La realtà quotidiana è angosciante: guerre, genocidi, crisi climatiche,
ingiustizie sociali o derive autoritarie con letali repressioni, e crimini
efferati si accumulano nelle cronache. Abbiamo davvero bisogno di film che ci
facciano rivivere queste angosce?
Io non ne sento il bisogno, mi basta guardare i notiziari. Mi piace il cinema
che riflette le paure del mondo, ma se non indica vie di reazione o cambiamento
concreto rischia di trasferire al pubblico impotenza e rassegnazione. Ecco
perché mi sono sentito a disagio dopo aver visto film come The Animal Kingdom o
Marty Supreme: ci mostrano conflitti forti ma spesso privi di un vero “percorso
di azione”; raccontano crisi senza suggerire come affrontarla o trasformarla in
responsabilità civica o anche solo personale.
Altre opere cinematografiche hanno approcci narrativi diversi, pur soffermandosi
su narrazioni disturbanti. Ne L’invasione degli ultracorpi la minaccia non è
semplicemente l’alieno, ma la passività collettiva: i cittadini che non credono
a chi denuncia la sostituzione di umanità con copie senz’anima finiscono per
sostenere chi reprime, un po’ come gli elettori di Trump. È una metafora potente
della perdita di identità e responsabilità civica. Allo stesso modo Norimberga,
basato sul processo ai criminali nazisti, è soprattutto un monito su come scelte
politiche apparentemente legittime possano produrre strumenti di repressione dei
diritti umani, e su come chi lancia l’allarme venga spesso ignorato fino a
quando il problema non è già grave.
Queste opere condividono un tratto comune: non si limitano a mostrare il male,
ma richiamano alla vigilanza civica prima che i fatti si manifestino. Mentre
film come Civil war e Una battaglia dopo l’altra anticipano avvenimenti
ipotetici che appaiono sempre più probabili. Li vediamo accadere altrove, nei
telegiornali, e ci rassicuriamo dicendo che qui quelle cose non possono
accadere, e invece eccoci a Minneapolis. Avendo dimenticato in fretta il G8 di
Genova. Altro modo di raccontare è il cinema revisionista di Quentin Tarantino:
in film come Bastardi senza gloria, Django Unchained o C’era una volta…
Hollywood Tarantino riscrive eventi tragici del passato proponendo versioni
alternative in cui la giustizia simbolica o la resistenza umana emergono come
possibilità narrative, offrendo allo spettatore una forma di catarsi e uno
spazio dove immaginare esiti differenti. I razzisti sono uccisi dai neri, e i
nazisti sono fatti a pezzi o bruciati vivi dalle loro vittime.
Questa distinzione tra mostrare problemi e mostrare anche risposte o possibilità
è cruciale anche nella realtà. La denuncia finale di Norimberga prevede con
pochissimo anticipo una realtà effettivamente verificatasi. L’agenzia federale
americana Immigration and Customs Enforcement (Ice) è diventata simbolo di
potere statale incontrollato e uso eccessivo della forza, percepita da alcuni
come simile a una “polizia politica con licenza di uccidere”. Proprio come la
polizia di Goering. L’avvertimento di Norimberga è stato espresso poco prima di
eventi recenti come quelli di Minneapolis, dove la reazione popolare non si è
limitata a esprimere dolore ma si è trasformata in mobilitazioni civiche
organizzate volte a chiedere responsabilità, trasparenza e riforme.
L’errore di lanciare allarmi senza proporre percorsi di redenzione è centrale
nella comunicazione delle crisi ambientali. Scienziati e attivisti spesso usano
linguaggi di allarme per attirare l’attenzione sulla gravità dei rischi
climatici, ma la sola retorica catastrofista può indurre impotenza o rifiuto,
perché chi ascolta può percepire il problema come astratto o insormontabile, se
non inesistente. Per questo molti esperti sottolineano la necessità di
bilanciare l’urgenza dell’allarme con proposte concrete di soluzione, mostrando
percorsi di mitigazione, adattamento e innovazione che non siano solo scenari
apocalittici.
La lezione che emerge da queste connessioni — tra opere cinematografiche, e
fatti reali — è semplice ma potente: non basta denunciare un problema; bisogna
anche immaginare e indicare come possiamo reagire ad esso. Solo così la
narrazione — nel cinema o nella società — può davvero ispirare azione collettiva
e non restare una fonte di sola angoscia impotente. Frank Zappa, prima di tutti
gli altri musicisti, denunciò la marea teocratica e fascistoide che stava
dilagando in Usa. Non si limitò a denunciare, però: nei suoi concerti invitava
gli spettatori a registrarsi per votare, testimoniò in Senato contro la censura
nella musica, fu il primo statunitense illustre invitato a visitare la
Cecoslovacchia di Vaclav Havel, e arrivò a scendere in campo direttamente,
preannunciando la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti. Un cancro alla
prostata lo fermò.
A questo punto Tarantino potrebbe dirigere un altro film di distopia
consolatoria, in cui al posto di Donald Trump è Frank Zappa a vincere le
elezioni… La colonna sonora è già scritta.
L'articolo Dal cinema alla realtà: quando la denuncia deve accompagnarsi a una
reazione proviene da Il Fatto Quotidiano.