Alla prossima plenaria di Strasburgo proporrà che i Paesi Ue tassino gli
extraprofitti delle aziende energetiche e dei produttori di armi e usino le
risorse per aiutare cittadini e piccole imprese che stanno pagando il conto
della guerra con l’Iran scatenata da Donald Trump. Con cui lo scorso anno Ursula
von der Leyen ha sottoscritto accordi “sciagurati, contro gli interessi
dell’Europa”. In parallelo, Pasquale Tridico continua a sostenere la necessità
di tassare Big Tech e grandi patrimoni per alleggerire il carico fiscale su
lavoro e classe media. L’economista, ex presidente Inps, oggi europarlamentare
M5s e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo, è il
padrone di casa della quarta edizione dell’EU Tax Symposium in corso a
Bruxelles, dedicato al futuro della tassazione in un mondo che vede allargarsi
sempre di più le disuguaglianze.
Domanda. L’aumento dei prezzi dell’energia causato dall’offensiva di Usa e
Israele contro l’Iran si fa sentire nelle tasche dei cittadini europei. Ma molti
Paesi, a partire dall’Italia, non hanno risorse per intervenire con aiuti
corposi. Come uscirne?
Risposta. Anche in questo caso abbiamo non solo aumenti dei prezzi dovuti ai
maggiori costi, ma anche alla speculazione. Qualcuno la definisce inflazione “da
scusa”: in un clima in cui sembra che i costi aumentino per tutti, alcune
imprese aumentano i prezzi in modo ingiustificato e così aumentano i propri
margini. Questo porta a un impoverimento della classe media, dei lavoratori, dei
pensionati e di chi vive di reddito da lavoro. La nostra proposta è quella di
una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, petrolifere e anche
delle aziende legate alla produzione di armi. Poi queste risorse andrebbero
redistribuite a cittadini e imprese che si trovano a fronteggiare aumenti di
spesa per gas, luce, benzina o diesel.
D. Dovrebbe essere una misura europea? In Italia il governo Draghi aveva provato
a introdurne una nel 2022, ma non ha funzionato granché: il gettito è stato
molto inferiore al previsto.
R. Non ha funzionato perché non c’era una vera volontà politica. Era scritta
male, ma non perché chi l’ha scritta non fosse capace: alla base c’era
un’ambiguità. Noi come M5s presenteremo una proposta al Parlamento europeo,
nella prossima plenaria a Strasburgo. E domani ne discuterò durante il Tax
Symposium con il Nobel Joseph Stiglitz. Poi saranno ovviamente i Paesi membri a
dover legiferare. Ma se l’idea sarà sostenuta da una maggioranza forte
all’Europarlamento questo conterà. Così come, in negativo, contano le mozioni
approvate dal Parlamento su invio di armi e finanziamento della guerra.
D. Ma come si misurano concretamente gli extraprofitti?
R. Bisogna guardare a un periodo storico, ad esempio gli ultimi cinque anni, e
analizzare l’andamento dei profitti delle aziende. Poi si confrontano gli
aumenti di prezzo recenti con i profitti realizzati. Se i profitti crescono in
modo proporzionale ai costi può essere giustificato. Ma se i profitti aumentano
molto più dei costi, allora siamo di fronte a extraprofitti. Ci sono analisi
della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale che mostrano
come negli ultimi anni l’inflazione sia stata in gran parte determinata
dall’offerta. Ovvero dai gruppi che offrono prodotti sul mercato in settori
molto concentrati o quasi monopolistici, come l’energia o l’industria degli
armamenti.
D. Passiamo alla fiscalità internazionale. L’Ocse ha formalizzato l’accordo
“side by side” che di fatto esonera le multinazionali Usa gli Stati Uniti dalla
tassa minima globale del 15%. La Commissione Ue sostiene che è un compromesso
equilibrato perché resta in vigore la minimum tax domestica. Ma le ong per la
giustizia fiscale ed economisti come Gabriel Zucman parlano di una resa. Lei
come lo interpreta?
R. Tutti gli accordi che la Commissione europea ha concluso con gli Stati Uniti
nel 2025 sono stati contro gli interessi dell’Europa. Lo abbiamo visto con
l’accordo di luglio sui dazi al 15% sui prodotti europei, con il fallimento del
Pillar 1 sulla tassazione dei servizi digitali e ora con la Global Minimum Tax.
Gli Stati Uniti sostengono di avere già una loro minimum tax nazionale intorno
al 14%, che però non considera molti crediti d’imposta. Di fatto la tassazione
effettiva può scendere anche al 10-12%. Questo crea uno squilibrio tra le
imprese europee e quelle americane. L’accordo su misura permette agli Stati
Uniti di restare fuori dal Pillar 2: è stato accettato dalla Commissione in modo
sciagurato.
D. Von der Leyen aveva leve negoziali per ottenere qualcosa di meglio?
R. Io penso di sì. L’Europa ha un grande vantaggio: un mercato unico di 450
milioni di consumatori. È il mercato maturo più grande al mondo, il mercato più
grande anche per gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi digitali: lo
dovremmo far valere. Ad esempio, noi avevamo proposto una Digital Service Tax
europea sulle grandi piattaforme digitali. I settori tradizionali, quelli con
molti lavoratori, sono già molto tassati. Pensiamo all’industria manifatturiera:
con un salario lordo di 40mila euro, tra imposte e contributi il lavoratore
porta a casa meno della metà. I grandi gruppi digitali che sostituiscono lavoro
con tecnologia invece hanno costi marginali molto bassi e grandi fatturati.
D. La Ue discute da tempo dell’introduzione di nuove “risorse proprie”, cioè
tasse che contribuiscano al bilancio comune e in prospettiva a ripagare i
prestiti contratti per il Next generation Eu. Si era parlato anche di una
Digital service tax ad hoc, ma non se n’è fatto nulla. L’anno scorso la
presidenza polacca del Consiglio Ue, riprendendole proposte dell’economista
Gabriel Zucman, ha ipotizzato una tassa sugli ultra-ricchi: come funzionerebbe?
R. Sarebbe una tassa minima del 2-3% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro.
In Europa parliamo di poche centinaia di persone, circa 521 individui, 76 dei
quali in Italia. Gli studi mostrano che il top 1% della distribuzione del
reddito paga in proporzione meno tasse di un lavoratore medio, quindi si tratta
di una misura di equità. Una misura di questo tipo potrebbe generare fino a 120
miliardi di euro a livello europeo. E servirebbe anche per ristabilire fiducia
tra cittadini e istituzioni: se vogliamo mantenere il welfare europeo dobbiamo
ridurre la pressione fiscale su lavoratori e piccole imprese e aumentarla sulle
grandi corporation e sui patrimoni più elevati.
D. Tra le proposte della Commissione c’era anche quella di incamerare una parte
dei proventi delle aste delle quote di emissione nell’ambito del sistema Ets.
Che ora il governo italiano vorrebbe eliminare.
R. La transizione ecologica non va fermata: se noi continuiamo a rinviare il
raggiungimento degli obiettivi, paesi che stanno facendo grandi investimenti in
questo settore, per esempio la Cina, ci lasceranno indietro. In ogni caso la
richiesta di Giorgia Meloni è già stata bocciata da otto Paesi secondo cui non
va nella giusta direzione. Non c’è consenso, al Consiglio Ue non passerà. Anche
il governo Merz, di solito abbastanza in linea con le proposte della Meloni, si
è chiamato fuori.
L'articolo Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende
energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari”
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