Non abbiamo tutti le stesse idee e gli stessi pregiudizi, qui nella ridotta del
Fatto quotidiano: e meno male. Né, di conseguenza, gli stessi sensi di colpa.
L’altro giorno Seif, la società editrice del Fatto, ha comunicato ai lettori
d’aver chiesto il contributo straordinario all’editoria (10 centesimi per ogni
copia venduta) per garantire la continuità aziendale, sostenere la transizione
digitale in corso e prevenire eventuali situazioni di rischio. Non c’è nulla di
male: nel 2022 il governo introdusse il contributo per aiutare i giornali a
fronteggiare l’emergenza dei costi industriali (aumento del prezzo della carta,
della stampa e dell’energia). Come i fondi destinati ai giornali di cooperative,
minoranze linguistiche, ecc.; e le agevolazioni strutturali (Iva ridotta e
tariffe postali scontate, che il Fatto già utilizza); anche il credito d’imposta
di 10 centesimi è una politica di sostegno all’ecosistema dell’informazione.
Il mercato, da solo, non garantirebbe la sopravvivenza di molte realtà
culturali: il sostegno all’editoria, come quello alla radio, al teatro, alle
arti e ai musei, è uno dei modi con cui una democrazia garantisce il pluralismo
della cultura. La Francia, per aiutare il giornalismo, spende ogni anno 800
milioni in aiuti diretti, agevolazioni fiscali, sostegno alla distribuzione e
alla transizione digitale; l’Italia, circa 300: soldi ben spesi, a differenza di
quelli scialati in armamenti. Ma Seif, “ben consapevole dell’importanza che
riveste per il Fatto Quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, precisa
che il contributo chiesto non è stato percepito; e che l’intenzione di Seif,
“qualora il trend positivo che stiamo registrando nel primo trimestre e il
sostegno dei nostri lettori e dei nostri abbonati proseguano”, è di non
percepirlo: “Faremo di tutto perché sia così”.
Marco Travaglio ha spiegato il motivo: non vuole che il Fatto sia pagato anche
da chi il Fatto non lo legge. Su questo principio mi permetto di dissentire. Si
pagano le tasse per gli ospedali del sistema sanitario anche se si è in perfetta
salute; chi non ha figli paga comunque la scuola pubblica. Come sanità e
istruzione, anche la cultura è un diritto fondamentale; e un’informazione
pluralista sappiamo tutti quanto rilevi per il buon funzionamento del dibattito
democratico, che non può essere lasciato in balia dei Cerno, dei Sallusti e dei
Molinari. Il sostegno pubblico ai giornali non è né un delitto né un privilegio,
ma uno strumento di equilibrio: serve a garantire pluralismo e indipendenza in
un mercato dominato da industriali e palazzinari, permettendo ai cittadini di
avere un’informazione libera e critica.
Non vedo insomma cosa ci sia di male a percepire i finanziamenti pubblici alla
stampa che tutelano quel bene collettivo. L’ideologia liberista secondo cui deve
essere sempre il mercato a scremare tutto (il mercato come principale meccanismo
di allocazione delle risorse) lasciamola ai darwinisti sociali del Foglio, che
però il loro milioncino governativo lo prendono eccome. La premessa “solo chi
legge il Fatto deve pagare il Fatto” è sbagliata; quindi lo è anche la
conclusione (non vogliamo percepire finanziamenti pubblici, e ci scusiamo in
anticipo se giocoforza li prenderemo).
“Solo chi legge il Fatto deve pagare il Fatto” è una scelta identitaria, lo
capisco: ma è una forma di purismo, non diversa da quella degli slogan grillini
“uno vale uno” e “non più di due mandati”. Il purismo preferisce ignorare
contesto e conseguenze anche quando la realtà ti chiede il conto; ma che virtù
c’è nel rinunciare a qualcosa cui si ha diritto? Dati i tempi, mi pare
masochismo. Usufruisci dunque dei crediti d’imposta senza rimorsi, cara Seif:
non sono più compromettenti dei paginoni di pubblicità ai programmi di Canale 5
comparsi sul Fatto qualche settimane fa. (Vederli è stata una coltellata: se c’è
una lue italiana è il berlusconismo; poi mi sono ricordato che anche al
manifesto era benvenuto l’ossigeno della pubblicità Fiat: e lì il placet era di
Pintor. O vogliamo forse credere che dopo quelle pubblicità il Fatto diventerà
berlusconiano? E dunque filo-governativo dopo i crediti d’imposta? È ridicolo
anche solo pensarlo).
Essere giornalisti migliori o peggiori non dipende dai crediti d’imposta. Ti
resta qualche ultimo scrupolo, cara Seif? Chiedi cosa ne pensano gli abbonati.
Con Conte ha funzionato.
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diritto? proviene da Il Fatto Quotidiano.