Un ragazzino di 13 anni ha salvato sua mamma e i suoi fratelli nuotando per
quattro chilometri. La vicenda risale allo scorso venerdì 30 gennaio e si è
verificata a largo di Quindalup, nell’Australia occidentale. Il ragazzino era
impegnato con le tavole da surf e il kayak insieme alla mamma 47enne e i due
fratelli più piccoli, quando le forti raffiche di vento li ha spinti lontano
dalla riva. L
a donna, il figlio di 12 anni e la bimba di 8 sono stati trascinati al largo,
mentre il 13enne si è avvicinato alla riva a bordo del suo kayak per chiedere
aiuto. La canoa ha imbarcato acqua e il ragazzino è stato costretto a tuffarsi
in mare e nuotare per quattro chilometri. Il giovane ha raggiunto finalmente la
riva nel tardo pomeriggio e ha lanciato l’allarme. È scattata subito una ricerca
multi-agenzia con la partecipazione di Wa Water Police, i volontari del soccorso
marino e un elicottero d’emergenza.
Dopo circa due ore dall’inizio delle perlustrazioni, la madre e i due fratelli
sono stati individuati a circa 14 chilometri dalla costa, aggrappati a una
tavola da sup. La Water Police ha lanciato i giubbotti di salvataggio, grazie ai
quali i naufraghi sono stati recuperati. I paramedici della St John Wa hanno
valutato le loro condizioni, prima di trasportarli al vicino Busselton Health
Campus. Nessuno dei tre ha riportato gravi ferite.
Il Naturaliste Volunteer Marine Rescue Group, che si è occupato del recupero dei
tre dispersi in mare, ha commentato così la forza del 13enne che ha lanciato
l’allarme: “La bravura, la forza e il coraggio dimostrati da questa famiglia
sono stati straordinari, soprattutto dal giovane che ha nuotato 4 chilometri per
dare l’allarme”.
L’ispettore di polizia James Bradley ha lodato il ragazzino: “La sua
determinazione ha salvato la vita della madre e dei fratelli. Non si può lodare
abbastanza il suo gesto“.
L'articolo Un 13enne nuota per quattro chilometri in mare aperto e riesce a
salvare la mamma e i fratellini. La storia che ha commosso i poliziotti e gli
australiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Polizia
Un detenuto di 23 anni è evaso domenica pomeriggio dalla carcere di Lodi. Il
giovane, italiano, residente con la famiglia a Sant’Angelo Lodigiano, stava
scontando pene definitive per reati contro il patrimonio decise dal Tribunale
per i Minorenni di Milano.
Lo stesso tribunale, lo scorso 12 dicembre, gli aveva revocato tutti i benefici
legati all’espiazione della condanna dopo la violazione di alcune prescrizioni,
stabilendo il trasferimento in cella a Lodi. Prima dell’arresto, il 23enne era
riuscito a sottrarsi per cinque giorni all’esecuzione del provvedimento: era
stato poi individuato all’interno di un supermercato con circa 20mila euro in
contanti. In quell’occasione aveva opposto resistenza ai militari, ma era stato
comunque bloccato.
Domenica, attorno alle 15, l’uomo si è allontanato dal penitenziario della
Cagnola scavalcando il muro di cinta. L’assenza è stata accertata poco dopo
all’interno dell’istituto e l’allarme è scattato intorno alle 17. Subito sono
partite le ricerche coordinate dalla Polizia penitenziaria, con il supporto
della Polizia di Stato e dei Carabinieri. Secondo quanto trapela, si sarebbe
trattato di un piano preparato con attenzione e portato a termine senza intoppi.
A distanza di 48 ore non ci sono sviluppi. L’imponente dispiegamento di uomini e
mezzi ha interessato gran parte del Lodigiano, con controlli estesi lungo l’asse
della strada provinciale 235 e nelle aree limitrofe a Sant’Angelo Lodigiano,
dove il ragazzo aveva abitato fino a circa un mese e mezzo fa. Il continuo
passaggio di pattuglie e veicoli di servizio ha attirato l’attenzione dei
residenti, generando timori e numerose segnalazioni. Le operazioni hanno
riguardato anche cascine isolate, case sparse e zone rurali, ritenute possibili
rifugi temporanei.
Dalle informazioni raccolte emergono diversi precedenti: lesioni personali per
episodi avvenuti in occasione di manifestazioni sportive, rapina e furto. Gli
investigatori non escludono che il fuggitivo possa aver fatto affidamento su una
rete di parenti o conoscenti presenti sul territorio, in grado di fornire
appoggio nelle prime ore successive alla fuga. Per questo motivo posti di blocco
e pattugliamenti rafforzati restano attivi, con l’obiettivo di restringere il
cerchio e rintracciare il 23enne nel più breve tempo possibile.
Foto d’archivio
L'articolo Ricerche in corso per l’evaso dal carcere di Lodi: forse ci sono
complici per la fuga del 23enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Mi sento bene, un pò amareggiato ma tutto sommato mi sento bene”. Così, in
video diffuso dalla Polizia, Alessandro Calista, l’agente del reparto mobile di
Padova circondato, picchiato a calci, pugni e martellate durante gli scontri a
Torino. La manifestazione contro la chiusura del centro sociale Askatasuna,
racconta Calista, “si è rivelata essere molto violenta. C’è stata un’escalation
di violenza da parte dei manifestanti nei confronti degli operatori di polizia.
Doveva essere una manifestazione pacifica, invece è diventata tutt’altro”.
Calista, che viene ripreso in un video mentre è accerchiato e colpito da un
gruppo di manifestanti, anche mentre è a terra, non nasconde di aver avuto paura
in quei momenti: “Penso che chiunque avrebbe avuto paura, ma con tutti gli
addestramenti che facciamo sono riuscito a gestirla al meglio”. L’agente
ringrazia “la squadra che è sempre stata vicina a me, nonostante il video
dicesse il contrario. Smentisco tutto e dico che la squadra era vicina, solo che
gli attacchi dei manifestanti arrivavano da tutte le parti e quindi cercavano di
contenere un pò il tutto. Poi mi sono ritrovato nella ressa, mi hanno spinto giù
e da là è successo quello che è successo”. Un ringraziamento particolare lo
rivolge al collega Lorenzo Virgulti, “mio fratello e angelo custode, che mi ha
tirato via da tutto il casino e mi ha salvato la vita. Gli devo la vita
L'articolo Scontri a Torino, la polizia diffonde un’intervista video all’agente
aggredito: “Amareggiato, ma sto bene” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Fortuna vuole che quella scena l‘abbia vista con i miei occhi, ero a cinque
metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle”. La
cronista Rita Rapisardi, giornalista freelance che sabato a Torino ha seguito
per il Manifesto il corteo pro Askatasuna e poi gli scontri tra alcuni
manifestanti e la polizia, racconta in un post su Facebook ciò che ha visto nei
secondi precedenti al video diventato virale: quello in cui si vedono attivisti
incappucciati pestare l’agente Alessandro Calista, mentre è a terra, anche con
un martello. Il poliziotto 29enne è stato ricoverato in ospedale senza ferite
gravi: oggi ha ricevuto la visita della premier Giorgia Meloni, mentre le forze
di governo proprio sulla scorta di quel video invocano il pugno duro dei giudici
e una nuova stretta normativa.
La giornalista Rapisardi ha assistito a tutta la scena. Per questo decide di
ricostruire tutto il contesto in cui è avvenuta: “A quel punto della serata gli
scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati
da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte,
per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus
Einaudi”. Era però ancora una situazione di tensione, “perché le forze di
polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi
contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate”. La
cronista decide di tornare in corso Regina Margherita: “Mi affaccio e arrivano
lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene
colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo,
capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le
auto”.
A quel punto ecco la scena cruciale: “Vedo arrivare da sinistra una squadra di
venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini,
ormai deboli di numero”, si legge nel post. Che prosegue: “Uno di questi, esce
dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un
paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare,
uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il
poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi
immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi
di martelletto (non martello)”, ricostruisce Rapisardi. Sono pochi attimi: “Mi
giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto.
Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I
militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo
trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era
rimasto più nessuno”. Questa è la testimonianza fornita da chi era sul posto e
ha visto la scena per intero.
L'articolo “Quella scena l’ho vista con i miei occhi”: la cronista racconta cosa
è successo prima del pestaggio del poliziotto a Torino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Circolano in rete le immagini di un altro violento scontro avvenuto a Torino, al
termine del corteo per l’ex centro sociale Askatasuna. La clip, condivisa anche
dalla pagina Rete No Bavaglio, riprende alcuni agenti, almeno tre, ma
probabilmente di più, picchiare un uomo a terra. I poliziotti usano i manganelli
e uno gli sferra anche dei calci, fino a quando un collega non arriva gridando
basta e portando via l’uomo insieme ad altri due. L’uomo, con una macchina
fotografica in mano e quello che sembrerebbe essere un caschetto in testa,
probabilmente simile a quelli utilizzati dalla stampa, prova a identificarsi
come un fotografo, ma la polizia continua a trascinarlo via, strattonandolo e
dandogli anche delle botte e degli schiaffi in testa.
L'articolo Uomo preso a manganellate da più agenti durante gli scontri a Torino:
“Sono un fotografo”. Ma i poliziotti continuano a colpirlo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ho provato a proteggermi la testa, poi ho sentito un dolore terribile alla
coscia“. In quel momento, una martellata lo aveva colpito sulla gamba sinistra,
mentre era a terra circondato dal gruppo più violento degli attivisti autonomi e
anarchici che sabato sera hanno scatenato una guerriglia urbana a Torino, dopo
il corteo per Askatasuna. Si chiama Alessandro Calista il poliziotto pestato dai
manifestanti mentre era terra: il video dell’aggressione subita è diventato il
simbolo delle violenze che hanno devastato il capoluogo piemontese. Agente in
servizio al Reparto mobile di Padova, è nato a Pescara e ha 29 anni, sposato con
un figlio: ora si trova ricoverato all’ospedale Le Molinette, dove ha ricevuto
oggi la visita di Giorgia Meloni. Non ha riportato feriti gravi, ma ha diversi
traumi ed è sotto choc. “Ha bisogno di riposare”, sottolineano i sanitari che lo
hanno in cura.
Dalla sua barella, Calista ha raccontato gli attimi dell’aggressione: “Mi sono
ritrovato da solo tra gli incappucciati, non so quanti fossero, ma erano tanti,
sono finito per terra, ho perso il casco mentre mi prendevano a calci”, le sue
parole riportate da Repubblica e Corriere della Sera. Non si era neanche accorto
di essere stato colpito con un martello: senza il casco, se quei colpi lo
avessero raggiunto alla testa avrebbero potuto essere fatali. Poi è intervenuto
un suo collega, tornato indietro una volta accortosi della situazione, che lo ha
protetto con lo scudo. “Sto bene e vi ringrazio per la vicinanza, ho fatto solo
il mio dovere”, conclude l’agente 29enne.
L'articolo “Da solo tra gli incappucciati. Mi sono protetto la testa, poi il
dolore terribile alla coscia”: il racconto del poliziotto ferito negli scontri a
Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una condanna, un’assoluzione e un rinvio a giudizio. Il caso di Hasib Omerovic,
il 39enne precipitato dalla finestra il 25 luglio 2022 durante un’attività degli
agenti del commissariato Primavalle nell’abitazione di via Gerolamo Aleandro a
Roma, è arrivato a uno snodo importante. Il giudice per l’udienza preliminare di
Roma ha deciso di mandare a processo il poliziotto Andrea Pellegrini, accusato
di tortura e falso, ha condannato in abbreviato a un anno e 4 mesi l’agente
Alessandro Sicuranza, accusato di falso, e assolto un’altra agente Maria Rosa
Natale, anche lei accusata di falso.
Il processo contro Pellegrini – che venne anche messo ai domiciliari nel corso
dell’inchiesta – inizierà il prossimo 2 novembre e il ministero dell’Interno
sarà responsabile civile. Nel procedimento sono parti civili la famiglia di
Omerovic, che a causa dei fatti ha trascorso otto mesi di ricovero in ospedale,
e l’Associazione 21 luglio. Secondo il pm Stefano Luciani, durante l’attività di
identificazione in casa di Omerovic “con il compimento di plurime e gravi
condotte di violenza e minaccia, cagionava al 36enne un verificabile trauma
psichico, in virtù del quale lo stesso precipitava nel vuoto dopo aver
scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di
darsi alla fuga per sottrarsi alle condotte violente e minacciose in atto nei
suoi confronti”.
Pellegrini è accusato anche di falso. In particolare, i poliziotti avrebbero
falsamente attestato che l’intervento in via Girolamo Aleandro fosse “dipeso
dall’essersi incrociati per strada lungo il tragitto e non, come realmente
accaduto, da accordi telefonici previamente intercorsi”. Gli agenti avrebbero,
inoltre, omesso “di indicare tutte le condotte poste in essere da Pellegrini
all’interno dell’appartamento”.
Un altro poliziotto, Fabrizio Ferrari, che ha collaborato alle indagini e la cui
posizione era stata stralciata, dopo l’ok della procura di Roma che ha
riconosciuto le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante, ha patteggiato
11 mesi e sedici giorni. “La decisione del giudice per l’udienza preliminare è
importante perché si è verificata l’esistenza di una serie di elementi a carico
di Pellegrini che confermano un’istruttoria approfondita e senza lacune” afferma
l’avvocato Arturo Salerni, legale di parte civile per l’Associazione 21 luglio.
L'articolo Caso Omerovic: un agente condannato, uno rinviato a giudizio per
tortura proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non è che si può pensare continuamente di fare come quando hanno mandato gli
alpini in Russia con le scarpe da deserto”: dopo la vicenda tragica del
vigilante Pietro Zantonini, morto l’8 gennaio nel cantiere dello Stadio del
Ghiaccio di Cortina d’Ampezzo, sulla quale sta indagando ancora la Procura di
Belluno per capire se c’è un nesso causale tra il freddo e il decesso, c’è un
nuovo allarme legato ad “approssimazione logistica e rischi per la salute” per
chi dovrà lavorare in occasione dei Giochi olimpici. A lanciarlo è il Siulp, il
principale sindacato delle forze dell’ordine al quale aderiscono circa un quarto
dei poliziotti.
LA LETTERA DEL SINDACATO AL MINISTRO PIANTEDOSI
Il Sindacato italiano unitario lavoratori Polizia lo fa con una lettera
protocollata al ministero dell’Interno il 26 gennaio, il giorno prima che dalle
stanze del Viminale il ministro Matteo Piantedosi ha fatto “il punto sullo stato
di avanzamento della pianificazione delle attività di sicurezza” per le
Olimpiadi. L’esponente del governo ha evidenziato “l’impegno complessivo di
circa 6mila unità del sistema di sicurezza nazionale”, sottolineando che “il
dispositivo prevede l’impiego di sistemi di sorveglianza avanzati, tra cui droni
e dispositivi di vigilanza aerea, a supporto delle attività di prevenzione e
controllo del territorio”.
“IMPIANTO ORGANIZZATIVO IMPROVVISATO”
Ci saranno pure i droni a garantire la sicurezza delle varie delegazioni
olimpiche, ma una settimana prima della nota di Piantedosi, durante un tavolo di
confronto avvenuto il 20 gennaio il Siulp aveva espresso “articolate perplessità
per un impianto organizzativo che evidenziava preoccupanti momenti di
improvvisazione”. Il riferimento è all’abbigliamento che verrà fornito ai
poliziotti per stare a Cortina. Stando alle segnalazioni giunte al sindacato dai
territori interessati dall’arrivo dei primi agenti, infatti, “si è appreso che
le dotazioni previste per affrontare le rigide temperature attese sull’arco
alpino consisterebbero in qualche capo di biancheria intima senza ricambio,
quasi che il diritto all’igiene personale sia considerato un lusso, un paio di
guanti ed un copricapo”.
IL SIULP: “OFFENSIVO PER LA DIGNITÀ DEGLI AGENTI”
“Nulla a che vedere con la tanto decantata divisa invernale sperimentale per i
servizi di ordine pubblico”, scrive nella lettera il segretario nazionale del
Siulp Amedeo Landino secondo cui, “se questa prima impressione trovasse
conferma, saremmo di fronte all’ennesima grave disattenzione per le condizioni
di lavoro del personale in un contesto che comporta esposizioni di lunga durata
a rigidità climatiche non comuni. Che si vorrebbe venissero affrontate con i
medesimi indumenti utilizzati in ambienti urbani ordinari”. Tutto ciò – aggiunge
il segretario del Siulp – “è semplicemente offensivo per la dignità degli
operatori e rende evidente l’incapacità dell’amministrazione non solo di
assicurare un minimo di decoro e di benessere al personale, ma anche, qualora il
problema fosse nella scarsa disponibilità delle voci di bilancio, di riuscire a
recuperare minime risorse dai 2,4 miliardi di euro impegnati per l’evento
olimpico”.
“PER LA DIVISA DEI TEDOFORI SPESI PIÙ SOLDI”
A rincarare la dose ci pensa Silvano Filippi, componente della segreteria
nazionale dello stesso sindacato: “Per percorrere la distanza impegnativa di 200
metri, ai tedofori hanno dato un completo che, a star stretti, costerà 150 euro
– dice – Se consideriamo quante centinaia di tedofori ci sono stati in tutta
Italia, per quei 200 metri hanno speso un patrimonio. Arrivano i poliziotti e
come sempre nemmeno le briciole che cadono dalla tavola? Non è ammissibile che
gli agenti lavorino in queste condizioni. È evidente che, in determinati
contesti, devi avere un vestiario, un abbigliamento che sia consono”.
“AVEVAMO AVVISATO: NON È COME FARE SERVIZIO A LECCE”
Il tempo per arrivare preparati c’era. E il Siulp aveva più volte segnalato al
ministero quali sarebbero state le necessità per i poliziotti che dovrebbero
lavorare in zona di montagna: “Da anni, dai Mondiali del 2021 che fecero a
Cortina, abbiamo detto ‘preparatevi perché nella zona dell’Alta Valtellina,
Sondrio, Predazzo, Cortina, la Conca Ampezzana, ci sono delle rigidità
climatiche per cui non potete mandare la gente col vestiario con cui fanno
servizio a Lecce’. Sono seimila operatori complessivamente aggregati, non tutti
vanno lassù. Ne andranno 1.000-1.5000. Vuoi spenderli 200-250 euro per dargli un
capo che in qualche modo li faccia star bene?”.
LA STIMA: “COSTO 35 EURO, ROBA DA ESERCITO DI FRANCESCHIELLO”
“Pensavamo – aggiunge Filippi – che gli avessero dato un completo, un pantalone
d’alta montagna piuttosto che la giacca conformata. Alla fine, ai colleghi
andati a fare la vestizione lunedì mattina prima di partire per l’aggregazione,
gli danno due paia di calze, una calzamaglia, insomma roba che se vai in un
centro commerciale qualunque con 35-40 euro ti fai tutto il corredo. C’era pure
un paio di anfibi che non sono specifici per quelle temperature. Non mi possono
dire che non ci sono i fondi. Perché 2,4 miliardi per organizzare le Olimpiadi
ci sono stati, i 130 milioni per la pista da bob li hai spesi. E non trovi 3-4
milioni di euro per chi va su in montagna a fare i servizi? Anche perché, visto
che è una vetrina internazionale in cui ti guardano in tutto il mondo, paghi
delle robe che siano accattivanti. E invece no, arrivano dal Qatar con i
fuoristrada che praticamente sembrano venuti fuori dal film ‘Il racconto
dell’ancella’ e noi andiamo là in condizioni come sempre, da esercito di
Franceschiello”.
LA LETTERA AL CAPO DELLA POLIZIA PISANI
Filippi è sconfortato: “Mi hai dato il completino con il quale io posso andare a
fare ‘Paperinic’, cioè la calzamaglia e la cuffietta. Ma dovete vedere che roba:
il berretto che gli hanno dato è un berretto di pile che lo compri con 2 euro. È
inaccettabile”. Del “grave disinteresse per il benessere del personale” è stato
informato mercoledì anche il capo della polizia Vittorio Pisani a cui il
sindacato, con una lettera firmata dal segretario generale Felice Romano, ha
chiesto “quali siano state le valutazioni di chi ha ritenuto che le temperature
estreme delle località dell’arco alpino potessero essere affrontate con due paia
di calze, un fuseaux a tre quarti di gamba (forse più consono ad allenamenti di
danza classica che a riparare dal freddo penetrante), un sotto giubbotto, uno
scaldacollo ed un berrettino in tessuto sintetico. E per non farci mancare
spunti critici, una volta esaurita la scorta di quelle più performanti, pare
siano state distribuite addirittura calze in filo di scozia. Come a dire,
l’eleganza prima di tutto, per il resto, benessere compreso, ognuno si arrangi
come può”.
AI CARABINIERI PANTALONI TERMICI E OCCHIALI DA SOLE
Il tutto mentre ai “colleghi dell’Arma”, invece, è stata fornita “una vestizione
idonea, con ben altro corredo”: “scarponcini da montagna” e “pantaloni
impermeabilizzati e con protezione termica rinforzata”. Ai carabinieri saranno
dati “persino occhiali da sole, di nota marca brandizzati con il logo della
‘fiamma’ simbolo della Benemerita, che qualcuno potrebbe considerare un non
essenziale omaggio alla vanità, ma che sono un importante investimento per la
promozione dell’istituzione, e che evidenziano la notoria capacità del Comando
generale di capitalizzare la visibilità offerta da eventi di impattante portata
mediatica”. Delle due, una per il Siulp: “O chi è stato investito del compito di
acquisire capi idonei non è stato in grado di farlo per quella che sarebbe una
imperdonabile incompetenza. O, il che è tutt’altro che improbabile, e sarebbe
ancor più grave, non è stato messo nella disponibilità economica per poter
approvvigionare capi di vestiario che già vengono forniti al personale che
presta ordinariamente servizio presso le località montane”.
L’ULTIMATUM: “LA SITUAZIONE È INACCETTABILE”
“Non siamo più disposti a sorreggere la foglia di fico”, conclude il sindacato
nella lettera al prefetto Pisani a cui è rivolto l’appello finale che ha il
sapore dell’ultimatum: “Si può fare molto, ma davvero molto di più. Le chiediamo
allora signor capo della polizia che si cominci a farlo ora. A partire da questa
paradossale e inaccettabile situazione. Glielo chiediamo perché la storia ci ha
insegnato che chi non è parte della soluzione, è parte del problema”.
L'articolo “Ai poliziotti in servizio a Cortina per le Olimpiadi completi
inadeguati, fuseaux e berretto in pile”: la denuncia del Siulp proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro,
dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel
cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a
quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di
cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani.
Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia
di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del
presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal
Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già
sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti
umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso
Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far
passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare
le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence.
Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in
sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile,
indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“,
come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei
diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale
ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata
collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare
nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale
nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di
normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al
Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato
con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo
strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e
responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni.
Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di
passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia.
Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del
Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“.
Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su
Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce
nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro
dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi
complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un
paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che
stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che
ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva
ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini.
Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così
è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a
rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at
the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro
internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del
Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in
collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario
della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la
professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni
europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha
rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di
Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini
portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti
dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa
e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole
che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica
su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a
parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede
imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i
colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati
del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono
contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di
concorso in omicidio aggravato).
“Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di
fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una
volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo
segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre
presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il
suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”.
Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie,
a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human
Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi
parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del
progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti
umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il
programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i
contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati
all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla
soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è
prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di
monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi
pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se
vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi
che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che
magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle
loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi
controlli siano stati portati avanti”.
A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di
sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni,
ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha
già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs
che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong
Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni
sono una vergogna per il nostro Paese”.
L'articolo A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con
la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I genitori di un adolescente hanno denunciato un suo docente per averlo spinto
contro il muro e minacciato di morte. L’aggressione sarebbe avvenuta in un
istituto secondario di primo grado in provincia di Brindisi. Il ragazzo
frequenta la terza media e, stando alla sua versione, nell’orario scolastico è
stato sgridato e percosso dall’insegnante, oltre a essere stato vittima di
violenza verbale con gravi frasi come “Io ti uccido, io ti uccido”.
La famiglia è stata assistita dall’avvocato Antonello Anglani che ha suggerito
agli inquirenti i reati di minaccia, violenza privata e abuso dei mezzi di
correzione e disciplina. Ipotesi di reato che saranno verificate dagli
inquirenti che avvieranno gli accertamenti per ricostruire l’accaduto. L’atto di
querela è stato formalizzato alla polizia e non ci sono provvedimenti in vista
di esecuzione.
Il preside della scuola è stato informato del caso e ha avviato delle indagini
interne per fare luce della vicenda. Nella denuncia padre e madre del 14enne
hanno annunciato che la loro iniziativa non è legata a eventuali fini di lucro.
Se il procedimento dovesse concludersi in sede penale o civile con l’ottenimento
di un risarcimento, hanno spiegato, devolverebbero la somma ad un Onlus che si
occupa del supporto a ragazzi e studenti orfani.
Foto d’archivio.
L'articolo Brindisi, genitori denunciano il prof: “Nostro figlio minacciato di
morte” proviene da Il Fatto Quotidiano.