Assolto anche in appello Luigi Terrone, l’imprenditore titolare dell’azienda
agricola per cui lavorava Paola Clemente, la bracciante morta a 49 anni, vittima
di infarto in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015. L’uomo era stato accusato
di omicidio colposo, ma i giudici della Corte d’appello hanno confermato il
verdetto di primo grado che aveva portato a ogni esclusione di responsabilità
dell’imprenditore nella morte della donna.
La donna era partita da San Giorgio Ionico, nel Tarantino, per raggiungere
Andria e aveva già ammesso di non sentirsi affatto bene. Clemente si era
accasciata per terra dopo essere stata male già dalle 3 del mattino quando era
partita da casa: nonostante lo stato di Paola Clemente, le sue colleghe avevano
raccontato al marito che la risposta era stata che bisognava arrivare comunque
ad Andria. Aveva poi chiesto di essere condotta in ospedale, ma una volta giunta
in campagna, Clemente era stata invitata a sedersi sotto un albero in attesa che
i fastidi passassero. E proprio sotto quell’albero era deceduta, dopo essersi
accasciata.
La pubblica accusa aveva chiesto la condanna a 4 anni per Terrone, proprietario
di “Ortofrutta Meridionale”, e aveva evidenziato che intervenendo
tempestivamente e con le giuste procedure di soccorso la 49enne poteva essere
salvata. Il sostituto procuratore generale Francesco Bretone aveva sostenuto che
quel giorno furono diverse le variabili che influirono sulla tragica scomparsa
della donna, come la mancata attivazione di una sorveglianza sanitaria
preventiva (con visite mediche predisposte per soggetti affetti da patologie
come quella della 49enne), ma anche l’assenza di procedure di primo soccorso
adeguate e formazione specifica del personale impiegato nell’azienda agricola. A
complicare il quadro, si aggiunse anche il grave ritardo dell’ambulanza, giunta
sul posto solo dopo 26 minuti.
Tuttavia, già nel primo processo, il giudice Sara Pedone non aveva ritenuto
queste variabili “attive” nell’evento mortale. Il magistrato aveva spiegato che
la mancanza di un medico sul posto e l’assenza di personale addestrato per le
operazioni di primo soccorso, avevano causato “una grave sottovalutazione
dell’evento” con un successivo “ritardo nell’attivazione del primo soccorso,
rivelatosi poi fatale”, ma alla vittima erano comunque state praticate misure di
primo soccorso “seppur non da lavoratori a ciò espressamente deputati”. Il
giudice aveva quindi riconosciuto che l’imputato non avesse rispettato i propri
obblighi verso i lavoratori, ma aveva aggiunto che non si spiegava “come
siffatte procedure avrebbero potuto influenzare il decorso degli eventi che
hanno poi portato alla morte della Clemente”.
L'articolo Paola Clemente, la bracciante che morì di fatica nei campi:
confermata in appello l’assoluzione dell’imprenditore proviene da Il Fatto
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