Ho già scritto un post sull’erosione delle coste calabresi, siciliane e sarde,
colpite da Harry. Ora è toccato alla Puglia, in un tratto costiero che mi è
particolarmente caro: quello di Sant’Andrea, con faraglioni e archi. E proprio
l’arco di Sant’Andrea è crollato, eroso da eventi sempre più estremi. A poca
distanza c’è la Grotta della Poesia, che era una grotta e non lo è più: il
soffitto è crollato e quindi ora c’è un enorme buco con il mare sul fondo, e un
cunicolo che un tempo portava in una grande camera chiusa: la grotta.
Quella costa è meravigliosa proprio grazie all’erosione e alla friabilità delle
rocce, costituite in gran parte di gusci di minuscoli protozoi planctonici,
accumulati nel corso di ere geologiche. In inglese quelle rocce si chiamano
sandstone: pietre fatte di sabbia. Una sabbia compattata che si sgretola. Quando
ammiriamo quel paesaggio, un capolavoro della natura, ci aspettiamo che duri per
sempre, ma si tratta di manifestazioni effimere. Come è effimera la bellezza
degli umani che, col tempo, sfiorisce. Si tratta di processi che si possono in
parte arginare, per noi con la chirurgia estetica, ma che inevitabilmente hanno
esiti finali.
In quella stessa zona c’è Roca Vecchia, un insediamento direttamente sulla
costa, che risale a quattromila anni fa. La città è ancora lì, anche se le
battaglie del passato l’hanno in gran parte distrutta, ma i muri portanti sono
ancora lì, perché la città è stata costruita dove si può costruire, non nelle
zone soggette a forte erosione.
Il crollo dell’arco degli innamorati è ora oggetto di strumentalizzazioni
ideologiche, come quella apparsa sul Foglio dove la responsabilità dell’evento
viene attribuita al movimento No Tap, contrario alla costruzione della Trans
Adriatic Pipeline. Ho collaborato con Tap, soprattutto per quel che riguarda i
ristori, e sono stato oggetto di scritte sui muri della mia università, dove
venivo descritto come “Servo di Tap”. All’epoca ritenevo ragionevole passare dal
carbone al gas, in attesa di una transizione completa alle rinnovabili, e avevo
potuto verificare come Tap fosse arrivata a ridurre al minimo i suoi impatti, ad
esempio scavando un tunnel sotto le praterie di Posidonia invece che la solita
trincea, in modo da non danneggiare un sito di importanza comunitaria. E avevo
esortato le amministrazioni locali a utilizzare saggiamente i ristori, prima di
tutto per risanare il sito archeologico di Roca Vecchia, all’epoca abbandonato
all’incuria. Ha ragione il Foglio a dire che l’ottusità delle amministrazioni
locali non ha portato a utilizzi virtuosi dei ristori offerti da Tap, anche se
una parte di quei fondi è stata utilizzata, ad esempio, per rimuovere la
spazzatura marina accumulata sulla costa.
L’articolo del Foglio, però, dice che gli amministratori locali pensarono di
evitare il crollo vietando la balneazione. Una evidente distorsione della
realtà. La balneazione è stata vietata perché c’era pericolo di crollo e si
volevano evitare danni a chi si fosse avventurato in un terreno a rischio. Mi
piacerebbe capire come l’articolista del Foglio pensa che si possa fermare
l’erosione di un tratto di costa come quello. Con una colata di cemento?
Costruendo una massicciata che inevitabilmente soffocherebbe le praterie di
Posidonia, esponendo ulteriormente le coste ad erosione, stravolgendo un
paesaggio in rapida evoluzione? Sarebbe l’equivalente di plastiche facciali che
pretendono di ridare vent’anni a volti di chi ne ha settanta.
L’erosione costiera non c’entra niente con la Tap, e nessun ristoro avrebbe
potuto fermare un fenomeno naturale irreversibile. Gli allarmi lanciati dai
comitati No Tap erano ingiustificati, come sono stati ingiustificabili i rifiuti
dei ristori. Ma tutto questo, lo ripeto ancora una volta, non c’entra niente con
il crollo della falesia. La rozzezza degli argomenti del Foglio è dovuta, molto
probabilmente, ad ignoranza sui processi naturali, oppure a malafede. Pecche
logiche che hanno caratterizzato anche gli oppositori alla Tap, che iniziarono
le loro campagne con un manifesto che aveva come logo un uomo in fiamme, con
allarmi che preconizzavano che una nube fiammeggiante avrebbe spazzato via il
paese.
Per non parlare di dibattiti su televisioni locali in cui mi sono trovato a
discutere con un “esperto ambientalista” che di mestiere organizzava feste sulla
spiaggia, in uno stabilimento balneare che aveva sbancato le dune retrostanti la
spiaggia per fare un parcheggio. Succede che sia gli ambientalisti sia gli
anti-ambientalisti abbiano posizioni ideologiche, a volte intellettualmente
disoneste.
Ora tocca ai movimenti contrari all’eolico a mare, su piattaforme galleggianti
lontane dalla costa. Diciamo no a carbone e nucleare (e anche al gas, oggi
potremmo forse farne a meno) ma non vogliamo neppure l’eolico e il fotovoltaico.
Il no a tutto è altrettanto irrazionale del sì a tutto, e si fa un sacco di
fatica a cercare compromessi con chi non ne vuole a priori. I costi ambientali
dovuti all’installazione di Tap avrebbero potuto essere ampiamente risanati con
i benefici dei fondi destinati alle compensazioni. Il no a Tap e alle
compensazioni è stata una follia, ma non per i motivi addotti dall’articolo del
Foglio.
L'articolo Arco di Sant’Andrea crollato: si parla del Tap, ma nessuno avrebbe
potuto fermare un fenomeno naturale irreversibile proviene da Il Fatto
Quotidiano.