N el Godzilla originale, il capolavoro di Ishirō Honda datato 1954, il noto
lucertolone era alto 50 metri e pesante 20.000 tonnellate. Le sue misure hanno
continuato a crescere negli anni fino alle sue iterazioni più recenti, quando ha
superato le 80.000 tonnellate (nelle versioni hollywoodiane) e i 300 metri
d’altezza (nel giapponese Godzilla: Planet of the Monsters, 2017). Nel King Kong
del 1933, l’arcinoto scimmione era alto 15 metri e pesava intorno alle 20
tonnellate; oggi, in Godzilla vs. Kong (2021) e Godzilla e Kong – Il nuovo
impero (2024), arriva a superare i 100 metri di altezza e a toccare un peso di
90.000 tonnellate. Ancora: lo squalo dell’omonimo film di Spielberg del 1975 è
lungo una volta e mezzo un vero squalo bianco; l’anaconda di Anaconda tocca i 15
metri, più del doppio di quanto sia davvero lungo questo serpente; le formiche
di Assalto alla Terra (1954) sono grosse come cani. E per amor di sintesi mi sto
limitando ai film: dovessi allargare il discorso a fumetti, videogiochi,
romanzi, ma anche a miti, leggende, fiabe e favole, il pezzo raggiungerebbe
proporzioni paragonabili a ciò di cui parla. Incrociando questi dati, comunque,
si giunge a una conclusione difficilmente contestabile: ci piacciono le creature
gigantesche (anche note nell’ambiente come mostri grossi), e più in generale
tutto ciò che ha dimensioni ciclopiche.
Ci piacciono in particolar modo tutte quelle creature che sono identiche
nell’aspetto a specie animali esistenti, ma con proporzioni fuori scala: ragni,
serpenti, scorpioni, zanzare hanno tutti subito prima o poi un’opera di
ingigantimento che li ha trasformati in minacce adeguate per un film. E anche
guardando al di fuori della cultura pop: non è un caso che i dinosauri abbiano
avuto fin da subito un’enorme presa sull’immaginario collettivo, e con loro i
mammiferi giganti (orsi, lupi, leoni, cavalli) che abbiamo scoperto essergli
succeduti. C’è un’idea, che risale al Diciannovesimo secolo, secondo cui il
passato remoto era popolato da giganti, e a noi esseri umani odierni
rimarrebbero solo le briciole, versioni in formato minore dei mostri grossi che
un tempo dominavano la Terra: la nostra passione per loro è anche una forma di
nostalgia per epoche che non abbiamo mai vissuto. Da grande amante della materia
“mostri”, che si trova al perfetto incrocio tra scienza e cinema, ritengo però
sia giusto fare un po’ di chiarezza, sfatare alcuni miti, confermarne altri e
anche omaggiare i pochi giganti che ancora abbiamo sul pianeta.
> L’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
> inesatta. Le specie di piccole dimensioni sono sempre esistite e non c’è
> alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi
> delle forme di vita.
Partiamo da un presupposto fondamentale per impostare l’intero discorso: l’idea
che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto
sbagliata, o per lo meno inesatta. Le specie di piccole o minuscole dimensioni
sono sempre esistite e non esiste alcuna relazione lineare tra il passare del
tempo e il generico rimpicciolirsi di ogni forma di vita. È vero invece che ci
sono forme che in passato erano più grandi delle loro versioni attuali, e che ci
sono stati periodi nei quali le dimensioni di certi gruppi erano superiori alla
media delle altre epoche. Semplificando, se ne possono individuare quattro, e il
più antico risale a circa 360 milioni di anni fa.
Insetti mostruosi
Durante il Carbonifero, i livelli di ossigeno – che era comparso sulla scena
atmosferica circa 500 milioni di anni prima, contribuendo in maniera decisiva
all’esplosione della vita multicellulare – salirono rapidamente, fino ad
arrivare a una concentrazione del 35% (quindi molto superiore a quella attuale,
che non supera il 21%). Oltre a causare più incendi, l’ossigeno ebbe anche un
effetto tangibile su un gruppo che era comparso sulla scena alla fine del
periodo precedente, il Devoniano: parlo degli insetti, che ne sfruttarono le
alte concentrazioni per raggiungere dimensioni che non si sono più viste da
allora.
> La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha un legame diretto con la taglia
> degli artropodi. Nel carbonifero, i livelli salirono al punto da consentire
> l’emergere di libellule, millepiedi e scorpioni fuori scala.
Il segreto del loro gigantismo sta nella respirazione: essendo privi di polmoni,
gli insetti respirano passivamente, diffondendo l’aria attraverso strutture
chiamate trachee. Questo pone un limite alle dimensioni massime che può
raggiungere un insetto: se è troppo grosso, rischia il soffocamento, perché
l’aria non riesce a diffondersi in maniera efficace nel suo sistema
respiratorio.
La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha quindi un legame diretto con la
taglia degli insetti: più ce n’è, più la diffusione è efficace, più possono
crescere. E così durante il Carbonifero solcava i cieli Meganeura monyi, una
libellula con 70 centimetri di apertura alare, che verrà battuta solo nel
Permiano dalla sua parente Meganeuropsis permiana. A farle concorrenza in
termini di dimensioni c’era Mazothairos enormis, il cui nome è già un programma:
assomigliava a una cavalletta ma apparteneva a un ordine estinto,
Palaeodictyoptera, e raggiungeva i 55 centimetri di apertura alare. E anche
sulla terraferma abbondavano i giganti: Arthropleura, per esempio, che in realtà
non era un insetto ma un millepiedi, superava i 2 metri di lunghezza, una misura
mai più raggiunta da nessun artropode terrestre. E per finire, un incubo per gli
aracnofobi: Pulmonoscorpius era uno scorpione che viveva nelle paludi del
Carbonifero, e poteva superare i 70 centimetri di lunghezza.
Quando i giganti dominavano la Terra
Gli insetti enormi sono affascinanti, ma concorderete con me che, se si parla di
giganti, l’immaginazione corre subito a quelle famose bestie che dominavano la
Terra fino a che non sono state spazzate via quasi tutte da un asteroide (e da
altri fattori concomitanti che ignoreremo per amor di brevità). I dinosauri, e
più in generale i rettili del Mesozoico, sono i mostri grossi più conosciuti e
amati della storia della vita sul pianeta. Furono di fatto protagonisti sia
della seconda sia della terza era dei giganti, le quali avvennero quasi in
contemporanea, e videro i titani diffondersi sia sulla terraferma sia negli
oceani.
Per spiegare come abbiano fatto i dinosauri (e i plesiosauri, e i mosasauri, e
gli pterosauri) a raggiungere dimensioni che i rettili attuali non sfiorano
neanche, vale la pena fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli,
quando Edward Drinker Cope, uno dei padri della paleontologia, propose quella
che sarebbe stata poi battezzata “legge di Cope”, e che postula che tutti gli
animali tendano a diventare più grossi con l’evoluzione e il passare del tempo.
Discussa fin da quando venne formulata, smentibile con innumerevoli esempi
contrari (per citare un animale caro a Cope, è vero che i primi cavalli erano
grossi come cani, ma quelli attuali sono più piccoli dei loro antenati), la
legge di Cope ha diviso per decenni i paleontologi, fino a quando è stata
mirabilmente sintetizzata e riletta in questo studio, utile anche a rispondere
alla domanda iniziale.
> Quando acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le
> risorse diminuisce: è quello che nel Giurassico ha portato alla comparsa dei
> grandi sauropodi erbivori. Quando invece le risorse scarseggiano, la tendenza
> è opposta.
È vero, dice lo studio, che la dimensione degli animali cresce con il passare
del tempo. O meglio: può crescere, se non entrano in gioco fattori limitanti.
Quando e dove acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per
le risorse diminuisce: è quello che è successo nel Giurassico, e che ha portato
alla comparsa dei grandi sauropodi erbivori, da Brachiosaurus (25 metri di
lunghezza per 50 tonnellate di peso) a Diplodocus (27 metri, 20 tonnellate),
passando per Supersaurus, che si pensa potesse raggiungere i 40 metri di
lunghezza. La legge di Cope, dunque, funziona sì, ma solo in condizioni ideali:
se le risorse cominciano a scarseggiare, la tendenza diventa quella di
rimpicciolire. Incidentalmente, è anche per questo che si estinguono i giganti:
gli animali troppo grandi che si ritrovano all’improvviso senza cibo a
sufficienza non fanno in tempo a rimediare diventando più piccoli. Il fatto poi
che le specie più grosse abbiano popolazioni meno numerose le rende
ulteriormente vulnerabili a cambiamenti ambientali drastici: è il motivo per cui
gli unici dinosauri sopravvissuti a Chicxulub sono gli uccelli, che per quanto
grandi non hanno mai raggiunto le dimensioni dei loro antenati estinti.
La stessa versione riveduta e corretta della legge di Cope si può applicare ai
grandi rettili marini del Mesozoico (mosasauri, plesiosauri, ittiosauri, ecc.)
tutti gruppi che comprendono specie che hanno raggiunto anche i 20 metri di
lunghezza quando le risorse nei mari erano abbondanti, e che sono scomparsi nel
giro di poche centinaia di migliaia di anni perché non sono riusciti ad
adattarsi al nuovo mondo post-asteroide (e anche per colpa della concorrenza
degli squali, pericolosissimi ultimi arrivati). Uno schema simile a quanto
successo anche ai protagonisti della quarta era dei giganti, nella quale però
entriamo in gioco anche noi, cambiando (forse per sempre) gli equilibri.
Cacciatori di giganti
Il Pleistocene, cominciato 2,6 milioni di anni fa e finito 11.700 anni fa, fu
un’epoca caratterizzata da tre cose: i mammiferi giganti, il gran freddo e la
comparsa di Homo sapiens. I primi due fattori sono intimamente collegati:
formulata nel 1847 dall’eponimo biologo tedesco, la regola di Bergmann prevede
che più fa freddo, più gli animali di uno stesso gruppo diventino più grossi dei
loro parenti che vivono al caldo. Regola smentita e contestata più volte, ma è
vero che, in un clima mediamente più freddo, le grandi dimensioni aiutano:
diminuisce il rapporto superficie/volume, ed è più facile conservare il calore.
Se a questo si aggiunge l’abbondanza di risorse e soprattutto di territorio (le
glaciazioni fecero abbassare il livello dei mari e “liberarono” vaste aree di
terraferma), si capirà perché, per esempio, il mammut lanoso arrivava a 3,5
metri di altezza al garrese; o il megaterio, un bradipo gigante, raggiungeva i 6
metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso.
> La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso
> indicati come uno dei fattori decisivi dietro l’estinzione della megafauna, ma
> c’è un’altra ipotesi altrettanto valida: è colpa nostra.
Indicati con il nome collettivo di “megafauna”, i mammiferi del Pleistocene si
estinsero in massa nel giro di 40.000 anni, con zone del mondo come il
continente americano dove la strage si concentrò in meno di 3.000 anni. La fine
dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso indicati
come uno dei fattori decisivi dietro questa estinzione, ma c’è un’altra ipotesi
altrettanto valida e altrettanto studiata: è colpa nostra. L’arrivo sulla scena
del genere Homo, e della nostra specie in particolare, trasformò gli erbivori
giganti in prede ideali, che vennero cacciate fino all’estinzione; ne subirono
le conseguenze anche i predatori (per esempio Smilodon, la tigre dai denti a
sciabola, che poteva superare i 400 chilogrammi di peso), non equipaggiati per
resistere alla nostra concorrenza, sia in termini di sottrazione delle risorse
sia di caccia attiva. È un’idea che ha raccolto sempre più attenzione negli
ultimi anni, e anche i più scettici ammettono che sia possibile che dietro
l’estinzione delle megafaune non ci siano stati solo i cambiamenti climatici, ma
una combinazione di fattori, tra cui quello umano fu decisivo.
Il futuro dei giganti
Considerando quello che abbiamo fatto al mondo animale negli ultimi 10.000 anni,
non è difficile crederci: che esista o meno, l’Antropocene si sta rivelando
l’incubo di tutti gli amanti dei mostri grossi. Gli animali (e le piante) stanno
diventando sempre più piccoli: i motivi sono sempre gli stessi (cambiamenti
climatici, scarsità di risorse, distruzione dell’habitat), ma accelerati a ritmi
insostenibili dalle nostre attività. Se è vero che i fattori limitanti per la
crescita di un organismo sono la disponibilità di risorse e le condizioni
climatiche (ed ecologiche) nelle quali vive, la nostra crescita incontrollata ha
ridotto le prime e deteriorato le seconde, al punto che, al di fuori degli
animali domestici, sono pochissime le specie che possono dire di avere più
risorse a disposizione da quando esistiamo noi. In particolare, stanno
beneficiando della nostra presenza le specie più adattabili e tetragone
all’urbanizzazione: gli scoiattoli grigi, per esempio, stanno crescendo di
dimensioni perché hanno a disposizione più risorse (le nostre).
> Le condizioni attuali rendono sempre più difficile la sopravvivenza di animali
> giganti, questo perché la nostra crescita incontrollata ha ridotto la
> disponibilità di risorse e deteriorato le condizioni climatiche ed ecologiche.
Ma si tratta di eccezioni a un trend molto evidente, che ci dice che anche i
pochi giganti rimasti stanno rimpicciolendo: sta succedendo ad alcune balene,
agli squali, e ai bisonti. Siamo dunque destinati a un futuro di animali sempre
più piccoli, nel quale tutti gli ippopotami saranno Moo Deng? La risposta più
semplice è “sì”, nel senso che se la traiettoria dovesse rimanere questa, gli
animali continueranno a rimpicciolirsi per colpa nostra. C’è chi è convinto che
la soluzione a questa perdita di biodiversità (gli animali grossi hanno un ruolo
decisivo nel funzionamento degli ecosistemi) sia guardare al passato: è
possibile che abbiate sentito parlare di Colossal Biosciences, startup
statunitense che è solo l’ultima di una lista di imprese private che si sono
messe in testa di tentare la de-estinzione di animali scomparsi: mammut e dodo
sono di solito i candidati principali, ma Colossal sostiene di recente di avere
de-estinto un enocione, il “lupo terribile” vissuto nel Pleistocene (nonostante
il risultato dell’esperimento sia di fatto nient’altro che una modificazione
genetica del lupo grigio), e ora punta al moa, uno degli uccelli più grossi di
sempre.
L’elenco dei problemi scientifici ed etici dietro la de-estinzione è però lungo
quanto un elenco del telefono, e da approfondire eventualmente altrove.
Preferisco proporvi una visione alternativa: non è del tutto vero che i mostri
grossi siano scomparsi, ce li abbiamo anche noi e dobbiamo pensare a tutelare
loro prima che a riportare in vita specie estinte. Prendete la balenottera
azzurra: con i suoi 30 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso è l’animale
più grande mai esistito, più “mostro grosso” anche del più grosso dei dinosauri.
Un elefante africano non è tanto più piccolo di un mammut, il varano di Komodo
può raggiungere i 3 metri di lunghezza e il coccodrillo marino arrivare a 7 e
pesare una tonnellata. Sono tutte specie le cui dimensioni rappresentano per
loro, nel contesto climatico ed ecologico attuale, un pericolo enorme: corriamo
il rischio di portare all’estinzione i nostri ultimi giganti, con l’aggravante
che questa volta sappiamo che sta succedendo.
L'articolo La scomparsa dei giganti proviene da Il Tascabile.