Presi dalla foga e dalla passione del sesso, non si sono accorti che avevano
schiacciato il tasto di emergenza posizionato sulla parete del bagno turco. Così
l’addetto alla sicurezza del centro comunale di Lugano si è recato
immediatamente al bagno turco e ha scoperto il “fattaccio”.
Come riporta il sito Tio – Le notizie dal Ticino che specifica che i fatti
risalirebbero a gennaio, un gruppo di cinque persone sarebbe stato sorpreso a
compiere atti osceni nel bagno turco comunale. I protagonisti di questa storia
sono stati definiti “insospettabili” da un testimone. E se davvero volevano
mantenere l’anonimato, non è stato possibile perché sono stati condotti fuori
dal bagno turco e identificati dalla polizia.
Con un comunicato gli agenti hanno specificato “che sul posto non erano presenti
minorenni e che, allo stato attuale, non risulta alcuna denuncia di parte.
Dunque, non vi sono i presupposti per procedere sotto il profilo penale”.
“Sono atti gravi, che non si compiono in luogo pubblico, accessibile anche ad
altre persone. – ha dichiarato Roberto Badaracco, vicesindaco di Lugano –
Abbiamo fatto gli accertamenti e poi, sulla base delle risultanze, è stato
valutato il da farsi. È stata adottata l’opzione per noi più diretta: la
diffida. In questo modo vietiamo l’accesso alle strutture balneari comunali alle
persone identificate a tempo indeterminato. Abbiamo eliminato il pericolo alla
base”.
L'articolo Scoperta un’orgia nel bagno turco comunale: “traditi” dal tasto
d’emergenza premuto per sbaglio nella foga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Polizia
Fuochi d’artificio sulla pista ciclabile e volanti a sirene spiegate che
sgommano fuori dal commissariato. È la scena alla quale hanno assistito gli
abitanti di via Guido Reni, quartiere Flaminio, a Roma. Un’emergenza in piena
notte? Macché, solo – si fa per dire – il modo con il quale i poliziotti hanno
deciso di festeggiare il pensionamento di un loro collega.
Decisamente eccessivo, secondo il questore di Roma Roberto Massucci che è
intervenuto nel giro di qualche ora usando il pugno duro disciplinare nei
confronti dei responsabili dello “spettacolino” all’inizio del turno della
Volanti che magari non avrà allarmato i residenti ma, quantomeno, li ha
disturbati vista la tarda ora. L’eccessivo omaggio, infatti, è andato in scena
giovedì intorno a mezzanotte ed è stato immortalato da diversi video che hanno
subito iniziato a circolare su chat e social.
Così venerdì mattina si è mosso il questore: Massucci, ha fatto sapere la
Questura, “ha disposto dalle primissime ore della mattina la rimozione con
effetto immediato del funzionario preposto al coordinamento del nucleo
coinvolto”. Inoltre la Questura ha fatto sapere che ”saranno adottate severe
sanzioni disciplinari nei confronti del gesto all’esito degli approfondimenti
che sono già in corso”.
L'articolo Fuochi d’artificio e sirene in piena notte per il poliziotto che va
in pensione: il questore di Roma rimuove un funzionario proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Trova le differenze – la mia vignetta per Il Fatto Quotidiano oggi in edicola
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Un uomo ha ricevuto una multa da 200 euro dopo aver chiesto aiuto alla polizia
per rintracciare il suo cane fuggito. A raccontare la storia a Il Secolo XIX è
stato lo stesso Giuseppe Eliseo, multato dalle autorità per l’omessa custodia
dell’animale. Lo scorso venerdì 20 febbraio, una signora ha contattato l’uomo
dicendogli che il suo cane era uscito dal recinto, situato nella zona della
Pieve. Così, Eliseo si è messo alla ricerca del suo Iron – il nome dell’animale
– senza successo. L’intervistato ha spiegato: “Mi ha chiamato una donna dicendo
che il mio cane era uscito all’esterno del recinto. Immediatamente sono tornato
indietro e mi sono messo alla ricerca di Iron”. Dopo circa un’ora dall’inizio
delle ricerche, Eliseo ha incontrato due agenti della polizia locale in
motocicletta: i poliziotti si sono uniti alla perlustrazione e hanno aiutato
l’uomo a riabbracciare il suo cane, ritrovato nei pressi del Megacine. Sul posto
sono intervenuti anche i vigili del fuoco.
La gioia per essersi ricongiunto al suo Iron è durata poco. Eliseo ha spiegato:
“Sono stato io a mobilitare la polizia locale, la stessa che poi mi ha multata.
Ma a chi avrei dovuto chiamare? All’inizio pensavo fosse uno scherzo. Qui pare
invece che abbia abbandonato il mio cane, quando una svista al contrario può
capitare a tutti. Ci siamo subito adoperati per ritrovarlo, il cane peraltro non
ha mai costituito alcun pericolo quando era fuori. Una cosa assurda: ma
l’umanità dove è finita?“. L’intervista si è conclusa con un’accusa nei
confronti delle autorità. Il cittadino de La Spezia ha detto: “Sono contrariato
per la mancanza di tatto degli agenti di polizia locale, perché pare quasi che
io abbia abbandonato il mio cane, quando invece per me è come un figlio“.
L'articolo “Ho mobilitato la polizia per ritrovare il mio cane e ho ricevuto una
multa di 200 euro. Pensavo fosse uno scherzo, per me è come un figlio”: la
storia di Giuseppe Eliseo e di Iron proviene da Il Fatto Quotidiano.
Carmelo Cinturrino resta in cella. Per l’assistente capo di polizia accusato
dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri – ucciso con un colpo di pistola
il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo – il gip di Milano Domenico
Santoro ha infatti disposto la custodia cautelare in carcere per i gravi indizi
di colpevolezza e ritenendo che l’agente possa uccidere ancora e inquinare le
prove. Il giudice non ha invece convalidato il fermo per mancanza del pericolo
di fuga. Per il giudice per le indagini preliminari l’agente può “commettere
ulteriori gravi reati” come quello “per cui si procede, ovvero con l’uso di armi
o di altri mezzi di violenza personale, se non di criminalità organizzata“,
evidenziando il “concreto” il rischio di “azioni lesive” nei confronti dei
colleghi e degli altri frequentatori del boschetto di Rogoredo. Li può
contattare e minacciare, in quanto “autori di dichiarazioni a suo carico, non a
caso ritenute infamanti”.
Nonostante Cinturrino abbia manifestato a voce l’intenzione di voler
“collaborare” con gli inquirenti, durante l’interrogatorio di martedì non c’è
stato, da parte sua, nessuno “spirito collaborativo”, sottolinea il gip
nell’ordinanza. Il poliziotto ha ammesso solo “aspetti che risultavano” già
acclarati nelle indagini, come di aver “alterato la scena del delitto” mettendo
la pistola finta, mentre per il resto ha reso dichiarazioni non credibili su
tante altre circostanze. A partire da quel colpo esploso, a suo dire, con
intento solo “intimidatorio“, perché spaventato. È “ben difficile reputare“,
sottolinea il giudice riferendosi alla versione del poliziotto, che quel colpo
sia stato esploso “a titolo (meramente) intimidatorio, un colpo di pistola che,
da distanza rilevante, attinga la vittima esattamente alla testa“.
Cinturrino ha anche negato di “aver toccato il corpo” di Mansouri dopo avergli
sparato e gettato ombre sul fatto che i suoi colleghi fossero “consapevoli del
posizionamento della pistola” finta accanto al 28enne. Ha continuato a sostenere
che il giovane marocchino “è caduto faccia in avanti” dopo essere stato colpito
alla testa “e poi si è girato ma io non l’ho toccato”. “La foto è stata fatta
quando sono arrivati i soccorsi, io avevo già messo la pistola – ha ribadito
l’agente originario di Messina – Non ho mai toccato il corpo del Mansouri”. Per
il gip ci sarebbe ben “poco da dire” sull’affermazione che un uomo con quel tipo
di “ferita” alla testa possa girarsi “autonomamente in posizione supina”. Una
versione che sarebbe comunque smentita da due diversi testimoni oculari (un
afgano che ha assistito alla scena e il collega di Cinturrino indagato per
favoreggiamento e omissione di soccorso), dalla presenza di “due gore di sangue”
sul terreno del bosco di Rogoredo che non si sono “formate in un unico momento”
ma in diversi “intervalli temporali”, dalle “lesioni” in testa e dalla
“posizione delle gambe” e dal “fango trovato sul viso” della vittima. Elementi
che dimostrerebbero che il corpo è stato “spostato” per simulare uno “sparo” in
linea “frontale”, come legittima difesa, e non esploso mentre Mansouri era in
“fuga” e “girato” di lato anche se “lievemente”.
L’assistente capo del Commissariato Mecenate avrebbe mentito anche sulle accuse
di taglieggiare spacciatori e tossicodipendenti (esterne al capo d’imputazione
per omicidio e su cui sono in corso indagini) che sono state messe a verbale da
alcuni frequentatori di Rogoredo e dai quattro colleghi indagati per
favoreggiamento. “Smentisco ogni infamità che hanno tirato fuori”, da detto
Cinturrino commentando le dichiarazioni degli altri poliziotti e ricordando di
aver “fatto arresti con tutti” i colleghi che “volevano venire in macchina con
me per cercare di imparare qualcosa”. Il gip però sottolinea che quelle
dichiarazioni degli altri poliziotti “sui metodi adoperati nello svolgimento
dell’attività d’ufficio trovano conferma in quelle rese dai frequentatori del
bosco di Rogoredo”, che quei “metodi intimidatori” hanno descritto “in maniera
anche dettagliata“. Gli agenti che si trovavano con lui nel boschetto di
Rogoredo, sentiti dal pm come testimoni nell’immediatezza dei fatti, avevano
fornito un racconto che confermava quello del assistente capo. Riconvocati, ma
come indagati, lo scorso 19 febbraio, hanno corretto il tiro fornendo
particolari a riscontro delle indagini.
“Solo il corso delle indagini consentirà di evidenziare se possano essere
ravvisabili circostanze aggravanti” nei confronti del assistente capo di Polizia
a cui “provvisoriamente” è stato contestato l’omicidio volontario, scrive il gip
Domenico Santoro nel provvedimento. Il giudice osserva che “non appare da
trascurare, quale tema che costituirà oggetto dei dovuti approfondimenti”
investigativi, quello dei rapporti tra l’agente e la vittima. Inoltre, non può
“rimanere sullo sfondo il contenuto” delle testimonianze sui “metodi di
intervento” di Cinturrino nelle operazioni anti spaccio. “Ulteriore profilo,
questo, che ben può spiegare ragioni di contrasto fra l’indagato” e il 28enne
morto. Il giudice Santoro, riguardo agli accertamenti investigativi che
potrebbero peggiorare la situazione di Cinturrino e anche individuare il movente
che lo ha spinto a sparare e a uccidere il giovane, valorizza le dichiarazioni
dei colleghi dell’agente.
Intanto ha preso avvio, in questura a Milano, il processo disciplinare per
Cinturrino. Secondo quanto prevede l’iter ci sarà prima un’istruttoria, poi due
consigli di disciplina e, infine, l’invio delle carte al Dipartimento di
Pubblica Sicurezza per l’ultima parola sulla destituzione, che spetta al Capo
della Polizia. Un procedimento che, tra tempi tecnici, di istruttoria e di
consiglio, potrebbe durare un mese o anche meno. Di certo un funzionario della
Questura dovrà istruire le accuse a Cinturrino, mentre un difensore, ruolo
generalmente assunto dai sindacati interni, ne assumerà la difesa. La
deliberazione assunta dopo i due Consigli di disciplina, in genere presieduti
dal vicario del questore, verrà spedita a Vittorio Pisani per la ratifica. Il
Capo della Polizia a quel punto potrà ratificare o rinviare al Consiglio di
disciplina della questura di competenza. Ma viste le sue recenti dichiarazioni,
la decisione sembra abbastanza evidente: ” Di solito si attende almeno il rinvio
a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per
noi va destituito subito”, ha detto Pisani.
L'articolo Rogoredo, Cinturrino resta in carcere. Il gip: “Nessuno spirito
collaborativo”. E lui attacca i colleghi: “Da loro infamità” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Volete scommettere che i fatti drammatici e vergognosi di Rogoredo non avranno
un centesimo dello spazio dedicato dal Polo Raiset a Garlasco o alla casa nel
bosco?
I primi dati dall’osservatorio promosso dai costituzionalisti per il No rivelano
la sproporzione tra le rappresentazioni mediatiche delle posizioni del Sì e del
No. Quei dati rappresentano solo una parte della realtà, perché la campagna per
il Sì si svolge fuori dagli spazi previsti dalle norme, perché non conteggia la
propaganda che, in modo surrettizio, segna tutti i programmi di cronaca sociale
dedicati a Garlasco o alla casa nel bosco, dove il giudice cattivo “nemico del
popolo” è il vero bersaglio da indicare al pubblico disprezzo.
Quanto è accaduto a Rogoredo rappresenta invece una narrazione da negare e da
nascondere. Come lo racconti il poliziotto eroe che invece taglieggiava,
minacciava, disonorava la divisa? Cosa resta delle parole irresponsabili del
ministro che lo aveva già assolto invocando il disprezzo verso ”il barbaro
straniero?” E che dire degli imprenditori della paura che già urlavano,
gridavano, promuovevano la caccia agli untori? Se non ci fossero stati
inquirenti liberi e indipendenti, cosa sarebbe accaduto? Come spiegare che i
medesimi invocavano e invocano lo scudo penale per gli eventuali reati commessi
dalle forze di polizia?
Allora diventa più comprensibile perché il presidente del Senato, quello con il
busto del duce in casa, cerchi di buttare la palla in tribuna e, nelle stesse
ore, faccia un comico video per chiedere alla Rai di risarcire il suo amico
Andrea Pucci e di invitarlo comunque a Sanremo. Dietro tanta arroganza e
insipienza si nasconde il terrore per un No che continua a crescere, nonostante
imbrogli, censure, oscuramenti.
Gli ultimi 15 giorni segneranno il punto più basso della loro campagna
referendaria: bisognerà rispondere colpo su colpo, perché non è in gioco la
sorte di un pugno di “toghe rosse”, ma della Costituzione antifascista,
antirazzista, solidale e inclusiva. Quella che vollero, a larghissima
maggioranza, madri e padri costituenti.
L'articolo Perché quanto accaduto a Rogoredo rappresenta una narrazione da
nascondere in vista del referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si allarga l’inchiesta sui furti nel punto vendita Coin all’interno della
stazione di Roma Termini che coinvolge appartenenti alle forze dell’ordine in
servizio nello scalo ferroviario. Delle 44 persone iscritte al registro degli
indagati, 21 sono carabinieri e poliziotti e sono accusati di furto aggravato.
Al centro del presunto sistema c’è una cassiera, di 40 anni, per la quale la
Procura di Roma ha chiesto l’arresto insieme ad altri tre cassieri. La donna,
assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, sarà interrogata venerdì 27
febbraio prima della decisione del giudice.
A fornire ulteriori dettagli è stata l’edizione romana del Corriere della Sera.
Secondo l’accusa, gli uomini in divisa avrebbero scelto per mesi quali capi
d’abbigliamento, profumi e borse da portare a casa, consapevoli di poter godere
di un trattamento privilegiato: non pagare affatto oppure lasciare solo pochi
euro. A consentire il “saccheggio” sarebbe stata proprio la 40enne, ritenuta
dagli inquirenti il “vero cuore dell’ingranaggio”. Per tutto il 2024, la
cassiera avrebbe atteso che il militare o l’agente di turno le esponesse i
“desiderata”, per poi preparare un pacchetto con la merce richiesta e
consegnarlo fuori dal negozio – oggi chiuso – al richiedente.
Le immagini di videosorveglianza raccolte e messe a disposizione del pm Stefano
Opilio nel 2025 sono tra gli elementi ritenuti più rilevanti dall’accusa:
mostrerebbero gli appartenenti all’Arma mentre prendono i pacchetti “senza
corrispondere denaro”, come si legge in uno dei capi d’imputazione. In tutto
sono 45 gli episodi contestati alle forze dell’ordine. Uno risale al 17 ottobre
2024: la donna prende un maglione a collo alto, un cappotto e una pashmina, li
mostra a un carabiniere, rimuove le tacche antitaccheggio e glieli porge. Il
militare si allontana senza pagare. Il 26 dicembre 2024 un altro carabiniere
porta via sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess. In cambio, il militare
avrebbe lasciato alla cassiera appena 50 euro per l’intero pacchetto.
Secondo l’accusa, altri 45 furti sarebbero stati commessi da ulteriori 19
persone – tra commessi di altri negozi o clienti in buoni rapporti con la
cassiera – che avrebbero goduto degli stessi favori, pagando la merce pochi
euro. Il “sistema” delineato dagli inquirenti attribuisce una duplice
responsabilità alle forze dell’ordine: non solo avrebbero sottratto merce al
punto vendita, ma avrebbero anche consentito che altri lo facessero, nonostante
la loro presenza all’interno della stazione. Non risulta, infatti, che
carabinieri o poliziotti abbiano mai segnalato anomalie o effettuato
accertamenti su quanto accadeva nel negozio quando era presente la cassiera. Nel
telefono della donna sono state trovate diverse chat WhatsApp tra lei e alcuni
militari e agenti. Il contenuto dei messaggi è al momento ignoto, ma secondo gli
inquirenti rivelerebbe rapporti amichevoli.
Come già raccontato dal ilfattoquotidiano.it, i numeri fotografano l’entità
delle perdite. Nel 2024 nel bilancio del punto vendita compare un “buco” di
300mila euro, in gran parte dovuto alla sparizione di capi mai pagati. L’ammanco
relativo ai profumi è pari a 45mila euro. In un normale punto vendita è
fisiologico che sparisca tra il 2 e il 3% della merce. Alla Coin interna alla
stazione Termini la percentuale aveva raggiunto il 10,8%. Un dato che ha spinto
l’azienda a ingaggiare una società privata per installare telecamere dentro e
fuori dal negozio, così da fare luce sulle sparizioni.
L'articolo Furti alla Coin: chiesto l’arresto della cassiera complice di
poliziotti e carabinieri. Il “privilegio” catturato in telecamera proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha disposto l’avvio immediato della
procedura di destituzione nei confronti dell’agente fermato per l’omicidio
avvenuto a Rogoredo. Il caso del poliziotto killer, l’assistente capo Carmelo
Cinturrino, scuote l’istituzione e apre un doppio fronte, penale e disciplinare,
mentre l’inchiesta giudiziaria prosegue per chiarire le eventuali responsabilità
di altri appartenenti al commissariato. “Subito dopo il fermo disposto
dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di
nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per
la sua destituzione dalla Polizia di Stato” ha dichiarato afferma, in
un’intervista al Corriere della Sera. “Chi tradisce la nostra missione – ha
aggiunto – tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di
solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza
chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito. Il processo
penale ha dinamiche che richiedono tempo, mentre l’azione disciplinare ha senso
se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato”.
Parole che arrivano mentre l’indagine sui fatti di Rogoredo è ancora in corso e
mentre si cerca di ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’omicidio e il
ruolo di eventuali altri poliziotti presenti o comunque a conoscenza
dell’omicidio di Abderrahim Mansouri – freddato con un colpo alla tempia mentre
cercava di scappare – e del depistaggio messo in atto per far credere che lo
spacciatore marocchino avesse puntato un’arma contro gli agenti che stavano
eseguendo una perquisizione. Cinturrino è stato descritto come “violento” e
“pazzo” e alcuni colleghi hanno confermato anche il quadro le richieste di
pizzo, droga e pestaggi nei confronti dei pusher, circostanze che sono al centro
degli approfondimenti dell’inchiesta della procura di Milano. L’agente di
origini messinesi – accusato di omicidio volontario – avrebbe anche preso a
“schiaffi” e “martellate” anche uno “spacciatore sulla sedia a rotelle“. Ma
perché nessuno ha parlato prima?
“L’indagine sui fatti di Rogoredo è ancora in corso” e gli aspetti da chiarire
sono tanti. “Innanzitutto – ha proseguito Pisani – la posizione degli altri
poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori
contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di
soccorso. L’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa
con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di
danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere’”. L’attenzione,
dunque, non si limita alla posizione dell’agente arrestato. La verifica interna
riguarderà l’intera struttura di servizio, con accertamenti ispettivi che
verranno condotti in coordinamento con la magistratura, ora che gli atti
dell’inchiesta sono stati messi a disposizione delle parti.
Pisani ha sottolineato proprio questo aspetto, ribadendo il rapporto con i
magistrati: “Perché – afferma ancora il capo della Polizia – il rapporto
sinergico di massima fiducia non è mai venuto meno. E quando, a seguito del
sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle
regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di
approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda, proprio a garanzia della
massima trasparenza e rigore con cui verificare l’operato di un poliziotto”. Un
passaggio che evidenzia la volontà di evitare zone d’ombra e di affrontare la
vicenda con la massima severità interna, oltre che giudiziaria.
L'articolo Agente killer a Rogoredo, il capo della polizia Pisani: “Destituzione
immediata per lui e verifiche sugli altri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo descrivono come “violento” e “pazzo” e alcuni di loro confermato anche il
quadro le richieste di pizzo, droga e pestaggi nei confronti dei pusher,
circostanze che sono al centro degli approfondimenti dell’inchiesta della
procura di Milano. Dagli interrogatori dei colleghi del poliziotto Carmelo
Cinturrino, fermato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, emerge un
quadro molto complesso. L’agente di origini messinesi – accusato di omicidio
volontario – avrebbe anche preso a “schiaffi” e “martellate” anche uno
“spacciatore sulla sedia a rotelle“: lo hanno dichiarato agli inquirenti due
colleghi del Commissariato Mecenate che hanno fatto anche il nome del presunto
pusher che stava in “carrozzina” e “ogni tanto su un materasso” a Rogoredo. “Con
lui era diventato un accanimento – ha messo a verbale un poliziotto – Diverse
volte Cinturrino lo ha indagato, ma spesso si sfogava con lui. Gli alzava le
mani, è capitato anche che ha usato il martello“, ha detto sostenendo però di
non ricordare “l’occasione specifica”. “Gli chiedeva soldi e droga” e “dato che
mentiva se la prendeva con lui, martellate, schiaffi”. “Sì era uno spacciatore
sulla sedia a rotelle”, ha risposto un altro agente alla domanda se nel bosco
della droga di Rogoredo ci fosse mai “stato qualcuno con disabilità”.
“Cinturrino gli urlava contro, lo minacciava di fargli del male”.
“È un pazzo, non sta bene, si è fiondato subito sul corpo di Zack e lo ha
girato. Io correndo ho visto a terra un oggetto che non mi sembrava una
pistola”, aggiunge in uno dei verbali l’agente che si trovava più vicino a
Cinturrino durante lo sparo che ha ucciso il 28enne marocchino nel boschetto
della periferia di Milano. Si tratta di uno dei poliziotti indagati per
favoreggiamento e omissione di soccorso. “Ci portiamo addosso un peso“, ha
raccontato uno di loro interrogato cinque giorni fa. I due poliziotti arrivati
sulla scena in un secondo momento – anche dopo che il collega 28enne sarebbe
andato, su ordine di Cinturrino, a recuperare la borsa in commissariato con
dentro la pistola finta per la messinscena – hanno confermato di aver capito
subito, “insospettiti“, che “la pistola l’aveva messa lui” vicino al corpo di
Mansouri. Cinturrino interrogato dal gip ha ammesso le sue responsabilità per lo
sparo e la finta pistola ma nega di aver chiesto il pizzo agli spacciatori.
Tra i colleghi anche noto come “Paladino o Fenomeno” e pure molto chiacchierato,
era arrivato nel boschetto mentre gli altri erano impegnati in un arresto. “Non
so chi l’ha chiamato“, ha spiegato l’agente. Più volte, però, aveva detto che
“voleva prendere” Mansouri, detto Zack, e sapeva, si legge ancora, “l’orario” in
cui di solito compariva nel bosco di Rogoredo. “Alle 17, 17.30 (come quel
pomeriggio del 26 gennaio, ndr), ogni tanto si coordinava con l’ispettore e si
cercava di prendere Zack”. Dopo aver fatto fuoco avrebbe detto, come riferito da
un agente, che era “successo un casino” e che “aveva sparato in testa a Zack“. E
ha detto di aver chiamato i soccorsi, ma come hanno verificato le indagini non
era vero. Nell’interrogatorio anche il passaggio su un telefono che era stato
sequestrato dal commissariato Mecenate a Mansouri nei mesi scorsi, un episodio
su cui i legali dei familiari della vittima, gli avvocati Piazza e Romagnoli,
stanno facendo indagini difensive. “Il telefono – si legge – era praticamente
nuovo e la Procura ha chiesto di fare comparazioni con una fattura che è stata
presentata e poi è stato dissequestrato“.
“Voleva che tirassero fuori droga e soldi, spacciatori e tossici”, racconta un
altro degli agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso che ha
confermato a verbale, interrogato il 19 febbraio, le “richieste di soldi e
droga” da parte dell’assistente capo Carmelo Cinturrino. L’agente lo hadescritto
come violento e “poco raccomandabile“. I quattro poliziotti indagati sono stati
interrogati la scorsa settimana dal pm Giovanni Tarzia e dagli investigatori
della Squadra mobile della Polizia. E in più passaggi dei verbali alcuni hanno
confermato le richieste di pizzo e droga. “Che lei sappia ha mai visto che
Cinturrino non ha fatto un verbale di sequestro di sostanza?”, ha chiesto il pm.
E un agente: “Lo presumo. Se mi dicono che ha preso della sostanza e poi non
vedo un verbale di sequestro mi viene il dubbio (…) se ne parlava che non era
tutto pulito e lineare (…) noi eravamo al bosco e spesso non riuscivamo a
trovare nulla, mentre lui aveva sempre qualcosa. Quindi ci sono venuti dei dubbi
e cercavamo di stare distaccati“. Un altro collega gli ha raccontato che non
voleva “uscire da solo con lui, non gli piaceva il fatto che la sostanza
apparisse dal nulla (…) i dubbi diventavano sempre più forti”. Sempre il
poliziotto interrogato ha messo a verbale, ad esempio, che un frequentatore del
bosco gli avrebbe detto “lasciandomi basito ‘se io do tutto di solito mi
lasciano stare’, intendendo la busta con tutto, monete, soldi, sostanza”. Sempre
nei verbali – uno è di un ispettore del Commissariato Mecenate, che è tra gli
indagati – si legge: “Mi hanno detto che con ‘Luca’, soprannome di Carmelo,
facevano così, davano la sostanza e lui non li arrestava“. E poi ancora “urla,
schiaffi, qualche colpo con un pezzo di legno (…) lo faceva per farsi dire dove
era la sostanza“.
L'articolo “È un pazzo. Chiedeva soldi e droga a un pusher disabile, lo ha preso
a martellate”: le accuse dei colleghi di Cinturrino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ha ammesso una parte delle sue colpe sulla messinscena della pistola finta, ma
ha negato lo spaccio e ha ribadito di aver aperto il fuoco per paura. Poi:
“Quando ho visto che stava morendo, ho perso la testa”. Così l’assistente capo
Carmelo Cinturrino, fermato per l’omicidio di Abderrahim Mansouri, ha cercato di
giustificarsi durante l’interrogatorio davanti al giudice per le indagini
preliminari Domenico Santoro nel carcere di San Vittore, dove è rinchiuso in
attesa che della decisione sulla richiesta di convalida del suo fermo.
Come ha riferito il suo difensore, l’avvocato Piero Porciani, il poliziotto ha
“ammesso le sue responsabilità” e ha chiesto “scusa” a “quelli che si sono
fidati di lui”. In sostanza: “Ha confessato i suoi errori ma ha negato di aver
chiesto il pizzo agli spacciatori”. Cinturrino ha risposto a tutte le domande
del gip e del procuratore Marcello Viola. Ha ripetuto di aver esploso il colpo,
che ha centrato alla tempia Mansouri mentre fuggiva, per “paura” e dopo ha
aggiunto di essersi sentito “perso” perché “sa bene – ha precisato il legale al
termine dell’interrogatorio – cosa accade a loro quando sparano”. Da qui, la
decisione di far recuperare la valigetta nel commissariato di Mecenate con la
pistola finta, poi messa accanto al corpo di Mansouri: “Ha tentato di mettere
una toppa. Un’arma giocattolo che non doveva essere tracciata – ha sottolineato
il difensore – e che ha trovato ancora prima del Covid in zona Lambro e ha
tenuto”.
Cinturrino avrebbe affermato che tutti gli agenti, eccetto la donna, che il 26
gennaio si trovavano in via Impastato, lo “hanno visto prendere qualcosa dalla
macchina e mettere un oggetto vicino al corpo di Mansouri”, che però “dice di
non aver toccato – ha continuato l’avvocato – come dice di aver chiamato i
soccorsi subito”. Secondo alcuni colleghi, invece, ha rigirato il corpo che era
riverso faccia a terra e avrebbe atteso 23 minuti per allertare il 118. A chi ha
chiesto se è vero che girava con un martello, Porciani ha replicato: “Era un
martelletto che usava per dissotterrare la droga che i pusher nascondono” nel
boschetto di Rogoredo. “Qualche volta aveva anche una paletta”, ha precisato. Il
giudice deciderà in giornata sulla richiesta di convalida del fermo e sulla
misura del carcere per l’assistente capo accusato di omicidio volontario.
In giornata la sua compagna, la cui casa è stata perquisita lunedì, ha parlato
per la prima volta: “Quando l’indagine indicherà la verità vedremo. Se ha
sbagliato pagherà quello che deve”. La donna, custode in un palazzo al quartiere
Corvetto, ha detto di essere “amareggiata” per le perquisizioni ma che gli
investigatori “dovevano fare il loro lavoro”. La donna ha spiegato di essere “la
custode da 20 anni e posso dire certamente che sono tutti racconti di pura
fantasia”, riguardo alle richieste di pizzo nei confronti dei pusher. “Nessuno
dei due ha mai ricevuto nulla e davanti a noi non è mai avvenuto nulla – ha
ribadito – Abitando lì ho visto alcune situazioni che prontamente sono state
segnalate”.
L'articolo Rogoredo, Cinturrino si scusa e nega lo spaccio: “Ho perso la testa
quando ho capito che Mansouri stava morendo” proviene da Il Fatto Quotidiano.