Tag - Cinema Americano

“C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali”: così Chris Pratt
È nelle sale italiane “Mercy: Sotto Accusa”, un thriller d’azione di stampo sci-fi di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson. Nella Los Angeles del prossimo futuro di “Mercy”, l’intelligenza artificiale è stata adottata dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario per risolvere in modo più efficiente il problema della criminalità e del degrado della città. Quando il personaggio di Pratt, Chris Raven, si sveglia, scalzo e legato a una sedia elettrica, seduto al centro di una stanza, viene informato da un giudice artificiale delle dimensioni di un IMAX (Ferguson) che ha 90 minuti per dimostrare di non aver ucciso sua moglie (Annabelle Wallis). In questo mondo, i carcerati sono colpevoli fino a prova contraria. “È un’idea terribile. -ha affermato Chris Pratt a Vanity Fair – Penso che un apparato senz’anima che determina il destino dell’umanità non sia poi così diverso da certi sistemi di governo che sono stati sperimentati in passato e che non hanno funzionato. Credo che sia fondamentale che ci siano esseri umani al centro di queste decisioni. L’umanità non dovrebbe mai essere sottovalutata”. Il tema dell’intreccio tra digitale e social con la vita di tutti i giorni è sempre attuale: “Credo che tutti i genitori dovrebbero riflettere molto seriamente su quanto espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali. Penso che un giorno guarderemo ai bambini che usano gli schermi come oggi guardiamo alle donne incinte che fumavano sigarette. Il danno che stiamo causando ai bambini in questo momento è reale, è quantificabile, anche se forse non saremo in grado di misurarlo completamente per molto tempo”. E infine: “Le statistiche sono allarmanti. C’è un libro molto importante di Jonathan Haidt, The Anxious Generation, che lo spiega bene: si parla di aumento dell’ansia, di autolesionismo nei ragazzi. E tutto questo non è un bene per la società. Come genitore, sento fortissimo il bisogno di fare tutto il possibile per evitare che i miei figli siano esposti in modo eccessivo al mondo online”. L'articolo “C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali”: così Chris Pratt proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Attori
Cinema Americano
Social Network
“Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a girare nuda”: l’accusa di Blake Lively
“Mi ha costretto a girare la scena del parto quasi nuda”, non usa giri di parole Blake Lively durante la deposizione in tribunale contro Justin Baldoni, il regista di “It ends with us” accusato di molestie sessuali. “Ero sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe divaricate sulle staffe. – ha ricordato l’attrice imbarazzata – L’unica cosa che mi copriva, oltre a un camice da ospedale posizionato strategicamente, era un piccolo sottile pezzo di tessuto nero per coprire i miei genitali”. Il sito TMZ ha rivelato che Blake ha affermato nella deposizione che Justin e il suo socio di produzione Jamey Heath avevano insistito affinché lei si spogliasse per la scena del parto. Justin avrebbe detto a Blake che sua moglie si era “strappata i vestiti” durante il parto, sebbene Blake gli avesse detto di essere sempre vestita durante il parto dei suoi quattro figli. Alla fine, Blake ha accettato di rendere visibile la sua pancia finta per la scena, ma si è sentita “costretta a scendere a compromessi e alla fine ha accettato di simulare la nudità dal basso verso l’alto, cosa che non avevamo precedentemente discusso o concordato. In molti momenti delle riprese, ero sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe nude divaricate su staffe, mentre la troupe che non era autorizzata, passava di lì”. Blake ha raccontato che le è stato dato solo un “piccolo, sottile e piatto pezzo di tessuto nero per coprire i genitali” e che “ha dovuto chiedere una coperta per la privacy tra una ripresa e l’altra, che non sempre le è stata fornita”. Blake ha anche detto di essersi sentita violata dalla scelta dell’attore per il ruolo del medico, oltre che dalla presenza sul set quel giorno, tra cui il finanziatore Steve Sarowitz e il produttore Jamey Heath. “Ero estremamente a disagio per il livello di esposizione a cui ero esposta durante la scena del parto, che mi è sembrata una violazione e un’umiliazione. – ha affermato l’attrice – La situazione è stata amplificata dal fatto che il migliore amico di Baldoni recitava tra le mie gambe, e che l’altro suo migliore amico e finanziatore del film era venuto a trovarmi proprio quel giorno”. Blake ha anche affermato che il giorno dopo Jamey le ha mostrato un video di una donna completamente nuda, che secondo lui era il video di sua moglie che partoriva. Sono anche stati resi noti dei messaggi che l’attrice ha scambiato con una delle sue migliori amiche la superstar della musica Taylor Swift. “Penso che questo bastardo – ha scritto l’artista . sappia che sta per succedere qualcosa “. Settimane dopo, Swift ha scritto a Lively: “Hai vinto” e “Ce l’hai fatta”, condividendo un articolo in cui si diceva che Baldoni era stato scaricato dalla sua agenzia di talenti. “Mai una cancellazione è stata annullata così velocemente”, ha scritto Swift, dopo aver detto a Lively di aver “aiutato così tante persone che non dovranno mai più passare attraverso questo”. “Ti amo così tanto”, ha risposto Lively. “Non sarei in grado di affrontare tutto questo se non fosse per te”. L'articolo “Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a girare nuda”: l’accusa di Blake Lively proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Attori
Cinema Americano
Molestie Sessuali
La statua di Timothée Chalamet in “Marty Supreme” alta tre metri al Museo Nazionale del Cinema di Torino:
La scultura di “Marty Supreme” alta tre metri, il personaggio interpretato da Timothée Chalamet, è esposta al Museo Nazionale del Cinema di Torino, all’interno della Mole Antonelliana, in una delle salette Vr e si protende verso l’Aula del Tempio, quasi a invitare i visitatori a giocare con il protagonista del film. Un ritorno a Torino per “Marty Supreme”, che è stato presentato in anteprima il 26 novembre scorso al 43esimo Torino Film Festival con un secret event screening. Prodotto da A24, “Marty Supreme” è diretto da Josh Safdie, anche produttore e autore della sceneggiatura con Ronald Bronstein, e uscirà nei cinema italiani il 22 gennaio con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection. La scultura, alta quasi tre metri, di Marty Mauser è stata ideata come parte dell’experience immersiva dedicata al film Marty Supreme a Lucca Comics & Games 2025 e ospitata originariamente presso il padiglione I Wonder / A24 per tutta la durata della manifestazione. La statua di Timothée Chalamet/Marty Mauser nasce “come un’opera scenica autonoma, capace di condensare in una sola presenza fisica l’energia, il carisma e l’immaginario del film”. L’experience è stata ideata dalla creative director Lulu Helbaek e realizzata dallo studio FoLl.iA, con il contributo artistico dello scultore e scenografo Dominique Gaucher, con oltre trent’anni di esperienza internazionale. Chalamet ha appena conquistato il suo primo Golden Globe ed è in corsa per gli Oscar, dopo le nomination ai Bafta e agli Actor Award. Al fianco di Chalamet un cast che include Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion e Tyler ‘The Creator’ Okonma. LA TRAMA DI “MARTY SUPREME” Marty Mauser ha pochi soldi in tasca, un’irrefrenabile ossessione per il ping pong e la certezza di essere destinato alla grandezza. Dalla New York degli anni ’50 al Cairo, da Tokyo a Parigi, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da I Wonder Pictures (@iwonderpictures) L'articolo La statua di Timothée Chalamet in “Marty Supreme” alta tre metri al Museo Nazionale del Cinema di Torino: proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Torino
Cinema Americano
“Se è vero che ho un pene enorme?”: così Paul Rudd svela il mistero che circola a Hollywood
L’attore Paul Rudd ha offerto una risposta divertente a una domanda sul suo presunto “pene enorme” nel podcast comico Take Your Shoes Off con Rick Glassman, l’8 gennaio scorso. Rudd era già apparso nel podcast nel luglio 2025 per un breve momento, in cui si toglieva i pantaloni dopo che gli era stato rovesciato del caffè addosso. “Voglio comunque dire che sono una persona piuttosto riservata“, aveva detto Rudd durante il podcast, riferendosi evidentemente alle parti basse. Dunque il 56enne Paul Rudd ha dato una risposta divertente a una domanda sul suo presunto “pene enorme” in un podcast. Durante l’episodio del podcast, Rick Glassman, ha ironicamente commentato l’apparizione di Rudd a luglio nella serie di podcast, che includeva un elaborato momento in cui Michael Cera – fingendosi assistente di produzione per il podcast – ha rovesciato del caffè “bollente” su Rudd. Quando Rudd è tornato per completare l’intervista del podcast di luglio, la registrazione video dell’episodio mostrava Rudd che si cambiava i pantaloni davanti al conduttore e ne sfocava l’inguine e il sedere, il che ha portato Glassman a commentare l'”enorme pene” di Rudd. “Non mi ero nemmeno accorto che avessi visto il mio pene”, ha scherzato l’attore. “È stato difficile, è stato facile non vederlo”, ha risposto prontamente Glassman. La risposta ironica, ma non troppo: “Era difficile non notarlo, anche quando era morbido… Hai la sensazione che la gente non sappia quanto è grande il tuo pene?” Voglio dire, non ho mai girato un film nudo. Non sono mai stato nudo in un film. Sono una persona piuttosto riservata, non voglio solo scodinzolare ovunque. Non sono Harvey Keitel in Lezioni di piano”. Applausi. L'articolo “Se è vero che ho un pene enorme?”: così Paul Rudd svela il mistero che circola a Hollywood proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pettegolino
Attori
Cinema Americano
Dal mito del cinema alla realtà: la caduta degli Usa nel mio immaginario forse mi ha reso più saggio
di Giorgio Boratto Per quelli come me che sono cresciuti al cinema, che avevano questo divertimento dopo i giochi di strada: i quattro angoli, la ‘zuarda’ (la trottola di legno), le grette per il giro d’Italia – disegnato con il gesso per terra –, i cannonetti lanciati soffiando in un tubetto; il cinema era il massimo godimento. Era per questo forse che l’America aveva conquistato oltre che l’Europa anche la mia anima. Era nato il mito americano: un popolo di bastardi che aveva vinto la guerra contro gli ariani, i puri di razza bianca. Era il mito dell’ovest che cacciava gli indiani – i pellerossa – con i cowboy. Al cinema americano vincevano sempre gli eroi buoni; vincevano Gregory Peck, John Wayne, Marlon Brando, Gleen Ford, Alan Ladd… tutti i miei attori preferiti. Io vincevo con loro. Quando ricevetti dopo la pistola ad acqua, una pistola che sparava ‘fulminanti’ fui il bambino più felice del mondo. In strada facevamo la guerra tra cowboy e indiani; ma gli indiani era difficile trovarli e in una sorta di ragazzi della via Pal, combattevamo con il rione vicino che erano poi i ragazzi di via Paglia, la strada limitrofa alla mia. Più grande cambiai qualche opinione sugli indiani; poi crescendo ho lasciato perdere le pistole e i cowboy che sparavano più svelti. L’America era diventata gli Stati Uniti – la mia amica ecuadoriana mi ha detto che sono soprattutto loro gli americani, sono quelli del Sud e sono i più tanti. Continuai però nel mito statunitense e della loro Dichiarazione di indipendenza che, 13 anni prima della Dichiarazione dei diritti dell’uomo di Versailles, nel 1776 scriveva che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi erano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità. Bellissimo. Crescendo scoprii che proprio gli Stati Uniti sono il popolo più razzista della Terra e quelle pistole dei cowboy sono ora mitragliatrici, fucili a pompa, mini bazooka venduti al supermercato, che fanno molte vittime innocenti. Nel frattempo anche il cinema è cambiato, ora racconta altre storie e l’Italia con il filone del neorealismo – nato con me – ha contribuito a questo. Ora vincono anche gli assassini e i mostri; nell’eterna lotta tra bene e male non sempre è scontata la vittoria. Proprio gli Stati Uniti di oggi insegnano: i bastardi sono diventati razzisti, gli armaioli cancellano i diritti alla vita e all’uguaglianza basando tutto sul fucile più grosso e la cosa più rivoluzionaria di tutte, che è il perseguimento alla felicità, è ora fare il mercato più grosso, quello unico e mondiale. Poi ora che c’è Donald Trump come presidente gli Stati Uniti hanno perso anche la morale e messo al potere uno dei loro uomini ricchissimi che pensa di fare tutto lui. Ora non ho più miti e continuo a vedere il cinema e a gustare storie… forse sono diventato un vecchio saggio: in fondo era quello che volevo perseguire. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Dal mito del cinema alla realtà: la caduta degli Usa nel mio immaginario forse mi ha reso più saggio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Società
Donald Trump
Blog
Stati Uniti
Cinema Americano
“I media sono crudeli con le ragazze famose, specialmente con me. Ho sempre avuto una tremenda pressione addosso, ma sono stufa di essere giudicata per tutto, a partire dal cognome”: lo sfogo di Paris Hilton
“Per troppo tempo hanno visto una versione di me che non era vera”. Paris Hilton apre così il suo racconto, mettendo subito a fuoco il punto centrale di Infinite Icon: A Visual Memoir, il documentario che dal 30 gennaio arriva al cinema e che segna una svolta nel modo in cui l’ereditiera americana sceglie di raccontarsi. In un’intervista a La Stampa, Hilton parla senza filtri della pressione “tremenda” vissuta per anni, del peso del cognome che porta e di un sistema mediatico che, dice, “è stato particolarmente crudele con le ragazze famose”. A 44 anni, Paris Hilton prende le distanze dall’immagine patinata della party girl che per due decenni ha dominato tabloid e reality. Nel documentario — diretto da Bruce Robertson e JJ Duncan — scoppia a piangere già nel primo minuto, raccontando il carico emotivo che si è portata addosso fin dall’adolescenza. “Ho fatto questo film come un diario visivo della mia vita attraverso la lente della musica”, spiega. Un linguaggio non casuale, perché la musica, per lei, non è un vezzo recente ma una presenza costante: “È sempre stata una fuga, mi ha salvata dal dolore e dai traumi”. Hilton torna anche su un tema che negli ultimi anni ha segnato profondamente il suo percorso pubblico: gli abusi subiti da adolescente, di cui ha già parlato in passato e per i quali si è battuta anche a livello politico. “La musica mi ha salvata da tutto questo“, dice, spiegando di aver trovato nei suoni e nei club, nello studio e nei rave, uno spazio di protezione e di libertà. Oggi quel percorso confluisce nel suo secondo album, Infinite Icon, che accompagna il film. Il documentario è anche una risposta diretta a ciò che i media hanno costruito intorno a lei: “Ho interpretato a lungo un personaggio“, ammette. “Quella ragazza che pensava solo allo shopping e alle discoteche. A un certo punto mi sono stancata di essere giudicata per tutto, a partire dal cognome che porto“. Hilton cita esplicitamente la durezza riservata a molte giovani donne diventate famose negli anni Duemila, facendo il nome di Lindsay Lohan e parlando di un accanimento che, nel suo caso, è stato amplificato dalla notorietà della famiglia. Riprendersi la propria narrazione è stato un atto necessario: “Sentivo che era arrivato il momento di calare la maschera, trovare la mia voce e raccontare io la mia verità, dopo tutto quello che hanno detto gli altri“, spiega. Non per riscrivere il passato, ma per rimetterlo al suo posto: “Qualsiasi cosa ci capiti nella vita non definisce chi siamo per sempre. Se siamo forti e resilienti possiamo diventare chi vogliamo”. Il messaggio che attraversa Infinite Icon è volutamente positivo, ma non ingenuo. Hilton parla di gentilezza come scelta consapevole: “Non c’è niente di più iconico della gentilezza e del fare del bene. Quando spargi bene nel mondo, quel bene torna indietro”. Un principio che oggi guida anche il suo attivismo: è stata a Capitol Hill per testimoniare a favore della tutela dei minori vittime di abusi, un impegno che considera parte integrante della sua identità adulta. Alla domanda su come sia oggi la vita quotidiana di un’icona globale, Hilton risponde con un elenco che restituisce la misura della sua trasformazione: cantante, attrice, imprenditrice, designer, scrittrice, madre. “Mi capita di seguire anche venti progetti in un solo giorno”, racconta. Ha appena lanciato la sua trentesima fragranza, continua a fare concerti in tutto il mondo e non smette di lavorare neppure la sera. “Non mi fermo mai. E quando posso, mi occupo dei miei figli“. Il relax è una parentesi rara, confinata ai weekend: “Amo la mia vita perché scelgo di impegnarmi solo in progetti in cui credo davvero”, dice. L’obiettivo, chiarisce, è uno solo: “Portare gioia alle persone attraverso la musica, i miei prodotti, la mia voce e il mio cuore”. E, soprattutto, offrire conforto a chi ha vissuto esperienze simili alle sue. Nel raccontare le sue fonti di ispirazione, Hilton cita Madonna e Britney Spears, ma anche Marilyn Monroe e la principessa Diana, figure che, a suo dire, hanno pagato un prezzo altissimo alla fama. Tra i nomi contemporanei, apprezza registe come Emerald Fennell e Sofia Coppola, e attrici come Angelina Jolie, Jennifer Aniston e Reese Witherspoon. Quanto agli attori, non ha dubbi: “Brad Pitt. Un attore pazzesco”. L'articolo “I media sono crudeli con le ragazze famose, specialmente con me. Ho sempre avuto una tremenda pressione addosso, ma sono stufa di essere giudicata per tutto, a partire dal cognome”: lo sfogo di Paris Hilton proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Cinema Americano
“Paul Mescal? È uno stronzetto. In passato gli ho dato una mano con i soldi, ora mi paga le cene. Mi porta a vedere solo horror: così Sarah Paulson sul migliore amico
Forse non tutti sanno che anche nel mondo di Hollywood esistono le amicizie vere e sincere. È il caso di due degli attori più talentuosi degli ultimi anni: Sarah Paulson e Pedro Pascal. Spesso escono insieme, si fanno vedere sul red carpet, complici, amici e affettuosi. Un legame che dura da anni, infatti sia Paulson che Pascal hanno, di fatto, sbarcato il lunario assieme. Da ragazzi prima la scuola di recitazione, poi i momenti difficili con i soldi che scarseggiavano, i momenti condivisi. Sono tutti elementi che, in qualche modo, cementificano il rapporto e lo rendono duraturo negli anni. Poi se di mezzo ci sono anche il feeling e l’amicizia, il gioco è fatto. Sarah Paulson in una intervista a Watch What Happens Live ha definito l’amico “a b-tch baby”, ossia “uno stronzetto”. Come i veri amici sia Paulson che Pascal si punzecchiano spesso: “Ha un sacco di pretese, questo è quello che penso. E lui direbbe a sua volta che sono le mie pretese ad essere molte, mentre io sostengo che siano le sue. Siamo come fratello e sorella”. “È difficile da immaginare, ma ho sempre saputo che era la persona più talentuosa che conoscessi.- ha continuato – E sapevo che nel mondo ci fosse stato qualcosa di buono, la sua vita lavorativa sarebbe diventata questa”. E ancora: “Quindi, non mi sorprende dal punto di vista del talento, ma non succede più così spesso, che qualcuno irrompa sulla scena e abbia qualcosa di così speciale. L’ho aiutato economicamente quando eravamo ragazzi, adesso mi paga lui la cena». Poi una curiosità: “Paul è un vero cinefilo. Mi trascina a vedere tutti i film più spaventosi che non voglio vedere. Sì, una cosa che gli piace fare è portarmi a vedere film horror”. L'articolo “Paul Mescal? È uno stronzetto. In passato gli ho dato una mano con i soldi, ora mi paga le cene. Mi porta a vedere solo horror: così Sarah Paulson sul migliore amico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Attori
Cinema Americano
Così, 130 anni fa, i fratelli Lumière inventavano il cinema
Centotrent’anni fa, il 28 dicembre 1895, quando si proiettò il primo film al mondo al Salon indien del Grand Café, sul boulevard des Capucines di Parigi, Auguste e Louis Lumière, artefici dell’operazione, non c’erano. Il ruolo fondamentale in quello che oggi si chiamerebbe il marketing del neo-cinematografo l’ebbe infatti Antoine Lumière, padre dei due fratelli, pittore e fotografo con attività di famiglia a Lione (la moglie Jeanne Joséphine Costille era una semplice lavandaia). Antoine (lui sì che c’era alla prima…) aveva uno spiccato gusto dell’impresa commerciale, anche se rischiosa. Fu lui, infatti, a lanciare l’idea della prima proiezione pubblica a pagamento intuendo con straordinaria precognizione che ciò che andava costruito era un pubblico attratto dall’invenzione dei suoi figli. Quelle “fotografie animate”, come le chiamava Antoine, dovevano essere mostrate agli spettatori in un luogo consono e attrattivo, tanto da rifiutare alcune iniziali offerte per approdare, infine, a una ex sala da biliardo (il seminterrato Salon Indien) del Gran Café. Erano le 18, il biglietto costava un franco e la sala era piena. Louis, che era il più tecnico fra i due fratelli, aveva già sperimentato i primi cinematoscopi, realizzato un cronofotografo (tutti progenitori del cinema) grazie a una pellicola fabbricata a Lione e aveva offerto varie dimostrazioni pubbliche già dal marzo di quell’anno. Solo dopo la proiezione del 28 dicembre, però, gli arrise il successo mondiale: zar, reali inglesi, famiglie imperiali europee agognavano di vedere ‘il cinema’ e furono proprio loro a fare da involontari press agent ai Lumière. La loro invenzione sbarcherà anche in America, offuscando il viascopio Armat-Edison che pure aveva raggiunto le sale statunitensi sin dall’estate del 1895 con l’autoctono sistema Biograph ideato da William Kennedy Laurie Dickson (che, nell’estate del 1898, sarà il primo a riprendere un pontefice, ovvero papa Leone XIII che passeggiava nei Giardini Vaticani). L’imprenditore Thomas Armat, insieme con Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina, aveva sperimentato quella creazione grazie all’appoggio di una potente finanziaria partecipata persino dal fratello di William McKinley, venticinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma i Lumière lo batterono sul tempo, pur se di poco. Così come anticiparono la Gran Bretagna, rappresentata da Robert William Paul. Già nel 1896 i brevetti di apparecchiature per il cinema erano centinaia: in Francia c’era, oltre ai Lumière, Georges Méliès con le tecniche inglesi di Paul (pare che i Lumière gli abbiano rifiutato le loro); poi Léon Gaumont uscì con il suo cronofotografo Demeny e Charles Pathé si servì delle tecniche dell’ingegnere Henri Joly, quasi tutti marchi che hanno rappresentato (e rappresentano) il cinema d’oltralpe. Era nata l’industria cinematografica mondiale: quella francese, in primis, e quasi in contemporanea, quella americana, entrambe imbattibili per numero di prodotti realizzati. In quegl’anni è presente anche il proto-cinema tedesco, sia pur con un solo film (Immagini di Berlino di Skladanowski, 1895); quello sovietico (a partire, nel 1908, con il produttore Drankov e i suoi film su popolo e letteratura russa); quello cecoslovacco di Max Urban, un architetto-regista che utilizzava la moglie come attrice (dal 1912). E ancora quello polacco (post 1910) con Aleksander Hertz ed Henrik Finkelstein (scopritori della diva Pola Negri); quello austriaco, quello danese (che produrrà i capolavori di Carl Theodor Dreyer a partire dal 1919). Ma c’è anche la produzione ungherese e quella spagnola (a Barcellona). Oltreoceano non c’è solo cinematografia Usa: a Cuba nel 1897 si girò un documentario sull’estinzione degli incendi. E ancora Messico, Brasile, Argentina, Sudafrica e persino Australia e Giappone (dal 1898) cominceranno a sperimentare. Naturalmente, a parte Francia e Usa, si tratta di numeri piccoli, ma destinati presto a moltiplicarsi. E non mi addentro in ciò che avveniva in Paesi lontani come l’India, oggi al primo posto al mondo per numero di film prodotti. E l’Italia? Si parte nel 1905 con La presa di Roma per la regia di Filoteo Alberini (poi fondatore della Cines). Insomma, i fratelli Lumière sono stati il ‘big bang’ del cinema mondiale. Il film che proiettarono quel famoso pomeriggio del 28 dicembre 1895 è La Sortie des usines Lumière (L’uscita dalla fabbrica Lumière), girato a Lione nove mesi prima. Il più noto, L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat, laddove la locomotiva corre minacciosa verso gli spettatori terrorizzati, è successivo. Ed è stata, nel 2016, la voce di Valerio Mastandrea a guidarci attraverso i segreti di quei 17 metri di pellicola del primo film al mondo (circa 50 secondi la durata) con un documentario presentato al Cinema Ritrovato di Bologna nel corso della mostra Lumière! L’invenzione del cinematografo. I Lumière hanno diretto oltre 140 film (compresi quelli sperimentali e quelli attribuibili al padre), più di John Ford. Certo, il paragone non regge per durata, assenza di montaggio, mancanza di profondità di campo, spesso presenza di operatori in campo, scarsa economia produttiva, personaggi in carne ossa in sala a spiegare il film… Ma, tant’è, senza i Lumière non ci sarebbe stato (forse) neppure John Ford. Eppure i fratelli smisero piuttosto presto con i film per dedicarsi allo studio della fotografia a colori (e Auguste anche di medicina). S’erano sposati con due sorelle e morirono entrambi a 92 anni. In sintonia fra loro, ma anche con i regimi fascisti francese e italiano. Candidati più volte al Nobel, non lo ottennero mai. Ma ad Hollywood campeggia una stella Walk of Frame dedicata a loro. Direi proprio il minimo sindacale per gli inventori del cinema come fenomeno di massa. L'articolo Così, 130 anni fa, i fratelli Lumière inventavano il cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cinema
Blog
Parigi
Cinema Italiano
Cinema Americano
È morto William Rush, l’attore è diventato famoso per la serie tv “Waterloo Road”. I suoi organi saranno donati, la famiglia ha chiesto rispetto per la privacy
Mondo del cinema in lutto. È morto, il 17 dicembre, all’età di 31 anni l’attore britannico William Rush, noto per il ruolo del giovane Josh Stevenson nella serie drammatica della BBC 1 “Waterloo Road.” La notizia, riporta la BBC stessa, è stata resa pubblica dalla madre dell’attore, l’ex star di Coronation Street Debbie Rush. La causa della morte non è stata resa nota. William Rush ha recitato in 168 episodi di “Waterloo Road” tra il 2009 e il 2013. In precedenza aveva lavorato come attore bambino in serie televisive come “Grange Hill” e “Shameless”, e in seguito ha preso parte a produzioni come “Casualty” e “Vera”. Nel 2016 aveva partecipato ai provini di X Factor, arrivando fino al “six-chair challenge”. Su Instagram la madre dell’attore Debbie Rush ha scritto: “Come famiglia, i nostri cuori sono completamente spezzati”. L’attrice ha descritto William come “il nostro bellissimo bambino” e ha sottolineato la decisione del figlio di diventare donatore di organi. “Anche nel nostro momento più buio, William ha fatto il dono più prezioso di tutti. – ha detto – Essendo donatore, ha dato speranza e vita ad altre famiglie, pensando agli altri fino alla fine. La sua gentilezza e il suo amore faranno sempre parte del suo lascito”. La famiglia ha chiesto rispetto per la propria privacy: “William sarà sempre amato, sempre ricordato e per sempre nei nostri cuori”. Numerosi colleghi hanno espresso cordoglio sui social. Sally Dynevor di “Coronation Street” ha commentato: “Sono così scioccata da questa notizia. Era un ragazzo bellissimo”. Jack P. Shepherd ha scritto:”Notizia devastante, i miei pensieri sono con voi”, mentre Shobna Gulati ha aggiunto: “Vi mando tutto il mio affetto e le mie più profonde condoglianze”. Chelsee Healey, ex collega di “Waterloo Road”, ha dichiarato: “Il mio cuore è con voi, mi dispiace tantissimo”. L'articolo È morto William Rush, l’attore è diventato famoso per la serie tv “Waterloo Road”. I suoi organi saranno donati, la famiglia ha chiesto rispetto per la privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Serie TV
Cinema Americano
“Ferite multiple da arma da taglio. Si tratta di un duplice omicidio”: svelata l’autopsia del regista statunitense Rob Reiner e della moglie Michele Singer
L’Ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso nota l’autopsia sui corpi del regista statunitense Rob Reiner, 78 anni, e la moglie Michele Singer, 68 anni: “Entrambi sono morti per ferite multiple da arma da taglio. La modalità del decesso è un duplice omicidio”. L’annuncio è arrivato poche ore dopo che il figlio della coppia, Nick Reiner, 32 anni, è stato formalmente incriminato con due capi d’accusa per omicidio volontario di primo grado e ha fatto la sua prima comparizione in tribunale. L’imputato non ha presentato dichiarazione di colpevolezza. Su richiesta del suo avvocato, Alan Jackson, l’udienza di lettura delle accuse è stata rinviata al 7 gennaio. Nick Reiner è comparso in aula in catene e indossando una tuta anti-suicidio, seduto dietro un vetro protettivo. Durante l’udienza si è limitato a rispondere “Sì, vostro onore” nel confermare la nuova data fissata dal giudice. I corpi di Rob e Michele Reiner erano stati trovati nel pomeriggio di domenica scorsa all’interno della loro villa nel quartiere Brentwood di Los Angeles. Fonti delle forze dell’ordine hanno riferito che entrambi presentavano lacerazioni compatibili con l’uso di un coltello. Nick Reiner è stato arrestato e incarcerato con ‘accusa di omicidio e, al momento, è detenuto senza possibilità di cauzione. Martedì scorso, nel corso di una conferenza stampa, il capo della polizia di Los Angeles, Jim McDonnell, ha confermato che l’ufficio del procuratore distrettuale “ha formalmente depositato le accuse contro il signor Reiner per l’omicidio dei suoi genitori”. Dopo la tragedia, gli altri due figli della coppia, Jake e Romy Reiner, hanno diffuso una dichiarazione congiunta. “Le parole non possono descrivere ‘immenso dolore che stiamo vivendo ogni momento della giornata”, hanno affermato. “La perdita orribile e devastante dei nostri genitori, Rob e Michele Reiner, è qualcosa che nessuno dovrebbe mai affrontare. Non erano solo i nostri genitori, erano i nostri migliori amici”. “Ringraziamo per le numerose manifestazioni di cordoglio, gentilezza e sostegno ricevute da familiari, amici e da persone di ogni provenienza”, hanno aggiunto. “Chiediamo ora rispetto e privacy, che le speculazioni siano temperate da compassione e umanità, e che i nostri genitori vengano ricordati per le vite straordinarie che hanno vissuto e per l’amore che hanno donato”. L'articolo “Ferite multiple da arma da taglio. Si tratta di un duplice omicidio”: svelata l’autopsia del regista statunitense Rob Reiner e della moglie Michele Singer proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trending News
Duplice Omicidio
Cinema Americano
Registi