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L’invenzione degli animali domestici
U na folta coda a strisce spunta da un bidone della spazzatura semiaperto. Dopo un po’ di trambusto, al di sotto del coperchio, compaiono due occhietti circondati da una maschera di pelo nera e una coppia di zampe con piccolissime dita. I procioni (Procyon lotor) non temono gli umani, sono onnivori e sanno cogliere il meglio che un ambiente urbanizzato possa offrire loro, tra cui i nostri avanzi di cibo. Anzi, più un’area sarà abitata, maggiore sarà la possibilità di rovistare nei rifiuti e trovare una leccornia da gustare. Questa è una forma di commensalismo simile a quella dei lupi che, migliaia di anni fa, si avvicinarono agli insediamenti umani per frugare tra gli scarti di quelle comunità. Una vicinanza che è diventata cooperazione, selezione, relazione, fino a plasmare il cane. Secondo un gruppo di ricerca statunitense, i procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da renderla diversa dal proprio antenato selvatico. La domesticazione, spesso definita come il controllo delle condizioni di vita di una determinata specie al fine di ricavarne servizi e prodotti utili all’essere umano, è un fenomeno più complesso e sfumato di quello che per molti anni è stato descritto dalla comunità scientifica. A partire da circa 10.000 anni fa, quando ha iniziato a delinearsi il passaggio da un’esistenza nomadica a una sedentaria nella transizione neolitica, essa ha contribuito a mutare radicalmente la biosfera terrestre. La nostra conoscenza della sua storia e dei suoi meccanismi è ancora lacunosa e continuiamo a compulsarne le tracce per recuperare i tasselli mancanti che compongono il nostro passato e che potrebbero aiutarci a prevedere un possibile futuro. La domesticazione: percorsi e nicchie Dalla metà del Ventesimo secolo l’interesse verso la comprensione della domesticazione di piante e animali ha trovato risposte in narrazioni incentrate sul progresso tecnologico, sull’intenzionalità e sul dominio umano sul proprio ambiente, punti di vista saldamente ancorati a una visione antropocentrica caratterizzata da un forte dualismo tra natura e cultura. Sebbene questa visione sia in parte ancora radicata nella letteratura archeologica, negli ultimi quarant’anni il concetto di domesticazione si è sviluppato e ampliato, come mi ha raccontato Thomas Cucchi, direttore di ricerca del Laboratorio di bioarcheologia del Museo nazionale di Storia naturale di Parigi: “A partire dagli anni Ottanta, gli antropologi hanno posto in rilievo prospettive che vanno oltre le ontologie occidentali, fornendo esempi etnografici in cui le distinzioni tra selvatico e domestico, cultura e natura, sono minime o addirittura inesistenti. Il campo della zooarcheologia si è quindi allontanato dalle narrazioni precedenti che enfatizzavano la domesticazione animale come dominio umano sugli animali non umani, orientandosi verso un’attenzione alle relazioni ecologiche, culturali e coevolutive che sono sempre esistite tra esseri umani e animali non umani e alla loro intensificazione ed elaborazione nei contesti delle prime società agricole”. > Secondo l’archeologa Melinda Zeder ci sono tre percorsi attraverso cui le > diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle > società umane: il percorso commensale, quello della preda e la gestione > diretta. Le combinazioni tra fattori ecologici, culturali ed evolutivi all’interno dei rapporti tra gli umani e gli altri animali possono essere molteplici, seguire traiettorie non lineari, imboccare vicoli ciechi, e giungere a risultati differenti in aree geografiche e finestre temporali più o meno lontane. Un esempio è la domesticazione del cavallo, i cui primi tentativi risalirebbero a circa 5.500 anni fa e sono documentati nel sito di Botaï, nel Kazakistan settentrionale. Qui sono stati trovati resti che indicano l’uso di recinti, briglie e la mungitura dei cavalli per ricavarne latte. Per molto tempo si è pensato che i cavalli moderni discendessero da quelli di Botaï. In seguito, uno studio pubblicato su Nature nel 2024 ha suggerito che il controllo della riproduzione della linea dei cavalli moderni sarebbe emerso solo più tardi, intorno al 2.200 a.C. nelle steppe pontico-caspiche. La definizione di un quadro teorico del fenomeno è una sfida che è stata colta e che solo negli ultimi anni ha dato origine ad approcci di più ampio respiro. Tra le teorie che meglio combinano le componenti biologiche e sociali della domesticazione c’è quella dei tre percorsi, elaborata dall’archeologa Melinda Zeder nel 2012. Zeder sostiene che, al di là delle caratteristiche universali comuni a tutti gli animali domestici – prima su tutte la docilità verso l’essere umano ‒, vi siano molteplici modi in cui le diverse specie rispondono alla domesticazione per poi essere integrate nelle società umane. Portando questo ragionamento alle estreme conseguenze, si potrebbe addirittura affermare che ogni animale domestico sia un caso a sé stante, partecipe di una relazione unica, modellata da un elevato numero di variabili. La scienziata ritiene, però, che siano tre i percorsi principali seguiti: il percorso commensale, quello della preda e la gestione diretta. Il percorso commensale è la via più nota al grande pubblico, la più citata tra le possibili ricostruzioni della domesticazione del cane, ed è anche quella che forse sta imboccando il procione. È un processo coevolutivo, in cui un gruppo di individui di una determinata specie trae giovamento dalle risorse, come avanzi di cibo e riparo, di un’altra. Non è necessario che vi sia intenzionalità da parte dell’essere umano, poiché l’interazione potrebbe sorgere semplicemente dalla condivisione dello stesso ambiente, e a sua volta può sfociare in legami sociali o economici più stretti da cui gli umani potrebbero trarre beneficio. A questo punto, la selezione guidata sarebbe il passo successivo. Gli animali d’allevamento come pecore, capre e bovini, invece, sono stati per la maggior parte i protagonisti di un percorso della preda: erano inizialmente cacciati per la loro carne e il processo di domesticazione è cominciato quando le comunità umane, per necessità, hanno dapprima sperimentato strategie di caccia per aumentarne la disponibilità, per poi arrivare a una vera e propria gestione delle mandrie, con il controllo esteso alle generazioni successive, se gli animali mostravano di possedere le caratteristiche idonee. Infine, vi è il percorso diretto, orientato, un processo avviato dagli esseri umani con l’obiettivo di domesticare animali che vivono in libertà e per ottenere una specifica risorsa o un insieme di risorse d’interesse. È ciò che sarebbe accaduto, ad esempio, a conigli, visoni e struzzi. È una strada che richiede già una certa dimestichezza con la domesticazione di altri animali e per cui sono necessarie intenzionalità e forme di progresso tecnologico, in quanto le specie coinvolte potrebbero non possedere molte delle caratteristiche comportamentali ritenute prerequisiti essenziali. I percorsi non sono esclusivi e possono incrociarsi. È il caso del maiale, Sus scrofa domesticus, che deriverebbe dal percorso commensale e da quello della preda: sembra che alcuni suini venissero cacciati, mentre altri fossero tollerati intorno agli insediamenti, dove si nutrivano di scarti, adattandosi così ad ambienti antropici. Queste condizioni si sarebbero presentate indipendentemente sia in Mesopotamia sia in Cina. > Più che un atto di dominio, la domesticazione è un processo coevolutivo, > poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante > domestiche, che poi a loro volta hanno modellato il genoma umano e la sua > diversità culturale. Un altro modo per spiegare le implicazioni biologiche, ecologiche e sociali della domesticazione è la teoria della costruzione della nicchia. Anche in questo caso si parla di una lunga coevoluzione basata su rapporti di reciproco vantaggio che si concretizza nella costruzione, da parte di umani, piante e animali, di nuove nicchie ecologiche, in una modifica attiva degli ambienti in cui vivevano. Gli esseri umani, nel ruolo di ingegneri ecosistemici, avrebbero trasformato i paesaggi per rendere più produttive e prevedibili alcune specie di loro interesse e, allo stesso tempo, anche piante e animali coinvolti nella domesticazione avrebbero contribuito a rimodellare gli ecosistemi, adattandosi, influenzando le condizioni ambientali e innescando effetti che avrebbero interessato altri organismi, modificandone indirettamente le traiettorie evolutive. Diviene chiaro come la domesticazione non sia ‒ o per lo meno, non sia sempre stata ‒ un atto di dominio, ma che si possa inserire nel più grande racconto dell’evoluzione. “La domesticazione è un eccezionale modello di evoluzione in atto, in cui la forza motrice principale è la pressione selettiva dell’ambiente umano, sia artificiale che naturale”, sottolinea Cucchi: “La domesticazione è un sottoinsieme dell’evoluzione, che dimostra come l’intervento umano possa accelerare e dirigere il processo evolutivo, con impatti profondi sia sulle specie domesticate che sugli esseri umani. In effetti, consideriamo la domesticazione come un processo coevolutivo. Poiché l’essere umano ha plasmato l’evoluzione degli animali e delle piante domestiche, questi ultimi hanno successivamente modellato anche il genoma umano e la sua diversità culturale”. Da selvatico a domestico Sono circa 2 milioni le specie conosciute e di queste solo una frazione (tra mammiferi, uccelli ma anche insetti e pesci) è stata domesticata dagli esseri umani. Un caso spesso citato di insuccesso è la zebra, particolarmente aggressiva rispetto ai suoi parenti, il cavallo e l’asino. Nel suo saggio del 1997, Armi, acciaio e malattie, il fisiologo e ornitologo Jared Diamond provò a spiegare il motivo per cui solo pochissimi animali sono stati domesticati dall’essere umano, introducendo quello che lui chiama “principio di Anna Karenina”. Se Lev Tolstoj, nel celebre incipit, asseriva che “Tutti i matrimoni felici si somigliano; ogni matrimonio infelice è infelice a modo suo”, Diamond rielabora la citazione affermando che “Tutti gli animali domestici si assomigliano; ogni animale non domesticabile è selvatico a modo suo”. Questo è un modo per dire che tutte le specie domesticate hanno delle caratteristiche biologiche comuni, tutte necessarie affinché il processo funzioni: una dieta flessibile, un tasso di crescita elevato, la capacità di riprodursi in cattività, docilità verso gli esseri umani, una minore tendenza alla fuga e una struttura gerarchica organizzata. Come racconta l’archeozoologa Juliet Clutton-Brock nel suo libro Storia naturale della domesticazione dei mammiferi (2001), nel 1865 anche Francis Galton, cugino di Charles Darwin, stilò una lista di requisiti per la domesticazione, che includeva la robustezza, un’innata inclinazione per gli esseri umani, la facilità di accudimento, l’utilità e la capacità di riprodursi liberamente. > Molti mammiferi domestici condividono caratteristiche fisiche e > comportamentali non presenti negli antenati selvatici, tra cui variazioni > nelle dimensioni corporee e nel comportamento sociale, code più corte o > arrotolate e orecchie pendenti. Non bastano, però, solo le peculiarità biologiche degli animali. Lo spiega il paleobiologo Marcelo Sánchez-Villagra nel volume The Process of Animal Domestication (2022): il numero relativamente ridotto di specie domestiche autoctone nelle Americhe dipenderebbe non solo dalle caratteristiche degli animali, ma anche dagli aspetti culturali delle popolazioni umane che convivono con essi, a loro volta legati all’ecologia dei territori. In Amazzonia, per esempio, alcune popolazioni intrattengono rapporti di stretta vicinanza con determinati  animali, come insetti, pappagalli, pecari, e persino con i cuccioli di esemplari uccisi durante la caccia, senza avviarne la domesticazione: una scelta che riflette una diversa visione del mondo e del rapporto tra esseri umani e altre specie. Nonostante i diversi percorsi e tempi della domesticazione nelle varie aree del mondo, molti mammiferi domestici – anche se lontanamente imparentati tra loro – condividono un insieme ricorrente di caratteristiche fisiche e comportamentali, noto come “sindrome da domesticazione”, già individuato da Charles Darwin nella sua analisi della selezione artificiale sugli animali allevati. Si tratta di cambiamenti non presenti negli antenati selvatici e tra i più comuni si osservano variazioni nelle dimensioni e nelle proporzioni del corpo, nella pigmentazione del mantello, nella riproduzione e nel comportamento sociale. A questi si aggiungono altre modifiche tipiche della domesticazione, come una riduzione delle dimensioni del cervello, cambiamenti nella struttura del pelo, code più corte o arrotolate e orecchie pendenti. Una possibile spiegazione della sindrome da domesticazione è che gli esseri umani abbiano selezionato, più volte e in modo indipendente, le stesse caratteristiche in specie diverse. Questa ipotesi è stata testata dal genetista russo Dmitry Belyaev nel celebre esperimento sulle volpi argentate, iniziato negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Gli esemplari scelti vennero selezionati per docilità e, generazione dopo generazione, mostrarono attenzione verso gli esseri umani, orecchie pendenti, code rivolte all’insù, mantelli pezzati, cicli riproduttivi più frequenti e non legati alle stagioni e, successivamente, musi più corti e larghi. Nonostante approfondimenti e studi successivi, i risultati ottenuti sono ancora discussi nella comunità scientifica per alcuni aspetti controversi. > I procioni potrebbero essere l’animale perfetto da osservare in tempo reale > per capire come una specie possa andare incontro a modificazioni tali da > renderla diversa dal proprio antenato selvatico. Oggi sono proprio i procioni, probabile modello di domesticazione in atto, a essere protagonisti di un ampio studio in qualche modo accostabile a quello delle volpi, pubblicato su Frontiers in Zoology. Analizzando il rapporto tra la lunghezza del muso e quella del cranio in oltre 19.000 fotografie di procioni scattate negli Stati Uniti e raccolte tramite applicazioni di citizen science, gli autori della ricerca hanno osservato una tendenza chiara: gli individui che vivono in aree densamente popolate mostrano, in media, un muso più corto. Se da una parte la domesticazione interagisce con molte altre pressioni ambientali, scienziate e scienziati stanno mettendo in correlazione questi risultati con la cosiddetta ipotesi delle cellule della cresta neurale. Secondo questa teoria, la maggiore docilità selezionata negli animali domesticati sarebbe legata a una riduzione dell’attività o del numero di un gruppo di cellule embrionali coinvolte nello sviluppo non solo dei caratteri comportamentali, ma anche di molti tratti fisici. L’esito non intenzionale di queste modificazioni sarebbe la comparsa dei tipici cambiamenti fisici osservati negli animali domestici. Questa spiegazione sosterrebbe anche la tesi dell’auto-domesticazione umana, dibattuta già ai tempi di Darwin. Infatti, esistono alcuni mutamenti assimilabili alla sindrome da domesticazione nella nostra evoluzione, come descrive Cucchi: > Proprio come osservato nell’esperimento delle volpi di Belyaev, si sostiene > che ci sia stata una selezione che avrebbe favorito comportamenti più sociali > e meno aggressivi tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico negli ultimi > 300.000 anni e, secondo la teoria delle cellule della cresta neurale, questa > selezione comportamentale avrebbe influenzato indirettamente l’evoluzione > fenotipica della nostra specie verso un corpo più piccolo e snello. Alcuni > sostengono che la selezione possa essere stata esercitata sugli individui più > inclini alla violenza reattiva. Attualmente altre ipotesi mettono in discussione il coinvolgimento di un alterato funzionamento della cresta neurale e l’esistenza stessa della sindrome da domesticazione, che per ora, però, sono tra le cornici esplicative più esaminate. Avanti il prossimo! Il procione è solo uno degli animali che probabilmente stanno percorrendo le prime tappe della strada che potrebbe portarli alla domesticazione. È spontaneo domandarsi quali saranno in futuro le nuove specie in stretta relazione all’essere umano, o da esso sfruttate, che subiranno un destino simile. L’antropologo Marcus Baynes-Rock, nella sua opera La vita segreta delle iene (2024), racconta la coesistenza tra i cittadini di Harar, in Etiopia, e gli esemplari di due clan di iene che si aggirano nelle strade della metropoli e accettano cibo dagli abitanti. L’estrema vicinanza e la riduzione dell’aggressività nei nostri confronti potrebbero forse essere dei buoni presupposti per l’avvento di nuovi compagni a quattro zampe. > C’è anche chi sta cercando di domesticare il polpo, che però non sembra un > candidato ideale: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e > relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. O ancora, dal 2018 l’azienda spagnola Nueva Pescanova sta lavorando alla realizzazione di quello che potrebbe essere il primo allevamento intensivo di polpi. Nel 2023, Nueva Pescanova ha dichiarato di essere stata in grado di completare in cattività il ciclo riproduttivo del polpo comune e di stare allevando la quinta generazione nel proprio centro di ricerca in Galizia. Secondo quanto afferma l’azienda, il processo avrebbe reso questi molluschi più adatti alle condizioni di allevamento, riducendo le criticità emerse nei tentativi precedenti. Il polpo, infatti, non sembra un candidato ideale per la domesticazione: non è un animale sociale, è un predatore solitario, e relegato in vasche con altri conspecifici potrebbe aggredirli. Inoltre, è carnivoro e la sua alimentazione in allevamento solleverebbe interrogativi dal punto di vista della sostenibilità. Thomas Cucchi ci riporta al presente: “La domesticazione dei pesci è la più recente e di maggiore impatto”. È stata un’attività in aumento solo in tempi recenti e la ricerca sull’acquacoltura ha rivelato effetti rapidi e vari nelle specie ittiche. Come descritto anche da Sánchez-Villagra nel suo libro, fino alla metà del Ventesimo secolo, erano pochi i pesci domesticati: c’erano le carpe, i pesci rossi e, più recentemente, i salmonidi. Molte altre sono state effettivamente domesticate, nel senso che la loro biologia riproduttiva è stata modificata dagli esseri umani, solo negli ultimi decenni. L’acquacoltura ittica coinvolge attualmente oltre 160 specie, sotto il nostro controllo per diversi scopi, tra cui l’alimentazione, la conservazione e la ricerca. Come evidenzia una review pubblicata su Trends in Ecology & Evolution nel 2022, sono ancora molte le domande senza risposta che riguardano la nostra comprensione di questo processo. Non è sempre chiaro quali percorsi ecologici ed evolutivi portino alla domesticazione, quanto le specie coinvolte dipendano dai rapporti di mutualismo con l’essere umano e come stabilire se una specie possa dirsi davvero domesticata. Resta ancora da chiarire quale sia il peso della selezione intenzionale rispetto a quella inconsapevole e il significato evolutivo della selezione di tratti estetici, spesso legata a preferenze culturali più che a vantaggi funzionali. Gli occhi mascherati e le code a strisce che spuntano dai bidoni della spazzatura statunitensi non ci forniranno tutte le risposte, ma sicuramente ci avvicinano a quelle prime comunità umane che si ritrovarono a condividere gli spazi con un’altra specie e che, a un certo punto di quella convivenza, si impegnarono a legare la propria vita a quella di quegli animali per sempre. L'articolo L’invenzione degli animali domestici proviene da Il Tascabile.
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La scomparsa dei giganti
N el Godzilla originale, il capolavoro di Ishirō Honda datato 1954, il noto lucertolone era alto 50 metri e pesante 20.000 tonnellate. Le sue misure hanno continuato a crescere negli anni fino alle sue iterazioni più recenti, quando ha superato le 80.000 tonnellate (nelle versioni hollywoodiane) e i 300 metri d’altezza (nel giapponese Godzilla: Planet of the Monsters, 2017). Nel King Kong del 1933, l’arcinoto scimmione era alto 15 metri e pesava intorno alle 20 tonnellate; oggi, in Godzilla vs. Kong (2021) e Godzilla e Kong – Il nuovo impero (2024), arriva a superare i 100 metri di altezza e a toccare un peso di 90.000 tonnellate. Ancora: lo squalo dell’omonimo film di Spielberg del 1975 è lungo una volta e mezzo un vero squalo bianco; l’anaconda di Anaconda tocca i 15 metri, più del doppio di quanto sia davvero lungo questo serpente; le formiche di Assalto alla Terra (1954) sono grosse come cani. E per amor di sintesi mi sto limitando ai film: dovessi allargare il discorso a fumetti, videogiochi, romanzi, ma anche a miti, leggende, fiabe e favole, il pezzo raggiungerebbe proporzioni paragonabili a ciò di cui parla. Incrociando questi dati, comunque, si giunge a una conclusione difficilmente contestabile: ci piacciono le creature gigantesche (anche note nell’ambiente come mostri grossi), e più in generale tutto ciò che ha dimensioni ciclopiche. Ci piacciono in particolar modo tutte quelle creature che sono identiche nell’aspetto a specie animali esistenti, ma con proporzioni fuori scala: ragni, serpenti, scorpioni, zanzare hanno tutti subito prima o poi un’opera di ingigantimento che li ha trasformati in minacce adeguate per un film. E anche guardando al di fuori della cultura pop: non è un caso che i dinosauri abbiano avuto fin da subito un’enorme presa sull’immaginario collettivo, e con loro i mammiferi giganti (orsi, lupi, leoni, cavalli) che abbiamo scoperto essergli succeduti. C’è un’idea, che risale al Diciannovesimo secolo, secondo cui il passato remoto era popolato da giganti, e a noi esseri umani odierni rimarrebbero solo le briciole, versioni in formato minore dei mostri grossi che un tempo dominavano la Terra: la nostra passione per loro è anche una forma di nostalgia per epoche che non abbiamo mai vissuto. Da grande amante della materia “mostri”, che si trova al perfetto incrocio tra scienza e cinema, ritengo però sia giusto fare un po’ di chiarezza, sfatare alcuni miti, confermarne altri e anche omaggiare i pochi giganti che ancora abbiamo sul pianeta. > L’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto > inesatta. Le specie di piccole dimensioni sono sempre esistite e non c’è > alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi > delle forme di vita. Partiamo da un presupposto fondamentale per impostare l’intero discorso: l’idea che un tempo gli animali fossero più grandi è tanto affascinante quanto sbagliata, o per lo meno inesatta. Le specie di piccole o minuscole dimensioni sono sempre esistite e non esiste alcuna relazione lineare tra il passare del tempo e il generico rimpicciolirsi di ogni forma di vita. È vero invece che ci sono forme che in passato erano più grandi delle loro versioni attuali, e che ci sono stati periodi nei quali le dimensioni di certi gruppi erano superiori alla media delle altre epoche. Semplificando, se ne possono individuare quattro, e il più antico risale a circa 360 milioni di anni fa. Insetti mostruosi Durante il Carbonifero, i livelli di ossigeno – che era comparso sulla scena atmosferica circa 500 milioni di anni prima, contribuendo in maniera decisiva all’esplosione della vita multicellulare – salirono rapidamente, fino ad arrivare a una concentrazione del 35% (quindi molto superiore a quella attuale, che non supera il 21%). Oltre a causare più incendi, l’ossigeno ebbe anche un effetto tangibile su un gruppo che era comparso sulla scena alla fine del periodo precedente, il Devoniano: parlo degli insetti, che ne sfruttarono le alte concentrazioni per raggiungere dimensioni che non si sono più viste da allora. > La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha un legame diretto con la taglia > degli artropodi. Nel carbonifero, i livelli salirono al punto da consentire > l’emergere di libellule, millepiedi e scorpioni fuori scala. Il segreto del loro gigantismo sta nella respirazione: essendo privi di polmoni, gli insetti respirano passivamente, diffondendo l’aria attraverso strutture chiamate trachee. Questo pone un limite alle dimensioni massime che può raggiungere un insetto: se è troppo grosso, rischia il soffocamento, perché l’aria non riesce a diffondersi in maniera efficace nel suo sistema respiratorio. La concentrazione di ossigeno in atmosfera ha quindi un legame diretto con la taglia degli insetti: più ce n’è, più la diffusione è efficace, più possono crescere. E così durante il Carbonifero solcava i cieli Meganeura monyi, una libellula con 70 centimetri di apertura alare, che verrà battuta solo nel Permiano dalla sua parente Meganeuropsis permiana. A farle concorrenza in termini di dimensioni c’era Mazothairos enormis, il cui nome è già un programma: assomigliava a una cavalletta ma apparteneva a un ordine estinto, Palaeodictyoptera, e raggiungeva i 55 centimetri di apertura alare. E anche sulla terraferma abbondavano i giganti: Arthropleura, per esempio, che in realtà non era un insetto ma un millepiedi, superava i 2 metri di lunghezza, una misura mai più raggiunta da nessun artropode terrestre. E per finire, un incubo per gli aracnofobi: Pulmonoscorpius era uno scorpione che viveva nelle paludi del Carbonifero, e poteva superare i 70 centimetri di lunghezza. Quando i giganti dominavano la Terra Gli insetti enormi sono affascinanti, ma concorderete con me che, se si parla di giganti, l’immaginazione corre subito a quelle famose bestie che dominavano la Terra fino a che non sono state spazzate via quasi tutte da un asteroide (e da altri fattori concomitanti che ignoreremo per amor di brevità). I dinosauri, e più in generale i rettili del Mesozoico, sono i mostri grossi più conosciuti e amati della storia della vita sul pianeta. Furono di fatto protagonisti sia della seconda sia della terza era dei giganti, le quali avvennero quasi in contemporanea, e videro i titani diffondersi sia sulla terraferma sia negli oceani. Per spiegare come abbiano fatto i dinosauri (e i plesiosauri, e i mosasauri, e gli pterosauri) a raggiungere dimensioni che i rettili attuali non sfiorano neanche, vale la pena fare un salto indietro nel tempo di un paio di secoli, quando Edward Drinker Cope, uno dei padri della paleontologia, propose quella che sarebbe stata poi battezzata “legge di Cope”, e che postula che tutti gli animali tendano a diventare più grossi con l’evoluzione e il passare del tempo. Discussa fin da quando venne formulata, smentibile con innumerevoli esempi contrari (per citare un animale caro a Cope, è vero che i primi cavalli erano grossi come cani, ma quelli attuali sono più piccoli dei loro antenati), la legge di Cope ha diviso per decenni i paleontologi, fino a quando è stata mirabilmente sintetizzata e riletta in questo studio, utile anche a rispondere alla domanda iniziale. > Quando acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le > risorse diminuisce: è quello che nel Giurassico ha portato alla comparsa dei > grandi sauropodi erbivori. Quando invece le risorse scarseggiano, la tendenza > è opposta. È vero, dice lo studio, che la dimensione degli animali cresce con il passare del tempo. O meglio: può crescere, se non entrano in gioco fattori limitanti. Quando e dove acqua e cibo sono abbondanti, la competizione intraspecifica per le risorse diminuisce: è quello che è successo nel Giurassico, e che ha portato alla comparsa dei grandi sauropodi erbivori, da Brachiosaurus (25 metri di lunghezza per 50 tonnellate di peso) a Diplodocus (27 metri, 20 tonnellate), passando per Supersaurus, che si pensa potesse raggiungere i 40 metri di lunghezza. La legge di Cope, dunque, funziona sì, ma solo in condizioni ideali: se le risorse cominciano a scarseggiare, la tendenza diventa quella di rimpicciolire. Incidentalmente, è anche per questo che si estinguono i giganti: gli animali troppo grandi che si ritrovano all’improvviso senza cibo a sufficienza non fanno in tempo a rimediare diventando più piccoli. Il fatto poi che le specie più grosse abbiano popolazioni meno numerose le rende ulteriormente vulnerabili a cambiamenti ambientali drastici: è il motivo per cui gli unici dinosauri sopravvissuti a Chicxulub sono gli uccelli, che per quanto grandi non hanno mai raggiunto le dimensioni dei loro antenati estinti. La stessa versione riveduta e corretta della legge di Cope si può applicare ai grandi rettili marini del Mesozoico (mosasauri, plesiosauri, ittiosauri, ecc.) tutti gruppi che comprendono specie che hanno raggiunto anche i 20 metri di lunghezza quando le risorse nei mari erano abbondanti, e che sono scomparsi nel giro di poche centinaia di migliaia di anni perché non sono riusciti ad adattarsi al nuovo mondo post-asteroide (e anche per colpa della concorrenza degli squali, pericolosissimi ultimi arrivati). Uno schema simile a quanto successo anche ai protagonisti della quarta era dei giganti, nella quale però entriamo in gioco anche noi, cambiando (forse per sempre) gli equilibri. Cacciatori di giganti Il Pleistocene, cominciato 2,6 milioni di anni fa e finito 11.700 anni fa, fu un’epoca caratterizzata da tre cose: i mammiferi giganti, il gran freddo e la comparsa di Homo sapiens. I primi due fattori sono intimamente collegati: formulata nel 1847 dall’eponimo biologo tedesco, la regola di Bergmann prevede che più fa freddo, più gli animali di uno stesso gruppo diventino più grossi dei loro parenti che vivono al caldo. Regola smentita e contestata più volte, ma è vero che, in un clima mediamente più freddo, le grandi dimensioni aiutano: diminuisce il rapporto superficie/volume, ed è più facile conservare il calore. Se a questo si aggiunge l’abbondanza di risorse e soprattutto di territorio (le glaciazioni fecero abbassare il livello dei mari e “liberarono” vaste aree di terraferma), si capirà perché, per esempio, il mammut lanoso arrivava a 3,5 metri di altezza al garrese; o il megaterio, un bradipo gigante, raggiungeva i 6 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso. > La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso > indicati come uno dei fattori decisivi dietro l’estinzione della megafauna, ma > c’è un’altra ipotesi altrettanto valida: è colpa nostra. Indicati con il nome collettivo di “megafauna”, i mammiferi del Pleistocene si estinsero in massa nel giro di 40.000 anni, con zone del mondo come il continente americano dove la strage si concentrò in meno di 3.000 anni. La fine dell’era glaciale, e i cambiamenti climatici conseguenti, sono spesso indicati come uno dei fattori decisivi dietro questa estinzione, ma c’è un’altra ipotesi altrettanto valida e altrettanto studiata: è colpa nostra. L’arrivo sulla scena del genere Homo, e della nostra specie in particolare, trasformò gli erbivori giganti in prede ideali, che vennero cacciate fino all’estinzione; ne subirono le conseguenze anche i predatori (per esempio Smilodon, la tigre dai denti a sciabola, che poteva superare i 400 chilogrammi di peso), non equipaggiati per resistere alla nostra concorrenza, sia in termini di sottrazione delle risorse sia di caccia attiva. È un’idea che ha raccolto sempre più attenzione negli ultimi anni, e anche i più scettici ammettono che sia possibile che dietro l’estinzione delle megafaune non ci siano stati solo i cambiamenti climatici, ma una combinazione di fattori, tra cui quello umano fu decisivo. Il futuro dei giganti Considerando quello che abbiamo fatto al mondo animale negli ultimi 10.000 anni, non è difficile crederci: che esista o meno, l’Antropocene si sta rivelando l’incubo di tutti gli amanti dei mostri grossi. Gli animali (e le piante) stanno diventando sempre più piccoli: i motivi sono sempre gli stessi (cambiamenti climatici, scarsità di risorse, distruzione dell’habitat), ma accelerati a ritmi insostenibili dalle nostre attività. Se è vero che i fattori limitanti per la crescita di un organismo sono la disponibilità di risorse e le condizioni climatiche (ed ecologiche) nelle quali vive, la nostra crescita incontrollata ha ridotto le prime e deteriorato le seconde, al punto che, al di fuori degli animali domestici, sono pochissime le specie che possono dire di avere più risorse a disposizione da quando esistiamo noi. In particolare, stanno beneficiando della nostra presenza le specie più adattabili e tetragone all’urbanizzazione: gli scoiattoli grigi, per esempio, stanno crescendo di dimensioni perché hanno a disposizione più risorse (le nostre). > Le condizioni attuali rendono sempre più difficile la sopravvivenza di animali > giganti, questo perché la nostra crescita incontrollata ha ridotto la > disponibilità di risorse e deteriorato le condizioni climatiche ed ecologiche. Ma si tratta di eccezioni a un trend molto evidente, che ci dice che anche i pochi giganti rimasti stanno rimpicciolendo: sta succedendo ad alcune balene, agli squali, e ai bisonti. Siamo dunque destinati a un futuro di animali sempre più piccoli, nel quale tutti gli ippopotami saranno Moo Deng? La risposta più semplice è “sì”, nel senso che se la traiettoria dovesse rimanere questa, gli animali continueranno a rimpicciolirsi per colpa nostra. C’è chi è convinto che la soluzione a questa perdita di biodiversità (gli animali grossi hanno un ruolo decisivo nel funzionamento degli ecosistemi) sia guardare al passato: è possibile che abbiate sentito parlare di Colossal Biosciences, startup statunitense che è solo l’ultima di una lista di imprese private che si sono messe in testa di tentare la de-estinzione di animali scomparsi: mammut e dodo sono di solito i candidati principali, ma Colossal sostiene di recente di avere de-estinto un enocione, il “lupo terribile” vissuto nel Pleistocene (nonostante il risultato dell’esperimento sia di fatto nient’altro che una modificazione genetica del lupo grigio), e ora punta al moa, uno degli uccelli più grossi di sempre. L’elenco dei problemi scientifici ed etici dietro la de-estinzione è però lungo quanto un elenco del telefono, e da approfondire eventualmente altrove. Preferisco proporvi una visione alternativa: non è del tutto vero che i mostri grossi siano scomparsi, ce li abbiamo anche noi e dobbiamo pensare a tutelare loro prima che a riportare in vita specie estinte. Prendete la balenottera azzurra: con i suoi 30 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso è l’animale più grande mai esistito, più “mostro grosso” anche del più grosso dei dinosauri. Un elefante africano non è tanto più piccolo di un mammut, il varano di Komodo può raggiungere i 3 metri di lunghezza e il coccodrillo marino arrivare a 7 e pesare una tonnellata. Sono tutte specie le cui dimensioni rappresentano per loro, nel contesto climatico ed ecologico attuale, un pericolo enorme: corriamo il rischio di portare all’estinzione i nostri ultimi giganti, con l’aggravante che questa volta sappiamo che sta succedendo. L'articolo La scomparsa dei giganti proviene da Il Tascabile.
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