È un’onda lunga oltre 10 anni quella dello scandalo Dieselgate, con un nuovo
capitolo della vicenda pronto a consumarsi nei prossimi mesi. Dopo anni di
indagini, in Francia il Tribunale penale di Parigi ha rinviato a giudizio per
frode la Volkswagen, rea di aver manipolato i test sulle emissioni inquinanti in
sede di omologazione tramite l’utilizzo di software illegali per la gestione del
motore: in pratica, le centraline di controllo dei propulsori erano calibrate
per far rispettare i limiti alle unità motrici solo durante i test di
laboratorio, ma non nel normale utilizzo stradale.
Sicché, per il costruttore tedesco si va configurando un nuovo maxi-processo: la
prima udienza “organizzativa” è stata fissata per il 18 dicembre 2026, con il
processo vero e proprio che entrerà nel vivo nel 2027 (circa sei anni dopo
l’iscrizione del gruppo nel registro degli indagati). Anche se Volkswagen sarà
la prima a finire alla sbarra a Parigi, i procuratori hanno chiesto il rinvio a
giudizio pure per Renault e per i marchi del gruppo Stellantis. Per tutti,
l’accusa è di frode aggravata e manipolazione dei sistemi di controllo delle
emissioni.
Giova ricordare che i famosi “software illegali” sono stati installati su
milioni di veicoli venduti tra il 2009 e il 2017. Nel processo francese sono
coinvolte oltre 1.500 parti civili (tra privati, aziende, associazioni e enti
pubblici). Volkswagen, già giudicata colpevole negli Stati Uniti, per ora
mantiene il silenzio stampa sulle accuse. Mentre Renault e Stellantis hanno
negato ogni illecito, sostenendo che i loro sistemi catalitici fossero conformi
alle normative europee – spesso additate come “poco chiare” – e che non
esistesse alcun intento fraudolento.
Nonostante i tempi biblici del suo sistema giudiziario, va dato merito alla
Francia di essere uno dei pochi Paesi che sta portando avanti un’azione penale
così massiccia contro i propri campioni nazionali dell’automobile (Renault e
Peugeot), non limitandosi a colpire solo la capostipite dello scandalo, la
Volkswagen. Quest’ultima è accusata di “frode su un prodotto che comporta un
pericolo per la salute umana e animale”, di aver “installato deliberatamente un
dispositivo” illegale sui suoi modelli diesel e di aver “commercializzato
veicoli dotati di un dispositivo che rileva le fasi del test di omologazione e
migliora sistematicamente le prestazioni del sistema di controllo delle
emissioni del veicolo durante queste procedure, al fine di rispettare il limite
normativo in questo ambito e ottenere così la loro omologazione”. In ballo, Ça
va sans dire, ci sono condanne a risarcimenti milionari. Il rinvio a giudizio di
Volkswagen farà da “apripista”: se la casa tedesca verrà condannata a Parigi,
per Renault e Stellantis sarà molto difficile evitare una sentenza simile nel
2027.
Già, ma come mai c’è voluto tutto questo tempo (lo scoppio dello scandalo
Dieselgate risale al 2015) per avere giustizia? La lentezza non è attribuibile
alla sola “pigrizia burocratica”, ma a una combinazione di ostacoli tecnici,
battaglie legali e politiche. Il “Dieselgate alla francese” è rimasto nel limbo
per un decennio in primis per la complessità dei cosiddetti software di
manipolazione: non si parla di un pezzo meccanico rotto, facilmente
identificabile, ma di righe di codice nascoste nelle centraline del motore.
Ciò ha comportato una difficile analisi forense: gli esperti nominati dal
tribunale hanno dovuto analizzare migliaia di varianti di software per diversi
motori e diverse generazioni (che avrebbero dovuto rispettare le norme
ambientali Euro 5 ed Euro 6). In ballo anche la questione della “finestra
termica“: i costruttori, infatti, si sono difesi sostenendo che il software
riduceva il filtraggio delle emissioni solo per “proteggere il motore” in certe
condizioni climatiche (misura permessa dalle norme UE). Dimostrare che questa
precauzione fosse una scusa per inquinare liberamente ha richiesto anni di test
comparativi su strada.
Di fatto, in Francia si è innescata una battaglia legale senza precedenti: gli
avvocati di Volkswagen, Renault e Stellantis hanno impugnato ogni singolo passo
dell’istruttoria, contestando la competenza dei tribunali francesi sulla vicenda
e ricorrendo alla Corte di Giustizia Europea. Sicché, molti procedimenti
nazionali sono rimasti congelati in attesa che la Corte UE si pronunciasse sulla
definizione esatta di “dispositivo di manipolazione”. Ogni sentenza europea –
come quelle del 2020 e 2022 – ha costretto gli inquirenti francesi a riscrivere
parti delle accuse per non farle decadere. Senza contare l’aspetto economico e
politico: in Francia l’industria automobilistica è un pilastro dello Stato (che
tra l’altro è azionista di Renault e Stellantis). Ed è chiaro che eventuali
multe miliardarie ai costruttori nazionali, specialmente in un momento di
sofferenza per l’industria automotive europea, ravvivino lo spettro del
ridimensionamento occupazionale.
Le nubi francesi su Stellantis si vanno peraltro infittendo con beffarda
sincronia con le decisioni strategiche del costruttore, che ha deciso di
resuscitare il diesel: il gruppo, infatti, ha avviato una significativa
inversione di marcia circa il pensionamento dei motori a gasolio, reintroducendo
versioni diesel di diversi modelli in Europa (tra cui Peugeot 308, DS 4 e vari
multispazio come il Berlingo). Questa mossa segna una ritirata parziale dalle
ambizioni “full electric” – il cambio di rotta costerà 22 miliardi di euro – a
causa di un mercato che non sta rispondendo secondo le aspettative iniziali.
Visto che le vendite di veicoli elettrici sono inferiori alle proiezioni,
l’azienda ha dichiarato di voler seguire la reale richiesta dei clienti – auto
diesel, appunto – per generare crescita. Ma il dietrofront è anche ragioni
normative: i legislatori europei hanno ammorbidito scadenze e obiettivi per la
transizione green, mentre negli USA l’amministrazione Trump ha eliminato i
precedenti standard restrittivi sulle emissioni.
Tuttavia, il diesel rappresenta pure una mossa tattica contro l’avanzata dei
produttori cinesi, concentrati su elettrico e ibrido ma quasi del tutto privi di
motorizzazioni diesel (per giunta elettrificabili come quelle a benzina), che
rimangono più accessibili rispetto alle controparti elettriche, fattore cruciale
in una fase di incertezza economica. In Europa il ritorno del gasolio, oltre ai
veicoli commerciali e passeggeri (Opel Combo, Citroën Berlingo), riguarderà
marchi come Alfa Romeo e DS.
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