La puntuale e approfondita analisi sul trasporto ferroviario, elaborata
annualmente da Legambiente, ribadisce i gravi limiti gestionali del trasporto
ferroviario regionale del nostro Paese e il gap con le “best practices” del nord
Europa. Per l’associazione, “il trasporto su ferro continua a essere un tema
secondario, con finanziamenti che risultano assolutamente inadeguati. Questo ha
portato a un sistema di trasporto che fatica a migliorare”.
Se più del 90 per cento delle famiglie ha almeno un’auto (65 auto ogni 100
abitanti) e il tasso di motorizzazione è elevatissimo, le cause sono da
ricercare nella progressiva espulsione dei redditi bassi nelle periferie, data
l’assenza di nuove case popolari, e di una politica urbanistica speculativa che
spinge fuori dal centro la popolazione, che si ritrova con trasporti pubblici
inadeguati. E’ quindi, purtroppo, l’automobile a sopperire agli scarsi e
inefficienti collegamenti del trasporto sub ed extra urbano con il centro.
Le risorse del Fondo Nazionale Trasporti, destinate al trasporto pubblico su
ferro e gomma (spesa corrente), sono oggi inferiori a quelle del 2009, erose
dall’inflazione e dall’alto costo energetico. Non è così per quanto riguarda gli
investimenti dove, grazie al Pnrr, sono in pista 44,5 miliardi per il
potenziamento della rete e altri 8,5 per la mobilità dolce.
Anche se la metà dei progetti sono stati tirati fuori da cassetti dove giacevano
da decenni, la riduzione di risorse del Fondo Trasporti impatta principalmente
sul trasporto locale, su autobus urbano ed extraurbano, molto meno su quello
ferroviario.
C’è poi da aggiungere che i contributi pubblici devono sostenere alti costi di
gestione, superiori anche del 20% rispetto a quelli di analoghe aziende del
vecchio continente. L’inefficienza gestionale certo non aiuta a ridurre i costi
e a migliorare i servizi, e a diminuire i fabbisogni di spesa.
I pendolari del centro nord cominciano ad avere, oltre ai soliti problemi
(cancellazioni, ritardi, treni vecchi e spesso sporchi), anche quelli derivanti
dal conflitto con i treni pendolari dei transiti dei treni ad Alta velocità nei
nodi di Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, che portano a nuove
criticità e ritardi ad entrambi i servizi.
Il rapporto non dice mai una parola sulle cause della pessima gestione operativa
di Trenitalia (passeggeri regionali ed Alta Velocità), di Merci Italia (quota di
mercato ridicola), di Rfi e dei continui cambi di organigrammi (spoil system)
che hanno inevitabilmente delle ricadute sui servizi offerti. La lottizzazione
delle nomine e i rapporti tra politica e apparato gestionale vanno ben oltre il
ruolo di indirizzo e regolazione del Ministero dei Trasporti e dell’Economia.
Per migliorare i servizi serve una profonda riorganizzazione, non solo più soldi
pubblici, senza la quale risulta velleitaria la “cura del ferro” voluta da tutte
le forze politiche. Il volume di risorse trasferito al sistema ferroviario
infrastrutturale (spesa in conto capitale) e la conseguente apertura di un
migliaio di cantieri hanno mandato in crisi la circolazione dei treni su
parecchie linee provocando nuovi disagi.
La spesa corrente, trasferita a Trenitalia da Stato e Regioni, è in lieve calo,
mentre è in aumento quella di Trenord, l’azienda ferroviaria lombarda che da
sola sviluppa il 35% del traffico pendolare italiano, che però ha il peggior
tasso di puntualità.
Il gruppo Fs con Itinera partecipa e vince gare per l’affidamento e la gestione
dei servizi ferroviari in Germania, in Gran Bretagna e in Grecia. Non c’è però
reciprocità competitiva in Italia. In nessuna regione italiana si sono fatte le
gare per l’affidamento dei servizi locali, mentre in Europa le gare sono state
un successo.
La “cura del ferro”, più che un piano con precisi obiettivi da raggiungere,
incremento dei passeggeri e delle merci trasportate, si è rivelata un auspicio
“green” per giustificare ogni spesa, senza alcuna valutazione costi-benefici che
lascia liberi tutti di proporre qualsiasi investimento.
Non sono stati raggiunti neppure modesti risultati ambientali rispetto alla
spesa effettuata. E’ l’inerzia di questo sistema ferroviario (gestione) che va
“curata”, se le ferrovie vogliono avere un futuro nella transizione ecologica e
nel rilancio del trasporto pubblico. La struttura delle Fs, con la sua pletorica
catena di comando, per avere un futuro nella transizione ecologica e nel
rilancio del trasporto pubblico, deve abbandonare il modello consociativo che
divora le risorse pubbliche, restituendo pochi benefici pubblici.
L'articolo Pendolaria 2025, Legambiente ribadisce i gravi limiti gestionali del
trasporto ferroviario regionale in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Governo taglia i fondi per il trasporto pubblico e insiste sul Ponte sullo
Stretto di Messina, nonostante la clamorosa bocciatura della Corte dei Conti.
Nel 2026 il Fondo Nazionale Trasporti varrà, infatti, il 38% in meno rispetto al
2009 con l’inflazione, mentre la legge di Bilancio 2026 toglie risorse decisive
a Metro C di Roma, M4 Milano e collegamento Afragola-Napoli. Nel frattempo, è
vero che diminuisce l’età media dei treni, ma circolano meno convogli: nel 2024
hanno viaggiato 185 treni regionali in meno rispetto al 2023. Succede a causa
delle dismissioni dei rotabili più vecchi, non compensate da acquisti
sufficienti di nuovi convogli.
IL REPORT PENDOLARIA DI LEGAMBIENTE
Sono i dati principali del nuovo rapporto Pendolaria di Legambiente, presentato
alla Stazione Termini di Roma, luogo simbolo del pendolarismo,. Nel dossier,
l’associazione sottolinea come il Ponte sullo Stretto assorba 15 miliardi di
euro per poco più di tre chilometri, mentre con un terzo di quella cifra (5,4
miliardi) si stanno realizzando 250 chilometri di tranvie in 11 città. Le linee
peggiori? Sono confermate Circumvesuviana, Salerno-Avellino, Roma-Lido e Roma
Nord-Viterbo, in quest’ultimo caso con record di 8.038 corse soppresse nei primi
dieci mesi 2025.
“COSTI DELLA MOBILITÀ SCARICATI SUI CITTADINI”
Mentre le grandi opere stradali monopolizzano il dibattito pubblico, il servizio
ferroviario quotidiano si deteriora: crescono gli impatti degli eventi meteo
estremi sui trasporti (26 solo nel 2025) e aumenta il numero di persone che non
può permettersi di muoversi. “Investire nel ferro nelle città è una scelta
necessaria sul piano ambientale, economico e sociale. Metropolitane, tranvie e
ferrovie urbane – sottolinea Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente
– migliorano la qualità della vita, riducono traffico, inquinamento e costi
sanitari e garantiscono un accesso più equo alla mobilità. Continuare a rinviare
o definanziare questi interventi, significa scaricare i costi della mobilità
sulle persone, non solo quelli economici ma anche ambientali e sanitari”.
LE RISORSE PER IL TRASPORTO PUBBLICO DIMINUISCONO
Di fatto, le risorse destinate al trasporto pubblico su ferro e gomma
diminuiscono: si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel
2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera
l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza
interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%. Per tornare ai livelli
reali di spesa di oltre quindici anni fa sarebbero necessari almeno tre miliardi
in più di quanto oggi previsto. D’altro canto, la legge di Bilancio 2026 non
rafforza il Fondo e, al contrario, definanzia tre interventi cruciali per le
aree urbane a più alta domanda di mobilità: 425 milioni di euro sottratti alla
metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento
della M4 di Milano fino a Segrate e al collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
SI COSTRUISCONO IN MEDIA MENO DI 3 KM DI NUOVE METRO
Negli ultimi anni, la politica infrastrutturale ha inoltre continuato a
privilegiare grandi opere stradali e autostradali, tra cui soprattutto il Ponte
sullo Stretto di Messina, ma anche la Pedemontana Veneta, la Bre.Be.Mi., la
Pedemontana Lombarda. “Questa impostazione – si racconta nel dossier – ha
drenato risorse dalle aree urbane e metropolitane, dove si concentra la domanda
di mobilità quotidiana, contribuendo a rendere marginale il tema del
finanziamento del trasporto pubblico locale. In Italia, si costruiscono in media
solo 2,85 chilometri all’anno di nuove metropolitane e 1,28 chilometri di
tranvie. Le reti metropolitane italiane si fermano complessivamente a 271,7
chilometri, contro i 680 del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della
Spagna. Il confronto con il Ponte sullo Stretto è emblematico: “Con 5,4 miliardi
di euro – l’investimento complessivo previsto per realizzazione e prolungamento
di 29 linee tranviarie in 11 città italiane, pari a circa 250 chilometri di rete
– sarebbe possibile costruire un sistema di mobilità urbana efficiente,
accessibile e coerente con gli obiettivi climatici. Una cifra pari a circa un
terzo del costo del Ponte (15 miliardi di euro per soli tre chilometri), ma con
un impatto sulla vita quotidiana di milioni di persone incomparabilmente
superiore”.
IL CASO DELL’EX CIRCUMVESUVIANA
Anche quest’anno, Legambiente fa il punto sulle linee peggiori d’Italia. In
Campania, l’ex Circumvesuviana conferma il primato negativo: 13 milioni di
passeggeri persi in dieci anni, convogli senza climatizzazione, stazioni
impresenziate e un orario ancora “provvisorio”. Sempre in Campania, sulla
Salerno-Avellino-Benevento la riapertura della stazione di Avellino è rimandata
a giugno 2027. Nel Lazio, la Roma Nord-Viterbo ha registrato 8.038 corse
soppresse nei primi dieci mesi del 2025, il dato peggiore degli ultimi tre anni,
mentre la Roma-Lido continua a essere segnata da guasti frequenti. Al Nord, la
Milano-Mortara-Alessandria, utilizzata ogni giorno da circa 19mila viaggiatori,
accumula ritardi per il mancato raddoppio della linea. A questa si aggiungono le
criticità del sistema ferroviario regionale e metropolitano del Piemonte, della
Vicenza-Schio nel Nord-Est e delle Ferrovie del Sud Est. New entry del 2025 è la
Sassari-Alghero, con quattro coppie di treni soppresse e un servizio quotidiano
ancora inadeguato. “In Sicilia, infine, restano aperte ferite storiche come la
Catania-Caltagirone-Gela, interrotta dal 2011 – si legge nel dossier – e la
Palermo-Trapani via Milo, chiusa dal 2013: collegamenti ferroviari fondamentali
fermi da oltre un decennio”.
SPESA PER LA MOBILITÀ OLTRE IL 10% DEL BUDGET MENSILE
Dal 2010 al 2025 Legambiente, attraverso l’Osservatorio Città Clima, ha censito
229 eventi meteo estremi (26 di questi solo nel 2025) che hanno causato
interruzioni del servizio ferroviario: allagamenti, frane, cedimenti dei
rilevati e ondate di calore. Roma è la città più colpita, seguita da Milano e
Napoli. Il Ministero stima che entro il 2050 i danni su infrastrutture e
mobilità raggiungeranno 5 miliardi di euro l’anno, tra lo 0,33% e lo 0,55% del
Pin italiano. Senza misure di adattamento, il conto continuerà a salire. “La
carenza di trasporto pubblico sta diventando un drammatico fattore di esclusione
sociale. Quando il servizio ferroviario e urbano non è adeguatamente finanziato,
con frequenze basse e infrastrutture incomplete – spiega Roberto Scacchi,
responsabile Nazionale Mobilità di Legambiente – muoversi diventa più costoso o
addirittura impossibile per una parte crescente della popolazione”. È in questo
contesto che si afferma la mobility poverty: “Famiglie che spendono una quota
sempre più alta del reddito per spostarsi, lavoratori e studenti che rinunciano
a opportunità di lavoro, studio o cura perché il servizio non è affidabile o
accessibile. Rafforzare il trasporto pubblico su ferro è dunque una scelta di
equità e coesione sociale da accompagnare necessariamente a politiche per la
mobilità attiva e condivisa”. Secondo un report della Commissione europea, se il
peso della spesa per i trasporti supera il 6% del bilancio familiare, c’è una
situazione di vulnerabilità. In Italia la spesa media arriva al 10,8% del budget
mensile delle famiglie, ben oltre la soglia europea.
L'articolo Meloni taglia fondi al trasporto pubblico, ma il Ponte sullo Stretto
(bocciato dalla Corte dei Conti) assorbe 15 miliardi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono 4.682 i campioni analizzati tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti
trasformati e alimenti di origine animale, con risultati preoccupanti. Perché se
oltre la metà di quelli provenienti da agricoltura convenzionale risulta priva
di pesticidi (50,94%, meno però dell’anno prima, 57,32%), dall’altro il 48%
contiene tracce di uno (il 17,33%) o più fitofarmaci: questi ultimi
rappresentano ben il 30,6% del campione (con un incremento del 14,93% rispetto
all’anno precedente). È quanto emerge dal dossier “Stop pesticidi nel piatto
2025 di Legambiente”, realizzato con il sostegno di AssoBio e Consorzio Il
Biologico.
E proprio sull’effetto “cocktail” si concentra l’allarme degli esperti,
nonostante la percentuale di irregolarità rispetto ai limiti UE appaia bassa
(1,47%). Perché le autorizzazioni sono calcolate sostanza per sostanza, mentre
l’esposizione reale è quasi sempre combinata, con effetti cumulativi su
ecosistemi e salute. “Ciò che desta maggiore allarme”, spiega Fiorella Belpoggi,
direttrice scientifica emerita dell’Istituto Ramazzini,“è il fatto che molti
pesticidi si accumulino. E non è vero che spariscano poi dall’ambiente. Esiste
inoltre l’effetto deriva: a seconda delle condizioni atmosferiche i pesticidi
possono andare anche molto lontano dalla zona in cui ce n’è bisogno: da studi
recenti si è visto che addirittura solo il 10% arriva direttamente sulle piante
trattate e il resto può finire in mezzo alle case, ai giardini dove giocano i
bambini, ai limiti di scuole e ospedali, nelle zone pedonali diserbate. Un
esempio e viene dalle rotaie delle ferrovie che sono pesantemente trattate e si
trovano spesso vicinissime ad abitazioni o a campi destinati al pascolo o a
produzioni agricole”.
AGRUMI E PEPERONI, ALIMENTI PIÙ CONTAMINATI
Il Rapporto analizza in dettaglio gli alimenti più contaminati da insetticidi e
fungicidi come Acetamiprid, Boscalid, Pirimetanil, Azoxystrobin, Fludioxonil, ma
anche molecole tossiche vietate da decenni come il Tetramethrin e il DDT. La
frutta è il comparto più a rischio: tre campioni su 4, ovvero il 75,57%
contengono multiresiduo e il 2,21% risulta non conforme ai livelli di legge. In
particolare, ad essere preoccupanti sono soprattutto i campioni della categoria
agrumi (solo il 13,5% è privo di residui). Vanno meglio i prodotti orticoli,
sempre con residui nel 40,17% dei casi.
Tra gli alimenti più a rischio ci sono il peperone, con solo il 30,07% di
campioni regolari, e i pomodori con il 41,82% di campioni privi di residui.
Vanno meglio i prodotti trasformati (32,89% con residui) e infine il settore
animale, con 88% di campioni totalmente esenti (ma non è inclusa la ricerca di
antibiotici). “Insomma, per dare una sintesi del Rapporto”, spiega Angelo
Gentili, responsabile Legambiente Agricoltura e co-curatore, “possiamo dire che
conferma la situazione che c’era lo scorso anno, con una spinta un po’ più
negativa: abbiamo il 75,5% della frutta e oltre il 40% della verdura contaminate
da uno o più residui, con effetti che si sommano nel nostro organismo. Il danno
è anche per l’ambiente, perché se si aumenta l’uso dei fertilizzanti si crea una
situazione gravissima dal punto di vista della fertilità del suolo, mentre le
piante diventano meno resistenti”.
GLIFOSATO E PESTICIDI ILLEGALI, DUE MOTIVI DI ALLARME
Un capitolo particolarmente delicato riguarda il glifosato. La sua
autorizzazione nell’UE è stata rinnovata fino al 15 dicembre 2033, a seguito di
un procedimento concluso nel 2023, ma le criticità che ne mettono in discussione
la legittimità nel quadro della tutela degli ecosistemi e della salute pubblica
sono numerosi e preoccupanti. In particolare la European Food Safety Authority
(EFSA) e la European Chemicals Agency (ECHA) sono state incaricate dalla
Commissione Europea di valutare nuovi studi, fra cui quelli dell’Istituto
Ramazzini. “Di recente abbiamo pubblicato lo studio di cancerogenesi sul
glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo (Global Glyphosate Study, =GGS) –
spiega la dottoressa Belpoggi – si tratta dello studio tossicologico più
completo mai condotto sul glifosato e sugli erbicidi correlati. Il GGS ha
evidenziato effetti cancerogeni, in particolare sull’insorgenza di leucemia
precoci, anche a dosi oggi considerate ‘sicure’. Auspichiamo che si possa
arrivare a un bando o almeno a un forte contenimento dell’uso del glifosato.
Purtroppo, ci sono comuni come quello di Vercelli ed altri che avevano scelto di
non utilizzarlo più nei luoghi sensibili come scuole, parchi, campi sportivi
dove stazionano bambini e adolescenti, categorie più a rischio, ma dopo il
rinnovo dell’autorizzazione per 10 anni, recentemente hanno deciso di
riutilizzarlo per comodità e vantaggi economici”.
Un altro motivo di allarme è l’aumento preoccupante del commercio di pesticidi
illegali. Dal Rapporto emerge come siano state sequestrate oltre 450 tonnellate
di sostanze illegali destinate all’agricoltura e pericolose per la salute, per
un valore commerciale di circa 15 milioni di euro. Nel 2024, i controlli
sull’uso dei 42 pesticidi in agricoltura sono stati 2.113. Le attività
investigative hanno portato all’accertamento di 407 reati e illeciti
amministrativi (+24,1%), alla denuncia di 341 persone (+13,7%) e a 54 sequestri,
più che raddoppiati rispetto all’anno precedente.
BIOLOGICO: RESIDUI RIDOTTI AL MINIMO
A fronte di questo quadro del tutto diversi sono i dati del settore biologico:
secondo il Rapporto, l’87,7% dei campioni è del tutto privo di residui, il 7,69%
per cento ne contiene uno solo, comunque entro i limiti di legge (il dato si
spiega con il fenomeno della deriva di pesticidi dalle aree limitrofe ai campi).
Per fortuna, inoltre, il biologico cresce, aumentano le superfici certificate e
si consolidano i biodistretti (una forma che mette insieme territorio,
agricoltura, turismo, enti locali, vendita). La superficie agricola utilizzata
(SAU) condotta con metodo biologico raggiunge 2,51 milioni di ettari, +2,4%
rispetto al 2023 e +68% nell’ultimo decennio, avvicinandosi all’obiettivo del
25% fissato dal Green Deal europeo al 2030 (la leadership è del Mezzogiorno,
seguito dal Centro e dal Nord). Crescono i prodotti vegetali ma anche animali:
+31% di bovini biologici in sette anni e quasi un raddoppio degli avicoli
(+97%). Aumentano anche le importazioni di prodotti biologici extra-Ue del 7,1%,
mentre l’export agroalimentare bio italiano raggiunge 3,9 miliardi di euro (+7%
sul 2023).
Il biologico mostra come esistano alternative concrete in chiave agroecologica
all’utilizzo di pesticidi: l’adozione diffusa di tecniche di biocontrollo, con
sostanze naturalmente presenti in natura in grado di eliminare infestanti in
modo alternativo rispetto al Glyphfosate, come l’acido pelargonico, l’adozione
di rotazioni colturali e sovesci (è una pratica agronomica consistente
nell’interramento di materiale vegetale, ndr ), che ripristinano fertilità e
interrompono i cicli di parassiti; la tutela degli insetti impollinatori; la
protezione della biodiversità agricola e naturale. Accanto a questo, l’impiego
di filiere corte e trasparenti e l’abolizione del modello della monocoltura, che
sta creando pesanti criticità di alcuni territori come la zona del Prosecco, le
mele in Trentino o il nocciolo del viterbese.
L’URGENZA DI UN NUOVO PIANO NAZIONALE PESTICIDI
C’è poi il fronte normativo. L’ultima versione del PAN, Piano d’Azione Nazionale
sui pesticidi, risale al 2014 ed è scaduto nel 2019. Il Regolamento SUR, lo
strumento europeo che avrebbe dovuto fissare obiettivi vincolanti al 2030, ha
subito rinvii ancora irrisolti. “Chiediamo l’approvazione urgente del SUR in
Europa e del PAN in Italia”, afferma Gentili, “il potenziamento del
monitoraggio, misure penali chiare contro i pesticidi illegali, il supporto agli
agricoltori nella transizione verso il biologico, come sgravi fiscali e
semplificazioni, un’Iva ridotta sui prodotti bio e sostenibili e una promozione
di mense biologiche in scuole e ospedali”. Purtroppo, mentre la futura PAC
(Politica Agricola Comune) 2028-2034 sembra andare verso una maggiore
flessibilità per i singoli stati, in Europa, “è in discussione un regolamento
Omnibus che sta per liberalizzare i pesticidi ed esiste una raccolta firme di
scienziati indipendenti per fermarlo”, denuncia Belpoggi. “D’altronde
alternative al glifosato ce ne sono a centinaia, ma la produzione è bassa e
quindi i prezzi non scendono”. Le stesse strategie europee Farm to Fork e
Biodiversity 2030 offrono obiettivi chiari da raggiungere entro il 2030: ridurre
del 50% i pesticidi, del 20% i fertilizzanti, del 50% gli antibiotici in
zootecnia, arrivare al 25% di superficie agricola biologica e destinare almeno
il 10% dei terreni agricoli alle infrastrutture verdi e alle aree ad alta
biodiversità.
Cosa si può fare invece livello individuale? Ovviamente la prima leva è
l’acquisto di prodotti biologici, agroecologici e provenienti da filiere che
riducono drasticamente l’uso della chimica di sintesi, imparando a leggere le
etichette. “Scegliendo biologico si va sul sicuro”, spiega Fiorella Belpoggi.
“Poi certo si può togliere la buccia, ma proprio quella contiene polifenoli e
altre sostanze importanti per la nostra salute. E poi faccio l’esempio delle
banane: basta toccare la buccia e poi la banana, magari per darla a un bambino,
per contaminarla”. Ci sono poi le scelte che non si compiono da soli: sostenere
biodistretti, gruppi di acquisto solidale, mercati contadini e reti locali che
promuovono l’agroecologia. “Siamo senza dubbio in una fase molto complessa, in
cui anche i cambiamenti climatici stanno mettendo in seria difficoltà la nostra
agricoltura, generando danni rilevanti, favorendo la proliferazione di
micropatologie e insetti alieni, e causando forti diminuzioni delle rese e del
reddito agricolo”, conclude Gentili. “Ma l’unica strada possibile, non c’è
dubbio, è quella dell’agroecologia”.
L'articolo Il dossier sui pesticidi di Legambiente: frutta e ortaggi ancora a
rischio. Il 48% dei prodotti esaminati contiene uno o più fitofarmaci proviene
da Il Fatto Quotidiano.