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L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021”
La crescita italiana resta troppo debole per tradursi in un vero recupero del potere d’acquisto. Nelle previsioni aggiornate di febbraio, l’Ufficio parlamentare di bilancio fotografa un’economia italiana destinata a muoversi su un sentiero di bassa crescita strutturale, con il pil destinato ad aumentare appena dello 0,7% nel 2026 e nel 2027. E alla fine del biennio, avverte l’organismo indipendente, le retribuzioni reali resteranno ancora inferiori di circa due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021, nonostante il rientro dell’inflazione e il graduale aumento dei redditi nominali. Il quadro delineato dalla Nota sulla congiuntura è quello di una ripresa fragile, ben lontana dalle speranze della premier Giorgia Meloni. A sostenerla è quasi esclusivamente la domanda interna e, ancora una volta, l’ipotesi di un’attuazione integrale del Pnrr. Dopo una fase di sostanziale stagnazione nei trimestri centrali del 2025, l’economia ha mostrato un lieve rafforzamento nello scorcio finale dell’anno, che ha visto un incremento congiunturale del Pil dello 0,3%. Ma il contributo della domanda estera è negativo, gli investimenti rallentano rispetto al rimbalzo del 2025 e la crescita poggia solo sull’aumento delle ore lavorate, mentre “la produttività oraria e la popolazione in età lavorativa hanno frenato”. In corso d’anno la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è poi progressivamente attenuata, scendendo dal 3,9% tendenziale del primo trimestre al 2,8% dell’ultimo, con una media annua del 3,1%. Il rallentamento riguarda soprattutto il settore privato, mentre nella Pubblica amministrazione la dinamica è stata sostenuta dai rinnovi contrattuali nei comparti dell’istruzione, della ricerca e della sanità. Oltre il 42% dei dipendenti del privato risulta ancora in attesa di rinnovo. Il problema è che il recupero nominale non basta. In termini reali, ricorda l’Upb, le retribuzioni orarie risultano ancora circa l’8,6% inferiori ai livelli medi del 2020, e la moderazione dell’inflazione registrata nel 2025 ha solo arrestato l’erosione senza innescare una vera inversione di tendenza. Anche guardando avanti, il recupero resta parziale: il miglioramento atteso del potere d’acquisto delle famiglie nel biennio 2026-27, stimato intorno all’1,5% medio annuo, non sarà sufficiente a riportare i salari reali ai valori pre-fiammata inflazionistica. Il mercato del lavoro, inoltre, si conferma attraversato da squilibri strutturali. “La struttura occupazionale, così come la popolazione, appare sempre più sbilanciata verso le età mature“, con una continua crescita dei lavoratori over 50 per effetto sia di requisiti di pensionamento più stringenti sia delle dinamiche demografiche e di invecchiamento della popolazione. In parallelo continua la riduzione degli occupati tra i 15-24enni, che dura da otto trimestri. Preoccupa anche l’andamento dell’inattività: “Rimane elevata tra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno” e “nei mesi estivi è aumentata al 33,3% (dal 33,1), soprattutto tra i più giovani, il cui tasso sfiora il 51% nella fascia 15-34 anni e raggiunge il 57,2 per le donne. L'articolo L’Ufficio parlamentare di bilancio: “A fine 2027 i salari reali saranno ancora inferiori di due punti rispetto a quelli del 2021” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché lo stipendio di gennaio potrebbe essere più basso e quanto pesa il conguaglio fiscale
Lo stipendio della busta paga di gennaio potrebbe essere più basso: si corre il rischio, infatti, di dover restituire i bonus ricevuti in busta paga nel corso del 2025. Il datore di lavoro potrebbe trattenere tutto o parte dell’importo che è stato erogato. Ad inizio anno scattano le operazioni di conguaglio fiscale, destinate a concludersi il 28 febbraio: stiamo parlando, in altre parole, delle verifiche sul reddito dei lavoratori dipendenti, che determinano il diritto o meno ad accedere alle varie agevolazioni, come il trattamento integrativo (anche conosciuto come ex bonus Renzi). STIPENDIO DI GENNAIO, LE VERIFICHE SUI BONUS RICEVUTI NEL 2025 Le operazioni di conguaglio fiscali impongono ai sostituti d’imposta di verificare il rispetto dei limiti di reddito dei lavoratori per riconoscere loro, direttamente in busta paga, l’accesso ai vari bonus. Queste attività sono partite nel corso del mese di dicembre: a gennaio, però, si è entrati nel vivo delle operazioni. A finire sotto la lente d’ingrandimento sono i redditi effettivi che sono stati erogati lo scorso anno, che devono essere raffrontati con i limiti imposti dalla legge per accedere alle varie misure che riducono la pressione fiscale sui dipendenti. Sarà direttamente il datore di lavoro ad effettuare i controlli previsti per accertarsi se al lavoratore spetti o meno l’erogazione del trattamento integrativo in busta paga, che permette di ricevere fino a 1.200 euro. A finire sotto la lente d’ingrandimento è anche il nuovo bonus che è stato introdotto lo scorso anno per il taglio del cuneo fiscale, che permette di ottenere fino ad un massimo di 960 euro. Salvo rinuncia da parte del lavoratore, le due misure vengono erogate sulla base del reddito presuntivo del singolo lavoratore: solo alla fine dell’anno, però, è possibile avere un’idea precisa e dettagliata su quanto il singolo lavoratore abbia percepito. CHI DOVRÀ RESTITUIRE IL BONUS IRPEF Per comprendere chi si possa trovare nella situazione di rimborsare il bonus Irpef introdotto nel 2025 per il taglio del cuneo fiscale è bene soffermarsi un attimo sui requisiti necessari per poterlo ottenere. Ai lavoratori dipendenti con un reddito complessivo inferiore a 20mila euro viene riconosciuto ogni mese una somma, che viene calcolata sulla percentuale di tre diversi scaglioni: il 7,1% per chi guadagna meno di 8.500 euro; il 5,3% per chi ha dei redditi compresi tra 8.500 e 15.000 euro e il 4,8% per quanti guadagnano tra 15.000 e 20.000 euro. Una volta superato il tetto dei 20.000 euro e fino alla soglia dei 40.000 euro, il bonus si trasforma in un’ulteriore detrazione, pari a 1.000 euro per quanti hanno un reddito compreso tra 20.000 e 40.000 euro. Se l’ammontare del reddito è compreso tra 32.000 euro e 40.000 euro, la detrazione è pari al prodotto tra 1.000 euro e l’importo corrispondente al rapporto tra 40.000 diminuito del reddito complessivo e 8.000 euro: in altre parole oltre i 32.000 la detrazione decresce con il crescere del reddito percepito. La soglia da tenere a mente a mente è proprio 32.000 euro: chi dovesse aver superato questo limite nel corso del 2025 potrebbe trovarsi nella situazione di dover rimborsare in parte o completamente il bonus che ha percepito. Nel caso in cui la somma da restituire dovesse essere inferiore a 60 euro, il datore di lavoro la tratterrà in busta paga in un’unica soluzione. Per importi superiori a questa cifra, il recupero viene rateizzato in 10 rate mensili di pari importo, a partire dal mese di gennaio. TRATTAMENTO INTEGRATIVO IN BUSTA PAGA: SI RISCHIANO DI RESTITUIRE 1.000 EURO Alla restituzione del bonus legato al taglio del cuneo fiscale si va ad affiancare il ricalcolo del trattamento integrativo in busta paga: sono 1.200 euro che vengono erogati in via presuntiva. L’agevolazione fiscale, in questo caso, spetta ai lavoratori che hanno un reddito fino a 28.000 euro, sulla base dei redditi che sono stati percepiti: arrivano 100 euro al mese se si ha un reddito inferiore a 15.000 euro, mentre chi percepisci degli importi compresi tra 15.000 e 28.000 euro viene riconosciuta una somma pari alla differenza tra detrazione fiscali e Irpef lorda. Quanti dovessero avere un reddito superiore a 15.000 euro, in sede di conguaglio, potrebbero trovarsi nella situazione di dover restituire parte del bonus che è stato erogato e che non spetta. Anche in questo caso il recupero avviene a rate per importi superiori a 60 euro, a partire dalla retribuzione di gennaio. Il rimborso del Tir e del bonus per il taglio del cuneo fiscale potrebbe avere un impatto pesante sullo stipendio, per quanti si dovessero trovare al di sopra delle fasce reddituali di riferimento. L'articolo Perché lo stipendio di gennaio potrebbe essere più basso e quanto pesa il conguaglio fiscale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il mutuo può diventare un cappio: quando i tassi smettono di proteggere i redditi
Per anni ho consigliato una cosa sola a chi si accingeva a contrarre un mutuo, soprattutto se intendeva rimborsarlo in tempi lunghi: tasso fisso. Non per prudenza borghese, perché “così si dorme tranquilli”, ma per aritmetica elementare. E quando parlo di mutuo non mi riferisco solo a quello ipotecario per l’acquisto della casa, ma a qualsiasi forma di indebitamento a medio-lungo termine, garantito o meno, dal mutuo tradizionale ai prestiti strutturati che accompagnano scelte di vita, di consumo o di riorganizzazione finanziaria. In un mondo di tassi in discesa e redditi immobili, fissare il costo del denaro era il modo più razionale per evitare che, al primo cambio di ciclo, il mutuo si trasformasse in una scommessa. Chi ha bloccato un tasso fisso quando il costo del denaro scendeva ha attraversato indenne la successiva risalita, senza finire nella morsa della variabilità che oggi pesa su chi aveva scelto il variabile. Funzionava perché il contesto lo permetteva. Oggi quel contesto non esiste più. L’epoca in cui si firmavano mutui sotto l’1% è archiviata. Non sospesa, non in pausa: finita. I movimenti sui tassi interbancari indicano che i tassi fissi (Irs a 20 anni) sono destinati a tornare sopra il 4%, mentre i variabili, oggi ancora meno cari, hanno davanti un percorso di risalita con Euribor 1 mese proiettato oltre il 3% nel prossimo quinquennio. Non è un’anomalia, è un cambio di regime. Le cause non sono tecniche, sono politiche ed economiche. La spesa pubblica cresce, i deficit si allargano, le tensioni geopolitiche sono diventate strutturali. In Europa si parla apertamente di riarmo e di grandi investimenti infrastrutturali, negli Stati Uniti il costo del debito supera quello della difesa. Tutto questo spinge verso l’alto la parte lunga della curva dei tassi e rende illusoria l’idea di un ritorno rapido ai tassi zero. Anche l’Italia sta perdendo un privilegio che per anni è sembrato normale: quello di finanziarsi come la Germania senza esserlo. Grazie all’euro e all’aggancio ai tassi Eurirs, le famiglie italiane hanno goduto di tassi che non riflettevano il nostro profilo storico di rischio. Oggi quel vantaggio si sta erodendo. Lo spread tra Btp e Bund è sceso più per le scelte fiscali di Berlino che per meriti italiani. La Germania ha archiviato l’austerità e questo sta riallineando l’Europa verso tassi più alti e più persistenti. In questo scenario il mercato continua a scegliere in massa il tasso fisso, oltre il 90% delle nuove erogazioni. Ma lo fa guardando nello specchietto retrovisore. L’Eurirs a lungo termine è già oltre il 3% e, se non scenderà, le banche non potranno continuare a comprimere i margini. I mutui fissi sopra il 4% non sono un’ipotesi catastrofista, sono una conseguenza aritmetica. Il variabile, dal canto suo, oggi costa meno ma non perché sia diventato innocuo. Le curve dei future indicano un ritorno dell’Euribor verso il 3% nel medio periodo e oltre nel lungo. Questo significa rate destinate a salire. La differenza è che nel breve il variabile permette di pagare meno interessi, soprattutto se lo spread viene negoziato davvero e non accettato come una tassa inevitabile. Il vero problema però non è scegliere tra fisso e variabile. Il vero problema sono i redditi. Dal 2010 al 2024 i redditi reali degli italiani sono cresciuti di appena un punto percentuale. Per più di dieci anni questo dato è stato mascherato dalla discesa dei tassi, che teneva basse le rate. Oggi l’equilibrio si è rotto. Tassi più alti e salari fermi stanno ribaltando il rapporto rata reddito. Non è un dettaglio tecnico, è un nodo sociale. In questo contesto continuare a parlare di mutui come se fossimo ancora nell’era dei tassi zero è una forma di autoinganno. Il tasso fisso resta una scelta difensiva per chi ha redditi solidi e orizzonti lunghi. Il variabile può tornare ad avere un senso su periodi più brevi, se il debito è gestito e non subito. Ma in entrambi i casi non esistono più scorciatoie. Il mutuo oggi non è solo un contratto. È una scelta finanziaria in un mondo più instabile, dove la geopolitica pesa anche sulla rata mensile e dove il vero limite non è il tasso, ma il reddito. Ignorarlo significa firmare pensando al passato e pagare nel futuro. L'articolo Il mutuo può diventare un cappio: quando i tassi smettono di proteggere i redditi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia. I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio. Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028. Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale. COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima. Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro. Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica. L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo. Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15. Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata. LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici. Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz. Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano. Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica. L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Manovra, nuovo scontro sul taglio Irpef. Schlein: “L’85% del vantaggio ai più ricchi, lo dice Istat”. Giorgetti: “Falso”
Nel giorno dell’approvazione finale della legge di Bilancio alla Camera si riaccendono le polemiche scoppiate a novembre, quando l’Istat, in audizione parlamentare, aveva certificato l’effetto redistributivo del taglio della seconda aliquota Irpef. I calcoli dell’istituto di statistica avevano mostrato l’85% dei 2,9 miliardi stanziati dalla manovra 2026 finirà alle famiglie appartenenti ai due quinti più alti della distribuzione del reddito. Cifre che oggi la segretaria del Pd Elly Schlein ha ricordato in ala, dicendo che il provvedimento “aiuta di più i più ricchi, lo dice anche l’Istat”. A risponderle il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che definisce “assolutamente falsa” la sua affermazione. “Mettete 30 euro in più all’anno nelle tasche di chi ne prende 30.000, bene, ma ne mettete 440 in più all’anno nelle tasche di chi ne guadagna 199.000. Questo vuol dire aiutare i più ricchi”, ha argomentato Schlein. “Aiutare di più i più ricchi vuol dire tagliare alla sanità pubblica come state facendo non mettendo risorse sufficienti a garantire nemmeno i servizi dell’anno scorso. Aiutare di più i più ricchi significa tagliare, come fate, alla scuola pubblica e all’università pubblica, mentre aprite delle autostrade al privato. Aiutare di più i più ricchi significa tagliare 100 milioni all’assegno di inclusione, perché state tagliando anche sui poveri, perché per voi la povertà rimane una colpa individuale, per noi invece è un grave problema sociale. E la manovra taglia pure sui trasporti“. Di segno contrario la replica di Giorgetti, che respinge la definizione di manovra “per ricchi”. Al termine del voto finale alla Camera, il titolare del Mef ha invitato a guardare ai dati degli organismi indipendenti: “Basta leggere i documenti dell’Ufficio parlamentare del bilancio, della Banca Centrale Europea e di tutte questi istituzioni che notoriamente non sono amicissime del governo, che dicono che lo sforzo che abbiamo fatto è uno sforzo che si concentra sui redditi medio bassi, soprattutto sui lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, tale che ha permesso di recuperare ampiamente il cosiddetto fiscal drag“. Ma la più ampia questione del recupero del drenaggio fiscale non cancella il fatto che i maggiori benefici della manovra 2026 andranno a una platea costituita dalla fascia più alta del ceto medio fino ai redditi più elevati, da 200mila euro annui e più, visto che il taglio delle detrazioni secondo l’Upb è del tutto insufficiente per “sterilizzare” davvero il vantaggio della riduzione Irpef. L'articolo Manovra, nuovo scontro sul taglio Irpef. Schlein: “L’85% del vantaggio ai più ricchi, lo dice Istat”. Giorgetti: “Falso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il caso Milano: “Un lavoratore su 3 non guadagna abbastanza per viverci. Il pubblico impiego in fuga. Casa e salute assorbono oltre il 50% dello stipendi”
A Milano si guadagna mediamente molto di più di qualsiasi altra città d’Italia, ma questo non basta per garantire una vita migliore a chi lavora nella metropoli. Anzi. Il carovita, legato innanzitutto ai costi abitativi, costringe sempre più lavoratrici e lavoratori ad assumere “comportamenti difensivi”, come vivere nell’hinterland, e aumenta le disuguaglianze. Senza considerare la sempre maggiore scarsità di dipendenti pubblici disposti a svolgere le proprie mansioni nel capoluogo, schiacciati da redditi che crescono con minore intensità rispetto al privato. Insegnanti, poliziotti, medici, perfino magistrati, sono sempre meno inclini ad accettare la seconda città più grande d’Italia come propria destinazione. “CASA E SANITÀ ASSORBONO OLTRE IL 50% DEI SALARI” È questa la fotografia scattata dalla Camera del Lavoro metropolitana di Milano nel report Al lavoro, mentre in città aumentano le crisi aziendali e sono attualmente a rischio 800 posti di lavoro con problemi sia nell’industria manufatturiera – il 23 dicembre sono stati licenziati i 42 dipendenti di Freudenberg, che ha chiuso la sua fabbrica di Rho – che in settori tipici come il mondo della moda. Sfide di fronte alle quali il sindacato chiede maggiore contrattazione collettiva, anche a livello provinciale, e un intervento di Comune e Regione per abbassare la percentuale di stipendio che evapora tra spesa per la casa e sanitaria: “Siamo oltre il 50%”, fa di conto il segretario metropolitano della Cgil Luca Stanzione. UNO SU 3 HA REDDITO INCOMPATIBILE CON I COSTI Insomma, la locomotiva d’Italia non se la passa benissimo, iniziando ad accusare il contraccolpo di una produzione industriale con il segno negativo in 32 degli ultimi 35 mesi e un modello che, sottolinea la Cgil, rischia di diventare un boomerang: “Un terzo dei lavoratori milanesi percepisce un reddito incompatibile con i costi della città – sintetizza il sindacato – e la discontinuità che caratterizza il loro lavoro non favorisce la fuoriuscita dalla condizione di marginalità che, oltretutto, deprime la crescita della domanda interna che si traduce in futuro declino”. IL REDDITO IN CRESCITA: “MA RESTANO STORICI PROBLEMI” Il reddito medio giornaliero di un lavoratore milanese è stato di 137,80 euro lordi nel 2024, superiore del 38,7% rispetto al dato nazionale e in crescita del 6,6% rispetto al 2022, spiega la Cgil basando i propri calcoli sui dati Inps. Tuttavia le buone notizie finiscono sostanzialmente qui: “Milano consolida il proprio primato reddituale realizzato negli anni, trascinando con sé gli storici problemi come la diseguaglianza, l’incompatibilità con il costo della vita, a cominciare dall’abitazione, la discontinuità e la frammentarietà del suo mercato del lavoro”, dice l’ufficio studi della Camera del Lavoro. GLI STIPENDI TRA GENDER GAP E PART-TIME OBBLIGATI Basta scorporare i 137,80 euro per tipologia di lavoratori per comprendere come esistano picchi profondamente diversi. A iniziare dal gender gap che colpisce le 711.610 lavoratrici, che si fermano a 117 euro. Nelle categorie di inquadramento, poi, le differenze si fanno a tratti imbarazzanti: il reddito medio di un operaio è infatti di 79,60 euro, quello di un dirigente di 631,40. I lavoratori a tempo determinato hanno invece un reddito medio di 75,50 euro. I part-time in città sono 392.874 e in due terzi dei casi, sostiene la Cgil si tratta di “involontari”, cioè di persone che desiderano lavorare a tempo pieno senza tuttavia potervi accedere. I SALARI AUMENTANO, MA L’INFLAZIONE È DOPPIA Nel confronto tra 2022 e 2024, gli incrementi medi più alti si sono registrati tra i quadri delle aziende private, con un balzo degli stipendi del 6,8% per cento per circa 150mila dipendenti. In questa categoria è andata particolarmente bene a coloro che sono impiegati nel commercio con un aumento medio del salario dell’11,8%: si tratta, tra l’altro, dell’unica fascia che ha visto aumentare il proprio potere d’acquisto. Tutte le altre categorie di lavoratori milanesi, a prescindere dal proprio incremento medio, hanno perso capacità di spesa se si considera – come fa notare la Cgil – che la Camera di commercio cittadina ha certificato un’inflazione dell’11,1% nel periodo preso in considerazione. LA GRANDE FUGA DEI DIPENDENTI PUBBLICI Tra coloro che se la passano peggio ci sono i dipendenti pubblici, destinati a diventare un caso nel lungo periodo. Quella che sta prendendo forma, a giudicare dai dati del sindacato, è una vera e propria fuga da Milano. In due anni, le posizioni retributive nel pubblico impiego sono scese a 181.971, una diminuzione del 14%. A tagliare la corda sono stati soprattutto i lavoratori della scuola (-18,6%), delle amministrazioni locali (-16,5%) e del servizio sanitario (-14,1%). Ma in città non sono attrattivi nemmeno i posti di lavoro nelle forze armate e di polizia, compresi i vigili del fuoco: il calo del comparto è dell’8,3%. Contengono la discesa le sedi delle amministrazioni centrali e la magistratura (-3,6) mentre va in controtendenza l’università e ricerca con un incremento di dipendenti del 5,8%. PER I COLLABORATORI ZERO RECUPERO DELL’INFLAZIONE “Nel 2024 la massa salariale pubblica milanese è diminuita del 10,8% rispetto allo stesso dato del 2022 – calcola la Cgil – Si potrebbe concludere che i lievi incrementi retribuiti nel pubblico impiego sono stati ampiamente autofinanziati attraverso la riduzione degli organici, generando, per lo Stato, un ulteriore significativo risparmio”. Ancor più in alto nella scala di coloro che soffrono l’aumento dei prezzi e salari compressi ci sono i lavoratori parasubordinati, un bacino di 172.503 collaboratori e professionisti nel 2024, un numero in crescita di 12mila unità rispetto al 2022: “Sono in buona parte eterodiretti e per nulla marginali nel mercato del lavoro milanese, nonostante il loro reddito, oltreché collocarsi sui valori più bassi, non registri alcun recupero sull’inflazione maturata nel periodo”, sottolinea la Cgil. I LAVORATORI ESPULSI DA SVAGO E CRESCITA CULTURALE Per il sindacato, il quadro dipinto nel report restituisce la “conferma di una Milano che non sa coniugare la crescita con l’equità e impone a chi ci lavora l’adozione di comportamenti difensivi quali l’estromissione dal contesto metropolitano di tutti i momenti che non coincidono con i tempi di lavoro”. Una massa sempre più crescente di lavoratori-pendolari, confinati nell’hinterland, insomma: “In questo modo – rimarca la Cgil – si esclude chi lavora dalle occasioni di svago e di crescita culturale che loro stessi hanno contribuito a realizzare”. STANZIONE: “PIÙ CONTRATTAZIONE” Un cul-de-sac dal quale non si verrà mai fuori? “Serve maggiore contrattazione collettiva, lo dimostrano gli aumenti nei comparti dove abbiamo rinnovato i contratti nazionali: la media è del 14%, ma l’effetto pratico è il 6% perché il resto è fiscal drag. La legge di Bilancio non risolve questo problema e il recupero dell’inflazione, che noi riusciamo a ottenere, non è percepito dai lavoratori”, sottolinea il segretario metropolitano della Cgil Luca Stanzione. “SU CASA E SANITÀ INTERVENGANO GLI ENTI LOCALI” A maggior ragione nelle grandi città, che scontano un’inflazione ancora più alta: “In questi contesti sarebbe bene pensare a strumenti come la contrattazione provinciale, che servirebbe ad esempio nel turismo. E poi c’è la politica – ammonisce Stanzione – A Milano la casa assorbe tra il 30 e il 40 per cento del salario, la spesa sanitaria il 20. Su questo devono intervenire Comune e Regione”. Anche perché, avvisa il numero uno della Camera del Lavoro, il “sistema di investimenti” di Milano è in crisi: “La produzione soffre, sopravvivono solo gli investimenti internazionali. Quando punteranno su altre aree del mondo, non esisterà più un ancoraggio territoriale degli investimenti – spiega – Per questo bisogna supportare e incentivare ricerca, cultura e produzioni televisive che hanno una relazione storica con la città”. L'articolo Il caso Milano: “Un lavoratore su 3 non guadagna abbastanza per viverci. Il pubblico impiego in fuga. Casa e salute assorbono oltre il 50% dello stipendi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I redditi da miseria di partite Iva e collaboratori con redditi. Lo studio: “Vanno da 8.500 a 18mila euro all’anno”
Più che un’emergenza, è un problema ormai endemico del nostro mercato del lavoro: i redditi bassissimi di partite Iva e collaboratori. Gli addetti “autonomi” stanno crescendo in questi anni, contribuendo a gonfiare i dati sull’occupazione, ma uno studio appena pubblicato della Nidil Cgil mostra che molti di loro hanno guadagni del tutto inadeguati a una vita dignitosa, e anche insufficienti per raggiungere una pensione decente. Si tratta di 436 mila partite Iva, con redditi medi di poco superiori a 18 mila euro annui, e 208 mila collaboratori che dichiarano in media appena 8.566 euro. Essendo questi “esclusivi”, è probabile che tra di loro si nascondano molti dipendenti mascherati, inquadrati come autonomi dalle aziende per risparmiare a loro discapito. Finte partite Iva e co.co.co vengono utilizzate per non applicare i contratti collettivi, quindi stabilire i salari con trattative individuali, pagare meno contributi, niente tredicesime, niente trattamento di fine rapporto. Situazioni difficili da fare emergere perché richiederebbero spesso lunghe e incerte trafile giudiziarie. Ecco perché restano ampiamente tollerate. I più deboli sembrano proprio i collaboratori. Specialmente se isoliamo il dato sui redditi medi delle donne, pari a soli 6.839 euro annui, e degli under 35 che si attestano sui 5.130 euro. Come visto, questi guadagni così irrisori si traducono in una scarsa prospettiva pensionistica. Solo l’8% dei collaboratori riesce infatti a versare dodici mesi di contributi annui, quindi a raggiungere una contribuzione “piena” che corrisponde a 18.415 euro annui. Con questo reddito, la pensione a 64 anni, ammesso di avere almeno 30 anni di anzianità, si fermerebbe a 853 euro. I dati sui professionisti con partita Iva sono solo un po’ migliori: il 35% raggiunge la contribuzione piena. Tuttavia per loro le aliquote sono più basse, pertanto per loro l’assegno che si può maturare a 67 anni, con 30 di contributi, è pari a 646 euro mensili. Le norme approvate in legge di Bilancio dal governo Meloni non portano alcun vantaggio a collaboratori e partite Iva. Ai collaboratori non viene applicato il taglio del cuneo fiscale approvato nella manovra dello scorso anno. Le uniche norme approvate in questi anni dal centrodestra hanno introdotto vantaggi fiscali ai più benestanti tra i lavoratori autonomi, con il passaggio della flat tax al 15% fino a 85 mila euro di reddito. Tuttavia, considerando che le partite iva hanno già un fisco vantaggioso, sono altre le norme che servirebbero a tutelare i loro redditi. Nell’ultimo report Istat, emerge infatti che la povertà assoluta tra i lavoratori autonomi senza dipendenti, le partite iva indivduali, è in aumento. La prima sarebbe l’equo compenso: “Posto che c’è un tema di qualificazione dei rapporti di lavoro quando mascherano lavoro dipendente, le scelte da fare nell’immediato vanno in direzione opposta a quanto fa il governo – commenta Andrea Borghesi, segretario generale Nidil Cgil – per i redditi da lavoro bisognerebbe far pagare il giusto compenso alle imprese attraverso la definizione di un salario minimo/ equo compenso non inferiore a quanto previsto per le medesime figure professionali dalla contrattazione collettiva”. Borghesi ricorda anche che i collaboratori hanno a loro carico una quota maggiore di contributi, rispetto ai dipendenti, e non sono coperti da ammortizzatori sociali universali. L'articolo I redditi da miseria di partite Iva e collaboratori con redditi. Lo studio: “Vanno da 8.500 a 18mila euro all’anno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22%
Crescita stagnante, salari reali fermi, precarietà e part-time involontario, maggiore vulnerabilità allo choc inflazionistico causato dagli aumenti del prezzo dell’energia. Risultato: l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese dell’Unione europea in cui negli ultimi vent’anni il reddito reale delle famiglie pro capite è diminuito. Mentre la media dei Ventisette tra il 2004 e il 2024 segna un aumento del 22%, Roma e Atene chiudono il periodo in rosso. Rispettivamente a -4 e -5%. Sono gli ultimi dati diffusi da Eurostat, che certificano un problema strutturale. I grafici pubblicati dall’Ufficio statistico dell’Unione europea sono impietosi. Dal 2004 al 2008 il reddito reale è cresciuto in modo continuo in quasi tutta l’Ue. Poi, tra il 2008 e il 2011, la crisi finanziaria globale ha provocato una stagnazione e tra 2012 e 2013 si è registrato un arretramento. Dal 2014 al 2019 il trend è tornato positivo, fino alla nuova frenata causata dalla pandemia nel 2020. Nel 2021 è arrivato il rimbalzo, seguito però nel 2022 e 2023 da una crescita debole, compressa dall’inflazione. Nonostante ciò, i primi dati sul 2024 mostrano un’accelerazione: segno che molti Paesi stanno recuperando terreno. Non l’Italia. Guardando i dati sui singoli Paesi Ue il gap è evidente. A godere delle performance migliori sono stati gli Stati che hanno agganciato la convergenza con l’Europa occidentale grazie agli investimenti esteri e a una dinamica produttiva vivace: Romania (+134%), Lituania (+95%), Polonia (+91%) e Malta (+90%). Ma anche le grandi economie avanzate, pur con ritmi diversi, registrano un progresso: +11% per la Spagna, +14% per l’Austria, +15% per il Belgio e +17% per il Lussemburgo. In Francia il reddito è salito di oltre il 21%, in Germania addirittura del 24%. L’Italia resta invece uno dei pochissimi Paesi in cui il potere d’acquisto delle famiglie, depurato dall’inflazione, è più basso oggi rispetto a vent’anni fa. Un’anomalia che riflette un mix di bassa crescita, produttività ferma, mercato del lavoro debole, vulnerabilità agli choc energetici e alla corsa dei prezzi. L'articolo Il reddito reale delle famiglie italiane tra 2004 e 2024 è sceso del 4%: il dato peggiore nell’Ue con la Grecia. La media è +22% proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Redditi
Trovo surreale il modo in cui in Italia viene affrontato il dibattito su una tassa patrimoniale
di Stefano De Fazi Ritengo che, dato il contesto attuale, chiunque si definisca di sinistra dovrebbe sostenere una tassazione rilevante sui grandi patrimoni. È ormai evidente il danno che un’eccessiva concentrazione della ricchezza — come quella che viviamo oggi — provoca allo stato sociale e al processo democratico. Tuttavia, sono assolutamente aperto a un dialogo costruttivo con chi la pensi diversamente, ma ciò che trovo davvero intollerabile è il modo approssimativo e surreale con cui se ne discute nel dibattito pubblico italiano. Alcuni giorni fa ho avuto la sfortuna di imbattermi nel tema durante uno dei talk show politici più famosi della televisione italiana. Vale la pena notare come gli ospiti — Pierferdinando Casini, Massimo Giannini e Chiara Geloni — fossero tutti riconducibili a un’area di centro-sinistra; eppure nessuno dei tre ha avuto dubbi nell’affermare che parlare di patrimoniale, come hanno fatto di recente le opposizioni, sarebbe un assist al governo Meloni. La prima argomentazione proposta è che, con un livello di pressione fiscale al 42,6%, non sarebbe possibile introdurre una nuova forma di tassazione. Questo valore è certamente alto, anche se non tra i primi tre in Europa. Tuttavia, il vero problema del sistema fiscale italiano è la sua ripartizione: il carico grava quasi interamente sui lavoratori con redditi medi o di poco sopra la media, mentre è poco incisivo sui detentori di grandi patrimoni e sulle loro rendite. A conferma di ciò, uno studio dell’Università di Pisa ha mostrato che il sistema è progressivo solo per il 95% dei cittadini: per il 5% più ricco diventa fortemente regressivo. In quest’ottica, la patrimoniale è proprio lo strumento adatto per correggere questa stortura, liberando risorse per ridurre la pressione sui redditi medi e redistribuendo quel 42,6% in modo più equo. Un altro argomento ricorrente è che “circa l’80% degli italiani possiede una casa”, e dunque non si potrebbe tassare la proprietà. In realtà, qualsiasi proposta di patrimoniale riguarda esclusivamente i grandi patrimoni — ad esempio con una soglia minima di 5 milioni — e coinvolgerebbe solo il 2-3% più ricco del Paese. Inoltre, poiché queste proposte sono spesso accompagnate dall’eliminazione di imposte attuali sul patrimonio spesso regressive; una quota tutt’altro che marginale di italiani con una seconda casa di modesto valore ne trarrebbe persino vantaggio tramite l’abolizione dell’Imu. Un’altra frase che ho dovuto sentire, e che faccio fatica a tollerare, è: “È inutile parlare di patrimoniale, serve una riforma complessiva del fisco”. È una tattica frequentemente usata — spesso, a mio avviso, in malafede — per screditare proposte di buon senso in contesti diversi. Si sa bene che una riforma complessiva, allo stato attuale della politica, è difficilissima; allo stesso tempo si invoca questa necessità per bloccare sul nascere qualunque proposta concreta che possa rappresentare un passo avanti. Per questo è importante dirlo chiaramente: sì, una riforma complessiva del fisco è necessaria, e la tassazione delle grandi ricchezze ne è un tassello fondamentale. Nel corso del dibattito televisivo viene ovviamente ignorato il fatto che le principali organizzazioni che si occupano del tema, da Tax Justice Network a Oxfam, promuovono la tassazione sui grandi patrimoni anche a livello nazionale, e quindi non solo tramite accordi internazionali come quelli del G20 o dell’Onu. Inoltre, mettono in luce che esistono esempi concreti che dimostrano come il temuto esodo dei milionari, spesso evocato da chi è contrario, sia talmente ridotto da risultare irrilevante. Si possono muovere molte critiche ai partiti di opposizione attuali, ma temo che ci sia un problema di fondo molto più grave: il livello medio dell’informazione italiana su temi imprescindibili come questo. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Trovo surreale il modo in cui in Italia viene affrontato il dibattito su una tassa patrimoniale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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