini diventano porosi per i flussi che dal “dentro” spingono verso il “fuori” in termini di esercizio di sovranità ‒ politica, militare ed estrattiva ‒, e per quelli dal “fuori” vanno verso il “dentro” che prevedono l’acquisizione e la spesa di risorse, mentre si solidificano in entrambe le direzioni quando si tratta di attraversabilità e diritto. > L’ecologismo di destra finisce con l’essere l’apripista verso le derive > autoritarie ed ecocide. L’ecologismo di destra estrema è costruito su questo doppio standard, sulla misura del paradosso anche a livello concettuale. Infatti, oltre a predare i territori che non appartengono all’influenza di quello Stato, nell’usare l’idea della migrazione come spiegazione sacrificale di tutti i mali, nasconde un’altra forma di predazione tipica del capitalismo, e di ogni forma politica che lo formalizzi, ovvero quella delle periferie. Se l’esterno è considerato territorio periferizzato, lo stesso si può dire di molti ambienti “interni”, territori svalorizzati dalla prospettiva della vivibilità, ma altamente profittevoli da quella estrattivista, vengono continuamente messi a reddito, acquisendo tutte le risorse necessarie, siano queste forza lavoro, spazio, ambiente ecc., per alimentare l’arricchimento del centro, compreso quello dei sistemi e delle proposte ecofasciste. Un aspetto riscontrabile in tutte quelle proposte che promettono guadagni in termini di sostenibilità a patto che vi sia una previa e abbondante distruzione ambientale, che alle comunità che abitano quei territori piaccia o meno. La proposta ecofascista si vede in tutte quelle pianificazioni infrastrutturali che, invece di lavorare con il territorio per dare reale sollievo al sistema ambientale, agiscono su di esso, amministrandolo come se fosse un asset, materiale e retorico. L’impostazione autoritaria si palesa quindi nella repressione del dissenso che si genera alla luce di queste proposte e di questi progetti, con una violenza militarizzata continua, prodotta sia con la repressione fisica sia con quella burocratica e legale, allo scopo di sventrare le possibilità di resistenza delle singole soggettività dissidenti, sottoponendole alla minaccia del carcere, del tribunale e delle spese che qualsiasi difesa legale comporti. A testimonianza di questi inasprimenti concorrono le prese di posizioni sempre più vigorose nei confronti delle persone attiviste per il clima, le cui azioni vengono progressivamente ascritte all’ambito semantico e giuridico del terrorismo. L’ecofascismo non è solo una prospettiva all’orizzonte ma è già una realtà in molti Paesi. Una manifestazione abbellita da tinte verdi e proposte sostenibili ‒ ovvero che si impegnano a mantenere lo stato delle cose, non certo a cambiarlo ‒ che di fatto hanno pavimentato la strada per nuove estensioni imperialiste, belliche ed ecocide. L'articolo Ecofascismo proviene da Il Tascabile.
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Antimacchine di Valentina Tanni
P rima di aprire la pesante porta di lamiera nera ci viene chiesto di firmare una liberatoria. È una lista dei pericoli per la nostra incolumità presenti nell’attività che stiamo per intraprendere. Scendiamo nel seminterrato. Qualche dozzina di persone si muove nel buio, tra schermi che proiettano glitch iridescenti. È difficile distinguere i volti ma nelle loro mani si delineano le sagome di vari strumenti: trapani, seghetti, cacciaviti e martelli di varie dimensioni. Armeggiano concentrati intorno a delle strutture rettangolari, illuminate da fasci di luce bianca tagliente. Sembrano tavoli operatori su cui stia avvenendo una qualche forma collaborativa di intervento chirurgico. La prima impressione è di essere sprofondati in un incubo alla Hostel (il sanguinolento film torture porn del 2005, diretto da Eli Roth), ma sui tavoli di questo scantinato dall’onirica architettura cyberpunk non ci sono corpi mutilati ma decine di macchine. Macchine distrutte, aperte, spezzettate, disassemblate, sventrate e ridotte in scheletri elettromeccanici difficilmente riconducibili alla loro forma originaria. Lo strano spazio in cui siamo capitati si chiama CR3P4 ed è una rage room, una stanza “in cui gridare vendetta contro i soprusi subiti da dispositivi e tecnologie esigenti”. È stata allestita presso il Liminal Space a Roma dal collettivo artistico Liminal State. L’occasione è la presentazione di Antimacchine (2025), l’ultimo libro di Valentina Tanni. In quella stanza è possibile rompere e scoprire di cosa sono fatti gli oggetti tecnologici che dominano le nostre vite, aprire le black box, come le definisce l’autrice del libro, e guardarci dentro con la curiosità estatica di un anatomista ottocentesco. Da diversi anni la ricerca di Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e tecnologia digitale. Lo fa con la fascinazione viscerale di chi è cresciuto con e dentro Internet e con la lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di vedere definitivamente interrotto quel rapporto libero e autentico con le tecnologie. Tra il “nerdismo” e l’attenta critica alle avanguardie delle estetiche digitali, il suo percorso è cominciato con Memestetica (2020), in cui applicava gli strumenti della critica dell’arte all’analisi dell’oggetto-non-identificato digitale per eccellenza: il meme; è proseguito poi con Exit reality (2023) in cui estendeva la sua ricerca all’insieme delle estetiche di Internet, l’inafferrabile “entità aliena” a cui accediamo costantemente attraverso il portale dei nostri schermi, compiendo un “viaggio astrale” fuori dal mondo materiale. L’idea dell’“uscita dalla realtà” diveniva così il punto di congiunzione dell’iridescente e mutevole mondo delle aesthetics, estetiche digitali nate in maniera più o meno spontanea su Internet. Exit reality, come aveva già fatto il libro precedente con i meme, finiva per accompagnarci in un safari allucinato attraverso gli strani microcosmi che costellano lo spazio digitale: dalla nostalgia per l’impossibile della vaporwave, alle allucinazioni ontologiche del cake or fake, dall’escapismo magico del reality shifting, fino all’orrore cosmico delle backrooms. > Valentina Tanni scandaglia i rapporti tra arte e tecnologia digitale con la > fascinazione viscerale di chi è cresciuto con e dentro Internet e con la > lucida inquietudine di chi percepisce il rischio di vedere definitivamente > interrotto quel rapporto libero e autentico con le tecnologie. Antimacchine, uscito quest’anno per la nuova collana dei Maverick di Einaudi, si concentra sul nostro rapporto con i dispositivi digitali, le macchine multiformi che costellano la nostra vita quotidiana. L’approdo al nuovo editore disinnesca inevitabilmente l’attitudine esoterica e apocalittica che caratterizza le pubblicazioni di Nero Editions, ma lo rende un libro più accessibile che rimane comunque perfettamente allineato nello spirito alle ricerche precedenti di Tanni. È contemporaneamente un rilancio verso un nuovo orizzonte, così come la conclusione di una trilogia compatta. Forse è soltanto una soglia, o un portale, come lo definirebbe l’autrice. La novità semmai è in un’urgenza inedita di cui è impregnato ogni capitolo di Antimacchine. Mentre i due testi precedenti erano caratterizzati dalla meraviglia per la scoperta, dall’immersione in un ecosistema alieno e autosufficiente, che a ogni nuovo subreddit rivelava meraviglie inattese, quest’ultimo svela fin dalle prime pagine un approccio programmatico e pragmatico nei confronti del nostro atteggiamento verso la tecnologia, finendo per traboccare nell’aperta militanza. Il messaggio ha la chiarezza di un pamphlet insurrezionalista: il mondo è in pericolo ma, se lasciamo rimbalzare questo grido di allarme, c’è ancora spazio per salvarlo. La meraviglia delle macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo combattere per rimpadronircene e dobbiamo farlo ora. Il libro si compone di due parti ben distinte: la prima sviluppa una genealogia dell’uso improprio delle macchine con finalità artistiche, caotiche o politiche; la seconda, divisa per tipi di tecnologie, passa in rassegna i più interessanti esempi di misuse contemporaneo, dal trasformare Roomba, il comodo aspirapolvere autonomo, in una macchina mortale, all’hacking dei modelli linguistici delle intelligenze artificiali. Partendo da un breve contributo scritto nel 2001 da Jon Ippolito, come presentazione di una mostra dell’Istituto d’arte di San Francisco, intitolato appunto The Art of Misuse, Tanni traccia i tre concetti portanti alla base del sabotaggio tecnologico: appropriazione, riuso e ricontestualizzazione. È solo attraverso la mescolanza di queste tre azioni programmatiche che possiamo rimpadronirci delle tecnologie che usiamo quotidianamente. Passando dall’essere imprigionati “senza rendercene conto, nel contesto di un recinto che non solo ci limita, ma può portarci ad abbracciare inconsapevolmente valori e ideologie, interiorizzandoli e favorendone la diffusione” al jailbreak (l’hacking di un circuito protetto) o all’evasione dal carcere tecnologico, rifiutando “le logiche tayloriste di gestione scientifica e di efficienza”, così da “rimettere in discussione il concetto di funzionalità e la sua elevazione a valore supremo”. > La meraviglia delle macchine digitali non è ancora perduta, ma dobbiamo > combattere per rimpadronircene e dobbiamo farlo ora. Facciamo qualche esempio pratico. Un atto di appropriazione è quello di dipingere un graffito sulla parete di un palazzo, riconfigurando semanticamente quell’oggetto. Il riuso avviene quando una tecnologia in disuso o obsoleta viene riconfigurata per darle una nuova funzione, imprevista nella sua progettazione. È il caso del circuit bending, la pratica di modificare in modo caotico e casuale giocattoli sonori per produrre rumori imprevisti, il cui termine è stato coniato da Reed Ghazala, suo principale teorico e venerato esponente. Infine la ricontestualizzazione, che va a operare direttamente sul contenuto ideologico implicito o esplicito dell’oggetto per farne uno strumento di militanza. L’esempio è quello di La dialectique peut-elle casser des briques?, il film del 1973 realizzato da René Viénet attraverso l’appropriazione di una pellicola cinese di arti marziali e la sostituzione del doppiaggio originale con nuovi dialoghi, incentrati su una critica sociale di stampo marxista. L’inoculazione di questa ideologia parassitaria permette di fruire di un oggetto filmico in cui tra un calcio volante e l’altro si discute di lotta di classe, alienazione e rivoluzione. L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk di militanza politica. Gli esempi snocciolati dall’autrice nella seconda parte del libro sono tantissimi e alcuni assolutamente irresistibili. Dalla Magnet TV di Nam June Paik, che con un magnete industriale trasforma un televisore a tubo catodico in un generatore di immagini ipnagogiche pulsanti, al già citato doomba, evoluzione malvagia dell’aspirapolvere Roomba, su cui vengono montati pericolosi marchingegni, dai coltelli da macellaio alle motoseghe, fino alle versioni più estreme dotate di fucili d’assalto. C’è il Furby Organ di Look Mum No Computer, un organo composto da quarantaquattro pupazzi pelosi della Hasbro collegati a una tastiera, o il Vape-o-Gochi, creato da Rebecca Xun e Lucia Camacho, a metà tra una sigaretta elettronica e un Tamagotchi, in cui se non svapi regolarmente il tuo cucciolo digitale muore. Dalle versioni di Doom, il videogioco sparatutto della id Software, modificato per girare sui test di gravidanza, fino ai marchingegni titanici di Mark Pauline, composti da scarti dell’industria militare, sui cui nastri trasportatori sfilano carcasse di piccioni morti pronte per essere fatte a pezzi dalle lame rotanti. In questa lunga rassegna, lo scettro di antimacchina per eccellenza spetta a The Ultimate Machine, creata negli anni Cinquanta da Marvin Minsky: un cubo nero con un pulsante di accensione che, una volta premuto, aziona un braccio meccanico che spegne l’interruttore. Una macchina che ha la sola funzione di spegnersi. Una “trovata comica e surreale” che è allo stesso tempo “una vertiginosa riflessione sulla natura delle macchine, sulla relazione tra esseri umani e tecnologia, sul concetto di automazione”. Il misuse applicato al concetto stesso di macchina, hackerandone ogni utilità e funzione: “una macchina filosofica, un congegno il cui unico scopo è di attivare il pensiero, di esistere nella contraddizione”. The Ultimate Machine diviene così un esempio archetipico che fissa lo zenit di una disciplina e inaugura una postura mentale da applicare quotidianamente nel nostro rapporto con la tecnologia. Per farlo basta incominciare dai gesti più semplici, per esempio smettendo di leggere le istruzioni. Così Tanni ammette, in prima persona, a metà tra un’intuizione privata e una chiamata alle armi (o ai cacciaviti): > Mi sono presto resa conto che si tratta di una pratica in grado di > attraversare i confini disciplinari che merita di essere divulgata, preservata > e attuata quanto più possibile. L’uso improprio è una forma di resistenza > accessibile che coniuga l’aspetto pragmatico con quello filosofico: si tratta > di mettere le mani sugli strumenti tecnici, rifiutando al contempo, anche sul > piano simbolico, di esserne controllati. Ignorare le istruzioni – forse questo > è l’aspetto più importante – è un modo per mancare di rispetto alla > tecnologia, trattandola come un oggetto come gli altri, rigettandone la sua > continua glorificazione. Ed è proprio la glorificazione della tecnologia la nota inquietante su cui si conclude il libro, ma prima di parlarvene vorrei fare una digressione. Nel 2024 è arrivato nei cinema Il robot selvaggio, l’ultimo film di Chris Sanders, tra i più importanti autori d’animazione contemporanei, passato prima per la Disney (Lilo & Stitch) e poi approdato alla DreamWorks (Dragon Trainer, I Croods). È la storia, raccontata con meravigliose illustrazioni digitali, tra texture low-poly e campiture di colore ai limiti dell’astrattismo, di un androide di nome ROZ che finisce per sbaglio abbandonato in un bosco, dove dovrà confrontarsi con la vita degli animali che lo abitano. Dopo le prime paure e incomprensioni, il protagonista subisce un arco di trasformazione che lo porta a rimettere in dubbio la sua programmazione di “robot aiutante” e a comprendere che il mutuo aiuto tra le diverse specie viventi è alla base della ricerca di senso di ogni esistenza, finendo così accettato e benvoluto dalla comunità degli animali del bosco. Non sarebbe nulla di nuovo rispetto alla classica struttura di una favola idealista, riattualizzata da temi ecologici, se non fosse che il protagonista è una macchina. Una tendenza che nel cinema di animazione si è incontrata diverse volte negli ultimi anni da Robots (2005) a WALL-E (2008), fino a Big Hero 6 (2014). > L’atto del misuse tecnologico diviene così un gesto in bilico tra l’amore > incondizionato per la macchina, un atto creativo estemporaneo e una forma punk > di militanza politica. L’empatizzazione nei confronti delle macchine appare così come una tendenza conclamata che nasconde non pochi lati inquietanti. Al di fuori del cinema di animazione basta guardare alla rapidità, tra l’acuta mossa di marketing e l’autoavverarsi di una profezia fantascientifica, con cui abbiamo liquidato i moderni large language model (ChatGPT, Gemini) come forme di intelligenza artificiale. L’intelligenza, a differenza dell’ingranaggio o del circuito, non è un cieco strumento, con l’intelligenza si parla, non si utilizza per raggiungere un fine ma più eticamente ci si collabora. Se Marx aveva speso buona parte della sua vita a dimostrare come il processo di industrializzazione avesse portato a considerare gli operai alla stregua di macchine capaci di rimanere in vita, riprodursi e soprattutto lavorare, oggi la tendenza si è invertita e l’umanizzazione del macchinico ci spinge sempre di più ad accettare la possibilità di empatizzare con la macchina, senza tener conto dei grandi rischi che questo comporta: l’empatia ci allontana dalla comprensione dei meccanismi alla base del suo funzionamento e serra la strada di una distaccata razionalizzazione. Nessuna persona sana di mente deciderebbe spontaneamente di aprire il suo cane per vedere com’è fatto dentro, idea che risulta – per ora almeno – più che accettabile se indirizzata verso il nostro cellulare. L’empatia infatti è una delle espressioni emotive più profonde dell’essere umano e ci conduce – ancora e fortunatamente – a legare l’esperienza di altre coscienze individuali alla sacralità e alla sottile sostanza spirituale di cui è fatta l’esistenza stessa. Lasciare che su questi concetti sia innestato il macchinico può portare a conclusioni se non distopiche (e il cinema ne ha già dato qualche esempio, da Blade Runner a Ghost in the Shell fino a Her), quanto meno pericolose. È ciò che sta accadendo oggi negli ambienti del tecno-ottimismo, dove l’intreccio tra tecnologia e religione appare sempre di più come un fenomeno ben consolidato, dal Techno-Optimist Manifesto scritto di Marc Andreessen che conta di risolvere ogni problema dell’umanità con la tecnologia (in cui il verbo credere – to believe – compare per “ben 116 volte”) fino alle affermazioni spiritate di Sam Altman, CEO di OpenAI, che definisce l’AI “un’intelligenza magica che viene dal cielo” o confessa di sentirsi “dalla parte degli angeli” quando lavora al machine learning. Il sorgere della nuova religione secolare basata sul culto della tecnologia sembra imminente, tanto che i tech-guru dispongono già del loro dogma e di diverse schiere di profeti. Quello che fa notare Tanni nell’ultimo capitolo di Antimacchine è che questa corrente tecno-mistica non è niente di nuovo (le utopie tecnologiche si accumulano nei secoli, da Campanella a Fourier), semmai la novità più inquietante è il suo essersi rovesciata di segno: se per gli utopisti classici il futuro era velato di un baldanzoso ottimismo, per cui le macchine avrebbero liberato finalmente l’uomo dal lavoro, “oggi, al contrario, la fede nella tecnologia ruota attorno a cupe visioni apocalittiche. Al suo sviluppo è delegata la salvezza della specie umana: dobbiamo accelerarne l’innovazione per rispondere alle crisi economiche, energetiche ed ecologiche”. Arrivando così al paradosso che la tecnologia è necessaria per salvarci dalla tecnologia stessa. > Il sorgere della nuova religione secolare basata sul culto della tecnologia > sembra imminente, tanto che i tech-guru dispongono già del loro dogma e di > diverse schiere di profeti. Per dirla alla Sam Altman: seppure esiste la possibilità che la tecnologia sfugga definitivamente al controllo degli esseri umani, auguriamoci almeno che questa sarà una “singolarità gentile”. È proprio in questo consesso di svalvolati evangelizzatori della Silicon Valley che Valentina Tanni sembra voler lanciare la molotov decisiva dell’uso improprio. Fronteggiare la macchina non con un’altra macchina, bensì con l’antimacchina! Concludendo con le sue parole: “Se credere nella tecnologia oggi è un dogma, mancarle di rispetto è un’eresia necessaria. Ed è qui che tattiche come l’appropriazione, il dirottamento e l’uso improprio acquistano valore: per la capacità di mettere in crisi il pensiero unico, coltivando forme pratiche di scetticismo e atti insensati di disordine”. L'articolo Antimacchine di Valentina Tanni proviene da Il Tascabile.
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