Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della Sindrome di Down, giornata
riconosciuta dall’Onu che si svolge in tutto il mondo il 21esimo giorno del 3°
mese per indicare l’unicità della triplicazione (trisomia) del 21° cromosoma che
causa la Sindrome di Down. Una giornata per sensibilizzare all’inclusione
sociale chi è affetto da questa patologia.
L’obiettivo dell’inclusione è quello che tutte le persone con Sindrome di Down
possano partecipare, alla vita comune della propria comunità, essere accolti
senza esser esclusi, perché diversi.
L’accoglienza dà gli strumenti base per vivere una vita dignitosa, dando
opportunità ai bambini che affrontano quotidianamente questo disturbo, evitando
così la più alta forma di discriminazione.
Educare all’autonomia è una delle aspettative più importanti e proprio per
questo la giornata internazionale tende a portare avanti questo obiettivo
tangibile e concretizzarlo in azioni pratiche, a supporto non solo di chi ne è
affetto, ma anche a sostegno ai familiari.
Un’istruzione di qualità, una buona assistenza sanitaria, la possibilità di
lavorare ed essere autonomi economicamente e prendere decisioni sulla propria
vita questi sono gli obiettivi cardini della Giornata Internazionale della
Sindrome di Down. Molto ancora c’è da fare specialmente dal punto di vista di
assistenza sanitaria, molto ancora si farà per accogliere positivamente un
bambino affetto dalla sindrome di Down, senza che questo possa diventare un
dramma, in famiglia e nella società. Un libro che parla al cuore e accoglie con
gentilezza la disabilità è Quello in più, edito da Il Ciliegio e scritto da
Barbara Heart.
È la storia di un bambino, che accoglie con amore il suo fratellino down,
analizzando con un chiave di lettura positiva ed unica, ogni caratteristica
fisica e pratica che lo rendono diverso da lui, fino a definirlo il suo Eroe. Un
libro che avvicina piccoli e grandi a riflettere serenamente su un tema
importante come quello della Sindrome di Down.
Un viaggio intervista con l’autrice Barbara Heart per approfondire meglio questo
discorso:
Barbara scrivi molto per l’infanzia, com’è nata l’idea di trattare la tematica
della disabilità e nello specifico della Sindrome di Down?
Tutto è nato da una conoscenza fatta in tarda adolescenza: l’eroe della storia
si chiamava Fabio. Con lui i miei compagni del camposcuola ed io abbiamo
condiviso un’estate di abbracci e tante divertenti burle, perché Fabio amava
scherzare e a me piaceva quel suo modo genuino di farlo senza mai cattiveria. È
stata un’esperienza trasformativa averlo accanto. Un dono che mi ha accompagnata
in tutti gli anni di Università e che tuttora mi accompagna nelle relazioni con
l’altro. Un insegnamento di vita.
Pensi che un libro possa essere veicolo di cambiamenti, trasformazioni?
Un libro può essere tutto. La letteratura ha un potere immenso. Forse il più
grande che possiede l’essere umano. Per questo va accudita e protetta e deve
poter arrivare a tutti. In una società in cui prevale la bellezza del
contenitore sul contenuto, le parole scritte su un libro possono fare la
differenza. “Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal
bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia
schiavo.” Scriveva Gianni Rodari.
In che modo i bambini insegnano agli adulti ad approcciarsi al “diverso”?
I bambini non hanno sovrastrutture. Sono creature curiose che si lasciano
incantare da ciò che li circonda. Penso che la parte bambina che dimora in ogni
adulto dovrebbe sempre essere ascoltata, accolta e nutrita. Per guardare
all’alterità senza filtri, con stupore. Per approcciarsi al diverso con uno
sguardo vergine, senza pregiudizi. Per abbattere quei muri insormontabili che ci
allontanano gli uni dagli altri perché, in fondo, siamo un po’ tutti polvere di
stelle.
Che cos’è l’inclusione secondo te e come spiegarla ai bambini?
Mi piace pensare all’inclusione come a una metamorfosi in cui le parti che si
relazionano si annusano con delicatezza e rispetto e poi trasferiscono
reciprocamente qualcosa in sé stessi. Negli atelier che propongo ai bambini
utilizzo sempre il colore e i libri come strumenti di “trasformazione”. Ricordo
con commozione uno dei primi laboratori a cui hanno partecipato piccoli “bruchi”
di varie etnie. Uno di loro aveva un disturbo cromosomico. A regnare
inizialmente fu il silenzio. Poi ho letto loro un albo illustrato che narrava di
strane creature tutte diverse fra loro che, dopo aver fatto amicizia, si
tramutavano in bellissime farfalle. È passato molto tempo da allora, ma
un’immagine è vivida tuttora: quando la mia voce ha chiuso quel concerto di
parole lasciando sui volti presenti il più armonioso dei sorrisi il “bruco”
affetto da Sindrome di Down ha battuto le mani con enfasi e baciato tutti. Il
cambiamento è avvenuto: tutti i bruchi si sono trasformati in farfalle, proprio
come nella storia narrata.
Perché viaggiare con “Quello in più”?
Per fare una nuotata nel mare del bello, del diverso, perché Quello in più ha
orecchie minuscole, ma può ascoltare fino in fondo al mare. Buona lettura!
Quello in più. di Barbara Heart, illustrazioni di Angela Bressan – Editore Il
Ciliegio, Età di lettura: da 3 anni
L'articolo “Il dono di avere un fratellino con un cromosoma in più”: il libro di
Barbara Heart per celebrare la Giornata mondiale della Sindrome di Down proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sindrome di Down
“Non sempre in Italia nella sanità pubblica le terapie riabilitative per il
percorso di acquisizione di autonomie per minori con sindrome di Down sono
garantite a tutti gli aventi diritto”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Andrea
Sinno, del Servizio di consulenza socio-assistenziale per l’Associazione
italiana persone Down. Il percorso riabilitativo individuale è un servizio
pubblico fondamentale per la qualità della vita delle persone con disabilità o
malattie croniche e non è previsto un limite fisso legato all’età per avere
riconosciuti tali cure ma si fa riferimento al raggiungimento degli obiettivi
clinici.
Sono le linee guida del ministero della Salute a stabilire il percorso, scritto
da un team multidisciplinare insieme alla famiglia. Fissa un piano di intervento
aggiornato per garantire continuità delle terapie. Qui emergono le gravi
differenze tra quello che indicano le linee guida, che ogni Regione recepisce a
suo modo, e la realtà densa di tagli e interruzioni. Le cause sono ad esempio
l’insufficienza di risorse economiche e il numero esiguo di professionisti in
servizi terapeutici essenziali come logopedia, psicomotricità, educativa. A
fronte di questi problemi le famiglie sono costrette a ricorrere al privato,
pagando cifre rilevanti. Sinno spiega che “il Sud in generale è meno
‘strutturato’, la differenza è evidente a livello regionale, dove i tempi di
attesa possono variare dai 30 giorni in Emilia-Romagna agli oltre 12-18 mesi in
alcune province del Lazio o della Campania”. Criticità riscontrate un po’
ovunque, “anche in territori di Regioni virtuose, come la Toscana, la segnalata
insufficienza numerica di neuropsichiatri nel Maremmano crea problemi, non solo
per l’intervento clinico precoce, ma anche in ambito scolastico, per una
corretta redazione del Piano Educativo Individualizzato”.
“Il percorso riabilitativo per la sindrome di Down è fondamentale per la
logopedia e la psicomotricità”, dice Sinno. “Servirebbero sempre interventi
precoci ma mancano fondi, personale formato e strutture pubbliche. Per
assicurare la presa in carico”, aggiunge, “le famiglie sono costrette quasi
sempre a ricorrere al privato e non è detto che lì si trovi posto”. Per le
persone con sindrome di Down “la norma in vigore non prevede un limite dei cicli
riabilitativi”. Quello che ilfattoquotidiano.it ha riscontrato è che in alcuni
casi, di cui abbiamo raccolto le testimonianze, si sarebbe posto fine ai
percorsi senza che ci fossero valutazioni cliniche scritte che lo sancivano, non
riconoscendo l’acquisizione degli obiettivi per l’autonomia. “Qualora le Asl
dovessero tagliare le prestazioni bisogna produrre una valutazione medica
aggiornata che attesta tale decisione”, dice Sinno. E sottolinea che “il
percorso riabilitativo può essere contestato dalla famiglia, ad esempio con il
reclamo all’Ufficio relazioni con il pubblico dell’Asl o ricorrere alle vie
legali per discriminazione”.
Ilfattoquotidiano.it ha raccolto testimonianze di genitori, in diverse Regioni,
che confermano l’uscita dalle cure dei propri figli senza aver ricevuto la
valutazione clinica che attesti il conseguimento dei target. Jonatan Benvenuti,
ad esempio, racconta che la sua è una “battaglia per tutti i minori con sindrome
di Down”. “Mia figlia ha bisogno delle terapie ma rischia da giugno di non
averle per una rimodulazione dei piani di intervento senza una valutazione
clinica che sancisca il raggiungimento degli obiettivi, con un focus spostato
invece sull’assistenza scolastica che è tutt’altra cosa”. È questa la denuncia a
ilfattoquotidiano.it di Benvenuti, che vive a Cascina (Pisa) ed è padre di una
bimba di 9 anni. Benvenuti racconta che “solo dopo forti sollecitazioni”,
avrebbe avuto un colloquio telefonico con il responsabile riabilitazione
dell’Asl che ha garantito la presa in carico della figlia “informandomi che a
seguito dei vari colloqui e del referto della valutazione clinica che ho
presentato è stato deciso di variare il tipo di terapia e di aggiungere
temporaneamente una seduta in più a settimana, ulteriore riprova che anche i
percorsi attivi sono insufficienti per le reali esigenze”. Tutto risolto? “Per
niente”, sostiene Benvenuti, “purtroppo non ho avuto nessuna conferma che da
giugno le terapie per possano continuare”.
Le linee guida prevedono, tra le varie cose, che una volta raggiunti gli
obiettivi per l’autonomia l’Asl possa decidere di passare dall’ambito sanitario
a quello scolastico, monitorandolo tramite il Gruppo di lavoro operativo della
scuola. “Se l’Asl propone una rimodulazione che taglia le terapie”, evidenzia
l’esperto, “la famiglia può chiedere quali attività alternative a scuola
sostituiranno le cure riabilitative per garantire che non ci sia una
regressione”. Contattata da ilfattoquotidiano.it l’Usl Toscana nord-ovest che
gestisce le cure della bambina ha replicato: “Se dopo un periodo prolungato di
trattamento non si registrano in quello specifico ambito progressi degni di nota
è opportuno interrompere quel tipo di percorso, anche perché, oltre a risultare
inutile, può essere per il bambino stesso motivo di demotivazione. A quel punto
quindi dovremmo proporre altre attività più stimolanti e più confacenti alle
effettive possibilità del piccolo paziente”.
Un’altra testimonianza è quella di Elisabeth Nasi di Reggio Emilia, mamma di
Andrea 12 anni. “Mio figlio è stato preso in carico fino a 8 anni, garantendoci
2 cicli di logopedia settimanale per un totale di circa 80 sedute, poi il nulla
anche se non ha raggiunto gli obiettivi indicati dagli stessi medici”. L’ultima
diagnosi funzionale del figlio, sostiene Nasi, “evidenziava difficoltà
linguistiche e l’inventario fonetico incompleto. Siamo obbligati a rivolgerci al
privato”. Contattata da ilfattoquotidiano.it l’Ausl Reggio
Emilia-Neuropsichiatria infantile ha replicato: “I progetti sono personalizzati”
dichiara l’ente. “Qualora una famiglia ritenesse che non siano adeguatamente
considerati tutti i bisogni, può rivolgersi alla direzione del servizio o agli
uffici relazioni con il pubblico, competenti per la raccolta di reclami, per
approfondire nelle sedi opportune”. Nasi è convinta che non siano sufficienti le
risposte e per questo farà ricorso: “Ma non tutti si possono permettere di
farlo”, conclude.
L'articolo Sanità pubblica e sindrome di Down, da Nord a Sud: criticità
nell’accesso alle terapie riabilitative per i minori proviene da Il Fatto
Quotidiano.