Cinquant’anni e non li dimostra. Quest’anno per la Golf GTI spegnerà cinquanta
candeline, ma più che una celebrazione dovremmo parlare di un rilancio continuo
di identità. Perché la GTI non è mai stata solo una versione sportiva: è stata,
fin dall’inizio, un’idea culturale. Un modo diverso di intendere l’auto veloce.
Accessibile, concreta, quotidiana.
Nel 1976 il mondo aveva ancora voglia di futuro: Concorde accorciava le distanze
tra i continenti, Apple muoveva i primi passi in un garage californiano, il
cinema usciva nelle sale con Taxi Driver e Rocky, raccontando inquietudini e
sogni di riscatto.
In quell’aria di cambiamento, mentre l’Europa provava a lasciarsi alle spalle le
ombre della crisi energetica, Volkswagen presentava una Golf diversa dalle
altre: 110 cavalli, un filo rosso sulla calandra, il pomello del cambio a
pallina da golf e i sedili a quadri. Nessuno immaginava che quelle tre lettere –
GTI – avrebbero riscritto le regole del gioco. Dovevano essere 5.000 esemplari.
Ne vendettero dieci volte tanto nel primo anno. Oggi, a distanza di mezzo
secolo, si parla di oltre 2,5 milioni di unità prodotte, un primato che non
appartiene solo ai numeri, ma alla memoria collettiva.
Il segreto è sempre stato lo stesso: equilibrio. Motore brillante ma gestibile,
trazione anteriore sincera, telaio preciso, dimensioni umane. Una sportiva
capace di affrontare un passo alpino e, il giorno dopo, andare in ufficio senza
chiedere sacrifici. La stampa, allora, parlò di “democratizzazione dell’auto
sportiva”. Non era retorica: con 13.850 marchi tedeschi, circa 13.500.000 delle
vecchie lire – oggi, con la rivalutazione, poco meno di 50 mila euro: il prezzo
di una buona berlina moderna, non certo di una sportiva – la Golf GTI correva
come coupé ben più costose, ma senza l’arroganza di volerlo dimostrare.
Da lì in avanti la GTI è cresciuta insieme a chi la guidava. Anni Ottanta: più
potenza, più carattere, senza perdere leggerezza. Anni Novanta: maturità
tecnica, comfort, sicurezza. Duemila: turbo, elettronica, precisione chirurgica.
Fino ad arrivare all’ultima evoluzione, la Golf GTI di ottava generazione, oggi
affinata e resa ancora più consapevole: 265 cavalli, telaio raffinato,
differenziale autobloccante elettronico, sterzo progressivo, un equilibrio
dinamico che resta il suo vero marchio di fabbrica. Non la più estrema, non la
più appariscente, ma ancora la più “giusta”.
Nel 2026 questa storia entra in una nuova fase. Da un lato l’omaggio più potente
possibile al passato: la Golf GTI EDITION 50, la GTI di serie più potente di
sempre, con 325 cavalli, pensata come sintesi di mezzo secolo di evoluzione
tecnica e carattere. Dall’altro lo sguardo avanti, senza nostalgia forzata:
l’idea GTI che approda nell’elettrico con la futura ID. Polo GTI, portando
prestazioni e identità nel nuovo linguaggio della mobilità.
Non è un caso che l’anno del cinquantenario si apra nei luoghi della memoria. La
GTI sarà protagonista al Rétromobile di Parigi, e al Bremen Classic Motorshow:
due appuntamenti che inaugurano la stagione europea delle auto storiche e,
simbolicamente, anche l’anno GTI. Un ponte ideale tra passato e futuro.
L'articolo Volkswagen in festa, la Golf GTI compie i suoi primi cinquant’anni
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Volkswagen
Hanno ormai cadenza giornaliera le notizie che riguardano la revisione delle
strategie sull’auto elettrica da parte dei principali costruttori
dell’automotive. Le ultime in ordine di tempo arrivano dal vecchio e dal nuovo
continente. In Germania, infatti, si sono ufficialmente fermate le attività
produttive della Gläserne Manufaktur, l’impianto situato a Dresda attivo da
quasi un quarto di secolo e fortemente voluto da Ferdinand Piëch, uno dei leader
più carismatici e decisionisti della storia del Gruppo. Quella di Dresda è stata
la prima fabbrica (esclusivamente) dedicata alla produzione di vetture
elettriche della Germania, con l’avvio dell’assemblaggio della e-Golf nel 2017 e
della ID.3 nel 2021. Ed è anche la prima fabbrica della Volkswagen a cessare le
attività in 88 anni di storia del costruttore di Wolfsburg. Ai 230 dipendenti
dell’impianto saranno proposti ricollocamenti in altre fabbriche della VW.
Chiaro che sullo shutdown della fabbrica – probabilmente anche troppo piccola
per generare le necessarie economie di scala, indispensabili per la
sostenibilità di qualsiasi linea di montaggio – abbia pesato il rallentamento
delle vendite di auto elettriche (soprattutto dopo la fine degli incentivi
statali). A suo modo, la chiusura della Gläserne Manufaktur costituisce un altro
segnale, l’ennesimo, del fallimento della strategia “electric only”, che tutti i
costruttori stanno velocemente abbandonando.
E proprio mentre Dresda chiude i battenti, la sua alleata Ford – fresca fresca
di una partnership con Renault in cui potrebbe finire anche la Volkswagen
medesima – annuncia un netto ridimensionamento dei piani industriali relativi ai
veicoli a batteria. Chiaro che in questo caso, oltre all’impossibilità di
raggiungere i target commerciali prefissati, pesino anche le politiche della
Casa Bianca, non meno che ostili all’elettromobilità. Un dietrofront che –
complici le “inerzie da transatlantico” di una grande multinazionale – alla Ford
costerà peraltro quasi 20 miliardi di dollari. Che è, presumibilmente,
un’emorragia di denaro inferiore a quella che deriverebbe dal mantenimento dello
status quo strategico. Infatti, per la sua divisione elettrica “Model e”, Ford
prevede il passaggio dalle attuali perdite alla redditività entro il 2029.
Sicché le risorse da investire saranno riallocate dall’auto elettrica a prodotti
più in linea con le richieste del mercato, capaci oltretutto di generare una
maggiore redditività, nuovi pick-up e furgoni in primis. Di conseguenza, il
costruttore si concentrerà su veicoli con motori ibridi ed elettrici ad
autonomia estesa (Erev), ovvero dotati di un motore termico che lavora come
generatore di corrente. Ibride, Erev ed elettriche dovranno costituire il 50%
delle vendite entro il 2030. Chiaro che l’altro 50% sarà generato dai veicoli
termici.
Cambi di rotta che, giocoforza, interessano anche la produzione delle batterie,
ridimensionata e dirottata verso il business nei sistemi di stoccaggio
energetico. I piani per produrre veicoli elettrici di grandi dimensioni?
Cancellati; stessa sorte toccata al furgone elettrico per l’Europa. Una marcia
indietro che è anche nell’immagine che Ford vuole trasmettere al pubblico (e
alle istituzioni statunitensi): basti pensare che la fabbrica del “Tennessee
Electric Vehicle Center” sarà ribattezzata in “Tennessee Truck Plant” – per la
gioia dell’inquilino della Casa Bianca – e produrrà i nuovi camion della
famiglia Tough dal 2029.
L'articolo Ford e Volkswagen cambiano rotta. Meno elettrico, più ibrido e
redditività proviene da Il Fatto Quotidiano.
Volkswagen ferma la produzione di auto a Dresda da martedì 16 dicembre: lo
stabilimento interromperà l’assemblaggio di veicoli elettrici rappresentando la
prima chiusura di una fabbrica in Germania in 88 anni di storia. Lo stop arriva
in un momento particolare per Volkswagen, il più grande produttore
automobilistico europeo: la casa costruttrice è sotto il fuoco incrociato della
debolezza delle vendite in Europa, dei dazi Usa che pesano sulle vendite negli
Stati Uniti e dell’arrivo sul mercato continentale dei veicoli elettrici cinesi.
Dal 2002, quando venne inaugurato, fino a oggi la fabbrica ha assemblato 200mila
veicoli. Da sempre è stato lo stabilimento dedicato alle produzioni di alta
gamma. Per anni a Desdra è stata sfornata la VW Phaeton. La produzione di questo
modello era cessato nel 2016 e da quel momento era arrivata l’assegnazione della
ID.3 a batteria, modello simbolo degli sforzi di Volkswagen per
l’elettrificazione.
La direzione aziendale ha trovato un’intesa con le rappresentanze sindacali per
implementare misure di sostegno per i circa 250 lavoratori impiegati nella
“fabbrica di vetro” di Dresda. Chi accetterà il trasferimento in altri siti del
gruppo riceverà un incentivo economico di 30.000 euro: un “assegno” pensato per
mitigare le conseguenze sociali della chiusura, assicurando ai dipendenti e alle
loro famiglie un passaggio meno traumatico nella nuova destinazione.
La casa tedesca non abbandonerà completamente la fabbrica, ma trasformerà l’area
in un polo di ricerca e sviluppo in collaborazione con il Politecnico di Dresda.
Il centro si concentrerà su tecnologie all’avanguardia come intelligenza
artificiale, robotica e semiconduttori, grazie a un investimento di 50 milioni
di euro su sette anni. Come noto, Volkswagen ha deciso di ridurre il proprio
piano di investimenti quinquennale da 180 a 160 miliardi di euro, con
l’obiettivo di migliorare il flusso di cassa per il 2025.
L'articolo Volkswagen chiude una fabbrica in Germania per la prima volta in 88
anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Volkswagen ha alzato il velo sulla futura ID Polo, il modello elettrico compatto
con cui la Casa di Wolfsburg punta a rafforzare la propria offensiva contro
l’avanzata dei costruttori cinesi nel segmento delle elettriche accessibili.
L’obiettivo è chiaro: portare sul mercato un’auto elettrica credibile, spaziosa
ed efficiente a un prezzo di partenza intorno ai 25.000 euro, soglia considerata
decisiva per la diffusione di massa degli EV in Europa.
Con la ID Polo, VW rompe con lo schema tecnico della prima generazione di
modelli ID. La nuova piattaforma adotta un’architettura più leggera e razionale,
progettata per ridurre drasticamente costi e complessità senza penalizzare lo
spazio interno. Anzi, grazie al nuovo layout della trasmissione e alla maggiore
integrazione dei componenti, l’abitabilità e il bagagliaio risultano
paragonabili a quelli di auto di categoria superiore.
Al centro del progetto c’è il nuovo motore elettrico anteriore APP290, abbinato
a un inverter sviluppato internamente. Non si tratta di un adattamento dei
sistemi già visti su ID.3 e ID.4, ma di una soluzione completamente nuova, con
meno parti, peso ridotto e costi di produzione inferiori. Sotto il pianale trova
posto la batteria PowerCo a celle unificate “cell-to-pack”, più densa dal punto
di vista energetico e più economica da assemblare. Nella versione da 52 kWh
promette fino a 450 km di autonomia e ricariche rapide dal 10 all’80% in circa
23 minuti.
Un altro elemento chiave è il ritorno ai nomi storici. Volkswagen ha deciso di
unificare la nomenclatura dei modelli elettrici e termici, puntando su
appellativi già noti al grande pubblico. “Polo è un nome iconico, sinonimo di
affidabilità e successo da oltre 50 anni”, ha spiegato Martin Sander,
responsabile vendite del brand. Una scelta pensata per semplificare la
comunicazione e rafforzare il legame emotivo con i clienti.
Attesa sul mercato a metà 2026, la ID Polo farà parte della nuova famiglia
“Electric Urban Car” del Gruppo VW e dovrà vedersela con rivali agguerrite come
Renault 5 e BYD Dolphin Surf. Se manterrà le promesse su prezzo, autonomia e
qualità, potrebbe diventare il modello chiave per riportare Volkswagen al centro
del segmento delle compatte popolari, anche nell’era elettrica.
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cinesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non solo più grande, ma anche più “ricca”. Nel senso che, spiega Volkswagen, “il
livello di equipaggiamento è stato aumentato in linea generale”. Vale a dire che
grazie alle dotazioni di serie già la versione d’accesso è “tutt’altro che un
modello base”. Di sicuro in Italia, dove l’entry level, la Trend, non viene
nemmeno importata, il che contribuisce a spiegare il listino che parte da 33.900
euro. Con la seconda generazione della T-Roc, Volkswagen è ambiziosa quanto e
forse più che con la prima, già venduta in due milioni di esemplari. “I nostri
clienti amano la T-Roc e sono convinto che la nuova generazione abbia tutto ciò
che serve per continuare a scrivere questa fantastica storia di successo: un
design moderno, tecnologie innovative, massima qualità e pregio, comandi
intuitivi e un comportamento su strada piacevole ed equilibrato”, sintetizza
Thomas Schäfer, amministratore delegato di Volkswagen.
Il nuovo modello è stato sviluppato per andare incontro alle richieste dei
clienti europei, che chiedono Suv compatti eppure spaziosi e allo stesso tempo
in grado di poter essere guidati in città (11,1 metri di diametro di sterzata),
ma anche di poter venire impiegati per spostamenti più lunghi.
La T-Roc è la prima Volkswagen i cui motori sono esclusivamente elettrificati:
mild hybrid a 48 Volt al lancio e in futuro anche full hybrid. I primi due
sistemi sono basati sul sovralimentato quattro cilindri benzina da 1.5 litri
(eTSI) offerto sia con 116 sia con 150 Cv (l’unità guidata in Portogallo, tra
Lisbona, Palmela, dove la T-Roc viene fabbricata e il cui stabilimento vale il
4,5% dell’intero export lusitano) e Cascais. L’anno prossimo arriveranno anche
il duemila eTSI da 204 Cv e le due declinazioni full hybrid del millecinque, da
136 e 170 Cv. Per la versione più sportiva, la “R” da 333 Cv, ci sarà da
pazientare ancora più di un anno: al momento il debutto è previsto per i primi
mesi del 2027.
Stabile, anche se molto morbida, la T-Roc è comoda e si conferma fluida con la
sua discreta (nel senso che non si fa sentire) trasmissione automatica.
All’occorrenza è anche dinamica: impiega 8,9” per andare da 0 a 100 all’ora e
raggiunge i 212 km/h di velocità massima. Rispetto alla prima generazione è
cresciuta di 9 millimetri in altezza (1,57 metri), di 30 nel passo (2,63) e di
120 in lunghezza (4,37). Ciò nonostante l’aerodinamica è migliorata del 10% con
un Cx di 0,29. Il bagagliaio ha 30 litri di capacità in più e parte da 475
(arriva a 1.350).
I consumi omologati nel ciclo Wltp oscillano tra i 5.5 e 6 l/100 km: al termine
dei 150 chilometri al volante il computer ne ha rilevati 7, uno scostamento
sicuramente dovuto anche al tipo di guida. I cerchi arrivano fino a 20”, mentre
lo schermo “italiano” riservato all’infotainment ha una sola diagonale, quella
da 12.9. Tra le novità dell’armamentario tecnologico si sono il Park Assist Pro
con funzione Memory per posizionare il Suv in modo completamente automatico su
distanze fino a 50 metri e il più evoluto Travel Assist.
L'articolo Volkswagen T-Roc, la prova de Il Fatto.it – Più spazio e tecnologia
alla guida – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.