di Michele Tamburrelli*
Come può chi lavora migliorare il proprio reddito e il proprio tenore di vita? È
una domanda che coinvolge politica, parti sociali, imprese e sistema fiscale. Il
recente caso dell’indagine per intermediazione illecita di manodopera su Glovo
ha riportato al centro il tema salariale, in un Paese in cui la crescita delle
retribuzioni è stata debole e l’inflazione ha inciso sul potere d’acquisto.
Accanto al dibattito su salario minimo e rinnovi contrattuali, esiste però un
aspetto meno visibile ma concreto: la qualità dell’informazione fiscale. Una
conoscenza incompleta degli strumenti disponibili può incidere direttamente sul
reddito disponibile. Non sapere come funziona il sistema può tradursi, nel
tempo, in una perdita economica significativa.
Un esempio è la previdenza complementare. Dal periodo d’imposta 2026 il limite
di deducibilità dei contributi versati ai fondi pensione è salito a 5.300 euro.
La somma dedotta riduce il reddito imponibile Irpef, con un risparmio che
dipende dall’aliquota marginale: con le aliquote in vigore dal 2026 – 23% fino a
28.000 euro, 33% fino a 50.000 euro e 43% oltre – il beneficio può variare
indicativamente da circa 1.200 a oltre 2.200 euro l’anno; per chi rientra nello
scaglione intermedio, il risparmio può arrivare a circa 1.750 euro.
Nulla è automatico: il vantaggio si realizza solo se si è informati e si
compiono scelte consapevoli. La normativa recente, oltre ad ampliare la
deducibilità, interviene sui meccanismi di informazione e trasparenza,
segnalando che gli strumenti esistono ma richiedono maggiore consapevolezza.
Un discorso analogo riguarda i fringe benefit. Le soglie di esenzione sono 1.000
euro per chi non ha figli fiscalmente a carico e 2.000 euro per chi ne ha. Il
superamento comporta la perdita dell’intero beneficio fiscale. Per chi
usufruisce di auto aziendali, buoni carburante o altri benefit, il monitoraggio
del valore complessivo è essenziale per evitare oneri inattesi.
Anche i buoni pasto mostrano come si possa intervenire sul reddito netto senza
aumentare in modo proporzionale il costo del lavoro. Dal 2025 il limite di
esenzione per quelli elettronici è passato da 8 a 10 euro al giorno. Il calcolo
è effettuato su una base standard di cinque giorni lavorativi a settimana per 48
settimane annue, pari a circa 240 giornate. Per chi già percepiva ticket da 8
euro, il differenziale di 2 euro può tradursi in circa 480 euro l’anno esenti da
contributi e Irpef. Per chi invece non ne usufruiva, l’introduzione di buoni
pasto fino a 10 euro al giorno può generare un beneficio potenziale fino a 2.400
euro annui, anch’esso integralmente esente sotto il profilo fiscale e
contributivo
Per il 2026 e il 2027, inoltre, la tassazione sostitutiva sui premi di
produttività è ridotta all’1%, rendendo più efficiente il riconoscimento di
incrementi legati ai risultati aziendali. Contrattazione integrativa e welfare
aziendale possono incidere ulteriormente sul benessere economico, ma richiedono
competenze e comunicazione efficace.
In un contesto di crescita salariale contenuta, anche l’informazione fiscale
diventa un fattore di equilibrio tra interessi individuali e sostenibilità
aziendale. Trascurarla ha un costo, per i singoli e per il sistema nel suo
complesso.
*Laureato in Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali, ha maturato esperienze
in ambito risorse umane sia in contesti aziendali che sindacali, consolidando
competenze in diritto del lavoro, formazione e salute e sicurezza
L'articolo Buoni pasto, premi e fringe benefit: il vantaggio fiscale c’è ma
bisogna informarsi bene proviene da Il Fatto Quotidiano.