di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli
Borgo Mezzanone non è solo un luogo di degrado. È il punto in cui si concentrano
alcune delle contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero,
documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento.
Attorno all’ex CARA, e soprattutto lungo la pista, si è formata negli anni una
realtà molto più ampia di un semplice centro per richiedenti asilo. Oggi lì
vivono lavoratori agricoli, richiedenti asilo, ex richiedenti, persone con
permessi precari e persone senza permesso. La condizione materiale è sotto gli
occhi di tutti: baracche, rifugi di fortuna, servizi carenti, rifiuti,
collegamenti difficili, isolamento. Non è solo povertà. È una segregazione che
si è consolidata nel tempo.
Negli ultimi anni, su Borgo Mezzanone, non sono mancati fondi e interventi. Nel
2017 la Prefettura di Foggia ha bandito la gestione del CARA per oltre 33,2
milioni di euro. Nel 2024 è stata pubblicata l’aggiudicazione di oltre 3 milioni
di euro per la gestione di un centro da 80 posti. In questi giorni la Regione
Puglia ha presentato un progetto da più di 13 milioni di euro per riconvertire
una parte dell’area in foresteria per 324 lavoratori regolarmente soggiornanti
impiegati nelle filiere agricole. A queste cifre si aggiungono altri lavori e
interventi messi in campo negli anni.
Il punto, quindi, non è dire che non si sia fatto nulla. Il punto è che,
nonostante i soldi spesi e i progetti annunciati, la pista è ancora lì. E questo
dovrebbe bastare a capire che il problema non è solo costruire nuovi posti o
sistemare edifici esistenti.
Borgo Mezzanone non è soltanto una questione di alloggio o di ordine pubblico. È
anche un problema di lavoro, documenti, trasporti, accesso alla casa, residenza
e servizi. Il nodo vero è far funzionare insieme tutti questi livelli. Quando
questo raccordo non tiene, il sistema informale continua a occupare lo spazio
che resta scoperto. Manca infatti un sistema capace di far incontrare in modo
rapido e trasparente domanda e offerta di lavoro agricolo. E manca anche un
coordinamento stabile tra imprese, centri per l’impiego, istituzioni, servizi
territoriali, trasporti e politiche abitative: quando questo meccanismo non
funziona, a organizzare il lavoro resta il caporale.
Ed è per questo che il caporale continua a svolgere, in modo illegale e opaco,
funzioni che il sistema regolare non riesce ancora a garantire in modo semplice
e immediato: trovare manodopera in fretta, organizzare gli spostamenti verso i
campi, mettere in contatto chi cerca braccia e chi cerca lavoro.
Purtroppo anche nell’ultimo progetto c’è un limite evidente. Anche se si
costruiscono 324 posti, la pista non si svuota. I numeri non tornano e i
requisiti escludono una parte rilevante di chi ci vive. Il risultato più
probabile è che una minoranza entri nella struttura, mentre la maggior parte
resti fuori. Il progetto regionale è infatti destinato a lavoratori regolarmente
soggiornanti, mentre la pista è un insediamento dove vivono anche migliaia di
persone che non hanno una posizione stabile.
Ed è qui che si tocca con mano come la politica abbia prodotto un effetto
preciso: il decreto Cutro, convertito nella legge 50 del 2023, ha ristretto le
ipotesi di protezione speciale e quindi gli spazi della regolarità per persone
già presenti in Italia. In un contesto come Borgo Mezzanone questo significa più
persone sospese tra permessi fragili, rinnovi incerti e rischio di cadere
nell’irregolarità. E più irregolarità significa anche più sfruttamento. Chi non
ha un titolo stabile di soggiorno non può affittare una casa, avere una
residenza, accedere ai servizi e muoversi nei canali regolari del lavoro. Così
cresce la dipendenza dai circuiti informali e si allarga il bacino di manodopera
a bassissimo costo.
E allora una domanda nasce spontanea: in un’agricoltura sotto pressione,
schiacciata da margini ridotti e costi sempre più difficili da sostenere, quanto
pesa la disponibilità di una manodopera irregolare, povera e ricattabile? Quanto
di questo sistema continua a reggersi proprio su lavoratori abbastanza presenti
da lavorare, ma troppo precari per sottrarsi allo sfruttamento?
Per questo, se si vuole davvero ridurre il potere del caporale e svuotare la
pista, la parola da rimettere al centro è regolarizzazione. Non come slogan, ma
come strumento concreto di governo del lavoro e del territorio. Regolarizzare
significa dare accesso a un contratto vero, a una casa, alla residenza, ai
trasporti, ai servizi. Significa togliere persone da quella zona grigia in cui
oggi diventano più ricattabili e più sfruttabili.
Il confronto con la Spagna aiuta a capire la posta in gioco. A gennaio 2026 il
governo Sánchez ha annunciato una regolarizzazione straordinaria per stranieri
già presenti nel Paese. È una scelta politica chiara: far emergere chi già vive
e lavora sul territorio, invece di lasciarlo nell’ombra. Anche in Italia
bisognerebbe ripartire da qui. Perché Borgo Mezzanone non si supera solo con
nuove strutture. Si supera riducendo il numero di persone costrette a vivere e
lavorare senza uno status stabile, senza casa, senza trasporti e senza
alternative reali.
L'articolo Più irregolari, più sfruttamento. Borgo Mezzanone non si supera con
nuovi ghetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Caporalato
Un solo audit nel 2023, nonostante tre dipendenti passassero spesso nella
fabbrica di proprietà cinese alle quali era appaltata la produzione dei capi.
Insomma, un “sistema fallace” e una “generalizzata carenza di modelli
organizzativi” che ha generato “mancati controlli”, i quali “agevolano
colposamente” lo sfruttamento scoperto dagli uomini della Guardia di Finanza nei
capannoni di Garbagnate Milanese dove decine di operai cinesi cucivano i capi di
Aspesi e di Paul Shark. Le due società alle quali sono riconducibili i marchi –
Alberto Aspesi e Dama – sono finite sotto controllo giudiziario su disposizione
dei pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci. Una decisione che
dovrà essere convalidata da un giudice nei prossimi giorni.
La sola Aspesi ha emesso fatture verso le due società “gemelle” al centro
dell’inchiesta per un totale di oltre 5 milioni di euro tra il 2019 e i primi
mesi di quest’anno. Sei anni di commesse durante i quali – secondo la
ricostruzione della procura di Milano – è stato effettuato un solo audit, nel
2023. Eppure, almeno tre dipendenti di Aspesi mettevano molto spesso piene
nell’opificio – dove gli operai lavoravano e vivevano in condizioni pietose,
sfruttati, pagati una miseria e senza risposi. Stando alla ricostruzione dei
magistrati, però, la loro attenzione era rivolta solo a controllo qualità,
verifiche sui prodotti e faccende amministrative.
Le condizioni di lavoro di chi confezionava i vestiti marchiati Aspesi? Non
pervenute. “Abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso
elusione di norme penali giuslavoristiche”: questo l’obiettivo secondo i
magistrati. Così ora la società è stata affidata a un amministratore giudiziario
e il presidente Francesco Umile Chiappetta risulta indagato, in concorso con i
titolari cinesi, per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Chiappetta è un giurista esperto di diritto societario e siede anche nel
Consiglio di amministrazione di WeBuild, colosso delle costruzioni. Nel passato
ha avuto incarichi in Telecom e Pirelli e una poltrona anche nei board di
Autogrill e Ieo. Negli ultimi trent’anni ha anche tenuto corsi alla Luiss, alla
Bocconi e alla Cattolica.
L'articolo “Operai cinesi sfruttati”: Aspesi sotto controllo giudiziario. Il
presidente indagato siede in altri importanti Cda proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Andrea Dini, il cognato del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è
indagato con altre cinque persone per caporalato dalla Procura di Milano in un
filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy. I pubblici
ministeri Paolo Storari (nella foto) e Daniela Bartolucci ha disposto martedì il
controllo giudiziario d’urgenza della Dama spa, la società di produzione di
maglieria e vestiario guidata dal fratello 61enne della moglie del governatore,
Roberta Dini.
L’accusa nei confronti dell’azienda da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni
di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, indagata per la legge sulla
responsabilità amministrativa degli enti, è di “sfruttamento” della manodopera
cinese in “stato di bisogno” impiegata 7 giorni 7 dalle 8 del mattino alle 22
della sera nella produzione dei capi del brand Paul&Shark, il marchio
internazionale la cui attività produttiva si svolge principalmente nella sede di
via Piemonte a Varese.
Le collezioni sono distribuite in tutto il mondo nelle “località più esclusive”
dello shopping e attraverso il sito dell’azienda. La misura, che dovrà essere
vagliata da un giudice per le indagini preliminari entro 10 giorni, è stata
eseguita in mattinata dalla Guardia di finanza.
L'articolo “Caporalato e controllo giudiziario per Dama spa”, tra i cinque
indagati che Andrea Dini cognato del governatore Attilio Fontana proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un sistema di gestione del lavoro basato su chat WhatsApp, paghe minime e
controllo costante dei tempi di consegna. È il quadro emerso da un’indagine
della Procura di Messina che ha portato alla notifica di un avviso di
conclusione indagini per caporalato nei confronti dell’amministratore unico e di
tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro
(Nil) di Messina, con il supporto del Gruppo per la Tutela del Lavoro di
Palermo. Al centro dell’inchiesta un sistema che, secondo gli investigatori,
avrebbe coinvolto circa 300 rider, in gran parte studenti universitari e giovani
disoccupati.
PAGHE BASSE E LAVORO ORGANIZZATO VIA CHAT
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i rider venivano contattati e
coordinati attraverso chat su WhatsApp, dove ricevevano istruzioni operative e
aggiornamenti in tempo reale. Il compenso per le consegne sarebbe stato di circa
tre euro ciascuna, con importi che in alcuni casi risultavano inferiori alla
metà di quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro.
In un contesto economico già fragile, sostiene l’accusa, i lavoratori erano
costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, esponendosi a
rischi elevati nel traffico pur di raggiungere un livello minimo di guadagno.
IL MECCANISMO DEL “LIBERO” E IL CONTROLLO DEI TEMPI
L’indagine avrebbe portato alla luce quello che gli investigatori definiscono un
vero e proprio sistema di “caporalato digitale”, fondato su un controllo
costante dei rider. Per ridurre i cosiddetti tempi morti tra una consegna e
l’altra, i lavoratori erano obbligati a inviare tramite WhatsApp la parola
“libero” al termine di ogni consegna, aggiornandola ogni minuto.
I responsabili dell’azienda monitoravano così in tempo reale la disponibilità e
i tempi di esecuzione. In caso di ritardi o rallentamenti, i rider venivano
contattati telefonicamente per fornire spiegazioni.
Di fatto, secondo la Procura, i fattorini non avevano la libertà di rifiutare
una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato”; in caso contrario
scattavano ammonimenti o la perdita della possibilità di ricevere nuovi ordini.
Un meccanismo che, secondo gli investigatori, generava una condizione di totale
subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi di lavoro
particolarmente intensi.
SANZIONI E RECUPERO DEI CONTRIBUTI
Oltre all’ipotesi di caporalato, agli indagati vengono contestate violazioni
delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e la responsabilità
amministrativa della società. Per queste irregolarità i carabinieri del Nil
hanno già comminato sanzioni per oltre 66.900 euro. Parallelamente sono state
avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e
assistenziali non versati, per un importo complessivo di circa 696 mila euro.
Secondo gli investigatori, il sistema si basava sull’utilizzo di contratti di
prestazione occasionale, con il limite di 5.000 euro annui per lavoratore. Una
soglia che i rider non potevano superare, circostanza che avrebbe consentito
all’azienda di impiegare centinaia di fattorini senza stabilizzare i rapporti di
lavoro.
L'articolo Caporalato digitale nel food delivery: indagine a Messina su paghe da
tre euro a consegna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo
sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e
del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e
KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati –
sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti
contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della
piattaforma.
Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo
giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli
inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila
nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I
carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale
sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle
multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food.
Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire
“modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il
caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori.
Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di
moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di
controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni
Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei
fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche
parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali
risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe
configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata
dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del
lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton.
Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo
e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come
testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con
le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè
quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre
inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di
scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat,
con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto
nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7
giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del
mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino”
arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per
poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla
famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente
che mentalmente”, ha messo a verbale.
Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile
“in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro
ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può
“determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del
provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del
ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini,
workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi
reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui
“blocchi” degli “account”.
Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi
deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore
giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano
Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i
ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà
garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di
caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il
ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità”
da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il
gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di
garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e
“ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una
retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e
comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
L'articolo Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per
verificare i modelli organizzativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “vero e proprio sfruttamento lavorativo” ai danni di “numerosissimi” rider,
in stato di bisogno, costretti a lavorare con remunerazioni “sproporzionate
rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Insomma: “Una situazione
di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche
che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni
sotto la soglia di povertà”. E ancora: i pagamenti venivano effettuati in
“palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Così la
procura di Milano, dopo essere intervenuta su Glovo, ha disposto in via
d’urgenza il controllo giudiziario di Deliveroo Italy in un’inchiesta nella
quale la stessa azienda, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, e il suo
amministratore Andrea Zocchi risultano indagati per caporalato aggravato.
Al centro degli accertamenti del pubblico ministero Paolo Storari – da anni
impegnato in inchieste sullo sfruttamento delle app di delivery e nella filiera
della moda – ci sono le giornate lavorative di oltre 50 rider, quasi tutti
costretti a vivere sotto la soglia di povertà stando ai redditi ricostruiti
nell’indagine. Incassi che la procura ha potuto calcolare al centesimo grazie
alla app di Deliveroo alla quale i ciclofattorini dovevano connettersi per
lavorare. Una sorta di Grande Fratello che era in grado in “termini strettamente
tecnico-informatici”, stando alla consulenza disposta dalla magistratura, di
effettuare un “monitoraggio di tipo continuo” sui lavoratori. Una volta
effettuato il log-in, infatti, la app era in grado di identificare l’identità
del rider, il suo mezzo, gli ordini accettati e rifiutati, lo storico dei
pagamenti e la posizione tramite Gps. Finito? Macché: i consulenti del pubblico
ministero hanno accertato che era possibile anche tracciare “velocità” e
“livello di batteria del dispositivo”, una “ricostruzione puntuale delle
traiettorie”, la “verifica di coerenza tra stato dichiarato e condotta
effettiva” e “l’individuazione di soste prolungate o deviazioni”.
Insomma, un “monitoraggio periodico” delle prestazioni e quindi della
“produttività” di chi consegnava per Deliveroo che nel 2024 ha avuto tra i suoi
“principali clienti nazionali” Mcdonald’s, Burger King, Roadhouse e Poke House.
“Anche senza vedere ranking o sanzioni, il fatto oggettivo – si legge nel
decreto che ha disposto il controllo giudiziario – è che la piattaforma
raccoglie e conserva dati comportamentali, associandoli all’account individuale.
Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla
base di metriche”. I metodi di lavoro, dunque, non avevano nulla a che fare con
un modello di lavoratore a partita Iva, come lo erano i 20mila rider che
consegnano per Deliveroo, tremila dei quali solo a Milano. Stesso discorso del
compenso che viene definito come “predeterminato” dalla piattaforma e “modulato
da distanza e fasce”. I compensi medi si aggiravano “tra 3 e 4 euro lordi” a
consegna e, secondo Storari, c’erano “assenza di indennità automatiche per
attesa o spese” e una “opacità diffusa” sulla “composizione del compenso e sui
criteri algoritmici di pricing”. Il quadro “sostanzialmente omogeneo” è emerso
dalle testimonianze di una cinquantina di rider che nei loro racconti
all’autorità giudiziaria hanno spiegato, in sostanza, la “costante compressione
dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di
un “rischio di interruzione improvvisa della fonte di reddito per blocchi
account”, di una “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro
subordinato”.
La loro attività – sintetizza il pm Storari – “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale” di Deliveroo. I
ciclofattorini hanno anche spiegato che in caso di ritardi ricevevano chiamate e
di percorrere in media anche 50-60 chilometri al giorno. Il tutto per una cifra
mensile che, al lordo delle tasse, non superava quasi mai i 1.100 euro al mese.
Senza tredicesima, quattordicesima né Tfr. E, ovviamente, in caso di assenza non
ricevevano alcuna retribuzione. Molti di loro hanno dichiarato di “non potersi
permettere di rifiutare consegne” per “mantenere” moglie, figli e parenti nei
Paesi di origine, spesso Afghanistan e Pakistan.
Dagli accertamenti, spiega la procura di Milano motivando il controllo
giudiziario, “emerge una sostanziale prevalenza di rider che percepiscono –
nonostante affermino di lavorare un numero di ore significativamente superiore
al normale orario settimanale – un reddito netto annuo sottosoglia di povertà”.
Analizzando gli introiti di 40 rider nel 2025 sono stati ben 30 quelli che non
lo hanno raggiunto la soglia minima per sfuggire a quella condizione: l’81,1%.
“Se il raffronto viene svolto con i livelli retributivi previsti dal Contratto
collettivo nazionale di riferimento”, cioè quello della Logistica e Trasporto,
“lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi
determinati dal Ccnl risulta ulteriormente più marcato”. Rispetto al livello L –
che ha un netto annuo di 20.298 euro – risultano inferiori al parametro 35
ciclofattorini su 37. Praticamente tutti.
L'articolo Il Grande Fratello di Deliveroo con i rider: “Sfruttati e monitorati,
l’app poteva vedere anche velocità e traiettorie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle
ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è
sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un
hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare
circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”. È solo una delle
testimonianze raccolte dagli investigatori del Nucleo ispettorato lavoro dei
carabinieri di Milano nel nuovo capitolo nell’inchiesta della Procura di Milano
sul mondo del food delivery. Dopo il caso Glovo-Foodinho, anche Deliveroo è
finita sotto controllo giudiziario per caporalato. Nelle carte dell’indagine
coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari emergono decine di testimonianze
che descrivono turni massacranti, compensi minimi e un sistema di gestione
interamente affidato all’algoritmo.
“Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha
messo a verbale uno dei rider. Dalle deposizioni emerge che i compensi fissi si
aggirano tra i 3 e i 4 euro a consegna, con una parte variabile “in base ai
chilometri calcolati dall’algoritmo”. Un ciclofattorino spiega di poter
percorrere fino a “150 chilometri al giorno” con “consegne” anche a lunga
distanza. Un altro riferisce di fare “fino a 150 km” per “dieci consegne”. C’è
chi effettua “mediamente 10-15 consegne al giorno, con compenso intorno ai 4
euro a consegna”, chi indica “una media di 10 consegne giornaliere e un compenso
di circa 3,75 euro per consegna” e chi dettaglia il meccanismo con “un compenso
intorno ai 3,77 euro per consegna, stabilito dall’app entro i 3 chilometri che
diventano 4,50 oltre i 5 chilometri”.
La giornata lavorativa inizia “con l’accesso all’app installata sul telefono” e
per tutto il tempo la “posizione è visibile alla società tramite GPS“. In caso
di ritardo “riceve una telefonata”. “La piattaforma può intervenire, verificare,
sollecitare”, ha spiegato un rider agli investigatori. Formalmente partite Iva,
i ciclofattorini non possono però “determinare autonomamente la tariffa”.
Inoltre la “piattaforma non si limita a retribuire le prestazioni” ma “misura
anche le scelte del rider” su “accettazioni e rifiuti” che incidono sulle
successive “assegnazioni”, mostrando il “controllo esercitato dal committente”.
Secondo il pm Storari, per oltre 20.000 lavoratori in Italia la paga consiste in
“una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla
soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Una somma che “non è
proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di
garantire una esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Costituzione) e
palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle
organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.
Il quadro descritto dagli atti ricalca quello già contestato nel procedimento su
Glovo: una “gestione algoritmica della prestazione”, il “monitoraggio” costante
su “tempi” e “performance”, con possibili “punizioni”. E resta ancora da
chiarire il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e
calcolare il “compenso”.
Per i magistrati, l’attività lavorativa “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale Deliveroo”. E la
“tutela” della “dignità” dei lavoratori in “condizione di debolezza
contrattuale” non “può essere lasciata alla sola libera contrattazione di
mercato” scrive il pm Storari nel provvedimento. Che si tratti di un “lavoratore
subordinato” o di un “lavoratore autonomo” a partita Iva con “caratteristiche di
parasubordinazione”, entrambe le categorie hanno diritto a una “retribuzione
conforme” alla Costituzione, proporzionata alla “quantità e la qualità” del
lavoro e sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”. Un impianto
accusatorio che ora dovrà passare al vaglio del giudice, mentre l’inchiesta
punta a fare luce su un modello organizzativo che, secondo la Procura, comprime
diritti e compensi ben al di sotto delle soglie di legge.
L'articolo “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno” i racconti dei
rider di Deliveroo sfruttati. “Fino a 150 km al giorno per 3,77 euro a consegna”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paghe sotto la soglia di povertà. La Procura di Milano prosegue nella sua azione
di perseguire lo sfruttamento del lavoro nei vari settori economici. Questa
volta ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Deliveroo
per caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila in tutta Italia, a cui sarebbero
state pagate retribuzioni inferiori “fino a circa il 90%” rispetto alla soglia
di povertà e alla contrattazione collettiva e comunque non proporzionate “né
alla qualità né alla quantità del lavoro” svolto in violazione dell’articolo 36
della Costituzione perché non garantiscono “una esistenza libera e dignitosa”.
Il pubblico ministero, Paolo Storari, ha iscritto sul registro degli indagati,
con l’ipotesi di caporalato aggravato, Andrea Zocchi, il 65enne amministratore
unico di Deliveroo Italy srl e managing director del colosso del food delivery
da 240 milioni di euro di giro d’affari in Italia, controllato dalla britannica
Roofoods Ltd. La società è indagata per la responsabilità amministrativa degli
enti perché l’impiego di “manodopera in condizioni di sfruttamento” e
approfittando dello “stato di bisogno dei lavoratori” sarebbe avvenuto
“nell’interesse e a vantaggio” di Deliveroo che ha adottato una “politica di
impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità” e
modelli organizzativi non idonei a prevenire situazioni di “pesante sfruttamento
lavorativo” che “anzi” vengono “deliberatamente ricercate ed attuate”.
Il provvedimento, che segue di meno di un mese quello analogo nei confronti di
Glovo-Foodinho già confermato dal giudice per le indagini preliminari di Milano,
Roberto Crepaldi, è stato eseguito mercoledì dai carabinieri del Nucleo
ispettorato del lavoro di Milano che hanno svolto le indagini e che, dal 2021,
approfondiscono il tema del cosiddetto ‘caporalato digitale’ delle piattaforme.
L’inchiesta su Deliveroo avrebbe mostrato che, nonostante i 20mila rider
risultino formalmente delle partite Iva in regime forfettario, tutti gli aspetti
del ciclo lavorativo, che vanno dalla raccolta degli ordini fra i clienti,
passando per i tempi e i parametri di remunerazione fino alla gestione contabile
del rapporto lavorativo, dipendano in realtà dall’algoritmo e dalla piattaforma
informatica. Per Procura e gli investigatori dell’Arma è questa la riprova del
rapporto di subordinazione. Su un campione di 50 rider che sono stati sentiti
come testimoni e il loro reddito da lavoro autonomo confrontato con le soglie di
povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento (Logistica), è emerso
che il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese,
soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del
luglio 2024 basata su dati Istat, con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro
all’anno. Rispetto al Ccnl risultano sottopagati l’86,5% dei rider di Deliveroo.
L'articolo “20mila rider con paghe sotto la soglia di povertà”, dopo Glovo
controllo giudiziario anche per Deliveroo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Assolto anche in appello Luigi Terrone, l’imprenditore titolare dell’azienda
agricola per cui lavorava Paola Clemente, la bracciante morta a 49 anni, vittima
di infarto in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015. L’uomo era stato accusato
di omicidio colposo, ma i giudici della Corte d’appello hanno confermato il
verdetto di primo grado che aveva portato a ogni esclusione di responsabilità
dell’imprenditore nella morte della donna.
La donna era partita da San Giorgio Ionico, nel Tarantino, per raggiungere
Andria e aveva già ammesso di non sentirsi affatto bene. Clemente si era
accasciata per terra dopo essere stata male già dalle 3 del mattino quando era
partita da casa: nonostante lo stato di Paola Clemente, le sue colleghe avevano
raccontato al marito che la risposta era stata che bisognava arrivare comunque
ad Andria. Aveva poi chiesto di essere condotta in ospedale, ma una volta giunta
in campagna, Clemente era stata invitata a sedersi sotto un albero in attesa che
i fastidi passassero. E proprio sotto quell’albero era deceduta, dopo essersi
accasciata.
La pubblica accusa aveva chiesto la condanna a 4 anni per Terrone, proprietario
di “Ortofrutta Meridionale”, e aveva evidenziato che intervenendo
tempestivamente e con le giuste procedure di soccorso la 49enne poteva essere
salvata. Il sostituto procuratore generale Francesco Bretone aveva sostenuto che
quel giorno furono diverse le variabili che influirono sulla tragica scomparsa
della donna, come la mancata attivazione di una sorveglianza sanitaria
preventiva (con visite mediche predisposte per soggetti affetti da patologie
come quella della 49enne), ma anche l’assenza di procedure di primo soccorso
adeguate e formazione specifica del personale impiegato nell’azienda agricola. A
complicare il quadro, si aggiunse anche il grave ritardo dell’ambulanza, giunta
sul posto solo dopo 26 minuti.
Tuttavia, già nel primo processo, il giudice Sara Pedone non aveva ritenuto
queste variabili “attive” nell’evento mortale. Il magistrato aveva spiegato che
la mancanza di un medico sul posto e l’assenza di personale addestrato per le
operazioni di primo soccorso, avevano causato “una grave sottovalutazione
dell’evento” con un successivo “ritardo nell’attivazione del primo soccorso,
rivelatosi poi fatale”, ma alla vittima erano comunque state praticate misure di
primo soccorso “seppur non da lavoratori a ciò espressamente deputati”. Il
giudice aveva quindi riconosciuto che l’imputato non avesse rispettato i propri
obblighi verso i lavoratori, ma aveva aggiunto che non si spiegava “come
siffatte procedure avrebbero potuto influenzare il decorso degli eventi che
hanno poi portato alla morte della Clemente”.
L'articolo Paola Clemente, la bracciante che morì di fatica nei campi:
confermata in appello l’assoluzione dell’imprenditore proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ora per la società di delivery di Glovo il vero grande scoglio sta tutto nelle
conclusioni con cui la Procura di Milano ha disposto per la Foodinho srl il
controllo giudiziario. Il ragionamento del pm Paolo Storari è molto chiaro: “Gli
accertamenti compiuti danno atto di una situazione di vero e proprio
sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi
lavoratori, che percepiscono retribuzioni sproporzionate rispetto alla quantità
e qualità del lavoro prestato e in palese difformità da quanto stabilito dalla
contrattazione collettiva”. Una “situazione di illegalità che è indispensabile
far cessare al più presto, considerando anche che coinvolge un numero rilevante
di lavoratori che vivono con retribuzioni sotto la soglia di povertà”. Decreto,
peraltro, fatto in urgenza visto che “la situazione di sfruttamento dello stato
di bisogno è in atto”.
I DUBBI SUL RICORSO AL TRIBUNALE DEL RIESAME
E se pur la scelta della Procura è stata quella di disporre la più lieve delle
misure, Glovo dovrà a breve fare alcune scelte cruciali. Ad oggi
l’amministratore giudiziario è già stato nominato ed è attualmente già in
carica, con il compito di affiancare i dirigenti attuali. La durata di questa
situazione allo stato non è calcolabile. Potrebbe andare oltre i primi sei mesi
o anche interrompersi prima, se la società indagata con il suo stesso
amministratore scegliesse di cambiare la propria struttura organizzativa e
lavorativa. Una strada percorribile di certo, ma non subito. E difatti è proprio
la scelta della società che traccerà il percorso dei prossimi mesi. Dal canto la
sua Procura non ha alcuna fretta e soprattutto nessuna preclusione. Da quando
Storari ha iniziato a lavorare sul caporalato e cioè sei anni fa, pressoché
tutte le aziende coinvolte – che fossero della logistica, della grande
distribuzione o della moda – hanno sempre trovato un accordo, chi sanando le
situazioni lavorative e i controlli in azienda, chi versando quanto di evasione
fiscale è stato contabilizzato dalla Procura. E quasi nessuno, proprio per
questa apertura da parte della Procura e delle indagini blindate, ha mai scelto
la via dello scontro facendo ricorso al Tribunale del Riesame. Un vero rischio
che viene tenuto in conto anche per quanto riguarda la Foodinho srl e Glovo.
Fare ricorso al tribunale del Riesame significa, se respinto, rischiare di
portare a casa un primo giudicato che peserebbe come un macigno.
PER IL PM IL CAPORALATO È NELL’ALGORITMO
E’ anche vero che la situazione di Glovo è molto diversa ad esempio dal
caporalato contestato sempre da Storari per i marchi del lusso e della moda. In
quella situazione i rimedi sono più semplici e immediati, basta tagliare la
filiera del subappalto o tenerla monitorata. Nell’ultima inchiesta che coinvolge
la società di delivery di Glovo, il caporalato e il regime di semi-schiavitù
ricostruito dalla Procura non è accidentale, ma quasi sostanziale all’esistenza
del sistema di delivery. E il motivo è legato all’ormai noto algoritmo
riconducibile al database dell’applicazione. E’ dunque proprio nel cuore del
modello organizzativo che secondo la Procura si annida l’ipotesi di caporalato.
Infatti, scrive il pm, “alla luce della sola struttura dei database analizzati,
l’applicazione risulta, come testualmente indicato nell’annotazione,
‘tecnicamente progettata per supportare un sistema di monitoraggio continuativo
dell’attività del rider‘, fondato sulla combinazione di collocazione geografica,
tracciamento temporale degli stati operativi, misurazione della disponibilità e
integrazione con i sistemi di compenso economico”. E dunque “la conclusione
complessiva è che l’architettura informatica dell’app rider risulta idonea a
supportare un monitoraggio continuativo e strutturato dell’attività lavorativa.
Tali risultanze risultano coerenti con le dichiarazioni dei lavoratori e
delineano un quadro nel quale la piattaforma organizza ab externo la prestazione
attraverso strumenti algoritmici e parametri di performance, configurando una
etero-organizzazione digitale della collaborazione”. A fronte della posizione
della Procura, ad alimentare i dubbi è il fatto che, a quanto risulta, la stessa
società Foodinho a partire dal 2020, cioè dalla prima indagine su Uber Italy,
avrebbe sempre rispettato tutti i protocolli e le direttive pubblicate sulla
tutela del lavoro. Per questo la scelta di una strategia non è facile, anche
perché il ricorso al Tribunale del Riesame va presentato entro i prossimi dieci
giorni.
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Riesame. Ma può essere un boomerang proviene da Il Fatto Quotidiano.