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Arco di Sant’Andrea crollato: si parla del Tap, ma nessuno avrebbe potuto fermare un fenomeno naturale irreversibile
Ho già scritto un post sull’erosione delle coste calabresi, siciliane e sarde, colpite da Harry. Ora è toccato alla Puglia, in un tratto costiero che mi è particolarmente caro: quello di Sant’Andrea, con faraglioni e archi. E proprio l’arco di Sant’Andrea è crollato, eroso da eventi sempre più estremi. A poca distanza c’è la Grotta della Poesia, che era una grotta e non lo è più: il soffitto è crollato e quindi ora c’è un enorme buco con il mare sul fondo, e un cunicolo che un tempo portava in una grande camera chiusa: la grotta. Quella costa è meravigliosa proprio grazie all’erosione e alla friabilità delle rocce, costituite in gran parte di gusci di minuscoli protozoi planctonici, accumulati nel corso di ere geologiche. In inglese quelle rocce si chiamano sandstone: pietre fatte di sabbia. Una sabbia compattata che si sgretola. Quando ammiriamo quel paesaggio, un capolavoro della natura, ci aspettiamo che duri per sempre, ma si tratta di manifestazioni effimere. Come è effimera la bellezza degli umani che, col tempo, sfiorisce. Si tratta di processi che si possono in parte arginare, per noi con la chirurgia estetica, ma che inevitabilmente hanno esiti finali. In quella stessa zona c’è Roca Vecchia, un insediamento direttamente sulla costa, che risale a quattromila anni fa. La città è ancora lì, anche se le battaglie del passato l’hanno in gran parte distrutta, ma i muri portanti sono ancora lì, perché la città è stata costruita dove si può costruire, non nelle zone soggette a forte erosione. Il crollo dell’arco degli innamorati è ora oggetto di strumentalizzazioni ideologiche, come quella apparsa sul Foglio dove la responsabilità dell’evento viene attribuita al movimento No Tap, contrario alla costruzione della Trans Adriatic Pipeline. Ho collaborato con Tap, soprattutto per quel che riguarda i ristori, e sono stato oggetto di scritte sui muri della mia università, dove venivo descritto come “Servo di Tap”. All’epoca ritenevo ragionevole passare dal carbone al gas, in attesa di una transizione completa alle rinnovabili, e avevo potuto verificare come Tap fosse arrivata a ridurre al minimo i suoi impatti, ad esempio scavando un tunnel sotto le praterie di Posidonia invece che la solita trincea, in modo da non danneggiare un sito di importanza comunitaria. E avevo esortato le amministrazioni locali a utilizzare saggiamente i ristori, prima di tutto per risanare il sito archeologico di Roca Vecchia, all’epoca abbandonato all’incuria. Ha ragione il Foglio a dire che l’ottusità delle amministrazioni locali non ha portato a utilizzi virtuosi dei ristori offerti da Tap, anche se una parte di quei fondi è stata utilizzata, ad esempio, per rimuovere la spazzatura marina accumulata sulla costa. L’articolo del Foglio, però, dice che gli amministratori locali pensarono di evitare il crollo vietando la balneazione. Una evidente distorsione della realtà. La balneazione è stata vietata perché c’era pericolo di crollo e si volevano evitare danni a chi si fosse avventurato in un terreno a rischio. Mi piacerebbe capire come l’articolista del Foglio pensa che si possa fermare l’erosione di un tratto di costa come quello. Con una colata di cemento? Costruendo una massicciata che inevitabilmente soffocherebbe le praterie di Posidonia, esponendo ulteriormente le coste ad erosione, stravolgendo un paesaggio in rapida evoluzione? Sarebbe l’equivalente di plastiche facciali che pretendono di ridare vent’anni a volti di chi ne ha settanta. L’erosione costiera non c’entra niente con la Tap, e nessun ristoro avrebbe potuto fermare un fenomeno naturale irreversibile. Gli allarmi lanciati dai comitati No Tap erano ingiustificati, come sono stati ingiustificabili i rifiuti dei ristori. Ma tutto questo, lo ripeto ancora una volta, non c’entra niente con il crollo della falesia. La rozzezza degli argomenti del Foglio è dovuta, molto probabilmente, ad ignoranza sui processi naturali, oppure a malafede. Pecche logiche che hanno caratterizzato anche gli oppositori alla Tap, che iniziarono le loro campagne con un manifesto che aveva come logo un uomo in fiamme, con allarmi che preconizzavano che una nube fiammeggiante avrebbe spazzato via il paese. Per non parlare di dibattiti su televisioni locali in cui mi sono trovato a discutere con un “esperto ambientalista” che di mestiere organizzava feste sulla spiaggia, in uno stabilimento balneare che aveva sbancato le dune retrostanti la spiaggia per fare un parcheggio. Succede che sia gli ambientalisti sia gli anti-ambientalisti abbiano posizioni ideologiche, a volte intellettualmente disoneste. Ora tocca ai movimenti contrari all’eolico a mare, su piattaforme galleggianti lontane dalla costa. Diciamo no a carbone e nucleare (e anche al gas, oggi potremmo forse farne a meno) ma non vogliamo neppure l’eolico e il fotovoltaico. Il no a tutto è altrettanto irrazionale del sì a tutto, e si fa un sacco di fatica a cercare compromessi con chi non ne vuole a priori. I costi ambientali dovuti all’installazione di Tap avrebbero potuto essere ampiamente risanati con i benefici dei fondi destinati alle compensazioni. Il no a Tap e alle compensazioni è stata una follia, ma non per i motivi addotti dall’articolo del Foglio. L'articolo Arco di Sant’Andrea crollato: si parla del Tap, ma nessuno avrebbe potuto fermare un fenomeno naturale irreversibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crisi della Natuzzi: protesta al ministero delle Imprese, bloccati 476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti
La protesta dei lavoratori Natuzzi, che stamattina sono arrivati a Roma per manifestare sotto il ministero di Imprese e Made in Italy, ha ottenuto un primo, piccolo risultato: la multinazionale pugliese dei mobili non procederà con il piano che prevede 476 esuberi, la chiusura di due stabilimenti e il blocco del rientro di produzioni dalla Romania. Nelle scorse settimane, Natuzzi aveva provato ad alleggerire proponendo di chiudere solo uno stabilimento e gestire gli esuberi con gli incentivi alle dimissioni: dopo l’incontro, non prenderà alcuna decisione senza un accordo con i sindacati; questo il risultato della riunione al tavolo di crisi. Se ne riparlerà a strettissimo giro, il 10 e 11 marzo, quando si tornerà al Mimit per una due-giorni intensa in cui l’azienda farà di tutto per trovare un accordo che rassicuri Wall Street. Si è guadagnato un po’ di tempo, ma non tanto perché Natuzzi ha una certa fretta. Alla maggiore cautela del gruppo di divani ha contribuito la posizione chiara assunta il 27 gennaio dalla Regione Puglia: il sostegno pubblico sarà vincolato alla salvaguardia dell’occupazione e al ritorno delle produzioni delocalizzate. E così l’impresa nata nel 1959, e successivamente diventata un brand a livello mondiale, si trova stretta tra due fuochi. L’agenzia Usa che vigila sul mercato azionario, infatti, ha inviato una comunicazione di non conformità: alcuni parametri non sono rispettati. Si tratta della capitalizzazione media a 30 giorni e del patrimonio netto. Alla Natuzzi serve un qualcosa di spendibile nel breve periodo per quietare le tensioni. Dall’altro lato, però, ci sono sindacati e istituzioni in Italia che non possono accettare una dismissione industriale di queste dimensioni dopo 24 anni di ammortizzatori sociali. In Italia Natuzzi ha 1.850 dipendenti, e a dicembre ha dichiarato di volersi liberare di quasi un quarto di loro, chiudendo le fabbriche baresi di Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo). Nelle scorse settimane, l’azienda ha provato a ottenere un accordo con i sindacati degli edili – Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil – mettendo sul piatto 17,5 milioni di investimenti all’anno per i prossimi tre anni. Cifre che però sarebbero destinate soprattutto al marketing, alle fiere internazionale e allo sviluppo retail. “A favore degli stabilimenti era previsto solo un milione – ha ricordato Tatiana Fazi, che si occupa del settore legno e arredo per la Fillea Cgil – il resto era per negozi e pubblicità”. A fronte di questi investimenti, il piano usava la classica formula del “riassetto produttivo” e “maggiore equilibrio nella organizzazione del lavoro”, con l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria e delle incentivi alle dimissioni volontarie, con l’obiettivo di azzerare gli esuberi nel 2028. Secondo i sindacati, circa 300 persone potrebbero essere interessate a incentivi e scivoli verso la pensione, ma questo argomento deve essere affrontato prima di dichiarare la volontà di chiudere stabilimenti, uno o due che siano. Da qui la volontà di non accettare il piano presentato, definito una mezza misura. L’esigenza è quella di ragionare nel merito degli incentivi all’esito, quindi sulla loro entità, ma soprattutto di mettere nero su bianco gli impegni sul rientro delle produzioni. Al momento, infatti, l’attività in Natuzzi è sostanzialmente ferma, si lavora molto poco e si tira avanti con gli ammortizzatori sociali. Per questo, per dare credibilità a un qualunque piano sarebbe necessario garantire il rientro delle produzioni. Su questo Natuzzi al tavolo ha dato solo qualche apertura generale, dichiarandosi disponibile a parlarne nei due giorni tra il 10 e l’11 marzo. Alla base della crisi, come ha ricordato Pasquale Natuzzi, il fondatore del gruppo, un insieme di fattori: l’instabilità geopolitica, i dazi, la volatilità dei cambi, la crescente pressione competitiva. Tutti elementi che incidono sia sul mercato sia sui costi della produzione. L'articolo Crisi della Natuzzi: protesta al ministero delle Imprese, bloccati 476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paola Clemente, la bracciante che morì di fatica nei campi: confermata in appello l’assoluzione dell’imprenditore
Assolto anche in appello Luigi Terrone, l’imprenditore titolare dell’azienda agricola per cui lavorava Paola Clemente, la bracciante morta a 49 anni, vittima di infarto in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015. L’uomo era stato accusato di omicidio colposo, ma i giudici della Corte d’appello hanno confermato il verdetto di primo grado che aveva portato a ogni esclusione di responsabilità dell’imprenditore nella morte della donna. La donna era partita da San Giorgio Ionico, nel Tarantino, per raggiungere Andria e aveva già ammesso di non sentirsi affatto bene. Clemente si era accasciata per terra dopo essere stata male già dalle 3 del mattino quando era partita da casa: nonostante lo stato di Paola Clemente, le sue colleghe avevano raccontato al marito che la risposta era stata che bisognava arrivare comunque ad Andria. Aveva poi chiesto di essere condotta in ospedale, ma una volta giunta in campagna, Clemente era stata invitata a sedersi sotto un albero in attesa che i fastidi passassero. E proprio sotto quell’albero era deceduta, dopo essersi accasciata. La pubblica accusa aveva chiesto la condanna a 4 anni per Terrone, proprietario di “Ortofrutta Meridionale”, e aveva evidenziato che intervenendo tempestivamente e con le giuste procedure di soccorso la 49enne poteva essere salvata. Il sostituto procuratore generale Francesco Bretone aveva sostenuto che quel giorno furono diverse le variabili che influirono sulla tragica scomparsa della donna, come la mancata attivazione di una sorveglianza sanitaria preventiva (con visite mediche predisposte per soggetti affetti da patologie come quella della 49enne), ma anche l’assenza di procedure di primo soccorso adeguate e formazione specifica del personale impiegato nell’azienda agricola. A complicare il quadro, si aggiunse anche il grave ritardo dell’ambulanza, giunta sul posto solo dopo 26 minuti. Tuttavia, già nel primo processo, il giudice Sara Pedone non aveva ritenuto queste variabili “attive” nell’evento mortale. Il magistrato aveva spiegato che la mancanza di un medico sul posto e l’assenza di personale addestrato per le operazioni di primo soccorso, avevano causato “una grave sottovalutazione dell’evento” con un successivo “ritardo nell’attivazione del primo soccorso, rivelatosi poi fatale”, ma alla vittima erano comunque state praticate misure di primo soccorso “seppur non da lavoratori a ciò espressamente deputati”. Il giudice aveva quindi riconosciuto che l’imputato non avesse rispettato i propri obblighi verso i lavoratori, ma aveva aggiunto che non si spiegava “come siffatte procedure avrebbero potuto influenzare il decorso degli eventi che hanno poi portato alla morte della Clemente”. L'articolo Paola Clemente, la bracciante che morì di fatica nei campi: confermata in appello l’assoluzione dell’imprenditore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere
Come si arriva a un arresto? Cosa spinge a seguire una pista piuttosto che un’altra? Come ci si muove durante un pedinamento? Nessuno può saperlo meglio di un uomo che ha fatto proprio questo tutta la vita. Nell’ombra. In un libro che è un manifesto fin dal titolo e dal sottotitolo, rispettivamente “Cronache dal fronte invisibile” e “Storia di vita vissuta”, Saverio Santoniccolo, luogotenente in carica speciale dei Carabinieri, ora in congedo, racconta decenni di indagini tra guizzi investigativi, sacrifici e forza di volontà. Un libro mozzafiato nel quale, con una scrittura asciutta che va all’essenziale, ripercorre la caccia a criminali comuni e mafiosi. Senza scordare mai l’aspetto umano. Indagini misconosciute e grandi casi di cronaca – come il delitto della piccola Graziella Manzi e il fiuto che portò sulle tracce di Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo”, tra gli ideatori della strage di San Marco in Lamis – si intrecciano in un crescendo di adrenalina tra le pagine di un volume che Santoniccolo si è autoprodotto, ma che avrebbe meritato l’attenzione di qualche casa editrice. Vi proponiamo qui un capitolo nel quale si racconta l’indagine su una banda formata da baresi e foggiani che, con l’aiuto di soggetti calabresi, attaccava con metodi militari i portavalori. ***************************** COMMANDO Estate del 2004, quasi mezzogiorno. Il sole bruciava l’asfalto. Ma non era il caldo a far tremare la strada. Era stato il suono dei proiettili, centinaia di colpi calibro 7.62 NATO, sparati da un commando di 15 banditi armati fino ai denti. L’obiettivo, un furgone blindato impegnato nel deposito di denaro per il pagamento delle pensioni. Lo scenario era apocalittico. Auto e autotreni bruciati per bloccare le carreggiate, chiodi a tre punte disseminati ovunque, guardie giurate ammanettate, stese a terra, il blindato aperto come una scatoletta di tonno, il denaro sparito. Era un assalto militare, non una rapina. Una strategia criminale gestita da consessi mafiosi, senza scrupoli, senza pietà. Le strade non erano più sicure. Le autostrade, campi di battaglia. Un attimo prima eri un automobilista. Un attimo dopo un ostaggio. Nei primi anni 2000, si registravano anche 6–7 assalti l’anno. Un’emergenza. Un’allerta nazionale. In quegli anni a capo della Legione Carabinieri Puglia, arrivò il Generale Umberto Pinotti. Un militare d’azione, non un burocrate. Un uomo che masticava polizia giudiziaria, che conosceva la strada, che non si nascondeva dietro le scrivanie. Appena insediato, non si preoccupò di ristrutturare gli uffici come fa la stragrande maggioranza dei comandanti. Si preoccupò di ristrutturare la risposta dello Stato alle criticità criminali che il territorio evidenziava. Convocò tutti i comandanti dei reparti operativi provinciali. La riunione fu immediata. Una sola domanda: “Dal momento che questo fenomeno interessa tutto il territorio pugliese, avete mai avvertito l’esigenza di incontrarvi per scambiarvi informazioni su questi assalti?”. Scena muta, silenzio, imbarazzo. “Bene, anzi male. Se non lo avete ritenuto indispensabile, vorrà dire che ve lo ordinerò io. Con decorrenza immediata, dispongo che ogni 15 giorni vi incontriate per scambiarvi informazioni sulle indagini in corso e sugli spunti investigativi” – tuonò Pinotti. E da quel momento, la musica cambiò. IL LEONE SOTTOTRACCIA Il fenomeno degli assalti ai furgoni portavalori era ormai una piaga nazionale, ma era la Puglia a pagare il prezzo più alto. Fu grazie a quella mossa strategica del Generale Pinotti — l’obbligo di incontri periodici tra il personale dei reparti operativi — che emerse un nome inaspettato: Donato Mariano Leone, titolare di un rinomato agriturismo a Canosa di Puglia. Un volto noto. Un uomo rispettato. Un locale frequentato da magistrati, avvocati, Forze dell’Ordine. Nel 2003, persino le selezioni di Miss Puglia si erano tenute lì. Personaggio insospettabile, apparentemente. Ma i primi approfondimenti non mentivano: a suo carico furono accertati soggiorni in Calabria, frequentazioni con pregiudicati cosentini, una pistola denunciata come rubata nel ’91 e ritrovata anni dopo in Calabria in una casa piena di armi da guerra, giubbetti antiproiettile, lampeggianti e palette. Il kit del perfetto assaltatore. La connessione calabrese si faceva sempre più netta. Decidemmo di monitorare le utenze pulite come quella dell’agriturismo e della moglie. Non tanto per intercettare reati, quanto per tracciare spostamenti, abitudini, contatti. Poi, la svolta. Scendemmo in Calabria, a Cosenza, per parlare con i colleghi del Nucleo Investigativo. Avevamo bisogno di notizie sul ritrovamento della sua pistola nel covo pieno di armi, di avere notizie sui personaggi con cui era stato controllato. A Cosenza scoprimmo che i colleghi stavano già monitorando una rete di specialisti negli assalti ai portavalori. Da quelle parti c’era l’università. Tra le utenze sotto controllo, ce n’era una attivata a Cerignola, intestata fittiziamente a un cittadino nigeriano, che riceveva chiamate da un soggetto pugliese non identificato. La curiosità ci assalì. Ascoltammo la voce. Silenzio. Poi, lo sguardo. La conferma. ERA LUI. ERA DONATO MARIANO. Le facce dei colleghi calabresi, che ancora non avevano identificato il soggetto, le ricordo ancora. Avevamo agganciato il Leone. Il ristoratore rispettabile. Il volto noto. Era parte della rete. Da quel momento, monitoraggio diretto del suo telefono operativo, pedinamenti mirati, contatti tra la magistratura pugliese e calabrese, tracciatura dei movimenti e delle connessioni. Il Leone, ora, era sotto osservazione. TITO, LA VIGILIA DEL COLPO Febbraio 2005. Le comunicazioni intercettate tra Donato Mariano e il suo contatto calabrese non lasciavano dubbi: “Amico mio, noi partiamo nel pomeriggio… vedi se riesci a venirci incontro…”. Poco dopo, Leone chiamò il suo autista: “Dobbiamo partire subito. Gli operai arrivano in serata col treno…”. Operai. Un codice. Un eufemismo. Stava arrivando un esercito. Quel pomeriggio presidiavo da solo la sala intercettazioni della Compagnia di Barletta. Allertai i colleghi: quello più vicino, per farmi raggiungere subito; gli altri, da mobilitare immediatamente; un altro, da lasciare in sala ascolto per aggiornamenti. Io e il collega che abitava più vicino e che mi raggiunse a tempo di record partimmo con la civetta, a tutta velocità. Arrivammo all’agriturismo a Canosa. Ci nascondemmo tra gli ulivi secolari. Dopo 15 minuti, l’Audi di Leone uscì e imboccò la provinciale verso Melfi. In macchina lui e il suo braccio destro. Il suo uomo di fiducia. Pedinamento attivo. Leone guidava con attenzione chirurgica. Spesso si fermava alle piazzole di sosta senza motivo e ripartiva dopo una manciata di minuti. La tecnica per verificare eventuali pedinamenti. Conosceva ogni autovelox, ogni posto di controllo. Non lasciava nulla al caso. Arrivò a Tito (PZ). Si fermò con l’autista in un supermercato, caricò due carrelli pieni di viveri. Non per una cena. Per una squadra. La mappa della rete criminale si aggiornava: calabresi di altissima caratura, uno dei quali ricercato per tentato omicidio di un collega del comando cosentino. Eppure, se catturato, sarebbe tornato agli arresti domiciliari. Provvedimenti incomprensibili, che lasciano senza parole. Oltre ai calabresi, Leone contava su una frangia criminale cerignolana, un gruppo di pregiudicati locali, un uomo di fiducia, canosino, l’anello debole. Decidemmo di intercettare il suo telefono operativo installando un GPS sulla sua auto. Una vecchia Volkswagen Passat che rappresentò la svolta, il punto di rottura, il varco nella corazza. Da Tito, i due canosini ripresero la strada per Potenza. Li riagganciammo. Leone si fermava spesso nelle piazzole. Controllava. Scrutava. Temeva di essere seguito. Nel frattempo, arrivarono i rinforzi. Tra loro, il Maggiore Luigi Di Santo, comandante della prima sezione del Nucleo Investigativo di Bari. Trentaquattrenne, uomo d’azione, sempre in mezzo alla strada, con noi, non dietro una scrivania. Aveva il compito di coordinare, di interfacciarsi con il comandante della Legione, di aggiornare e tenere il filo diretto con il vertice operativo. E noi, in quella notte che stava per diventare decisiva, eravamo pronti a chiudere il cerchio. SICIGNANO DEGLI ALBURNI Il pedinamento di Leone Donato Mariano proseguiva con precisione chirurgica. Dopo l’incetta di viveri, il sospetto era chiaro: stava preparando il campo per un’operazione su larga scala. Quella sera, stava attendendo la squadra di specialisti in assalti armati per scortarli fino in Puglia. I due arrivarono e si fermarono ad una stazione di servizio ubicata a Sicignano degli Alburni, sulla statale 19. La più importante arteria stradale, dopo l’autostrada, che collega la Calabria alla Puglia. Qui continuarono a fare incetta di viveri, pane, acqua, carne, di tutto e di più e in quantità industriali. Li osservavamo al buio dalla nostra auto civetta a pochi metri di distanza. Eravamo talmente vicini che a un certo punto ho chiesto al collega che mi accompagnava di sdraiarsi sul sedile posteriore per dissimulare la sua presenza in macchina. In due la possibilità di essere sgamati è sempre più alta. Qualche minuto più tardi, Leone e il suo uomo ci passarono proprio davanti con pesanti buste di plastica piene di viveri. Io fingevo di intrattenere una conversazione sentimentale al telefono mentre il collega, coricato dietro per terra, neanche fiatava. Mi guardano per qualche istante ma avanzarono senza insospettirsi. Un problema tuttavia si stagliava all’orizzonte. Tra i calabresi c’era la concretissima possibilità che fosse presente anche il latitante, e andava arrestato. Il Maggiore Di Santo, bravissima persona, uomo d’azione, era deciso a intervenire immediatamente se fosse comparso quel ricercato. Capivo che si stava assumendo inenarrabili responsabilità ma la posta in palio era importante. Se fossimo intervenuti, sarebbe saltato tutto e ci saremmo ritrovati con un calabrese da riportare a casa. Ai domiciliari. “Maggiore, sono mesi che lavoriamo come matti, non possiamo mandare tutto a puttane per questa situazione”. “No, Saverio, si fa come dico io. Interveniamo”. Ma intervenire significava far sfumare l’intera indagine, bruciare mesi di lavoro, arrestare un latitante che sarebbe tornato ai domiciliari e perdere la rete criminale più ampia. Così, con sangue freddo e lucidità, decisi di inventare una copertura. A tenere a vista Leone e il suo scagnozzo eravamo solo io e il collega che mi accompagnava. Gli altri, compreso il Maggiore, si erano tenuti a distanza perché erano partiti più tardi. Poco prima dell’arrivo dei calabresi, chiamai l’ufficiale. “Maggiore, temo che Leone ci abbia visto. Penso ci abbia riconosciuti, dobbiamo rimuovere il dispositivo, andiamo via subito.” Era una bugia. Una scelta pesante, ma necessaria. Capivo la situazione di Di Santo, le sue responsabilità, ma la posta in gioco era troppo alta e qualcosa dovevo pur farla per salvare il salvabile. Rientrammo alla base. Lasciammo che Leone e i calabresi arrivassero in Puglia. L’indagine era salva. CONTRADA COLONNELLA Qualche giorno dopo, una domenica pomeriggio, il telefono operativo di Leone agganciò celle in una zona boschiva tra Canosa di Puglia e Cerignola. Ore di silenzio. Poi, una chiamata: “Vedi che a breve partono.” Il suo uomo di fiducia si mise in movimento. Da Canosa, verso Bari. Poi deviò verso Bisceglie. Informai il collega di Corato, Michele De Palo, Maresciallo con trascorsi di servizio in Calabria. Bravo ragazzo, coraggioso, fortemente motivato per quella operazione a causa dei suoi trascorsi di servizio calabresi. Non si risparmiava mai. Dopo pochi minuti mi richiamò. Era già sulla strada, fortunatamente in giro con la sua autovettura. “Sono in zona, sono operativo.” Gli comunicai le coordinate della macchina dell’autista di Leone. “Occhio, a momenti dovresti vederlo, è lì…”. Non finii la frase che con voce concitata Michele mi disse: “Ho agganciato tre Audi di grossa cilindrata. Tre Audi A8 sfrecciano alla velocità della luce in direzione Corato.” Cerca di seguirle con discrezione nonostante la velocità siderale. Fortunatamente un chilometro più avanti le tre potenti autovetture imboccarono una strada sterrata, un tratturo di campagna. La zona: Contrada Colonnella. Il cuore dell’operazione. La base logistica. Il bivacco prima del colpo. Si rendeva necessario un accurato sopralluogo della zona. Il giorno dopo contrada, Colonnella sembrava deserta. Individuammo una grandissima masseria, era enorme e isolata. Facemmo un giro perlustrativo con la balena. Il furgone del Nucleo Investigativo che avevamo sporcato con la terra e caricato di reti e scale per la raccolta delle olive. Michele De Palo alla guida, io dietro a effettuare riprese videofotografiche. Perlustrammo il perimetro della masseria. Muri alti due metri. Un bunker. All’ingresso, un cancello in ferro battuto consentiva di sbirciare al suo interno. Solo animali nel cortile e nessuna traccia umana, lasciava più domande che risposte. Ma la macchina dell’autista di Leone, che scortava le tre potenti Audi, si era fermata proprio là dentro. Il covo era quello. Dopo qualche giorno, facemmo un primo sorvolo con l’elicottero dei Vigili del Fuoco, scelto per non insospettire gli occupanti. Confermò la prima impressione: solo animali. Nessun movimento umano. IL PONTE 387 DELL’AUTOSTRADA A14 Ma il fronte operativo era tutt’altro che fermo. Le squadre di Cerignolani, Canosini e Foggiani pedinavano i furgoni blindati, monitoravano orari, percorsi, punti di scarico. La macchina criminale era in moto. Il nostro team, composto da otto uomini, due del Reparto Operativo di Bari e sei del Nucleo Operativo di Barletta, era piccolo ma affiatato. Lo chiamavamo, con goliardia e orgoglio, Team Commando. Un giorno, il luogotenente del Leone, iniziò a muoversi freneticamente lungo le strade interpoderali che fiancheggiavano le autostrade A16 Bari Napoli e A14 Bologna Taranto. Si fermava spesso, proprio a ridosso del guardrail. Grazie al sistema di localizzazione installato sulla sua auto, copiammo i suoi percorsi ed effettuammo una ricognizione dei luoghi. Raggiungemmo il primo punto: ponte 387 dell’A14 Bologna-Taranto. La carreggiata era perfettamente pianeggiante. Lateralmente, una strada di campagna si dipanava tra le coltivazioni. Scesi. Osservai. Qualcosa non tornava. Mi avvicinai al guardrail. Scavalcai. Mi avvicinai alla recinzione. Era stata tagliata e poi riposizionata sommariamente. Un lavoro fatto per non destare sospetti. Tornai verso la macchina. Mentre scavalcavo di nuovo, vidi dei bulloni per terra. Alzai lo sguardo. Il guardrail era stato smontato. I bulloni rimossi dai paletti. Un punto di accesso. Un tratto scelto per un assalto. Quel ponte, quel tratto, era stato preparato. Era pronto. Analoga situazione sull’autostrada A16 Bari Napoli: dopo alcuni chilometri dall’intersezione con la A14 erano stati rimossi i bulloni del guardrail e tagliata la recinzione. I banditi si erano creati una via di accesso e una di fuga dalle arterie autostradali. Noi, con quei dettagli, avevamo trovato il punto di rottura. Il luogo dove la teoria diventava pratica. Dove la rete criminale si sarebbe mossa. Dove il Team Commando avrebbe colpito. IL SOLE SULLA MIMETICA Contrada Colonnella, marzo 2005. Dopo giorni di pedinamenti, intercettazioni, sopralluoghi e voli di ricognizione, la svolta era arrivata dal cielo. Chiesi l’autorizzazione al Pubblico Ministero per noleggiare un velivolo civile in modo da sorvolare la zona senza destare sospetti. Permesso accordato. Noleggiai prima un elicottero, una libellula, e qualche giorno dopo un aereo, un Piper, un bimotore. Il primo sorvolo con la libellula aveva rivelato movimenti nella masseria. Due utilitarie davanti al cancello. Sagome indistinte. Presenze umane confermate. Ma fu il secondo volo, col Piper, a cambiare tutto. Una giornata limpida, tersa, da incorniciare. La cattedrale di Trani, Castel del Monte, la costa nord barese… Uno scenario da cartolina. Ma noi cercavamo un’altra immagine. Sorvolammo la masseria. Primo passaggio, sagome a ridosso del muro. Secondo passaggio: quota più bassa, videocamera accesa, metto lo zoom al massimo. Quasi non riuscivo a crederci. Li vedevo, li vedevo tutti. Sei individui, seduti su un muretto, in tute mimetiche verdi, con teste rasate, volti rivolti al sole, rilassati, sicuri, pronti. Anche Michele De Palo, seduto accanto a me, li osservò col binocolo, esultando. “Rientriamo subito” – ordinai al pilota. Atterrammo a Bari Palese in dieci minuti. Allertammo tutti: i colleghi del Team Commando, comandante Provinciale, comandante di Compagnia: “Riunione tra mezz’ora. Ci vediamo a Barletta.” L’avvistamento ci galvanizzò. Eravamo euforici, carichi. La voglia di entrare in quel bunker e arrestare tutti era fortissima. Ma io frenai l’impeto. “Riflettiamo. Quel luogo è un fortino. Quei soggetti sono armati fino ai denti. Un intervento a caldo potrebbe finire male.” Dovevamo essere lucidi. Un colpo poteva scappare. Una vita poteva finire. Non potevamo rischiare. Nel frattempo, gli altri componenti del commando erano freneticamente impegnati: pedinavano furgoni blindati, smontavano guard-rail, tagliavano recinzioni, preparavano il colpo. Il tempo stringeva. La tensione saliva. La decisione era cruciale. E noi, in quel momento, portavamo il peso della scelta. IL GIORNO DEL BORSONE 13 marzo 2005, ore 04:00. La notte era silenziosa. Ma sotto quel cielo, in Contrada Colonnella, si muovevano uomini in mimetica, con volti anneriti, fucili AR70 in mano, cuore saldo e missione chiara. Erano i ricognitori del GIS. Il Gruppo Intervento Speciale era arrivato. Due squadre da 12 uomini, partite da Firenze, a bordo di furgoni bianchi anonimi. Il sopralluogo notturno, le videocamere termiche, la conferma: sei calabresi armati, tre stanze, una villetta-bunker. Alle 03:00, la cinturazione.Venti autovetture istituzionali, disposte a distanza di sicurezza. Il Team Commando, autorizzato ad avvicinarsi ma a distanza di sicurezza. Dalle radio degli operatori del GIS. Ore 04:00: Inizio penetrazione obiettivo. Ore 04:10: Superato capannone. Tre Audi A8 all’interno Ore 04:20: Circondata la villetta. Pronti all’ingresso. Ore 04:25: Due forti esplosioni. Le serrature saltarono. Ore 04:21: Unità Alfa – stanza 1: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:22: Unità Bravo – stanza 2: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:23: Unità Charlie – stanza 3: due individui disarmati e neutralizzati. Poi, il grido alla radio: “Ragazzi, raggiungeteci. Qui è pieno di armi” – tuonò il capo squadra dei GIS. Kalashnikov, Glock, pistole, giubbetti antiproiettile, munizioni. tre Audi A8 blindate, con lattine di benzina pronte per cancellare ogni traccia. Tra i sei arrestati, il ricercato per il tentato omicidio del collega cosentino. La santabarbara era servita. Un grido di liberazione e di sconfinata gioia mista a soddisfazione si levò quella notte del 13 marzo del 2005, da parte di un gruppo di uomini che per diversi mesi avevano abbandonato le loro famiglie mettendo da parte tutte le loro esigenze per dedicarsi a quella attività e raggiungere quel risultato. IL LEONE IN GABBIA Il giorno dopo, Leone Donato Mariano, non riusciva a contattare i suoi operai. Preoccupato, si recò personalmente alla masseria che nel frattempo era rimasta presidiata e sorvegliata da altri colleghi. Venne fermato, perquisito, rilasciato. Ma da quel giorno, non dormì più tranquillo. Novembre 2005, ore 03:00. Il campanello dell’agriturismo Tenuta Leone suonò ripetutamente. Donato aprì la porta con la moglie. “Buongiorno signora.” Poco dopo spuntò lui dalla camera da letto. “Buongiorno, Donato. Prepara il borsone.” Donato annuì. Si avviò verso la camera, la moglie gli preparò con cura il borsone e lo accompagnammo in carcere unitamente ad altri 9 correi… Otto anni di reclusione. Agriturismo confiscato. Tra centinaia di intercettazioni, una rimase impressa: “Donato è una forza della natura, quando indossa il passamontagna non ce n’è per nessuno… E pensare che non lo fa per soldi, ma solo per l’adrenalina che gli scorre nelle vene.” Due complici dell’organizzazione criminale furono intercettati mentre andavano a Torino per comprare dischi per moto-troncatrici. Questi dischi servivano per tagliare i furgoni portavalori. Ma quella adrenalina, quella notte, fu spenta dalla legge. Dalla pazienza. Dalla strategia. Dalla volontà di otto uomini che non si sono mai arresi. A chi ha scelto di servire. A chi ha scelto di proteggere. A chi ha scelto di vincere. L'articolo “Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Barletta, in fiamme l’auto del giornalista Adriano Antonucci: non si esclude l’origine dolosa
L’auto del giornalista Adriano Antonucci che collabora da Barletta con il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, è stata distrutta da un incendio avvenuto la sera del 5 febbraio, intorno alle 21. Nessuno è rimasto ferito. L’utilitaria era parcheggiata vicino l’abitazione del giornalista. Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco per spegnere il rogo e a mettere in sicurezza l’area, insieme agli agenti della Polizia e ai militari dei Carabinieri, impegnati nei primi rilievi investigativi. Secondo le prime ricostruzioni, scrive la Gazzetta del Mezzogiorno, le fiamme sarebbero state precedute da un’esplosione. Le cause dell’incendio al momento non sono note: potrebbero essere di origine accidentale ma non è esclusa la natura dolosa e il possibile collegamento con il lavoro del cronista. Ipotesi ancora tutte da verificare, ma che sollevano già preoccupazioni nel consiglio comunale di Barletta. Il gruppo di Forza Italia si è subito schierato con Adriano Antonucci: “Si tratta di un episodio grave e preoccupante, che desta particolare allarme anche per la possibile connessione con l’attività professionale del giornalista. La libertà di stampa e la tutela dei professionisti dell’informazione rappresentano valori irrinunciabili per la democrazia e per la nostra comunità”. Solidarietà al giornalista anche dal gruppo consiliare e dagli assessori di Fratelli d’Italia: “oltre a rappresentare un grave danno personale, desta forte preoccupazione per la sicurezza in cui operano i professionisti dell’informazione nella nostra comunità, soprattutto per la possibile natura dolosa dell’incendio, sebbene le cause siano attualmente oggetto di accertamento da parte delle autorità competenti”. L'articolo Barletta, in fiamme l’auto del giornalista Adriano Antonucci: non si esclude l’origine dolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Puglia
Il forte boato e il bagliore in campagna, mistero a Casamassima: “È caduto un meteorite” – Video
Mistero a Casamassima. I cittadini hanno “avvertito un boato seguito da un forte bagliore” nella serata di sabato 10 gennaio. I video dell’accaduto, con il lampo di luce che si vede all’orizzonte, nelle campagne, e il rumore, sono stati rapidamente diffusi sui social. Ma di cosa si trattava? Due le ipotesi possibili: o nelle campagne del barese, attorno alle 18.40 è caduta proprio una parte di meteorite, oppure a schiantarsi al suolo sono stati alcuni detriti di un meteorite di passaggio. Sui social, intanto, non si parla d’altro. Sul gruppo “Amo Casamassima“, sono certi: “Il video mostra chiaramente il passaggio di una meteora ovvero un frammento di roccia proveniente dallo spazio che, entrando nell’atmosfera terrestre, genera un intenso lampo di luce. Quando una meteora riesce a superare l’attrito dell’atmosfera e raggiunge il suolo, prende il nome di meteorite. In questo caso, il corpo celeste avrebbe attraversato il nostro territorio per poi cadere nelle campagne di Casamassima”. Intanto però, come scrive Repubblica Bari, mancano tutte le conferme del caso: il sindaco di Casamassima, Giuseppe Nitti, non ha ricevuto informazioni ufficiali. L'articolo Il forte boato e il bagliore in campagna, mistero a Casamassima: “È caduto un meteorite” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Puglia
Arrivata la stangata per l’allenatore della Virtus Francavilla: maxi-squalifica per aver schiaffeggiato il cartellino rosso dell’arbitro
Una reazione spropositata da parte del tecnico della Virtus Francavilla, Roberto Taurino, che è costata 12 giornate di squalifica. Tradotto: circa tre mesi. Un lungo stop per un gesto di rabbia che ha subito fatto il giro del web, con il video (la partita è stata trasmessa in diretta) in cui si vede l’allenatore che entra in campo a protestare con il direttore di gara con grande veemenza, viene espulso e schiaffeggia il cartellino rosso dell’arbitro, facendolo volare via. Il tutto è accaduto domenica, al termine del big match tra Barletta e Virtus Francavilla (terminato 0-0) valido per la 18esima giornata – la prima di ritorno – del girone H di Serie D. Alla base della protesta feroce di Taurino ci sarebbe il lungo recupero assegnato dal direttore di gara e il recupero sul recupero, con il match che alla fine si è protratto fino al 99esimo. A distanza di 24 ore dall’accaduto, Taurino ha pubblicato un messaggio di scuse sui social: “Desidero esprimere le mie più sincere scuse per quanto accaduto al termine della gara di ieri”, si legge nella lettera. “Il gesto compiuto nei confronti del direttore di gara è stato frutto della tensione del momento, e non rispecchia in alcun modo i valori di rispetto, equilibrio e correttezza che considero fondamentali nello sport e nel mio lavoro quotidiano e che ho sempre perseguito nel corso della mia carriera sia da calciatore che da allenatore.“ E poi ancora: “Nel mio gesto, assolutamente censurabile, non c’era alcun intento violento o intimidatorio. Ho già manifestato personalmente il mio rammarico alla società e rinnovo pubblicamente il mio pieno rispetto per gli ufficiali di gara e per le istituzioni sportive.“ In conclusione il tecnico aveva dichiarato di accettare ogni decisione e ogni responsabilità per quanto avvenuto: “Accetto ogni responsabilità per quanto avvenuto e mi impegno affinché episodi simili non si ripetano. Il calcio deve essere un esempio di educazione e lealtà e sono il primo a voler rappresentare, come ho sempre fatto, questi principi con coerenza e serietà”. Scuse che evidentemente sono servite a poco, visto che il giudice sportivo ha deciso di punirlo con ben 12 giornate di squalifica. Tornerà a metà marzo. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Telesveva (@telesvevaofficial) L'articolo Arrivata la stangata per l’allenatore della Virtus Francavilla: maxi-squalifica per aver schiaffeggiato il cartellino rosso dell’arbitro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Calcio
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Serie D
“Emiliano assessore alle Crisi industriali in Puglia”: l’ex governatore verso un posto nella giunta Decaro
Michele Emiliano potrebbe diventare a breve assessore alle Crisi industriali nella giunta di Antonio Decaro in Puglia. Lo scrive il Corriere del Mezzogiorno, secondo cui al governatore uscente (e prima sindaco di Bari per due mandati) potrebbe essere assegnata una delega ad hoc, separata da quella all’Ambiente a cui attualmente è legata. Un assessorato che avrebbe un ruolo centrale, dovendo gestire l’eterna vertenza dell’ex Ilva di Taranto – sulla via di essere acquisita da un fondo Usa – nonché altre situazioni delicate come quella del gruppo Natuzzi, colosso pugliese che ha di recente annunciato 479 esuberi. Decaro, che ha stravinto le Regionali a novembre succedendo a Emiliano dopo dieci anni, si insedierà da presidente mercoledì 7 gennaio. La composizione della giunta però sarà ufficializzata solo la settimana prossima, dopo la proclamazione degli eletti in Consiglio regionale (per statuto, solo due assessori possono essere esterni, cioè non consiglieri). L’eventuale entrata di Emiliano nella squadra di governo è il tema che tiene banco dal giorno dopo l’elezione di Decaro: il neo-governatore, infatti, aveva messo il veto sulla candidatura del suo precedessore (e di Nichi Vendola, altro ex presidente pugliese) in Consiglio regionale, costringendolo a rinunciare alla corsa dopo un lungo stallo. In molti quindi erano scettici su un “ripescaggio” come assessore, ruolo ben più importante di quello di consigliere. Se non fosse nominato in giunta, però, l’ex presidente della Regione dovrebbe tornare dopo oltre vent’anni al lavoro che non ha mai formalmente lasciato, quello di magistrato: Emiliano è infatti tuttora un pubblico ministero, in aspettativa elettorale dal lontanissimo 2003, quando si candidò la prima volta a sindaco di Bari con i Democratici di sinistra. Ed essendo stato eletto l’ultima volta nel 2020, per lui non vale la riforma Cartabia del 2022 che impedisce le “porte girevoli” tra politica e funzioni di giudice o pm. L'articolo “Emiliano assessore alle Crisi industriali in Puglia”: l’ex governatore verso un posto nella giunta Decaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Michele Emiliano
Corruzione, indagato il presidente della provincia di Barletta-Andria-Trani: “Mazzette su un appalto per le strade”
Il presidente della Provincia di Barletta-Andria-Trani (Bat), il 74enne Bernardo Lodispoto, sindaco del comune di Margherita di Savoia, è indagato per concorso in corruzione assieme al suo ex vicepresidente, Lorenzo Marchio Rossi, settant’anni, ex segretario provinciale del Pd, e al consigliere comunale di Andria Emanuele Sgarra, 64 anni, anche lui eesponente dem fino a poco tempo fa. Il presunto corruttore è un imprenditore della zona. A riportare la notizia è La Gazzetta del Mezzogiorno, secondo cui a dicembre sono state eseguite perquisizioni da militari della Guardia di finanza, su disposizione della Procura di Trani, nell’ambito di un’indagine su un appalto relativo alle strade. L'articolo Corruzione, indagato il presidente della provincia di Barletta-Andria-Trani: “Mazzette su un appalto per le strade” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Angelo Maggio, lo chef pugliese ha perso il controllo della sua auto ed è finito contro un muretto
È morto Angelo Maggio. Lo chef 59enne pugliese è rimasto coinvolto in un incidente stradale sulla litoranea nord di Otranto, in provincia Lecce. Maggio stava rientrando dal lavoro quando, per cause da accertare, come riporta l’agenzia Ansa, ha perso il controllo della sua Fiat Idea che è finita contro un muretto a secco. Ogni tentativo del personale sanitario del 118 di salvargli la vita si è rivelato inutile. Immediato il cordoglio di amici e colleghi. “Ci stringiamo forte alla famiglia di Angelo Maggio, in questo momento di profondo dolore. – ha scritto Stefano Nisi – Perdiamo un collaboratore serio, un professionista instancabile, ma soprattutto una gran brava persona. Addio amico mio”. Fabiola Papadia ha dichiarato: “Averti ritrovato nella stagione estiva appena conclusa, dopo tanti anni di conoscenza, mi ha fatto un piacere immenso! Il ricordo sarà sempre quello di una persona un po’ imbronciata, quella di lavoratore instancabile e dal cuore d’oro! Ciao Angelo caro, sarai sempre nei ricordi di chi ha avuto il privilegio di conoscerti”. L'articolo È morto Angelo Maggio, lo chef pugliese ha perso il controllo della sua auto ed è finito contro un muretto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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