Sono passati 11 anni dal referendum sulle trivelle che mise in luce il nodo
delle royalties che le imprese versano allo Stato per poter estrarre gas e
petrolio, inadeguate allora e inadeguate oggi. E, alla faccia della
decarbonizzazione, continuano a crescere i contributi agli alle centrali da
fonti fossili che passano dai 1.019 milioni di euro del 2023 ai 1.176,2 milioni
di euro del 2024. Dal report di Legambiente “Stop sussidi ambientalmente dannosi
2026” emerge come il settore energetico sia quello che ha ricevuto più sussidi
per un totale di oltre 14 miliardi di euro. Tra le diverse voci, però, ci sono
molte di quelle di cui si discute anche in questi giorni. Quella più rilevante è
legata alle agevolazioni Iva (circa 3,6 miliardi), seguita dal rilascio di quote
gratuite di carbonio del sistema Ets (Emissions Trading System) con 2,9 miliardi
di euro e dai Prestiti e Garanzie pubbliche messe a disposizione di Sace e Cdp a
favore di impianti e infrastrutture a fonti fossili con 2 miliardi di euro.
Tutto il settore è sostenuto attraverso 28 meccanismi diversi di sussidio e su
alcuni di essi il report si sofferma in modo dettagliato.
ESENZIONI E RIDUZIONI DI ACCISE
Sono 12 le voci di sussidio che, nel 2024, hanno sovvenzionato direttamente o
indirettamente, attraverso esenzioni e riduzioni di accise, agevolazioni,
aliquote ridotte e agevolazioni IVA, le fonti fossili, per un totale di oltre 4
miliardi. Tra i sussidi indiretti più importanti, in termini di costo, c’è l’Iva
agevolata per l’energia elettrica per uso domestico, pari a oltre 3 miliardi.
“Un aiuto diretto alle famiglie e nato allo scopo di ridurre i costi energetici
per le utenze domestiche – commenta Legambiente – che però è un’azione
emergenziale e non strutturale che rappresenta solo un costo e un’agevolazione
nel continuare a consumare fonti inquinanti, senza stimolare un cambiamento”. Il
problema è che questo tipo di aiuto non viene mai sostituito con azioni che
spingono verso una riconversione del modello di produzione e consumo per le
famiglie “abbandonandole a fonti energetiche sempre più costose e
climalteranti”. Questo sussidio si accompagna all’esenzione dall’accisa
sull’energia elettrica impiegata nelle abitazioni di residenza con potenza fino
a 3 kW fino a 150 kWh di consumo mensile (pari a 554,2 milioni di euro) e
all’IVA agevolata per gas metano e Gpl impiegati per usi domestici e civili (420
milioni di euro). Tra i sussidi eliminabili, secondo Legambiente, c’è “la
riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato per usi industriali,
termoelettrici esclusi, da soggetti che registrano consumi superiori a 1,2
milioni di metri cubi annui (pari a 28,7 milioni di euro) e la riduzione
dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e
nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi (altri 0,2 milioni
di euro).
I REGALI A CHI TRIVELLA (PERCHÉ ANCORA CONVIENE)
È il caso dei sussidi per le estrazioni di gas e petrolio. Un problema ‘antico’
di cui si è discusso, però, soprattutto una decina di anni fa, in vista del
referendum sulla durata delle concessioni. Poi, anno dopo anno, sta tornando nel
dimenticatoio, ma senza essere risolto. In Italia, infatti, le società
petrolifere pagano una percentuale di royalties su quanto estratto di molto
inferiori a quanto avviene negli altri Paesi e hanno diritto a franchigie.
Quindi non versano nulla se estraggono meno di una certa quantità. Cosa è
accaduto negli ultimi dieci anni? Le royalties sono rimaste uguali: dal 2010 per
le estrazioni in terraferma la royalty è del 10% su petrolio e gas, mentre in
mare dal 2012 ci sono due diverse aliquote: 10% per il gas e 7% sul petrolio. Se
si innalzassero al 20%, stima Legambiente, l’Italia si ritroverebbe con almeno
376,2 milioni di euro in più. L’unico cambio degno di nota negli ultimi dieci
anni è arrivato nella Legge di Bilancio del 2020 e riguarda le esenzioni dal
pagamento delle royalties (le franchigie, ndr) che, in realtà, quell’anno
avrebbero dovuto essere eliminate stando agli annunci politici. Alla fine si è
scelta la strada della riduzione e oggi, nel caso della produzione di gas su
terraferma, sono esenti dal pagamento di royalties quantità prodotte annualmente
inferiori a 10 milioni di metri cubi (prima erano 25 milioni di standard metri
cubi). Mentre per le estrazioni in mare, sono esenti dal pagamento le quantità
sotto i 30 milioni di metri cubi (prima erano 80 smc) che vengono prodotte nel
corso dell’anno. Un quantitativo che nel 2024 è stato pari a 304,4 milioni di
metri cubi, pari al 10,5% del totale estratto. Stando alle aliquote vigenti, lo
Stato ci rimette almeno 9,8 milioni di euro. Altro regalo concesso al mondo del
fossile riguarda l’inadeguatezza dei canoni, ovvero il costo irrisorio delle
concessioni per la ricerca e le estrazioni. “Oggi in Italia per un permesso di
prospezione le imprese pagano appena 92,50 euro a chilometro quadrato, 185,25
euro per chilometro quadrato per un permesso di ricerca e 1.481 euro a
chilometro per una concessione di coltivazioni” racconta Legambiente. Come se
non bastasse, nel 2020 è stata introdotta anche la soglia massima di spesa per
il canone che il titolare di concessione è tenuto a versare in rapporto al
valore della produzione. La misura, sulla carta, voleva aiutare i piccoli
produttori, ma la verità è che si applica anche ai grandi e costituisce un
sussidio ai danni dell’ambiente, che nel 2024, ha pesato per 3 milioni di euro.
I SUSSIDI PUBBLICI E IL RUOLO DI SACE E CASSA DEPOSITI E PRESTITI
Continua, poi, l’impegno di Sace (Servizi assicurativi e finanziari per le
imprese) e Cassa Depositi e Prestiti a favore del settore fossile. “Nel 2024,
tra garanzie e finanziamenti, le due partecipate hanno destinato due miliardi di
euro al sostegno di impianti e infrastrutture inquinanti e climalteranti”
riporta il dossier. Sono tre i progetti a fonti fossili (per Turchia, Messico e
Italia) che Sace si è impegnata a garantire nel 2024 per complessivi 1,37
miliardi di euro. “Sin dall’avvio del piano Mattei, Sace ha dato l’ok a
operazioni per oltre 3,6 miliardi di euro nei Paesi africani che, oltre a
settori come agricoltura, istruzione e sanità, comprendono anche infrastrutture
energetiche”. A dicembre 2024 è stata firmata un’intesa con la Banca Africana di
Sviluppo che coinvolge Algeria, Egitto, Repubblica del Congo, Etiopia, Costa
d’Avorio, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia: “Paesi centrali nella strategia
energetica italiana e nella rete di forniture di gas e petrolio”. Sempre nel
2024, Sace e Cdp hanno confermato la partecipazione finanziaria al progetto di
produzione e liquefazione di gas Mozambique LNG in Mozambico, in capo alla
multinazionale francese TotalEnergies. “Una conferma – denuncia Legambiente –
arrivata nel più totale silenzio delle due istituzioni, dopo che l’iter di
finanziamento dell’opera è rimasto bloccato per più di quattro anni per invocata
forza maggiore da parte di TotalEnergies, a causa del conflitto armato nell’area
interessata dal progetto”. L’iter di costruzione dell’opera, tra l’altro, ha
visto numerosi episodi di violazioni dei diritti umani, perpetrate sia dagli
insorti che dall’esercito mozambicano.
IL CAPACITY MARKET
Altro capitolo è quello del Capacity Market, introdotto nel 2019 per sostenere
gli impianti capaci di entrare in funzione nei picchi di domanda. Solo che il
sistema è fortemente sbilanciato a vantaggio delle centrali alimentate da fonti
fossili: 1,4 miliardi di euro nel 2024, di cui 180 milioni assegnati per la
nuova capacità aggiuntiva assegnata alle fonti fossili. Secondo i dati dell’asta
per il mercato della capacità pubblicata da Terna, sui 3.800 megawatt di
capacità che hanno ottenuto sussidi per l’installazione, oltre il 68% era
destinato a fonti fossili e solamente lo 0,8% al solare. Tuttavia, analizzando
le aste madri per il triennio 2025-2027, si scorge un segnale parzialmente
positivo. Per il mercato della capacità dal 2025 al 2027 risultano solamente 9 i
progetti a fonti fossili, di cui 3 nuovi impianti e 6 ripotenziamenti, che hanno
ricevuto sussidi stimati in circa 9,5 milioni di euro. Dei megawatt sussidiati,
il 68,6% sarà rappresentato da sistemi di accumulo, che nel 2027 riceveranno il
94,8% delle risorse, per un valore di circa 26,6 milioni di euro. “Una notizia
positiva a condizione che questi accumuli siano alimentati esclusivamente da
fonti rinnovabili” commenta Legambiente. E ricorda che i sistemi di accumulo
possono essere associati a impianti a fonti fossili, come nel caso della
centrale EP di Tavazzano Montanaso (Lodi), dove è destinato a supportare una
centrale a gas da 1.970 megawatt o la centrale EP Bess Fiume Santo, in Sardegna,
dove l’accumulo integrerà un impianto a carbone da 600 MW attualmente in
funzione. O la centrale di Sorgenia dove il sistema di accumulo verrà integrato
nelle centrali a gas a ciclo combinato di Bertonico Turano e Termoli. Di fatto,
un sussidio destinato a sostenere un sistema energetico inquinante.
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L'articolo Il Governo Meloni “nutre” l’energia fossile: dalle royalties per le
trivelle ai soldi a progetti e centrali proviene da Il Fatto Quotidiano.