L’assistente capo del commissariato Mecenate Carmelo Cinturrino è stato
arrestato oggi per omicidio volontario perché, si legge nelle 18 pagine di
decreto di fermo, “ha cagionato la morte” del 28enne marocchino Abderrahim
Mansouri mediante l’esplosione di un colpo di pistola, “coscientemente e
volontariamente diretto alla sagoma della vittima, in assenza di qualsivoglia
causa di giustificazione”. La pistola finta trovata accanto al cadavere è stata
messa dall’agente tanto che il suo profilo genetico è stato individuato in
diversi punti della pistola. E ancora: “Mansouri, come emerso dalla preliminare
analisi della traiettoria del proiettile, è stato attinto mentre cercava una via
di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da circa trenta metri,
il lancio di una pietra, ovvero avesse minacciato i poliziotti da una distanza
incompatibile con la concreta possibilità di colpirli”.
Il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, quando Cinturrino ha sparato, secondo
la Procura di Milano, “non vi era una concreta minaccia ed il grave ritardo con
cui furono allertati i soccorsi, ritardo ascrivibile a Cinturrino, il quale
tranquillizzò tutti i colleghi sul fatto di aver chiamato la Centrale operativa
ed il 118, sono circostanze significative del dolo omicidiario che ha sorretto
la condotta dell’indagato; deve, infatti, ricordarsi che la morte del Mansouri
fu certificata come avvenuta alle ore 18,31 e che dal verbale sanitario” il
presunto pusher “non morì sul colpo e diede numerosi segni di vita”. E se pur al
momento il movente non è stato circoscritto “occorre rilevare che, dalle
dichiarazioni delle persone escusse a sommarie informazioni, nonché da quanto
riferito dagli indagati durante gli interrogatori del 19 febbraio, è emerso un
quadro allarmante dei metodi di intervento di Cinturrino, inteso Luca, durante
le operazioni di contrasto allo spaccio delle sostanze stupefacenti nei boschi
di Rogoredo nonché una pregressa conoscenza tra con Mansouri”. Il castello di
carte messo in piedi dal poliziotto è dunque crollato. E questo grazie anche
agli interrogatori dei colleghi che in un primo momento, durante le sommarie
informazioni quando ancora non erano indagati per favoreggiamento e omissione,
lo avevano coperto.
Torniamo allora a quel pomeriggio, quando Cinturrino, dopo l’omicidio, spiegherà
di aver fatto fuoco perché il 28enne marocchino gli stava puntando una pistola.
Quadro del tutto falso. A rivelare la messinscena saranno gli stessi poliziotti
e diversi testimoni. Vediamoli. Un primo testimone, presente sul posto, dichiara
che “Mansouri non sarebbe stato armato, che avrebbe avuto in una mano un
telefono e, nell’altra, una pietra, che sarebbe stato attinto mentre stava per
scappare e che, una volta attinto, sarebbe caduto frontalmente” e non ritrovato
con la faccia in alto come dichiarato dagli agenti. Ma sarà poi decisivo
l’interrogatorio del 16 febbraio dell’agente indagato che si trovava dietro a
Cinturrino al momento dello sparo. A verbale fissa i momenti quando i due si
trovano all’interno del boschetto: “L’ass.te Capo Cinturrino ha notato un uomo
avvicinarsi e lo ha riconosciuto per Mansouri a noi noto anche come Zack (…).
Mentre andavamo verso di lui, io camminavo alla sua destra ma ero un 2/3 metri
più indietro rispetto a lui, e nell’avvicinarsi anch’io mi ero reso conto che si
trattava effettivamente di Zack, in quel frangente ci trovavamo a circa 20
metri. Ho visto Zack che ha fatto il gesto di alzare il braccio destro, sopra la
spalla, come se volesse lanciarci qualcosa. Ho immaginato che Mansouri avesse
riconosciuto Cinturrino (…). Nel momento in cui Mansouri ha fatto il gesto di
lanciare qualcosa, ho percepito da dietro che Cinturrino ha estratto la pistola.
Mansouri si è spostato come se volesse cambiare direzione vedendo la pistola
puntargli da Cinturrino che subito dopo gli ha sparato e lo ha colpito. L’uomo è
caduto di faccia e Cinturrino una volta avvicinatosi ha girato il corpo e si è
reso conto di averlo colpito (…)”.
Il collega del poliziotto fermato continua: “Immediatamente Cinturrino mi ha
dato le chiavi della macchina, la Fiat Panda di servizio con cui è arrivato,
ordinandomi di andare in commissariato a prendere la valigetta degli atti,
quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Io ho eseguito
l’ordine e sono andato al commissariato e ho preso la valigetta, in realtà si
tratta di una borsa nera con lo stemma dell’Italia che appartiene a Cinturrino e
come detto la riconosco perché ha quello stemma. Ho messo la valigetta nel
cofano della macchina e sono tornato in via Impastato dove mi attendeva
Cinturrino che ha subito aperto il cofano della macchina ed ha prelevato
qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, non ricordo quale delle due,
era un oggetto nero (…). Cinturrino è tornato di corsa verso Mansouri (…). Io
sono tornato verso il corpo e solo in quell’occasione ho visto che nei pressi
del corpo, vicino alla mano destra c’era una pistola”.
Inoltre, si legge nel fermo, l’agente “ha anche precisato che, prima dello
sparo, nessuno dei due poliziotti ha intimato l’Alt a Mansouri né hanno detto o
gridato parole che potessero segnalare al cittadino marocchino l’identità delle
persone che aveva di fronte”. Gli accertamenti sull’arma poi chiudono il cerchio
di questa vicenda: “Tale analisi ha consentito di accertare l’assenza, sulla
pistola, di tracce genetiche riferibili alla vittima; sono, invece, state
rinvenute tracce biologiche di Carmelo Cinturrino sia sulla guanciola destra,
sia sul grilletto/ponticello sia sul cane sia sul dorso dell’impugnatura
dell’arma. Tali risultati consentono di affermare che Mansouri non ha mai
impugnato la pistola e che, al contrario, Cinturrino, lungi dall’aver spostato
con un semplice gesto la pistola, l’ha maneggiata in modo tale da lasciare
tracce biologiche in più punti dell’arma”. Da qui l’esecuzione del fermo
motivata dal pericolo di fuga del poliziotto.
L'articolo “Cinturrino ha sparato mentre Mansouri cercava di fuggire”: le accuse
dei pm al poliziotto fermato per l’omicidio a Rogoredo proviene da Il Fatto
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