A Qom il buio ha vinto ancora. Tre ragazzi, Mehdi Ghasemi, Saleh Mohammadi e
Saeid Davoudi, sono stati impiccati. Tre anime giovani, tra i 19 e i 22 anni,
cancellate in pubblico come monito. Ma non era giustizia. Non era legge. Era
odio. Odio per la bellezza, per la vita, per quel bagliore negli occhi che non
si piega. Non riesco più a chiamarlo “regime iraniano”. Chiamiamolo per nome, è
un sistema che ha fatto del terrore il suo respiro e della morte la sua
grammatica.
A Qom, quella che la propaganda chiama “città santa”, hanno inscenato un rituale
antico e mostruoso. Le corde tese, la folla obbligata ad assistere, i corpi che
si sollevano nel silenzio addestrato. Dietro ogni esecuzione c’è un messaggio:
“Non potete sfidare il regime”. Sinceramente io leggo altro: “Noi oggi abbiamo
paura”. Sì, perché solo chi è terrorizzato dalla luce sente il bisogno di
spegnerla con tale violenza. Questi ragazzi avevano voce, avevano bellezza,
avevano coraggio. E il coraggio, in Iran oggi, è considerato un crimine
capitale.
Quel terrore non nasce da forza, nasce da impotenza. Il regime non sa più
costruire, sa solo distruggere. Non governa, sopravvive. Vive di repressione, di
confessioni estorte, di corde e cemento. Ogni volta che un giovane viene
torturato per essere messo in scena su una forca, la Repubblica Islamica firma
una nuova condanna a morte: la propria.
A gennaio avevamo intravisto uno spiraglio. Le proteste avevano incrinato la
maschera, e per un momento l’aria sembrava respirabile. Ora ci rimane il conto
atroce: quante vite deve ingoiare la libertà prima di nascere? È una domanda che
fa male alla gola. Saleh aveva solo diciannove anni, Saeid ne avrebbe compiuti
ventidue il giorno dopo l’impiccagione. Mehdi non avrà più tempo, non sogni, non
errori. Hanno pagato con la pelle l’idea che il futuro potesse appartenere anche
a loro.
Mi chiedo dove sia il mondo. Dove siano le cancellerie che parlano di diritti
mentre stringono accordi con chi impicca i ragazzi. Gli stessi che invitano
Teheran ai summit e poi tacciono di fronte al sangue nei cortili delle prigioni.
Il silenzio è complicità, e oggi l’inferno ha tanti complici in giacca e
cravatta. Chi cerca ancora di “contestualizzare”, chi riduce tutto a fanatismo o
geopolitica, sbaglia prospettiva. Questo non è un conflitto religioso. È una
guerra tra la vita e chi la teme. Il regime di Teheran ha un nemico preciso: la
gioventù che sogna. Quella che danza, che ride, che osa guardare verso un domani
senza veli imposti e senza paura. Uccidono per soffocare quel respiro, ma non
capiscono che ogni volta che stringono un nodo, lasciano scorrere una scintilla
più grande.
Non posso dimenticare i volti di Mehdi, Saleh e Saeid. Non posso accettare che
le loro vite siano state ridotte a un messaggio di terrore. Scrivo per loro, per
fissare il nome di chi il regime voleva cancellare. Scrivo perché non resti solo
rabbia, ma memoria viva. Scrivo perché la bellezza che hanno provato a impiccare
non resti sospesa nel silenzio.
Un giorno, in Iran, le corde marciranno sotto il sole. E allora ci accorgeremo
che non sono stati loro a morire davvero, ma coloro che le hanno tese. Perché
non si può impiccare la libertà, non si può giustiziare il coraggio, non si può
condannare la luce. E quando quel giorno arriverà, nessuno potrà dire: “Non
sapevamo”.
L'articolo Il regime iraniano ha impiccato tre giovani come monito. Ma questo è
odio, non giustizia proviene da Il Fatto Quotidiano.