Sono passati 11 anni dal referendum sulle trivelle che mise in luce il nodo
delle royalties che le imprese versano allo Stato per poter estrarre gas e
petrolio, inadeguate allora e inadeguate oggi. E, alla faccia della
decarbonizzazione, continuano a crescere i contributi agli alle centrali da
fonti fossili che passano dai 1.019 milioni di euro del 2023 ai 1.176,2 milioni
di euro del 2024. Dal report di Legambiente “Stop sussidi ambientalmente dannosi
2026” emerge come il settore energetico sia quello che ha ricevuto più sussidi
per un totale di oltre 14 miliardi di euro. Tra le diverse voci, però, ci sono
molte di quelle di cui si discute anche in questi giorni. Quella più rilevante è
legata alle agevolazioni Iva (circa 3,6 miliardi), seguita dal rilascio di quote
gratuite di carbonio del sistema Ets (Emissions Trading System) con 2,9 miliardi
di euro e dai Prestiti e Garanzie pubbliche messe a disposizione di Sace e Cdp a
favore di impianti e infrastrutture a fonti fossili con 2 miliardi di euro.
Tutto il settore è sostenuto attraverso 28 meccanismi diversi di sussidio e su
alcuni di essi il report si sofferma in modo dettagliato.
ESENZIONI E RIDUZIONI DI ACCISE
Sono 12 le voci di sussidio che, nel 2024, hanno sovvenzionato direttamente o
indirettamente, attraverso esenzioni e riduzioni di accise, agevolazioni,
aliquote ridotte e agevolazioni IVA, le fonti fossili, per un totale di oltre 4
miliardi. Tra i sussidi indiretti più importanti, in termini di costo, c’è l’Iva
agevolata per l’energia elettrica per uso domestico, pari a oltre 3 miliardi.
“Un aiuto diretto alle famiglie e nato allo scopo di ridurre i costi energetici
per le utenze domestiche – commenta Legambiente – che però è un’azione
emergenziale e non strutturale che rappresenta solo un costo e un’agevolazione
nel continuare a consumare fonti inquinanti, senza stimolare un cambiamento”. Il
problema è che questo tipo di aiuto non viene mai sostituito con azioni che
spingono verso una riconversione del modello di produzione e consumo per le
famiglie “abbandonandole a fonti energetiche sempre più costose e
climalteranti”. Questo sussidio si accompagna all’esenzione dall’accisa
sull’energia elettrica impiegata nelle abitazioni di residenza con potenza fino
a 3 kW fino a 150 kWh di consumo mensile (pari a 554,2 milioni di euro) e
all’IVA agevolata per gas metano e Gpl impiegati per usi domestici e civili (420
milioni di euro). Tra i sussidi eliminabili, secondo Legambiente, c’è “la
riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato per usi industriali,
termoelettrici esclusi, da soggetti che registrano consumi superiori a 1,2
milioni di metri cubi annui (pari a 28,7 milioni di euro) e la riduzione
dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e
nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi (altri 0,2 milioni
di euro).
I REGALI A CHI TRIVELLA (PERCHÉ ANCORA CONVIENE)
È il caso dei sussidi per le estrazioni di gas e petrolio. Un problema ‘antico’
di cui si è discusso, però, soprattutto una decina di anni fa, in vista del
referendum sulla durata delle concessioni. Poi, anno dopo anno, sta tornando nel
dimenticatoio, ma senza essere risolto. In Italia, infatti, le società
petrolifere pagano una percentuale di royalties su quanto estratto di molto
inferiori a quanto avviene negli altri Paesi e hanno diritto a franchigie.
Quindi non versano nulla se estraggono meno di una certa quantità. Cosa è
accaduto negli ultimi dieci anni? Le royalties sono rimaste uguali: dal 2010 per
le estrazioni in terraferma la royalty è del 10% su petrolio e gas, mentre in
mare dal 2012 ci sono due diverse aliquote: 10% per il gas e 7% sul petrolio. Se
si innalzassero al 20%, stima Legambiente, l’Italia si ritroverebbe con almeno
376,2 milioni di euro in più. L’unico cambio degno di nota negli ultimi dieci
anni è arrivato nella Legge di Bilancio del 2020 e riguarda le esenzioni dal
pagamento delle royalties (le franchigie, ndr) che, in realtà, quell’anno
avrebbero dovuto essere eliminate stando agli annunci politici. Alla fine si è
scelta la strada della riduzione e oggi, nel caso della produzione di gas su
terraferma, sono esenti dal pagamento di royalties quantità prodotte annualmente
inferiori a 10 milioni di metri cubi (prima erano 25 milioni di standard metri
cubi). Mentre per le estrazioni in mare, sono esenti dal pagamento le quantità
sotto i 30 milioni di metri cubi (prima erano 80 smc) che vengono prodotte nel
corso dell’anno. Un quantitativo che nel 2024 è stato pari a 304,4 milioni di
metri cubi, pari al 10,5% del totale estratto. Stando alle aliquote vigenti, lo
Stato ci rimette almeno 9,8 milioni di euro. Altro regalo concesso al mondo del
fossile riguarda l’inadeguatezza dei canoni, ovvero il costo irrisorio delle
concessioni per la ricerca e le estrazioni. “Oggi in Italia per un permesso di
prospezione le imprese pagano appena 92,50 euro a chilometro quadrato, 185,25
euro per chilometro quadrato per un permesso di ricerca e 1.481 euro a
chilometro per una concessione di coltivazioni” racconta Legambiente. Come se
non bastasse, nel 2020 è stata introdotta anche la soglia massima di spesa per
il canone che il titolare di concessione è tenuto a versare in rapporto al
valore della produzione. La misura, sulla carta, voleva aiutare i piccoli
produttori, ma la verità è che si applica anche ai grandi e costituisce un
sussidio ai danni dell’ambiente, che nel 2024, ha pesato per 3 milioni di euro.
I SUSSIDI PUBBLICI E IL RUOLO DI SACE E CASSA DEPOSITI E PRESTITI
Continua, poi, l’impegno di Sace (Servizi assicurativi e finanziari per le
imprese) e Cassa Depositi e Prestiti a favore del settore fossile. “Nel 2024,
tra garanzie e finanziamenti, le due partecipate hanno destinato due miliardi di
euro al sostegno di impianti e infrastrutture inquinanti e climalteranti”
riporta il dossier. Sono tre i progetti a fonti fossili (per Turchia, Messico e
Italia) che Sace si è impegnata a garantire nel 2024 per complessivi 1,37
miliardi di euro. “Sin dall’avvio del piano Mattei, Sace ha dato l’ok a
operazioni per oltre 3,6 miliardi di euro nei Paesi africani che, oltre a
settori come agricoltura, istruzione e sanità, comprendono anche infrastrutture
energetiche”. A dicembre 2024 è stata firmata un’intesa con la Banca Africana di
Sviluppo che coinvolge Algeria, Egitto, Repubblica del Congo, Etiopia, Costa
d’Avorio, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia: “Paesi centrali nella strategia
energetica italiana e nella rete di forniture di gas e petrolio”. Sempre nel
2024, Sace e Cdp hanno confermato la partecipazione finanziaria al progetto di
produzione e liquefazione di gas Mozambique LNG in Mozambico, in capo alla
multinazionale francese TotalEnergies. “Una conferma – denuncia Legambiente –
arrivata nel più totale silenzio delle due istituzioni, dopo che l’iter di
finanziamento dell’opera è rimasto bloccato per più di quattro anni per invocata
forza maggiore da parte di TotalEnergies, a causa del conflitto armato nell’area
interessata dal progetto”. L’iter di costruzione dell’opera, tra l’altro, ha
visto numerosi episodi di violazioni dei diritti umani, perpetrate sia dagli
insorti che dall’esercito mozambicano.
IL CAPACITY MARKET
Altro capitolo è quello del Capacity Market, introdotto nel 2019 per sostenere
gli impianti capaci di entrare in funzione nei picchi di domanda. Solo che il
sistema è fortemente sbilanciato a vantaggio delle centrali alimentate da fonti
fossili: 1,4 miliardi di euro nel 2024, di cui 180 milioni assegnati per la
nuova capacità aggiuntiva assegnata alle fonti fossili. Secondo i dati dell’asta
per il mercato della capacità pubblicata da Terna, sui 3.800 megawatt di
capacità che hanno ottenuto sussidi per l’installazione, oltre il 68% era
destinato a fonti fossili e solamente lo 0,8% al solare. Tuttavia, analizzando
le aste madri per il triennio 2025-2027, si scorge un segnale parzialmente
positivo. Per il mercato della capacità dal 2025 al 2027 risultano solamente 9 i
progetti a fonti fossili, di cui 3 nuovi impianti e 6 ripotenziamenti, che hanno
ricevuto sussidi stimati in circa 9,5 milioni di euro. Dei megawatt sussidiati,
il 68,6% sarà rappresentato da sistemi di accumulo, che nel 2027 riceveranno il
94,8% delle risorse, per un valore di circa 26,6 milioni di euro. “Una notizia
positiva a condizione che questi accumuli siano alimentati esclusivamente da
fonti rinnovabili” commenta Legambiente. E ricorda che i sistemi di accumulo
possono essere associati a impianti a fonti fossili, come nel caso della
centrale EP di Tavazzano Montanaso (Lodi), dove è destinato a supportare una
centrale a gas da 1.970 megawatt o la centrale EP Bess Fiume Santo, in Sardegna,
dove l’accumulo integrerà un impianto a carbone da 600 MW attualmente in
funzione. O la centrale di Sorgenia dove il sistema di accumulo verrà integrato
nelle centrali a gas a ciclo combinato di Bertonico Turano e Termoli. Di fatto,
un sussidio destinato a sostenere un sistema energetico inquinante.
.
L'articolo Il Governo Meloni “nutre” l’energia fossile: dalle royalties per le
trivelle ai soldi a progetti e centrali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I combustibili fossili non solo costano all’Italia la dipendenza energetica che
oggi la fa trovare esposta davanti al conflitto il Medio Oriente (Leggi
l’approfondimento), ma in 15 anni – dal 2011 a oggi – è arrivata ad almeno 436
miliardi di euro la spesa complessiva per i sussidi ambientalmente dannosi, i
cosiddetti Sad. Il governo Meloni ha speso 48,3 miliardi di euro in questi
sussidi nel 2024 (ultimi dati disponibili), destinati a 76 voci tra attività,
opere e progetti connessi, direttamente e indirettamente, alle fossili e alle
attività inquinanti. Una crescita rispetto all’anno precedente che, escludendo
quelli straordinari legati all’emergenza bollette, stimava 45,3 miliardi di
euro. Nel rapporto “Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026”, che Legambiente
presenta oggi in un webinar organizzato in collaborazione con ReCommon, i conti
non tornano: nel Catalogo dei Sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli del
ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ci sono 18 voci di sussidi
non quantificate, 14 voci assenti (per 11,9 miliardi di euro non
contabilizzati), 11 voci senza corrispondenza con i documenti della Ragioneria
dello Stato (per 377,2 milioni di euro ingiustificati) e 18 Sussidi
ambientalmente incerti (per 26,4 miliardi esclusi da qualsiasi piano di
rimodulazione). Carenze dei dati raccolti che impediscono una reale
quantificazione, rimodulazione ed eliminazione di questi sussidi.
IN QUALI SETTORI VANNO I SUSSIDI AMBIENTALMENTE DANNOSI
Tra i settori più interessati dai Sad, al primo posto si conferma quello
energetico che registra, nel 2024, 28 voci e 14,2 miliardi di euro (+3,9
miliardi rispetto all’anno precedente). Tra le voci di categoria più rilevanti
le agevolazioni Iva (3,6 miliardi), il rilascio di quote gratuite di carbonio
del sistema Ets (2,9 miliardi), che il governo Meloni ha persino chiesto
all’Unione Europea di sospendere, nonostante abbia ridotto le emissioni di gas
serra nei settori interessati del 50 per cento dal 2005 (Leggi
l’approfondimento) e i Prestiti e Garanzie pubbliche messe a disposizione di
Sace e Cassa depositi e prestiti a favore di impianti e infrastrutture a fonti
fossili (2 miliardi). Seguono il settore edilizio con 9 miliardi di euro e 7
voci di sussidi, il settore trasporti con 8,7 miliardi di euro e 19 voci e il
settore agricoltura e pesca con 1,11 miliardi e 9 voci. “L’Italia resta ostaggio
del gas fossile – spiega Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente –
mentre rinnovabili, accumuli, reti ed efficienza, fondamentali per
l’indipendenza energetica, continuano a essere messe in panchina. Una strategia
– aggiunge – che non rispetta gli impegni internazionali né il Piano nazionale
integrato energia e clima e ignora le lezioni dei conflitti in Ucraina e Medio
Oriente, che spingono sempre più in alto i costi dei combustibili e delle
bollette pagate da famiglie e imprese”.
NEL CATALOGO DEL MASE I CONTI NON TORNANO
Sono quattro, in particolare, le criticità denunciate sul fronte della
trasparenza: nel catalogo dei Sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli del
ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ci sono 18 voci di sussidi
non quantificate (come Iva agevolata, sostegni settoriali, fondi di garanzia e
bonus) e 14 voci di sussidi assenti (tra cui l’inadeguatezza di royalties e
canoni per le trivellazioni, prestiti e garanzie pubbliche di Cassa depositi e
prestiti, contributi all’autotrasporto e fondi nazionali per l’allevamento) per
un totale di 11,9 miliardi di euro non contabilizzati. Altre 11 voci di spesa
non trovano corrispondenza tra il Catalogo e i documenti della Ragioneria dello
Stato relativi al 2024, per una differenza – ingiustificata – di 377,2 milioni
di euro. E poi ci sono 18 voci di Sussidi ambientalmente incerti (Sai) per 26,4
miliardi di euro che sostengono allo stesso tempo attività dannose per
l’ambiente e componenti innovativi. Sussidi, dunque, che richiederebbero uno
studio preliminare e un piano di trasformazione in “favorevoli”, ma che restando
“incerti” non solo vengono esclusi da qualsiasi rimodulazione, ma il loro
impatto negativo non è neppure contabilizzato. Un caso emblematico di mancata
trasparenza nel Catalogo del Mase riguarda le esenzioni delle royalties sulle
estrazioni di gas: riportate per la prima volta, compaiono sempre con lo stesso
valore di 5 milioni di euro dal 2020 al 2024, indipendentemente dalla quantità
di gas estratto e dall’Indice QE (Quotazione Energetica), il parametro di
riferimento utilizzato dal ministero per calcolare le royalties dovute allo
Stato sulle produzioni di gas naturale in Italia. Un indice che si basa
sull’andamento dei prezzi dei combustibili, aggiornato periodicamente.
SUSSIDI ELIMINABILI E RIMODULABILI
Secondo l’associazione ambientalista proprio l’eliminazione dei sussidi alle
trivellazioni è una delle priorità: “Nel 2024, l’inadeguatezza dei canoni e
delle tasse nel settore oil & gas, aggravata da esenzioni e tetti massimi sulle
royalties, ha comportato 547,4 milioni di euro di mancati introiti per lo Stato
rispetto ad altri Paesi”. Legambiente chiede anche “l’eliminazione dei Prestiti
e garanzie pubblici (in particolare le garanzie deliberate nel settore del gas
da Sace e i finanziamenti di Cassa depositi e prestiti nel settore del gas)” e
una rimodulazione dei contributi agli impianti alle centrali alle fonti fossili,
passati da 1,02 miliardi di euro del 2023 ai 1,18 miliardi del 2024 “che, pur
avendo un ruolo sociale in aree come le isole minori e i territori svantaggiati,
necessitano di politiche strutturate per il passaggio a fonti rinnovabili,
riducendo i costi energetici”. “L’emergenza energetica resta grave ma
completamente sottovalutata dal Governo – commenta Katiuscia Eroe, responsabile
Energia di Legambiente – come dimostrano i continui bonus una tantum e un
Decreto Bollette che attacca il sistema Ets, detassa il gas facendolo pagare ai
cittadini nella bolletta elettrica e toglie risorse a rinnovabili, efficienza e
ai fondi per la decarbonizzazione”. Secondo l’associazione 23,1 miliardi di euro
di Sad potrebbero essere eliminati “rimodulando altri 25,2 miliardi entro il
2030 con un’azione decisa del Governo”, ma occorre anche “intervenire sulle
criticità del Catalogo in termini di quantificazione, incongruenza e mancanza di
voci”.
L'articolo L’Italia sborsa 436 miliardi di euro in 15 anni per chi inquina. E
sui sussidi ambientalmente dannosi i conti non tornano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nel 2025 crolla del 75% il numero dei nuovi progetti rinnovabili sottoposti a
valutazione di impatto ambientale, mentre quasi il 70% dei 1.781 in fase di
valutazione è ancora in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica Via
Pnrr-Pniec. In Italia ritardi, lungaggini burocratiche, freni imposti dai
ministeri competenti, continuano a schiacciare le rinnovabili, cruciali per il
futuro e l’indipendenza energetica del Paese. “Un alert preoccupante vista la
situazione geopolitica attuale in Medioriente e i conflitti degli ultimi anni
che hanno fatto salire alle stelle il prezzo dell’energia e dimostrato tutta la
fragilità di un mondo dipendente dalle fonti fossili”. Lo denuncia Legambiente
con il nuovo report Scacco alle rinnovabili, presentato alla Fiera di Rimini
Key, The Energy Transition Expo, in cui l’associazione sintetizza con dati e
numeri la lunga lista d’attesa di progetti a fonti rinnovabili che aspettano di
vedere la luce, ma anche le 108 storie di blocchi alle rinnovabili mappati lungo
la Penisola. Al tempo stesso l’associazione indica la bussola da seguire con
dodici proposte operative indirizzate al Governo Meloni per accelerare la
diffusione delle rinnovabili.
IL 70 PER CENTO DEI PROGETTI DA VALUTARE SONO BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA
A gennaio 2026, su 1.781 progetti a fonti rinnovabili in fase di valutazione Via
Pnrr-Pniec, ben 1234 (pari al 69,3% del totale) sono in attesa della conclusione
dell’istruttoria tecnica, con 17 progetti che attendono risposte da prima del
2021. Tra questi ci sono, ad esempio, i progetti relativi a due parchi eolici
offshore in Puglia: il primo presentato nel Golfo di Manfredonia (Foggia)
risalente al 2008 e il secondo proposto nelle acque del Mar Adriatico
meridionale, in corrispondenza dei Comuni di Zapponeta, Manfredonia e Cerignola
e presentato nell’aprile 2012. Quest’ultimo, dopo 11 anni di attesa, nel 2023 ha
ottenuto parere positivo con prescrizioni (come, ad esempio, la riduzione nel
numero degli aereogeneratori) da parte della Commissione Tecnica, ma ad oggi
rimane ancora bloccato a quasi 15 anni dalla sua presentazione. In stallo anche
160 progetti ancora in attesa della determina da parte della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, 45 in più dello scorso anno, mentre sono 88 quelli
bloccati dalle istituzioni relative ai beni culturali nazionali e regionali, di
cui 80 dal Ministero della Cultura. Un dato, denuncia Legambiente, “che mostra
come troppo spesso questi ‘soggetti’ emettono pareri negativi sugli impianti, in
contrapposizione con i pareri emessi dalla Commissione Tecnica Via Pnrr-Pniec.
Un organo che sconta la mancanza di completamento dell’organico previsto e che,
nonostante questo, negli ultimi anni ha aumentato la propria produttività e il
numero dei pareri”. Altro progetto di eolico offshore che rimane in attesa è
quello Med Wind, 2,8 GW di potenza rinnovabile collocati a largo di Marsala e
Favignana, in Sicilia e in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 3,4
milioni di famiglie. Criticato per i presunti rischi per l’avifauna, per la
pesca e per il turismo, dopo un articolato percorso di condivisione
territoriale.
CROLLA IL NUMERO DELLE NUOVE ISTANZE
In questo contesto, preoccupa il calo del numero di progetti relativi a nuovi
impianti a fonti rinnovabili avviati alla valutazione: dopo due anni di boom
(609 nuovi progetti sottoposti a Via nel 2023 e 603 nel 2024), nel 2025 le nuove
istanze registrano un crollo drastico del 75,3% rispetto al 2024, attestandosi
al 149. Legambiente ricorda che l’Italia, inoltre, resta ancora lontano rispetto
all’obiettivo dei 80.001 megawatt al 2030 previsti dal Decreto Aree Idonee. In
termini di provvedimenti, c’è poi la questione dell’attuale decreto bollette,
così come impostato, toglie risorse alle rinnovabili e all’efficienza
energetica, mentre continua a dare ossigeno al sistema del gas, arrivando a
rimborsarlo, e quindi di fatto esentarlo, dalla tassa sul carbonio prevista dal
sistema Ets. “Il settore delle rinnovabili – commenta Stefano Ciafani,
presidente nazionale di Legambiente – va sostenuto e incoraggiato, non
ostacolato e rallentato. La crescita delle rinnovabili in Europa, ma anche la
delicata situazione geopolitica internazionale legata anche alla dipendenza
delle fonti fossili, e l’accentuarsi della crisi climatica impongono al nostro
Paese di accelerare sulle fonti pulite, abbandonando le fossili e l’insensata
corsa al nucleare”.
CASI SIMBOLO DI BLOCCHI: DALLA PUGLIA ALL’EMILIA ROMAGNA
Su 108 storie totali di blocchi alle rinnovabili mappate in questi anni, 18 sono
quelle censite nel 2026. A livello regionale la Puglia è la regione con più casi
censiti in negativo (14), seguita da Veneto, Umbria, Basilicata e Sardegna. Tra
i casi simbolo di quest’anno, c’è un progetto eolico da 23 megawatt proposto su
una ex cava e discarica ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino, in Campania,
bocciato dalla Soprintendenza per la presenza di un vincolo archeologico
ignorato durante l’emergenza rifiuti. In Emilia-Romagna, è in stallo l’eolico
offshore a largo di Ravenna: un hub rinnovabile integrato da oltre 750 megawatt
(eolico, solare galleggiante, accumulo, idrogeno, acquacoltura) con Via positiva
e permessi già ottenuti nel 2024, che resta fermo non per mancanza di
autorizzazioni, ma per l’assenza di un quadro regolatorio adeguato. In Umbria,
invece, il cortocircuito è culturale-amministrativo: a Terni, alcuni cittadini
si sono visti negare il fotovoltaico sui tetti perché “non esteticamente
gradevole” e addirittura “visibile da un drone o da satellite”. Legambiente
chiede al Governo Meloni “un atto di responsabilità in tema di fonti
rinnovabili”. Dodici le proposte che avanza all’Esecutivo chiedendo in primis al
ministero della Cultura e alla presidenza del Consiglio di accelerare gli iter
interni, fissando un termine massimo per le determine nei casi di pareri
contrastanti con priorità ai procedimenti più vecchi. Allo stesso tempo, spiega,
“è fondamentale snellire gli iter autorizzativi per velocizzare la realizzazione
degli impianti a fonti rinnovabili, a partire dalle attività di repowering degli
impianti eolici già esistenti”. Legambiente chiede poi di completare l’organico
della Commissione Pnrr/Pniec del ministero dell’ambiente e della sicurezza
energetica, rafforzando allo stesso tempo il personale tecnico negli uffici
regionali e comunali preposti alla valutazione e autorizzazione dei progetti. E
di rendere aree di accelerazione quelle già compromesse (come le ex cave o i
siti di bonifica), le aree a forte pressione ambientale (come quelle adiacenti a
strade, autostrade, ferrovie) e quelle in cui gli impianti sono già presenti.
I RECORD DELLE RINNOVABILI
Legambiente ricorda anche che il 2025 ha segnato un traguardo storico per la
crescita delle rinnovabili in Europa. Per la prima volta nella storia eolico e
solare, cumulativamente, hanno generato più elettricità delle fonti fossili con
841 TWh all’anno, pari al 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, contro gli
809 TWh/a delle fossili e i 652 TWh/a del nucleare. Un traguardo storico a cui
ha contribuito, nonostante le tante difficoltà del settore, anche l’Italia
grazie ai 65,7 TWh/a di energia elettrica, pari a 7,8% dell’intera produzione
europea, di cui 44,3 TWh di solare e 21,4 TWh di eolico. A fine 2025, le fonti
rinnovabili hanno raggiunto nella Penisola una potenza complessiva di 81.479
megawatt, con un incremento di 7.176 realizzati nell’ultimo anno.
L'articolo Scacco alle rinnovabili, blocchi e incertezze fanno crollare le
istanze per nuovi impianti: la mappa della paralisi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Italia è davvero semplice smaltire gratuitamente i propri Rifiuti di
Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche con dimensioni sotto i 25 cm. A
sostenerlo è la ricerca “Missione RAEE: Zero scuse”, realizzata da Legambiente e
sostenuta da Erion WEEE. I rifiuti in questione sarebbero i piccoli RAEE 1,
articoli come smartphone, mouse, cavetti, rasoi elettrici, chiavette USB,
telecomandi, cuffie, piastre elettriche, tostapane, phon arrivati a fine vita e
ormai in disuso.
La ricerca, grazie alle volontarie e ai volontari di Legambiente, si è tenuta
tra ottobre e novembre 2025. I volontari hanno visitato in incognito, come
Clienti Misteriosi, 141 punti vendita appartenenti a 14 diverse catene della
grande distribuzione elettronica e distribuiti in 8 regioni italiane (Campania,
Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana e Valle D’Aosta). Nell’86%
dei casi è stato possibile conferire l’oggetto senza difficoltà, mentre nel
restante 14% (20 punti vendita su 141) il conferimento non è stato consentito.
Dieci anni fa era entrata in vigore la normativa detta “1 contro 0”, che impone
ai negozi di elettronica con superficie superiore ai 400 mq il ritiro gratuito
dei piccoli RAEE senza obbligo di acquisto. I risultati della verifica di
Legambiente sono stati un successo. L’indagine è stata presentata a Terrazza
Palestro di Milano e, durante l’evento, sono intervenuti: Stefano Ciafani,
Presidente di Legambiente; Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion WEEE;
Andrea Di Palma, Segretario Nazionale Adiconsum, Eleonora Evi, Membro delle
Commissione Ambiente alla Camera; Silvia Fregolent, Membro delle Commissione
Ambiente al Senato; Davide Rossi, Direttore Generale di Aires-Confcommercio.
Tra i 20 casi che hanno violato la normativa, 11 punti vendita hanno dichiarato
di svolgere unicamente il servizio “1 contro 1”, che prevede il conferimento del
rifiuto solo a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente. in altri 7
esercizi è stata dichiarata la disponibilità alla raccolta delle sole lampadine,
mentre in 2 casi i punti vendita hanno riferito di non essere abilitati al
servizio. Complessivamente, la ricerca evidenzia che in circa il 16% dei casi
(22 punti vendita su 141) il personale incaricato non era a conoscenza del
servizio “1 contro 0”. La conoscenza del servizio “1 contro 0” tra gli addetti
dei punti vendita è più diffusa in Lombardia (93,3% di risposte positive),
Toscana (90,9%), Piemonte (89,7%) e Lazio (87,1%). Al contrario, in Sardegna
(33,3%) e Campania (31,6%) si registra una quota più elevata di esercizi che ha
dichiarato di non essere a conoscenza dell’obbligo previsto dalla normativa.
Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente ha dichiarato: “Con questa
indagine vogliamo riportare in primo piano il tema del conferimento dei piccoli
rifiuti elettronici sotto i 25 centimetri e la pratica dell’1 contro 0. Nelle
nostre case abbiamo spesso piccoli RAEE di cui disfarci e su cui esiste un
servizio di raccolta previsto dalla legge. I dati ricavati con Il nostro Cliente
Misterioso se da una parte ci portano notizie incoraggianti, dall’altra ci
indicano anche dove bisogna intervenire perché spesso i punti vendita non sono
informati. “Non dimentichiamo che i RAEE, se non correttamente conferiti, –
aggiunge – possono avere impatti ambientali pericolosi soprattutto per l’effetto
delle sostanze nocive sull’ambiente e sulla salute. Dall’altro lato conferirli
correttamente significa anche permettere di riciclare materie prime
fondamentali, tra cui spiccano le Materie Prime Critiche che sono sempre più al
centro di tensioni geopolitiche”.
Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion WEEE ha puntato l’attenzione sui
possibili margini di miglioramento: “Esistono quindi ampi margini di
miglioramento ed è necessario far sì che tutti negozi più grandi di 400 mq
consentano ai consumatori di fare la cosa giusta in semplicità. È importante
continuare a informare i cittadini attraverso campagne di comunicazione su larga
scala che rendano chiaro il concetto di “RAEE” e più familiare l’abitudine al
corretto conferimento. Non c’è riciclo delle materie prime senza raccolta dei
RAEE e non c’è raccolta senza un corretto conferimento da parte di noi
cittadini”.
Già dal 2024 Legambiente ed Erion WEEE promuovono insieme azioni per il corretto
conferimento e riciclo dei RAEE, collaborano alla diffusione negli atenei
universitari del Docufilm “Materia Viva" – realizzato da Erion WEEE e
Libero Produzioni – e realizzano attività di sensibilizzazione dei cittadini e
della GDO sul tema dei RAEE.
L'articolo Italia promossa: i dati dell’indagine di Legambiente dicono che
smaltire i propri rifiuti elettrici è davvero semplice proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nasce, anche, come risposta al Libro Bianco “Made In Italy 2030”, presentato dal
ministero delle Imprese e del Made in Italy nel gennaio scorso. Dove non si
parla quasi per nulla di transizione ecologica e molto di nucleare, spazio,
sicurezza e di una vaga “economia blu”. Il Libro Bianco per un “Clean Industrial
Deal Made in Italy”, redatto da Legambiente dopo un lungo confronto con le
aziende e i territori, ha invece un’impostazione opposta. “Abbiamo dato voce
alle imprese più innovative, quelle che già la transizione la praticano – si
pensi che ben 9 aziende su 10 già mettono in atto misure per ridurre le
emissioni – e che dunque hanno più titolarità a dire la loro”, spiega il
presidente di Legambiente Stefano Ciafani. “Ne sono uscite 30 proposte che
abbiamo presentato al ministro Urso e che presenteremo ai vari parlamentari che
incontreremo per provare a reindustrializzare l’Italia. L’obiettivo infatti è
diventare trainanti rispetto alle nuove tecnologie. Le aziende hanno bisogno di
meno incertezza, meno burocrazia e soprattutto costi dell’energia più bassi”.
ENERGIA: PIÙ AREE IDONEE E PREZZI ZONALI
Uno dei temi centrali del Libro Bianco è senz’altro quello dell’energia.
Rispetto alle cosiddette aree idonee, serve accelerare su quelle già
compromesse, antropizzate o dove ci sono già impianti, introducendo, anche, la
Solar Belt accanto ai tracciati ferroviari e le aree industriali e riducendo i 3
km di distanza previsti per la realizzazione di impianti eolici, così come
occorre togliere alcune cautele eccessive sullo sviluppo del fotovoltaico in
agricoltura. In questo senso, l’organizzazione chiede di rivedere il Decreto
Agricoltura, dando la possibilità di realizzare impianti su terreni agricoli
improduttivi per diversi motivi. Infine, tema cruciale, rispetto ai prezzi, il
documento chiede l’accelerazione del passaggio dal prezzo unico nazionale (PUN)
ai prezzi zonali, che premiano le regioni con maggior impianti rinnovabili. A
questo va aggiunto lo scorporo nel prezzo finale tra gas e rinnovabili.
Sempre sul fronte energetico, il Libro Bianco chiede di facilitare la
sostituzione dei vecchi impianti eolici con quelli tecnologicamente più
avanzati, rendere obbligatoria l’installazione di impianti fotovoltaici nei
grandi parcheggi (come già previsto in Francia), completare i percorsi avviati
con gli accordi tra GSE (Gestore Servizi Energetici) e i principali settori
energivori per concretizzare il decreto sull’energy Release. “In pratica”,
spiega Ciafani, “con questo decreto si prevede che le aziende possano pagare
l’energia elettrica a un prezzo più basso se si impegnano negli anni successivi
a realizzare impianti a fonti rinnovabili. Un ottimo strumento per far pagare
meno le imprese ma rendere responsabili nella costruzione di nuovi impianti.
Questo processo va velocizzato”.
ECONOMIA CIRCOLARE: UNA TASSA PER SMALTIRE MEGLIO GLI ABITI
L’Europa ha varato la Strategia per la Bioeconomia, che prevede che l’economia
europea sia meno dipendente dalle fossili e utilizzi materie prime rinnovabili
nell’industria, dalla chimica alle costruzioni: l’Italia, però, nota
Legambiente, deve ancora adottarla, rendendola coerente con il quadro esistente.
Sempre sul fronte della bioeconomia, l’organizzazione invita a valorizzare le
nostre produzioni forestali, preservando la biomassa di qualità per le
costruzioni e trasformare la biomassa in bioenergia come ultima opzione.
Altro fronte, l’economia circolare. Qui serve, nota Legambiente, velocizzare gli
iter di autorizzazione e realizzazione degli interventi previsti dal Pnrr
rispetto agli impianti di riciclo: “Se le regioni tardano ad autorizzarli,
rischiamo che non si facciano”, nota Ciafani. Occorre semplificare l’iter di
approvazione dei decreti End Of Waste e approvare il sistema EPR per il tessile.
Che significa? “Il sistema prevede che si paghi una quota per riciclare gli
imballaggi che acquistiamo, ma questo non accade per i vestiti, per il cui
corrette smaltimento non paghiamo nulla. Introdurre una piccola quota
responsabilizza il produttore”, nota il presidente.
Altri due punti importanti sull’economia circolare sono il rispetto dei Criteri
ambientali Minimi (CAM) e il Green Public Procurement (GPP) alla Pubblica
Amministrazione, così come rendere sempre più trasparente e tracciabile il
percorso dei rifiuti da demolizione nell’edilizia, con obiettivi precisi e
ambiziosi di recupero dei materiali.
Oltre alla richiesta di rafforzare il personale negli uffici regionali e
comunali coinvolti nell’autorizzazione degli impianti, il Libro Bianco chiede di
migliorare l’efficienza idrica grazie a un quadro normativo stabile e
implementare la Direttiva quadro acque e Direttiva alluvioni, uscendo dalle
logiche emergenziali dei Piani. Rispetto a inquinamento e pesticidi, si chiede
invece un’ambiziosa revisione del regolamento europeo REACH. “Occorre una messa
al bando universale sui Pfas”, afferma Ciafani, “e nel frattempo bisogna che a
pagare il trattamento delle acque reflue sia chi ha inquinato”.
LOTTA AL GLIFOSATO E AI REATI AGROALIMENTARI
Sul fronte dell’agroecologia, Legambiente chiede un programma di sviluppo chiaro
dell’agrivoltaico, e di approvare il disegno di legge contro i reati
agroalimentari introducendo il nuovo delitto di “produzione e commercio di
prodotti fitosanitari illeciti”. Serve inoltre attuare il Piano d’Azione
Nazionale sui pesticidi (scaduto nel 2014), avviare un percorso di uscita dal
glifosato, favorendo le alternative sostenibili, e approvare una norma più
severa sul multiresiduo, ovvero la presenza simultanea di più pesticidi nello
stesso alimento.
Gli ultimi punti riguardano un piano nazionale di lotta all’abusivismo
nell’edilizia dando il potere ai Prefetti per le ordinanze non eseguite dai
Comuni. “Gli abbattimenti dovrebbero farli i Comuni”, spiega Ciafani, ma spesso
hanno timore per motivi elettorali, mentre i prefetti non hanno conflitti”.
Oltre a potenziare i controlli ambientali, Legambiente chiede infine di
rimuovere la clausola dell’invarianza dei costi sui controlli, prevista dalla
legge 132 del 2016, perché impedisce appunto i controlli necessari che sforano i
costi previsti.
“Quello che vogliamo sottolineare”, conclude Ciafani, “è che servono adeguate
politiche industriali per le aziende – che sono le prime a chiederle –
soprattutto per i costi energetici. Se in Europa, nel 2025, è stata prodotta per
la prima volta nella storia più energetica elettrica da rinnovabili (30%) che da
combustibili fossili (29%), il nostro Paese è ancora troppo dipendente dalle
importazioni di risorse energetiche. E il paradosso è che per liberarci dalle
importazioni di gas russo, ci siamo legati sempre più attraverso le navi gasiere
dagli Usa, non proprio un partner semplice nell’attuare scenario”. Eppure il
traguardo non è lontanissimo. Sono 7,2 i GW realizzati nel 2025 in Italia e per
raggiungere gli 80GW entro il 2030 previsti dal Pniec bisognerebbe arrivare a 11
all’anno. “Non una sfida impossibile, con le politiche industriali giuste”, nota
Legambiente. Politiche che non passano in alcun modo per il nucleare, inutile e
costoso eppure considerato dal Libro Bianco governativo come soluzione alle
criticità strutturali del sistema produttivo.
L'articolo Il Libro bianco di Legambiente: dall’economia circolare ai prezzi
zonali, ecco come reindustrializzare l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 2025, tredici città hanno superato i limiti giornalieri di Pm 10, ossia 50
microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni all’anno. Ed è uno dei
bilanci più positivi degli ultimi anni: nel 2024 i capoluoghi fuorilegge erano
stati venticinque, nel 2023 diciotto e nel 2022 ventinove. Ma con i nuovi limiti
europei del 2030 sulla qualità dell’aria il quadro cambia radicalmente. Se i
nuovi parametri fossero già in vigore oggi, infatti, sarebbe fuorilegge il 53%
delle città per il Pm 10, il 73% per il Pm 2.5 e il 38% per il biossido di azoto
(NO2). E così 33 città rischiano di non centrare gli obiettivi da raggiungere
tra pochi anni anche mantenendo l’attuale ritmo di diminuzione. Sono i dati del
nuovo rapporto ‘Mal’Aria di città 2026’ di Legambiente. Per quanto riguarda il
Pm10, Palermo è maglia nera con 89 sforamenti, seguita da Milano (66), Napoli
(64) e Ragusa (61). “È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere
segnali concreti, il Governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare
questi progressi” commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente.
E aggiunge: “La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 – e per tutto il
prossimo triennio – le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della
qualità dell’aria nel bacino padano non va nella giusta direzione”.
IL GAP TRA I DATI ATTUALI E LE PROSPETTIVE AL 2030
La maglia nera, dunque, quest’anno va a Palermo, con la centralina di Belgio che
ha registrato 89 giorni oltre il limite, seguita da Milano (centralina Marche)
con 66 sforamenti, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di
Atletica) con 61. Sotto le sessanta giornate Frosinone con 55 sforamenti, Lodi e
Monza con 48, Cremona e Verona con 44, Modena con 40, Torino con 39, Rovigo con
37 e Venezia con 36 giorni di superamento. Nel resto dei capoluoghi monitorati
non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge e, come già avvenuto negli
ultimi anni, nessuna città supera i valori annuali previsti dalla normativa
vigente per PM10, PM2.5 e biossido di azoto. La situazione, però, cambierà
quando entreranno in vigore dal 1 gennaio 2030 con la revisione della Direttiva
europea sulla qualità dell’aria: 20 microgrammi per metro cubo (µg/m³) per il Pm
10, 20 µg/m³ per l’NO2, 10 µg/m³ per il Pm 2.5. Il 53% dei capoluoghi italiani
(55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il Pm 10. Le
situazioni più distanti dall’obiettivo si registrano a Cremona, dove serve una
riduzione del 35%, seguita da Lodi con il 32%, Cagliari e Verona con il 31%,
Torino e Napoli con il 30%. La situazione è ancora più critica per il PM2.5,
dove 68 città su 93, pari al 73%, hanno una media annuale superiore a 10
microgrammi per metro cubo. I casi più problematici sono Monza, che ha una media
annuale attuale di 25 microgrammi per metro cubo e dovrebbe ridurre le
concentrazioni del 60%, Cremona con il 55%, Rovigo con il 53%, Milano e Pavia
con il 50%, Vicenza sempre con il 50%. Per quanto riguarda il biossido di azoto,
40 città su 105, pari al 38%, non rispettano il nuovo valore di 20 microgrammi
per metro cubo, con le situazioni più distanti dall’obiettivo registrate a
Napoli dove serve una riduzione del 47%, Torino e Palermo con il 39%, Milano con
il 38%, Como e Catania con il 33%. Il dato più preoccupante è la lentezza con
cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno.
Questa edizione di Mal’Aria ha analizzato i dati di Pm 10 degli ultimi quindici
anni (2011-2025), calcolando attraverso una media mobile quinquennale la
tendenza in ogni città e stimando i valori che potrebbero essere raggiunti entro
il 2030.
I TAGLI DEL GOVERNO (NONOSTANTE LE PROCEDURE DI INFRAZIONE)
Un allert preoccupante a cui si aggiunge anche la nuova procedura di infrazione
avviata a gennaio 2026 (Leggi l’approfondimento) dalla Commissione europea nei
confronti dell’Italia per il mancato aggiornamento del Programma nazionale di
controllo dell’inquinamento atmosferico previsto dalla direttiva Net 2016. La
quarta che si aggiunge alle tre già aperte negli anni precedenti per il
superamento dei valori limite degli inquinanti atmosferici stabiliti dalla
Direttiva Quadro Aria. “Lasciare soli i territori più complicati del Paese è una
scelta miope – aggiunge Zampetti – che espone l’Italia a nuove procedure
d’infrazione e sanzioni, come dimostra l’ultima procedura avviata dalla
Commissione europea. Serve invece un cambio di passo: investire con continuità
nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, accelerare la
riqualificazione energetica degli edifici e il superamento delle fonti più
inquinanti nel riscaldamento domestico e dal comparto industriale, intervenire
in modo strutturale su agricoltura e allevamenti intensivi”.
LE PROPOSTE DI LEGAMBIENTE
L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni è chiara: molte città riducono le
concentrazioni di Pm 10 troppo lentamente per rispettare i limiti europei del
2030 e tutelare la salute delle persone. “Raggiungere i nuovi parametri, più
stringenti rispetto ai precedenti e più vicini ai livelli indicati dalle linee
guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, è fondamentale per ridurre
morti premature e impatti sanitari” spiega Andrea Minutolo, responsabile
scientifico di Legambiente. E ricorda che, nel 2023, le vittime del Pm 2,5 in
Europa sono state circa 238mila, di cui 43mila italiane, concentrate in Pianura
Padana. Una conta drammatica che ci condanna a restare maglia nera europea”. Per
invertire la rotta e raggiungere gli obiettivi europei del 2030, Legambiente
chiede interventi strutturali su sei ambiti prioritari, dagli investimenti nella
mobilità sostenibile, all’istituzione di Low Emission Zone specifiche per il
riscaldamento, superando progressivamente l’uso della biomassa nei territori più
critici, dalla riduzione dell’intensità dell’allevamento nelle aree in cui il
numero di capi è eccessivo, come la Pianura Padana, al ripristino immediato dei
fondi previsti dal decreto Mase del luglio 2024 per la qualità dell’aria.
L'articolo Mal’aria, nel 2025 meno città superano i limiti. È una buona notizia
a metà: dal 2030 (con i nuovi parametri Ue) sarà tutta un’altra storia proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La puntuale e approfondita analisi sul trasporto ferroviario, elaborata
annualmente da Legambiente, ribadisce i gravi limiti gestionali del trasporto
ferroviario regionale del nostro Paese e il gap con le “best practices” del nord
Europa. Per l’associazione, “il trasporto su ferro continua a essere un tema
secondario, con finanziamenti che risultano assolutamente inadeguati. Questo ha
portato a un sistema di trasporto che fatica a migliorare”.
Se più del 90 per cento delle famiglie ha almeno un’auto (65 auto ogni 100
abitanti) e il tasso di motorizzazione è elevatissimo, le cause sono da
ricercare nella progressiva espulsione dei redditi bassi nelle periferie, data
l’assenza di nuove case popolari, e di una politica urbanistica speculativa che
spinge fuori dal centro la popolazione, che si ritrova con trasporti pubblici
inadeguati. E’ quindi, purtroppo, l’automobile a sopperire agli scarsi e
inefficienti collegamenti del trasporto sub ed extra urbano con il centro.
Le risorse del Fondo Nazionale Trasporti, destinate al trasporto pubblico su
ferro e gomma (spesa corrente), sono oggi inferiori a quelle del 2009, erose
dall’inflazione e dall’alto costo energetico. Non è così per quanto riguarda gli
investimenti dove, grazie al Pnrr, sono in pista 44,5 miliardi per il
potenziamento della rete e altri 8,5 per la mobilità dolce.
Anche se la metà dei progetti sono stati tirati fuori da cassetti dove giacevano
da decenni, la riduzione di risorse del Fondo Trasporti impatta principalmente
sul trasporto locale, su autobus urbano ed extraurbano, molto meno su quello
ferroviario.
C’è poi da aggiungere che i contributi pubblici devono sostenere alti costi di
gestione, superiori anche del 20% rispetto a quelli di analoghe aziende del
vecchio continente. L’inefficienza gestionale certo non aiuta a ridurre i costi
e a migliorare i servizi, e a diminuire i fabbisogni di spesa.
I pendolari del centro nord cominciano ad avere, oltre ai soliti problemi
(cancellazioni, ritardi, treni vecchi e spesso sporchi), anche quelli derivanti
dal conflitto con i treni pendolari dei transiti dei treni ad Alta velocità nei
nodi di Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, che portano a nuove
criticità e ritardi ad entrambi i servizi.
Il rapporto non dice mai una parola sulle cause della pessima gestione operativa
di Trenitalia (passeggeri regionali ed Alta Velocità), di Merci Italia (quota di
mercato ridicola), di Rfi e dei continui cambi di organigrammi (spoil system)
che hanno inevitabilmente delle ricadute sui servizi offerti. La lottizzazione
delle nomine e i rapporti tra politica e apparato gestionale vanno ben oltre il
ruolo di indirizzo e regolazione del Ministero dei Trasporti e dell’Economia.
Per migliorare i servizi serve una profonda riorganizzazione, non solo più soldi
pubblici, senza la quale risulta velleitaria la “cura del ferro” voluta da tutte
le forze politiche. Il volume di risorse trasferito al sistema ferroviario
infrastrutturale (spesa in conto capitale) e la conseguente apertura di un
migliaio di cantieri hanno mandato in crisi la circolazione dei treni su
parecchie linee provocando nuovi disagi.
La spesa corrente, trasferita a Trenitalia da Stato e Regioni, è in lieve calo,
mentre è in aumento quella di Trenord, l’azienda ferroviaria lombarda che da
sola sviluppa il 35% del traffico pendolare italiano, che però ha il peggior
tasso di puntualità.
Il gruppo Fs con Itinera partecipa e vince gare per l’affidamento e la gestione
dei servizi ferroviari in Germania, in Gran Bretagna e in Grecia. Non c’è però
reciprocità competitiva in Italia. In nessuna regione italiana si sono fatte le
gare per l’affidamento dei servizi locali, mentre in Europa le gare sono state
un successo.
La “cura del ferro”, più che un piano con precisi obiettivi da raggiungere,
incremento dei passeggeri e delle merci trasportate, si è rivelata un auspicio
“green” per giustificare ogni spesa, senza alcuna valutazione costi-benefici che
lascia liberi tutti di proporre qualsiasi investimento.
Non sono stati raggiunti neppure modesti risultati ambientali rispetto alla
spesa effettuata. E’ l’inerzia di questo sistema ferroviario (gestione) che va
“curata”, se le ferrovie vogliono avere un futuro nella transizione ecologica e
nel rilancio del trasporto pubblico. La struttura delle Fs, con la sua pletorica
catena di comando, per avere un futuro nella transizione ecologica e nel
rilancio del trasporto pubblico, deve abbandonare il modello consociativo che
divora le risorse pubbliche, restituendo pochi benefici pubblici.
L'articolo Pendolaria 2025, Legambiente ribadisce i gravi limiti gestionali del
trasporto ferroviario regionale in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Governo taglia i fondi per il trasporto pubblico e insiste sul Ponte sullo
Stretto di Messina, nonostante la clamorosa bocciatura della Corte dei Conti.
Nel 2026 il Fondo Nazionale Trasporti varrà, infatti, il 38% in meno rispetto al
2009 con l’inflazione, mentre la legge di Bilancio 2026 toglie risorse decisive
a Metro C di Roma, M4 Milano e collegamento Afragola-Napoli. Nel frattempo, è
vero che diminuisce l’età media dei treni, ma circolano meno convogli: nel 2024
hanno viaggiato 185 treni regionali in meno rispetto al 2023. Succede a causa
delle dismissioni dei rotabili più vecchi, non compensate da acquisti
sufficienti di nuovi convogli.
IL REPORT PENDOLARIA DI LEGAMBIENTE
Sono i dati principali del nuovo rapporto Pendolaria di Legambiente, presentato
alla Stazione Termini di Roma, luogo simbolo del pendolarismo,. Nel dossier,
l’associazione sottolinea come il Ponte sullo Stretto assorba 15 miliardi di
euro per poco più di tre chilometri, mentre con un terzo di quella cifra (5,4
miliardi) si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in 11 città. Le linee
peggiori? Sono confermate Circumvesuviana, Salerno-Avellino, Roma-Lido e Roma
Nord-Viterbo, in quest’ultimo caso con record di 8.038 corse soppresse nei primi
dieci mesi 2025.
“COSTI DELLA MOBILITÀ SCARICATI SUI CITTADINI”
Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio
ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo
estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non
può permettersi di muoversi. “Investire nel ferro nelle città è una scelta
necessaria sul piano ambientale, economico e sociale. Metropolitane, tranvie e
ferrovie urbane – sottolinea Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente
– migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi
sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare
o definanziare questi interventi, significa scaricare i costi della mobilità
sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari”.
LE RISORSE PER IL TRASPORTO PUBBLICO DIMINUISCONO
Di fatto, le risorse destinate al trasporto pubblico su ferro e gomma
diminuiscono: si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel
2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera
l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza
interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%. Per tornare ai livelli
reali di spesa di oltre quindici anni fa sarebbero necessari almeno tre miliardi
in più di quanto oggi previsto. D’altro canto, la legge di Bilancio 2026 non
rafforza il Fondo e, al contrario, definanzia tre interventi cruciali per le
aree urbane a più alta domanda di mobilità: 425 milioni di euro sottratti alla
metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento
della M4 di Milano fino a Segrate e al collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
SI COSTRUISCONO IN MEDIA MENO DI 3 KM DI NUOVE METRO
Negli ultimi anni, la politica infrastrutturale ha inoltre continuato a
privilegiare grandi opere stradali e autostradali, tra cui soprattutto il Ponte
sullo Stretto di Messina, ma anche la Pedemontana Veneta, la Bre.Be.Mi., la
Pedemontana Lombarda. “Questa impostazione – si racconta nel dossier – ha
drenato risorse dalle aree urbane e metropolitane, dove si concentra la domanda
di mobilità quotidiana, contribuendo a rendere marginale il tema del
finanziamento del trasporto pubblico locale. In Italia, si costruiscono in media
solo 2,85 chilometri all’anno di nuove metropolitane e 1,28 chilometri di
tranvie. Le reti metropolitane italiane si fermano complessivamente a 271,7
chilometri, contro i 680 del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della
Spagna. Il confronto con il Ponte sullo Stretto è emblematico: “Con 5,4 miliardi
di euro – l’investimento complessivo previsto per realizzazione e prolungamento
di 29 linee tranviarie in 11 città italiane, pari a circa 250 chilometri di rete
– sarebbe possibile costruire un sistema di mobilità urbana efficiente,
accessibile e coerente con gli obiettivi climatici. Una cifra pari a circa un
terzo del costo del Ponte (15 miliardi di euro per soli tre chilometri), ma con
un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone incomparabilmente
superiore”.
IL CASO DELL’EX CIRCUMVESUVIANA
Anche quest’anno, Legambiente fa il punto sulle linee peggiori d’Italia. In
Campania, l’ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di
passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni
impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla
Salerno-Avellino-Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata
a giugno 2027. Nel Lazio, la Roma Nord-Viterbo ha registrato 8.038 corse
soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni,
mentre la Roma-Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord, la
Milano-Mortara-Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori,
accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le
criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della
Vicenza-Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la
Sassari-Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano
ancora inadeguato. “In Sicilia, infine, restano aperte ferite storiche come la
Catania-Caltagirone-Gela, interrotta dal 2011 – si legge nel dossier – e la
Palermo-Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali
fermi da oltre un decennio”.
SPESA PER LA MOBILITÀ OLTRE IL 10% DEL BUDGET MENSILE
Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito
229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato
interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei
rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e
Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e
mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del
Pin italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire. “La
carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione
sociale. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato,
con frequenze basse e infrastrutture incomplete – spiega Roberto Scacchi,
responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente – muoversi diventa più costoso o
addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione”. È in questo
contesto che si afferma la mobility poverty: “Famiglie che spendono una quota
sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano
a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o
accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di
equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la
mobilità attiva e condivisa”. Secondo un report della Commissione europea, se il
peso della spesa per i trasporti supera il 6% del bilancio familiare, c’è una
situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget
mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.
L'articolo Meloni taglia fondi al trasporto pubblico, ma il Ponte sullo Stretto
(bocciato dalla Corte dei Conti) assorbe 15 miliardi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono 4.682 i campioni analizzati tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti
trasformati e alimenti di origine animale, con risultati preoccupanti. Perché se
oltre la metà di quelli provenienti da agricoltura convenzionale risulta priva
di pesticidi (50,94%, meno però dell’anno prima, 57,32%), dall’altro il 48%
contiene tracce di uno (il 17,33%) o più fitofarmaci: questi ultimi
rappresentano ben il 30,6% del campione (con un incremento del 14,93% rispetto
all’anno precedente). È quanto emerge dal dossier “Stop pesticidi nel piatto
2025 di Legambiente”, realizzato con il sostegno di AssoBio e Consorzio Il
Biologico.
E proprio sull’effetto “cocktail” si concentra l’allarme degli esperti,
nonostante la percentuale di irregolarità rispetto ai limiti UE appaia bassa
(1,47%). Perché le autorizzazioni sono calcolate sostanza per sostanza, mentre
l’esposizione reale è quasi sempre combinata, con effetti cumulativi su
ecosistemi e salute. “Ciò che desta maggiore allarme”, spiega Fiorella Belpoggi,
direttrice scientifica emerita dell’Istituto Ramazzini,“è il fatto che molti
pesticidi si accumulino. E non è vero che spariscano poi dall’ambiente. Esiste
inoltre l’effetto deriva: a seconda delle condizioni atmosferiche i pesticidi
possono andare anche molto lontano dalla zona in cui ce n’è bisogno: da studi
recenti si è visto che addirittura solo il 10% arriva direttamente sulle piante
trattate e il resto può finire in mezzo alle case, ai giardini dove giocano i
bambini, ai limiti di scuole e ospedali, nelle zone pedonali diserbate. Un
esempio e viene dalle rotaie delle ferrovie che sono pesantemente trattate e si
trovano spesso vicinissime ad abitazioni o a campi destinati al pascolo o a
produzioni agricole”.
AGRUMI E PEPERONI, ALIMENTI PIÙ CONTAMINATI
Il Rapporto analizza in dettaglio gli alimenti più contaminati da insetticidi e
fungicidi come Acetamiprid, Boscalid, Pirimetanil, Azoxystrobin, Fludioxonil, ma
anche molecole tossiche vietate da decenni come il Tetramethrin e il DDT. La
frutta è il comparto più a rischio: tre campioni su 4, ovvero il 75,57%
contengono multiresiduo e il 2,21% risulta non conforme ai livelli di legge. In
particolare, ad essere preoccupanti sono soprattutto i campioni della categoria
agrumi (solo il 13,5% è privo di residui). Vanno meglio i prodotti orticoli,
sempre con residui nel 40,17% dei casi.
Tra gli alimenti più a rischio ci sono il peperone, con solo il 30,07% di
campioni regolari, e i pomodori con il 41,82% di campioni privi di residui.
Vanno meglio i prodotti trasformati (32,89% con residui) e infine il settore
animale, con 88% di campioni totalmente esenti (ma non è inclusa la ricerca di
antibiotici). “Insomma, per dare una sintesi del Rapporto”, spiega Angelo
Gentili, responsabile Legambiente Agricoltura e co-curatore, “possiamo dire che
conferma la situazione che c’era lo scorso anno, con una spinta un po’ più
negativa: abbiamo il 75,5% della frutta e oltre il 40% della verdura contaminate
da uno o più residui, con effetti che si sommano nel nostro organismo. Il danno
è anche per l’ambiente, perché se si aumenta l’uso dei fertilizzanti si crea una
situazione gravissima dal punto di vista della fertilità del suolo, mentre le
piante diventano meno resistenti”.
GLIFOSATO E PESTICIDI ILLEGALI, DUE MOTIVI DI ALLARME
Un capitolo particolarmente delicato riguarda il glifosato. La sua
autorizzazione nell’UE è stata rinnovata fino al 15 dicembre 2033, a seguito di
un procedimento concluso nel 2023, ma le criticità che ne mettono in discussione
la legittimità nel quadro della tutela degli ecosistemi e della salute pubblica
sono numerosi e preoccupanti. In particolare la European Food Safety Authority
(EFSA) e la European Chemicals Agency (ECHA) sono state incaricate dalla
Commissione Europea di valutare nuovi studi, fra cui quelli dell’Istituto
Ramazzini. “Di recente abbiamo pubblicato lo studio di cancerogenesi sul
glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo (Global Glyphosate Study, =GGS) –
spiega la dottoressa Belpoggi – si tratta dello studio tossicologico più
completo mai condotto sul glifosato e sugli erbicidi correlati. Il GGS ha
evidenziato effetti cancerogeni, in particolare sull’insorgenza di leucemia
precoci, anche a dosi oggi considerate ‘sicure’. Auspichiamo che si possa
arrivare a un bando o almeno a un forte contenimento dell’uso del glifosato.
Purtroppo, ci sono comuni come quello di Vercelli ed altri che avevano scelto di
non utilizzarlo più nei luoghi sensibili come scuole, parchi, campi sportivi
dove stazionano bambini e adolescenti, categorie più a rischio, ma dopo il
rinnovo dell’autorizzazione per 10 anni, recentemente hanno deciso di
riutilizzarlo per comodità e vantaggi economici”.
Un altro motivo di allarme è l’aumento preoccupante del commercio di pesticidi
illegali. Dal Rapporto emerge come siano state sequestrate oltre 450 tonnellate
di sostanze illegali destinate all’agricoltura e pericolose per la salute, per
un valore commerciale di circa 15 milioni di euro. Nel 2024, i controlli
sull’uso dei 42 pesticidi in agricoltura sono stati 2.113. Le attività
investigative hanno portato all’accertamento di 407 reati e illeciti
amministrativi (+24,1%), alla denuncia di 341 persone (+13,7%) e a 54 sequestri,
più che raddoppiati rispetto all’anno precedente.
BIOLOGICO: RESIDUI RIDOTTI AL MINIMO
A fronte di questo quadro del tutto diversi sono i dati del settore biologico:
secondo il Rapporto, l’87,7% dei campioni è del tutto privo di residui, il 7,69%
per cento ne contiene uno solo, comunque entro i limiti di legge (il dato si
spiega con il fenomeno della deriva di pesticidi dalle aree limitrofe ai campi).
Per fortuna, inoltre, il biologico cresce, aumentano le superfici certificate e
si consolidano i biodistretti (una forma che mette insieme territorio,
agricoltura, turismo, enti locali, vendita). La superficie agricola utilizzata
(SAU) condotta con metodo biologico raggiunge 2,51 milioni di ettari, +2,4%
rispetto al 2023 e +68% nell’ultimo decennio, avvicinandosi all’obiettivo del
25% fissato dal Green Deal europeo al 2030 (la leadership è del Mezzogiorno,
seguito dal Centro e dal Nord). Crescono i prodotti vegetali ma anche animali:
+31% di bovini biologici in sette anni e quasi un raddoppio degli avicoli
(+97%). Aumentano anche le importazioni di prodotti biologici extra-Ue del 7,1%,
mentre l’export agroalimentare bio italiano raggiunge 3,9 miliardi di euro (+7%
sul 2023).
Il biologico mostra come esistano alternative concrete in chiave agroecologica
all’utilizzo di pesticidi: l’adozione diffusa di tecniche di biocontrollo, con
sostanze naturalmente presenti in natura in grado di eliminare infestanti in
modo alternativo rispetto al Glyphfosate, come l’acido pelargonico, l’adozione
di rotazioni colturali e sovesci (è una pratica agronomica consistente
nell’interramento di materiale vegetale, ndr ), che ripristinano fertilità e
interrompono i cicli di parassiti; la tutela degli insetti impollinatori; la
protezione della biodiversità agricola e naturale. Accanto a questo, l’impiego
di filiere corte e trasparenti e l’abolizione del modello della monocoltura, che
sta creando pesanti criticità di alcuni territori come la zona del Prosecco, le
mele in Trentino o il nocciolo del viterbese.
L’URGENZA DI UN NUOVO PIANO NAZIONALE PESTICIDI
C’è poi il fronte normativo. L’ultima versione del PAN, Piano d’Azione Nazionale
sui pesticidi, risale al 2014 ed è scaduto nel 2019. Il Regolamento SUR, lo
strumento europeo che avrebbe dovuto fissare obiettivi vincolanti al 2030, ha
subito rinvii ancora irrisolti. “Chiediamo l’approvazione urgente del SUR in
Europa e del PAN in Italia”, afferma Gentili, “il potenziamento del
monitoraggio, misure penali chiare contro i pesticidi illegali, il supporto agli
agricoltori nella transizione verso il biologico, come sgravi fiscali e
semplificazioni, un’Iva ridotta sui prodotti bio e sostenibili e una promozione
di mense biologiche in scuole e ospedali”. Purtroppo, mentre la futura PAC
(Politica Agricola Comune) 2028-2034 sembra andare verso una maggiore
flessibilità per i singoli stati, in Europa, “è in discussione un regolamento
Omnibus che sta per liberalizzare i pesticidi ed esiste una raccolta firme di
scienziati indipendenti per fermarlo”, denuncia Belpoggi. “D’altronde
alternative al glifosato ce ne sono a centinaia, ma la produzione è bassa e
quindi i prezzi non scendono”. Le stesse strategie europee Farm to Fork e
Biodiversity 2030 offrono obiettivi chiari da raggiungere entro il 2030: ridurre
del 50% i pesticidi, del 20% i fertilizzanti, del 50% gli antibiotici in
zootecnia, arrivare al 25% di superficie agricola biologica e destinare almeno
il 10% dei terreni agricoli alle infrastrutture verdi e alle aree ad alta
biodiversità.
Cosa si può fare invece livello individuale? Ovviamente la prima leva è
l’acquisto di prodotti biologici, agroecologici e provenienti da filiere che
riducono drasticamente l’uso della chimica di sintesi, imparando a leggere le
etichette. “Scegliendo biologico si va sul sicuro”, spiega Fiorella Belpoggi.
“Poi certo si può togliere la buccia, ma proprio quella contiene polifenoli e
altre sostanze importanti per la nostra salute. E poi faccio l’esempio delle
banane: basta toccare la buccia e poi la banana, magari per darla a un bambino,
per contaminarla”. Ci sono poi le scelte che non si compiono da soli: sostenere
biodistretti, gruppi di acquisto solidale, mercati contadini e reti locali che
promuovono l’agroecologia. “Siamo senza dubbio in una fase molto complessa, in
cui anche i cambiamenti climatici stanno mettendo in seria difficoltà la nostra
agricoltura, generando danni rilevanti, favorendo la proliferazione di
micropatologie e insetti alieni, e causando forti diminuzioni delle rese e del
reddito agricolo”, conclude Gentili. “Ma l’unica strada possibile, non c’è
dubbio, è quella dell’agroecologia”.
L'articolo Il dossier sui pesticidi di Legambiente: frutta e ortaggi ancora a
rischio. Il 48% dei prodotti esaminati contiene uno o più fitofarmaci proviene
da Il Fatto Quotidiano.