“Progressi sì, missione compiuta no”, ma con la riassegnazione delle
responsabilità negli acquisti, nello sviluppo e nella produzione, oltre che con
la riduzione dei costi, la divisione Brand Core (VW, Veicoli commerciali, Skoda
e Seat / Cupra) del gruppo Volkswagen conta di raggiungere gli obiettivi.
Thomas Schäfer, il Ceo del marchio “del popolo” e numero uno dei costruttori di
volume, non ha nascosto le difficoltà del 2025 e nemmeno quelle del 2026, che
“porterà nuove incertezze” e che lo vede “particolarmente preoccupato per il
conflitto in Medio Oriente”, ma ha rivendicato i risultati ottenuti. Ossia una
crescita dei volumi del 3,3% con oltre 5,1 veicoli consegnati a livello globale
e un aumento del fatturato del 3,7%: Skoda ha “brillato” con il proprio margine
dell’8,3%. Il sempre più influente manager ha evidenziato la portata di effetti
straordinari e dazi sul bilancio, senza i quali la divisione sarebbe stata “on
track”: l’utile operativo sarebbe stato dell’8,2 anziché del 6,8%, il ritorno
sulle vendite del 5,6 invece del 4,7% e la liquidità netta di un miliardo sopra
i 6,9% messa a bilancio.
La Brand Core persegue due grandi obiettivi: garantire qualità (oltre che il
design ammiccante e l’intuitività di utilizzo) e ridurre le spese (almeno un
miliardo entro il 2030 nella sola produzione). Il Cfo del gruppo David Powels ha
avvertito che esistono ulteriori margini di contenimento delle uscite sia nei
cosiddetti “performance programs”, con l’obiettivo di raggiungere una
contrazione dell’11% a fronte del 5% contabilizzato nel 2025, sia nelle
fabbriche come Wolfsburg, Zwickau e Emden (non meno del 20%). Entro il 2030 il
numero degli addetti della sola Volkswagen calerà di 35.000 unità,
principalmente in Germania (50.000 inclusi gli altri marchi e la controllata
Cariad) per contenere i costi: tra il 2021 e il 2025 quelli fissi sono già scesi
dal 19,6 al 14,8% a 12,8 miliardi e quelli generali (7,7 miliardi) dal 10,8
all’8,9%.
L’aspetto fondamentale è quello della riorganizzazione della gestione, il cui
assetto è stato modificato con l’inizio dell’anno: acquisti, sviluppo e
produzione non saranno più indipendenti per ogni singolo marchio, ma
risponderanno ai responsabili delle divisione Brand Core delle varie regioni.
Per evitare “parallelismi” sono state individuate cinque grandi aree: Germania e
Polonia per una parte dell’Europa, Repubblica Ceca, Slovacchia e India per
l’Europa centrale e l’India, Spagna e Portogallo per la penisola iberica, Stati
Uniti e Messico per l’America e Brasile, Argentina e Sud Africa per l’emisfero
meridionale.
La divisione “delocalizza” anche lo sviluppo, finora concentrato in Germania per
tutte le architetture: Skoda si occuperà dei modelli che nascono sulla Mqb
Classic e Mqb Evo (alimentazioni convenzionali), Seat e Cupra di quelli sulla
Meb 21 (elettriche compatte), mentre in capo a Volkswagen rimangono quelli che
riguardano la Scalable System Platform, ossia le elettriche di nuova
generazione. La produzione spagnola, tra Martorell e Pamplona, con il ricorso
all’80% di componenti condivisi, assicurerà risparmi nell’ordine di 650 milioni
l’anno per le nuove BEV Cupra Raval, Skoda Epiq e ID. Polo e ID. Cross.
Schäfer ha ricordato come con un aumento dei volumi del 56%, lo scorso anno
Volkswagen sia risultato il primo marchio elettrico in Europa con una quota del
10,7% portando addirittura cinque modelli nella Top 10 delle auto più vendute.
Nel corso del 2026 è previsto il lancio di sei novità: la nuova ID.3 e le ID.
Polo (in aprile), la sua declinazione GTI in maggio, la ID. Cross in luglio
seguite in settembre e ottobre dalla variante GTI della ID.3 e dalla nuova ID.4.
L'articolo Volkswagen riorganizza Brand Core. Nuova governance e taglio dei
costi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Volkswagen
Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030 a causa del
calo dei profitti, superando l’accordo con i sindacati raggiunto a fine 2024.
L’annuncio è contenuto in una lettera dell’amministratore delegato Oliver Blume
rivolta agli azionisti e inclusa nella relazione annuale dell’azienda. Il gruppo
aveva già raggiunto un’intesa con i rappresentanti del Consiglio di fabbrica
sulla gestione di 35.000 esuberi nell’ambito di un più ampio piano volto a
risparmiare 15 miliardi di euro all’anno. A quei numeri si aggiungono ora
ulteriori tagli che riguarderebbero Audi e Porsche, così come dalla sussidiaria
software di Volkswagen, Cariad.
La casa costruttrice tedesca ha chiuso il 2025 con un utile netto quasi
dimezzato a 6,9 miliardi di euro contro i 12,4 miliardi del 2024. Il margine
lordo è calato da 59,47 a 51,24 miliardi di euro. La causa del crollo degli
utili del 44% è da attribuire ai dazi statunitensi, alla concorrenza cinese e al
costoso rinnovamento di Porsche, fa sapere il gruppo. Per Volkswagen si tratta
dell’utile più basso dal 2016, quando il gruppo – sulla scia del Dieselgate –
dovette affrontare miliardi di dollari in spese una tantum a causa di richiami e
problemi legali relativi ai test sulle emissioni.
Guarda all’evoluzione delle vendite, Volkswagen fa notare che in Europa gli
ordini sono stati in aumento del 13% con un’imponente crescita dei veicoli
elettrici (+55%) che sono risultati fondamentali per il volume complessivo. Lo
scorso anno, a conti fatti, la quota di veicoli elettrici è stata pari al 22%
del totale degli ordini del gruppo. Per l’anno in corso Volkswagen prevede di
aumentare le proprie vendite fino al 3%, con un ritorno operativo sulle vendite
compreso tra il 4 a il 5,5%. Nel settore delle auto Volkswagen prevede un
ritorno sugli investimenti compreso tra l’11 e il 12% e il flusso di cassa netto
è previsto essere compreso fra 3 e 6 miliardi di euro, con una liquidità netta
compresa fra 32 e 34 miliardi di euro.
L'articolo Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La stabilità dei volumi, ossia 9 milioni di veicoli commercializzati nel corso
del 2025, è bastata al gruppo Volkswagen per mantenere quasi invariato il giro
d’affari a 321,9 miliardi (-0,8%), ma non l’utile operativo, crollato di oltre
il 53% a 8,9 miliardi. Ad incidere sul bilancio, archiviato con il peggiore
risultato dal 2016 a questa parte (all’epoca erano stati contabilizzati 7,1
miliardi), sono stati gli effetti straordinari.
I margini (l’Ebit è stato del 2,8%) sono stati rosicchiati per un miliardo dai
costi di ristrutturazione di Audi, Volkswagen e Cariad, per tre dai dazi imposti
dall’amministrazione Trump e per cinque dal “riallineamento” dei piani
sull’elettrificazione di Porsche. Il costruttore di Stoccarda era stata la
cassaforte del gruppo: negli ultimi anni con meno del 3% dei volumi incideva per
circa un quarto degli utili con un Ebit in doppia cifra, anche del 18%. Nello
scorso esercizio l’apporto di Porsche è stato minimo: appena lo 0,3% del ritorno
sulle vendite contro il 14,2% del 2024. Il giro d’affari è sceso a 32,2 miliardi
(-11,7%) con un utile operativo crollato da 5,3 a 0,1 miliardi. Il marchio
premium ha sofferto in Cina, ma anche dovuto fare i conti con la scarsa
richiesta della propria offerta di auto 100% elettriche, che evidentemente i
clienti ancora non vogliono e che è costata il posto ad alcuni manager (lo
stesso Ceo Oliver Blume ha dovuto fare un passo indietro per concentrarsi
esclusivamente sul gruppo) oltre ad una dispendiosa nuova pianificazione della
gamma che prevede ancora la “valorizzazione” dei modelli con motori a
combustione.
I marchi della divisione “Progressive” – ossia Audi con le italiane Lamborghini
e Ducati, ma anche Bentley – sono riusciti a garantire un fatturato di 65,5
miliardi (+1,5%) e a salvare il ritorno sulle vendite, sceso di meno di un punto
percentuale al 5,9%. L’utile operativo ha subito tuttavia una flessione del
13,6% a 3,4 miliardi.
Fondamentale è stato il contributo dei marchi di volume (VW, Skoda, Seat e Cupra
e la divisione Veicoli commerciali) il cui giro d’affari è stato superiore ai
145 miliardi con un utile di 6,8 miliardi, peraltro in leggero calo (2%). Il
margine complessivo è stato del 4,7% (-0,3,%). Sotto la guida di Thomas Schäfer,
numero uno della divisione Brand Core ma anche del marchio Volkswagen, VW ha
raggiunto il 3% dopo il sofferto piano di annunciate chiusure degli
stabilimenti, di riduzione dell’occupazione oltre che di sacrifici sui salari.
Il manager diventa così un potenziale serio candidato all’eventuale successione
di Blume, anche se entrambi sembrano godere della fiducia delle dinastie Piech e
Porsche.
“In un contesto difficile, il Gruppo ha lanciato 30 nuovi modelli, ha compiuto
progressi visibili nella sua ristrutturazione e ha generato un solido flusso di
cassa netto – ha commentato il numero uno delle finanze Arno Antlitz – Sono
stati passi importanti per rafforzare ulteriormente il core business, tuttavia,
l’attuale livello di utile rettificato del 4,6%, prima della ristrutturazione,
non è sufficiente nel lungo termine”. Per questo il il Cfo ha anticipato che il
gruppo prtoseguirà nella trasformazione “adattando il modello di business alle
nuove condizioni, espandendo le attività regionali, continuando a gestire i
costi in modo disciplinato e producendo prodotti tecnologicamente avanzati”.
L'articolo Volkswagen, utili dimezzati nel 2025. Tra dazi, ristrutturazioni e
crisi Porsche proviene da Il Fatto Quotidiano.
È un’onda lunga oltre 10 anni quella dello scandalo Dieselgate, con un nuovo
capitolo della vicenda pronto a consumarsi nei prossimi mesi. Dopo anni di
indagini, in Francia il Tribunale penale di Parigi ha rinviato a giudizio per
frode la Volkswagen, rea di aver manipolato i test sulle emissioni inquinanti in
sede di omologazione tramite l’utilizzo di software illegali per la gestione del
motore: in pratica, le centraline di controllo dei propulsori erano calibrate
per far rispettare i limiti alle unità motrici solo durante i test di
laboratorio, ma non nel normale utilizzo stradale.
Sicché, per il costruttore tedesco si va configurando un nuovo maxi-processo: la
prima udienza “organizzativa” è stata fissata per il 18 dicembre 2026, con il
processo vero e proprio che entrerà nel vivo nel 2027 (circa sei anni dopo
l’iscrizione del gruppo nel registro degli indagati). Anche se Volkswagen sarà
la prima a finire alla sbarra a Parigi, i procuratori hanno chiesto il rinvio a
giudizio pure per Renault e per i marchi del gruppo Stellantis. Per tutti,
l’accusa è di frode aggravata e manipolazione dei sistemi di controllo delle
emissioni.
Giova ricordare che i famosi “software illegali” sono stati installati su
milioni di veicoli venduti tra il 2009 e il 2017. Nel processo francese sono
coinvolte oltre 1.500 parti civili (tra privati, aziende, associazioni e enti
pubblici). Volkswagen, già giudicata colpevole negli Stati Uniti, per ora
mantiene il silenzio stampa sulle accuse. Mentre Renault e Stellantis hanno
negato ogni illecito, sostenendo che i loro sistemi catalitici fossero conformi
alle normative europee – spesso additate come “poco chiare” – e che non
esistesse alcun intento fraudolento.
Nonostante i tempi biblici del suo sistema giudiziario, va dato merito alla
Francia di essere uno dei pochi Paesi che sta portando avanti un’azione penale
così massiccia contro i propri campioni nazionali dell’automobile (Renault e
Peugeot), non limitandosi a colpire solo la capostipite dello scandalo, la
Volkswagen. Quest’ultima è accusata di “frode su un prodotto che comporta un
pericolo per la salute umana e animale”, di aver “installato deliberatamente un
dispositivo” illegale sui suoi modelli diesel e di aver “commercializzato
veicoli dotati di un dispositivo che rileva le fasi del test di omologazione e
migliora sistematicamente le prestazioni del sistema di controllo delle
emissioni del veicolo durante queste procedure, al fine di rispettare il limite
normativo in questo ambito e ottenere così la loro omologazione”. In ballo, Ça
va sans dire, ci sono condanne a risarcimenti milionari. Il rinvio a giudizio di
Volkswagen farà da “apripista”: se la casa tedesca verrà condannata a Parigi,
per Renault e Stellantis sarà molto difficile evitare una sentenza simile nel
2027.
Già, ma come mai c’è voluto tutto questo tempo (lo scoppio dello scandalo
Dieselgate risale al 2015) per avere giustizia? La lentezza non è attribuibile
alla sola “pigrizia burocratica”, ma a una combinazione di ostacoli tecnici,
battaglie legali e politiche. Il “Dieselgate alla francese” è rimasto nel limbo
per un decennio in primis per la complessità dei cosiddetti software di
manipolazione: non si parla di un pezzo meccanico rotto, facilmente
identificabile, ma di righe di codice nascoste nelle centraline del motore.
Ciò ha comportato una difficile analisi forense: gli esperti nominati dal
tribunale hanno dovuto analizzare migliaia di varianti di software per diversi
motori e diverse generazioni (che avrebbero dovuto rispettare le norme
ambientali Euro 5 ed Euro 6). In ballo anche la questione della “finestra
termica“: i costruttori, infatti, si sono difesi sostenendo che il software
riduceva il filtraggio delle emissioni solo per “proteggere il motore” in certe
condizioni climatiche (misura permessa dalle norme UE). Dimostrare che questa
precauzione fosse una scusa per inquinare liberamente ha richiesto anni di test
comparativi su strada.
Di fatto, in Francia si è innescata una battaglia legale senza precedenti: gli
avvocati di Volkswagen, Renault e Stellantis hanno impugnato ogni singolo passo
dell’istruttoria, contestando la competenza dei tribunali francesi sulla vicenda
e ricorrendo alla Corte di Giustizia Europea. Sicché, molti procedimenti
nazionali sono rimasti congelati in attesa che la Corte UE si pronunciasse sulla
definizione esatta di “dispositivo di manipolazione”. Ogni sentenza europea –
come quelle del 2020 e 2022 – ha costretto gli inquirenti francesi a riscrivere
parti delle accuse per non farle decadere. Senza contare l’aspetto economico e
politico: in Francia l’industria automobilistica è un pilastro dello Stato (che
tra l’altro è azionista di Renault e Stellantis). Ed è chiaro che eventuali
multe miliardarie ai costruttori nazionali, specialmente in un momento di
sofferenza per l’industria automotive europea, ravvivino lo spettro del
ridimensionamento occupazionale.
Le nubi francesi su Stellantis si vanno peraltro infittendo con beffarda
sincronia con le decisioni strategiche del costruttore, che ha deciso di
resuscitare il diesel: il gruppo, infatti, ha avviato una significativa
inversione di marcia circa il pensionamento dei motori a gasolio, reintroducendo
versioni diesel di diversi modelli in Europa (tra cui Peugeot 308, DS 4 e vari
multispazio come il Berlingo). Questa mossa segna una ritirata parziale dalle
ambizioni “full electric” – il cambio di rotta costerà 22 miliardi di euro – a
causa di un mercato che non sta rispondendo secondo le aspettative iniziali.
Visto che le vendite di veicoli elettrici sono inferiori alle proiezioni,
l’azienda ha dichiarato di voler seguire la reale richiesta dei clienti – auto
diesel, appunto – per generare crescita. Ma il dietrofront è anche ragioni
normative: i legislatori europei hanno ammorbidito scadenze e obiettivi per la
transizione green, mentre negli USA l’amministrazione Trump ha eliminato i
precedenti standard restrittivi sulle emissioni.
Tuttavia, il diesel rappresenta pure una mossa tattica contro l’avanzata dei
produttori cinesi, concentrati su elettrico e ibrido ma quasi del tutto privi di
motorizzazioni diesel (per giunta elettrificabili come quelle a benzina), che
rimangono più accessibili rispetto alle controparti elettriche, fattore cruciale
in una fase di incertezza economica. In Europa il ritorno del gasolio, oltre ai
veicoli commerciali e passeggeri (Opel Combo, Citroën Berlingo), riguarderà
marchi come Alfa Romeo e DS.
L'articolo Dieselgate infinito, maxi processo in Francia. Volkswagen rinviata a
giudizio proviene da Il Fatto Quotidiano.
I veicoli prodotti in Europa? Dovrebbero avere un trattamento preferenziale, in
accordo con quanto sostenuto dal recente “pacchetto Automotive” prodotto dalla
Commissione UE. A chiederlo sono Oliver Blume e Antonio Filosa, ai vertici
rispettivamente di Volkswagen e Stellantis, che hanno lanciato un appello alle
istituzioni europee per la tutela dell’automotive Made in Europe. Per i due
manager, le vetture prodotte nell’Unione che soddisfino determinati criteri
ambientali, dovrebbero beneficiare di incentivi all’acquisto nazionali e di
corsie preferenziali negli appalti pubblici.
Riguardi che, in realtà, sono in larga parte già predisposti da Bruxelles:
infatti, fino al 2035 i car makers beneficeranno di “super crediti” per le
piccole auto elettriche – lunghe fino a 4,2 metri – prodotte nell’Unione Europea
e vendute a prezzi accessibili. Non solo, il fatto che un veicolo a basse o zero
emissioni sia “Made in EU” sarà un prerequisito per beneficiare di un sostegno
finanziario pubblico. Tutto ciò per cercare di arginare l’avanzata delle marche
cinesi che, però, stanno aprendo stabilimenti produttivi pure in Europa per
dribblare i dazi (e che godranno, evidentemente, dello stesso trattamento
preferenziale riservato a chi punta sull’Europa).
Il nodo più caldo rimane quello delle batterie. Nel vecchio continente si stanno
investendo miliardi per svilupparle e produrle; e ciò rende i prezzi delle
automobili più cari, mentre il pubblico vorrebbe fossero più bassi. Tuttavia,
spiegano Blume e Filosa, “più basso è il prezzo di un’auto, maggiore è la
pressione per importare le batterie più economiche possibili”, ovvero comprare
batterie cinesi, di gran lunga le più competitive (la Repubblica Popolare
controlla il 70% della catena del valore delle batteria, facendo di fatto il
buono e il cattivo tempo quando si parla di elettromobilità).
Sicchè, esiste una sostanziale inconciliabilità tra la necessità di ridurre i
costi a breve termine – e con essi i prezzi delle auto – e la volontà di
affrancarsi dalle forniture asiatiche. Per Blume e Filosa, i costruttori che
accedono al mercato europeo dovrebbero produrre automobili basandosi sulle
medesime regole affinché la concorrenza sia realmente leale. E le risorse dei
contribuenti europei dovrebbero essere impiegate per sostenere la produzione
continentale e attirare nuovi investimenti.
Anche se non si capisce bene come questi concetti possano conciliarsi con gli
investimenti massicci (e le delocalizzazioni) che Stellantis sta portando
avanti: il gruppo, infatti, ha rafforzato la sua presenza produttiva in Nord
Africa, in particolare in Algeria – 90.000 unità previste nel 2026, fra cui
modelli come la Fiat Grande Panda, 500 e Doblò – e in Marocco, dove grazie a un
investimento di 1,2 miliardi di euro, la produzione è destinata a passare da
200.000 a 535.000 veicoli annui. In Marocco sono già assemblati modelli di
micromobilità come la Fiat Topolino e la Citroën Ami. Dal 2027, è previsto il
trasferimento della produzione della Citroën C4 elettrica dall’Europa al
Marocco. Mentre da maggio 2025 è iniziata la produzione di motori mild hybrid e
di stazioni di ricarica per veicoli elettrici e nei prossimi mesi dovrebbe
partire quella di Fiat Giga Panda e Fiat Panda Fastback. È stata la medesima
Stellantis, nondimeno, a invitare i suoi fornitori a raggiungerla in Algeria.
In quanto a coerenza strategica, non sta messa meglio la Volkswagen, che punta
al Nord Africa come punto focale della nuova strategia di espansione. Infatti, a
giugno 2025 il colosso di Wolfsburg ha confermato l’intenzione di produrre in
Egitto per servire i mercati africani e mediorientali. Il piano prevede
inizialmente l’assemblaggio in strutture già esistenti tramite la
Egyptian-German Automotive Company (EGA), con l’obiettivo di costruire una
fabbrica integrata nella zona industriale di East Port Said. Volkswagen sta
lavorando per localizzare la produzione di componenti e formare personale
specializzato nella manutenzione di veicoli elettrici in loco.
A differenza di Stellantis, il colosso tedesco non possiede attualmente un
impianto di assemblaggio di veicoli finiti in Marocco, ma il paese è centrale
per la sua catena di approvvigionamento. Molti fornitori del gruppo, infatti,
operano nei distretti di Tangeri e Kenitra, che si stanno evolvendo in hub per
l’elettronica automobilistica e le batterie. Questa spinta verso il Nord Africa
(e la Cina) avviene in un momento critico: tra la fine del 2024 e l’inizio del
2026, Volkswagen ha annunciato piani di ristrutturazione drastici in Europa,
inclusa la chiusura di tre fabbriche in Germania e tagli per circa 4 miliardi di
euro.
Nonostante le suddette evidenze, per i due manager occorre l’istituzione di
incentivi intelligenti per sostenere una crescita stabile della produzione
europea. In particolare misure capaci di compensare i costi aggiuntivi richiesti
dalla più onerosa produzione continentale, come bonus inseriti nel regolamento
sulle emissioni. L’obiettivo sarebbe quello di mantenere la produzione
nell’Unione per poi reinvestire in progetti strategici di lungo periodo,
sostenendo crescita e occupazione e mantenendo i costi sotto controllo. Meno
prosaicamente, per VW e Stellantis, servono sussidi mirati per la produzione di
batterie europee e incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici prodotti in
Europa.
Paradossalmente, però, gli unici che al momento sembrano realmente interessati a
investire nella produzione europea di auto – e a trarne eventuali benefici
pubblici – sono i costruttori cinesi, pronti a mettere sul tavolo europeo
miliardi e senza aspettare le garanzie di Bruxelles. BYD, ad esempio, si
appresta ad aprire il suo stabilimento in Ungheria, a Szeged, dando lavoro a
2.000 persone. Il complesso potrà sfornare 200 mila veicoli all’anno e potrebbe
fare da apripista per altri stabilimenti continentali (in lizza c’è la Spagna).
Geely, sarebbe in trattativa per sfruttare alcuni stabilimenti produttivi della
Ford, come quello di Valencia.
Omoda&Jaecoo ha una fabbrica a Barcellona: la produzione è stata avviata
progressivamente tra la fine del 2024 e il 2025, con l’assemblaggio di Omoda 5
(sia benzina, sia elettrica) e Jaecoo 7. La fabbrica punta a una produzione a
regime di circa 150.000 veicoli l’anno entro il 2029. Mentre Leapmotor produce
in europa alcuni modelli, come la T03, assemblata in uno stabilimento Stellantis
in Polonia; nella seconda metà del 2026 sarà avviata la produzione del Suv B10 a
Saragozza, in Spagna. Infine MG (che da qualche anno appartiene al colosso
cinese SAIC) dovrebbe aprire nel giro di qualche mese la sua prima fabbrica
europea con l’obiettivo di avviare le linee produttive già nel 2027.
La potenziale beffa è che delle agevolazioni richieste a gran voce dai
costruttori europei (in parziale fuga dall’Europa) per rilanciare la produzione
continentale, possano beneficiare in primis proprio i costruttori cinesi. Questi
ultimi, che già oggi riescono a essere più competitivi nonostante i paletti di
Bruxelles, potrebbero esserlo ancor di più con le loro produzioni europee,
incentivate dalla Commissione stessa. Il rischio ultimo è uno scacco matto agli
storici costruttori occidentali, finanziato oltretutto da denaro pubblico
europeo.
L'articolo Appello a Bruxelles dagli AD di Volkswagen e Stellantis: “Le auto
prodotte in Europa devono avere incentivi e trattamento preferenziale” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Cinquant’anni e non li dimostra. Quest’anno per la Golf GTI spegnerà cinquanta
candeline, ma più che una celebrazione dovremmo parlare di un rilancio continuo
di identità. Perché la GTI non è mai stata solo una versione sportiva: è stata,
fin dall’inizio, un’idea culturale. Un modo diverso di intendere l’auto veloce.
Accessibile, concreta, quotidiana.
Nel 1976 il mondo aveva ancora voglia di futuro: Concorde accorciava le distanze
tra i continenti, Apple muoveva i primi passi in un garage californiano, il
cinema usciva nelle sale con Taxi Driver e Rocky, raccontando inquietudini e
sogni di riscatto.
In quell’aria di cambiamento, mentre l’Europa provava a lasciarsi alle spalle le
ombre della crisi energetica, Volkswagen presentava una Golf diversa dalle
altre: 110 cavalli, un filo rosso sulla calandra, il pomello del cambio a
pallina da golf e i sedili a quadri. Nessuno immaginava che quelle tre lettere –
GTI – avrebbero riscritto le regole del gioco. Dovevano essere 5.000 esemplari.
Ne vendettero dieci volte tanto nel primo anno. Oggi, a distanza di mezzo
secolo, si parla di oltre 2,5 milioni di unità prodotte, un primato che non
appartiene solo ai numeri, ma alla memoria collettiva.
Il segreto è sempre stato lo stesso: equilibrio. Motore brillante ma gestibile,
trazione anteriore sincera, telaio preciso, dimensioni umane. Una sportiva
capace di affrontare un passo alpino e, il giorno dopo, andare in ufficio senza
chiedere sacrifici. La stampa, allora, parlò di “democratizzazione dell’auto
sportiva”. Non era retorica: con 13.850 marchi tedeschi, circa 13.500.000 delle
vecchie lire – oggi, con la rivalutazione, poco meno di 50 mila euro: il prezzo
di una buona berlina moderna, non certo di una sportiva – la Golf GTI correva
come coupé ben più costose, ma senza l’arroganza di volerlo dimostrare.
Da lì in avanti la GTI è cresciuta insieme a chi la guidava. Anni Ottanta: più
potenza, più carattere, senza perdere leggerezza. Anni Novanta: maturità
tecnica, comfort, sicurezza. Duemila: turbo, elettronica, precisione chirurgica.
Fino ad arrivare all’ultima evoluzione, la Golf GTI di ottava generazione, oggi
affinata e resa ancora più consapevole: 265 cavalli, telaio raffinato,
differenziale autobloccante elettronico, sterzo progressivo, un equilibrio
dinamico che resta il suo vero marchio di fabbrica. Non la più estrema, non la
più appariscente, ma ancora la più “giusta”.
Nel 2026 questa storia entra in una nuova fase. Da un lato l’omaggio più potente
possibile al passato: la Golf GTI EDITION 50, la GTI di serie più potente di
sempre, con 325 cavalli, pensata come sintesi di mezzo secolo di evoluzione
tecnica e carattere. Dall’altro lo sguardo avanti, senza nostalgia forzata:
l’idea GTI che approda nell’elettrico con la futura ID. Polo GTI, portando
prestazioni e identità nel nuovo linguaggio della mobilità.
Non è un caso che l’anno del cinquantenario si apra nei luoghi della memoria. La
GTI sarà protagonista al Rétromobile di Parigi, e al Bremen Classic Motorshow:
due appuntamenti che inaugurano la stagione europea delle auto storiche e,
simbolicamente, anche l’anno GTI. Un ponte ideale tra passato e futuro.
L'articolo Volkswagen in festa, la Golf GTI compie i suoi primi cinquant’anni
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno ormai cadenza giornaliera le notizie che riguardano la revisione delle
strategie sull’auto elettrica da parte dei principali costruttori
dell’automotive. Le ultime in ordine di tempo arrivano dal vecchio e dal nuovo
continente. In Germania, infatti, si sono ufficialmente fermate le attività
produttive della Gläserne Manufaktur, l’impianto situato a Dresda attivo da
quasi un quarto di secolo e fortemente voluto da Ferdinand Piëch, uno dei leader
più carismatici e decisionisti della storia del Gruppo. Quella di Dresda è stata
la prima fabbrica (esclusivamente) dedicata alla produzione di vetture
elettriche della Germania, con l’avvio dell’assemblaggio della e-Golf nel 2017 e
della ID.3 nel 2021. Ed è anche la prima fabbrica della Volkswagen a cessare le
attività in 88 anni di storia del costruttore di Wolfsburg. Ai 230 dipendenti
dell’impianto saranno proposti ricollocamenti in altre fabbriche della VW.
Chiaro che sullo shutdown della fabbrica – probabilmente anche troppo piccola
per generare le necessarie economie di scala, indispensabili per la
sostenibilità di qualsiasi linea di montaggio – abbia pesato il rallentamento
delle vendite di auto elettriche (soprattutto dopo la fine degli incentivi
statali). A suo modo, la chiusura della Gläserne Manufaktur costituisce un altro
segnale, l’ennesimo, del fallimento della strategia “electric only”, che tutti i
costruttori stanno velocemente abbandonando.
E proprio mentre Dresda chiude i battenti, la sua alleata Ford – fresca fresca
di una partnership con Renault in cui potrebbe finire anche la Volkswagen
medesima – annuncia un netto ridimensionamento dei piani industriali relativi ai
veicoli a batteria. Chiaro che in questo caso, oltre all’impossibilità di
raggiungere i target commerciali prefissati, pesino anche le politiche della
Casa Bianca, non meno che ostili all’elettromobilità. Un dietrofront che –
complici le “inerzie da transatlantico” di una grande multinazionale – alla Ford
costerà peraltro quasi 20 miliardi di dollari. Che è, presumibilmente,
un’emorragia di denaro inferiore a quella che deriverebbe dal mantenimento dello
status quo strategico. Infatti, per la sua divisione elettrica “Model e”, Ford
prevede il passaggio dalle attuali perdite alla redditività entro il 2029.
Sicché le risorse da investire saranno riallocate dall’auto elettrica a prodotti
più in linea con le richieste del mercato, capaci oltretutto di generare una
maggiore redditività, nuovi pick-up e furgoni in primis. Di conseguenza, il
costruttore si concentrerà su veicoli con motori ibridi ed elettrici ad
autonomia estesa (Erev), ovvero dotati di un motore termico che lavora come
generatore di corrente. Ibride, Erev ed elettriche dovranno costituire il 50%
delle vendite entro il 2030. Chiaro che l’altro 50% sarà generato dai veicoli
termici.
Cambi di rotta che, giocoforza, interessano anche la produzione delle batterie,
ridimensionata e dirottata verso il business nei sistemi di stoccaggio
energetico. I piani per produrre veicoli elettrici di grandi dimensioni?
Cancellati; stessa sorte toccata al furgone elettrico per l’Europa. Una marcia
indietro che è anche nell’immagine che Ford vuole trasmettere al pubblico (e
alle istituzioni statunitensi): basti pensare che la fabbrica del “Tennessee
Electric Vehicle Center” sarà ribattezzata in “Tennessee Truck Plant” – per la
gioia dell’inquilino della Casa Bianca – e produrrà i nuovi camion della
famiglia Tough dal 2029.
L'articolo Ford e Volkswagen cambiano rotta. Meno elettrico, più ibrido e
redditività proviene da Il Fatto Quotidiano.
Volkswagen ferma la produzione di auto a Dresda da martedì 16 dicembre: lo
stabilimento interromperà l’assemblaggio di veicoli elettrici rappresentando la
prima chiusura di una fabbrica in Germania in 88 anni di storia. Lo stop arriva
in un momento particolare per Volkswagen, il più grande produttore
automobilistico europeo: la casa costruttrice è sotto il fuoco incrociato della
debolezza delle vendite in Europa, dei dazi Usa che pesano sulle vendite negli
Stati Uniti e dell’arrivo sul mercato continentale dei veicoli elettrici cinesi.
Dal 2002, quando venne inaugurato, fino a oggi la fabbrica ha assemblato 200mila
veicoli. Da sempre è stato lo stabilimento dedicato alle produzioni di alta
gamma. Per anni a Desdra è stata sfornata la VW Phaeton. La produzione di questo
modello era cessato nel 2016 e da quel momento era arrivata l’assegnazione della
ID.3 a batteria, modello simbolo degli sforzi di Volkswagen per
l’elettrificazione.
La direzione aziendale ha trovato un’intesa con le rappresentanze sindacali per
implementare misure di sostegno per i circa 250 lavoratori impiegati nella
“fabbrica di vetro” di Dresda. Chi accetterà il trasferimento in altri siti del
gruppo riceverà un incentivo economico di 30.000 euro: un “assegno” pensato per
mitigare le conseguenze sociali della chiusura, assicurando ai dipendenti e alle
loro famiglie un passaggio meno traumatico nella nuova destinazione.
La casa tedesca non abbandonerà completamente la fabbrica, ma trasformerà l’area
in un polo di ricerca e sviluppo in collaborazione con il Politecnico di Dresda.
Il centro si concentrerà su tecnologie all’avanguardia come intelligenza
artificiale, robotica e semiconduttori, grazie a un investimento di 50 milioni
di euro su sette anni. Come noto, Volkswagen ha deciso di ridurre il proprio
piano di investimenti quinquennale da 180 a 160 miliardi di euro, con
l’obiettivo di migliorare il flusso di cassa per il 2025.
L'articolo Volkswagen chiude una fabbrica in Germania per la prima volta in 88
anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Volkswagen ha alzato il velo sulla futura ID Polo, il modello elettrico compatto
con cui la Casa di Wolfsburg punta a rafforzare la propria offensiva contro
l’avanzata dei costruttori cinesi nel segmento delle elettriche accessibili.
L’obiettivo è chiaro: portare sul mercato un’auto elettrica credibile, spaziosa
ed efficiente a un prezzo di partenza intorno ai 25.000 euro, soglia considerata
decisiva per la diffusione di massa degli EV in Europa.
Con la ID Polo, VW rompe con lo schema tecnico della prima generazione di
modelli ID. La nuova piattaforma adotta un’architettura più leggera e razionale,
progettata per ridurre drasticamente costi e complessità senza penalizzare lo
spazio interno. Anzi, grazie al nuovo layout della trasmissione e alla maggiore
integrazione dei componenti, l’abitabilità e il bagagliaio risultano
paragonabili a quelli di auto di categoria superiore.
Al centro del progetto c’è il nuovo motore elettrico anteriore APP290, abbinato
a un inverter sviluppato internamente. Non si tratta di un adattamento dei
sistemi già visti su ID.3 e ID.4, ma di una soluzione completamente nuova, con
meno parti, peso ridotto e costi di produzione inferiori. Sotto il pianale trova
posto la batteria PowerCo a celle unificate “cell-to-pack”, più densa dal punto
di vista energetico e più economica da assemblare. Nella versione da 52 kWh
promette fino a 450 km di autonomia e ricariche rapide dal 10 all’80% in circa
23 minuti.
Un altro elemento chiave è il ritorno ai nomi storici. Volkswagen ha deciso di
unificare la nomenclatura dei modelli elettrici e termici, puntando su
appellativi già noti al grande pubblico. “Polo è un nome iconico, sinonimo di
affidabilità e successo da oltre 50 anni”, ha spiegato Martin Sander,
responsabile vendite del brand. Una scelta pensata per semplificare la
comunicazione e rafforzare il legame emotivo con i clienti.
Attesa sul mercato a metà 2026, la ID Polo farà parte della nuova famiglia
“Electric Urban Car” del Gruppo VW e dovrà vedersela con rivali agguerrite come
Renault 5 e BYD Dolphin Surf. Se manterrà le promesse su prezzo, autonomia e
qualità, potrebbe diventare il modello chiave per riportare Volkswagen al centro
del segmento delle compatte popolari, anche nell’era elettrica.
L'articolo Volkswagen ID Polo, la compatta elettrica che sfiderà le low cost
cinesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
‹ ›
1 / 4
VOLKSWAGEN T-ROC
‹ ›
2 / 4
VOLKSWAGEN T-ROC
‹ ›
3 / 4
VOLKSWAGEN T-ROC
‹ ›
4 / 4
VOLKSWAGEN T-ROC
Non solo più grande, ma anche più “ricca”. Nel senso che, spiega Volkswagen, “il
livello di equipaggiamento è stato aumentato in linea generale”. Vale a dire che
grazie alle dotazioni di serie già la versione d’accesso è “tutt’altro che un
modello base”. Di sicuro in Italia, dove l’entry level, la Trend, non viene
nemmeno importata, il che contribuisce a spiegare il listino che parte da 33.900
euro. Con la seconda generazione della T-Roc, Volkswagen è ambiziosa quanto e
forse più che con la prima, già venduta in due milioni di esemplari. “I nostri
clienti amano la T-Roc e sono convinto che la nuova generazione abbia tutto ciò
che serve per continuare a scrivere questa fantastica storia di successo: un
design moderno, tecnologie innovative, massima qualità e pregio, comandi
intuitivi e un comportamento su strada piacevole ed equilibrato”, sintetizza
Thomas Schäfer, amministratore delegato di Volkswagen.
Il nuovo modello è stato sviluppato per andare incontro alle richieste dei
clienti europei, che chiedono Suv compatti eppure spaziosi e allo stesso tempo
in grado di poter essere guidati in città (11,1 metri di diametro di sterzata),
ma anche di poter venire impiegati per spostamenti più lunghi.
La T-Roc è la prima Volkswagen i cui motori sono esclusivamente elettrificati:
mild hybrid a 48 Volt al lancio e in futuro anche full hybrid. I primi due
sistemi sono basati sul sovralimentato quattro cilindri benzina da 1.5 litri
(eTSI) offerto sia con 116 sia con 150 Cv (l’unità guidata in Portogallo, tra
Lisbona, Palmela, dove la T-Roc viene fabbricata e il cui stabilimento vale il
4,5% dell’intero export lusitano) e Cascais. L’anno prossimo arriveranno anche
il duemila eTSI da 204 Cv e le due declinazioni full hybrid del millecinque, da
136 e 170 Cv. Per la versione più sportiva, la “R” da 333 Cv, ci sarà da
pazientare ancora più di un anno: al momento il debutto è previsto per i primi
mesi del 2027.
Stabile, anche se molto morbida, la T-Roc è comoda e si conferma fluida con la
sua discreta (nel senso che non si fa sentire) trasmissione automatica.
All’occorrenza è anche dinamica: impiega 8,9” per andare da 0 a 100 all’ora e
raggiunge i 212 km/h di velocità massima. Rispetto alla prima generazione è
cresciuta di 9 millimetri in altezza (1,57 metri), di 30 nel passo (2,63) e di
120 in lunghezza (4,37). Ciò nonostante l’aerodinamica è migliorata del 10% con
un Cx di 0,29. Il bagagliaio ha 30 litri di capacità in più e parte da 475
(arriva a 1.350).
I consumi omologati nel ciclo Wltp oscillano tra i 5.5 e 6 l/100 km: al termine
dei 150 chilometri al volante il computer ne ha rilevati 7, uno scostamento
sicuramente dovuto anche al tipo di guida. I cerchi arrivano fino a 20”, mentre
lo schermo “italiano” riservato all’infotainment ha una sola diagonale, quella
da 12.9. Tra le novità dell’armamentario tecnologico si sono il Park Assist Pro
con funzione Memory per posizionare il Suv in modo completamente automatico su
distanze fino a 50 metri e il più evoluto Travel Assist.
L'articolo Volkswagen T-Roc, la prova de Il Fatto.it – Più spazio e tecnologia
alla guida – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.