È nelle sale italiane “Mercy: Sotto Accusa”, un thriller d’azione di stampo
sci-fi di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson.
Nella Los Angeles del prossimo futuro di “Mercy”, l’intelligenza artificiale è
stata adottata dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario per risolvere
in modo più efficiente il problema della criminalità e del degrado della città.
Quando il personaggio di Pratt, Chris Raven, si sveglia, scalzo e legato a una
sedia elettrica, seduto al centro di una stanza, viene informato da un giudice
artificiale delle dimensioni di un IMAX (Ferguson) che ha 90 minuti per
dimostrare di non aver ucciso sua moglie (Annabelle Wallis). In questo mondo, i
carcerati sono colpevoli fino a prova contraria.
“È un’idea terribile. -ha affermato Chris Pratt a Vanity Fair – Penso che un
apparato senz’anima che determina il destino dell’umanità non sia poi così
diverso da certi sistemi di governo che sono stati sperimentati in passato e che
non hanno funzionato. Credo che sia fondamentale che ci siano esseri umani al
centro di queste decisioni. L’umanità non dovrebbe mai essere sottovalutata”.
Il tema dell’intreccio tra digitale e social con la vita di tutti i giorni è
sempre attuale: “Credo che tutti i genitori dovrebbero riflettere molto
seriamente su quanto espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali. Penso che un giorno guarderemo ai bambini che usano gli schermi come
oggi guardiamo alle donne incinte che fumavano sigarette. Il danno che stiamo
causando ai bambini in questo momento è reale, è quantificabile, anche se forse
non saremo in grado di misurarlo completamente per molto tempo”.
E infine: “Le statistiche sono allarmanti. C’è un libro molto importante di
Jonathan Haidt, The Anxious Generation, che lo spiega bene: si parla di aumento
dell’ansia, di autolesionismo nei ragazzi. E tutto questo non è un bene per la
società. Come genitore, sento fortissimo il bisogno di fare tutto il possibile
per evitare che i miei figli siano esposti in modo eccessivo al mondo online”.
L'articolo “C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori
fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali”: così Chris Pratt proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Cinema Americano
“Mi ha costretto a girare la scena del parto quasi nuda”, non usa giri di parole
Blake Lively durante la deposizione in tribunale contro Justin Baldoni, il
regista di “It ends with us” accusato di molestie sessuali. “Ero sdraiata supina
su un letto d’ospedale, con le gambe divaricate sulle staffe. – ha ricordato
l’attrice imbarazzata – L’unica cosa che mi copriva, oltre a un camice da
ospedale posizionato strategicamente, era un piccolo sottile pezzo di tessuto
nero per coprire i miei genitali”.
Il sito TMZ ha rivelato che Blake ha affermato nella deposizione che Justin e il
suo socio di produzione Jamey Heath avevano insistito affinché lei si spogliasse
per la scena del parto. Justin avrebbe detto a Blake che sua moglie si era
“strappata i vestiti” durante il parto, sebbene Blake gli avesse detto di essere
sempre vestita durante il parto dei suoi quattro figli.
Alla fine, Blake ha accettato di rendere visibile la sua pancia finta per la
scena, ma si è sentita “costretta a scendere a compromessi e alla fine ha
accettato di simulare la nudità dal basso verso l’alto, cosa che non avevamo
precedentemente discusso o concordato. In molti momenti delle riprese, ero
sdraiata supina su un letto d’ospedale, con le gambe nude divaricate su staffe,
mentre la troupe che non era autorizzata, passava di lì”.
Blake ha raccontato che le è stato dato solo un “piccolo, sottile e piatto pezzo
di tessuto nero per coprire i genitali” e che “ha dovuto chiedere una coperta
per la privacy tra una ripresa e l’altra, che non sempre le è stata fornita”.
Blake ha anche detto di essersi sentita violata dalla scelta dell’attore per il
ruolo del medico, oltre che dalla presenza sul set quel giorno, tra cui il
finanziatore Steve Sarowitz e il produttore Jamey Heath.
“Ero estremamente a disagio per il livello di esposizione a cui ero esposta
durante la scena del parto, che mi è sembrata una violazione e un’umiliazione. –
ha affermato l’attrice – La situazione è stata amplificata dal fatto che il
migliore amico di Baldoni recitava tra le mie gambe, e che l’altro suo migliore
amico e finanziatore del film era venuto a trovarmi proprio quel giorno”. Blake
ha anche affermato che il giorno dopo Jamey le ha mostrato un video di una donna
completamente nuda, che secondo lui era il video di sua moglie che partoriva.
Sono anche stati resi noti dei messaggi che l’attrice ha scambiato con una delle
sue migliori amiche la superstar della musica Taylor Swift. “Penso che questo
bastardo – ha scritto l’artista . sappia che sta per succedere qualcosa “.
Settimane dopo, Swift ha scritto a Lively: “Hai vinto” e “Ce l’hai fatta”,
condividendo un articolo in cui si diceva che Baldoni era stato scaricato dalla
sua agenzia di talenti. “Mai una cancellazione è stata annullata così
velocemente”, ha scritto Swift, dopo aver detto a Lively di aver “aiutato così
tante persone che non dovranno mai più passare attraverso questo”. “Ti amo così
tanto”, ha risposto Lively. “Non sarei in grado di affrontare tutto questo se
non fosse per te”.
L'articolo “Un piccolo tessuto nero copriva i miei genitali. Sdraiata su un
letto d’ospedale con le gambe divaricate, Justin Baldoni mi ha costretto a
girare nuda”: l’accusa di Blake Lively proviene da Il Fatto Quotidiano.
La scultura di “Marty Supreme” alta tre metri, il personaggio interpretato da
Timothée Chalamet, è esposta al Museo Nazionale del Cinema di Torino,
all’interno della Mole Antonelliana, in una delle salette Vr e si protende verso
l’Aula del Tempio, quasi a invitare i visitatori a giocare con il protagonista
del film. Un ritorno a Torino per “Marty Supreme”, che è stato presentato in
anteprima il 26 novembre scorso al 43esimo Torino Film Festival con un secret
event screening.
Prodotto da A24, “Marty Supreme” è diretto da Josh Safdie, anche produttore e
autore della sceneggiatura con Ronald Bronstein, e uscirà nei cinema italiani il
22 gennaio con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.
La scultura, alta quasi tre metri, di Marty Mauser è stata ideata come parte
dell’experience immersiva dedicata al film Marty Supreme a Lucca Comics & Games
2025 e ospitata originariamente presso il padiglione I Wonder / A24 per tutta la
durata della manifestazione.
La statua di Timothée Chalamet/Marty Mauser nasce “come un’opera scenica
autonoma, capace di condensare in una sola presenza fisica l’energia, il carisma
e l’immaginario del film”. L’experience è stata ideata dalla creative director
Lulu Helbaek e realizzata dallo studio FoLl.iA, con il contributo artistico
dello scultore e scenografo Dominique Gaucher, con oltre trent’anni di
esperienza internazionale.
Chalamet ha appena conquistato il suo primo Golden Globe ed è in corsa per gli
Oscar, dopo le nomination ai Bafta e agli Actor Award. Al fianco di Chalamet un
cast che include Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion e Tyler ‘The Creator’ Okonma.
LA TRAMA DI “MARTY SUPREME”
Marty Mauser ha pochi soldi in tasca, un’irrefrenabile ossessione per il ping
pong e la certezza di essere destinato alla grandezza. Dalla New York degli anni
’50 al Cairo, da Tokyo a Parigi, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi fra
truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza
rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo,
smodato e leggendario.
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L'articolo La statua di Timothée Chalamet in “Marty Supreme” alta tre metri al
Museo Nazionale del Cinema di Torino: proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’attore Paul Rudd ha offerto una risposta divertente a una domanda sul suo
presunto “pene enorme” nel podcast comico Take Your Shoes Off con Rick Glassman,
l’8 gennaio scorso. Rudd era già apparso nel podcast nel luglio 2025 per un
breve momento, in cui si toglieva i pantaloni dopo che gli era stato rovesciato
del caffè addosso. “Voglio comunque dire che sono una persona piuttosto
riservata“, aveva detto Rudd durante il podcast, riferendosi evidentemente alle
parti basse.
Dunque il 56enne Paul Rudd ha dato una risposta divertente a una domanda sul suo
presunto “pene enorme” in un podcast. Durante l’episodio del podcast, Rick
Glassman, ha ironicamente commentato l’apparizione di Rudd a luglio nella serie
di podcast, che includeva un elaborato momento in cui Michael Cera – fingendosi
assistente di produzione per il podcast – ha rovesciato del caffè “bollente” su
Rudd.
Quando Rudd è tornato per completare l’intervista del podcast di luglio, la
registrazione video dell’episodio mostrava Rudd che si cambiava i pantaloni
davanti al conduttore e ne sfocava l’inguine e il sedere, il che ha portato
Glassman a commentare l'”enorme pene” di Rudd. “Non mi ero nemmeno accorto che
avessi visto il mio pene”, ha scherzato l’attore.
“È stato difficile, è stato facile non vederlo”, ha risposto prontamente
Glassman. La risposta ironica, ma non troppo: “Era difficile non notarlo, anche
quando era morbido… Hai la sensazione che la gente non sappia quanto è grande il
tuo pene?” Voglio dire, non ho mai girato un film nudo. Non sono mai stato nudo
in un film. Sono una persona piuttosto riservata, non voglio solo scodinzolare
ovunque. Non sono Harvey Keitel in Lezioni di piano”. Applausi.
L'articolo “Se è vero che ho un pene enorme?”: così Paul Rudd svela il mistero
che circola a Hollywood proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Giorgio Boratto
Per quelli come me che sono cresciuti al cinema, che avevano questo divertimento
dopo i giochi di strada: i quattro angoli, la ‘zuarda’ (la trottola di legno),
le grette per il giro d’Italia – disegnato con il gesso per terra –, i
cannonetti lanciati soffiando in un tubetto; il cinema era il massimo godimento.
Era per questo forse che l’America aveva conquistato oltre che l’Europa anche la
mia anima. Era nato il mito americano: un popolo di bastardi che aveva vinto la
guerra contro gli ariani, i puri di razza bianca. Era il mito dell’ovest che
cacciava gli indiani – i pellerossa – con i cowboy.
Al cinema americano vincevano sempre gli eroi buoni; vincevano Gregory Peck,
John Wayne, Marlon Brando, Gleen Ford, Alan Ladd… tutti i miei attori preferiti.
Io vincevo con loro. Quando ricevetti dopo la pistola ad acqua, una pistola che
sparava ‘fulminanti’ fui il bambino più felice del mondo. In strada facevamo la
guerra tra cowboy e indiani; ma gli indiani era difficile trovarli e in una
sorta di ragazzi della via Pal, combattevamo con il rione vicino che erano poi i
ragazzi di via Paglia, la strada limitrofa alla mia.
Più grande cambiai qualche opinione sugli indiani; poi crescendo ho lasciato
perdere le pistole e i cowboy che sparavano più svelti. L’America era diventata
gli Stati Uniti – la mia amica ecuadoriana mi ha detto che sono soprattutto loro
gli americani, sono quelli del Sud e sono i più tanti. Continuai però nel mito
statunitense e della loro Dichiarazione di indipendenza che, 13 anni prima della
Dichiarazione dei diritti dell’uomo di Versailles, nel 1776 scriveva che tutti
gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi
Diritti inalienabili, che tra questi vi erano la Vita, la Libertà ed il
Perseguimento della Felicità. Bellissimo. Crescendo scoprii che proprio gli
Stati Uniti sono il popolo più razzista della Terra e quelle pistole dei cowboy
sono ora mitragliatrici, fucili a pompa, mini bazooka venduti al supermercato,
che fanno molte vittime innocenti.
Nel frattempo anche il cinema è cambiato, ora racconta altre storie e l’Italia
con il filone del neorealismo – nato con me – ha contribuito a questo. Ora
vincono anche gli assassini e i mostri; nell’eterna lotta tra bene e male non
sempre è scontata la vittoria. Proprio gli Stati Uniti di oggi insegnano: i
bastardi sono diventati razzisti, gli armaioli cancellano i diritti alla vita e
all’uguaglianza basando tutto sul fucile più grosso e la cosa più rivoluzionaria
di tutte, che è il perseguimento alla felicità, è ora fare il mercato più
grosso, quello unico e mondiale. Poi ora che c’è Donald Trump come presidente
gli Stati Uniti hanno perso anche la morale e messo al potere uno dei loro
uomini ricchissimi che pensa di fare tutto lui.
Ora non ho più miti e continuo a vedere il cinema e a gustare storie… forse sono
diventato un vecchio saggio: in fondo era quello che volevo perseguire.
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L'articolo Dal mito del cinema alla realtà: la caduta degli Usa nel mio
immaginario forse mi ha reso più saggio proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Per troppo tempo hanno visto una versione di me che non era vera”. Paris Hilton
apre così il suo racconto, mettendo subito a fuoco il punto centrale di Infinite
Icon: A Visual Memoir, il documentario che dal 30 gennaio arriva al cinema e che
segna una svolta nel modo in cui l’ereditiera americana sceglie di raccontarsi.
In un’intervista a La Stampa, Hilton parla senza filtri della pressione
“tremenda” vissuta per anni, del peso del cognome che porta e di un sistema
mediatico che, dice, “è stato particolarmente crudele con le ragazze famose”.
A 44 anni, Paris Hilton prende le distanze dall’immagine patinata della party
girl che per due decenni ha dominato tabloid e reality. Nel documentario —
diretto da Bruce Robertson e JJ Duncan — scoppia a piangere già nel primo
minuto, raccontando il carico emotivo che si è portata addosso fin
dall’adolescenza. “Ho fatto questo film come un diario visivo della mia vita
attraverso la lente della musica”, spiega. Un linguaggio non casuale, perché la
musica, per lei, non è un vezzo recente ma una presenza costante: “È sempre
stata una fuga, mi ha salvata dal dolore e dai traumi”.
Hilton torna anche su un tema che negli ultimi anni ha segnato profondamente il
suo percorso pubblico: gli abusi subiti da adolescente, di cui ha già parlato in
passato e per i quali si è battuta anche a livello politico. “La musica mi ha
salvata da tutto questo“, dice, spiegando di aver trovato nei suoni e nei club,
nello studio e nei rave, uno spazio di protezione e di libertà. Oggi quel
percorso confluisce nel suo secondo album, Infinite Icon, che accompagna il
film.
Il documentario è anche una risposta diretta a ciò che i media hanno costruito
intorno a lei: “Ho interpretato a lungo un personaggio“, ammette. “Quella
ragazza che pensava solo allo shopping e alle discoteche. A un certo punto mi
sono stancata di essere giudicata per tutto, a partire dal cognome che porto“.
Hilton cita esplicitamente la durezza riservata a molte giovani donne diventate
famose negli anni Duemila, facendo il nome di Lindsay Lohan e parlando di un
accanimento che, nel suo caso, è stato amplificato dalla notorietà della
famiglia. Riprendersi la propria narrazione è stato un atto necessario: “Sentivo
che era arrivato il momento di calare la maschera, trovare la mia voce e
raccontare io la mia verità, dopo tutto quello che hanno detto gli altri“,
spiega. Non per riscrivere il passato, ma per rimetterlo al suo posto:
“Qualsiasi cosa ci capiti nella vita non definisce chi siamo per sempre. Se
siamo forti e resilienti possiamo diventare chi vogliamo”.
Il messaggio che attraversa Infinite Icon è volutamente positivo, ma non
ingenuo. Hilton parla di gentilezza come scelta consapevole: “Non c’è niente di
più iconico della gentilezza e del fare del bene. Quando spargi bene nel mondo,
quel bene torna indietro”. Un principio che oggi guida anche il suo attivismo: è
stata a Capitol Hill per testimoniare a favore della tutela dei minori vittime
di abusi, un impegno che considera parte integrante della sua identità adulta.
Alla domanda su come sia oggi la vita quotidiana di un’icona globale, Hilton
risponde con un elenco che restituisce la misura della sua trasformazione:
cantante, attrice, imprenditrice, designer, scrittrice, madre. “Mi capita di
seguire anche venti progetti in un solo giorno”, racconta. Ha appena lanciato la
sua trentesima fragranza, continua a fare concerti in tutto il mondo e non
smette di lavorare neppure la sera. “Non mi fermo mai. E quando posso, mi occupo
dei miei figli“.
Il relax è una parentesi rara, confinata ai weekend: “Amo la mia vita perché
scelgo di impegnarmi solo in progetti in cui credo davvero”, dice. L’obiettivo,
chiarisce, è uno solo: “Portare gioia alle persone attraverso la musica, i miei
prodotti, la mia voce e il mio cuore”. E, soprattutto, offrire conforto a chi ha
vissuto esperienze simili alle sue. Nel raccontare le sue fonti di ispirazione,
Hilton cita Madonna e Britney Spears, ma anche Marilyn Monroe e la principessa
Diana, figure che, a suo dire, hanno pagato un prezzo altissimo alla fama. Tra i
nomi contemporanei, apprezza registe come Emerald Fennell e Sofia Coppola, e
attrici come Angelina Jolie, Jennifer Aniston e Reese Witherspoon. Quanto agli
attori, non ha dubbi: “Brad Pitt. Un attore pazzesco”.
L'articolo “I media sono crudeli con le ragazze famose, specialmente con me. Ho
sempre avuto una tremenda pressione addosso, ma sono stufa di essere giudicata
per tutto, a partire dal cognome”: lo sfogo di Paris Hilton proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Forse non tutti sanno che anche nel mondo di Hollywood esistono le amicizie vere
e sincere. È il caso di due degli attori più talentuosi degli ultimi anni: Sarah
Paulson e Pedro Pascal. Spesso escono insieme, si fanno vedere sul red carpet,
complici, amici e affettuosi.
Un legame che dura da anni, infatti sia Paulson che Pascal hanno, di fatto,
sbarcato il lunario assieme. Da ragazzi prima la scuola di recitazione, poi i
momenti difficili con i soldi che scarseggiavano, i momenti condivisi. Sono
tutti elementi che, in qualche modo, cementificano il rapporto e lo rendono
duraturo negli anni. Poi se di mezzo ci sono anche il feeling e l’amicizia, il
gioco è fatto.
Sarah Paulson in una intervista a Watch What Happens Live ha definito l’amico “a
b-tch baby”, ossia “uno stronzetto”.
Come i veri amici sia Paulson che Pascal si punzecchiano spesso: “Ha un sacco di
pretese, questo è quello che penso. E lui direbbe a sua volta che sono le mie
pretese ad essere molte, mentre io sostengo che siano le sue. Siamo come
fratello e sorella”.
“È difficile da immaginare, ma ho sempre saputo che era la persona più
talentuosa che conoscessi.- ha continuato – E sapevo che nel mondo ci fosse
stato qualcosa di buono, la sua vita lavorativa sarebbe diventata questa”.
E ancora: “Quindi, non mi sorprende dal punto di vista del talento, ma non
succede più così spesso, che qualcuno irrompa sulla scena e abbia qualcosa di
così speciale. L’ho aiutato economicamente quando eravamo ragazzi, adesso mi
paga lui la cena».
Poi una curiosità: “Paul è un vero cinefilo. Mi trascina a vedere tutti i film
più spaventosi che non voglio vedere. Sì, una cosa che gli piace fare è portarmi
a vedere film horror”.
L'articolo “Paul Mescal? È uno stronzetto. In passato gli ho dato una mano con i
soldi, ora mi paga le cene. Mi porta a vedere solo horror: così Sarah Paulson
sul migliore amico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Centotrent’anni fa, il 28 dicembre 1895, quando si proiettò il primo film al
mondo al Salon indien del Grand Café, sul boulevard des Capucines di Parigi,
Auguste e Louis Lumière, artefici dell’operazione, non c’erano. Il ruolo
fondamentale in quello che oggi si chiamerebbe il marketing del
neo-cinematografo l’ebbe infatti Antoine Lumière, padre dei due fratelli,
pittore e fotografo con attività di famiglia a Lione (la moglie Jeanne Joséphine
Costille era una semplice lavandaia). Antoine (lui sì che c’era alla prima…)
aveva uno spiccato gusto dell’impresa commerciale, anche se rischiosa. Fu lui,
infatti, a lanciare l’idea della prima proiezione pubblica a pagamento intuendo
con straordinaria precognizione che ciò che andava costruito era un pubblico
attratto dall’invenzione dei suoi figli. Quelle “fotografie animate”, come le
chiamava Antoine, dovevano essere mostrate agli spettatori in un luogo consono e
attrattivo, tanto da rifiutare alcune iniziali offerte per approdare, infine, a
una ex sala da biliardo (il seminterrato Salon Indien) del Gran Café. Erano le
18, il biglietto costava un franco e la sala era piena.
Louis, che era il più tecnico fra i due fratelli, aveva già sperimentato i primi
cinematoscopi, realizzato un cronofotografo (tutti progenitori del cinema)
grazie a una pellicola fabbricata a Lione e aveva offerto varie dimostrazioni
pubbliche già dal marzo di quell’anno. Solo dopo la proiezione del 28 dicembre,
però, gli arrise il successo mondiale: zar, reali inglesi, famiglie imperiali
europee agognavano di vedere ‘il cinema’ e furono proprio loro a fare da
involontari press agent ai Lumière. La loro invenzione sbarcherà anche in
America, offuscando il viascopio Armat-Edison che pure aveva raggiunto le sale
statunitensi sin dall’estate del 1895 con l’autoctono sistema Biograph ideato da
William Kennedy Laurie Dickson (che, nell’estate del 1898, sarà il primo a
riprendere un pontefice, ovvero papa Leone XIII che passeggiava nei Giardini
Vaticani).
L’imprenditore Thomas Armat, insieme con Thomas Alva Edison, l’inventore della
lampadina, aveva sperimentato quella creazione grazie all’appoggio di una
potente finanziaria partecipata persino dal fratello di William McKinley,
venticinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma i Lumière lo batterono sul
tempo, pur se di poco. Così come anticiparono la Gran Bretagna, rappresentata da
Robert William Paul. Già nel 1896 i brevetti di apparecchiature per il cinema
erano centinaia: in Francia c’era, oltre ai Lumière, Georges Méliès con le
tecniche inglesi di Paul (pare che i Lumière gli abbiano rifiutato le loro); poi
Léon Gaumont uscì con il suo cronofotografo Demeny e Charles Pathé si servì
delle tecniche dell’ingegnere Henri Joly, quasi tutti marchi che hanno
rappresentato (e rappresentano) il cinema d’oltralpe.
Era nata l’industria cinematografica mondiale: quella francese, in primis, e
quasi in contemporanea, quella americana, entrambe imbattibili per numero di
prodotti realizzati. In quegl’anni è presente anche il proto-cinema tedesco, sia
pur con un solo film (Immagini di Berlino di Skladanowski, 1895); quello
sovietico (a partire, nel 1908, con il produttore Drankov e i suoi film su
popolo e letteratura russa); quello cecoslovacco di Max Urban, un
architetto-regista che utilizzava la moglie come attrice (dal 1912). E ancora
quello polacco (post 1910) con Aleksander Hertz ed Henrik Finkelstein
(scopritori della diva Pola Negri); quello austriaco, quello danese (che
produrrà i capolavori di Carl Theodor Dreyer a partire dal 1919). Ma c’è anche
la produzione ungherese e quella spagnola (a Barcellona).
Oltreoceano non c’è solo cinematografia Usa: a Cuba nel 1897 si girò un
documentario sull’estinzione degli incendi. E ancora Messico, Brasile,
Argentina, Sudafrica e persino Australia e Giappone (dal 1898) cominceranno a
sperimentare. Naturalmente, a parte Francia e Usa, si tratta di numeri piccoli,
ma destinati presto a moltiplicarsi. E non mi addentro in ciò che avveniva in
Paesi lontani come l’India, oggi al primo posto al mondo per numero di film
prodotti.
E l’Italia? Si parte nel 1905 con La presa di Roma per la regia di Filoteo
Alberini (poi fondatore della Cines). Insomma, i fratelli Lumière sono stati il
‘big bang’ del cinema mondiale. Il film che proiettarono quel famoso pomeriggio
del 28 dicembre 1895 è La Sortie des usines Lumière (L’uscita dalla fabbrica
Lumière), girato a Lione nove mesi prima. Il più noto, L’Arrivée d’un train en
gare de La Ciotat, laddove la locomotiva corre minacciosa verso gli spettatori
terrorizzati, è successivo. Ed è stata, nel 2016, la voce di Valerio Mastandrea
a guidarci attraverso i segreti di quei 17 metri di pellicola del primo film al
mondo (circa 50 secondi la durata) con un documentario presentato al Cinema
Ritrovato di Bologna nel corso della mostra Lumière! L’invenzione del
cinematografo.
I Lumière hanno diretto oltre 140 film (compresi quelli sperimentali e quelli
attribuibili al padre), più di John Ford. Certo, il paragone non regge per
durata, assenza di montaggio, mancanza di profondità di campo, spesso presenza
di operatori in campo, scarsa economia produttiva, personaggi in carne ossa in
sala a spiegare il film… Ma, tant’è, senza i Lumière non ci sarebbe stato
(forse) neppure John Ford. Eppure i fratelli smisero piuttosto presto con i film
per dedicarsi allo studio della fotografia a colori (e Auguste anche di
medicina). S’erano sposati con due sorelle e morirono entrambi a 92 anni. In
sintonia fra loro, ma anche con i regimi fascisti francese e italiano.
Candidati più volte al Nobel, non lo ottennero mai. Ma ad Hollywood campeggia
una stella Walk of Frame dedicata a loro. Direi proprio il minimo sindacale per
gli inventori del cinema come fenomeno di massa.
L'articolo Così, 130 anni fa, i fratelli Lumière inventavano il cinema proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Mondo del cinema in lutto. È morto, il 17 dicembre, all’età di 31 anni l’attore
britannico William Rush, noto per il ruolo del giovane Josh Stevenson nella
serie drammatica della BBC 1 “Waterloo Road.” La notizia, riporta la BBC stessa,
è stata resa pubblica dalla madre dell’attore, l’ex star di Coronation Street
Debbie Rush. La causa della morte non è stata resa nota.
William Rush ha recitato in 168 episodi di “Waterloo Road” tra il 2009 e il
2013. In precedenza aveva lavorato come attore bambino in serie televisive come
“Grange Hill” e “Shameless”, e in seguito ha preso parte a produzioni come
“Casualty” e “Vera”. Nel 2016 aveva partecipato ai provini di X Factor,
arrivando fino al “six-chair challenge”.
Su Instagram la madre dell’attore Debbie Rush ha scritto: “Come famiglia, i
nostri cuori sono completamente spezzati”. L’attrice ha descritto William come
“il nostro bellissimo bambino” e ha sottolineato la decisione del figlio di
diventare donatore di organi. “Anche nel nostro momento più buio, William ha
fatto il dono più prezioso di tutti. – ha detto – Essendo donatore, ha dato
speranza e vita ad altre famiglie, pensando agli altri fino alla fine. La sua
gentilezza e il suo amore faranno sempre parte del suo lascito”.
La famiglia ha chiesto rispetto per la propria privacy: “William sarà sempre
amato, sempre ricordato e per sempre nei nostri cuori”. Numerosi colleghi hanno
espresso cordoglio sui social. Sally Dynevor di “Coronation Street” ha
commentato: “Sono così scioccata da questa notizia. Era un ragazzo bellissimo”.
Jack P. Shepherd ha scritto:”Notizia devastante, i miei pensieri sono con voi”,
mentre Shobna Gulati ha aggiunto: “Vi mando tutto il mio affetto e le mie più
profonde condoglianze”. Chelsee Healey, ex collega di “Waterloo Road”, ha
dichiarato: “Il mio cuore è con voi, mi dispiace tantissimo”.
L'articolo È morto William Rush, l’attore è diventato famoso per la serie tv
“Waterloo Road”. I suoi organi saranno donati, la famiglia ha chiesto rispetto
per la privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Ufficio del medico legale della contea di Los Angeles ha reso nota l’autopsia
sui corpi del regista statunitense Rob Reiner, 78 anni, e la moglie Michele
Singer, 68 anni: “Entrambi sono morti per ferite multiple da arma da taglio. La
modalità del decesso è un duplice omicidio”.
L’annuncio è arrivato poche ore dopo che il figlio della coppia, Nick Reiner, 32
anni, è stato formalmente incriminato con due capi d’accusa per omicidio
volontario di primo grado e ha fatto la sua prima comparizione in tribunale.
L’imputato non ha presentato dichiarazione di colpevolezza. Su richiesta del suo
avvocato, Alan Jackson, l’udienza di lettura delle accuse è stata rinviata al 7
gennaio. Nick Reiner è comparso in aula in catene e indossando una tuta
anti-suicidio, seduto dietro un vetro protettivo. Durante l’udienza si è
limitato a rispondere “Sì, vostro onore” nel confermare la nuova data fissata
dal giudice.
I corpi di Rob e Michele Reiner erano stati trovati nel pomeriggio di domenica
scorsa all’interno della loro villa nel quartiere Brentwood di Los Angeles.
Fonti delle forze dell’ordine hanno riferito che entrambi presentavano
lacerazioni compatibili con l’uso di un coltello. Nick Reiner è stato arrestato
e incarcerato con ‘accusa di omicidio e, al momento, è detenuto senza
possibilità di cauzione.
Martedì scorso, nel corso di una conferenza stampa, il capo della polizia di Los
Angeles, Jim McDonnell, ha confermato che l’ufficio del procuratore distrettuale
“ha formalmente depositato le accuse contro il signor Reiner per l’omicidio dei
suoi genitori”.
Dopo la tragedia, gli altri due figli della coppia, Jake e Romy Reiner, hanno
diffuso una dichiarazione congiunta. “Le parole non possono descrivere ‘immenso
dolore che stiamo vivendo ogni momento della giornata”, hanno affermato. “La
perdita orribile e devastante dei nostri genitori, Rob e Michele Reiner, è
qualcosa che nessuno dovrebbe mai affrontare. Non erano solo i nostri genitori,
erano i nostri migliori amici”.
“Ringraziamo per le numerose manifestazioni di cordoglio, gentilezza e sostegno
ricevute da familiari, amici e da persone di ogni provenienza”, hanno aggiunto.
“Chiediamo ora rispetto e privacy, che le speculazioni siano temperate da
compassione e umanità, e che i nostri genitori vengano ricordati per le vite
straordinarie che hanno vissuto e per l’amore che hanno donato”.
L'articolo “Ferite multiple da arma da taglio. Si tratta di un duplice
omicidio”: svelata l’autopsia del regista statunitense Rob Reiner e della moglie
Michele Singer proviene da Il Fatto Quotidiano.