Un ritratto lucido e spietato della stagione più sanguinosa della nostra
Repubblica. Si può riassumere così la trama di Una settimana di bontà 1975, uno
spettacolo grottesco e tragico sugli Anni di piombo, andato in scena al teatro
Fontana di Milano dal 13 al 15 febbraio.
Nessuna pretesa di cronaca storica, qui è il racconto dal basso a dominare: in
una narrazione suddivisa in sette quadri, vediamo emergere l’ipocrisia umana
dietro la patina di perbenismo, il conformismo dietro le pretese di rivoluzione,
la tradizione più conservatrice dietro i grandi ideali. Il risultato è uno
spettacolo spassoso, stridente e per certi versi molto attuale.
Nel primo episodio vediamo sette ragazzi che discutono della propria compagnia
di amici, parlando di un ragazzo (che chiamano, apparentemente in maniera
affettuosa, ‘il Nano’) che in quel momento non c’è. Uno dei personaggi fa sapere
al resto del gruppo di aver letto sul giornale che proprio quel giorno si
inaugura ‘la settimana di bontà’. Nel resto della pièce, invece, lo spettatore
assisterà a sette situazioni, in linea con i giorni della settimana, che giocano
con lo stile del teatro dell’assurdo e che consegnano alla scena un quadro a
tinte fosche di un periodo contraddittorio della nostra storia, mentre la Storia
con la S maiuscola resta sullo sfondo.
Un esempio è l’episodio del mercoledì: in scena un gruppo di innocui anziani che
passano la giornata al parco e che, per creare un diversivo alla monotonia della
propria quotidianità, si inventano un sequestro: distraggono una mamma e
sostituiscono un bambolotto al bimbo nel passeggino. Salvo poi scoprire di aver
rapito un adulto dalle sembianze di bambino: un ‘nano’ appunto. O ancora il
quadro del venerdì, quando alla fine di una dura settimana di lavoro un gruppo
di professionisti si incontra per sfogare le proprie frustrazioni pestando un
passante in difficoltà. Su tutti, però, trionfa il quadro della domenica: di
nuovo un ‘nano’, assente sulla scena, viene invitato a pranzo nella cornice
rassicurante della cucina di una famiglia borghese: padre padrone, madre
assillante, figlio con idee rivoluzionarie e figlia in età da marito. La scena
procede per battute fulminanti e situazioni paradossali, fino al tragicomico
finale.
La pièce, un inedito di Tonino Conte scritto proprio nel 1975, faceva già
emergere in quella contemporaneità la ferocia della realtà sotto la finta
maschera del cambiamento. Il cast, formato dal regista Emanuele Conte (figlio
dell’autore) e dagli attori Ludovica Baiardi, Raffaele Barca, Christian
Gaglione, Charlotte Lataste, Antonella Loliva, Marco Rivolta e Matteo Traverso,
porta così in scena un testo che non a caso risulta estremamente attuale anche
oggi, a più di 50 anni dalla sua stesura.
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ritratto grottesco e tragico sugli Anni di piombo proviene da Il Fatto
Quotidiano.