Mondo del cinema in lutto. Valerie Perrine è morta nella sua casa di Beverly
Hills, in California, all’età di 82 anni. L’attrice è diventata famosa per il
ruolo di Honey Harlow in “Lenny” (1974) di Bob Fosse e di Eve Teschmacher nei
primi due film di “Superman” (1978-1980). La notizia della scomparsa è stata
annunciata dal compagno Stacey Souther.
Perrine aveva da anni il morbo di Parkinson, diagnosticato nel 2015, che negli
ultimi tempi le aveva compromesso la mobilità e le capacità di parola e
alimentazione. “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità,
senza mai lamentarsi – ha scritto Souther -. È stata una vera fonte di
ispirazione e ha vissuto la vita appieno: e che vita magnifica è stata. Il mondo
sembra meno bello senza di lei“.
“Ha vissuto una vita straordinaria, che molti possono solo sognare – ha
dichiarato il fratello Ken Perrine – Ci mancherà immensamente”. La famiglia ha
annunciato che Valerie sarà sepolta al Forest Lawn Memorial Park nelle Hollywood
Hills, come desiderato dall’attrice.
Perrine non si è mai sposata e non ha avuto figli, ma ha avuto relazioni con
personaggi celebri come Elliott Gould, Jeff Bridges e Dodi Faye. La sua vita è
stata segnata da tragedie personali: il fidanzato Bill Haarman è morto
accidentalmente nel 1969 e Jay Sebring, suo ex compagno, è stato vittima della
strage di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson.
Al grande pubblico Perrine è rimasta celebre soprattutto come Eve Teschmacher,
l’affascinante e complice del “cattivo” Lex Luthor interpretato da Gene Hackman
nei film “Superman” e “Superman II“. La sua Teschmacher era seducente ma dal
cuore buono, pronta a rischiare tutto pur di salvare Superman, interpretato da
Christopher Reeve.
Valerie Ritchie Perrine è nata il 3 settembre 1943 a Galveston, in Texas, figlia
di Winifred McGinley, danzatrice scozzese, e Kenneth Perrine, ufficiale
dell’esercito americano. La famiglia si spostò frequentemente per via del lavoro
del padre, tra Giappone, Parigi e altre città degli Stati Uniti. Giovanissima,
Perrine si trasferì a Las Vegas, diventando showgirl negli spettacoli del Lido
de Paris allo Stardust Hotel, guadagnando fino a 800 dollari a settimana come
prima ballerina.
L’esordio cinematografico nel 1972 con “Mattatoio 5”, trasposizione del romanzo
di Kurt Vonnegut diretta da George Roy Hill, dove interpretò la provocante
Montana Wildhack. Nello stesso periodo, Perrine posò per “Playboy”,
confermandosi come sex symbol di quegli anni. La sua carriera prese slancio
quando fu scelta da Bob Fosse per interpretare Honey Harlow, la moglie del comic
Lenny Bruce, in “Lenny”, ruolo che le valse il Premio come miglio attrice al
Festival di Cannes del 1975, un Bafta come miglior esordiente, il New York Film
Critics Circle Award come miglior attrice non protagonista e la candidatura
all’Oscar come miglior attrice protagonista.
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Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e
dignità, senza mai lamentarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cinema Americano
Madre e figlio bellissimi sul red carpet. Heidi Klum e il 21enne Henry Samuel si
sono presentati all’anteprima del film “L’ultima missione: Project Hail Mary” al
Lincoln Center Plaza di New York, mercoledì 18 marzo in New York. Le loro
immagini hanno fatto il giro del mondo. I due sono stati protagonisti della
copertina di Elle Germania e si sono raccontati. “Una delle cose che mia madre
mi ha sempre detto è stato quello di prestare attenzione alla postura. -ha
dichiarato Samuel – Mi piacciono i videogiochi e passavo molto tempo seduto
curvo davanti al computer. Ma mia madre mi ha anche trasmesso molto in termini
di autostima”.
E ancora: “Cosa significa per me il successo? Direi che è soggettivo, ma per me
significa essere felice, avere le persone care intorno e sentirmi amato”.
Nato il 12 settembre 2005, Henry Samuel, il cui nome completo è Henry Günther
Ademola Dashtu Samuel, è il figlio primogenito nato dal matrimonio tra Heidi
Klum e il cantante Seal. I genitori hanno voluto che Henry stesse lontano dai
riflettori per poi decidere, in età matura, quale fosse il suo percorso
migliore. Così nel 2025 ha fatto il suo ingresso ufficiale nel mondo della moda.
Henry Samuel ha debuttato alla Paris Fashion Week, aprendo la sfilata Haute
Couture Primavera 2025 di Lena Erziak. Il giovane modello è attualmente sotto
contratto con la NEXT Management, riconosciuta come una delle agenzie di
modeling più prestigiose al mondo.
L'articolo “Ho lasciato perdere i videogiochi e le ore passate curvo sul
computer grazie a mia mamma Heidi Klum. Mi ha trasmesso l’autostima”: parla
Henry Samuel proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chuck Norris, il campione di arti marziali che è diventato un’iconica star del
cinema d’azione statunitense, è morto. Aveva 86 anni. Il celebre Cordell Walker
del telefilm Walker Texas Ranger, ma anche l’ufficiale delle forze speciali
McCoy di Delta Force, e ancora lo sfidante di Bruce Lee tra le stanze del
Colosseo in L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, era ricoverato da
giovedì scorso in ospedale delle Hawaii.
“Per il mondo era un campione di arti marziali, un attore, un simbolo di forza.
Per noi, un marito devoto, un padre e un nonno amorevole”, hanno scritto i
familiari in un post su Instagram dove ne hanno annunciato pubblicamente la
morte. Se c’è stato, infatti, un elemento che ha caratterizzato la presenza di
Norris in scena, è stata proprio la credibilità del suo ruolo di combattente
nelle arti marziali.
Nato in Oklahoma nel 1940, con anche un quarto di sangue Cherokee nelle vene,
Norris raccontò più volte di aver passato un’infanzia infelice, lui così
piccino, timido e in balia dei bulli della scuola. È grazie all’aver prestato
servizio nella United States Air Force ad inizio anni sessanta, e al
trasferimento in una base della Corea del Sud che Norris impara le arti
marziali, soprattutto karate e taekwondo. A forza di allenamenti, tornato negli
Stati Uniti è sul finire degli anni sessanta che comincia a mietere vittorie
sportive. Norris apre diverse catene di palestre di arti marziali e in una di
queste ha come allievo Chad, il figlio di Steve McQueen.
Proprio grazie al legame con la star di Hollywood, Norris inizia ad interpretare
piccoli ruoli in Quella sporca dozzina di Aldrich e Berretti verdi di John Wayne
che poi verranno tagliati in sede di montaggio. Nel 1969 incontra su un tappeto
di gara Bruce Lee che nel 1972 gli offre un ruolo, appunto, in L’urlo di Chen
terrorizza l’Occidente. Norris si esibisce in un lungo combattimento con il
collega finendo sconfitto. La lunga sequenza diventa presto un cult. Ed è nel
1974 che Norris spicca definitivamente il volo a Hollywood. Sarà in almeno una
trentina di film sempre un duro, generalmente un militare o simile, pronto a
sparare ma soprattutto a menare le mani. Lui non proprio così prestante
fisicamente che invece riesce a ribaltare ogni possibile logica di forza in
campo nel combattimento.
La tripletta The octagon (1980), Triade chiama Canale 6 e Vendetta a Hong Kong
sono tre grandi successi al box office; ma è con una Magnum per McQuade, Rombo
di tuono (che spesso è stato accostato a Rambo 2) e infine il succitato Delta
Force (1986) che Norris diventa figura cruciale degli action movie ben più dei
coevi Schwarzenegger o Stallone, magari più inclini ad una certa autoironia in
scena, ma meno schiettamente popolari.
Norris tra gli anni ottanta e novanta è la star di punta della produzione Cannon
Films, ma non tutto fila liscio e la Cannon fallirà lasciando a Norris un via
libera dove esplorerà toni da commedia e drammatici non proprio a lui
congeniali. Il 1993 è l’anno in cui inizia a lavorare in “Walker Texas Ranger”
sulla CBS. Un’autentica svolta in una carriera in fase totalmente calante. Basti
dire che la serie ha avuto più seguito di pubblico de “La Signora in giallo”.
Tanti i tentativi di rilanciare Norris nel cinema grazie al trampolino tv, ma
sono tanti gli insuccessi nei primi anni duemila. La vera rimpatriata
smargiassata avviene ne 2011 quando raggiunge i colleghi Stallone, Van Damme,
Jet Li, Lundgren e Statham sul set di I mercenari 2. Vicinissimo al partito
repubblicano, l’icona Norris, come ricorda Variety, è diventata talmente
caricaturale nella sua figura di invincibile uomo d’ordine che numerosi meme lo
immortalano in imprese impossibili dove si ironizza sulla sua invincibilità.
L'articolo Chuck Norris morto, il riscatto con il cinema e le arti marziali: “Ho
passato un’infanzia infelice, ero timido e in balia dei bulli della scuola”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto a 95 anni Robert Duvall, uno dei volti più riconoscibili del cinema
americano. Si è spento domenica 15 febbraio nella sua abitazione di San Diego,
in California. A darne notizia è stata la moglie Luciana Pedraza con un
messaggio su Facebook: “Circondato dall’amore, ieri abbiamo detto addio al mio
amato marito, prezioso amico e uno dei più grandi attori del nostro tempo. Bob
si è spento serenamente a casa sua, circondato dall’affetto e dal conforto”.
Premio Oscar, un regista, un narratore. Per Hollywood, una presenza capace di
attraversare sette decenni di cinema senza mai perdere autorevolezza. Nel
ricordo affidato ai social, la moglie ha sottolineato la sua dedizione totale ai
personaggi e alla verità dell’animo umano che incarnava.
Nato nel 1931, Duvall ha costruito una carriera lontana dalle vanità dei divi
più noti. Prima del cinema, dove ha esordito nel 1962 con Il buio oltre la
siepe, si è dedicato al teatro fin dai primi anni ’50. Il grande pubblico lo
identifica con Tom Hagen, il consigliere silenzioso e leale della famiglia
Corleone ne Il Padrino e nel suo seguito, diretti da Francis Ford Coppola. Un
personaggio misurato, in secondo piano, che invece Duvall rese centrale con
pochi gesti e uno sguardo memorabile. Altrettanto memorabile il tenente
colonnello Kilgore in Apocalypse Now, sempre di Coppola: elmetto, surf e la
battuta diventata proverbiale sull’odore del napalm al mattino. Ruolo breve ma
iconico, che gli valse una candidatura all’Oscar e lo consegnò definitivamente
alla storia del cinema. Figlio di un ammiraglio della Marina, Duvall ha servito
nell’Esercito statunitense tra il 1953 e il 1954 partecipando alla guerra di
Corea.
La statuetta arrivò nel 1984 come miglior attore protagonista per Tender Mercies
– Un tenero ringraziamento, pellicola di Bruce Beresford in cui interpretava il
cantante country alcolizzato e in cerca di redenzione Mac Sledge. Nel corso
della carriera ha ricevuto altre sei candidature agli Oscar per Il Padrino,
Apocalypse Now, Il grande Santini, L’apostolo, A Civil Action e The Judge. Ha
vinto quattro Golden Globe, due Emmy, uno Screen Actors Guild Award e un Bafta.
Duvall non è stato un attore istrionico, ma un interprete già definito “di
sottrazione”, capace cioè di dare peso ai silenzi e profondità morale a figure
ambigue, padri autoritari, predicatori, uomini feriti. Sposato quattro volte,
l’ultima nel 2005, non ha mai avuto figli. Oltre alla carriera, si è dedicato,
insieme all’ultima consorte, a combattere la povertà nel Nord dell’Argentina,
soprattutto quella minorile.
L'articolo Addio a Robert Duvall, il Tom Hagen de “Il Padrino” e il colonnello
di “Apocalypse Now”: aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
La realtà quotidiana è angosciante: guerre, genocidi, crisi climatiche,
ingiustizie sociali o derive autoritarie con letali repressioni, e crimini
efferati si accumulano nelle cronache. Abbiamo davvero bisogno di film che ci
facciano rivivere queste angosce?
Io non ne sento il bisogno, mi basta guardare i notiziari. Mi piace il cinema
che riflette le paure del mondo, ma se non indica vie di reazione o cambiamento
concreto rischia di trasferire al pubblico impotenza e rassegnazione. Ecco
perché mi sono sentito a disagio dopo aver visto film come The Animal Kingdom o
Marty Supreme: ci mostrano conflitti forti ma spesso privi di un vero “percorso
di azione”; raccontano crisi senza suggerire come affrontarla o trasformarla in
responsabilità civica o anche solo personale.
Altre opere cinematografiche hanno approcci narrativi diversi, pur soffermandosi
su narrazioni disturbanti. Ne L’invasione degli ultracorpi la minaccia non è
semplicemente l’alieno, ma la passività collettiva: i cittadini che non credono
a chi denuncia la sostituzione di umanità con copie senz’anima finiscono per
sostenere chi reprime, un po’ come gli elettori di Trump. È una metafora potente
della perdita di identità e responsabilità civica. Allo stesso modo Norimberga,
basato sul processo ai criminali nazisti, è soprattutto un monito su come scelte
politiche apparentemente legittime possano produrre strumenti di repressione dei
diritti umani, e su come chi lancia l’allarme venga spesso ignorato fino a
quando il problema non è già grave.
Queste opere condividono un tratto comune: non si limitano a mostrare il male,
ma richiamano alla vigilanza civica prima che i fatti si manifestino. Mentre
film come Civil war e Una battaglia dopo l’altra anticipano avvenimenti
ipotetici che appaiono sempre più probabili. Li vediamo accadere altrove, nei
telegiornali, e ci rassicuriamo dicendo che qui quelle cose non possono
accadere, e invece eccoci a Minneapolis. Avendo dimenticato in fretta il G8 di
Genova. Altro modo di raccontare è il cinema revisionista di Quentin Tarantino:
in film come Bastardi senza gloria, Django Unchained o C’era una volta…
Hollywood Tarantino riscrive eventi tragici del passato proponendo versioni
alternative in cui la giustizia simbolica o la resistenza umana emergono come
possibilità narrative, offrendo allo spettatore una forma di catarsi e uno
spazio dove immaginare esiti differenti. I razzisti sono uccisi dai neri, e i
nazisti sono fatti a pezzi o bruciati vivi dalle loro vittime.
Questa distinzione tra mostrare problemi e mostrare anche risposte o possibilità
è cruciale anche nella realtà. La denuncia finale di Norimberga prevede con
pochissimo anticipo una realtà effettivamente verificatasi. L’agenzia federale
americana Immigration and Customs Enforcement (Ice) è diventata simbolo di
potere statale incontrollato e uso eccessivo della forza, percepita da alcuni
come simile a una “polizia politica con licenza di uccidere”. Proprio come la
polizia di Goering. L’avvertimento di Norimberga è stato espresso poco prima di
eventi recenti come quelli di Minneapolis, dove la reazione popolare non si è
limitata a esprimere dolore ma si è trasformata in mobilitazioni civiche
organizzate volte a chiedere responsabilità, trasparenza e riforme.
L’errore di lanciare allarmi senza proporre percorsi di redenzione è centrale
nella comunicazione delle crisi ambientali. Scienziati e attivisti spesso usano
linguaggi di allarme per attirare l’attenzione sulla gravità dei rischi
climatici, ma la sola retorica catastrofista può indurre impotenza o rifiuto,
perché chi ascolta può percepire il problema come astratto o insormontabile, se
non inesistente. Per questo molti esperti sottolineano la necessità di
bilanciare l’urgenza dell’allarme con proposte concrete di soluzione, mostrando
percorsi di mitigazione, adattamento e innovazione che non siano solo scenari
apocalittici.
La lezione che emerge da queste connessioni — tra opere cinematografiche, e
fatti reali — è semplice ma potente: non basta denunciare un problema; bisogna
anche immaginare e indicare come possiamo reagire ad esso. Solo così la
narrazione — nel cinema o nella società — può davvero ispirare azione collettiva
e non restare una fonte di sola angoscia impotente. Frank Zappa, prima di tutti
gli altri musicisti, denunciò la marea teocratica e fascistoide che stava
dilagando in Usa. Non si limitò a denunciare, però: nei suoi concerti invitava
gli spettatori a registrarsi per votare, testimoniò in Senato contro la censura
nella musica, fu il primo statunitense illustre invitato a visitare la
Cecoslovacchia di Vaclav Havel, e arrivò a scendere in campo direttamente,
preannunciando la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti. Un cancro alla
prostata lo fermò.
A questo punto Tarantino potrebbe dirigere un altro film di distopia
consolatoria, in cui al posto di Donald Trump è Frank Zappa a vincere le
elezioni… La colonna sonora è già scritta.
L'articolo Dal cinema alla realtà: quando la denuncia deve accompagnarsi a una
reazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 2026 fare un altro film su Elvis Presley è un atto che oscilla tra
l’incoscienza e l’arroganza. È come voler incidere per l’ennesima volta Hound
Dog sperando che qualcuno abbia ancora bisogno di sentirla. Di Elvis si è detto
tutto: il ragazzo bianco che canta come un nero, il soldato, l’attore
intrappolato nei filmetti balneari, il re in tuta bianca che si consuma sotto i
riflettori di Las Vegas. Ogni epoca si è presa il suo Elvis, lo ha masticato e
risputato sotto forma di icona pop, reliquia kitsch o martire dello show
business. E allora la domanda era semplice: che senso ha? Cosa resta da
scoprire?
Baz Luhrmann non è uno che si presenta in punta di piedi, non lo ha mai fatto e
infatti fin dagli esordi ha trasformato il cinema in una pista da ballo:
macchina da presa che gira come una trottola impazzita, montaggio che non
concede tregua, costumi e scenografie che sembrano urlare “guardami”… il suo è
un cinema che prende il melodramma e il musical, li scuote e poi li rimette in
scena sotto una luce nuova. Post-moderno, si dirà, ma l’etichetta serve a poco:
Luhrmann è uno che ama il travestimento e la collisione tra epoche.
Con EPiC: Elvis Presley in Concert, in uscita il prossimo 5 marzo, fa qualcosa
di ancora più rischioso. Non racconta Elvis da fuori, non lo osserva come
fenomeno sociologico, ma prova a mettersi dietro i suoi occhi(ali), a farlo
parlare. A farlo cantare e raccontare la propria storia con la propria voce,
pescando tra materiali rimasti per anni nei caveau: negativi dimenticati,
pellicole 8mm, audio inediti. Non è una semplice operazione di restauro, ma il
tentativo di spostare il punto di vista. E qui il film trova la sua forza perché
quando esci dalla sala hai la sensazione fisica di aver assistito a un concerto.
Non a un biopic, a un concerto. Elvis non è raccontato, è presente. Suda, si
muove, scherza, domina il palco con quella combinazione di controllo e abbandono
che lo ha reso unico.
Luhrmann insiste su un aspetto preciso: la frustrazione. Il bisogno di essere
riconosciuto per la propria grandezza, anche al cinema. Elvis voleva essere
preso sul serio, non solo come fenomeno da classifica e in questo c’è qualcosa
di profondamente umano: il desiderio di non essere ridotti alla caricatura di se
stessi. Il film lo mostra mentre combatte contro l’immagine che lo ha reso
celebre. C’è però un’assenza che pesa: l’autodistruzione resta sullo sfondo. Il
lato oscuro, l’eccesso che diventa dipendenza, la fragilità che si trasforma in
abisso, vengono appena sfiorati. Elvis qui è quasi sempre il ragazzo perfetto:
look sgargiante, capelli impomatati, sorriso che scioglie le platee. Il mito è
intatto, forse troppo. Come sempre, la leggenda prevale sull’uomo quando l’uomo
diventa scomodo.
Eppure, nonostante questa scelta, l’operazione funziona anche grazie alla
colonna sonora di Jeremiah Fraites. I mix rinnovati, i medley che assemblano
frammenti noti per generare qualcosa di diverso, non tradiscono il materiale
originario ma lo rilanciano. EPiC rimette Elvis sotto una luce abbagliante,
coerente con l’estetica del suo regista. Si può discutere sulle omissioni, sulle
scelte narrative, sulla tendenza a proteggere l’icona. Ma nel 2026, contro ogni
previsione, un nuovo film su Elvis riesce ancora a farti sentire il peso di una
voce che riempie lo spazio. E quando le luci si accendono, per un attimo, hai
l’impressione che il Re non sia un fantasma ma una presenza viva, ancora capace
di occupare il centro del palco.
L'articolo EPiC, il film di Baz Luhrmann che riporta Elvis sul palco come mai
visto prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sui social molte persone stanno “perdendo la testa” per un post virale ripreso
dal Daily Mail che rivela come appaiano celebrità di generazioni diverse, se
confrontate nel momento in cui avevano la stessa età. Secondo diversi utenti i
Millennials sembrano più giovani di come a loro tempo erano i Baby boomer perché
la generazione dei primi sarebbe cresciuta su basi più sane, che includono un
minor consumo di fumo e alcolici, e un’alimentazione nettamente migliore. Nel
vedere i confronti, a volte impietosi, tra star di ieri e di oggi, c’è chi
osserva: “Ecco perché siamo cresciuti pensando che 30 anni fossero già un’età
avanzata”. “Perché sembrano così vecchi? Che cosa c’era nella loro acqua?” si
domanda qualcun altro.
Tom Holland, ad esempio, è uno di quegli attori con la cosiddetta “baby face”.
Celebre per aver interpretato Peter Parker in “Spider-Man: Homecoming” e
“Spider-Man: Far from Home”, lo scorso anno si è fatto il suo nome come nuovo
James Bond. Per molti, però, Tom sarebbe troppo “adorabile” per ricoprire quel
ruolo: “Tom Holland nei panni di James Bond è come fare un film di James Bond
per bambini”, ha scherzato un fan. In effetti colpisce che Holland “riesca
ancora a passare per uno studente dell’ultimo anno di liceo”, malgrado abbia 29
anni, soprattutto se lo si confronta con le star di un tempo alla sua stessa
età. Si veda Tom Selleck, oggi 81enne, che anche prima di farsi crescere gli
iconici baffi dimostrava più anni quando ne aveva davvero 29.
Discorso analogo per Jonathan Banks, ora 79enne, e Thomas Brodie-Sangster,
35enne che il grande pubblico ha conosciuto con pellicole come “Love Actually –
L’amore davvero” e “Tata Matilda”. In passato Thomas aveva condiviso il “segreto
della sua eterna giovinezza” in un’intervista, dichiarando che i lineamenti
sempre giovanili sono dovuti ai suoi geni: “Ho sempre dimostrato almeno tre o
quattro anni in meno di quanti ne ho in realtà, e non so perché. Sembra che sia
così e basta”, erano state le sue parole.
Impietoso, poi, il paragone tra Steve Martin (oggi 80enne) quando aveva 35 anni
e Cole Sprouse. Se quest’ultimo sfoggia una leggera barba e lunghi capelli
biondi, il primo alla sua stessa età aveva già i capelli grigi. “Non Steve
Martin che dimostra 55 anni a 32” commenta qualcuno sui social. “Noi ne
dimostriamo la metà, loro il doppio”.
In Rete sono molti i divi di ieri e oggi che vengono messi a confronto. Laurence
Fishburne e Michael B Jordan, Kelsey Grammer e Dacre Montgomery, la reazione è
sempre la stessa: come è possibile che alla stessa età l’uno sembri il padre
dell’altro?
L'articolo “Che cosa c’era nella loro acqua?”: il post virale sui social che
mette a confronto i vip di ieri e di oggi alla stessa età è virale (e impietoso)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è passata inosservata l’intesa tra Jacob Elordi e Margot Robbie
all’anteprima londinese di “Cime Tempestose”, nelle sale dal 12 febbraio, che si
è tenuta lo scorso 5 febbraio. I due attori principali della pellicola, tratta
dal celebre romanzo di Emily Brontë pubblicato nel 1847, si sono mostrati
sorridenti e affiatati davanti ai flash impazziti dei fotografi e con i fan
urlanti a bordo passerella.
La serata però è stata funestata dal maltempo e così, da vero galantuomo, spenti
i riflettori Elordi ha fatto da scudo umano, come fosse un ombrello, alla
collega per evitare che si bagnasse per la pioggia. E il gossip ha ricominciato
a galoppare. Inutilmente verrebbe da aggiungere perché Margot Robbie è sposata
dal 2016 con il produttore cinematografico britannico Tom Ackerley, mentre
Elordi è stato paparazzato lo scorso novembre in compagnia della modella modella
Kristen Kiehnle a Malibu. Solo amici? Chissà.
Alla serata era presente anche la cantautrice Charli xcx, che ha firmato la
colonna sonora della pellicola con le canzoni “Chains of Love” e il remix di
“Everything is romantic”.
Nella pellicola diretta da Emerald Fennell, Margot Robbie è nel ruolo di Cathy e
Jacob Elordi in quello di Heathcliff.
LA SINOSSI DI “CIME TEMPESTOSE”
Ambientato nelle fredde, selvagge e malinconiche brughiere dello Yorkshire, la
storia narra dell’intenso legame tra Heathcliff (Jacob Elordi), orfano dal
passato misterioso, e Catherine Earnshaw (Margot Robbie), ribelle erede del
maniero di famiglia. Cresciuti insieme, i due sviluppano un sentimento viscerale
e magnetico che sfida convenzioni sociali e differenze di classe.
La loro passione, tuttavia, si trasforma in un’ossessione divorante, generando
gelosie e vendette che segnano indelebilmente le loro esistenze. Immersi in un
paesaggio che rispecchia la loro tempesta interiore, Heathcliff e Catherine
vivono come anime gemelle incapaci sia di unirsi che di separarsi completamente.
La loro vicenda, tanto intensa quanto distruttiva, percorre un tragico cammino
che li vedrà congiunti solo nell’eternità: un amore che brucia fino a
consumarsi, diventando una cupa riflessione su desiderio, sofferenza e follia.
L'articolo Jacob Elordi si trasforma in “ombrello umano” per Margot Robbie:
l’intesa da “Cime Tempestose” al red carpet scatena il gossip (inutilmente)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È nelle sale italiane “Mercy: Sotto Accusa”, un thriller d’azione di stampo
sci-fi di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson.
Nella Los Angeles del prossimo futuro di “Mercy”, l’intelligenza artificiale è
stata adottata dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario per risolvere
in modo più efficiente il problema della criminalità e del degrado della città.
Quando il personaggio di Pratt, Chris Raven, si sveglia, scalzo e legato a una
sedia elettrica, seduto al centro di una stanza, viene informato da un giudice
artificiale delle dimensioni di un IMAX (Ferguson) che ha 90 minuti per
dimostrare di non aver ucciso sua moglie (Annabelle Wallis). In questo mondo, i
carcerati sono colpevoli fino a prova contraria.
“È un’idea terribile. -ha affermato Chris Pratt a Vanity Fair – Penso che un
apparato senz’anima che determina il destino dell’umanità non sia poi così
diverso da certi sistemi di governo che sono stati sperimentati in passato e che
non hanno funzionato. Credo che sia fondamentale che ci siano esseri umani al
centro di queste decisioni. L’umanità non dovrebbe mai essere sottovalutata”.
Il tema dell’intreccio tra digitale e social con la vita di tutti i giorni è
sempre attuale: “Credo che tutti i genitori dovrebbero riflettere molto
seriamente su quanto espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali. Penso che un giorno guarderemo ai bambini che usano gli schermi come
oggi guardiamo alle donne incinte che fumavano sigarette. Il danno che stiamo
causando ai bambini in questo momento è reale, è quantificabile, anche se forse
non saremo in grado di misurarlo completamente per molto tempo”.
E infine: “Le statistiche sono allarmanti. C’è un libro molto importante di
Jonathan Haidt, The Anxious Generation, che lo spiega bene: si parla di aumento
dell’ansia, di autolesionismo nei ragazzi. E tutto questo non è un bene per la
società. Come genitore, sento fortissimo il bisogno di fare tutto il possibile
per evitare che i miei figli siano esposti in modo eccessivo al mondo online”.
L'articolo “C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori
fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali”: così Chris Pratt proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mi ha costretto a girare la scena del parto quasi nuda”, non usa giri di parole
Blake Lively durante la deposizione in tribunale contro Justin Baldoni, il
regista di “It ends with us” accusato di molestie sessuali. “Ero sdraiata supina
su un letto d’ospedale, con le gambe divaricate sulle staffe. – ha ricordato
l’attrice imbarazzata – L’unica cosa che mi copriva, oltre a un camice da
ospedale posizionato strategicamente, era un piccolo sottile pezzo di tessuto
nero per coprire i miei genitali”.
Il sito TMZ ha rivelato che Blake ha affermato nella deposizione che Justin e il
suo socio di produzione Jamey Heath avevano insistito affinché lei si spogliasse
per la scena del parto. Justin avrebbe detto a Blake che sua moglie si era
“strappata i vestiti” durante il parto, sebbene Blake gli avesse detto di essere
sempre vestita durante il parto dei suoi quattro figli.
Alla fine, Blake ha accettato di rendere visibile la sua pancia finta per la
scena, ma si è sentita “costretta a scendere a compromessi e alla fine ha
accettato di simulare la nudità dal basso verso l’alto, cosa che non avevamo
precedentemente discusso o concordato. In molti momenti delle riprese, ero
sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe nude divaricate su staffe,
mentre la troupe che non era autorizzata, passava di lì”.
Blake ha raccontato che le è stato dato solo un “piccolo, sottile e piatto pezzo
di tessuto nero per coprire i genitali” e che “ha dovuto chiedere una coperta
per la privacy tra una ripresa e l’altra, che non sempre le è stata fornita”.
Blake ha anche detto di essersi sentita violata dalla scelta dell’attore per il
ruolo del medico, oltre che dalla presenza sul set quel giorno, tra cui il
finanziatore Steve Sarowitz e il produttore Jamey Heath.
“Ero estremamente a disagio per il livello di esposizione a cui ero esposta
durante la scena del parto, che mi è sembrata una violazione e un’umiliazione. –
ha affermato l’attrice – La situazione è stata amplificata dal fatto che il
migliore amico di Baldoni recitava tra le mie gambe, e che l’altro suo migliore
amico e finanziatore del film era venuto a trovarmi proprio quel giorno”. Blake
ha anche affermato che il giorno dopo Jamey le ha mostrato un video di una donna
completamente nuda, che secondo lui era il video di sua moglie che partoriva.
Sono anche stati resi noti dei messaggi che l’attrice ha scambiato con una delle
sue migliori amiche la superstar della musica Taylor Swift. “Penso che questo
bastardo – ha scritto l’artista . sappia che sta per succedere qualcosa “.
Settimane dopo, Swift ha scritto a Lively: “Hai vinto” e “Ce l’hai fatta”,
condividendo un articolo in cui si diceva che Baldoni era stato scaricato dalla
sua agenzia di talenti. “Mai una cancellazione è stata annullata così
velocemente”, ha scritto Swift, dopo aver detto a Lively di aver “aiutato così
tante persone che non dovranno mai più passare attraverso questo”. “Ti amo così
tanto”, ha risposto Lively. “Non sarei in grado di affrontare tutto questo se
non fosse per te”.
L'articolo “Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un
letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a
girare nuda”: l’accusa di Blake Lively proviene da Il Fatto Quotidiano.