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Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza”
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27 luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale. A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini dell’accordo Turnberry”. Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato: “Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato europeo”. Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo, preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa. La fiducia è stata tradita”. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara: quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure tempestive e mirate”. L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ci inonda di di prodotti pericolosi e illegali, rispettare le leggi dell’Ue non è facoltativo se vuole fare affari qui”: Shein chiamata a comparire davanti al Parlamento Europeo
Il 27 gennaio Shein dovrà comparire davanti al Parlamento Europeo. Per la prima volta dopo mesi di sollecitazioni, il colosso cinese dell’e-commerce parteciperà a un dibattito ufficiale davanti alla Commissione per il Mercato Interno e la Protezione dei Consumatori (IMCO) del Parlamento europeo, dedicato alla lotta contro la diffusione di prodotti illegali e non sicuri venduti online. L’audizione, confermata dall’Eurocamera in una nota ufficiale, vedrà la partecipazione anche di rappresentanti della Commissione europea e rientra in una serie di confronti avviati negli ultimi mesi sulla conformità delle grandi piattaforme di e-commerce alle norme europee in materia di sicurezza dei prodotti e tutela dei consumatori. È la terza volta che Shein viene invitata dalla Commissione IMCO, perché finora l’azienda aveva sempre evitato il confronto diretto. A sottolinearlo è la presidente della commissione, l’eurodeputata tedesca Anna Cavazzini, che commenta senza mezzi termini la conferma della presenza del gruppo: “Shein ha finalmente risposto ai legislatori dell’UE e comparirà davanti alla commissione IMCO dopo diversi scambi di email. Rispettare il diritto dell’Ue non è facoltativo se si desidera fare affari nel mercato unico”. Cavazzini aggiunge che il confronto servirà a verificare sia “gli sforzi della Commissione per far rispettare la normativa” sia “il comportamento dei principali marketplace online”, alla luce dei “recenti scandali che hanno coinvolto Shein”. Secondo la presidente IMCO, il modello di business di alcune piattaforme “inonda il mercato unico di prodotti pericolosi e illegali, violando sistematicamente il diritto dell’UE”. Il dibattito arriva a pochi mesi dall’adozione, il 26 novembre 2025, di una risoluzione del Parlamento europeo che affronta in modo esplicito il problema dei prodotti illegali e non sicuri venduti ai consumatori dell’Unione tramite piattaforme di commercio elettronico, in particolare marketplace extra-UE come Shein, Temu, AliExpress e Wish. La risoluzione è stata approvata in seguito allo scandalo scoppiato in Francia per la vendita online di bambole sessuali e armi con sembianze infantili, un caso che ha evidenziato – secondo il Parlamento – “carenze sistemiche nella supervisione delle piattaforme” e l’insufficienza degli attuali meccanismi di prevenzione e controllo. Il Parlamento europeo non ha poteri sanzionatori diretti nei confronti delle aziende, ma punta a esercitare una pressione politica e istituzionale per rafforzare l’applicazione delle regole comuni. L’obiettivo dichiarato è fare in modo che chi opera nel mercato unico europeo rispetti le stesse norme, indipendentemente dal Paese di origine. Negli ultimi mesi, intanto, Shein è già finita nel mirino delle autorità nazionali. In Italia e in Francia le rispettive autorità garanti della concorrenza hanno inflitto sanzioni alla piattaforma, contestando pratiche commerciali scorrette e accuse di greenwashing legate alla comunicazione ambientale dei prodotti. L'articolo “Ci inonda di di prodotti pericolosi e illegali, rispettare le leggi dell’Ue non è facoltativo se vuole fare affari qui”: Shein chiamata a comparire davanti al Parlamento Europeo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal Parlamento Ue ok a nuovi fondi per il riarmo. Gli italiani si spaccano sia a destra che a sinistra: no di M5s e Lega
Più soldi per il riarmo dell’Europa. Adesso sarà, infatti, possibile destinare più fondi europei agli investimenti legati alla difesa modificando i criteri di finanziamento di programmi Ue già esistenti. È quanto deciso dall’Europarlamento che ha approvato una serie di nuove misure per implementare il piano di investimenti Readiness 2030, già noto come ReArm Europe. La legislazione, concordata con il Consiglio, è stata adottata in via definitiva con 519 voti a favore, 119 contro e 25 astensioni. IL VOTO DEGLI ITALIANI Degli italiani a votare a favore sono stati gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e del Partito democratico (con l’eccezione del no di Cecilia Strada e Marco Tarquinio). A votare contro, invece, gli eletti del Movimento 5 stelle e della Lega. Tra i parlamentari europei di Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato sì Ignazio Marino e Leoluca Orlando, mentre contrari Benedetta Scuderi e Ilaria Salis. Inizialmente risultava il voto favorevole delle leghiste Anna Maria Cisint e Susanna Ceccardi ma fonti parlamentari hanno reso noto che è stato un errore, corretto in seguito. COSA CAMBIA La legislazione adottata in via definitiva consentirà così di destinare maggiori fondi dell’Ue agli investimenti legati alla difesa, modificando i criteri di finanziamento di programmi UE esistenti, fra i quali la Piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (Step), Horizon Europe, il Fondo europeo per la difesa, il programma Europa digitale e il Meccanismo per collegare l’Europa (Cef). Tra le misure principali spicca quella che riguarda il programma di ricerca Horizon, che potrà sostenere progetti dual use, cioè applicazioni civili con potenziali applicazioni militari. Le “tecnologie della difesa” saranno aggiunte come quarto settore strategico della Piattaforma per le tecnologie strategiche per l’Europa (Step), con il sostegno che sarà esteso alle piccole e medie imprese, comprese le start-up e le piccole imprese a media capitalizzazione, che altrimenti faticherebbero ad accedere ai finanziamenti. LE INFRASTRUTTURE PER LA “MOBILITÀ MILITARE” La legislazione consentirà inoltre il finanziamento da parte dell’UE di infrastrutture di trasporto a duplice uso nell’ambito del Cef, compresi i corridoi per la mobilità militare, per i quali la Commissione potrà stabilire condizioni relative al Paese di origine delle attrezzature, dei beni, delle forniture o dei servizi utilizzati. Nel corso dei negoziati con il Consiglio, l’Eurocamera ha ampliato il campo di applicazione delle misure includendo l’obiettivo di rafforzare la resilienza di fronte agli attacchi ibridi in corso e alle ingerenze straniere e ottenuto un maggiore supporto per l’industria della difesa ucraina, assicurando la sua partecipazione all’Edf. Prima dell’entrata in vigore, la legislazione dovrà essere formalmente adottata dal Consiglio. M5S: “SI PROMUOVE L’ESCALATION MILITARE” “In un momento decisivo per le sorti della guerra in Ucraina ancora una volta il Parlamento europeo dimostra di essere fuori tempo massimo e dalla parte sbagliata della storia. I due testi approvati oggi sul piano di riarmo e sulla procedura accelerata sul meccanismo sui prestiti di riparazione all’Ucraina promuovono l’escalation militare e finanziaria, l’esatto contrario del ramoscello di ulivo che andrebbe oggi offerto per favorire i negoziati e trovare un accorso su quel 10% che ancora manca. L’Ue fermi questa assurda ricerca di paletti e ostacoli per fermare il processo di pace”, scrive in una nota Danilo Della Valle, europarlamentare del Movimento 5 Stelle (The Left). “Questo provvedimento – prosegue – è un tassello del piano di riarmo di questa Commissione che drena risorse vitali all’economia civile per finanziare la militarizzazione e la guerra e per noi andava respinto”. Inoltre, l’uso degli asset russi al vaglio delle istituzioni Ue “presenta numerosi rischi finanziari per il nostro Paese: se l’Ucraina non lo rimborsa e se le riparazioni russe non arrivano a coprire il buco di bilancio dovranno essere gli Stati membri. Per l’Italia il conto sarebbe di 25 miliardi di euro, una follia visto che il prestito non esclude il finanziamento diretto dell’esercito ucraino. In attesa di capire come andrà finire questo percorso di pace che ieri a Berlino ha vissuto un importante passo in avanti, sarebbe doveroso fermare ogni iniziativa e far lavorare i negoziatori di pace”, conclude l’eurodeputato M5s. L'articolo Dal Parlamento Ue ok a nuovi fondi per il riarmo. Gli italiani si spaccano sia a destra che a sinistra: no di M5s e Lega proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Qatargate, il Parlamento Ue ha revocato l’immunità all’eurodeputata del Pd Alessandra Moretti
Il Parlamento europeo conferma la decisione della commissione Giuridica e nel corso della Plenaria di Strasburgo ha deciso di revocare l’immunità all’eurodeputata del Pd, Alessandra Moretti, tra i politici al centro dell’inchiesta sulla corruzione in Ue denominata Qatargate. Netta la maggioranza che ha deciso di permettere alla giustizia belga di giudicare liberamente l’operato della politica italiana: sono stati 497 i voti a favore, 139 i contrari e 15 gli astenuti tra i presenti nell’aula di Strasburgo. Non si procederà, invece, nei confronti dell’altra eurodeputata del Pd sulla quale era attesa la decisione dell’Eurocamera: Elisabetta Gualmini. Anche nel suo caso la Plenaria ha confermato la decisione presa in sede di commissione JURI votando contro la revoca. Una maggioranza meno netta, dato che sono 282 i membri del Parlamento a essersi espressi contro la revoca, contro i 252 favorevoli e 19 astenuti. Articolo in aggiornamento L'articolo Qatargate, il Parlamento Ue ha revocato l’immunità all’eurodeputata del Pd Alessandra Moretti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le agenzie di viaggio Usa sono una minaccia per i parlamentari Ue”: la lettera dell’eurodeputato a Metsola
La distanza tra Europa e Stati Uniti, nell’era di Donald Trump, è sempre più siderale. Al punto che le agenzie di viaggio americane, nel Parlamento Ue, sono percepite come una minaccia. In una lettera alla presidente Roberta Metsola, l’eurodeputato austriaco Helmut Brandstätter chiede di revocare il mandato alla ditta Carlson Wagonlit Travel (CWT), della multinazionale a stelle e strisce American Express. Da quando si è aggiudicata l’appalto, la ditta organizza i viaggi degli ospiti, degli eletti e dello staff del Parlamento europeo. Ma dopo il caso di Francesca Albanese a novembre – denunciato dal M5s e raccontato da ilfattoquotidiano.it – il clima è cambiato attorno all’agenzia. Cosa era accaduto? Pochi giorni prima di un convegno organizzato dall’Aula di Bruxelles, Cwt ha disdetto la prenotazione della relatrice Onu, ospite dell’evento. La motivazione ufficiale non è mai arrivata, ma per gli addetti è chiaro: l’agenzia è tenuta ad applicare le sanzioni Usa contro Albanese, anche in Europa. Il problema fu risolto in fretta: l’esperta di Medio Oriente partecipò alla conferenza grazie al nuovo alloggio prenotato direttamente dagli uffici del Parlamento Ue. Ma un’ombra è rimasta sulla ditta Cwt. Ora per i viaggi delle persone sanzionate dagli Stati Uniti – scrive la testata brussellese Politico – l’Ue intende cambiare agenzia affidandosi a una ditta belga. Ma ad alcuni europarlamentari non basta e invocano la revoca dell’appalto alla società americana. LA LETTERA A METSOLA: “L’AGENZIA AMERICANA UN RISCHIO PER I DEPUTATI” Secondo la lettera firmata da Helmut Brandstätter – iscritto al gruppo centrista di Renew – gli eletti del Vecchio continente sono esposti al “rischio di azioni esecutive arbitrarie ed extraterritoriali da parte delle autorità americane”. Poiché American Express ha sede negli Usa, “CWT – e per estensione, il Parlamento europeo e i suoi deputati – è sottoposta alle leggi statunitensi in materia di sanzioni”, scrive Brandstätter. Dunque continuare ad affidarsi all’agenzia a stelle e strisce, “espone i deputati e il personale del Parlamento al pericolo reale e attuale delle sanzioni statunitensi, che sono già state utilizzate come arma contro funzionari europei in passato. Basti pensare ai recenti casi in cui individui ed entità europee sono stati minacciati o sanzionati dagli Stati Uniti, con conseguente esclusione dai servizi digitali, dai sistemi finanziari e persino dai viaggi”. Ecco perché “l’Unione Europea non deve permettere che la sua sovranità, né l’indipendenza dei suoi rappresentante, siano compromesse dalla portata giuridica e politica di un paese terzo”. Si parla degli Usa, ma i toni suggeriscono inimicizia come fosse il Cremlino: da alleati a “Paese terzo”. Se il messaggio non fosse chiaro, l’eletto austriaco ribadisce: “Utilizzare un’agenzia di viaggi controllata dagli Stati Uniti mette a rischio ogni deputato europeo e compromette la nostra capacità di adempiere al nostro mandato democratico senza timore di coercizioni esterne”. Insomma, gli Usa come una minaccia per le istituzioni elettive del Vecchio continente. In conclusione, l’austriaco esorta la presidente del Parlamento Ue a “rescindere immediatamente il contratto con Cwt”, “sospendere con effetto immediato qualsiasi utilizzo” della ditta, infine selezionare un’agenzia europea. Le preoccupazioni investono la privacy e i dati sensibili di eletti e funzionari: “Cwt ha accesso alle informazioni più sensibili sui deputati e sul personale parlamentare, inclusi i dati del passaporto, i dati delle carte di credito, le modalità di viaggio e la loro esatta ubicazione in qualsiasi momento”. IL DEPUTATO DI RENEW: “AZIENDE STRANIERE PROFONDAMENTE RADICATE NEL PARLAMENTO UE” L’appello da inviare a Roberta Metsola, firmato Brandstätter, sta circolando tra gli europarlamentari ma è già giunto all’orecchio della multinazionale americana. Che non ha gradito. “Ho ricevuto telefonate infastidite da American Express perché qualcuno ha fatto trapelare la lettera”, ha scritto l’esponente di Renew in una mail – letta dal Fatto – destinata a tutti gli europarlamentari. “Questo dimostra quanto profondamente le aziende straniere siano radicate in quest’Aula. È un motivo in più per lottare per la sovranità del Parlamento”, chiosa Brandstätter. Il M5s ha espresso sostegno a Brandstätter firmando l’appello destinato a Metsola. Tra i motivi, anche “le nuove regole di accesso negli Stati Uniti che prevedono uno screening dei social per rilasciare un visto d’ingresso”, si legge in una nota dell’eurodeputato Danilo Della Valle. “La gestione dei viaggi e degli spostamenti dei parlamentari europei sono dati sensibili che riguardano anche la sicurezza interna e andrebbero affidate a società europee”, conclude l’esponente pentastellato. L'articolo “Le agenzie di viaggio Usa sono una minaccia per i parlamentari Ue”: la lettera dell’eurodeputato a Metsola proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’audizione al Parlamento Ue: “Le vecchie patrimoniali hanno fallito. Ma tassare i super ricchi si deve e si può: ecco come”
Mentre Pier Silvio Berlusconi puntualizza, per chi avesse dei dubbi, che l’idea di una patrimoniale non gli piace, la proposta di un’imposta minima europea sui super-ricchi prova a rientrare nell’agenda politica di Bruxelles. La commissione Fisco del Parlamento europeo ha ospitato giovedì un’audizione dedicata all’imposizione sulla grande ricchezza: ospite d’onore l’economista Gabriel Zucman, che ha promosso la proposta di una tassa minima sui miliardari presentata lo scorso anno ai leader del G20. Il suo Osservatorio fiscale europeo ha presentato per l’occasione una nuova analisi commissionata dalla fondazione Friedrich Ebert, che smonta molti luoghi comuni sulle patrimoniali tradizionali e propone un modello diverso, costruito per colpire la ricchezza estrema. Il punto di partenza del report – “Wealth taxes and high-net-worth individuals in Europe”, firmato da Zucman con Giulia Varaschin e Quentin Parrinello – sono i dati: negli ultimi quarant’anni, la quota di ricchezza detenuta dallo 0,1% più ricco in Europa è salita dall’8,5 all’11%, quasi quattro volte quella del 50% più povero. Questo mentre, secondo le stime di Zucman e altri accademici, le aliquote effettive pagate dai miliardari sono inferiori a quelle della classe media. Da qui la questione politica: come costruire un’imposta che colpisca la ricchezza estrema imparando dagli errori delle vecchie patrimoniali europee? Il brief presentato all’organismo guidato da Pasquale Tridico ricostruisce la parabola delle wealth tax adottate in passato da Francia, Svezia, Danimarca e Finlandia spiegando perché hanno raccolto poco e generato molta opposizione. Le soglie erano troppo basse: fino a 150-250mila euro nei casi di Svezia e Finlandia, ben sotto i livelli di reddito a partire dai quali i sistemi fiscali di molti Paesi avanzati diventano regressivi. Di conseguenza quelle tasse andavano spesso a colpire famiglie la cui ricchezza era immobilizzata in case o piccole imprese, creando problemi di liquidità. Per attenuarli, i governi hanno introdotto esenzioni e sconti sulle valutazioni, soprattutto riguardo agli asset d’impresa. Correttivi che hanno finito per aprire varchi di cui il top 0,1% ha approfittato per riorganizzare i propri patrimoni ed eludere il prelievo. Con il risultato di ridurre moltissimo il gettito e l’efficacia delle misure. La narrativa della “fuga dei ricchi”, sottolinea il documento, è invece largamente infondata. Gli studi su Francia, Danimarca, Svezia e Regno Unito mostrano che gli effetti della tassazione della grande ricchezza sulla mobilità dei contribuenti più facoltosi sono marginali, con impatti quasi nulli su investimenti e occupazione. Il vero limite dei vecchi modelli sta insomma nel modo in cui erano stati disegnati. Zucman e l’EU Tax Observatory propongono una rivoluzione copernicana: soglie altissime (a partire da 100 milioni di patrimonio netto), nessuna esenzione e un meccanismo di tassazione minima che integra l’imposta nel sistema esistente. La logica è semplice: se l’insieme delle tasse già pagate da un ultra-ricco non raggiunge una certa percentuale del patrimonio, scatta un conguaglio. Non si tratta quindi di un’imposta aggiuntiva, ma di un livello minimo sotto il quale non sarebbe consentito scendere. Il modello si regge su due pilastri politici cruciali. Il primo è l’applicazione rigorosa delle exit tax e delle regole di “trailing residence”, meccanismi che consentono a uno Stato di continuare a tassare una persona – per un periodo limitato e su specifiche base imponibili – anche dopo che ha cambiato residenza. Il secondo è l’infrastruttura di scambio automatico di informazioni oggi in vigore tra oltre cento giurisdizioni, che negli ultimi anni ha ridotto drasticamente l’evasione offshore e rende più credibile qualunque tentativo di tassare la ricchezza finanziaria. Una tassa minima europea anche con aliquote molto basse (1-2%), come calcolato più volte da Zucman, sarebbe in grado di produrre un gettito importante con cui finanziare investimenti in istruzione, sanità e transizione verde. Oltre a rappresentare un segnale politico forte in vista della correzione di un sistema che oggi è regressivo proprio al vertice della distribuzione dei redditi. “Lo studio fa chiarezza una volta per tutte sulle problematiche fiscali e sulle forti diseguaglianze che oggi l’Ue affronta”, commenta Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle e presidente della Commissione. “La ricchezza estrema in Europa è cresciuta molto negli ultimi decenni: lo 0,1% degli ultraricchi possiede oggi circa l’11% della ricchezza totale, più di quattro volte quella detenuta dal 50% più povero. La cosiddetta proposta Zucman prevede un meccanismo top-up che porta al 3% la tassazione minima sul patrimonio superiore ai 100 milioni di euro. Questa aliquota verrebbe applicata ad appena 600 persone in tutta l’Unione europea per un gettito fiscale di 121 miliardi di euro. Questa proposta non tassa le case o i risparmi dei cittadini e quindi non comporta effetti indesiderati che possano spaventare il ceto medio”. L'articolo L’audizione al Parlamento Ue: “Le vecchie patrimoniali hanno fallito. Ma tassare i super ricchi si deve e si può: ecco come” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ue, sui migranti il Ppe vota con l’ultradestra. Strada: “Totalmente allineati, sui Paesi sicuri norme tremende”
Via libera degli eurodeputati in commissione LIBE (Giustizia, Libertà Civili e Affari Interni) alla bozza sulla prima lista Ue dei Paesi di origine sicuri. Via libera anche al mandato negoziale sull’applicazione delle norme relative ai Paesi terzi sicuri. I due testi allegati al Patto su migrazione e asilo sono passati grazie ad una maggioranza tra il Ppe e le destre, sterzando nuovamente dalla “maggioranza Ursula”, la sempre più fragile base parlamentare che sostiene la Commissione europea della presidente tedesca von der Leyen. In minoranza sono rimasti i Socialisti, che hanno votato contro. “Oggi abbiamo approvato in Commissione LIBE il dossier sulla lista Ue dei Paesi di origine sicura, di cui sono relatore, confermando il lavoro che abbiamo svolto nelle ultime settimane e segnando il primo passo concreto del percorso parlamentare su un file di grande rilevanza politica”. Lo dichiara Alessandro Ciriani, eurodeputato di FdI-Ecr relatore della Modifica del regolamento Ue 2024/1348 per l’istituzione di un elenco di paesi di origine sicuri a livello dell’Unione. Ancora, sul dato politico: “Il voto odierno in LIBE certifica che il Parlamento è pronto a mettere in campo una posizione organica e responsabile. Confido che in plenaria si procederà con lo stesso senso di responsabilità, affinchè l’Europa possa dotarsi di un impianto normativo solido e credibile nella gestione dei flussi migratori”. “Grazie al sì di popolari ed estrema destra son passati dei testi che fanno a pezzi il sistema d’asilo in Europa. Stiamo validando la possibilità di spedire le persone in Paesi Terzi con cui non hanno alcun legame”, dichiara Cecilia Strada, eurodeputata Pd e relatrice ombra di entrambi i dossier, confermando quanto raccontato al Fatto alla vigilia del voto. “Tutto ciò è sbagliato e insostenibile, come lo è ritenere sicuri Paesi di origine tipo la Tunisia, dove la situazione dei diritti umani è drammatica come dimostra l’ok del Parlamento, la settimana scorsa, a una risoluzione d’urgenza, passata anche coi voti dei popolari. La Lega ha provato a inserire ulteriori Paesi di origine sicuri alla lista, cosa che siamo riusciti a impedire. Siamo davanti a un gioco profondamente cinico e incoerente, che si consuma sulla pelle dei più vulnerabili e in nome di un’urgenza che non è tale: stando ai più aggiornati dati Frontex e Eurostat, i flussi degli arrivi e le richieste di protezione continuano a diminuire. Stiamo solo facendo un regalo ai governi che con le loro cosiddette ‘soluzioni innovative’ erodono i diritti fondamentali”. L'articolo Ue, sui migranti il Ppe vota con l’ultradestra. Strada: “Totalmente allineati, sui Paesi sicuri norme tremende” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è”
L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”. Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE? Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte. La negoziazione com’è andata? Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi. La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”. Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi. Quali? Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza. Dunque? Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani? Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo? Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva. In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa? Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi. Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti? Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa. L'articolo Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché
Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia. L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo. Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”. Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’. Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato. Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea. L'articolo Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ucraina, l’Ue si oppone al piano di pace di Trump: “Preoccupante. No al riconoscimento dei territori in mano ai russi”
“Preoccupazioni” in merito al piano di pace proposto dagli Stati Uniti per possibili conflitti con “il diritto internazionale e la sicurezza dell’Europa e dell’Ucraina” e nessun futuro riconoscimento dei territori sotto il controllo russo. L’Unione europea ribadisce la propria contrarietà a una pace in Ucraina sulla base dei colloqui iniziati a Ginevra e ancora in corso tra le parti. E lo fa con l’ennesima risoluzione del Parlamento europeo, approvata a larghissima maggioranza (401 voti a favore, 70 contrari e 90 astenuti), che chiede una “pace giusta e duratura, che si fondi sul diritto internazionale e che rispetti pienamente l’integrità territoriale, l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina”. Nel testo che ha ottenuto il via libera della Plenaria di Strasburgo si legge che “la Russia dimostra costantemente di non avere alcun interesse a conseguire la pace e continua ad attaccare i civili e le infrastrutture in Ucraina”. Per questo, la posizione assunta dall’amministrazione Trump, per i gruppi che rappresentano l’emiciclo, non è né efficace né rispettosa del diritto internazionale. E ribadiscono invece che “una strategia europea per la pace in Ucraina deve fondarsi sul diritto internazionale, rafforzare la sicurezza europea, preservare e ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale ucraina ed essere accettabile per l’Ucraina e il suo popolo, nonché fungere da base per qualsiasi altro negoziato diplomatico. La pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro”. Dopo aver ribadito le proprie posizioni su garanzie di sicurezza per Ucraina ed Europa, ricorso all’articolo 5 della Nato, risarcimenti e processi per stabilire le responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel corso del conflitto, Bruxelles tocca poi un altro punto controverso, sul quale la discussione a Ginevra rimane aperta: l’uso dei beni russi congelati per sostenere Kiev. L’Ue, continua la risoluzione, “invita gli Stati membri ad adottare e attuare, senza ulteriori indugi, un ‘prestito di riparazione‘ giuridicamente e finanziariamente solido a favore dell’Ucraina, finanziato con i beni russi congelati e sottolinea che il destino e le condizioni d’investimento di tali beni non possono essere oggetto di trattative senza l’Ue“. Passaggio, quest’ultimo, che vuole essere un messaggio indirizzato a Mosca, che non riconosce l’autorità dell’Unione nelle trattative, e a Washington, che ha tenuto poco conto dei messaggi inviati dal Vecchio Continente. Nella prima bozza circolata sembra, sembra che i piani statunitensi su questo aspetto fossero diversi: “100 miliardi di dollari dei fondi russi congelati saranno investiti in uno sforzo guidato dagli Stati Uniti per ricostruire e investire in Ucraina. Gli Stati Uniti riceveranno il 50% dei profitti da questa impresa. L’Europa corrisponderà questo contributo di 100 miliardi di dollari per aumentare gli investimenti disponibili per ricostruire l’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati. Il resto dei fondi russi congelati sarà investito in un veicolo di investimento separato Usa-Russia che perseguirà progetti congiunti Stati Uniti-Russia in aree da definire. Questo fondo mirerà a rafforzare la relazione e aumentare gli interessi comuni per costruire una forte motivazione a non tornare al conflitto”. Un altro punto particolarmente delicato è quello che riguarda la futura spartizione dei territori. Nelle varie versioni del piano americano circolate, si legge a grandi linee che Crimea, Luhansk e Donetsk saranno riconosciute de facto come russe, Kherson e Zaporizhzhia saranno congelate sulla linea di contatto, la Russia rinuncerà ad altri territori concordati che controlla al di fuori delle cinque regioni, le forze ucraine si ritireranno dalla parte della regione di Donetsk che attualmente controllano e quest’area di ritiro sarà considerata una zona cuscinetto neutrale smilitarizzata. Ben diversa, invece, la posizione dell’Europa: “Il territorio ucraino temporaneamente occupato non sarà legalmente riconosciuto dall’Ue e dagli Stati membri come territorio russo e dovrebbe essere inviata su entrambi i lati della linea di contatto una solida missione internazionale di osservazione e mantenimento della pace”. X: @GianniRosini L'articolo Ucraina, l’Ue si oppone al piano di pace di Trump: “Preoccupante. No al riconoscimento dei territori in mano ai russi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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