Come tutte le grandi opere letterarie, Cime tempestose merita di essere riletto.
Superata la magia della prima volta, potreste cambiare l'intera concezione del
libro
Tag - libri
L’ ultimo libro di Enrico Terrinoni, Leggere libri non serve (2025) potrebbe
essere definito un libro etico, che intesse fra loro dei racconti “eretici”,
parlando di letteratura come forma di resistenza. Qualche giorno fa, al Firenze
Rivista, festival delle riviste e della piccola editoria indipendente, Vera
Gheno, linguista, saggista e, come Terrinoni, impegnata nella cosiddetta terza
missione (che molti accademici rifuggono, per usare un termine eufemistico), ha
utilizzato il termine “pruriginoso” in un talk a proposito del linguaggio
applicato al corpo delle donne (“Il corpo della donna come terreno di
battaglia”). Gheno ha riflettuto con le altre due interlocutrici sulla necessità
di uscire da schemi di pensiero binomiali, lasciare la logica strutturante alle
necessità espressive per abbracciare la complessità del mondo.
Potenzialmente pruriginosa è anche la parola etica. Stuzzica e prude la nostra
coscienza, sollecitando dei quesiti e delle associazioni lessicali importanti:
etica del lavoro, deontologica, etica di ascendenza aristotelica poi passata
sulla penna latina come morale, mos, moris. Sul sito dell’Accademia della Crusca
si può trovare una pagina dedicata a “disambiguare” i termini “etica” e
“morale”, che sono stretti fra loro da un cappio storico e filosofico, ma la cui
distinzione desta dubbi nei parlanti, chi maneggia e dà voce alla lingua
parlata. Senza scendere nei dettagli sfumati di questa distinzione, si potrebbe
dire, magari dando voce in realtà a una fenomenologia dei concetti pregiudicata
dall’uso, per cui non a priori, che etica suona meglio di morale nella
percezione del nostro orecchio linguistico-concettuale moderno, perché sulla
morale grava la pesante oscillazione del “giudizio di valore”.
Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico “quantistico”
(ne ha parlato di recente Alessandro Beretta su La Lettura), che è al centro
della sua precedente opera La letteratura come materia oscura (2024). Leggere
libri non serve è un saggio di questa nuova, provocatoria, specialmente sul
fronte accademico, proposta di lettura del testo letterario, e non a caso al
rapporto fra letteratura e scienza viene dedicato un post scriptum, versione
“amichevole” del classico epilogo. Il sottotitolo del libro, Sette brevi lezioni
di letteratura, stabilisce un dichiarato legame con il testo di Carlo Rovelli,
Sette brevi lezioni di fisica (2014).
> Il saggio di Terrinoni parla di letteratura e libertà, di un’etica della
> resistenza espressa adottando un metodo interpretativo e critico
> “quantistico”, che è al centro della sua precedente opera La letteratura come
> materia oscura.
Al polo cartografico opposto della postilla, nell’introduzione, Terrinoni
scrive: “mi sia consentito di dire che a volte, nella vita, dello sconforto
bisogna accettare l’inesorabilità […] sapersi confortati è spesso un’illusione
bella, ma inutile e disutile allo stesso tempo. Questo perché l’esistenza, nella
sua complessità, non è riducibile a formulette; e soprattutto, ci insegna
persino che ogni tanto agire o non agire può portare alle stesse conseguenze.
Fare e non fare, non è detto che producano risultati alternativi”. Questa
affermazione può sembrare paradossale, ma chiama in realtà in causa un’impasse
propria di questo momento storico, che ci invita urgentemente all’azione, ma
allo stesso tempo ci interroga sull’astensione dalla stessa. L’impasse non è
solo della coscienza individuale ma ha a che vedere piuttosto con una coscienza
collettiva.
Non è un caso se Terrinoni ci esorta più volte ad attendere, ad attraversare con
fiducia le parole che ha disposto sul testo, comunicandoci già, silenziosamente,
due dei puntelli che il suo lavoro intellettuale ci sta offrendo: da una parte,
l’abbandono temporaneo del raziocinio, di cui si parlerà più avanti, perché
“l’indagine, lo scavo, il tentativo di tuffarsi in questo ignoto, se viene fatto
a parole, e soprattutto attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i
conti, diviene una menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci
davvero capire”; dall’altra un senso di collettività che è insieme un progetto,
civico, letterario e anche, per l’appunto, etico. Quest’ultima frase è
esattamente una struttura linguistica binomiale che non esaurisce la complessità
del testo di Terrinoni. Ecco quello che questo articolo proverà a fare:
“tuffarsi nell’ignoto” adoperando per necessità “strutture linguistiche che
fanno tornare i conti”.
Tornando brevemente sui passi del progetto collettivo, ci si potrebbe chiedere
perché sia anche etico, da ethos, che riguarda il costume, le abitudini in cui
viviamo. Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei
silenzi parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione, di cui si parlava
poco fa. “Non abbiate paura. Seguitemi. Fidiamoci gli uni degli altri” e “Va
bene: urge che mi spieghi” non sono esortativi vuoti, automatismi pluralizzanti
didascalici, ma sono la struttura profonda di un progetto intellettuale che
vuole ridare voce a una collettività corrosa come dalla bava di un Alien che noi
stessi abbiamo creato; potrebbero essere definiti dei “vocativi solidali”.
> Terrinoni comunica senza spiegare pedissequamente, lasciando dei silenzi
> parlanti che mettono in connessione i capitoli sparsi e apparentemente
> irrelati ‒ quantici ‒ prendendoci per mano nell’introduzione.
Sempre durante lo stesso talk in cui ha fatto ricorso al termine “pruriginoso”,
Gheno ha anche parlato della tendenza classificatoria del cervello umano,
facendo l’esempio degli schemi ad albero di Linneo, per dare voce a una
riflessione che è molto vicina a quella cui Terrinoni, a sua volta, dà voce: la
sistematizzazione e la tassonomia ci consentono di dare una forma ai pensieri,
ai concetti (così come la narrazione narra), ma se tale tendenza classificatoria
si inserisce nei concetti irregimentandoli, se li corrode della sua acida
sterilità e diventa forma mentis, tutto è perduto. L’inerzia delle strutture
linguistiche applicate alle possibilità del nostro essere nel mondo ci rende
rigidi (parla di un dilemma simile anche Giovanni Bottiroli nel testo La ragione
flessibile, 2013).
L’incontro fra le parole di Gheno e di Terrinoni è accaduto “quantisticamente”
nella mente di chi scrive questo articolo, che vorrebbe proseguire all’insegna
dello stesso “spirito” quantico-associativo per riflettere, a partire da Leggere
libri non serve, su cosa si intenda con incontro fra particelle che rimarranno
collegate fra loro per sempre, nella speranza di “profondere nei sentimenti”
della letteratura, secondo l’insegnamento di Bruno tanto caro a Terrinoni.
Tutto parte, forse, dall’assunto che una parola può stabilire una connessione
con un’altra detta in un luogo e in un contesto differente, lasciando una
“traccia”, accade così nella fisica e pure in letteratura, pur con le dovute
differenze: “Scienza e arte […] nascono da una istanza simile […]. Ma poi, da
una parte, nella scienza, interviene la logica, dall’altra nell’arte, interviene
un tipo di speculazione ancorata nell’inconscio […] una discordia concors”.
Proprio su questo tipo di scambio si basa il testo di Terrinoni, che nel post
scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura lancia un invito alla
collettività, in questo caso specialmente quella accademica, a non chiudersi in
specialismi stantii: “nessuno dovrebbe essere acclamato perché sa ben
rinchiudersi in degli steccati, ossia nei giardinetti della propria disciplina”.
> Nel post scriptum dedicato al rapporto fra scienza e letteratura Terrinoni
> lancia un invito alla collettività, in questo caso specialmente quella
> accademica, a non chiudersi in specialismi stantii.
Tornando un’ultima volta sui rami di Linneo e al dilemma fra “fare e non fare”
con cui si apre il saggio, ecco che Terrinoni, passando per il dilemma amletico,
affrontato in modo divagante-quantico attraverso una storia di epoca più o meno
confuciana, trae la seguente “morale della favola” sul dubbio operativo e di
senso fra “servire o non servire”, dilemma alla base del suo libro: “oscure […]
sono le dinamiche in grado di dirci se il nostro comportamento serva o meno. Chi
mai può asserire se tutti noi, nel modo in cui agiamo, in quello che facciamo,
serviamo davvero”. Continua poi scrivendo: “Se decliniamo il dilemma enucleato
(servire o non servire) non più nella sfera dell’azione […] ma in quella
dell’inazione come nel campo della scrittura – che è certo più pensiero che
azione – l’intrico si infittisce alquanto” e si chiede se sia “possibile
ipotizzare una preminenza nelle nostre vite di ciò che è invisibile, immaterico,
intangibile”? A cosa serve scrivere e leggere insomma, se il reale ci chiama ad
agire.
Quattro versi di T.S. Eliot, dalla poesia The Hollow Men (“Gli uomini vuoti”,
1925), potrebbero esprimere questo quesito in modo differenziale: “Between the
idea / and the reality / between the motion / and the act / falls the Shadow”,
dove l’ombra che cala fra idea e realtà, ma soprattutto fra “motion” e “act”, è
il nocciolo residuale alla base dello scarto fra “servire e non servire” di
“Leggere libri non serve” e del corrosivo corsivo con cui “non” è
provocatoriamente e silenziosamente riportato. “Se leggere libri non serve a
diventare potenti […] a cosa serve davvero?”, prosegue Terrinoni. A non essere
asserviti al diktat dell’azione, che è il termine con cui cominciano molti
partiti oscuri e fascisti, a pronunciare quel non serviam – “non servirò” – su
cui Beretta si sofferma nella sua recensione. È lo stesso diktat che dice “agli
studenti […] che devono perseguire un tipo di istruzione sempre più mirato a
trovare un impiego lavorativo, e anche il prima possibile”, sporcando di sangue
la coscienza etica della collettività dietro diciture edificanti come
“alternanza scuola-lavoro”.
A questo punto, ci si vuole porre una domanda quantisticamente, divagatoriamente
ispirata alla lezione interpretativa terrinoniana: cos’hanno a che vedere il
libro di Terrinoni e The Man in the High Castle di Philip Dick? Il romanzo di
Philip Dick The Man in the High Castle (1962) è tradotto in Italia con due
titoli diversi: La svastica sul sole (Fanucci) e L’uomo nell’alto castello
(Mondadori). In quest’ultima edizione l’introduzione è a cura di Emmanuel
Carrère, autore della biografia di Dick Io sono vivo, voi siete morti (1993).
Carrère parla dei principali riferimenti presenti nella mente di Dick prima
della stesura di The Man in the High Castle: l’I Ching. Il libro dei mutamenti
(edito in Italia da Adelphi) e il nazismo, destinati a incontrarsi lasciando una
“traccia” indelebile. Facendo un salto mortale nelle “connessioni inattese” e
nei “nessi radicali, eretici […] tra autori e autori, tra libri e libri, tra
libri e autori” con cui, scrive Terrinoni, “possiamo scoprire […] nuove forme di
resistenza”, si potrebbe paragonare il rapporto fra i testi di Dick e di
Terrinoni a quello apparentemente inesistente fra l’I Ching e il nazismo nella
mente di Dick.
L’uomo nell’alto castello è un’ucronia, ovvero un racconto ambientato in un
tempo mai esistito (da qui la differenza con Utopia, “in nessun luogo”, come
quella di Thomas More). Quasi tutti i personaggi di questa ucronia sono mossi e
smossi, in “motion” e “act”, in “servire e non servire”, da un libro dal titolo
biblico che circola illegalmente nei domini del Reich e nel territorio in mano
ai giapponesi, La cavalletta si trascinerà a stento, a sua volta un’ucronia che
descrive un mondo alternativo, una fantastoria dove la Seconda guerra mondiale è
stata vinta dalle potenze alleate e non da quelle dell’Asse, come è accaduto
invece nel romanzo di Dick. Uno dei protagonisti del romanzo di Dick, l’alto
funzionario giapponese Nobusuke Tagomi, parla del “dilemma dell’uomo
civilizzato: corpo mobilitato, ma pericolo oscuro”, che sembra richiamare, in un
gioco di echi differenziali, la shadow che cade fra “motion” e “act” e il
terrinoniano “immateriale inservibile” che sta fra “servire e non servire”,
“inutile/disutile” e “utile”. L’uomo cieco d’azione distrugge e devasta, con la
sua “scienza esatta persuasa allo sterminio”, cui fa riferimento Terrinoni con
delle piccole ed eloquenti note ‘pruriginose’ per la nostra coscienza collettiva
riguardanti l’attualità politica. I personaggi di Dick errano “nei luoghi per
trovare e intuire qualcosa”, quell’errare che Terrinoni trova alla radice
dell’atto del tradurre e che ha che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Nell’introduzione all’edizione Mondadori del romanzo di Dick, Carrère scrive che
nel 1982, anno della morte di Dick (coincidenza numerica che non passerebbe
inosservata a Terrinoni), sta lavorando su un saggio il cui titolo italiano è,
per l’appunto, Ucronia. Bisogna a questo punto premettere che Dick, come ci
riferisce Carrère, si è servito dell’I Ching per scrivere il suo romanzo, mentre
Carrère stesso se n’è servito per scrivere la biografia di Dick e consiglia a
chi legge The Man in the High Castle di cominciare a usarlo prima di iniziare la
lettura. Nel capitolo dedicato a Svevo, Terrinoni ci racconta che il fratello
minore di sua moglie aveva tradotto l’I Ching e la traduzione Adelphi è proprio
quella di Bruno Veneziani (e di A.G. Ferrara). Poco più avanti, ci parla di cosa
significhi per Svevo il termine coscienza: “un magma sconosciuto e forse
inconoscibile” il cui “scavo […] se viene fatto a parole, e soprattutto
attraverso strutture linguistiche che fanno tornare i conti, diviene una
menzogna costruita sulla originaria menzogna di volerci davvero capire”. Forse
il voler far “tornare i conti” di cui parla Terrinoni ha a che vedere con la
scollatura fra razionalismo e percettivismo, che ha proprio a che vedere con lo
spirito dell’I Ching. Da qui forse anche il parziale fallimento di alcune
terapie cognitive di parola, che falsano e coprono “il magma sconosciuto”.
Carrère, parallelamente, parla dell’ombra d’attesa che precede la scrittura di
Dick: “intuisce che alcune di quelle immagini [dell’I Ching], alcuni di quei
pensieri troveranno il loro posto nel libro, però occorre pazienza. Bisogna
lasciare che vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”.
> I personaggi di Dick errano “nei luoghi per trovare e intuire qualcosa”,
> quell’errare che Terrinoni trova alla radice dell’atto del tradurre e che ha
> che vedere con lo “sprigionare l’impossibile”.
Anche il signor Tagomi ricorre all’I Ching, e così pure Juliana Frink,
protagonista femminile del romanzo, che intuisce che Hawthorne Abendsen se n’è
servito per scrivere La cavalletta si trascinerà a stento. “Bisogna lasciare che
vadano alla deriva, dice il Tao, in balia della corrente”. L’entanglement
richiede una spiegazione collettiva delle particelle, dice Terrinoni, e così
pure la letteratura che può essere decontestualizzata e ricontestualizzata a
fini liberatori, conoscitivi e quasi mistici per divenire esercizio di libertà
collettiva. Procediamo quindi con “l’errare”, “errando” fra i testi e i
contesti.
Sempre nella sua introduzione, Terrinoni scrive che “è nei libri che risiede
davvero la vita, non al di fuori”, passando in rassegna sette “vite
letteraturizzate”, per ricordare che la letteratura è vitalizzata dalla vita e
che la vita può essere rivitalizzata dalla letteratura, in un entanglement
infinito. Seguendo questa “onda” interpretativa, si può affermare che la lezione
terrinoniana consista nel ricordarci che la letteratura è una forma di
resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal Tao,
esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Nel romanzo di Dick ci sono personaggi che non cambiano rotta grazie alla
lettura, come quegli stessi potenti di cui parla l’introduzione di Leggere libri
non serve, come l’ambasciatore americano del Reich, Hugo Reiss, che riflette sul
sorprendente “potere evocativo della finzione narrativa, perfino di quella
popolare e a buon mercato”, non stupendosi del fatto che “questo romanzo sia
proibito in tutto il Reich”. Ma la rigidità di pensiero, la sua inflessibilità,
è ormai talmente radicata nelle sue strutture mentali e linguistiche che la
tendenza classificatoria con cui questo articolo è cominciato non è un mezzo ma
una forma mentis del tutto impenetrabile al dubbio: “Reiss chiuse il libro e
restò seduto per un po’. Suo malgrado era sconvolto. Si sarebbe dovuta
esercitare più pressione sui giap, si disse, affinché quel maledetto libro fosse
eliminato”. Reiss esclude una “letteraturizzazione” della sua vita e delle sue
strutture di pensiero-parola e bandisce il libro dalla sua mente, dalla sua
coscienza: per questo i libri fanno paura, per questo “gli assassini temono i
poeti” come scrive Terrinoni, riportando le parole dello scrittore Chris Hedges
in memoria del poeta palestinese Refaat Alareer.
> La lezione terrinoniana consiste nel ricordarci che la letteratura è una forma
> di resistenza politica che si apre proprio nel margine buio da cui, come dal
> Tao, esce la luce, al limitare fra servire e non servire.
Per questo stesso motivo “la vita è nei libri e non fuori”, perché è un’ucronia
fuori dal reale possibile, il ruolo residuale della coscienza, e permette di
“surclassare il potere con l’uso dell’immaginazione” (che evoca il titolo di un
libro di Azar Nafisi, non casualmente intitolato La Repubblica
dell’immaginazione, 2014). La filosofia letteraria quantistica che Terrinoni ci
invita ad abbracciare è una forma di comparatistica mentale e letteraria che
sfida gli steccati imposti dagli specialismi accademici a fini liberatori, di
resistenza, facendosi una forma di attivismo e sciogliendo l’equivoco, molto
attuale, per cui scrivere e ragionare, riflettere, farsi colpire nei “sentimenti
e non nell’intelletto”, per usare le parole del cattivo Reiss la cui “scienza
esatta è persuasa allo sterminio”, è inteso come un togliere tempo all’azione.
Per ricordarsi sempre che fra l’azione e il movimento “falls a Shadow”; quella
stessa pausa che precede l’azione nel motto gramsciano “istruitevi, agitatevi,
organizzatevi”.
Il romanzo di Dick si interroga su un’alternativa virtuale errando sulle strade
della Storia, come fanno anche l’I Ching e in generale l’abbandono del
raziocinio di cui parla Terrinoni. Ci si potrebbe chiedere come mai Terrinoni
abbia scelto proprio i nove autori di cui ha parlato, al di là delle sottili,
quantiche e più o meno misteriose vie che li legano. La risposta si potrebbe
cercare nell’introduzione all’edizione Fanucci del romanzo di Dick, stavolta a
cura di Carlo Pagetti quando scrive:
> Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di
> scrittore sovversivo […] negli anni della conquista della luna non dà grande
> peso all’epopea del viaggio interplanetario, ma questo costituisce la prova
> lampante che il discorso narrativo segue intuizioni e invenzioni autonome
> rispetto alla linearità della cronaca e dei suoi resoconti più puntuali […].
> Solo i libri offrono la possibilità di guardare alla realtà con occhi nuovi
> per lacerare il velo dell’inganno che la propaganda politica e l’incapacità di
> ogni individuo di cercare dentro di sé risposte convincenti ai dilemmi
> dell’esistenza generano come un vapore esistenziale.
Questo è quello che mette in pratica la (non-)teoria critica di Terrinoni:
leggere con la lente dell’errare, spaziando fra autori che apparentemente non
hanno niente a che vedere fra di loro ma che sono quantisticamente (“gli
entanglement letterari proposti”), correlati non soltanto, certamente, nella
mente dello scrittore, ma anche più sottilmente dagli eventi, “dal leggere con
la lente dell’errare”, dalla storia variante, dal Tao, “dalla luce che esce
dall’oscurità”, dal loro essere eretici, dissenters verso qualcosa o qualcuno,
rimanendo a loro modo e in modi diversi ‘resistenti’. Il sottotitolo “Sette
brevi lezioni di letteratura” che sono anche sette vite “letteraturizzate” unite
da legami detti e non detti e dalla loro resistenza a non “far tornare i conti”,
è un invito a riconoscersi nell’ucronica coordinata letteraria coniata da
Terrinoni: “noi leggiamo libri per non servire, e non servire significa capire
altro per capire gli altri. Certo, anche per capire noi stessi, ma pure per non
capirci, se questo vuol dire cogliere quello che di noi non sappiamo ancora,
perché forse è situato al di fuori. La coordinata geografica della lettura
dovrebbe essere chiamata ‘altritudine’”.
L'articolo La morale della favola proviene da Il Tascabile.
Nonostante le trame dei suoi romanzi con Hercule Poirot siano note a tutti e
figurino tra i più venduti di sempre, la sua vita resta un intreccio di
sorprese, scomparse e passioni insospettabili
G iunge dicembre, e ogni categoria commerciale che si rispetti ha già dovuto
dare il massimo in termini di proposta. Non è da meno il mondo del libro, che
dopo tanti affanni sa che in questo periodo dovrà ritirare le sue reti e
raccogliere la gran parte del pescato annuale. L’ansia non è poca, e la
costellazione di esternazioni del mondo editoriale si riproduce già a partire
dalle settimane che precedono dicembre, ciascuna col malcelato intento di
generare qualche moto di vendita significativo nelle ore via via più disperate
che ci avvicinano al Natale. Non mancano, fra le dette esternazioni, quelle che
potremmo definire interventi ‘metaculturali’, ovvero interventi del mondo della
cultura che ragiona di sé stesso; questi vanno da riflessioni complessive sullo
stato dell’arte a interventi di denuncia sui social in un certo senso
aspecifici, laddove non è chiaro in cosa identifichino la radice del proprio
turbamento, forse finendo per segnalare un disagio più individuale che non di
categoria, che pur merita di essere indagato. Tutti questi moti ricorrenti, a
ben vedere, possiedono, in qualche modo, tre distinte ma concorrenti
caratteristiche che meritano di essere isolate.
La prima è che quasi sempre compiono una cosiddetta ‘fallacia di composizione’,
tracciando un’identità impropria tra mondo editoriale librario (anzi, nella
sostanza solo quel mondo che si occupa dei libri di ‘varia’, non di libri
scolastici, non di pubblicazioni scientifiche, non di periodici né di
quotidiani) e mondo culturale tutto. È evidente che il mondo editoriale
rappresenta solo una parte del ‘mondo culturale’: non abbiamo in tasca i dati
per capire quanto grande o piccola sia questa parte, ma basta rifletterci un
attimo per cogliere che i settori della cultura sono innumerevoli e spesso non a
contatto tra loro. Eppure chi lavora in questo campo editoriale tende a compiere
un’indebita identificazione in forma di sineddoche con la cultura tout-court, e
questo la dice lunga sull’altisonante percezione che il mondo editoriale ha di
sé.
L’immediata conseguenza di questa innocente fallacia è il secondo aspetto da
isolare: si tratta di questioni che vengono discusse in una comunità ristretta,
quella delle persone che lavorano nel detto campo editoriale. Queste non sono
molte (a conferma del fatto che c’è poco lavoro) e si conoscono un po’ tutte tra
loro. Non hanno contezza dell’oceanica indifferenza che il resto del mondo ha
per certe questioni, e questa noncuranza, da un lato e dall’altro, è di certo
parte di un problema di un settore che ama i propri perimetri e le proprie
esclusività.
> Le esternazioni del mondo editoriale che ragiona di sé stesso sembrano
> ritornelli che ruotano, con variazioni, intorno agli stessi accordi e appaiono
> più una postura letteraria che un’analisi strutturale.
La terza caratteristica di queste esternazioni è tutta interna – come volevasi
dimostrare – al suddetto mondo editoriale. La si potrebbe sintetizzare così: nel
guardare a queste dichiarazioni, prima ancora di rifletterci davvero, ciò che
salta agli occhi a chiunque da un po’ sguazzi nel settore è che, se il mondo
editoriale fosse una canzone, questi sarebbero ritornelli. Ritornelli che,
siccome vengono da menti per definizione creative, prendono di volta in volta
forme un po’ diverse, ma ruotano intorno agli stessi accordi: 1. Il mondo
editoriale quest’anno è in crisi; 2. Non ci sono i soldi; 3. La gente legge
sempre meno. È subito evidente che i tre aspetti sono tra loro interdipendenti,
anche se trattati spesso in ambiti separati, e rispettivamente affrontati più o
meno da tre distinte categorie di persone: il primo punto spetta a chi lavora
nelle case editrici, il secondo alle persone che scrivono, il terzo a
intellettuali e docenti. Di solito non si fa molto per vedere l’interconnessione
dei tre aspetti, e ancora più di rado ci si chiede non solo come fare a venirne
fuori, ma come rompere il circolo vizioso che ci fa cantare sempre la stessa
canzone. Il fatto che abbiamo a che fare con dei ritornelli, in effetti, fa
venire il sospetto che i loro contenuti siano solo buoni per continuare a
cantare, e non per rimarcare condizioni spiacevoli dalle quali si dovrebbe
uscire. In sintesi: il solo lamento porta poco lontano, come dice anche chi si
occupa da più vicino di lavoro, e sembra più una postura letteraria che
un’analisi strutturale. Eppure, questi tre punti sono indiscutibilmente veri.
Magari, facendo un passo indietro, possiamo verificarne le condizioni di realtà.
1. Il mondo editoriale è in crisi da sempre
Chi lavora in campo editoriale conosce bene questa faccenda della crisi perenne:
ogni anno i dati sono sconfortanti, eppure le case editrici sono sempre lì. Come
è possibile? È possibile a vari livelli, da un lato non sono solo le entrate del
mercato librario a tenere in piedi una realtà editoriale, dall’altro si creano
fenomeni di sopravvivenza al ribasso, ovvero si riduce il personale al lavoro
all’interno della casa editrice per ridurre i costi (a questo ci arriviamo
dopo), ma soprattutto la baracca è tenuta su da un metodo di fornitura che
consente di rilanciare continuamente la posta in gioco. Il metodo è lo stesso di
cui si lamenta tutta l’editoria, ed è quello che chiameremo il metodo
distributivo.
Chi ha confidenza con le lamentele editoriali può saltare questa parte, ma chi
non le conosce deve sapere che il mondo editoriale incolpa della propria
condizione sempre la distribuzione, e lo fa con una costanza e una pertinenza
che la distribuzione, in verità reale responsabile tanto della miseria quanto
della sopravvivenza del settore editoriale, è diventata il cane che si è
mangiato i compiti. Vorrei provare a sostenere invece che non è tanto la
distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato la sostenibilità
del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da cui non può uscire
se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una forza lavoro
praticamente illimitata.
Ma veniamo prima al meccanismo, provando a sintetizzarlo in modo brutale. Chi
produce i libri deve venderli, per venderli deve distribuirli alle librerie
(categoria che comprende svariati generi di punti vendita, ma che definiremo con
questo termine sovraesteso), per poterli distribuire o fa tutto da sé
naufragando coi costi logistici o si affida a delle distribuzioni. Le
distribuzioni sono non solo realtà logistiche, ma anche realtà di gestione del
credito: vendono i libri per conto delle case editrici, e in seguito
retribuiscono loro i proventi, decurtandoli della percentuale che spetta a tutte
le varie operazioni (trasporto, magazzino, percentuale spettante alla libreria).
Fin qui l’andamento è piuttosto comprensibile, ma le cose si complicano subito
perché quando si produce un titolo lo si crea innanzitutto come ‘progetto’,
idea; e la distribuzione non si limita ad aspettare che il libro esca ma attiva
la cosiddetta ‘promozione editoriale’, un apparato che può essere sia interno
alla stessa corporazione distributiva sia (diciamo così) autonomo. La promozione
(che pure prende una sua percentuale) percorre le librerie d’Italia, compresi
buyer di grandi catene e l’innominabile Amazon, presentando le uscite imminenti
e raccogliendo prenotazioni. Le dette prenotazioni non sono vendite, perché il
libro non esiste ancora, ma diventano immediatamente numeri, quantità, valore:
sono di fatto la base di quello che si chiama il fornito, ovvero le copie che la
distribuzione fisicamente consegnerà alle varie realtà di rivendita il giorno
del lancio, e che i rivenditori pagheranno al momento del lancio stesso. A
questo punto il sistema registra un incasso, una fattura, un movimento. È il
punto esatto in cui nelle statistiche annuali si immettono cifre, e il settore
risulta produttivo.
> Non è tanto la distribuzione, quanto la sua obsolescenza ad aver smantellato
> la sostenibilità del mondo editoriale, e ad averlo ricacciato in un angolo da
> cui non può uscire se non diabolicamente sopravvivendo sulle spalle di una
> forza lavoro praticamente illimitata.
Ma questo è solo il primo giro, perché la parte decisiva arriva dopo: il reso.
Le librerie hanno il diritto di restituire ciò che non vendono entro un periodo
che corrisponde all’incirca a tre-quattro mesi. A quel punto, passato il tempo
stabilito, le copie tornano indietro, e rappresenta invece un flusso di cifre
con segno negativo, che verranno detratte all’editore che prima in fase di
fornitura aveva gioiosamente incassato. Il percorso è lineare, ma soprattutto è
il coerente risultato di un processo industriale che si è sviluppato lungo la
seconda metà del Ventesimo secolo, in cerca di una formula che tenesse in
equilibrio la produzione di nuovi titoli e la sostenibilità della vendita in
libreria. Tuttavia questo processo, alla lunga, è destinato a generare mostri.
Prendiamo un dato che fa dirizzare le antenne a molte persone che lavorano o
desiderano lavorare in campo editoriale: secondo le statistiche del 2024 il
fatturato editoriale è di più di tre miliardi di euro – mica male. C’è tuttavia
il sospetto che sia una cifra creata da movimenti di fornitura, che poi sono
destinati a sgonfiarsi. A meno che non si producano altri libri per coprire
quella cifra negativa con nuove forniture. Cosa che puntualmente avviene, anche
perché ne va letteralmente della sopravvivenza del settore. La fornitura
pertanto genera movimento, e il movimento genera sopravvivenza. È questo il
punto che l’editoria, lamentandosi della distribuzione, finge di dimenticare:
senza questo metodo non avrebbe modo di rilanciare continuamente la propria
attività. Se il libro X ha avuto un ritorno disastroso, e quindi tutte o quasi
le entrate del lancio sono state riassorbite dai resi, tanto vale spazzare i
residui del libro X sotto al tappeto e passare al libro Y. Si ricomincia
daccapo: nuova promozione, nuove prenotazioni, nuovo fornito, nuovo periodo di
grazia. Sotto il tappeto, nel frattempo, c’è di tutto.
Il ciclo non si basa sull’idea di vendere libri, ma sull’idea di produrre
abbastanza movimento da poter continuare a esistere, e se vi chiedete chi
guadagna realmente da questo processo avrete la risposta segnandovi quanti
movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino
sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti
questi passaggi sono costi di distribuzione, tutti questi passaggi hanno
generato profitto per chi distribuisce, non per chi vende. È un sistema,
insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
viene compensata dal libro successivo, ogni ritorno a zero viene colmato
dall’uscita seguente. È la logica per cui, paradossalmente, più il settore
soffre nella realtà (La gente legge sempre meno, ci arriviamo più avanti) più è
costretto a produrre, spingere, immettere titoli nel ciclo. Infatti a
diminuzione della domanda corrisponde un aumento dell’offerta: in Italia si
stima che i titoli prodotti all’anno siano più di ottantamila – per capirci,
equivale a dire che escono intorno ai dieci libri ogni ora che passa, una cifra
insostenibile a ogni livello.
Ecco perché si parla (sempre lamentandosene, ci mancherebbe) di
sovrapproduzione. Ma non è l’effetto collaterale di un settore ingordo che ‘non
ha più filtri’, non è un’emergenza recente né un vizio ideologico, è la
condizione necessaria al funzionamento del sistema. Se smetti di produrre, si
ferma la fornitura; se si ferma la fornitura, si ferma il flusso di cassa; se si
ferma il flusso di cassa, emergono improvvisamente tutti i buchi che il ciclo
maschera; se emergono, la struttura collassa. L’editoria è qui rappresentata nel
ruolo di Sisifo e la pietra sono, evidentemente, i libri; il bello è che le
distribuzioni sono poche e inglobano numerosissime case editrici che così
condividono il fardello di spingere quella pietra immettendo quante più novità
possibili nell’anno per giocare a vivacchiare.
> Il sistema si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza: ogni perdita
> viene compensata dal libro successivo. È la logica per cui, paradossalmente,
> più il settore soffre nella realtà più è costretto a produrre, spingere,
> immettere titoli nel ciclo.
Se solo ci si soffermasse, si vedrebbe qui un paradosso deontologico: se
l’editoria è il mestiere della scelta (lo diceva pure Gian Arturo Ferrari, una
delle persone che ha contribuito a creare questo meccanismo, in Libro. Vita e
miracoli di un oggetto straordinario, 2023), ovvero è proprio scegliendo che
mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere. Eppure, una
buona retorica ci viene in soccorso: da quando esiste l’idea di
‘bibliodiversità’, da quando si nobilita il libro come oggetto di valore a
prescindere, mai da mettere in discussione a patto di non farsi bollare come
ignoranti, ogni titolo ha ragione di esistere per il solo motivo di essere un
prodotto aprioristicamente virtuoso.
Viene il sospetto che questa retorica in realtà vada in soccorso proprio del
meccanismo di fornitura, e vada in soccorso di manifestazioni che inneggiano a
Più libri come qualcosa di incrollabilmente valoroso, quando invece sono
probabilmente la trave nell’occhio di chi gestisce apicalmente l’editoria in
Italia, un navigare in mezzo a scelte mai fatte e a tonnellate di carta che
quotidianamente vanno al macero in qualche capannone della Pianura padana, in
barba a quello che recano scritto dentro, magari sensatissime riflessioni che ci
ricordano di prestare attenzione all’ecologia e agli sprechi. Ed è esattamente
per questo che si può dire che l’editoria è in crisi da sempre, e al tempo
stesso constatare che non muore mai. Sembra un paradosso, ma non lo è: è un
sistema che ruota incessantemente su sé stesso, che rigenera continuamente la
propria massa critica, che può vivere in perdita finché resta in movimento.
Se poi a tutto questo aggiungiamo che abbiamo un problema di monopolio, il
quadro è completo. Dobbiamo infatti specificare che con i primi decenni del
millennio le distribuzioni sul suolo nazionale si sono ridotte a tre sole realtà
principali, che sono realtà operativamente logistiche a loro volta possedute da
realtà editoriali, anzi, dai principali gruppi editoriali del Paese, perché nel
frattempo non esistono più le grandi case editrici ma delle grandi corporazioni
editoriali che si sono fuse tra loro, proprio perché il meccanismo distributivo
le conduceva alla crisi da cui si sono salvate aggregandosi e spartendo
dividendi. Questo significa, in breve, che le principali realtà che in Italia
producono i libri li distribuiscono anche, coprendo due terzi della filiera.
Ma attenzione: i tre principali gruppi editoriali del Paese (non li si nominerà
in quanto qui elegantemente ellittici, ma è l’ellissi di Pulcinella) possiedono
a loro volta le principali catene librarie del Paese. E così il cerchio è
chiuso: in Italia ci sono tre realtà che producono la maggior parte dei libri
sul mercato, oltre a distribuirli e anche venderli. Insomma: tutta la filiera è
esaurita da tre colossi. Questo è a tutti gli effetti un monopolio (oligopolio,
se proprio vogliamo), quello di cui costantemente si lamentano le case editrici
che nel frattempo da quel monopolio dipendono.
Se sommiamo, dunque, questo dato al ragionamento di prima, vediamo che questo
monopolio non è affatto destinato a tramontare, anzi è l’unica solida realtà che
tiene in vita il settore, fintanto che resta ancorato a questo parossistico
circolo vizioso. Giusto per non mancare in completezza: l’Italia è uno dei
pochissimi Paesi in cui la distribuzione libraria nazionale è controllata
direttamente dai gruppi editoriali: altrove, in Europa come nel mondo
anglosassone, la funzione distributiva è svolta soprattutto da operatori
logistici e grossisti indipendenti, e là dove se ne occupano invece anche realtà
editoriali (succede, per dire, in Francia) esistono al loro fianco altri
apparati di distribuzione libraria che almeno, nel quadro liberista in cui
sceglie di giocare chi fa il mestiere editoriale, rappresentano una concorrenza,
la possibilità di dire ‘ho un’alternativa’, processo che secondo certi ottimisti
teorici di un’epoca lontana si potrebbe rivelare perfino virtuoso. Da noi
l’alternativa, semplicemente, non c’è. Dunque si gioca al liberismo senza i
vantaggi del liberismo. Charles Ponzi ne sarebbe orgoglioso.
> Se l’editoria è il mestiere della scelta, ovvero è proprio scegliendo che
> mette in pratica il suo senso di esistere, con questo meccanismo tutto porta a
> scegliere il meno possibile, e produrre esclusivamente per esistere.
C’è da dire che questo approccio ha avuto una sua funzione ‘compiuta’ e non
deteriore in periodi in cui il commercio aveva una sua velocità coerente, i
punti vendita e il potere d’acquisto (nonché la pratica stessa dell’acquisto)
erano piuttosto stabili, e gestire le tirature senza affrontare grandi perdite
era una buona idea in campo editoriale. Il punto è un po’ che questo meccanismo
ha raggiunto la sua massima compiutezza intorno all’inizio del Terzo millennio,
e nei venticinque anni che sono seguiti poco o nulla si è fatto per metterci
mano, considerandolo l’unico meccanismo possibile e al limite affrontando le
inevitabili grandi crisi operando, come visto, fusioni tra aziende colossali,
che cercano di inglobare tutto il possibile col sostegno di una robusta retorica
settoriale e rendendo l’ambiente poco permeabile (dall’egemonia al monopolio il
passo sembra dover essere breve).
Con il nuovo millennio si è creato, come nella migliore tradizione, il terrore
per il nemico straniero (Amazon che viene a rubarci il lavoro e ad amare le
nostre donne) che tuttavia agiva esattamente come gli altri colossi, anzi a loro
differenza non dispensava privilegi al suo interno perché, in effetti, non era
un gruppo editoriale. Mentre guardavamo Amazon con terrore abbiamo continuato
incrollabilmente a seguire il meccanismo distributivo e le sue sciagurate
conseguenze, certo difendendo la nobiltà del libro, abusando di parole come
‘qualità’ che adesso non possiamo più usare da quanto le abbiamo sciupate, e
assistendo al contempo a un altro straordinario fenomeno: l’enorme offerta
lavorativa che sopravanzava, ogni anno di più, alla domanda.
2. Non ci sono i soldi
Lo abbiamo appena visto: i soldi in editoria ci sono, ma il sospetto è che siano
virtuali. Pertanto le aziende, perfino le più grosse, mosse da caute politiche
interne, tendono a non rischiare. Nel frattempo, negli stessi anni in cui non si
metteva mano a un meccanismo di fornitura destinato a ingigantirsi, si formavano
in campo umanistico tantissime persone che, puntualmente, non trovavano lavoro
in campo umanistico. In questo senso è utile dare un’occhiata a quello che dice
Raffaele Alberto Ventura in merito al suo principale oggetto d’indagine, la
generazione millennial che si è appunto formata in campo culturale, ossia “una
delle percentuali più alte di laureati in discipline umanistiche, quelle più
difficili da valorizzare sul mercato del lavoro […]. E proprio a causa delle
famiglie, dei loro piccoli patrimoni, del loro sostegno […], ci si permetteva di
accettare salari da fame e di prolungare la fase di inserimento nella vita
attiva, partecipando a creare un drammatico ‘collo di bottiglia’ all’ingresso
del mercato del lavoro” (La conquista dell’infelicità, 2025, p. 139).
In editoria questo processo ha effettivamente creato l’abitudine a una forza
lavoro illimitata, file di persone disposte a partecipare di un lavoro basato
sulla continua produzione e senza la prospettiva di poter generare profitto tale
da poter considerare quel lavoro come qualcosa degno di quel nome. Questa
consuetudine ha a sua volta creato il costume alla considerazione di questo
settore come un luogo al contempo molto e poco redditizio, paradosso creato
proprio dai dati che abbiamo visto: fatturati altissimi ma profitti inesistenti.
Di contro, il settore difendeva l’unico capitale che aveva accumulato: la mai
troppo citata nobiltà della cultura, quella sorta di plusvalore culturale che si
conferisce d’ufficio a un settore produttivo che non ha davvero chiaro come
possa sostenersi. Dunque, l’offerta è diventata quella di lavorare per un
meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
prestigio. Cosa che, di fatto, succede. C’è chi se ne accorge e silenziosamente,
nell’ambiente editoriale, passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio
accumulato nel settore cercando di approdare, con perseveranza, a una posizione
sostenibile, che può presentarsi con molta rarità dopo numerosi anni trascorsi
senza stipendio.
> Nel campo editoriale l’offerta è diventata quella di lavorare per un
> meraviglioso sogno che paga non in denaro, e nemmeno in visibilità, ma in
> prestigio: si passa di lavoro in lavoro spendendo il prestigio accumulato nel
> settore, cercando di approdare a una posizione sostenibile.
In breve, la forza lavoro nelle redazioni è condannata a un trattamento iniquo,
in senso etico addirittura impraticabile, per via di un disavanzo crescente tra
offerta e domanda. La presa di coscienza in questo senso ha fatto passi avanti,
ma le condizioni di base restano un campo troppo sterminato a cui attingere, e
le imprese editoriali, perfino le più piccole, devono far leva sulla propria
coscienza, e non sulle pratiche di mercato, per evitare il dipanarsi di questa
abitudine. Capita che alcune realtà lo facciano, è vero, e capita sempre con più
frequenza per una ragione banale: la stretta del meccanismo su chi produce pochi
libri è asfissiante, e dunque si preferisce giocare alla puntata minima, anche
se il gioco è penalizzante, più che rischiare grosso con l’aiuto di un esercito
di persone a costo zero. Per dirla altrimenti: le case editrici a conduzione
familiare o individuale o poco più sono realtà che in questo momento esistono e
perdurano. Potremmo individuare per questo tipo di case editrici una categoria
abbandonata troppo tempo fa: l’editoria artigianale, una categoria che non si
basa sulle fumose distinzioni che distinguono l’editoria tra ‘grande’, ‘media’ e
‘piccola’ sulla base dei fatturati (e che generano grandi confusioni nonché
grandi abusi di parole quali ‘indipendente’), ma che fa riferimento alla
produzione annuale: pochi titoli, in radicale controtendenza con la richiesta
del mercato.
Le case editrici artigianali non sono moltissime, generano appunto pochi lanci
all’anno e non fanno salti per entrare in un giro di produzione superiore perché
non vogliono rischiare, ma allo stesso tempo non assumono né si avvalgono di
personale; rendono interno tutto il lavoro editoriale, mantenendosi da sé,
massimizzando il proprio lavoro e riducendo il rischio. Il risultato è che meno
persone vengono impiegate a costo zero, ma in generale meno persone vengono
impiegate e basta. Il problema dell’impiego, insomma, perdura. Il potenziale di
crescita di questo settore ci sarebbe, e forse potrebbe rappresentare
un’interessante rottura dell’ingranaggio, ma come abbiamo visto la sopravvivenza
di quel meccanismo deve potersi avvalere anche di queste case editrici per poter
perdurare.
C’è poi l’altro lato del settore, rappresentato dalle persone che scrivono. In
pratica, la base del settore tutto. Tuttavia le persone che scrivono, in
mancanza di entrate chiare e programmabili, sono costrette ad accumulare il
capitale con cui paga l’industria editoriale – il prestigio – per anni, e non
sorprende che infine esista chi inizi a lottare per una conversione di quel
capitale in qualcosa di spendibile altrimenti (soldi) o in qualcosa di più
importante per il proprio tempo (fama), che magari faccia da ponte alla medesima
conversione in danaro, che arriverà poi in un futuro anteriore. Da un punto di
vista meramente pratico, nel processo editoriale esposto poco prima, la persona
che scrive nella stragrande maggioranza dei casi viene retribuita con una
percentuale delle vendite, percentuale che per i libri di carta (che
rappresentano ancora la gran parte del mercato) si aggira comunque sotto il
dieci per cento del prezzo di copertina (salvo ovviamente eccezioni che non
fanno testo).
Ricordiamoci però che alla persona che ha scritto il libro verranno liquidate
non le copie fornite (ricordate il meccanismo?), ma quelle effettivamente
vendute, cioè quelle che usciranno vive dal meccanismo del reso. Perfino il
meccanismo di conteggio delle vendite, in Italia, ha in realtà dei problemi di
monopolio, ma ve lo risparmio per una prossima occasione. Limitiamoci a dire che
il rendiconto delle copie effettivamente vendute di un libro solitamente è molto
più misero di quanto ci si può aspettare, e genera il grande dilemma della
comunicazione di quel dato: se si divulga la sua entità usando un dato onesto o
perfino al ribasso, risulterà chiara la difficoltà della persona che ha scritto
o pubblicato il libro, e l’unica forma di prestigio su cui si potrà far leva è
la resilienza, se si dichiara invece la sua entità al rialzo si risulterà
vincenti e dunque appetibili ma allo stesso tempo si avrà la necessità di
confermare o migliorare quello standard in altre occasioni.
> Chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici ragioni per mentire
> sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato. L’unico dato che
> avremo per certo è che una persona che scrive i libri non può vivere della
> sola vendita dei propri libri.
Affianchiamo a questo processo il fatto che non è facilissimo accedere ai dati
di vendita ufficiali dei libri, perché sono servizi a pagamento e peraltro non
sono del tutto veridici, laddove molte delle effettive vendite in librerie più
marginali e sprovviste di un sistema gestionale ufficiale non entreranno in quel
computo. La conseguenza è una: chiunque scriva o pubblichi i libri ha molteplici
ragioni per mentire sull’effettivo numero di vendite che un libro ha generato.
Non credeteci, mai. L’unico dato che avremo per certo da questo procedimento è
che una persona che scrive i libri non può vivere della sola vendita dei propri
libri. Senza considerare tutto l’apparato di spese da sostenere per promuovere
la propria opera nell’augurio che venda abbastanza da farci sopra dei progetti
di sopravvivenza: spesso quella spesa è caricata sulle spalle della stessa
persona che ha scritto il libro, e dunque andrà a detrazione del suo già misero
rendiconto annuale. Si salva, anzi sta proprio in un’altra categoria, chi scrive
dei libri che poi diventano best seller, ma nemmeno con quelli, talvolta, si ha
la certezza di una pianificazione economica coerente della propria esistenza.
Cosa richiede esattamente, dunque, chi scrive? Di avere un principio retributivo
simile a chi ha un altro tipo di lavoro, o almeno che abbia quella coerenza? Di
avere una mappatura delle proprie possibilità al di fuori dalla semplice vendita
dei libri? Non è davvero chiaro. Di una cosa possiamo dare certezza quasi
granitica: non sarà dalla vendita dei libri che chi scrive tratterà mai un
compenso sufficiente per vivere come una persona con reddito medio. Non con
questo sistema, perlomeno. È per questo che esiste tutto un altro mercato
‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che chi scrive fa di tutto per
diventare persona esposta, divulgatrice o opinionista, per partecipare a eventi
che possono garantire una valida copertura economica, per produrre corsi per
insegnare a scrivere, a loro volta, ad altre persone che nella migliore delle
ipotesi riprodurranno quel percorso.
Il patrimonio di prestigio accumulato nel tempo può trasformarsi in una sorta di
automatismo: la persona che scrive viene invitata a intervenire su qualunque
tema, oppure cerca occasioni per farlo perché si tratta spesso di interventi
retribuiti. Può accadere che si esprima anche su questioni che non rientrano
nelle proprie competenze dirette, magari non per mancanza di attenzione ma
perché il meccanismo editoriale ha normalizzato questa figura di presenza
pubblica chiamata a parlare sempre e comunque. Non è necessariamente una persona
che ha il tempo di approfondire, ma una che si trova a generare opinioni in un
circuito dove l’espressione tende a sostituire progressivamente lo studio, e da
cui transitano le possibilità di guadagno.
In seno a questo processo nasce anche quella che è l’esclusività della cultura:
se i soldi sono pochi, se il patrimonio è ridotto e la concorrenza è grande, il
prestigio con cui si è ricevuto per anni lo stipendio è anche una dotazione per
impedire alle voci altrui di prendersi una fetta di retribuzione danarosa. Da
qui si fa trincea, e le voci che si esprimono diventano le solite, e diventano a
loro modo monotone, prive di guizzo perché il gran lavoro svolto è stato
piuttosto edificare un perimetro esclusivo per la propria figura, non tanto dire
qualcosa che fosse effettivamente significativo.
> Esiste tutto un altro mercato ‘culturale’ che riguarda chi scrive, tanto che
> chi scrive fa di tutto per diventare persona esposta, divulgatrice o
> opinionista, per partecipare a eventi che possono garantire una valida
> copertura economica.
Meriterebbe fare anche un rapido passaggio dal mestiere di scrittura
giornalistica, chiamando in causa quell’altra parte, non certo piccola, del
mondo editoriale che si occupa di periodici e quotidiani. Per non addentrarsi
troppo nelle specificità di un settore che è mosso da ingranaggi non proprio
simili a quelli dell’editoria libraria, basti accennare a come anche in questo
campo l’effetto del ‘collo di bottiglia’ si faccia sentire da decenni: sempre in
virtù di una sterminata disponibilità di forza lavoro si è reso consueto
l’impiego di chi scrive per compensi insignificanti, e l’immediata conseguenza
di questo è che si è reso impossibile il costruirsi o il consolidarsi di
carriere individuali, e dunque di voci riconoscibili, livellando sempre più
l’atto della scrittura a qualcosa di dedicato all’informazione pura, alla
funzionalità immediata nei confronti di una non meglio specificata utenza. A
lungo andare, anche questo approccio ha finito per determinare il drastico calo
di pubblico leggente (per i quotidiani i dati sono impietosi), e il conseguente
gioco di cessioni dei vari gruppi editoriali.
Ci sarebbe infatti da guardare anche cosa viene richiesto a chi produce testi,
cosa possa servire in termini di consumo la produzione testuale contemporanea, e
che genere di profitto, fuori dalla sola vendita delle copie, possa generare un
simile mestiere. Il punto, insomma, non è tanto come guadagnare scrivendo, ma
per cosa si scrive: per generare informazioni, per stare al passo con la
produzione editoriale, per essere parte di un mercato o per effettivamente
produrre pensiero, con la sua dotazione di curiosità, fragilità, parzialità?
Sappiamo bene che se ragioniamo in termini di funzioni testuali, in un’epoca che
ci ha donato dispositivi in grado di generare testi estremamente complessi in
pochi secondi, quello che è in gioco è molto di più del semplice chiedere a
un’entità superiore una retribuzione adeguata al proprio valore. Se tuttavia nel
frattempo l’uditorio è stato abituato a richiedere forme testuali solo
funzionali, solo a guisa di informazioni da immettere in un sistema, il rischio
di considerare del tutto accessoria la figura di chi scrive è altissima.
3. La gente non legge più
Alla luce di quanto detto finora verrebbe da rispondere con una frase piuttosto
diretta a questo ritornello: e vorrei pure vedere. C’è un eccesso di offerta di
libri rispetto alla domanda, la domanda continua a decrescere e come si
risponde? Aumentando l’offerta. Del resto, se l’eccesso di offerta di forza
lavoro sopravanza l’esigenza delle case editrici, quell’eccesso servirà proprio
a produrre di più. Tutto torna, dal lato del ragionamento industriale. Il grande
escluso, oltre a tutte le fasce non retribuite, è il pubblico. Lo abbiamo visto:
se l’editoria smette di fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci
si aspetta che reagisca il pubblico? Percependo una mancanza di scelta, pare
evidente. Eppure non sembra essere questa la domanda che ci si pone in questo
settore, occupati come si è a far girare la ruota da criceto. Quel che ci si
chiede è come recuperare marginalità, come chiedere allo Stato degli aiuti per
produrre ancora di più (ho davvero sentito con le mie orecchie chi chiedeva
degli sgravi fiscali sul costo della carta per agevolare la produzione come
soluzione a un mercato in crisi).
> C’è un eccesso di offerta di libri rispetto alla domanda, la domanda continua
> a decrescere e come si risponde? Aumentando l’offerta. Se l’editoria smette di
> fare il proprio mestiere, ovvero di scegliere, come ci si aspetta che reagisca
> il pubblico?
Nel frattempo, soffocato da un’offerta soverchiante, il pubblico attraversa una
crescente confusione, che culmina con l’impressione che la produzione sia sempre
meno buona, sempre più casuale. Come risposta, invece di farsi venire il
sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni per raggiungere queste
conclusioni, nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante,
qualunquista, illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende
deteriore il Paese. Si mostrano le classifiche dei libri più venduti per
dimostrare quanto sia bue il popolo italiano che vuol leggere solo le ‘porcate’,
laddove le ‘porcate’ sono alcune produzioni dozzinali, scelte e coniate con la
medesima cura e il medesimo principio della gran parte della produzione di libri
che si vorrebbero considerare nobili, perché come abbiamo visto il meccanismo è
per tutte le realtà lo stesso, e fa necessariamente venire meno il principio
stesso della scelta. Quella che di contro viene esibita come ‘qualità’, termine
dirimente nel distinguere il buono dal cattivo, non è, di conseguenza, il frutto
di un processo di produzione mirata, ma solo la formulazione di un apparato
critico, il più delle volte composto da persone che a loro volta scrivono i
libri e che, come abbiamo visto, hanno dovuto curare e perimetrare la propria
posizione per poter esprimere opinioni in modo dirimente, ma che al contempo non
hanno alcun interesse a perdere tempo in ricerca e in curiosità.
I progetti di lettura, l’incentivo alla lettura come processo valido e virtuoso
di per sé, non tengono conto di come la lettura sia in questo momento storico
una dinamica anzitutto di consumo, e solo in seguito un principio di scoperta e
conoscenza. Chi propone contenuti vede in chi legge, prima di tutto, un soggetto
consumatore, e solo in seguito un essere che da quei contenuti potrà trarre
qualcosa. È un principio funzionale, ed è la coerente conseguenza del processo
distributivo: se si fornisce materiale produttivo, la selezione sarà fatta in
base a un principio di consumo, che è diverso da quello di scelta. Ed è in
questa dinamica che finiamo quando, coerentemente, ci accorgiamo
dell’accuratissima riproducibilità stilistica di ogni personalità scrivente
tramite le nuove intelligenze artificiali generative. Il punto è che, molto
prima che arrivassero quelle intelligenze artificiali, noi abbiamo fatto di
tutto per assomigliare sempre più a loro: chiedendo alla scrittura di essere
funzionale, standardizzata, intercambiabile, di riempire spazi di contenuto, di
produrre testi il cui contenuto non era davvero determinante. Se l’obbiettivo
editoriale è fornire contenuti, non ci si può stupire dell’arrivo di tecnologie
perfettamente adatte a svolgere esattamente questo compito, e a costi
infinitamente più bassi.
> Invece di farsi venire il sospetto che il pubblico abbia le sue buone ragioni
> nell’ambiente ci si affretta a liquidarlo come ignorante, qualunquista,
> illetterato, e a ricacciarlo in quel magma di persone che rende deteriore il
> Paese.
La pratica della lettura si è resa di conseguenza un valore di consumo, e la
retorica della lettura come qualcosa di acriticamente buono in sé e per sé non
fa che aumentare la percezione di discrasia tra ciò che viene promesso e ciò che
viene realmente offerto. Il pubblico, di fronte a questo scarto, non solo non si
sente chiamato in causa, ma ha l’impressione di essere continuamente
rimproverato per non aver aderito a un rituale di cui non comprende fino in
fondo il senso. Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per
mantenere in movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per
l’andamento a dati via via sempre più standardizzati senza soffermarsi a saperli
leggere con occhio umano, pretende che l’atto della lettura appaia come una
scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica – quasi a ricordare che quel
processo stesso di lettura, quella prettamente umana, è già una favola. Ma la
lettura, nel modo in cui l’editoria la propone, non è un percorso di senso: è
una prestazione. È un gesto che, per essere riconosciuto come valido, deve
aderire a un immaginario di qualità che spesso coincide con il prestigio di chi
lo certifica, non con l’esperienza di chi legge.
Il ritornello La gente non legge più, allora, non sta lì a segnalare tanto un
problema culturale quanto a indicare il cortocircuito della filiera. È una frase
che non descrive il pubblico, bensì descrive l’incapacità di un settore di
comprendere che la sovrapproduzione, l’autoreferenzialità e la dispersione non
sono anomalie, ma esiti prevedibili di un sistema che ha smesso di avere un
rapporto sensato con chi dovrebbe raggiungere. Se il pubblico smette di leggere,
o legge meno, non è perché è diventato ottuso o pigro: è perché la filiera,
occupata a sostenere sé stessa, ha smesso di offrire un terreno su cui il gesto
della lettura abbia un senso. La domanda finale, dunque, non è come riportiamo
le persone alla lettura, ma cosa renderebbe oggi la lettura un gesto
significativo, fuori dalla retorica, fuori dalla prestazione, fuori dalla
vocazione sacrificale che il settore pretende.
> Un settore che non sceglie, che non filtra, che produce per mantenere in
> movimento la macchina del fornito-reso, che si affida per l’andamento a dati
> via via sempre più standardizzati pretende che l’atto della lettura appaia
> come una scelta virtuosa, consapevole e quasi ascetica.
È qui che andrebbe riaperto l’intero discorso: non ripensando il pubblico, ma
ripensando il ruolo del libro. Quale spazio gli viene concesso? Quale esperienza
propone? Quale tipo di relazione crea? Perché, se il libro continua a essere
prodotto come mero carburante del ciclo distributivo, nessuna politica, nessuna
campagna, nessun lamento stagionale potrà mai invertire la rotta. A ben vedere,
insomma, il problema non è che la gente non legge più: il problema è che non
riconosce più, in ciò che il mondo editoriale ha finito per propinarle, un
motivo per farlo. E adesso abbiamo anche chiara la ragione per cui il resto del
mondo riserva a queste faccende un’oceanica indifferenza.
L'articolo Mai più libri proviene da Il Tascabile.
Il 16 dicembre ricorre il 250esimo anniversario della nascita della scrittrice
di Orgoglio e pregiudizio, e di altri romanzi destinati a restare classici che
continueremo a leggere almeno per altri 250 anni
Dai riti religiosi, al marketing del lusso e alle fragranze di nicchia. Ecco
come un odore diventa profumo
I successi letterari di oggi raccontano di esistenze comuni, di frustrazioni
condivise e illusioni generazionali. Dalla lettura oggi non cerchiamo evasione,
ma riconoscimento: vogliamo sapere che non siamo soli a provare tutta questa
confusione
Priscilla De Pace, che ha firmato la prefazione del volume, lo racconta come il
memoir della nostra era digitale: un viaggio nella memoria delle prime
esperienze online e il disincanto del presente cronicamente online
Ce lo racconta l'autrice Olga Campofreda, che ha immaginato il club letterario.
L'appuntamento quest'anno è dal 9 al 10 aprile al Circolo Filologico Milanese, e
il 21 novembre a Shanghai, alla scoperta di Simone de Beauvoir, Fumiko Enchi (e
Eilen Chang)
Emily Dickinson, Anna Achmatova, Antonia Pozzi, Wislawa Szymborska e Sylvia
Plath: il nuovo volume di Alba Donati fa luce sulle vite e sulle parole di
queste 5 poetesse