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È morta Valerie Perrine, l’attrice aveva da anni il morbo di Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi”
Mondo del cinema in lutto. Valerie Perrine è morta nella sua casa di Beverly Hills, in California, all’età di 82 anni. L’attrice è diventata famosa per il ruolo di Honey Harlow in “Lenny” (1974) di Bob Fosse e di Eve Teschmacher nei primi due film di “Superman” (1978-1980). La notizia della scomparsa è stata annunciata dal compagno Stacey Souther. Perrine aveva da anni il morbo di Parkinson, diagnosticato nel 2015, che negli ultimi tempi le aveva compromesso la mobilità e le capacità di parola e alimentazione. “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi – ha scritto Souther -. È stata una vera fonte di ispirazione e ha vissuto la vita appieno: e che vita magnifica è stata. Il mondo sembra meno bello senza di lei“. “Ha vissuto una vita straordinaria, che molti possono solo sognare – ha dichiarato il fratello Ken Perrine – Ci mancherà immensamente”. La famiglia ha annunciato che Valerie sarà sepolta al Forest Lawn Memorial Park nelle Hollywood Hills, come desiderato dall’attrice. Perrine non si è mai sposata e non ha avuto figli, ma ha avuto relazioni con personaggi celebri come Elliott Gould, Jeff Bridges e Dodi Faye. La sua vita è stata segnata da tragedie personali: il fidanzato Bill Haarman è morto accidentalmente nel 1969 e Jay Sebring, suo ex compagno, è stato vittima della strage di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson. Al grande pubblico Perrine è rimasta celebre soprattutto come Eve Teschmacher, l’affascinante e complice del “cattivo” Lex Luthor interpretato da Gene Hackman nei film “Superman” e “Superman II“. La sua Teschmacher era seducente ma dal cuore buono, pronta a rischiare tutto pur di salvare Superman, interpretato da Christopher Reeve. Valerie Ritchie Perrine è nata il 3 settembre 1943 a Galveston, in Texas, figlia di Winifred McGinley, danzatrice scozzese, e Kenneth Perrine, ufficiale dell’esercito americano. La famiglia si spostò frequentemente per via del lavoro del padre, tra Giappone, Parigi e altre città degli Stati Uniti. Giovanissima, Perrine si trasferì a Las Vegas, diventando showgirl negli spettacoli del Lido de Paris allo Stardust Hotel, guadagnando fino a 800 dollari a settimana come prima ballerina. L’esordio cinematografico nel 1972 con “Mattatoio 5”, trasposizione del romanzo di Kurt Vonnegut diretta da George Roy Hill, dove interpretò la provocante Montana Wildhack. Nello stesso periodo, Perrine posò per “Playboy”, confermandosi come sex symbol di quegli anni. La sua carriera prese slancio quando fu scelta da Bob Fosse per interpretare Honey Harlow, la moglie del comic Lenny Bruce, in “Lenny”, ruolo che le valse il Premio come miglio attrice al Festival di Cannes del 1975, un Bafta come miglior esordiente, il New York Film Critics Circle Award come miglior attrice non protagonista e la candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista. L'articolo È morta Valerie Perrine, l’attrice aveva da anni il morbo di Parkinson. Il compagno: “Ha affrontato la malattia con incredibile coraggio e dignità, senza mai lamentarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho lasciato perdere i videogiochi e le ore passate curvo sul computer grazie a mia mamma Heidi Klum. Mi ha trasmesso l’autostima”: parla Henry Samuel
Madre e figlio bellissimi sul red carpet. Heidi Klum e il 21enne Henry Samuel si sono presentati all’anteprima del film “L’ultima missione: Project Hail Mary” al Lincoln Center Plaza di New York, mercoledì 18 marzo in New York. Le loro immagini hanno fatto il giro del mondo. I due sono stati protagonisti della copertina di Elle Germania e si sono raccontati. “Una delle cose che mia madre mi ha sempre detto è stato quello di prestare attenzione alla postura. -ha dichiarato Samuel – Mi piacciono i videogiochi e passavo molto tempo seduto curvo davanti al computer. Ma mia madre mi ha anche trasmesso molto in termini di autostima”. E ancora: “Cosa significa per me il successo? Direi che è soggettivo, ma per me significa essere felice, avere le persone care intorno e sentirmi amato”. Nato il 12 settembre 2005, Henry Samuel, il cui nome completo è Henry Günther Ademola Dashtu Samuel, è il figlio primogenito nato dal matrimonio tra Heidi Klum e il cantante Seal. I genitori hanno voluto che Henry stesse lontano dai riflettori per poi decidere, in età matura, quale fosse il suo percorso migliore. Così nel 2025 ha fatto il suo ingresso ufficiale nel mondo della moda. Henry Samuel ha debuttato alla Paris Fashion Week, aprendo la sfilata Haute Couture Primavera 2025 di Lena Erziak. Il giovane modello è attualmente sotto contratto con la NEXT Management, riconosciuta come una delle agenzie di modeling più prestigiose al mondo. L'articolo “Ho lasciato perdere i videogiochi e le ore passate curvo sul computer grazie a mia mamma Heidi Klum. Mi ha trasmesso l’autostima”: parla Henry Samuel proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chuck Norris morto, il riscatto con il cinema e le arti marziali: “Ho passato un’infanzia infelice, ero timido e in balia dei bulli della scuola”
Chuck Norris, il campione di arti marziali che è diventato un’iconica star del cinema d’azione statunitense, è morto. Aveva 86 anni. Il celebre Cordell Walker del telefilm Walker Texas Ranger, ma anche l’ufficiale delle forze speciali McCoy di Delta Force, e ancora lo sfidante di Bruce Lee tra le stanze del Colosseo in L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, era ricoverato da giovedì scorso in ospedale delle Hawaii. “Per il mondo era un campione di arti marziali, un attore, un simbolo di forza. Per noi, un marito devoto, un padre e un nonno amorevole”, hanno scritto i familiari in un post su Instagram dove ne hanno annunciato pubblicamente la morte. Se c’è stato, infatti, un elemento che ha caratterizzato la presenza di Norris in scena, è stata proprio la credibilità del suo ruolo di combattente nelle arti marziali. Nato in Oklahoma nel 1940, con anche un quarto di sangue Cherokee nelle vene, Norris raccontò più volte di aver passato un’infanzia infelice, lui così piccino, timido e in balia dei bulli della scuola. È grazie all’aver prestato servizio nella United States Air Force ad inizio anni sessanta, e al trasferimento in una base della Corea del Sud che Norris impara le arti marziali, soprattutto karate e taekwondo. A forza di allenamenti, tornato negli Stati Uniti è sul finire degli anni sessanta che comincia a mietere vittorie sportive. Norris apre diverse catene di palestre di arti marziali e in una di queste ha come allievo Chad, il figlio di Steve McQueen. Proprio grazie al legame con la star di Hollywood, Norris inizia ad interpretare piccoli ruoli in Quella sporca dozzina di Aldrich e Berretti verdi di John Wayne che poi verranno tagliati in sede di montaggio. Nel 1969 incontra su un tappeto di gara Bruce Lee che nel 1972 gli offre un ruolo, appunto, in L’urlo di Chen terrorizza l’Occidente. Norris si esibisce in un lungo combattimento con il collega finendo sconfitto. La lunga sequenza diventa presto un cult. Ed è nel 1974 che Norris spicca definitivamente il volo a Hollywood. Sarà in almeno una trentina di film sempre un duro, generalmente un militare o simile, pronto a sparare ma soprattutto a menare le mani. Lui non proprio così prestante fisicamente che invece riesce a ribaltare ogni possibile logica di forza in campo nel combattimento. La tripletta The octagon (1980), Triade chiama Canale 6 e Vendetta a Hong Kong sono tre grandi successi al box office; ma è con una Magnum per McQuade, Rombo di tuono (che spesso è stato accostato a Rambo 2) e infine il succitato Delta Force (1986) che Norris diventa figura cruciale degli action movie ben più dei coevi Schwarzenegger o Stallone, magari più inclini ad una certa autoironia in scena, ma meno schiettamente popolari. Norris tra gli anni ottanta e novanta è la star di punta della produzione Cannon Films, ma non tutto fila liscio e la Cannon fallirà lasciando a Norris un via libera dove esplorerà toni da commedia e drammatici non proprio a lui congeniali. Il 1993 è l’anno in cui inizia a lavorare in “Walker Texas Ranger” sulla CBS. Un’autentica svolta in una carriera in fase totalmente calante. Basti dire che la serie ha avuto più seguito di pubblico de “La Signora in giallo”. Tanti i tentativi di rilanciare Norris nel cinema grazie al trampolino tv, ma sono tanti gli insuccessi nei primi anni duemila. La vera rimpatriata smargiassata avviene ne 2011 quando raggiunge i colleghi Stallone, Van Damme, Jet Li, Lundgren e Statham sul set di I mercenari 2. Vicinissimo al partito repubblicano, l’icona Norris, come ricorda Variety, è diventata talmente caricaturale nella sua figura di invincibile uomo d’ordine che numerosi meme lo immortalano in imprese impossibili dove si ironizza sulla sua invincibilità. L'articolo Chuck Norris morto, il riscatto con il cinema e le arti marziali: “Ho passato un’infanzia infelice, ero timido e in balia dei bulli della scuola” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Addio a Robert Duvall, il Tom Hagen de “Il Padrino” e il colonnello di “Apocalypse Now”: aveva 95 anni
È morto a 95 anni Robert Duvall, uno dei volti più riconoscibili del cinema americano. Si è spento domenica 15 febbraio nella sua abitazione di San Diego, in California. A darne notizia è stata la moglie Luciana Pedraza con un messaggio su Facebook: “Circondato dall’amore, ieri abbiamo detto addio al mio amato marito, prezioso amico e uno dei più grandi attori del nostro tempo. Bob si è spento serenamente a casa sua, circondato dall’affetto e dal conforto”. Premio Oscar, un regista, un narratore. Per Hollywood, una presenza capace di attraversare sette decenni di cinema senza mai perdere autorevolezza. Nel ricordo affidato ai social, la moglie ha sottolineato la sua dedizione totale ai personaggi e alla verità dell’animo umano che incarnava. Nato nel 1931, Duvall ha costruito una carriera lontana dalle vanità dei divi più noti. Prima del cinema, dove ha esordito nel 1962 con Il buio oltre la siepe, si è dedicato al teatro fin dai primi anni ’50. Il grande pubblico lo identifica con Tom Hagen, il consigliere silenzioso e leale della famiglia Corleone ne Il Padrino e nel suo seguito, diretti da Francis Ford Coppola. Un personaggio misurato, in secondo piano, che invece Duvall rese centrale con pochi gesti e uno sguardo memorabile. Altrettanto memorabile il tenente colonnello Kilgore in Apocalypse Now, sempre di Coppola: elmetto, surf e la battuta diventata proverbiale sull’odore del napalm al mattino. Ruolo breve ma iconico, che gli valse una candidatura all’Oscar e lo consegnò definitivamente alla storia del cinema. Figlio di un ammiraglio della Marina, Duvall ha servito nell’Esercito statunitense tra il 1953 e il 1954 partecipando alla guerra di Corea. La statuetta arrivò nel 1984 come miglior attore protagonista per Tender Mercies – Un tenero ringraziamento, pellicola di Bruce Beresford in cui interpretava il cantante country alcolizzato e in cerca di redenzione Mac Sledge. Nel corso della carriera ha ricevuto altre sei candidature agli Oscar per Il Padrino, Apocalypse Now, Il grande Santini, L’apostolo, A Civil Action e The Judge. Ha vinto quattro Golden Globe, due Emmy, uno Screen Actors Guild Award e un Bafta. Duvall non è stato un attore istrionico, ma un interprete già definito “di sottrazione”, capace cioè di dare peso ai silenzi e profondità morale a figure ambigue, padri autoritari, predicatori, uomini feriti. Sposato quattro volte, l’ultima nel 2005, non ha mai avuto figli. Oltre alla carriera, si è dedicato, insieme all’ultima consorte, a combattere la povertà nel Nord dell’Argentina, soprattutto quella minorile. L'articolo Addio a Robert Duvall, il Tom Hagen de “Il Padrino” e il colonnello di “Apocalypse Now”: aveva 95 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal cinema alla realtà: quando la denuncia deve accompagnarsi a una reazione
La realtà quotidiana è angosciante: guerre, genocidi, crisi climatiche, ingiustizie sociali o derive autoritarie con letali repressioni, e crimini efferati si accumulano nelle cronache. Abbiamo davvero bisogno di film che ci facciano rivivere queste angosce? Io non ne sento il bisogno, mi basta guardare i notiziari. Mi piace il cinema che riflette le paure del mondo, ma se non indica vie di reazione o cambiamento concreto rischia di trasferire al pubblico impotenza e rassegnazione. Ecco perché mi sono sentito a disagio dopo aver visto film come The Animal Kingdom o Marty Supreme: ci mostrano conflitti forti ma spesso privi di un vero “percorso di azione”; raccontano crisi senza suggerire come affrontarla o trasformarla in responsabilità civica o anche solo personale. Altre opere cinematografiche hanno approcci narrativi diversi, pur soffermandosi su narrazioni disturbanti. Ne L’invasione degli ultracorpi la minaccia non è semplicemente l’alieno, ma la passività collettiva: i cittadini che non credono a chi denuncia la sostituzione di umanità con copie senz’anima finiscono per sostenere chi reprime, un po’ come gli elettori di Trump. È una metafora potente della perdita di identità e responsabilità civica. Allo stesso modo Norimberga, basato sul processo ai criminali nazisti, è soprattutto un monito su come scelte politiche apparentemente legittime possano produrre strumenti di repressione dei diritti umani, e su come chi lancia l’allarme venga spesso ignorato fino a quando il problema non è già grave. Queste opere condividono un tratto comune: non si limitano a mostrare il male, ma richiamano alla vigilanza civica prima che i fatti si manifestino. Mentre film come Civil war e Una battaglia dopo l’altra anticipano avvenimenti ipotetici che appaiono sempre più probabili. Li vediamo accadere altrove, nei telegiornali, e ci rassicuriamo dicendo che qui quelle cose non possono accadere, e invece eccoci a Minneapolis. Avendo dimenticato in fretta il G8 di Genova. Altro modo di raccontare è il cinema revisionista di Quentin Tarantino: in film come Bastardi senza gloria, Django Unchained o C’era una volta… Hollywood Tarantino riscrive eventi tragici del passato proponendo versioni alternative in cui la giustizia simbolica o la resistenza umana emergono come possibilità narrative, offrendo allo spettatore una forma di catarsi e uno spazio dove immaginare esiti differenti. I razzisti sono uccisi dai neri, e i nazisti sono fatti a pezzi o bruciati vivi dalle loro vittime. Questa distinzione tra mostrare problemi e mostrare anche risposte o possibilità è cruciale anche nella realtà. La denuncia finale di Norimberga prevede con pochissimo anticipo una realtà effettivamente verificatasi. L’agenzia federale americana Immigration and Customs Enforcement (Ice) è diventata simbolo di potere statale incontrollato e uso eccessivo della forza, percepita da alcuni come simile a una “polizia politica con licenza di uccidere”. Proprio come la polizia di Goering. L’avvertimento di Norimberga è stato espresso poco prima di eventi recenti come quelli di Minneapolis, dove la reazione popolare non si è limitata a esprimere dolore ma si è trasformata in mobilitazioni civiche organizzate volte a chiedere responsabilità, trasparenza e riforme. L’errore di lanciare allarmi senza proporre percorsi di redenzione è centrale nella comunicazione delle crisi ambientali. Scienziati e attivisti spesso usano linguaggi di allarme per attirare l’attenzione sulla gravità dei rischi climatici, ma la sola retorica catastrofista può indurre impotenza o rifiuto, perché chi ascolta può percepire il problema come astratto o insormontabile, se non inesistente. Per questo molti esperti sottolineano la necessità di bilanciare l’urgenza dell’allarme con proposte concrete di soluzione, mostrando percorsi di mitigazione, adattamento e innovazione che non siano solo scenari apocalittici. La lezione che emerge da queste connessioni — tra opere cinematografiche, e fatti reali — è semplice ma potente: non basta denunciare un problema; bisogna anche immaginare e indicare come possiamo reagire ad esso. Solo così la narrazione — nel cinema o nella società — può davvero ispirare azione collettiva e non restare una fonte di sola angoscia impotente. Frank Zappa, prima di tutti gli altri musicisti, denunciò la marea teocratica e fascistoide che stava dilagando in Usa. Non si limitò a denunciare, però: nei suoi concerti invitava gli spettatori a registrarsi per votare, testimoniò in Senato contro la censura nella musica, fu il primo statunitense illustre invitato a visitare la Cecoslovacchia di Vaclav Havel, e arrivò a scendere in campo direttamente, preannunciando la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti. Un cancro alla prostata lo fermò. A questo punto Tarantino potrebbe dirigere un altro film di distopia consolatoria, in cui al posto di Donald Trump è Frank Zappa a vincere le elezioni… La colonna sonora è già scritta. L'articolo Dal cinema alla realtà: quando la denuncia deve accompagnarsi a una reazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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EPiC, il film di Baz Luhrmann che riporta Elvis sul palco come mai visto prima
Nel 2026 fare un altro film su Elvis Presley è un atto che oscilla tra l’incoscienza e l’arroganza. È come voler incidere per l’ennesima volta Hound Dog sperando che qualcuno abbia ancora bisogno di sentirla. Di Elvis si è detto tutto: il ragazzo bianco che canta come un nero, il soldato, l’attore intrappolato nei filmetti balneari, il re in tuta bianca che si consuma sotto i riflettori di Las Vegas. Ogni epoca si è presa il suo Elvis, lo ha masticato e risputato sotto forma di icona pop, reliquia kitsch o martire dello show business. E allora la domanda era semplice: che senso ha? Cosa resta da scoprire? Baz Luhrmann non è uno che si presenta in punta di piedi, non lo ha mai fatto e infatti fin dagli esordi ha trasformato il cinema in una pista da ballo: macchina da presa che gira come una trottola impazzita, montaggio che non concede tregua, costumi e scenografie che sembrano urlare “guardami”… il suo è un cinema che prende il melodramma e il musical, li scuote e poi li rimette in scena sotto una luce nuova. Post-moderno, si dirà, ma l’etichetta serve a poco: Luhrmann è uno che ama il travestimento e la collisione tra epoche. Con EPiC: Elvis Presley in Concert, in uscita il prossimo 5 marzo, fa qualcosa di ancora più rischioso. Non racconta Elvis da fuori, non lo osserva come fenomeno sociologico, ma prova a mettersi dietro i suoi occhi(ali), a farlo parlare. A farlo cantare e raccontare la propria storia con la propria voce, pescando tra materiali rimasti per anni nei caveau: negativi dimenticati, pellicole 8mm, audio inediti. Non è una semplice operazione di restauro, ma il tentativo di spostare il punto di vista. E qui il film trova la sua forza perché quando esci dalla sala hai la sensazione fisica di aver assistito a un concerto. Non a un biopic, a un concerto. Elvis non è raccontato, è presente. Suda, si muove, scherza, domina il palco con quella combinazione di controllo e abbandono che lo ha reso unico. Luhrmann insiste su un aspetto preciso: la frustrazione. Il bisogno di essere riconosciuto per la propria grandezza, anche al cinema. Elvis voleva essere preso sul serio, non solo come fenomeno da classifica e in questo c’è qualcosa di profondamente umano: il desiderio di non essere ridotti alla caricatura di se stessi. Il film lo mostra mentre combatte contro l’immagine che lo ha reso celebre. C’è però un’assenza che pesa: l’autodistruzione resta sullo sfondo. Il lato oscuro, l’eccesso che diventa dipendenza, la fragilità che si trasforma in abisso, vengono appena sfiorati. Elvis qui è quasi sempre il ragazzo perfetto: look sgargiante, capelli impomatati, sorriso che scioglie le platee. Il mito è intatto, forse troppo. Come sempre, la leggenda prevale sull’uomo quando l’uomo diventa scomodo. Eppure, nonostante questa scelta, l’operazione funziona anche grazie alla colonna sonora di Jeremiah Fraites. I mix rinnovati, i medley che assemblano frammenti noti per generare qualcosa di diverso, non tradiscono il materiale originario ma lo rilanciano. EPiC rimette Elvis sotto una luce abbagliante, coerente con l’estetica del suo regista. Si può discutere sulle omissioni, sulle scelte narrative, sulla tendenza a proteggere l’icona. Ma nel 2026, contro ogni previsione, un nuovo film su Elvis riesce ancora a farti sentire il peso di una voce che riempie lo spazio. E quando le luci si accendono, per un attimo, hai l’impressione che il Re non sia un fantasma ma una presenza viva, ancora capace di occupare il centro del palco. L'articolo EPiC, il film di Baz Luhrmann che riporta Elvis sul palco come mai visto prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Che cosa c’era nella loro acqua?”: il post virale sui social che mette a confronto i vip di ieri e di oggi alla stessa età è virale (e impietoso)
Sui social molte persone stanno “perdendo la testa” per un post virale ripreso dal Daily Mail che rivela come appaiano celebrità di generazioni diverse, se confrontate nel momento in cui avevano la stessa età. Secondo diversi utenti i Millennials sembrano più giovani di come a loro tempo erano i Baby boomer perché la generazione dei primi sarebbe cresciuta su basi più sane, che includono un minor consumo di fumo e alcolici, e un’alimentazione nettamente migliore. Nel vedere i confronti, a volte impietosi, tra star di ieri e di oggi, c’è chi osserva: “Ecco perché siamo cresciuti pensando che 30 anni fossero già un’età avanzata”. “Perché sembrano così vecchi? Che cosa c’era nella loro acqua?” si domanda qualcun altro. Tom Holland, ad esempio, è uno di quegli attori con la cosiddetta “baby face”. Celebre per aver interpretato Peter Parker in “Spider-Man: Homecoming” e “Spider-Man: Far from Home”, lo scorso anno si è fatto il suo nome come nuovo James Bond. Per molti, però, Tom sarebbe troppo “adorabile” per ricoprire quel ruolo: “Tom Holland nei panni di James Bond è come fare un film di James Bond per bambini”, ha scherzato un fan. In effetti colpisce che Holland “riesca ancora a passare per uno studente dell’ultimo anno di liceo”, malgrado abbia 29 anni, soprattutto se lo si confronta con le star di un tempo alla sua stessa età. Si veda Tom Selleck, oggi 81enne, che anche prima di farsi crescere gli iconici baffi dimostrava più anni quando ne aveva davvero 29. Discorso analogo per Jonathan Banks, ora 79enne, e Thomas Brodie-Sangster, 35enne che il grande pubblico ha conosciuto con pellicole come “Love Actually – L’amore davvero” e “Tata Matilda”. In passato Thomas aveva condiviso il “segreto della sua eterna giovinezza” in un’intervista, dichiarando che i lineamenti sempre giovanili sono dovuti ai suoi geni: “Ho sempre dimostrato almeno tre o quattro anni in meno di quanti ne ho in realtà, e non so perché. Sembra che sia così e basta”, erano state le sue parole. Impietoso, poi, il paragone tra Steve Martin (oggi 80enne) quando aveva 35 anni e Cole Sprouse. Se quest’ultimo sfoggia una leggera barba e lunghi capelli biondi, il primo alla sua stessa età aveva già i capelli grigi. “Non Steve Martin che dimostra 55 anni a 32” commenta qualcuno sui social. “Noi ne dimostriamo la metà, loro il doppio”. In Rete sono molti i divi di ieri e oggi che vengono messi a confronto. Laurence Fishburne e Michael B Jordan, Kelsey Grammer e Dacre Montgomery, la reazione è sempre la stessa: come è possibile che alla stessa età l’uno sembri il padre dell’altro? L'articolo “Che cosa c’era nella loro acqua?”: il post virale sui social che mette a confronto i vip di ieri e di oggi alla stessa età è virale (e impietoso) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Jacob Elordi si trasforma in “ombrello umano” per Margot Robbie: l’intesa da “Cime Tempestose” al red carpet scatena il gossip (inutilmente)
Non è passata inosservata l’intesa tra Jacob Elordi e Margot Robbie all’anteprima londinese di “Cime Tempestose”, nelle sale dal 12 febbraio, che si è tenuta lo scorso 5 febbraio. I due attori principali della pellicola, tratta dal celebre romanzo di Emily Brontë pubblicato nel 1847, si sono mostrati sorridenti e affiatati davanti ai flash impazziti dei fotografi e con i fan urlanti a bordo passerella. La serata però è stata funestata dal maltempo e così, da vero galantuomo, spenti i riflettori Elordi ha fatto da scudo umano, come fosse un ombrello, alla collega per evitare che si bagnasse per la pioggia. E il gossip ha ricominciato a galoppare. Inutilmente verrebbe da aggiungere perché Margot Robbie è sposata dal 2016 con il produttore cinematografico britannico Tom Ackerley, mentre Elordi è stato paparazzato lo scorso novembre in compagnia della modella modella Kristen Kiehnle a Malibu. Solo amici? Chissà. Alla serata era presente anche la cantautrice Charli xcx, che ha firmato la colonna sonora della pellicola con le canzoni “Chains of Love” e il remix di “Everything is romantic”. Nella pellicola diretta da Emerald Fennell, Margot Robbie è nel ruolo di Cathy e Jacob Elordi in quello di Heathcliff. LA SINOSSI DI “CIME TEMPESTOSE” Ambientato nelle fredde, selvagge e malinconiche brughiere dello Yorkshire, la storia narra dell’intenso legame tra Heathcliff (Jacob Elordi), orfano dal passato misterioso, e Catherine Earnshaw (Margot Robbie), ribelle erede del maniero di famiglia. Cresciuti insieme, i due sviluppano un sentimento viscerale e magnetico che sfida convenzioni sociali e differenze di classe. La loro passione, tuttavia, si trasforma in un’ossessione divorante, generando gelosie e vendette che segnano indelebilmente le loro esistenze. Immersi in un paesaggio che rispecchia la loro tempesta interiore, Heathcliff e Catherine vivono come anime gemelle incapaci sia di unirsi che di separarsi completamente. La loro vicenda, tanto intensa quanto distruttiva, percorre un tragico cammino che li vedrà congiunti solo nell’eternità: un amore che brucia fino a consumarsi, diventando una cupa riflessione su desiderio, sofferenza e follia. L'articolo Jacob Elordi si trasforma in “ombrello umano” per Margot Robbie: l’intesa da “Cime Tempestose” al red carpet scatena il gossip (inutilmente) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali”: così Chris Pratt
È nelle sale italiane “Mercy: Sotto Accusa”, un thriller d’azione di stampo sci-fi di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson. Nella Los Angeles del prossimo futuro di “Mercy”, l’intelligenza artificiale è stata adottata dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario per risolvere in modo più efficiente il problema della criminalità e del degrado della città. Quando il personaggio di Pratt, Chris Raven, si sveglia, scalzo e legato a una sedia elettrica, seduto al centro di una stanza, viene informato da un giudice artificiale delle dimensioni di un IMAX (Ferguson) che ha 90 minuti per dimostrare di non aver ucciso sua moglie (Annabelle Wallis). In questo mondo, i carcerati sono colpevoli fino a prova contraria. “È un’idea terribile. -ha affermato Chris Pratt a Vanity Fair – Penso che un apparato senz’anima che determina il destino dell’umanità non sia poi così diverso da certi sistemi di governo che sono stati sperimentati in passato e che non hanno funzionato. Credo che sia fondamentale che ci siano esseri umani al centro di queste decisioni. L’umanità non dovrebbe mai essere sottovalutata”. Il tema dell’intreccio tra digitale e social con la vita di tutti i giorni è sempre attuale: “Credo che tutti i genitori dovrebbero riflettere molto seriamente su quanto espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali. Penso che un giorno guarderemo ai bambini che usano gli schermi come oggi guardiamo alle donne incinte che fumavano sigarette. Il danno che stiamo causando ai bambini in questo momento è reale, è quantificabile, anche se forse non saremo in grado di misurarlo completamente per molto tempo”. E infine: “Le statistiche sono allarmanti. C’è un libro molto importante di Jonathan Haidt, The Anxious Generation, che lo spiega bene: si parla di aumento dell’ansia, di autolesionismo nei ragazzi. E tutto questo non è un bene per la società. Come genitore, sento fortissimo il bisogno di fare tutto il possibile per evitare che i miei figli siano esposti in modo eccessivo al mondo online”. L'articolo “C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi digitali”: così Chris Pratt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a girare nuda”: l’accusa di Blake Lively
“Mi ha costretto a girare la scena del parto quasi nuda”, non usa giri di parole Blake Lively durante la deposizione in tribunale contro Justin Baldoni, il regista di “It ends with us” accusato di molestie sessuali. “Ero sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe divaricate sulle staffe. – ha ricordato l’attrice imbarazzata – L’unica cosa che mi copriva, oltre a un camice da ospedale posizionato strategicamente, era un piccolo sottile pezzo di tessuto nero per coprire i miei genitali”. Il sito TMZ ha rivelato che Blake ha affermato nella deposizione che Justin e il suo socio di produzione Jamey Heath avevano insistito affinché lei si spogliasse per la scena del parto. Justin avrebbe detto a Blake che sua moglie si era “strappata i vestiti” durante il parto, sebbene Blake gli avesse detto di essere sempre vestita durante il parto dei suoi quattro figli. Alla fine, Blake ha accettato di rendere visibile la sua pancia finta per la scena, ma si è sentita “costretta a scendere a compromessi e alla fine ha accettato di simulare la nudità dal basso verso l’alto, cosa che non avevamo precedentemente discusso o concordato. In molti momenti delle riprese, ero sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe nude divaricate su staffe, mentre la troupe che non era autorizzata, passava di lì”. Blake ha raccontato che le è stato dato solo un “piccolo, sottile e piatto pezzo di tessuto nero per coprire i genitali” e che “ha dovuto chiedere una coperta per la privacy tra una ripresa e l’altra, che non sempre le è stata fornita”. Blake ha anche detto di essersi sentita violata dalla scelta dell’attore per il ruolo del medico, oltre che dalla presenza sul set quel giorno, tra cui il finanziatore Steve Sarowitz e il produttore Jamey Heath. “Ero estremamente a disagio per il livello di esposizione a cui ero esposta durante la scena del parto, che mi è sembrata una violazione e un’umiliazione. – ha affermato l’attrice – La situazione è stata amplificata dal fatto che il migliore amico di Baldoni recitava tra le mie gambe, e che l’altro suo migliore amico e finanziatore del film era venuto a trovarmi proprio quel giorno”. Blake ha anche affermato che il giorno dopo Jamey le ha mostrato un video di una donna completamente nuda, che secondo lui era il video di sua moglie che partoriva. Sono anche stati resi noti dei messaggi che l’attrice ha scambiato con una delle sue migliori amiche la superstar della musica Taylor Swift. “Penso che questo bastardo – ha scritto l’artista . sappia che sta per succedere qualcosa “. Settimane dopo, Swift ha scritto a Lively: “Hai vinto” e “Ce l’hai fatta”, condividendo un articolo in cui si diceva che Baldoni era stato scaricato dalla sua agenzia di talenti. “Mai una cancellazione è stata annullata così velocemente”, ha scritto Swift, dopo aver detto a Lively di aver “aiutato così tante persone che non dovranno mai più passare attraverso questo”. “Ti amo così tanto”, ha risposto Lively. “Non sarei in grado di affrontare tutto questo se non fosse per te”. L'articolo “Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a girare nuda”: l’accusa di Blake Lively proviene da Il Fatto Quotidiano.
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