“In caso di guerra gli agricoltori sarebbero molto importanti. Sanno guidare
mezzi pesanti e conoscono benissimo il territorio”. Lo ha detto il Commissario
europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale Christophe Hansen durante la sua
audizione al Parlamento europeo. Dichiarazioni che non sono piaciute al M5s.
“Non volevamo credere alle nostre orecchie” ha commentato Danilo Della Valle,
europarlamentare del Movimento, in una nota. “Contestiamo queste parole assurde
che dimostrano ancora una volta la vera natura di questa Commissione
guerrafondaia”.
L'articolo Ue, il commissario Hansen: “In caso di guerra gli agricoltori
sarebbero importanti, guidano mezzi pesanti”. M5s: “Parole assurde” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
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Oltre quattro ore. Tanto è durato l’interrogatorio di Andrea Maellare, l’ex
assistente dell’europarlamentare di Forza Italia Fulvio Martusciello coinvolto
dalla Procura federale del Belgio nel cosiddetto scandalo Huaweigate. Nei giorni
scorsi, Maellare ha ricevuto un avviso di garanzia e un invito a farsi
interrogare perché è indagato nell’ambito dell’inchiesta “5G” per associazione a
delinquere, corruzione pubblica, falsificazione di atti, utilizzo di documenti
falsificati e riciclaggio di denaro. Contattato al termine dell’interrogatorio
da Ilfattoquotidiano.it, l’avvocato Sabrina Rondinelli ha spiegato che “il mio
assistito ha risposto a tutte le domande della polizia in relazione al fascicolo
5G”.
“Il dottore Andrea Maellare – ha aggiunto – si è dichiarato estraneo ai fatti
con prove a sua difesa che abbiamo depositato oggi e posso dire che lui è
vittima di questa vicenda. Faccio presente che è un ragazzo che si è fatto da
solo, con la passione per la politica e si trova nel suo lavoro solo per
meritocrazia. Sto valutando azioni a tutela della sua immagine”.
Sul contenuto dell’interrogatorio non trapela nulla, ma è chiaro che l’interesse
degli investigatori della polizia federale belga è tutto sul rapporto tra l’ex
assistente e Martusciello il cui nome è apparso, sin da subito, al centro
dell’inchiesta esplosa l’anno scorso. Ed è probabilmente su questo punto che
ruotano le prove depositate dall’avvocato Rondinelli a difesa di Maellare.
Intanto, alcune fonti da Bruxelles interne ai palazzi del Parlamento europeo
confermano che, dopo i rinvii delle scorse settimane, la Commissione Giuridica
(Juri) ha ricalendarizzato l’audizione dell’europarlamentare di Forza Italia in
merito alla richiesta di revoca dell’immunità presentata nei suoi confronti
dall’autorità giudiziaria belga. Martusciello dovrebbe comparire il 24 marzo,
quando si difenderà dalle accuse presentate dalla Procura federale e discuterà
la sua memoria difensiva che è già agli atti della Commissione giuridica.
Lo scandalo Huaweigate è diventato di dominio pubblico dopo i 21 blitz eseguiti
l’anno scorso dagli agenti belgi, portoghesi e francesi su mandato della Procura
federale belga. Il presunto giro di mazzette partite da Huawei per finire nelle
tasche di europarlamentari sarebbe collegato alla corsa dei colossi delle tlc ad
accaparrarsi bandi per lo sviluppo della rete 5G in Europa. Da parte degli Stati
Uniti e di anime della politica europea si chiedeva l’esclusione delle società
cinesi per motivi di sicurezza interna. Cosa che poi è avvenuta. Per evitarla, è
la tesi della Procura, i lobbisti di Huawei spingevano alcuni europarlamentari,
dietro ricompensa, a fare pressione sulle istituzioni affinché non escludessero
le aziende di Pechino, arrivando a parlare di “razzismo tecnologico”. Tesi,
questa della Procura federale, che sarebbe supportata da una lettera datata
gennaio 2021 nella quale il primo firmatario, Martusciello appunto, e altri
eurodeputati si appellavano direttamente alla Commissione. L’accordo sarebbe
consistito in 15 mila euro di compenso all’autore delle lettere e 1.500 euro ai
restanti europarlamentari cofirmatari. Agli atti dell’inchiesta sarebbero finiti
anche diversi messaggi e mail, ma anche alcuni bonifici con i quali gli
investigatori hanno tracciato i movimenti di denaro che sarebbe stato versato da
Huawei. Dopo essere transitati sui conti di due società, una belga e una
inglese, infatti, questi soldi rappresenterebbero le famose “mazzette” su cui
indaga la Procura federale. Mazzette che, una volta arrivate sui conti correnti
di alcuni assistenti parlamentari, avrebbero così chiuso il cerchio del presunto
“patto corruttivo”.
L'articolo Huaweigate, interrogato per oltre quattro ore Andrea Maellare: è l’ex
assistente dell’europarlamentare Martusciello proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla prossima plenaria di Strasburgo proporrà che i Paesi Ue tassino gli
extraprofitti delle aziende energetiche e dei produttori di armi e usino le
risorse per aiutare cittadini e piccole imprese che stanno pagando il conto
della guerra con l’Iran scatenata da Donald Trump. Con cui lo scorso anno Ursula
von der Leyen ha sottoscritto accordi “sciagurati, contro gli interessi
dell’Europa”. In parallelo, Pasquale Tridico continua a sostenere la necessità
di tassare Big Tech e grandi patrimoni per alleggerire il carico fiscale su
lavoro e classe media. L’economista, ex presidente Inps, oggi europarlamentare
M5s e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo, è il
padrone di casa della quarta edizione dell’EU Tax Symposium in corso a
Bruxelles, dedicato al futuro della tassazione in un mondo che vede allargarsi
sempre di più le disuguaglianze.
Domanda. L’aumento dei prezzi dell’energia causato dall’offensiva di Usa e
Israele contro l’Iran si fa sentire nelle tasche dei cittadini europei. Ma molti
Paesi, a partire dall’Italia, non hanno risorse per intervenire con aiuti
corposi. Come uscirne?
Risposta. Anche in questo caso abbiamo non solo aumenti dei prezzi dovuti ai
maggiori costi, ma anche alla speculazione. Qualcuno la definisce inflazione “da
scusa”: in un clima in cui sembra che i costi aumentino per tutti, alcune
imprese aumentano i prezzi in modo ingiustificato e così aumentano i propri
margini. Questo porta a un impoverimento della classe media, dei lavoratori, dei
pensionati e di chi vive di reddito da lavoro. La nostra proposta è quella di
una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, petrolifere e anche
delle aziende legate alla produzione di armi. Poi queste risorse andrebbero
redistribuite a cittadini e imprese che si trovano a fronteggiare aumenti di
spesa per gas, luce, benzina o diesel.
D. Dovrebbe essere una misura europea? In Italia il governo Draghi aveva provato
a introdurne una nel 2022, ma non ha funzionato granché: il gettito è stato
molto inferiore al previsto.
R. Non ha funzionato perché non c’era una vera volontà politica. Era scritta
male, ma non perché chi l’ha scritta non fosse capace: alla base c’era
un’ambiguità. Noi come M5s presenteremo una proposta al Parlamento europeo,
nella prossima plenaria a Strasburgo. E domani ne discuterò durante il Tax
Symposium con il Nobel Joseph Stiglitz. Poi saranno ovviamente i Paesi membri a
dover legiferare. Ma se l’idea sarà sostenuta da una maggioranza forte
all’Europarlamento questo conterà. Così come, in negativo, contano le mozioni
approvate dal Parlamento su invio di armi e finanziamento della guerra.
D. Ma come si misurano concretamente gli extraprofitti?
R. Bisogna guardare a un periodo storico, ad esempio gli ultimi cinque anni, e
analizzare l’andamento dei profitti delle aziende. Poi si confrontano gli
aumenti di prezzo recenti con i profitti realizzati. Se i profitti crescono in
modo proporzionale ai costi può essere giustificato. Ma se i profitti aumentano
molto più dei costi, allora siamo di fronte a extraprofitti. Ci sono analisi
della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale che mostrano
come negli ultimi anni l’inflazione sia stata in gran parte determinata
dall’offerta. Ovvero dai gruppi che offrono prodotti sul mercato in settori
molto concentrati o quasi monopolistici, come l’energia o l’industria degli
armamenti.
D. Passiamo alla fiscalità internazionale. L’Ocse ha formalizzato l’accordo
“side by side” che di fatto esonera le multinazionali Usa gli Stati Uniti dalla
tassa minima globale del 15%. La Commissione Ue sostiene che è un compromesso
equilibrato perché resta in vigore la minimum tax domestica. Ma le ong per la
giustizia fiscale ed economisti come Gabriel Zucman parlano di una resa. Lei
come lo interpreta?
R. Tutti gli accordi che la Commissione europea ha concluso con gli Stati Uniti
nel 2025 sono stati contro gli interessi dell’Europa. Lo abbiamo visto con
l’accordo di luglio sui dazi al 15% sui prodotti europei, con il fallimento del
Pillar 1 sulla tassazione dei servizi digitali e ora con la Global Minimum Tax.
Gli Stati Uniti sostengono di avere già una loro minimum tax nazionale intorno
al 14%, che però non considera molti crediti d’imposta. Di fatto la tassazione
effettiva può scendere anche al 10-12%. Questo crea uno squilibrio tra le
imprese europee e quelle americane. L’accordo su misura permette agli Stati
Uniti di restare fuori dal Pillar 2: è stato accettato dalla Commissione in modo
sciagurato.
D. Von der Leyen aveva leve negoziali per ottenere qualcosa di meglio?
R. Io penso di sì. L’Europa ha un grande vantaggio: un mercato unico di 450
milioni di consumatori. È il mercato maturo più grande al mondo, il mercato più
grande anche per gli Stati Uniti per quanto riguarda i servizi digitali: lo
dovremmo far valere. Ad esempio, noi avevamo proposto una Digital Service Tax
europea sulle grandi piattaforme digitali. I settori tradizionali, quelli con
molti lavoratori, sono già molto tassati. Pensiamo all’industria manifatturiera:
con un salario lordo di 40mila euro, tra imposte e contributi il lavoratore
porta a casa meno della metà. I grandi gruppi digitali che sostituiscono lavoro
con tecnologia invece hanno costi marginali molto bassi e grandi fatturati.
D. La Ue discute da tempo dell’introduzione di nuove “risorse proprie”, cioè
tasse che contribuiscano al bilancio comune e in prospettiva a ripagare i
prestiti contratti per il Next generation Eu. Si era parlato anche di una
Digital service tax ad hoc, ma non se n’è fatto nulla. L’anno scorso la
presidenza polacca del Consiglio Ue, riprendendole proposte dell’economista
Gabriel Zucman, ha ipotizzato una tassa sugli ultra-ricchi: come funzionerebbe?
R. Sarebbe una tassa minima del 2-3% sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro.
In Europa parliamo di poche centinaia di persone, circa 521 individui, 76 dei
quali in Italia. Gli studi mostrano che il top 1% della distribuzione del
reddito paga in proporzione meno tasse di un lavoratore medio, quindi si tratta
di una misura di equità. Una misura di questo tipo potrebbe generare fino a 120
miliardi di euro a livello europeo. E servirebbe anche per ristabilire fiducia
tra cittadini e istituzioni: se vogliamo mantenere il welfare europeo dobbiamo
ridurre la pressione fiscale su lavoratori e piccole imprese e aumentarla sulle
grandi corporation e sui patrimoni più elevati.
D. Tra le proposte della Commissione c’era anche quella di incamerare una parte
dei proventi delle aste delle quote di emissione nell’ambito del sistema Ets.
Che ora il governo italiano vorrebbe eliminare.
R. La transizione ecologica non va fermata: se noi continuiamo a rinviare il
raggiungimento degli obiettivi, paesi che stanno facendo grandi investimenti in
questo settore, per esempio la Cina, ci lasceranno indietro. In ogni caso la
richiesta di Giorgia Meloni è già stata bocciata da otto Paesi secondo cui non
va nella giusta direzione. Non c’è consenso, al Consiglio Ue non passerà. Anche
il governo Merz, di solito abbastanza in linea con le proposte della Meloni, si
è chiamato fuori.
L'articolo Tridico (Parlamento Ue): “Tassare gli extraprofitti di aziende
energetiche e produttori di armi per aiutare chi è danneggiato dai rincari”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Parlamento europeo con 367 voti favorevoli, 166 contrari e 84 astensioni ha
approvato il Rapporto della Commissione Hous, una relazione che contiene le
raccomandazioni alla Commissione e agli Stati membri per affrontare l’aumento
dei prezzi delle case e la carenza di alloggi accessibili.
Il rapporto parte da una constatazione condivisibile: milioni di cittadini
europei vivono in condizioni abitative precarie. Negli ultimi anni i canoni di
locazione sono aumentati in media di oltre il 30%, con una incidenza sui redditi
del 40%, mentre la disponibilità di abitazioni pubbliche continua a diminuire.
Una situazione che si abbatte soprattutto su giovani, famiglie e persone
vulnerabili, afflitte da una povertà strutturale, anche quando lavorano,
rendendo difficile l’accesso alla casa e aggravando disuguaglianze sociali già
profonde.
Il documento non ha recepito gli impegni concreti derivanti dalle proposte
avanzate dai movimenti sociali, dalle forze politiche di sinistra e dai governi
europei progressisti per affrontare la crisi strutturale dell’abitare in Europa.
Eppure i numeri a livello europeo sono allarmanti: 1,2 milioni di persone sono
senza casa in Europa, tra cui 400.000 bambini, mentre 20 milioni di persone
vivono in condizioni abitative inadeguate. Un rapporto, quello approvato che non
prevede neanche le misure necessarie per raggiungere gli obiettivi stabiliti
dalla Risoluzione del Parlamento europeo sulla casa approvata il 21 gennaio
2021: a) porre fine alla condizione di senza casa, b) garantire che il costo
dell’abitare non superi il 30% del reddito entro il 2030.
Pur riferendosi alla necessità di dotare gli Stati membri di alloggi dignitosi,
sostenibili e accessibili, il documento resta tutto interno ad un approccio che
guarda al mercato e alla finanza immobiliare, senza affrontare il fabbisogno
abitativo di chi è escluso dal mercato. Eppure nelle premesse sono ben presenti
i dati sulla precarietà abitativa e sulle criticità derivanti dalla mancanza di
un numero adeguato di alloggi di edilizia pubblica a canone sociale e di alloggi
sociali ad affitti, effettivamente, calmierati. Senza tenere conto dei dati pur
citati della sofferenza abitativa il testo nelle indicazioni programmatiche
propone in particolare incentivi agli investimenti, semplificazioni burocratiche
e tutele per i proprietari. In altre parole, lungi dall’affrontare efficacemente
e concretamente il fabbisogno reale si propone un intervento che punta a
sostenere il settore edilizio e la finanza immobiliare, ma che lascia in un
ambito di esclusione sociale perenne chi una casa non può permettersela, ed
omette del tutto il tema della povertà e dell’accesso per i poveri ad una
abitazione stabile. Un documento, quindi, che semplicemente omette la questione
della povertà derubricandola a soli dati statistici.
Le linee guida sulla casa approvate dal Parlamento europeo rappresentano una
profonda delusione per chi, in Europa, vive ogni giorno la sofferenza abitativa.
Di fronte a una crisi che colpisce milioni di persone, l’Europa sceglie di non
ascoltare chi è in difficoltà e di non affrontare le cause strutturali della
vasta precarietà abitativa. Il risultato è un testo che di fatto serve più per
compiacere il settore immobiliare che per garantire il diritto alla casa.
Nonostante la retorica, ampiamente usata, sulla “priorità sociale”, il documento
non offre risposte concrete alle famiglie sfrattate, ai giovani esclusi dal
mercato, alle persone che vivono in alloggi inadeguati, ai nuclei che attendono
da anni un alloggio pubblico, ai senza fissa dimora.
In tale contesto non si può non segnalare come il voto degli europarlamentari
italiani abbia visto una evidente divisione tra i gruppi di sinistra, una
divisione programmatica e culturale. Al voto gli europarlamentari di M5S,
Sinistra Italiana e Verdi, hanno votato contro, mentre quelli del Pd a hanno
votato a favore. Pd che dimostra come non si sia ancora affrancato da una
impostazione di politiche abitative liberiste, che sono le responsabili della
crisi abitativa attuale. Continuando ancora a credere che il mercato e i
privati, soprattutto la finanza immobiliare, possano rappresentare una risposta.
Del resto un atteggiamento ben presente nelle amministrazioni locali
progressiste che sostengono una rigenerazione urbana, social housing e student
hotel, appaltati a privati, che sta creando forti contrasti con comitati di
cittadini, come a Roma, Napoli, Milano.
Ad un Parlamento europeo che ha dimostrato tutta la sua subalternità alle lobby
del mattone e dei fondi immobiliari, mantenendo una visione della casa meramente
mercantile e non come diritto fondamentale della persona, i movimenti per
l’abitare rilanciano da subito con le iniziative che svolgeranno in Italia e
Europa nelle giornate del Global Housing Action Days, dal 23 al 29 marzo 2026.
L'articolo Il Piano casa europeo è una profonda delusione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Parlamento europeo ha dato il via libera al suo testo di raccomandazioni
contro la crisi abitativa in Europa. Il testo è stato approvato con 367 voti a
favore, 166 contrari e 84 astensioni. Le raccomandazioni puntano alla richiesta
di un piano europeo con il fine di aumentare l’offerta di case accessibili,
investire in ristrutturazioni ecosostenibili per favorire l’efficientamento
energetico e contrastare l’aumento dei prezzi, dovuto anche alla crescita del
fenomeno degli affitti brevi.
Gli eurodeputati chiedono che il futuro Piano europeo per gli alloggi
accessibili stanzi fondi specifici alle ristrutturazioni per permettere
l’efficientamento energetico degli edifici, così da combattere anche la povertà
energetica. Il testo sottolinea come le nuove abitazioni debbano avere standard
qualitativi su isolamento ed efficienza energetica. La crescita del fenomeno
degli affitti brevi è invece ancora da regolarizzare anche in visione di una
crescita dei prezzi incontrollata. Il Parlamento europeo chiede una normativa Ue
che riesca a trovare un equilibrio tra i vantaggi commerciali ed economici del
turismo e l’accessibilità degli alloggi. È necessario decidere degli obiettivi
comuni, ma lasciando agli Stati membri e alle autorità locali l’autonomia per
plasmare le nuove normative alla luce delle singole situazioni nazionali.
Il Parlamento europeo ha chiesto inoltre una quota adeguata del nuovo Piano da
riservare all’edilizia pubblica e sociale per aumentare l’offerta di case per
persone vulnerabili. Si aggiunge la necessità di introdurre pene più severe per
chi occupa abusivamente gli immobili e maggiori tutele per gli inquilini. Tra le
richieste, nel capitolo sugli investimenti, si segnala quella per cui si
richiedono incentivi fiscali per le famiglie a basso e medio reddito e la
riduzione degli ostacoli fiscali per l’acquisto della prima casa. Infine, nel
testo licenziato dall’Aula, gli eurodeputati chiedono il rafforzamento del
settore costruzioni e delle ristrutturazioni. Una strategia vincente, secondo il
Parlamento europeo, sarebbe investire nella produzione di materiali innovativi e
sostenibili, rafforzando il mercato unico delle materie prime e imponendo nei
progetti cofinanziati dall’Ue requisiti minimi di origine “Made in EU“.
L'articolo Ok del Parlamento europeo a raccomandazioni sulla crisi abitativa:
tra le misure anche una stretta sugli affitti brevi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Quando meno te lo aspetti arriva Roberta Metsola, presidente del Parlamento
europeo, e il suo conforto per mitigare l’ansia della guerra, la paura che il
fuoco delle armi con le quali Donald Trump gestisce i suoi affari giunga fino
all’Europa. Oggi Metsola ha l’occasione di ricordarci, attraverso un’intervista
concessa ad Avvenire, che non dobbiamo “abusare” del diritto internazionale.
“Pietra fondante” della nostra civiltà ma senza eccedere. L’avvocatessa maltese
chiamata a guidare gli europarlamentari avanza, senza però farne esplicitamente
cenno perché è pur sempre una donna elegante, la tesi del “dente per dente” che
immaginiamo sia la nuova frontiera del diritto anche a Bruxelles. La presidente
ci spiega che osservare il diritto internazionale con quei fanatici di Teheran
sarebbe veramente fuori dalle cose intelligenti da fare. La sua idea (è una nota
avvocatessa maltese) è di usare il diritto solo nei confronti di gente come noi,
gentile come noi, rispettosa come noi.
Metsola immagina che il diritto internazionale vada bene per dirimere per
esempio controversie con i finlandesi o con i danesi (sui groenlandesi il
giudizio è bene sospenderlo). Si potrebbe fare uno sforzo e tenere a mente il
diritto con i tunisini e gli egiziani. Ma, per dire, con i sudanesi che ne
facciamo? Infatti gli israeliani mica hanno osservato il diritto per occupare
Gaza? Mica hanno chiesto il permesso all’Onu per uccidere circa 80mila persone
di cui 18mila bambini? È guerra e hanno ucciso i combattenti di Hamas e coloro
che erano vicini per rispondere al progrom del 7 ottobre di Hamas in terra
d’Israele. E il Libano? E la Siria? E l’Iraq?
Confronti militari con gente che ama la forca, che usa il potere per schiacciare
i nemici interni, ha bisogno – secondo la nostra presidente – di uguale
determinazione: loro la forca, noi le bombe. Loro i droni, noi i missili. Loro i
missili, noi i supermissili. Mai “abusare” del diritto internazionale: molto
bello, molto utile ma troppo signorile, troppo civile. Aveva già detto tutto il
nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, a proposito dell’abbordaggio alla
Flotilla da parte dell’Idf: “Il diritto internazionale vale ma fino a un certo
punto”. Fino a un certo punto. Ci siamo capiti?
L'articolo Il diritto internazionale? Bello, ma guai ad abusarne: la teoria
della modica quantità di Metsola | Il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il centrodestra italiano ha votato contro le norme europee a tutela dei
lavoratori nei subappalti. È successo durante la seduta dell’Europarlamento del
12 febbraio, pochi giorni prima del secondo anniversario della strage al
cantiere Esselunga di Firenze. In quell’episodio del 2024 persero la vita cinque
operai, ma non sembra aver indotto la politica a una stretta sulle catene di
appalti. La “truppa” che a Strasburgo e Bruxelles rappresenta i partiti del
governo Meloni, infatti, ha prima contribuito ad ammorbidire la risoluzione,
accogliendo le richieste delle imprese; poi ha comunque espresso voto contrario,
cosa che non è bastata perché il provvedimento – seppure annacquato nei
contenuti – è passato comunque.
Si tratta quindi di una risoluzione, non un atto vincolante, ma una sorta di
presa di posizione del Parlamento europeo su un tema. In questo caso si trattava
di appalti e subappalti, un pianeta che spesso provoca problemi di sicurezza e
irregolarità sul lavoro. Ecco perché i sindacati italiani ed europei chiedevano
da tempo interventi in materia. Il testo era frutto di un compromesso raggiunto
in commissione Occupazione (Empl) tra popolari (Ppe) e socialisti (S&D). La
cosiddetta relazione Ini stabiliva intanto di prendere in considerazione
l’approvazione di una direttiva sul tema, con l’obiettivo di limitare il
subappalto e garantire la responsabilità in solido lungo tutta la catena.
Insomma, si valutava di passare da un atto non vincolante a uno vincolante, una
direttiva che poi ogni Stato membro avrebbe dovuto recepire nei suoi
ordinamenti.
Soluzione per nulla gradita dalle associazioni dei datori di lavoro, per cui un
atto vincolante sarebbe stata un “grave attacco alla libertà d’impresa”.
“BusinessEurope e le organizzazioni settoriali dei datori di lavoro a livello
europeo cofirmatarie – si legge nella nota inviata dai rappresentanti delle
aziende – invitano i membri del Parlamento europeo a respingere l’Ini nella sua
interezza o almeno a respingere i paragrafi particolarmente problematici”. Il
passaggio sulla direttiva, quindi, è stato rimosso, anche per volere degli
europarlamentari italiani di centrodestra.
L’altro pezzo stralciato era quello che chiedeva “l’introduzione di un regime
ben definito di responsabilità solidale degli operatori economici e dei
subappaltatori, che garantisca trasparenza in merito ai subappaltatori coinvolti
e alla parte di appalto che il contraente intende subappaltare”. Il punto sulla
responsabilità solidale in capo ai committenti vede le aziende sempre
particolarmente “sensibili”, infatti era pure quello definito “problematico”
dalla lettera inviata dai datori. Detto, fatto: il Parlamento Ue l’ha fatto
saltare, sempre con il voto dei partiti che in Italia sostengono Meloni. Ancora,
la prima versione del testo esplicitava l’intenzione di limitare le catene degli
appalti soprattutto nei settori ad alto rischio. E pure qui si è abbattuta la
mannaia dei partiti di centrodestra, riferimento cancellato dal testo finale su
richiesta dei datori.
Gli europarlamentari italiani di centrodestra hanno poi votato contro anche
l’intero provvedimento, malgrado fosse ampiamente ammorbidito dalla tagliola
degli emendamenti. Il gruppo Ecr, di cui fa parte Fratelli d’Italia, ha votato
compatto in modo contrario. Il Ppe, invece, si è diviso: la maggior parte dei
componenti ha votato a favore del provvedimento, ma gli italiani figurano nella
minoranza contraria. Anche il Pfe, gruppo a cui partecipa la Lega, non ha votato
in modo compatto, ma la maggior parte di essi – compresa la pattuglia italiana –
si è schierata contro il provvedimento. Favorevoli alla prima versione del
testo, quella più stringente, gli europarlamentari di Pd, Movimento Cinque
Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, che hanno dato via libera anche al testo
modificato.
Secondo la Cgil “si tratta di un importante risultato che stabilisce un punto di
partenza, a livello istituzionale europeo, per riformare, da parte della
Commissione, la normativa in materia di appalti e subappalti”. Tuttavia, fanno
notare Marco Benati e Alessandro Genovesi, dell’ufficio contrattazione
inclusiva, appalti e lavoro nero “nella fase di voto sono passati alcuni
emendamenti (con il voto congiunto dei gruppi Ecr, Pfe e buona parte del Ppe)
che hanno parzialmente depotenziato la proposta iniziale di relazione (come
approvata nella commissione Empl) a causa delle forti pressioni delle
associazioni datoriali”.
L'articolo Subappalti, in Ue il centrodestra italiano ha votato contro le norme
a tutela dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Manca solo l’ufficializzazione che dovrebbe avvenire lunedì prossimo nel corso
di una conferenza stampa a Bruxelles. L’eurodeputata Elisabetta Gualmini lascia
il Partito democratico. La notizia arriva da diverse fonti parlamentari.
L’eurodeputata bolognese, dell’area riformista dem, sarebbe pronta ad aderire ad
Azione, il partito di Carlo Calenda, e a passare dal gruppo dei Socialisti e
democratici a quello di Renew Europe.
Gualmini diventerebbe così la prima europarlamentare italiana della compagine
liberale: alle scorse Europee infatti né la lista Stati Uniti d’Europa (composta
dai renziani e +Europa), né Azione riuscirono a superare la soglia di
sbarramento del 4% per entrare all’Europarlamento. Se l’addio dovesse essere
confermato, la delegazione italiana perderebbe il primato nel gruppo socialista,
passando da 21 a 20 eurodeputati, al pari della delegazione degli spagnoli.
Gualmini, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna (dal 2014 al 2019 con
il governatore Stefano Bonaccini), è tra i politici coinvolti nell’inchiesta
sulla corruzione in Ue denominata Qatargate. Per lei e per l’altra collega dem
Alessandra Moretti la procura del Belgio aveva chiesto la revoca dell’immunità:
ma a dicembre scorso il Parlamento Ue ha deciso di respingere la revoca per
Gualmini, confermata invece per Moretti.
Nei giorni scorsi, in un’intervista sul Corriere della sera, Carlo Calenda si è
detto pronto ad allargare il suo “centro liberale” in vista delle prossime
elezioni Politiche: “Certo che vogliamo” farlo con “tutti coloro che come noi
vogliono un’Europa federale ora: liberaldemocratici, riformisti del Pd, a
partire da Gualmini, Gori, Malpezzi e Picierno, PiùEuropa di Hallisey e Magi, i
popolari come Ruffini”, ha sottolineato il leader di Azione. Gualmini, il 6
febbraio scorso, era stata tra gli astenuti nel voto sulla relazione della
segretaria Elly Schlein in Direzione Pd. Pochi giorni prima aveva contestato un
video del Partito democratico sulla campagna referendaria: “Il video del Pd che
dice che chi vota Si al referendum è un fascista raggiunge forse il punto più
basso di qualsiasi polemica politica. Quindi chi sosteneva la mozione Martina
nel 2019 e il programma del Pd nel 2022 erano tutti fascisti”, ha scritto sui
social.
L'articolo L’europarlamentare Elisabetta Gualmini lascia il Pd: pronta a passare
con Azione di Carlo Calenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Via libera della plenaria dell’Europarlamento a due emendamenti chiave sull‘euro
digitale, inseriti nella risoluzione sulla relazione annuale della Bce. I testi,
a prima firma dell’eurodeputato del M5S Pasquale Tridico, rafforzano il sostegno
politico al progetto, indicato come strumento “essenziale” per la “sovranità
europea” nei pagamenti in un contesto di crescente incertezza geopolitica e di
forte dipendenza da infrastrutture di Paesi terzi. Ma di cosa si parla? In
concreto, l’euro digitale è la versione elettronica della moneta emessa dalla
Banca Centrale Europea: una forma di contante digitale, garantita direttamente
dall’Eurotower, che affiancherebbe banconote e monete. L’Aula sostiene inoltre
la creazione di un euro digitale che offra parità d’accesso ai servizi di
pagamento, mettendo in guardia dal rischio di nuove forme di esclusione per
cittadini ed esercenti se la digitalizzazione fosse affidata solo ad attori
privati.
“Fra i primi dieci sistemi di pagamento più utilizzati in Europa nessuno è
europeo”, nota Tridico. Visa e Mastercard gestiscono quasi due terzi delle
transazioni con carta nell’Eurozona e in tredici Paesi membri un’alternativa
nazionale non esiste. “Questa dipendenza dai provider extra-europei non è solo
fattore di instabilità, ma rappresenta anche un costo occulto per i cittadini”.
Un euro digitale online e offline dovrebbe contribuire a “salvaguardare
l’accesso universale ai pagamenti nel pieno rispetto degli standard di privacy e
protezione dei dati”. Il pentastellato invita il relatore del Ppe, lo spagnolo
Fernando Navarrete, a prendere atto del voto del Parlamento europeo e
“accelerare con l’approvazione del regolamento”, perché “ulteriori ritardi e
boicottaggi del provvedimento sono inaccettabili e sono contrari agli interessi
dell’Unione europea e dei suoi cittadini”. Lunedì la presidente Bce Christine
Lagarde aveva “implorato” il Parlamento di andare avanti perché senza la nuova
moneta l’Europa resterà sulle “infrastrutture offerte da fornitori non europei”.
L’emendamento che rafforza il sostegno politico all’euro digitale – richiamando
la necessità di ridurre la dipendenza da Paesi terzi – ha raccolto un consenso
trasversale di 438 eurodeputati. Quello dedicato alla parità di accesso ai
pagamenti, per evitare nuove forme di esclusione, è stato approvato con 420 voti
favorevoli. Sul fronte italiano, il passaggio in Aula ha offerto un allineamento
che non è passato inosservato: dopo gli stracci volati la scorsa settimana,
Roberto Vannacci – ormai tra i non iscritti – e la Lega si sono ritrovati a
essere gli unici italiani schierati contro il progetto. Sull’altro emendamento,
il partito di Matteo Salvini ha scelto la via dell’astensione, mentre il
generale è rimasto il solo italiano a esprimere voto contrario. In entrambe le
votazioni, il resto della maggioranza di governo – Fratelli d’Italia e Forza
Italia – si è invece schierato con convinzione a favore, così come
l’opposizione, compatta con M5S, Pd e Avs.
Il primo atto della partita che dovrebbe portare l’euro digitale a vedere la
luce nel 2029 è arrivato dopo settimane di tensione. L’11 gennaio, 68 esperti e
accademici (tra cui il francese Thomas Piketty) avevano chiesto agli
eurodeputati di non cedere alle pressioni “miopi della lobby finanziaria“,
incrociando le lame con le grandi banche – Deutsche Bank, Bnp Paribas e Ing su
tutte – in allerta su depositi e margini. A rafforzare il fronte si è aggiunta
anche la voce della European payments initiative (Epi), madre di Wero,
l’alternativa continentale ad Apple Pay nata nel 2024 e già forte di 48,5
milioni di utenti tra Belgio, Francia e Germania. Nella visione promossa
dall’Eurocamera, l’euro digitale diventa l’ultima rete di sicurezza nei
confronti dell’assertività di Washington. “Vogliamo evitare di dipendere da
sistemi che non sono nelle nostre mani”, ha spiegato di recente Piero Cipollone,
membro del board Bce e responsabile del progetto. Ma il rischio percepito è
soprattutto quello del tempo: per molti, attendere ancora tre anni per la prima
emissione potrebbe rivelarsi un lusso che l’Europa non può permettersi.
L'articolo Ok del Parlamento Ue all’euro digitale come “strumento essenziale per
la sovranità europea” nei pagamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata
a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e
l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle
pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione
potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per
martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi
approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei
relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di
seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due
proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27
luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale.
A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore
permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I
membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti
rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma
soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e
la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini
dell’accordo Turnberry”.
Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di
sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati
membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la
procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in
bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo
stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o
l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo
richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti
hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti
in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato:
“Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci
accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato
europeo”.
Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui
dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo
Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a
favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump
continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il
gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed
efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio
e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla
sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo,
preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il
commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla
fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo
mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il
commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa.
La fiducia è stata tradita”.
Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del
gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara:
quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul
serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento
anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le
nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure
tempestive e mirate”.
L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con
gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene
da Il Fatto Quotidiano.